I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

sabato 13 novembre 2010

Si taglia l’istruzione per finanziare le guerre del futuro

Mentre l’informazione in Italia ha quasi rinunciato al proprio ruolo preferendo fare opinione, ci sono ancora pochi giornalisti che cercano di far aprire gli occhi ai lettori. Uno di questi è sicuramente il giornalista siciliano Antonio Mazzeo che da tempo cerca di rivelare gli interessi che si celano dietro il Ponte sullo stretto e le basi militari statunitensi in Sicilia

di Fabrizio Di Ernesto

Lei è un giornalista che si dedica a tempo pieno alle inchieste su argomenti che nei media che vanno per la maggiore non trovano spazio. Come mai questa scelta?
Forse tutto dipende dal fatto che più che considerarmi un giornalista sono un ricercatore-militante, impegnato nei temi della difesa dell’ambiente e della lotta alle mafie e a tutte le guerre. Considero lo scrivere un modo per consolidare il mio impegno “politico”, specie in una fase dove la politica ha assunto aspetti, comportamenti e metodi che sento distanti mille miglia dal mio modo di essere ed interpretare il diritto-dovere di cittadinanza.

Lei ha scritto un libro per spiegare agli italiani tutto ciò che c’è dietro la più grande, e per certi versi, inutile infrastrutture del futuro: il Ponte sullo stretto. È stato difficile raccogliere le informazioni necessarie?
Al volume “I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina” ho dedicato quasi otto anni di ricerche, raccogliendo e sistematizzando atti giudiziari, ordinanze e sentenze processuali, report di Commissioni parlamentari, inchieste giornalistiche prodotte in Italia e soprattutto all’estero. Sì, è stato certamente un lavoro faticoso e lungo, dove spesso mi sono misurato con l’incertezza se mai esso si sarebbe concretizzato in una pubblicazione editoriale. Credo che però alla fine ne sia valsa la pena.

È stato difficile trovare un editore disposto a credere in un progetto politicamente scorretto come il suo?
Sì, questo è stato l’assunto più doloroso. Nonostante il lavoro di ricerca mi sia stato richiesto dal Centro di documentazione antimafia “Giuseppe Impastato” di Palermo, il presidente Umberto Santino ne ha curato tra l’altro la prefazione, quando è stato terminato, fine 2006, ho dovuto sottopormi a tre anni di inutili pellegrinaggi tra le case editoriali piccole e grandi della Sicilia. Dalla maggior parte di esse non ho mai ricevuto alcun segnale. Quelle che hanno risposto ne hanno stigmatizzato la presunta “pericolosità” in termini di querele e citazioni in sede civile per presunte richieste di risarcimenti milionari. Quando ormai avevo perso ogni speranza di pubblicazione si è fatta avanti la coraggiosissima cooperativa romana di Alegre Edizioni. Un vero e proprio schiaffo morale per gli operatori culturali di quel Sud che paga in prima persona la scelleratezza del Ponte sullo Stretto e lo strapotere mafioso sulla politica e l’economia.

Il libro ha riscosso l’interessa che lei sperava oppure gli italiani sono ormai assuefatti alla verità imposta dai media?
Quando e dove è stato possibile presentare e visibilizzare i contenuti e le denunce del libro, l’interesse è stato tantissimo e ho ricevuto riconoscimenti che mai avrei sperato. Purtroppo però il mercato librario in Italia risponde alle stesse logiche, e agli stessi padroni, che controllano in regime di oligopolio l’informazione, i mass media e la “cultura”. “I Padrini del Ponte” è un libro scomodo, che rimette in discussione gli stereotipi che si sono costruiti attorno alla mafia. Il Ponte è il paradigma del “glocal”: una grande opera che incide pesantemente in un’area piccola e periferica del pianeta ma su cui si sono tessute le trame e gli interessi del capitale transnazionale, dei signori del crimine e della cosiddetta “borghesia mafiosa”, dei mercanti di morte che si arricchiscono con le guerre che insanguinano il mondo. Non credo di essere arrogante nell’affermate che il libro avrebbe meritato un numero di lettori molto più amplio e di tutto il paese.

Molti dei suoi articoli vertono sulla questione delle servitù militari in Italia, in particolare quelle poste in Sicilia. Secondo lei perché questo problema legato alla nostra mancanza di sovranità nazionale non sembra interessare i nostri concittadini?
Più che non interessare direi che il tema non è assolutamente “percepito”, innanzitutto per l’estrema debolezza del movimento per la pace e “no war”, che ha incomprensibilmente scelto l’immersione dopo l’avvio dell’occupazione in Iraq da parte delle potenze occidentali. Un ruolo determinante ad occultare il tema della limitata sovranità delle basi Usa e Nato, del loro pericolo per la sicurezza e la salute delle popolazioni, del loro devastante impatto socio-ambientale ed economico, e nel caso della Sicilia anche criminale e criminogeno, lo hanno giocato però le èlite economiche del paese, proprietarie del sistema radiotelevisivo e della carta stampata. Esse hanno scelto di occultare il tema anche perché sono le prime e uniche beneficiarie della presenza delle truppe statunitensi in Italia, in termini di appalti, commesse e servizi per le basi militari e, nel caso più specifico di Finmeccanica, la holding che controlla il complesso militare industriale nazionale, in termini di apertura del mercato statunitense ai proprio strumenti di morte.

In Italia le notizie relative a queste basi vengono spesso taciute mentre in Usa sono di pubblico dominio, basti pensare al Pentagono che annualmente pubblica il base structure report e le conseguenti spese. Perché da noi i governanti puntano a tacere queste informazioni?
Quello che “in Italia gli italiani non devono sapere” è ricavabile quotidianamente dai report del Pentagono e dai media statunitensi che in termini di trasparenza, paradossalmente, sono distanti anni luce dal sistema informativo italiano. Esiste in Italia una consolidata tradizione autoritaria e filofascista che impone il “segreto” a tutte le questioni militari, uno strumento utilissimo in mano al potere che consente ancora oggi di mistificare e nascondere le proprie responsabilità nei crimini commessi contro l’affermazione della democrazia e della sovranità popolare, vedi le stragi di stato di Portella delle Ginestre nel 1947, le bombe neofasciste a fine anni ’60 e ’70, più recentemente la stagione stragista “mafiosa” del biennio 1992-93. Rendere “invisibili” le questioni militari permette altresì i giochi di prestigio nei bilanci dello Stato, consentendo ad esempio, di trasferire sull’istruzione e l’università le spese necessarie alla ricerca e alla produzione di sofisticati sistemi d’arma come le nuove generazioni di satelliti spia. Cosa accadrebbe nelle piazze se si sapesse che si tagliano oggi decine di migliaia di insegnanti e si chiudono plessi scolastici nei piccoli centri di montagna per finanziare le guerre stellari del terzo millennio?

Altra ambiguità, in Italia nelle basi di Aviano e Ghedi sono presenti testate atomiche, le conferme arrivano da varie fonti Usa eppure la Casta ha sempre smentito. Perché i nostri politici hanno tutta questa paura nello svelare questo segreto di pulcinella?
Perché probabilmente dovrebbero riconoscere che da Washington un potere invisibile può scatenare dal nostro Paese l’olocausto nucleare senza che nessuno di noi possa fare alcunché per impedirlo. Perché dovrebbero ammettere che quotidianamente rischiamo di saltare in aria per un piccolo incidente alle testate e che non esistono strumenti che controllino il livello di dispersione radioattivo nell’ambiente. Perché demonizzare il nucleare militare avrebbe effetti negativi sul rilancio d’immagine del nucleare “civile”, favola-business delle holding pubbliche e private “made in Italy”.

Che consiglio si sente di dare a quei giovani che stanno muovendo i primi passi nel mondo del giornalismo, specie in un momento di crisi per il settore come questo?
Di esistere, resistere, resistere. Ma soprattutto di lottare aspramente a fianco dei nuovi soggetti sociali contro il pensiero e il modello economico neoliberista, padre della precarizzazione selvaggia in campo occupazionale, mass media in testa, e della iper-concentrazione delle ricchezze e dei beni materiali nelle mani di quei pochi che controllano l’informazione a livello planetario. Senza una reale trasformazione dell’assetto sociale ed economico mondiale non ci sarà libertà di pensiero e di stampa e spariranno tutti i diritti.

Sta lavorando a qualche nuovo libro-inchiesta? Quando potremo leggerlo?
Il libro sugli interessi criminali transnazionali nella realizzazione del Ponte vuole essere uno strumento per rafforzare la campagna di mobilitazione del “No”. Per questo tento di moltiplicare dove possibile gli appuntamenti di discussione e presentazione del volume. Nel cassetto c’è sempre un antico sogno, quello di sistematizzare l’ampia documentazione raccolta sul binomio mafia-militarizzazione del territorio, cioè come la presenza e lo sviluppo delle basi Usa e Nato sia stato funzionale all’accumulazione criminale e al rafforzamento del blocco di potere politico-mafioso in Sicilia e in altre aree del Paese. Mi chiedo però con disincanto chi potrà mai avere interesse a sostenere un progetto simile, considerato che dietro l’affaire militare si muovono i vecchi e nuovi potenti dell’editoria locale e nazionale…

Intervista pubblicata da Agenzia Stampa Italiail 12 novembre 2010

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