I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

domenica 29 dicembre 2013

Sicilia Armata

Ieri la base dei missili, oggi quella degli ae­rei-robot. Ma il destino della Sicilia dev’essere sempre quello di mi­nacciare il Mediterra­neo, ed essere minac­ciata?
 
Tre orribili antenne d’acciaio puntate contro l’orizzonte per teleguidare killer robot. Aerei più o meno invisibili per stragi e omicidi destinati a restare impuniti e invisibili. Bombe, granate, missili, mine e testate all’uranio impoverito per disseminare nel pianeta semi di morte e distruzione. Fregate ed elicotteri lanciamissili che negano il salvataggio ai naufraghi  in nome della nuova crociata contro le migrazioni. Navi da sbarco e portaerei trasformate in carceri d’alto mare, pattugliatori dove stipare i rifugiati da riconsegnare alle polizie delle efferate dittature africane e mediorientali.  Comandi, centri di controllo, stazioni di telecomunicazione satellitare, radar, videoterminali, piste per il decollo, depositi e arsenali, qua e là, tra i boschi e le riserve, alle porte di un capoluogo, nelle isole minori. Ovunque e contro chiunque: unità aereonavali di Mosca e Pechino, alqaidisti e terroristi arabi, pirati somali, migranti sub sahariani, richiedenti asilo eritrei e siriani, combattenti islamici di Mali, Nigeria, nord Africa, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Yemen.
Trent’anni fa il timore, fondato, di lasciare in eredità ai propri figli un’Isola trafitta dal via via di camion trasportatori e lanciatori dei micidiali missili Cruise, immenso pagliaio nucleare per sacrificare il mondo all’altare della follia dei signori Stranamore. Oggi la Sicilia è portaerei tricolore, USA, NATO ed extra-NATO per ripudiare la Pace e riaffermare la Guerra come strumento unico di risoluzione delle controversie in Africa, Asia ed Est Europa, frontiera avanzata per saccheggiare risorse e beni comuni e perpetuare le ingiustizie. Le ricchezze in mano a pochi sempre più pochi, la condanna alla miseria e alle privazioni per miliardi di esseri umani.
La Sicilia muro invalicabile per dividere irrimediabilmente in futuro il Mediterraneo, l’Europa fortezza dell’egoismo e dell’intolleranza a Nord, il continente nero dei diritti negati e delle libertà violate a Sud. Lager galleggiante nel Mare Mostrum dove detenere gli scampati ai cataclismi e agli ecocidi; Lampedusa e Pantelleria come Alcatraz; vecchie caserme, alberghi e campi sportivi da Trapani alla città dello Stretto e Capo Passero trasformati in CIE, CARA e centri di prima e unica accoglienza per coloro a cui bisogna impedire di raccontare, costi quel che costi, i crimini della globalizzazione neoliberista e del capitale finanziario.  
Da Sigonella capitale mondiale dei droni al MUOStro della Sughereta di Niscemi per rendere ancora più disumanizzati e disumanizzanti i conflitti del XXI secolo; dalla baia di Augusta dove si alimentano i sottomarini atomici e Trapani-Birgi scalo di bombardieri e velivoli-spia ai cento terminali radar anti-migranti disseminati nelle spiagge e nelle coste, il processo di militarizzazione della Sicilia appare inarrestabile. Gli spazi di democrazia ed agibilità politica sono annullati, i diritti sospesi e chi si oppone ai deliri dell’élite di governo e della borghesia mafiosa è vittima di arbitri e illegalità infiniti. L’ignavia dei padri consegna un’orribile eredità ai propri figli. A vent’anni sognavamo la Sicilia Ponte di Pace. Oggi che ne abbiamo più di cinquanta sentiamo di vivere sospesi, tra il Limbo e l’Inferno. Di muoverci sempre più in una terra inaridita dall’odio, dal razzismo e dalle armi. Eppure sentiamo ancora il calore e la forza di quei giovani che per mesi hanno impedito con i corpi che il MUOStro divorasse le ultime querce plurisecolari di Niscemi. E nutriamo la speranza, ancora, che quelle straordinarie presenze non si rassegneranno come i loro padri al macabro destino segnato dal Pentagono e dai pupi di pezza di Bruxelles, Roma e Palermo.
 
Articolo pubblicato in I Siciliani, n. 19, dicembre 2013

giovedì 26 dicembre 2013

Sosta in Sicilia per le micidiali armi chimiche siriane?


È sempre più probabile che sarà il porto siciliano di Augusta a ricevere entro la metà di gennaio la nave mercantile in cui saranno stipate le centinaia di tonnellate di gas nervini che l’Opac, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per la distruzione delle armi chimiche, ha sequestrato in Siria. La sosta in un porto italiano dei micidiali sistemi di distruzione di massa era stata anticipata una settimana fa a Bruxelles dalla ministra degli Esteri, Emma Bonino. “Il nostro Paese ha dato la sua disponibilità per le operazioni logistiche dell’unità che trasporterà il materiale proveniente dalla Siria, che però non toccherà il territorio italiano”, ha dichiarato la Bonino. “La decisione finale spetterà all’Opac che dovrà scegliere il porto in base al pescaggio, la capienza e la lontananza o la vicinanza dal centro abitato”. In pole position per l’attracco della nave con i gas nervini, oltre ad Augusta, i porti sardi di Santo Stefano, Oristano e Arbatax e quello pugliese di Brindisi. Sorgono tutti in prossimità di centri abitati, ma lo scalo siciliano offre il “vantaggio” di un ampio molo off limits utilizzato per le operazioni di rifornimento di sistemi d’arma, munizioni e  carburanti delle unità navali della VI Flotta USA e della NATO. Il porto di Augusta ospita inoltre un distaccamento speciale della US Navy dipendente dalla vicina stazione aeronavale di Sigonella, principale centro logistico per le operazioni statunitensi in Medio Oriente e nel continente africano.

Top secret pure la data prevista per l’arrivo in Italia del pericoloso cargo, né è chiaro quanto durerà la sosta in porto. Secondo quanto comunicato dalla ministra Bonino, le armi chimiche siriane giungeranno “probabilmente nella seconda metà di gennaio”, ma ciò “dipenderà dalle valutazioni tecniche della stessa Opac che ha confermato la disponibilità ad esporre le modalità dell’operazione al Parlamento italiano, alla ripresa delle attività a gennaio”. Secondo il cronogramma delineato lo scorso 15 novembre dal consiglio esecutivo dell’Organizzazione per la distruzione delle armi chimiche, l’arsenale di armi chimiche dovrebbe essere rimosso dalla Siria il 31 dicembre, per poi essere distrutto entro la metà del 2014. L’Opac ha previsto che i “precursori chimici” per la produzione dei gas nervini, “relativamente innocui se separati e letali solo dopo essere stati miscelati”, siano prima trasportati via terra al porto di Latakia, per essere poi caricati su due mercantili, rispettivamente di nazionalità danese (Arka Futura) e norvegese (Taiko), oggi fermi in acque cipriote. Si tratterebbe complessivamente di 500 tonnellate di armi chimiche (ma si parla pure di un migliaio): 155 tonnellate saranno trasferite dal cargo danese in un porto britannico e da lì, fino ad un impianto di incenerimento; 345 tonnellate saranno invece trasportate in Italia dal mercantile “Taiko”. Sempre nel porto italiano avverrà il trasbordo del carico sull’unità militare statunitense “Cape Ray” (proveniente dalla Virginia) che, in acque internazionali, dovrà “neutralizzare” le molecole tossiche in circa 80 giorni grazie a un particolare sistema di idrolisi all’interno di un reattore chimico di titanio messo a disposizione dall’esercito USA. Al termine del trattamento, le scorie con “basso livello di tossicità” saranno consegnate a società private specializzate nell’eliminazione dei prodotti chimici, anche se l’Opac non ha conseguito ancora le risorse finanziarie sufficienti a completare lo smaltimento.

I mercantili saranno scortati nella loro rotta per il Mediterraneo da un imponente schieramento militare. Nel porto siriano di Latakia sono giunte la fregata norvegese “Helge Ingstadt” con a bordo un team di incursori, la fregata danese “Esbern Snare” e un’unità da guerra britannica. Il Pentagono ha fatto sapere che mobiliterà la propria flotta nel Mediterraneo, più un centinaio di dipendenti civili del Dipartimento della difesa che assisteranno al procedimento di distruzione delle armi e dei precursori chimici. Dopo il meeting di Mosca del 24 dicembre a cui hanno partecipato alti ufficiali delle forze armate di Russia, Cina e Stati Uniti e i rappresentanti dell’Opac, il Cremlino ha comunicato che alla scorta delle navi cargo parteciperanno pure alcune unità da guerra russe, come l’incrociatore lanciamissili “Petr Velikiy”, il cacciatorpediniere “Smetlivy” e le navi da sbarco “Yamal”, “Pobeditel” e “Aleksandr Shabalin”. Le Nazioni Unite avevano già incaricato le forze armate russe a trasportare le armi chimiche dai siti di produzione e stoccaggio siriani sino a Latakia, utilizzando 75 veicoli militari di cui 25 corrazzati.

Per la pericolosità delle operazioni di trasferimento delle armi chimiche, tutti i paesi che in un primo momento avevano dato la propria disponibilità ad ospitarle sino alla distruzione finale (Albania, Croazia, Danimarca, Germania e Norvegia), si sono poi ritirate. Da Bruxelles, il premier Pieter De Crem nell’offrire la disponibilità belga a “neutralizzare” i gas nervini, ha invitato però i partner internazionali a operare “vicino alla Siria” dal momento che “solo il trasporto di queste armi é già una missione difficile”. Secondo alcuni esperti, l’allestimento di un apparato galleggiante per lo smaltimento dei composti chimici comporterà costi elevatissimi e non ridurrà il rischio di danni ambientali in caso di incidenti. Di contro, l’Opac sostiene che la soluzione adottata è “tecnicamente possibile” e che può “essere sicura se fatta in maniera appropriata”. Secondo i tecnici norvegesi che parteciperanno al trasbordo delle armi chimiche in Italia, il rischio maggiore verrà quando saranno aperti i container e i fusti con i composti chimici a bordo dell’unità militare “Cape Ray” in mezzo al Mediterraneo.
Ma pure il trasbordo dal cargo norvegese “Taiko” alla “Cape Ray” in un porto italiano è un’operazione di per sé molto rischiosa, non fosse altro per la tipologia (e la quantità) delle armi chimiche presenti nei container. Secondo le Nazioni Unite, negli arsenali siriani sono stati trovati principalmente i gas Sarin, iprite e VX. Si tratta di agenti chimici che pure in dosi minime possono causare la morte. Il Sarin o GB è un gas nervino della famiglia degli organofosfati; a temperatura ambiente è un liquido di aspetto incolore ed inodore, estremamente volatile e porta alla paralisi del sistema nervoso se inalato per via respiratoria. L’iprite è un altro micidiale gas impiegato per fini bellici. Noto anche come gas mostarda per il suo particolare odore, l’iprite è liposolubile e penetra in profondità nella cute causando devastanti piaghe. A secondo delle concentrazioni del gas, esso può causare la morte in meno di dieci minuti o in qualche ora, con un’agonia dolorosa. Il gas nervino VX può essere utilizzato come arma chimica in forma liquida pura, in miscela con agenti di ispessimento e sotto forma di aerosol. L’esposizione può avvenire per inalazione, ingestione e contatto con la pelle o con gli occhi, causando in pochi minuti la paralisi dei muscoli del corpo, compreso il diaframma con conseguente morte per asfissia.

sabato 14 dicembre 2013

Falchi italiani per la guerra in Congo


Shopping ONU in Italia per le operazioni di guerra nel continente africano. Due aerei senza pilota “Falco”, prodotti dall’azienda Selex ES (Finmeccanica), sono stati acquistati dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per essere impiegati con la Missione militare nella Repubblica Democratica del Congo (MONUSCO). I droni-spia sorvolano dal 3 dicembre scorso la regione orientale del North Kivu, al confine con il Ruanda, per “monitorare” i movimenti dei gruppi armati antigovernativi e gli spostamenti delle popolazioni civili. I velivoli sono giunti nella base delle forze armate congolesi di Goma il 15 novembre 2013, a bordo di un C-130J “Hercules” dell’Aeronautica militare italiana. Il contratto di acquisto di cinque velivoli senza pilota “Falco” (valore complessivo 50 milioni di euro) era stato sottoscritto con Selex ES dal Dipartimento delle Operazioni di Peacekeeping dell’ONU a fine luglio. La consegna dei tre droni rimanenti è prevista entro il febbraio 2014.

Il “Falco” è un aereo a pilotaggio remoto in grado di volare a medie altitudini; ha un raggio di azione di 250 km, un’autonomia superiore alle 12 ore di volo e può trasportare carichi differenti tra cui sensori radar ad alta risoluzione che consentono di individuare, di giorno e di notte, obiettivi in tempo reale e a notevole distanza. Prodotto nello stabilimento di Selex ES di Ronchi dei Legionari (Gorizia), il drone è stato sperimentato la prima volta nel 2004 nel poligono sardo di Salto di Quirra.

 “Useremo queste macchine disarmate e senza equipaggio nella convinzione del loro forte effetto deterrente”, ha dichiarato Hervé Ladsous, responsabile ONU per le operazioni di peacekeeping. Quella in Repubblica Democratica del Congo è la prima missione militare in cui l’ONU utilizza dei droni. Un paio di anni fa il Consiglio di Sicurezza aveva richiesto l’autorizzazione a impiegare velivoli-spia senza pilota nella martoriata regione africana, ma Ruanda e Uganda,in particolare, si erano duramente opposti. “Abbiamo bisogno di avere un quadro più preciso di quanto sta succedendo nella Repubblica Democratica del Congo e se l’uso dei droni avrà successo, potrebbero essere utilizzati anche in altre missioni di pace dell’Onu”, ha aggiunto Hervé Ladsous. Secondo il sito d’informazione Analisi Difesa, il Mali e la Repubblica Centroafricana potrebbero essere i prossimi paesi destinati a ospitare i velivoli senza pilota ONU, “per sorvegliare ampi spazi con contingenti militari di dimensioni limitate”. In pole position per la fornitura di sistemi d’arma telecomandati c’è ancora Selex ES. Dopo aver venduto i “Falco” al Pakistan, nel settembre 2013 l’azienda del gruppo Finmeccanica ha annunciato di aver sottoscritto un contratto di 40 milioni di euro per la consegna di alcuni droni-spia a un paese mediorientale rimasto segreto. In passato, Selex ES aveva avviato trattative di vendita dei “Falco” con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, oltre che con le forze armate di Algeria e Malesia.

La missione MONUSCO in Congo è la più grande operazione ONU in atto. Vi partecipano oltre 20.000 uomini provenienti da diversi paesi africani, compresi i 3.000 militari della Force Intervention Brigade (FIB) creata il 28 marzo 2013 con la risoluzione n. 2098 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che ha prorogato il mandato dei caschi blu fino al 31 marzo 2014. Come dichiarato dal portavoce delle Nazioni Unite, sia i droni made in Italy che la nuova brigata di pronto intervento “rappresentano i nuovi strumenti messi a disposizione dall’ONU per sostenere il rinnovato sforzo politico” nel paese africano. La Force Intervention Brigade è composta da tre battaglioni di fanteria, una batteria di mezzi d’artiglieria e una compagnia di “forze speciali” forniti da Sudafrica, Tanzania e Malawi. “Scopo della brigata è quello di contribuire a ridurre la minaccia posta in essere dai gruppi armati contro le autorità statali e la sicurezza dei civili e rafforzare le attività di stabilizzazione nella regione orientale della Repubblica Democratica del Congo”, spiegano alle Nazioni Unite. Nelle dichiarazioni ufficiali del Palazzo di Vetro si manifesta altresì la necessità che la nuova task force non limiti il suo intervento alla mera interposizione tra le parti in conflitto, ma operi pure attivamente nella “neutralizzazione dei gruppi armati”, autonomamente o congiuntamente con le forze armate congolesi. Una brigata combattente dunque, che per individuare i target da colpire e “neutralizzare” può contare da oggi sui droni di Selex ES.

In stretto contatto con i militari di MONUSCO e della Force Intervention Brigade opera pure la missione EUPOL RD Congo istituita dall’Unione europea per sovrintendere alla “formazione” e all’addestramento delle forze di polizia locali. Alla missione, che durerà perlomeno sino alla fine del settembre 2014, partecipano una quarantina di agenti di polizia specializzati provenienti da sette paesi europei Ue, con base a Kinshasa e Goma.

Il Congo è lacerato da uno dei conflitti più sanguinosi di tutto il continente africano. Fomentato dai governi occidentali e dalle maggiori transnazionali che puntano ad assicurarsi il controllo delle importanti risorse strategiche presenti, vede protagonisti una decina di gruppi ribelli, armati e sostenuti dai governi degli Stati confinanti con la Repubblica Democratica del Congo. Tra la maggiori organizzazioni anti-governative spiccano l’M23 (March 23 Movement), sostenuto apertamente dall’esercito del Ruanda; le Democratic Forces for the Liberation of Rwanda (FDLR), organizzate da estremisti Hutu che nel 1994 presero parte al genocidio in Ruanda e che poi si rifugiarono in Congo; le Allied Democratic Forces and the National Army for the Liberation of Uganda (ADF-NALU); il Mai Mai Kata Katanga. Tre mesi fa circa, le milizie dell’M23 riuscirono a sferrare un attacco contro un accampamento militare della missione MONUSCO a Kibati, località dove ha pure sede il comando della neo costituita Force Intervention Brigade a guida ONU. Le Nazioni Unite e le forze armate congolesi hanno risposto lanciando contro l’M23 una massiccia offensiva che a fine novembre ha prodotto la “disfatta” delle milizie ribelli. Il 12 dicembre, i leader del Movimento hanno firmato un “accordo di pace” con il governo della Repubblica Democratica del Congo a Nairobi (Kenya), impegnandosi a rinunciare alla lotta armata e a trasformarsi in forza politica.
Secondo fonti ufficiali ONU, il conflitto militare in Congo ha già prodotto 2,6 milioni di sfollati e più di mezzo milioni di rifugiati. Tra i 3,5 e i 5 milioni le persone che avrebbero perduto la vita a seguito dei combattimenti, mentre 6,4 milioni di congolesi necessitano urgentemente di cibo e assistenza sanitaria per non morire nei prossimi mesi. Degli aiuti umanitari promessi dal Palazzo di Vetro, sino ad oggi neanche l’ombra. In compenso arrivano ad alimentare la guerra i droni di Selex ES, a 10 milioni di euro cadauno.

martedì 10 dicembre 2013

Guerra ai Migranti e alle Migrazioni

L'hanno ipocritamente definita operazione militare e umanitaria. L'aspetto militare è facile capirlo proprio dall'elenco delle armi: cacciabombardieri, elicotteri da combattimento, navi da sbarco, fregate, sommergibili. fra le attrezzature "...navi da oltre 3 mila tonnellate, pesantemente armate, con poco spazio a bordo per ospitare naufraghi e molto onerose", adatte ad azioni militari più complesse, "da concordare magari con il governo libico". L'aspetto umanitario "...è affidato alla tecnologia, uno dei droni-spia già utilizzati dall'Italia nelle guerre in Iraq, Libia e Afghanistan. L'aereo senza pilota, telecomandato, secondo il ministero della Difesa, "svolge attività di sorveglianza aerea con il duplice fine di salvare vite umane e identificare le navi madri, utilizzate dagli scafisti".   
 
Un’azione di guerra dove nulla è stato lasciato al caso. Dal nome, Operazione Mare Nostrum, a indicare la piena sovranità su uno specchio d’acqua frontiera Nord-Sud, muro invalicabile per la moltitudine di diseredati in fuga da sanguinosi conflitti e inauditi ecocidi. Il Comando operativo, poi, assegnato al Capo di Stato Maggiore della Marina militare. E i mezzi aeronavali impiegati: cacciabombardieri, elicotteri da combattimento, navi da sbarco, fregate, sommergibili e, a bordo, i reparti d’élite delle forze armate. L’Italia torna a fare la guerra alle migrazioni e ai migranti nel Mediterraneo, sfruttando strumentalmente la tragedia accaduta a poche miglia da Lampedusa il 3 ottobre 2013. Allora morirono 364 tra donne, uomini e bambini senza che l’imponente dispositivo aeronavale nazionale, Ue, NATO e extra-NATO che presidia ogni specchio di mare, facesse alcunché per soccorrere i naufraghi.
Un’operazione militare e umanitaria, l’hanno ipocritamente definita il Governo e lo Stato Maggiore della Difesa, rispolverando l’espressione utilizzata per giustificare gli interventi di guerra in Bosnia, Kosovo, Iraq, Afghanistan, Libia e Corno d’Africa ed aggirare la Costituzione e il senso comune. “Si prevede il rafforzamento del dispositivo italiano di sorveglianza e soccorso in alto mare già presente, finalizzato ad incrementare il livello di sicurezza della vita umana ed il controllo dei flussi migratori”, recita il contorto comunicato ufficiale della Presidenza del Consiglio, mettendo insieme improbabili intenti solidaristici e le immancabili logiche sicuritarie e repressive.
Vaghi i compiti e le funzioni attribuiti alle forze armate; volutamente inesistenti le regole d’ingaggio, ma dettagliatissimo l’elenco dei dispositivi di morte impiegati per rendere off limits il Mediterraneo. All’operazione Mare Mostrum sono presenti quasi tutte le più sofisticate produzioni del complesso militare-industriale del sistema Italia. Sul fronte anti-migranti esordisce la nave d’assalto anfibio LPD di 133 metri di lunghezza “San Marco”, che, come ha spiegato il ministro della Difesa Mario Mauro, ha la “capacità di esercitare il comando e controllo in mare dell’intero dispositivo, con elicotteri a lungo raggio, capacità ospedaliera, spazi ampi di ricovero per i naufraghi e un bacino allargabile per operare con i gommoni di soccorso in alto mare”. Poi due fregate lanciamissili classe “Maestrale”, ciascuna con 225 uomini e un elicottero imbarcato; un’unità da trasporto costiero, classe “Gorgona” per il supporto logistico; due pattugliatori d’altura classe “Comandanti/Costellazioni”; due corvette della classe “Minerva”.
Più articolati i mezzi aerei: due elicotteri EH.101 della Marina militare dotati di strumenti ottici ad infrarossi e radar di ricerca di superficie, da imbarcare sulla “San Marco” o schierare negli scali di Lampedusa e Pantelleria; quattro elicotteri AB 212 AS, ancora della Marina, giunti a Lampedusa dopo essere stati oggetto di inutili operazioni di bonifica anti-amianto negli stabilimenti di Grottaglie (Ta) e Catania; un aereo Piaggio P-180 con visori notturni, impiegabile anch’esso dall’aeroporto di Lampedusa; un bimotore Breguet 1150 “Atlantic” del 41° Stormo dell’Aeronautica militare di Sigonella, con equipaggi misti Aeronautica-Marina, per il pattugliamento marittimo delle aree interessate; due elicotteri HH-3F e HH-139 SAR (Search and Rescue) del 15° Stormo dell’Aeronautica di Cervia (Ra), gli unici mezzi con evidenti funzioni di ricerca e soccorso in mare in caso d’incidenti. Tra personale imbarcato e di supporto a terra, la nuova crociata anti-migranti conta su 1.500 militari, tra cui spiccano in particolare quelli di pronto intervento della Brigata “San Marco”, indicata dai Comandi della Marina come “uno strumento efficacissimo, capace di rischierarsi rapidamente e di operare in qualsiasi parte del mondo con particolare riguardo alle attività d’interdizione marittima, all’antipirateria e alla difesa delle installazioni sensibili”.
Per l’Operazione Mare Nostrum sono utilizzate anche le Reti radar della Guardia Costiera e della Guardia di finanza, le Stazioni dell’Automatic Identification System della Marina militare e, per la prima volta nella storia per operazioni di vigilanza delle frontiere, finanche un velivolo senza pilota “Reaper MQ 9” del 32° Stormo dell’Aeronautica militare di Amendola (Fg). Quest’ultimo non è altro che uno dei droni-spia già utilizzati dall’Italia nelle guerre in Iraq, Libia e Afghanistan (solo in quest’ultimo conflitto il Reaper ha già totalizzato dal 2007 ad oggi 1.300 sortite a favore delle forze NATO, contro più di 6.000 obiettivi). Il velivolo teleguidato può volare fino ad 8.000 metri di quota per oltre 20 ore consecutive, consentendo di realizzare riprese elettro-ottiche, all’infrarosso e radar. Secondo il Ministero della Difesa, il drone impiegato in Mare Nostrum “svolge attività di sorveglianza aerea con il duplice fine di salvare vite umane in pericolo e identificare le navi madri, utilizzate dagli scafisti”.
“Anche se la missione annunciata è stata definita umanitaria e di soccorso, desta qualche sospetto la composizione dello strumento aeronavale navale messo in campo”, ha rilevato Il Sole 24 Ore. In particolare, il quotidiano di Confindustria pone l’accento sulle caratteristiche delle unità navali da sbarco e delle fregate lanciamissili, scarsamente utilizzabili in interventi di soccorso in caso di naufragi. “Si tratta di navi da oltre 3 mila tonnellate, pesantemente armate, con poco spazio a bordo per ospitare naufraghi e molto onerose”, aggiunge Il Sole 24 Ore, rilevando invece come queste unità consentano azioni militari più complesse, “da coordinare magari con il governo libico”. Anche lo schieramento dei droni e della “San Marco” risponderebbe all’intento strategico di contribuire al dispositivo di “contenimento” libico delle imbarcazioni di migranti. “Grazie alla loro autonomia di volo i droni possono sorvegliare costantemente i porti di partenza dei barconi consentendo alle navi militari di raggiungerli appena al di fuori delle acque libiche”, spiega ancora Il Sole 24 Ore. “La nave “San Marco” ospita anche mezzi da sbarco e fucilieri di Marina: mezzi e truppe idonei a riaccompagnare in sicurezza sulle coste libiche immigrati recuperati in mare sotto la scorta deterrente delle fregate lanciamissili”.
Ancora più esplicita l’analisi dell’ex capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica militare Leonardo Tricarico, neopresidente della Fondazione ICSA (ha sostituito il sen. Marco Minniti del Pd dopo la sua nomina a sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri e autorità delegata alla sicurezza della Repubblica). “Sul piano tecnico-operativo bisognerebbe puntare su un robusto passo diplomatico con i Paesi rivieraschi per far sì che i droni, anziché essere impiegati in una ricerca senza mèta in mare aperto (non sono mezzi di sorveglianza d’area), vengano utilizzati per il pattugliamento delle coste libiche, per individuare in maniera precoce le attività preparatorie all’imbarco e fermarle per tempo”, scrive il gen. Tricarico. “In fin dei conti con la Libia vi sono già attività di cooperazione avviate, è operante un contratto per il controllo della frontiera sud, è stato formalmente accettato un piano italiano di controllo delle frontiere terrestri e marittime, stiamo addestrando da molti mesi le loro forze di sicurezza”. La rivista specializzata Analisi Difesa, vicina agli ambienti più conservatori delle forze armate, ha fatto esplicito riferimento alla recentissima stipula di accordi tra le forze armate italiane e il premier Alì Zeidan per rafforzare la presenza di polizia nelle città costiere della Libia e “impedire nuove partenze” di migranti. “L’obiettivo di riportare in Libia i barconi, bloccandoli appena lasciano le coste nordafricane – scrive Analisi Difesa - giustificherebbe la presenza di navi da guerra come le “Maestrale” (utili a esprimere deterrenza contro le milizie libiche armate fino ai denti) e la “San Marco”.
Legittimo dunque il sospetto di alcuni giuristi e delle associazioni antirazziste e di difesa dei diritti umani secondo cui con “Mare Nostrum” si potrebbero ripetere ed ampliare le deportazioni di migranti e richiedenti asilo che furono eseguite qualche anno addietro dai Paesi NATO in accordo con le autorità governative libiche. In verità, dopo il varo del governo Letta dell’operazione militare-umanitaria, lo stesso ministro Angelino Alfano ha ammesso che i migranti fermati in mare dalle unità della Marina e dell’Aeronautica potrebbero essere “sbarcati” in alcuni porti sicuri della sponda sud del Mediterraneo. “Ci sono le regole del diritto internazionale della navigazione e non è detto che se interviene una nave italiana porti i migranti in un porto italiano”, ha precisato il ministro dell’Interno. Come sottolineato dal prof. Fulvio Vassallo Paleologo, componente del Consiglio direttivo dell’ASGI (Associazione studi giuridici sull’immigrazione), con gli auspicati “sbarchi” di migranti in porti “sicuri” non italiani, “c’è il rischio fondato che si ripetano i respingimenti verso i paesi che non garantiscono la tutela dei diritti umani, come è accaduto nel 2009, quando la Guardia di Finanza italiana riportò in Libia decine di migranti”. Una pratica per la quale l’Italia è stata condannata, nel 2012, dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
Ulteriori perplessità dal punto di vista giuridico sorgono poi dalla decisione del governo italiano di assegnare a bordo delle unità della Marina militare alcuni funzionare del Dipartimento di Pubblica Sicurezza – Direzione Centrale dell’Immigrazione e della Polizia delle Frontiere per eseguire in alto mare le identificazioni e i foto segnalamenti dei migranti “soccorsi”. “L’attività di prima identificazione compiuta subito dopo il salvataggio non sembra che si tratti di formalità che si possa adempiere a bordo di una nave in acque internazionali, quando forse sarebbe auspicabile il più rapido sbarco a terra”, evidenzia il prof. Vassallo Paleologo. “Ancora più grave sarebbe se a bordo delle unità impegnate nell’operazione Mare Nostrum si svolgessero veri e propri interrogatori, senza alcuna garanzia procedurale, magari alla caccia di qualche nave madre, mentre potrebbero esserci altri barconi in procinto di affondare. Sui naufraghi reduci da un salvataggio traumatico non si possono esercitare quelle attività di polizia che si dovrebbero compiere negli uffici di frontiera con le garanzie procedurali previste dalla legge, con l’intervento di mediatori culturali e non solo di interpreti, con una corretta informazione sulle leggi applicate, in modo da salvaguardare il diritto di chiedere asilo ed i diritti di difesa”.
Le modalità d’impiego del personale di pubblica sicurezza a bordo delle unità navali da guerra è stato stigmatizzato dal sindacato di polizia COISP. “Tredici poliziotti sono stati impegnati dal Dipartimento della P.S. e si occupano di effettuare operazioni di foto-segnalamento di centinaia di migranti”, denuncia il COISP. “Sono stati imbarcati sulle navi della Marina Militare senza che venisse fornito loro alcun tipo d’informazione sul trattamento di missione, alloggiati in ambienti un tempo riservati al personale di leva, in condizioni inaccettabili e inimmaginabili”. Il sindacato ha poi rilevato un’“inammissibile disparità” del trattamento economico riservato al personale delle forze armate e a quello di PS. “Agli agenti della polizia di stato vengono erogati una manciata di euro per una missione ordinaria, mentre al personale della Marina viene riconosciuta una indennità giornaliera feriale di 60 euro e di 100 euro per i giorni festivi”. Tra emolumenti e indennità per il personale e costi operativi dei mezzi aeronavali, l’intervento militare-umanitario assorbirà una spesa tra i 10 e i 12 milioni di euro al mese. Il governo non ha previsto stanziamenti aggiuntivi sul capitolo “difesa” ed è presumibile che il denaro per alimentare la macchina da guerra anti-migranti sarà prelevato dal fondo straordinario di 190 milioni di euro messo a disposizione per far fronte alla nuova emergenza immigrazione. Come dire che da qui alla fine del 2013, gasolio e pattugliamenti aeronavali bruceranno il 20% di quanto è stato destinato per tutto l’anno a favore del soccorso e dell’accoglienza dei migranti. L’ennesima vergogna in un Paese sempre meno libero, democratico ed ospitale.
 
Articolo pubblicato in Casablanca, n. 32, ottobre-dicembre 2013

sabato 7 dicembre 2013

Test a Trapani Birgi dei nuovi droni squalo


La Sicilia poligono sperimentale dei velivoli senza pilota destinati ai futuri scacchieri di guerra. Le società Piaggio Aereo Industries e Selex Es riferiscono di aver utilizzato a novembre la base del 37° Stormo dell’Aeronautica militare di Trapani Birgi per i test di volo del dimostratore P.1HH DEMO, il nuovo aereo a pilotaggio remoto realizzato nell’ambito del programma denominato “HammerHead” (Squalo Martello). Il drone è decollato da Birgi per la prima volta il 14 novembre sorvolando sul Mediterraneo per circa 12 minuti alla quota di 2.000 piedi e a una velocità di 170 nodi. Le operazioni sperimentali sono state condotte da un team congiunto Piaggio - Selex con il supporto del personale militare dello scalo siciliano. Nella sua breve attività aerea, il dimostratore è stato scortato da due caccia-addestratori MB.339 dell’Aeronautica militare. Ai test sperimentali hanno contribuito pure la Marina militare e l’Esercito. Un mese prima, infatti, il drone era stato trasferito in Sicilia a bordo della nave da sbarco “San Marco” dopo un ciclo di prove effettuato sulle piste dell’aeroporto di Decimomannu (Sardegna). Il velivolo fu imbragato nel porto di Cagliari da un elicottero CH-47 dell’Esercito italiano e successivamente posizionato sul ponte di volo della “San Marco” diretta a Trapani.

Questo genere di programmi ad elevato contenuto tecnologico determina significative ricadute sull’acquisizione di competenze dell’industria italiana”, ha spiegato l’ufficio stampa del ministero della Difesa. “L’adozione e l’integrazione di tecnologie all’avanguardia a livello mondiale consentiranno un sensibile sviluppo  della capacità di controllo d’area, rendendo possibile la monitorizzazione simultanea ed in tempo reale di un’area di centinaia di Km quadrati, ampliando notevolmente le capacità operative e lo spettro dei possibili servizi fornibili dai sistemi a pilotaggio remoto”. L’Aeronautica militare guarda con particolare interesse allo sviluppo del velivolo prodotto da Piaggio Aereo Industries. Nel giugno 2013, il generale Claudio Debertolis, segretario generale della Difesa e direttore nazionale degli armamenti, ha dichiarato che lo “squalo martello” potrebbe essere chiamato a sostituire i velivoli senza pilota Reapers, utilizzati dalle forze aeree in Afghanistan e Pakistan e da qualche mese pure nel Canale di Sicilia nell’ambito dell’operazione anti-migranti “Mare Nostrum”. Debertolis ha aggiunto che l’Italia potrebbe ordinare una decina di questi nuovi droni e che gli stessi potrebbero essere dotati di sistemi missilistici o bombe. “I P.1HH sono abbastanza grandi da poter ospitare armi al loro interno”, ha dichiarato il generale. Da drone-spia il velivolo diverrebbe così un drone-killer, consentendo così all’Aeronautica italiana di intervenire in Africa e Medio oriente con un micidiale sistema di morte. “Siamo intenzionati a inviare una lettera d’intenti ad altri paesi partner per promuovere il velivolo”, ha aggiunto il generale Claudio Debertolis. Secondo l’amministratore delegato di Piaggio Industries, Alberto Galassi, lo “squalo martello” è pure il migliore candidato per il programma dell’Unione europea di sviluppo di un prototipo MALE (medium-altitude and long-endurance), cioè in grado di volare a medie altitudine e per lungo tempo.

Il P.1HH “HammerHead” è la versione senza pilota del bimotore P.180 prodotto dalle officine Piaggio e utilizzato in ambito civile e militare da numerosi paesi al mondo. Con un’apertura alare di 15,5 metri, il drone può raggiungere la quota di 13.700 metri e permanere in volo per più di 16 ore. La missione è gestita da una stazione di terra, collegata attraverso un centro di comunicazione in linea di vista e via satellite che consente il controllo remoto dei sistemi di navigazione dell’aeromobile. Il velivolo è stato dotato da Selex ES (gruppo Finmeccanica) di torrette elettro-ottiche, visori a raggi infrarossi e radar “Seaspray 7300”. L’azienda italiana ha pure realizzato le apparecchiature di gestione e controllo del velivolo e del segmento di terra, sulla base del sistema SkyISTAR ideato - come specifica Selex - per “svolgere missioni di pattugliamento; intelligence, sorveglianza e riconoscimento (ISR); individuare target puntuali e rispondere alle diverse minacce che spaziano dagli attacchi terroristici all’immigrazione illegale, alla protezione delle zone economiche esclusive, alle infrastrutture e siti critici”.

L’annuncio del primo volo sperimentale dello “squalo martello” da Trapani Birgi è stato fatto in occasione del Dubai Airshow 2013, la fiera internazionale del settore aereo, civile e militare, tenutasi recentemente negli Emirati Arabi Uniti. Dal 2006 Piaggio Industries è controllata in buona parte da Mubadala Aerospace, società aerospaziale della Mubadala Development Company, holding finanziaria del governo di Abu Dhabi e partner del colosso Lockheed Martin (il produttore dei controversi cacciabombardieri F-35 e del nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari MUOS della Marina militare USA) e di Alenia Aermacchi (Finmeccanica) per realizzare i 48 velivoli d’addestramento M343 acquistati dagli Emirati. A fine novembre 2013, Mubadala Aerospace ha accresciuto la sua quota in Piaggio Aereo dal 33 al 41% a seguito di un aumento di capitale di 190 milioni di euro circa. Contestualmente anche Tata Ltd., società con sede a Londra ma dipendente dal gruppo indiano Tata, ha portato al 44,5% il proprio controllo azionario di Piaggio, mentre l’investitore italiano Piero Ferrari è cresciuto dall’1 al 2%. A vendere, il fondo d’investimento HDI, passato dal 33 al 12,5%.

Negli Emirati, Piaggio Aereo ha pure avviato una partnership strategica con Adasi (Abu Dhabi Autonomous System Investments), holding finanziaria con sede ad Abu Dhabi, per sviluppare un nuovo aereo pattugliatore multiruolo per missioni di sorveglianza (Mmppaa - Multirole Patrol Aircraft). L’accordo del valore di circa 100 milioni di euro prevede la progettazione e la realizzazione di due prototipi entro la fine del 2014. Nonostante l’industria aerea sia ormai in mano quasi esclusivamente a capitali arabi e indiani, il contratto è stato inserito nell’ambito dei programmi di cooperazione militare Italia-Emirati Arabi Uniti.
Il nuovo velivolo sarà destinato a missioni di sorveglianza aerea, pattugliamento terrestre, costiero e marittimo e persino a comunicazioni d’intelligence. L’Mmppaa avrà un’autonomia di volo di 10 ore, un raggio operativo di oltre 6.100 km, una velocità di crociera di 650 km all’ora e verrà equipaggiato con un radar di ricerca e sensori elettrottici ed infrarossi.

giovedì 21 novembre 2013

“Ai siciliani è impedito sapere ciò che succede sul proprio territorio”


Intervista del Quotidiano di Sicilia al peace researcher in prima linea nei comitati No Muos. Antonio Mazzeo: “Mauro gioca a scaricabarile, Crocetta un voltagabbana”

NISCEMI (CL) – Mentre gru e operai sono all’opera in contrada Sughereta, il dibattito sulla base militare di Niscemi del Mobile User Objective System (Muos) si è rinfocolato nell’ultimo fine settimana. Al centro ci sono una dichiarazione del ministro della Difesa Mario Mauro, il pronunciamento del Tar (che rimanda al 27 marzo un’udienza in cui vaglierà tutte le istanze avverse ai lavori), e l’inchiesta di David Vine su Internazionale (in cui si parla della “flessibilità operativa” delle autorità italiane che ha permesso lo spostamento delle operazioni dell’esercito statunitense sul territorio nazionale). Niente di nuovo per Antonio Mazzeo, giornalista e ricercatore, che è in prima linea nei comitati No Muos.
“Diversi peace researcher italiani – spiega Mazzeo al QdS – hanno commentato l’inchiesta di David Vine sostenendo che è paradossale che per anni la stampa italiana abbia boicottato le denunce da loro fatte sul ruolo geopolitico delle basi Usa in Italia. È stupefacente che bisogni attendere le informazioni dagli Stati Uniti: solo da oltre oceano abbiamo appreso ciò che succede a Sigonella, con il Muos o con Global Hawk, mai dal Governo o dalla stampa italiana. Agli italiani è impedito sapere ciò che succede sul proprio territorio”.
Come si stanno muovendo i comitati No Muos dopo l’ultimo pronunciamento del Tar?

“Il Tar ha riconosciuto la legittimità di richiesta della sospensiva, pur non concedendola. Le motivazioni sono per me inaccettabili: sono legittime le richieste di Legambiente, ma i giudici non si assumono la responsabilità della sospensione dei lavori con la scusa di organizzare l’udienza a marzo. I lavori intanto continuano e i comitati No Muos stanno riflettendo se tornare a metterci i corpi e bloccarli fisicamente”.

Come giudica la manifestazione del 30 novembre?

“Non è del comitato No Muos, mi pare politicamente strumentale: è una manifestazione fatta ad hoc per dividere e per mettere in condizione i comitati di non aderire, perché chi organizza è vicino ad aree di estrema destra. Il comitato No Muos s’è caratterizzato, oltre che per l’aspetto ambientale, anche per le denunce sull’uso del Muos come strumento di guerra. L’antirazzismo e l’antifascismo sono tra le discriminanti fondamentali dei comitati, perché non si può lottare la militarizzazione senza lottare contro il razzismo. Per me è fondamentale prendere le distanze da iniziative che non sono No Muos, ma che servono solo a una legittimazione politica”.

Cosa ne pensa delle parole del ministro Mauro, che ha affermato che sul Muos “la competenza rimane delle autorità siciliane”?


“Le dichiarazioni di Mauro sono da una parte un classico scaricabarile: la scelta del Muos è politica e sono il Governo e il Parlamento che l’assumono, senza delegare il presidente della Regione. È pur vero che senza quel voltagabbana di Crocetta, con il tradimento degli impegni che aveva assunto, a quest’ora i lavori non sarebbero iniziati”.


Intanto gli attivisti del No occupano gli uffici dell’assessorato Ambiente

 PALERMO - Una cinquantina di attivisti del movimento No Muos ha occupato gli uffici dell’assessorato regionale all’Ambiente e al territorio, in via Ugo La Malfa, a Palermo. Gli attivisti hanno srotolato uno striscione dalla una finestra: “Stop alla devastazione del territorio. No Muos in assedio”
I No Muos protestano contro l’installazione delle 46 antenne Nrtf e la costruzione dell’impianto di comunicazione satellitare a Niscemi. “Il sistema economico-politico - spiegano - ha reso volutamente un’intera popolazione prigioniera dell’austerity e vittima di un sempre maggiore impoverimento”. “Le uniche grandi opere che vogliamo nei nostri territori - afferma Ivan Lupo, attivista No Muos - sono case e reddito per tutti. Diritti fondamentali di cui i governi e le amministrazioni locali di qualsiasi colore politico ci hanno privato e continuano a privarci. Si deve ripartire per un autunno denso di stravolgimenti e risultati”.

Intervista di Roberto Quartarone pubblicata in Quotidiano di Sicilia, il 16 novembre 2013, http://www.qds.it/14255-ai-siciliani-e-impedito-sapere-cio-che-succede-sul-proprio-territorio.htm

martedì 19 novembre 2013

Niscemi, la mafia e il MUOS


L’Annesso al Memorandum d’intesa Italia - Stati Uniti del 2 febbraio 2005, relativo alle installazioni concesse in uso alle forze armate USA, al capitolo XI riporta che nel caso di acquisti di beni o servizi in Italia, i Comandi militari statunitensi esaminino la possibilità di adottare «procedure simili a quelle adottate dalle forze armate italiane, comprese quelle previste dalla normativa antimafia». La contorta formulazione non obbliga purtroppo il Dipartimento della Difesa a uniformarsi alla legislazione nazionale contro l’infiltrazione criminale negli appalti e nei subappalti. Il processo di militarizzazione e la proliferazione di basi USA e NATO in Sicilia hanno contribuito così a rafforzare il potere economico e politico delle organizzazioni criminali, propostesi sin dallo Sbarco Alleato del 1943 come un partner credibile di Washington per il controllo sociale dell’Isola. La costruzione della base missilistica nucleare a Comiso o i programmi “Mega” a Sigonella per consolidare il suo ruolo strategico nel Mediterraneo hanno assicurato affari milionari alle aziende contigue a Cosa Nostra. Processi analoghi si sono sviluppati anche a Niscemi con l’insediamento della stazione di radio-telecomunicazione della Marina USA tra la fine degli anni ‘80 e i primi anni ’90 e, con evidenza maggiore, nel corso dei lavori di sbancamento e realizzazione delle piattaforme del MUOS.

Qui comanda la mafia!

Da tempi remoti la città di Niscemi è soggetta al dominio di potenti e sanguinarie organizzazioni mafiose. «Per la posizione geografica che la colloca al confine fra le province di Caltanissetta e Ragusa e per la sua notevole vicinanza alla città di Gela, Niscemi funge da idoneo crocevia di affari criminali, nel quale vengono a convergere i sodali delle varie associazioni mafiose, operanti prevalentemente nella parte meridionale della provincia nissena», rilevano i magistrati del Tribunale di Catania nell’ordinanza di custodia cautelare emessa nella primavera del 2013 contro alcuni boss locali. L’importanza della mafia niscemese nel panorama criminale dell’Isola e le sue capacità di penetrazione nel tessuto socioeconomico sono note però da oltre vent’anni. «La mafia di Niscemi è affidata ad una potente organizzazione che conta un centinaio di affiliati, con rilevanti presenze nella vita politico-amministrativa dell’ente locale», si legge nella relazione della Commissione Parlamentare Antimafia in visita nella provincia di Caltanissetta nel dicembre 1994. «Le presenze più significative - si riconoscono nella cosca di Bartolo Spatola, collegata con le organizzazioni operanti nel catanese e nella cosca di Salvatore Russo con collegamenti a Scoglitti, Gela, Milano, Bollate e Venegono Superiore, oltre che in Germania (Metzinge) e in Belgio».

I clan si sono fatti la guerra sempre e con ogni mezzo, alleati gli uni con Cosa Nostra, gli altri con la cosiddetta “stidda” sorta a Gela a seguito della fuoriuscita di alcuni esponenti dalle cosche storiche locali. Una guerra efferata per il controllo degli appalti pubblici, del traffico degli stupefacenti e delle estorsioni, pagata con un incomparabile tributo di sangue: dal 1987 al 1992 nella provincia di Caltanissetta si registrarono 235 omicidi e circa 200 tentati omicidi, 27 i morti ammazzati nella sola Niscemi. «In quegli anni la cittadina nissena era vittima di un’inaudita ferocia omicida», scrive il giornalista Sebastiano Gulisano nel volume La morte e la speranza. Niscemi, una storia siciliana, pubblicato nel dicembre 1997. «Si moriva al bar e dal barbiere, nei vicoli bui e isolati o tra la folla durante i festeggiamenti della Patrona. Una guerra che ha scandito gli anni ‘80 ed i primi del decennio ‘90, investendo anche regioni lontane dalla Sicilia come Lombardia, Emilia Romagna e Liguria». L’ecatombe non risparmiò neppure i bambini: il pomeriggio del 27 agosto 1987, durante un conflitto a fuoco tra killer di mafia, furono falcidiati mentre giocavano in strada Giuseppe Cutroneo e Rosario Montalto, rispettivamente di nove e undici anni d’età.

A fronteggiarsi al tempo c’erano le “famiglie” degli Arcerito, degli Spatola e dei Paternò (Cosa Nostra) e quelle dei Russo, dei Vacirca e dei Campione alleate degli “stiddari”. Come ricorda ancora Sebastiano Gulisano, la guerra di mafia scoppiò il 30 aprile 1983 con l’omicidio di Salvatore “Totò” Arcerito, boss legato ai vecchi capimafia del dopoguerra in provincia di Caltanissetta: don Calogero Vizzini, Giuseppe Genco Russo e Giuseppe Di Cristina. La morte del patriarca determinò una frattura all’interno della “famiglia” niscemese: il clan si divise in due tronconi che si fronteggiarono militarmente, quello rimasto fedele agli Arcerito e agli Spatola e quello che fu diretto da Giuseppe Di Modica e Giuseppe Carcica, l’uomo accusato dell’uccisione di Totò Arcerito. Caddero via via sotto il fuoco nemico alcuni personaggi “eccellenti”: Vittorio Scifo, ad esempio, noto come il “mago di Tobruk”, assassinato l’11 luglio 1983 davanti all’ingresso del suo bar nella centralissima piazza Vittorio Emanuele, o il boss Giuseppe Spatola, morto il 15 ottobre dello stesso anno in un agguato che causò il ferimento accidentale di uno studente e due ragazze di passaggio.

Dopo un’effimera tregua tra le parti, il conflitto riesplose più violento nell’estate del 1990: in meno di cinque mesi furono assassinate a Niscemi sette persone, Giuseppe Vacirca, Giuseppe Trainito, Carmelo Valenti, Gaetano Campione, Giuseppe Falcone, Roberto Bennici, e Gaetano Bartoluccio, mentre scamparono miracolosamente alla morte Giuseppe Pepi e Giuseppe Amedeo Arcerito. Per la loro efficienza militare, i killer niscemesi furono impiegati dagli “stiddari” nell’azione stragista verificatasi a Gela il 27 novembre 1990, quando furono eseguiti quattro agguati in luoghi differenti, tra cui una sala giochi del Corso Vittorio Emanuele, con la morte di otto persone e il ferimento di altre undici.

La ricomposizione dei clan, vide emergere come dominus incontrastato della “famiglia” di Niscemi fedele a Cosa Nostra il pregiudicato Giancarlo Giugno, il cui nome compare persino nell’istruttoria sui telefonini usati per la strage di Capaci del maggio 1992, quando morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani. Il suo curriculum criminis si apre con un arresto il 23 dicembre 1984 su ordine della Procura di Caltagirone per l’accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso. Il 12 gennaio 1986 Giancarlo Giugno ricevette un provvedimento di diffida dalla Questura di Caltanissetta; cinque anni più tardi fu nuovamente arrestato nell’ambito dell’operazione antimafia “Leopardo” scaturita a seguito delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, tra cui Leonardo Messina. A Giugno che all’epoca ricopriva l’incarico di consigliere comunale della Democrazia cristiana, fu contestato il reato di favoreggiamento personale perché sorpreso in compagnia del latitante Alessandro Barberi di Gela, personaggio di rilievo della mafia nissena. Il 15 aprile 1999, Giancarlo Giugno fu condannato a 8 anni di reclusione per associazione mafiosa con sentenza della Corte d’Appello di Caltanissetta. Una condanna ancora più pesante (10 anni di reclusione per costituzione, direzione e finanziamento di associazione finalizzata al traffico illecito di stupefacenti) giunse invece il 13 maggio 2004, ancora una volta dalla Corte di Caltanissetta. Al pregiudicato fu inflitto infine il soggiorno obbligato nelle Marche.

Rientrato qualche tempo dopo a Niscemi, Giugno riprese il suo ruolo guida del clan di mafia, godendo di un’illimitata libertà di movimento nella cittadina e nei comuni limitrofi. Lo si poteva incontrare quotidianamente al bar o in piazza, solo o in compagnia di noti pregiudicati o di stimati e incensurati professionisti locali. Nelle fasi più calde della protesta contro l’installazione del MUOS, il boss era lì a intimidire con la sua ingombrante presenza i giovani attivisti del Comitato No MUOS. Sono ancora in molti che lo ricordano assistere ai flash mob di controinformazione tra le vie del paese e, nel gennaio 2013, aggirarsi impunemente all’interno del presidio di contrada Ulmo da dove partivano le azioni di blocco dei mezzi impiegati nei lavori alla base militare USA. Inaspettatamente, il 16 febbraio 2013 Giancarlo Giugno è stato arrestato dalla Squadra mobile di Caltanissetta con l’accusa di essere stato tra i mandanti dell’assassinio di Roberto Bennici e del tentato omicidio di Francesco Nanfaro, due affiliati alla “stidda” raggiunti dai killer il 23 ottobre 1990. Due mesi più tardi Giugno è stato raggiunto in carcere da un altro mandato di custodia cautelare emesso su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Catania nell’ambito dell’inchiesta su un altro grave fatto di sangue accaduto durante le feste patronali dell’agosto 1991: il duplice omicidio di Paolo Nicastro e Salvatore Campione, esponenti locali della “stidda”. Dopo il provvedimento, i funzionari del Ministero della Giustizia hanno decretato il regime del carcere duro (41bis) nei confronti di Giancarlo Giugno; nel luglio 2013, la Questura di Caltanissetta ha invece ordinato il sequestro dei beni intestati. La parabola criminale del mafioso di Niscemi è forse finita a metà settembre: secondo quando trapelato sulla stampa, Giugno avrebbe avviato una collaborazione con gli inquirenti delle Procure di Catania e Caltanissetta, rivelando particolari inediti sulla lunga guerra di mafia nel triangolo Gela-Niscemi-Vittoria e sulle collusioni di politici e imprenditori locali con la criminalità organizzata.

L’infiltrazione criminale nei cantieri del MUOS

A Niscemi sono in tanti ad augurarsi che il pregiudicato apra uno squarcio sulle oscure vicende legate all’assegnazione dei subappalti per i lavori all’interno della stazione NRTF o alla fornitura di beni e servizi alle forze armate statunitense in questi ultimi vent’anni. Alle opere del MUOS, in qualità di subappaltatrice, ha partecipato ad esempio la “Calcestruzzi Piazza S.r.l.”, società sotto osservazione degli inquirenti per presunte contiguità criminali. L’azienda si è aggiudicata la movimentazione terra, la fornitura di cemento e la costruzione dei basamenti per le maxi antenne. A riferirlo per primo, il giornalista Giovanni Tizian in un articolo pubblicato il 2 novembre 2011 su l’Espresso. «La Calcestruzzi Piazza S.r.l. è riconducibile all’imprenditore Vincenzo Piazza, persona associata al boss Giancarlo Giugno», scrisse Tizian. Nel 2009 Piazza aveva però trasferito la carica di amministratore unico dell’azienda alla moglie Concetta Valenti.

Il 14 febbraio 2012, il senatore Giuseppe Lumia ha presentato un’interrogazione ai ministri della Difesa e dell’Interno, riferendo in particolare che la Direzione Distrettuale Antimafia di Caltanissetta e «altri elementi info-investigativi» avevano documentato i legami di Vincenzo Piazza con il boss Giancarlo Giugno. «Nel corso dell’indagine Atlantide-Mercurio della Procura di Caltanissetta (gennaio 2009), sono emersi contatti del Piazza con esponenti mafiosi che evidenziano ingerenze e condizionamenti di Cosa Nostra nell’appalto per i lavori di recupero, consolidamento e sistemazione a verde dell’area sottostante il Belvedere, commissionati dal Comune di Niscemi», ha evidenziato Lumia. Vincenzo Piazza fu poi denunciato con Giancarlo Giugno per associazione mafiosa nell’ambito dell’operazione Triskelion, eseguita nel febbraio 2010 dalla DDA e dal GICO della Guardia di finanza di Caltanissetta contro una “cellula” mafiosa della provincia di Enna che operava in Lombardia e Belgio.

Il 7 novembre 2011, tre mesi prima che l’azienda di Vincenzo Piazza fosse presa di mira dall’interrogazione del sen. Lumia, la Prefettura di Caltanissetta comunicò che dopo le verifiche disposte dalle normative in materia di certificazione antimafia erano «emersi elementi tali da non potere escludere la sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi della sopracitata società». Alla base del pronunciamento, i contenuti di due rapporti della Questura di Caltanissetta, rispettivamente del dicembre 2010 e dell’ottobre 2011. A seguito dell’intervento prefettizio, il 25 novembre 2011 il dirigente dell’Area servizi tecnici della Provincia regionale di Caltanissetta decretò la sospensione della “Calcestruzzi Piazza” dall’albo delle imprese per le procedure di cottimo-appalto. Venti giorni dopo anche il Capo ripartizione per gli Affari generali del Comune di Niscemi dispose l’esclusione della società dall’elenco dei fornitori e dall’albo delle imprese di fiducia. Contro i provvedimenti, la famiglia Piazza presentò ricorso al TAR. «La conoscenza o la frequentazione di Giancarlo Giugno da parte di Vincenzo Piazza non ha influenzato le scelte personali del secondo, che invece sono state di segno esattamente opposto rispetto alla vicinanza ad un comportamento mafioso», hanno scritto i legali della “Calcestruzzi”. «Non si comprende, dunque, secondo quale passaggio logico il primo avrebbe sul secondo un’influenza così profonda ed estesa, da fare ritenere probabile l’intromissione nella gestione della società, di cui peraltro il secondo non è socio né amministratore». Le dichiarazioni degli avvocati produssero comunque l’effetto di tranquillizzare il Dipartimento della Difesa, il Comando USA di Sigonella, l’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma e il Consorzio Team MUOS Niscemi: nessuno intervenne, infatti, per imporre il rispetto della legislazione antimafia e di quanto previsto in tema di fornitura di beni e servizi dall’Accordo bilaterale Italia-USA del 2005. Il 23 maggio 2013 i diplomatici di via Veneto pubblicarono invece una nota auto-assolutoria. «Gli Stati Uniti sono un grande alleato delle forze dell’ordine italiane nella lotta alla criminalità organizzata in tutto il mondo. Ci siamo assicurati che tutti gli appaltatori e sub-appaltatori coinvolti nella costruzione del MUOS avessero le appropriate certificazioni “anti-mafia” e che non fossero legati al crimine organizzato. Queste certificazioni sono state convalidate dalla Regione Sicilia prima che il Ministero della Difesa italiano ricevesse i necessari permessi per costruire».

Il 7 novembre 2012, il TAR di Palermo esaminò il ricorso contro il provvedimento della Prefettura che aveva privato della certificazione antimafia l’azienda dei Piazza. «Atteso che nell’informativa prefettizia – misura cautelare preventiva, che prescinde dagli accertamenti penali – è stata espressa una valutazione in linea con i riscontri istruttori, riferibili al contesto familiare di riferimento, agli intrecci aziendali tra gli stessi componenti il nucleo familiare, e alle frequentazioni e cointeressenze economiche con soggetti controindicati», il TAR respinse la domanda di sospensione presentata dai legali degli imprenditori.

Tra politica, affari e militarizzazione

Le illegalità all’interno dei cantieri del MUOS e l’arroganza dei potentati criminali hanno sensibilmente ridotto l’agibilità democratica nella città di Niscemi: il clima politico e sociale è tornato a farsi pesante come al tempo delle guerre di mafia, quando i boss criminali condizionavano pesantemente le istituzioni locali. Presenze talmente ingombranti da soffocare la vita amministrativa e costringere il Governo a decretare lo scioglimento del Comune di Niscemi due volte in meno di dodici anni, la prima il 18 luglio 1992, il giorno prima dell’assassinio del giudice Borsellino e della sua scorta, la seconda il 27 aprile 2004. «La situazione amministrativa risulta caratterizzata da rilevanti fenomeni di instabilità politica, determinati dalla grave situazione dell’ordine pubblico, che hanno determinato il susseguirsi di tre giunte comunali, la prima delle quali è stata presieduta dal sindaco dott. Rizzo Paolo, legato da vincoli di parentela con esponenti della criminalità locale», riportò il primo decreto di scioglimento a firma dell’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino. Uno stato di soggezione, intimidazione e connivenza degli amministratori locali registrato soprattutto nel settore degli appalti di opere pubbliche e servizi.

Dello stesso tenore le motivazioni del secondo scioglimento per infiltrazione mafiosa. «Le indagini svolte hanno palesato la capacità di influenzare l’attività del Comune di Niscemi e nonostante l’antecedente scioglimento, la permanenza di soggetti riconducibili in via diretta o indiretta ad ambienti malavitosi, che già al tempo avevano orientato le scelte dell’ente», si legge nel decreto firmato nel 2004 dal ministro Giuseppe Pisanu. «Nel quadro complessivo, caratterizzato da un atteggiamento silente ed inattivo manifestato dagli amministratori, riconducibile alla rinuncia a contrastare il pericolo di tentativi di infiltrazione, rileva la figura dell’ex sindaco di Niscemi, cui viene ricondotta la direzione ed organizzazione del sodalizio criminoso, nonché il pieno controllo dell’attività amministrativa comunale, con l’intento di privare dei poteri l’attuale sindaco». L’influente politico accusato di tenere le fila del crimine era ancora il medico Paolo Rizzo, dirigente Dc di corrente andreottiana (dal 2004 all’Udc), ma soprattutto cognato del boss Giancarlo Giugno e di Salvatore Paternò, figlio del “patriarca” Angelo Paternò, denunciato il 18 dicembre 1984 alla Procura di Caltagirone per associazione mafiosa. Matrimoni celebrati alla presenza di ospiti “eccellenti”. Come attestato in un’udienza del processo “Iblis” su mafia e politica nell’area del calatino, alle nozze di Salvatore Paternò e Renata Rizzo parteciparono nel 1983 come testimoni il rappresentante di Cosa Nostra nissena don Giuseppe “Piddu” Madonia e il futuro governatore “autonomista” della Sicilia, Raffaele Lombardo.

Come per i due cognati, anche la fedina penale di Paolo Rizzo è macchiata da pesanti procedimenti giudiziari. L’ex sindaco fu arrestato con l’accusa di associazione mafiosa nell’ottobre del 2004 nell’ambito dell’operazione Apogeo con altri quattro tra ex assessori e consiglieri comunali di Niscemi. In seguito alle indagini, il Ministero dell’Internò firmò il secondo scioglimento del Comune di Niscemi; il processo si concluse però con l’assoluzione degli imputati per un vizio procedurale: i giudici ritennero inutilizzabili le intercettazioni perché eseguite «in modo non conforme alla legge».

L’affaire Olmo S.p.A.

Paolo Rizzo guidò il Comune di Niscemi ininterrottamente dal 1985 al settembre 1991 (prima come assessore e dal giugno 1988 come sindaco), periodo in cui furono avviati in contrada Ulmo i lavori di realizzazione della stazione NRTF della Marina USA. Ma in quegli anni altri importanti incarichi nell’amministrazione comunale furono ricoperti dai congiunti di personaggi ritenuti vicini a Cosa Nostra. «L’appropriazione della cosa pubblica è più stretta ed organica», scrisse la Commissione Parlamentare Antimafia dopo la sua visita a Niscemi nel 1994. «I boss più noti della zona, nomi come Salvatore Arcerito e Angelo Paternò, con una sorta di nepotismo e grazie alla loro forte influenza sulla vita politica ed amministrativa, hanno piazzato nei posti chiave della burocrazia comunale loro parenti. I vertici dell’ufficio tecnico e della ragioneria e lo stesso ex segretario comunale ed ex sindaco avevano rapporti di parentela con personaggi legati alla mafia. Al controllo del territorio si è aggiunto, quindi, anche il controllo dell’amministrazione».

Dalla lettura degli atti catastali risulta che i terreni destinati a ospitare le antenne militari USA furono venduti nel settembre 1988 al Ministero della Difesa dall’Olmo S.p.A. di Acireale (poi trasferita a Catania), società con oggetto la trasformazione industriale di prodotti alimentari che fece però da vera e propria agenzia di compravendita immobiliare. Indicativa l’origine etimologica del nome della società per azioni. Niscemi deriva, infatti, dall’arabo nasciam che significa “olmo”. Creata il 5 ottobre 1973 con un capitale deliberato e sottoscritto di 120 milioni di vecchie lire, l’Olmo S.p.A. era amministrata dall’imprenditore Antonino Patti, originario di Belpasso. L’anno seguente alla costituzione, la società acquisì 440 ettari di terreni in buona parte boschivi, rilevandoli dal Consorzio nazionale per il credito agrario di miglioramento con sede a Roma e dalla famiglia niscemese dei Masaracchio, di antiche origini nobiliari (a vendere, nello specifico, fu Gioacchino Masaracchio). Alcune particelle furono acquistate infine dalla Società Industriale Zootecnica Agricola S.p.A. di Catania. Conclusa la vendita delle proprietà immobiliari al Ministero della Difesa, l’Olmo S.p.A. fu messa in liquidazione (liquidatore fu nominato tale Agatino Catania). La costruzione delle prime infrastrutture all’interno della base NRTF risale al 1990: i lavori furono affidati dall’US Navy alla CEAP dei Fratelli Costanzo di Catania, azienda nella titolarità di uno dei quattro cavalieri dell’Apocalisse mafiosa, come il giornalista Giuseppe Fava soleva indicare l’establishment imprenditoriale-criminale che dalla fine degli anni ’70 ai primi anni ’90 esercitò il controllo su buona parte dell’economia siciliana. Le opere comportarono una modifica della morfologia del territorio attraverso il taglio di tutte le specie vegetali, comprese le grandi querce plurisecolari della “Sughereta”. Un processo di desertificazione e annientamento dei corridoi ecologici che non incontrò ostacoli amministrativi-burocratici né fu oggetto di denunce o proteste. Non poteva essere diversamente anche perché la militarizzazione della vasta area destinata a riserva naturale si svolse sotto la “protezione” dei potentati mafiosi locali. Da allora le élite politico-criminali sono state un partner affidabile dei militari USA per esercitare il pieno dominio di un territorio convertito in avamposto di guerra e di morte. Perlomeno sino all’avvento del MUOS, quando centinaia di giovani e donne di Niscemi hanno potuto riscoprire, attraverso la lotta ai nuovi piani di egemonia globale degli Stati Uniti d’America, una propria identità comunitaria.
Articolo pubblicato in I Siciliani giovani, n. 17, ottobre-novembre 2013.