I Padrini del Ponte

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Affari di mafia sullo Stretto

giovedì 24 aprile 2014

I cento veleni della base Usa di Niscemi


Si è dovuto attendere quasi vent’anni perché le autorità regionali eseguissero le prime analisi sul livello d’inquinamento elettromagnetico prodotto dalla grande base della Marina militare Usa di contrada Ulmo a Niscemi dove sono in corso i lavori d’installazione del MUOStro per le guerre globali del XXI secolo. E verificare che anche senza il terminale terrestre del nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari, le emissioni della stazione radio NRTF hanno raggiunto livelli insostenibili per la salute della popolazione.

Nel loro studio sui pericoli delle antenne del MUOS, i ricercatori del Politecnico di Torino Massimo Zucchetti e Massimo Coraddu evidenziano come le misurazioni dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (ARPA Sicilia) abbiano provato in particolare «la presenza di un campo elettrico intenso e costante in prossimità delle abitazioni, mostrando un sicuro raggiungimento dei limiti di sicurezza per la popolazione e, anzi, un loro probabile superamento». Sempre più spesso i valori rilevati sono risultati prossimi ai limiti di attenzione stabiliti dalla normativa (6 V/m). Per Zucchetti e Coraddu la situazione reale è però, con ogni probabilità, ancora peggiore. Le emissioni della stazione di telecomunicazioni pongono, infatti, problemi di misurazione particolarmente gravosi specie per la presenza di decine di sorgenti che trasmettono simultaneamente a frequenze molto diverse tra loro e che possono facilmente produrre malfunzionamenti e risposte imprevedibili negli stessi strumenti di misura.

Non di rado i tecnici dell’ARPA si sono trovati di fronte a risultati completamente diversi e incompatibili. Nelle rilevazioni non si è poi tenuto conto che una delle caratteristiche delle trasmissioni militari è la non continuità delle emissioni e che la potenza con cui esse sono irradiate è variabile. Secondo i ricercatori del Politecnico, le procedure di misurazione sono state dunque superficiali, incomplete e inidonee e le conclusioni a cui è giunta l’Agenzia per la protezione dell’ambiente contraddittorie e irragionevoli. Valutazioni ritenute fondate dallo stesso Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio che con due note del 29 febbraio e del 2 aprile 2012 ha invitato l’ARPA e la Regione siciliana a effettuare a Niscemi ulteriori e più approfondite analisi delle emissioni «al fine di fugare qualsiasi preoccupazione sui possibili rischi per la salute legati al funzionamento dell’impianto».

«Nell’istruttoria del 2009, l’ARPA ha pure dichiarato di non essere stata in grado di portare a termine il compito affidatole, poiché le informazioni tecniche relative agli impianti già operanti risultavano secretate dall’attività militare, così come i valori di campo elettromagnetico ante e post opera del MUOS», rilevano i due ricercatori. I militari USA non hanno voluto rendere pubbliche le caratteristiche radioelettriche complete degli impianti NRTF, né la posizione esatta delle sorgenti già operanti. «Di fronte a questo insormontabile rifiuto, ARPA Sicilia non ha potuto valutare complessivamente la distribuzione, sul territorio limitrofo, dei valori di campo elettromagnetico». A ciò si aggiunge la «non conformità» alle norme legislative delle procedure seguite. «Nel caso di impianti radio-base, come quelli di Niscemi, i rilievi devono essere svolti infatti nelle condizioni più gravose possibili, ovvero con tutti i trasmettitori attivi simultaneamente alla massima potenza», spiegano i due ricercatori. «Il comandante della base NRTF di Niscemi, Terry Traweek, ha però dichiarato che le antenne non sarebbero mai attivate tutte assieme, ma solo in certe particolari combinazioni denominate A, B e C, che sono state quelle concordate con l’ARPA in occasione delle verifiche del 26 gennaio 2009».

Un procedimento anomalo, basato sulle mere dichiarazioni giurate dell’ufficiale davanti a un notaio il successivo 5 febbraio e non dalla verifica della configurazione reale degli impianti da parte dei tecnici ARPA. L’agenzia ha preso per buone anche le affermazioni del comandante USA secondo cui delle 46 antenne esistenti solo 27 sarebbero in funzione e che durante il funzionamento dell’antenna a bassa frequenza (LF) «la riduzione energetica impedisce l’uso contemporaneo delle altre 26 antenne in alta frequenza (HF)».

«Se l’ipotesi delle condizioni più gravose possibili si fosse verificata il 26 gennaio 2009, quel giorno le centraline installate in quattro abitazioni vicine alla base avrebbero dovuto registrare un’emissione più alta rispetto a quella dei giorni precedenti e successivi», spiegano Zucchetti e Coraddu. «Se osserviamo i tracciati di quella giornata troviamo invece che due centraline registrano un segnale identico a quello medio degli altri giorni, mentre altre due registrano addirittura un segnale notevolmente inferiore. Oltretutto l’analizzatore EHP-200 impiegato, ha registrato un numero e una distribuzione di sorgenti emittenti assolutamente identico e indistinguibile nelle tre configurazioni A, B e C. Infine la centralina in contrada Ulmo, la sola che ha proseguito le rilevazioni nelle alte frequenze quasi ininterrottamente dal febbraio 2011 sino a oggi, ha registrato, dalla fine d’agosto 2012, un chiaro aumento delle emissioni, ben oltre quelle rilevate nel gennaio 2009, indicando così inequivocabilmente che quelle concordate con i militari non erano affatto le più gravose condizioni possibili. Le verifiche delle emissioni si sono rivelate un inganno. I livelli dell’elettromagnetismo nella base NRTF restano tuttora ignoti e fuori dalla portata di ogni controllo civile».

L’analisi dei dati in possesso dell’ARPA mostra che i valori delle emissioni hanno oscillato tra i 5,9 e gli 0,6 V/m del periodo dicembre 2008 - marzo 2009 e tra i 4,5 e i 5,5 V/m nel periodo febbraio – settembre 2011. Le emissioni sono cresciute nei mesi successivi e i rilievi più recenti indicano superamenti sistematici della soglia di sicurezza. Nel luglio 2012 sono stati raggiunti i 5,8 V/m e dal 23 al 26 dello stesso mese i valori di campo si sono mantenuti tra 6 e 7 V/m. Tale andamento è proseguito per buona parte del bimestre settembre - ottobre 2012; poi, esse hanno raggiunto un valore in pratica continuo di 7 V/m nel corso dell’intera giornata, tra il dicembre 2012 e il gennaio 2013, con un picco di emissione che ha superato per qualche ora i 9 V/m il 19 dicembre 2012. Tra il marzo e il luglio 2013 il campo elettromagnetico è tornato su valori poco sotto i 7 V/m ma comunque frequentemente oltre i limiti previsti dalla normativa vigente.

Il danno ambientale della stazione di telecomunicazione non è causato solo dalle onde delle antenne. È stato possibile accertare, infatti, che a seguito di una serie d’incidenti, rigorosamente tenuti segreti agli amministratori e alla popolazione, sono state disperse nel suolo e nel sottosuolo grandi quantità di sostanze inquinanti. Nel 2003, l’impresa LAGECO di Catania fu chiamata dal Comando US Navy per eseguire misteriosi «lavori di bonifica ambientale del terreno contaminato a causa di un versamento di gasolio sullo stesso». L’inquinamento delle falde acquifere e di parte del territorio della riserva naturale con idrocarburi (classificati come rifiuti pericolosi e con componenti anche cancerogeni) avvenne nel marzo 2002 e fu di notevoli dimensioni. A oltre sei anni di distanza, l’8 luglio del 2008, il 41° Stormo dell’Aeronautica militare di Sigonella comunicò alla Regione siciliana, alla Provincia di Caltanissetta e al Comune di Niscemi l’avvio – su richiesta della Marina USA - di «indagini aggiuntive» per lo sversamento di gasolio del 2002 e «rimediare alla contaminazione residua rilevata con il campionamento di collaudo effettuato il 4 settembre 2007». Le analisi furono eseguite con l’utilizzo di escavatori e sonde a profondità variabile da 1 a 4 metri, nei pressi dei serbatoi di stoccaggio del gasolio e in altri punti dell’installazione NRTF e si conclusero con la redazione di un progetto suppletivo di bonifica, poi implementato dalla stessa LAGECO nel gennaio 2009. Un nuovo campionamento nella base di Niscemi fu effettuato il 5 novembre 2009 dai laboratori della Cefit S.r.l. di Avola (Sr), ma i risultati furono resi pubblici dal Comando AMI di Sigonella solo il 2 febbraio 2010. Nei diversi punti analizzati, furono riscontrati valori d’idrocarburi leggeri (>C12) inferiori a 10 mg/kg, la concentrazione limite consentita dalla legge nel suolo e nel sottosuolo. Riguardo invece agli idrocarburi pesanti (C12-C40), il campionamento rilevò valori oscillanti tra i 25,1 e i 495,5 mg/kg, ma con una prevalenza di punti dove la concentrazione era abbondantemente sopra i 200 mg/kg. Le norme ambientali prevedono due diversi parametri massimi per questi ultimi inquinanti, a secondo se essi sono individuati in siti a uso industriale e commerciale (750 mg/kg) o in aree destinate a verde pubblico o uso privato e residenziale (50 mg/kg). Se è pur vero che la stazione NRTF, a un primo esame, sembrerebbe più corrispondente a un sito industriale, la sua incidenza all’interno della riserva naturale “Sughereta” - per giunta in zona A - impone la sua classificazione come sito a verde pubblico: a Niscemi, dunque, anche la contaminazione di suolo e sottosuolo da idrocarburi pesanti ha superato notevolmente (e impunemente) i limiti di legge.

Più recentemente (primavera 2012), il quotidiano delle forze armate statunitensi Stars and Stripes, in un servizio pubblicato da Heidelberg (Germania), ha lanciato l’allarme sulla presenza nell’acqua destinata al personale delle basi di Sigonella e Niscemi di «inaccettabili livelli» di bromato, un inquinante chimico che si forma a seguito del contatto in acqua tra l’ozono e lo ione bromuro e che è classificato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come possibile cancerogeno per l’uomo. Secondo il quotidiano, a inquinare le fonti idriche delle due installazioni sarebbero stati i prodotti chimici utilizzati per la loro disinfezione. In un primo momento, il Comando di US Nave aveva respinto ogni addebito, poi però ha dovuto ammettere l’incidente impegnandosi a ridurre l’uso di disinfettanti «al minimo necessario». «L’acqua delle stazioni NAS I e NAS II a Sigonella e dell’installazione di telecomunicazioni di Niscemi è stata contaminata dal bromato e al personale militare è stato ordinato di non bere più dai rubinetti», spiegò a Stars and Stripes il portavoce del comando US Navy di Napoli, Timothy Hawkins. «La scoperta è stata fatta durante le analisi di routine effettuate il 17 maggio 2012 dal personale sanitario della Marina. I test hanno provato che la quantità di bromato è superiore al valore massimo stabilito dall’EPA, l’agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente». Mentre l’EPA consente l’uso per fini potabili di acqua con valori di bromato inferiori a 10 microgrammi per litro, a Sigonella e Niscemi sono state riscontrate concentrazioni oscillanti tra i 52 e i 170 microgrammi. Nessuna informazione è stata però trasmessa alle autorità sanitarie civili italiane o ai sindaci dei comuni limitrofi.
Secondo il Dipartimento della Salute dello Stato di New York, l’ingestione di quantità ridotte di bromato può causare disfunzioni gastrointestinali, nausea, vomito, diarrea e dolori addominali; può avere gravi effetti sul funzionamento dei reni e del sistema nervoso e comportare anche la perdita dell’udito. «Le quantità rilevate nelle installazioni siciliane non possono causare alcun sintomo», si sono però premurate a dichiarare le autorità USA, ma dal 29 maggio 2012 è stata ordinata la distribuzione obbligatoria di acqua imbottigliata al personale militare di Niscemi e Sigonella. Livelli di bromato superiori ai limiti di legge sono stati riscontrati anche nelle analisi svolte a Niscemi tre mesi dopo. All’inizio del 2013, l’US Army Public Health Command Region Europe e il Public Works Department, Environmental Division di NAS Sigonella hanno dichiarato potabile l’acqua della stazione NRTF «anche se nel 2012 non c’è stata piena corrispondenza con quanto richiesto dagli standard in tema ambientale del governo italiano». Secondo i dati pubblicati da US Navy, la media annuale del bromato riscontrato a Niscemi è stata di 26,68 microgrammi per litro (più di due volte e mezzo il valore consentito dalla legge), con punte massime però di 240 microgrammi. Per gli enti medico-militari USA, questi valori non causerebbero però alcun effetto immediato sulla salute. Eventuali conseguenze negative si realizzerebbero però con un’esposizione a lungo termine.
Attualmente l’installazione di Niscemi riceve l’acqua da una villa privata, rifornita a sua volta da Caltaqua - Acque di Caltanissetta, la società per azioni che dal 2006 gestisce il servizio idrico integrato in tutta la provincia di Caltanissetta. Prima di essere distribuita al personale militare, l’acqua è processata e disinfettata con il composto al bromato. Le analisi sono effettuate mensilmente su 110 diversi parametri chimico-inorganici, chimico-organici volatili, pesticidi, disinfettanti, radionuclidi, contaminanti microbiologici e cloro-residui. Le tabelle allegate al rapporto di US Navy, mostrano nell’acqua della stazione NRTF di Niscemi presenze significative di cadmio, nitrato e ammonio, poco al di sotto però dei limiti stabiliti dalla legge. Il primo inquinante originerebbe dalla corrosione di oleodotti o serbatoi di gasolio e lubrificanti. La presenza di nitrato e ammonio potrebbe essere causata invece dall’uso intensivo di pesticidi in agricoltura. A NAS Sigonella, oltre al bromato, nel 2012 ha destato preoccupazione la rilevazione nelle acque di notevoli quantità di ferro, 163 microgrammi per litro come media annuale, ma con picchi massimi di 380 (la legge vieta di superare i 200 microgrammi). Dati che, ripetiamo, sono sempre stati occultati a sindaci, autorità sanitarie civile, coltivatori e abitanti. La guerra uccide. I processi di militarizzazione dei territori pure.

Articolo pubblicato in I Siciliani giovani, n. 19, aprile 2014 

mercoledì 16 aprile 2014

Roma - Tel Aviv, fratelli d’armi, alleati di guerra


Partnership antica e consolidata quella che lega militarmente l’Italia a Israele. Un’alleanza cresciuta all’ombra di Washington e della Nato, ma che specie negli ultimi anni anni ha conseguito sempre maggiori spazi di autonomia, nel nome e per conto dei rispettivi complessi finanziari-industriali nazionali, affermati produttori ed esportatori di sofisticati sistemi di distruzione e morte a livello mondiale.

Una data in particolare consacra l’affermazione di quello che è oggi il patto strategico d’acciaio Roma-Tel Aviv: il 16 giugno 2003, quando i governi italiano e israeliano firmarono il “memorandum” d’intesa in materia di cooperazione nel settore militare. Il “memorandum” è a tutti gli effetti un accordo quadro generale, cioè non solo un accordo tecnico, ma regola la reciproca collaborazione nel settore della difesa, con particolare attenzione all’interscambio di materiale di armamento, all’organizzazione delle forze armate, alla formazione e all’addestramento del personale e alla ricerca e sviluppo in campo industriale-militare. L’accordo quadro prevede inoltre la realizzazione di “scambi di esperienze tra esperti delle due parti” e la “partecipazione di osservatori a esercitazioni militari”. Esso è stato approvato con voto quasi unanime del Parlamento italiano nel maggio 2005 e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 7 giugno 2005.

In verità, le Camere avrebbero dovuto rigettare l’accordo bilaterale in quanto palesemente in contrasto con la legge n. 185 del 1990 che regola l’esportazione di armamenti italiani e vieta le vendite a paesi belligeranti o i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali dei diritti umani. Israele rientra a pennello tra gli Stati che dovrebbero essere messi al bando in campo strategico-politico-economico e militare dall’Italia. Da sempre le forze armate di Tel Aviv sono impegnate, come aggressori, su più fronti di guerra e dal 1967 occupano ancora buona parte della West Bank. Inoltre il regime d’apartheid instaurato contro la popolazione palestinese e gli stessi cittadini israeliani di origine araba è stigmatizzato dalle principali organizzazioni non governative internazionali. Non ultimo, Tel Aviv non ha mai firmato il Protocollo di Non Proliferazione Nucleare e da tempo immemorabile, anche grazie la collaborazione tecnico-scientifica di Stati Uniti ed Unione europea, a Dimona, nel deserto del Negev, si costruiscono armi nucleari (secondo alcuni istituti di ricerca indipendenti, Israele sarebbe già in possesso di più di 200 testate).

 

Il “memorandum” Italia-Israele nel campo della difesa ha pure avuto il “merito” di anticipare di più di cinque anni il nuovo corso delle relazioni tra l’Alleanza Atlantica e il governo israeliano. Il 2 dicembre 2008, tre settimane prima circa della famigerata operazione di guerra “Piombo Fuso” contro la Striscia di Gaza, la Nato ha ratificato il cosiddetto “Programma di cooperazione individuale” con Tel Aviv, comprensivo di “scambio di informazioni tra i servizi d’intelligence; connessione di Israele al sistema elettronico dell’Alleanza; cooperazione nel settore degli armamenti; aumento delle esercitazioni militari congiunte; allargamento della cooperazione contro la proliferazione nucleare…”. A non impensierire i paesi della Nato neanche l’uso massiccio a Gaza da parte israeliana di armi sconosciute o vietate dalle Convenzioni internazionali (fosforo bianco, bombe D.I.M.E., uranio impoverito).

 

A seguito della ratifica dell’accordo-quadro del giugno 2003 e dello sviluppo del programma di cooperazione Nato-Israele del dicembre 2008, le relazioni tra le forze armate italiane e israeliane sono cresciute esponenzialmente, mentre si è registrata una vera e propria escalation nelle importazioni ed esportazioni di sistemi d’arma. Le tappe più significative e più recenti della partnership militare Roma-Tel Aviv hanno visto nel novembre 2009 il vertice tra l’allora ministro della difesa Ignazio La Russa, l’omologo israeliano Ehud Barak e il premier Benjamin Netanyahu; la visita a Roma nel luglio 2010 del Capo di Stato maggiore delle forze armate israeliane, generale Gabi Ashkenazi; la visita del dicembre 2010 a Tel Aviv del Capo di Stato maggiore italiano, generale Vincenzo Camporini, in cui si discusse di “rafforzamento della collaborazione strategica a livello politico, militare e tecnico-industriale, consolidamento della conoscenza dei reciproci apparati militari e sviluppo di strumenti di raccordo e coordinamento delle attività di pace italiane nelle aeree d’interesse per lo stato israeliano (vedi missione Unifil in Libano N.d.A.)”.

 

Il 7 e 8 febbraio 2011 si svolsero a Roma gli “Air-to-Air Talks” tra i comandi dell’Aeronautica militare italiana e dell’Israel Air Force. Le due delegazioni si soffermarono sulle “esperienze maturate nei rispettivi teatri di operazione” e su “alcune attività addestrative congiunte”, svolte l’anno precedente sia in Italia che in Israele. I colloqui hanno riguardarono inoltre i principali programmi di cooperazione avviati in ambito industriale, specie nella ricerca, sperimentazione e produzione dei droni (velivoli a pilotaggio remoto), nella gestione logistica integrata del cacciabombardiere strategico multiuso “Joint Strike Fighter F-35” (di prossima introduzione in entrambe le forze aeree) e del velivolo d’addestramento M-346 di produzione Alenia Aermacchi (gruppo Finmeccanica), poi acquisito dagli israeliani. Sempre in ambito aeronautico, settore guida dell’asse strategico tra Roma e Tel Aviv, il 14 giugno 2011, il comandante delle forze aeree israeliane, generale Ido Nehushtan, giunse in Italia per un vertice con i responsabili dell’Aeronautica e visitare i reparti di volo di Pratica di Mare, Lecce e Grosseto. Quattro mesi più tardi i cacciabombardieri israeliani operarono per 15 giorni nei principali poligoni della Sardegna nell’ambito dell’esercitazione “Vega 2011”, a cui parteciparono pure le forze aeree di Italia, Germania e Olanda. Per l’occasione, due squadroni con cacciabombardieri F-15 ed F-16 ed un velivolo radar di nuova produzione “Eitam” furono trasferiti nello scalo di Decimomannu (Cagliari), centro di comando e coordinamento dell’intero ciclo addestrativo. L’esercitazione in Sardegna fu seguita con particolare interesse dalla stampa di Tel Aviv: le missioni dei caccia israeliani furono finalizzate infatti a simulare un attacco agli impianti nucleari iraniani.

 

Il 16 dicembre 2011 si concluse nel deserto del Negev l’esercitazione “Desert Dusk” a cui parteciparono 25 velivoli, tra cui gli “Eurofighter” e i “Tornado” dell’Aeronautica militare italiana e gli F-15 ed F-16 israeliani. L’esercitazione, sviluppatasi attraverso veri e propri duelli aerei e lanci di missili e bombe contro obiettivi a terra, fu finalizzata ad “affinare le procedure e le tecniche di azione in missioni di controllo delle crisi (Crisis Response Operations)”. L’Italia schierò nello scalo meridionale di Uvda (Eilat, mar Rosso) 150 militari; furono inviati in Israele pure i velivoli KC-767A del 14° Stormo di Pratica di Mare e C130J della 46ª Brigata Aerea di Pisa. L’esercitazione “Desert Dusk” seguì di poco meno di un mese l’operazione “Pilastro di difesa”, scatenata dalle forze armate israeliane contro Gaza. In soli otto giorni di bombardamento, i caccia israeliani colpirono 1.500 obiettivi, il doppio di quelli attaccati nei 34 giorni della guerra in Libano nel 2006. Oltre 170 palestinesi rimasero uccisi mentre furono distrutte circa 450 abitazioni e danneggiate oltre 8.000.

 

Dal 3 all’8 novembre 2012, si tenne invece nelle acque prospicienti la città di Haifa, la prima edizione dell’esercitazione congiunta delle Marine militari Rising Star, a cui parteciparono i palombari artificieri del Gruppo operativo subacquei del COMSUBIN (Comando Subacquei ed Incursori) di La Spezia e i Divers, specialisti sommozzatori israeliani. L’esercitazione ebbe come fine il “contrasto della minaccia costituita dagli ordigni esplosivi improvvisati” e la “bonifica a bordo delle unità navali e subacquee”. “Le minacce terroristiche o i fenomeni di pirateria stanno portando le Forze di sicurezza ed in particolare le Marine militari dei paesi occidentali a studiare assetti e procedure efficaci”, spiegò il Comando italiano nel comunicato di presentazione della missione. La seconda edizione di Rising Star si tenne ancora ad Haifa esattamente un anno dopo (dal 4 al 8 novembre 2013). Stavolta però fu potenziato l’assetto militare italiano: con i palombari del COMSUBIN giunse in Israele pure la fregata lanciamissili “Grecale”, unità impegnata da tempo negli scacchieri di guerra in Medio Oriente, Nord Africa e Corno d’Africa, nelle missioni Ue e Nato anti-pirateria e, da qualche mese, nell’operazione aeronavale di contrasto alle migrazioni “Mare Nostrum”. Gli israeliani furono rappresentati a Rising Star 2013 dalla corvetta “Eilat”, da una serie di unità minori di supporto e dal gruppo subacqueo nazionale. Temi principali dell’esercitazione sono stati il “soccorso e la salvaguardia della vita in mare, il controllo del traffico mercantile e la reazione ad attacchi asimmetrici”. Secondo quanto si legge nel sito del Ministero della difesa italiano, “oltre alle attività subacquee, Rising Star ha permesso lo svolgimento di una serie di lezioni e conferenze da parte dei palombari italiani sulle esperienze maturate nei recenti interventi condotti sul relitto del Costa Concordia, a Genova sulla torre del porto e, ultimamente, a Lampedusa”.

 

Negli stessi giorni in cui ad Haifa si svolgeva l’esercitazione bilaterale, a Roma, il Capo di Stato Maggiore della difesa, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, riceveva l’omologo israeliano, generale Binyamin Gantz. Al centro dei colloqui, lo sviluppo della cooperazione bilaterale, in particolare “nell’ambito dell’addestramento congiunto, delle capacità Cyber Warfare e degli equipaggiamenti militari e dello scambio informativo nel contrasto ai traffici illeciti e al terrorismo internazionale, in particolare nell’area mediorientale, anche con riferimento alla missione UNIFIL”. Sempre nel mese di novembre 2013, nel deserto del Negev si tenne la più grande esercitazione di guerra aerea mai svolta in Israele. Denominata “Blue Flag”, ha visto protagonisti un centinaio di velivoli e un migliaio di militari di Israele, Usa, Italia e Grecia. Nella base aerea di Ovda, l’Aeronautica italiana rischierò stavolta 140 militari, 8 tra cacciabombardieri Tornado ECR ed AM-X (provenienti rispettivamente dal 50° stormo di Piacenza e dal 51° Stormo di Istrana), nonché i velivoli KC-767A di Pratica di Mare e C130J della Brigata Aerea di Pisa. Nel corso delle esercitazioni a fuoco, furono impiegati massicciamente bombe e missili a guida di precisione, simulando attacchi in profondità in un “territorio nemico dotato di forti difese aeree”. Alla vigilia di “Blue Flag”, il generale Amikam Norkin dell’Aeronautica israeliana rese noto che Tel Aviv aveva avviato la sperimentazione di “nuove procedure per abbreviare la durata delle future guerre” e “accrescere di dieci volte il numero di obiettivi da individuare e distruggere”. Inoltre furono condotti lunghi periodi di addestramento finalizzati all’esercizio del rifornimento in volo e all’esecuzione di missioni a lungo raggio, in modo da consentire alle forze aeree israeliane di poter intervenire a livello intercontinentale.

 

L’ultima tappa del rafforzamento dei legami politico-strategici e militari tra Italia e Israele porta la data del 2 dicembre 2013, quando a Roma si tenne il vertice tra il primo ministro Benjamin Netanyahu e il premier Enrico Letta. L’incontro bilaterale fu preceduto da un meeting alla Farnesina tra i rappresentanti dei due governi al fine d’identificare i settori prioritari di cooperazione su cui puntare in futuro. Al primo posto, secondo il resoconto dell’ICE di Tel Aviv, ci sarebbe lo sviluppo del settore energetico “soprattutto tenendo conto delle recenti scoperte di nuovi immensi giacimenti di gas nelle acque territoriali israeliane”. “A breve – sempre secondo l’ICE - Israele potrebbe produrre il doppio dell’energia che consuma, e si trova ad affrontare il problema di trasformare ed esportare il proprio gas in eccesso. Oggetto della collaborazione tra i due paesi potrebbero quindi essere la costruzione di pipeline, porti, impianti per la liquefazione e la rigassificazione. Tra gli accordi in divenire anche la possibilità di utilizzare la Trans Adriatic Pipeline (TAP)”. Sempre in ambito energetico, gli israeliani hanno espresso l’interesse per la cosiddetta “metanizzazione del parco veicoli” nazionale. Altro settore “prioritario” della partnership tra Roma e Tel Aviv è quello aerospaziale, dalle spiccate ricadute in campo bellico, già al centro di un accordo di cooperazione scientifico-accademico ed industriale del 2011 che ha permesso all’Italia di diventare il principale partner di Israele dopo la NASA. Per l’ICE di Tel Aviv, la sfida è quella di lanciare “iniziative congiunte per poi trovare sbocco comune sul mercato Usa”. Altro settore chiave per l’interscambio tra i due paesi è quello della cyber-security in cui gli israeliani sono tra i leader mondiali.

 

Al vertice di Roma del 2 dicembre 2013 sono stati sottoscritti 12 accordi bilaterali, dall’energia alla sanità, alla sicurezza fino alla cultura e alla ricerca. In particolare, sono stati siglati un accordo sulla pubblica sicurezza che prevede un “reciproco scambio di informazioni per prevenire e reprimere la criminalità organizzata e missioni periodiche di funzionari e tecnici degli enti dei due Paesi in materia di sicurezza informatica”; un memorandum d’intesa sulla Protezione civile; un memorandum relativo allo sviluppo del mercato del gas liquefatto e dei gasdotti. Sono state siglate pure due dichiarazioni congiunte sull’istruzione e l’high-tech, un accordo di cooperazione e coproduzione cinematografica, un protocollo sanitario tra la Regione Abruzzo e il governo israeliano, una lettera d’intenti tra il policlinico Gemelli e due istituti israeliani. Firmati infine un memorandum d’intesa tra il Politecnico di Torino e l’Israel institute of technology e un memorandum d’intesa sull’acqua che ha coinvolto Acea.

 

Nell’ultimo decennio, è soprattutto nell’area della co-produzione e dell’esportazione di sistemi d’arma che si è consolidato l’asse Roma - Tel Aviv. Anche stavolta può essere individuata una data-chiave, il 18 novembre 2004, quando al summit di Roma tra l’allora ministro della difesa del governo Sharon, Shaul Mofaz, l’omologo italiano Antonio Martino e il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, fu annunciato lo stanziamento congiunto di 181 milioni di dollari per “lo sviluppo di un nuovo sistema di guerra elettronica progettato per inabilitare i velivoli nemici”. Da allora, gli affari per i mercanti di morte dei due paesi si sono fatti sempre più fitti: secondo una ricerca dell’Archivio Disarmo basata su dati ISTAT, nel 2005 il governo italiano autorizzò contratti di vendita ad Israele, in base alla legge 185, per circa 1,3 milioni di euro. Più recentemente, come evidenzia la Rete Italiana per il Disarmo, le vendite autorizzate al governo di Tel Aviv superano complessivamente i due milioni di euro l’anno, e riguardano in particolare armi di calibro superiore ai 12,7mm e aeromobili, sistemi d’arma ad energia diretta e apparecchiature elettroniche. Tra le holding e le imprese italiane maggiormente coinvolte spiccano Finmeccanica, Simmel Difesa, Beretta, Northrop Grumman Italia, Elettronica S.p.A.. Quest’ultima, con sede a Roma, nel giugno 2009, ha costituito una joint venture con l’industria militare israeliana “Elbit” per sviluppare un sistema direzionale di “contromisura” a raggi infrarossi (Directional Infrared Countermeasure System - DIRCM), da implementare su elicotteri e velivoli da trasporto militari e “neutralizzare” la minaccia proveniente dai “Manpads”, i missili terra-aria che possono essere lanciati con sistemi a spalla. Per la cronaca, l’italiana Elettronica compare tra gli sponsor (insieme ad IBM e Finmeccanica) del convegno internazionale tenutosi nel novembre 2012 presso l’Aula Magna dell’Università “La Sapienza” di Roma, dal titolo Armi cibernetiche e processo decisionale, ed organizzato dal Centro Interdipartimentale di Studi Strategici Internazionali e Imprenditoriali (CSSII) dell’Università di Firenze, diretto da Umberto Gori, docente di Scienze politiche dell’ateneo toscano e membro del comitato scientifico dell’azienda privata israeliana “Maglan Information Defense Technologies”.

 

Ci sono poi le aziende che operano in settori d’alta tecnologia “civile” ma con ricadute in campo militare: tra esse ST Microelectronics, il gigante italo-francese dei semiconduttori, che nel 2000 ha acquisito la società israeliana “Waferscale” con investimenti pari a circa 70 milioni di dollari; Telecom Italia che nel 1998 ha acquisito il 26,4% di “Golden Lines” (una delle tre società israeliane autorizzate ad operare nella telefonia internazionale) e che insieme al alcuni partner israeliani ha costituito nel 1999 la società “Med 1” per la posa e la gestione di un cavo a fibre ottiche tra Mazara del Vallo e Tel Aviv, oggi la principale arteria per le comunicazioni telefoniche tra Israele e l’Europa. Nel maggio 2000, ancora Telecom Italia ha varato il “progetto Nautilus” per la realizzazione di circa 7.000 km di cavi a fibre ottiche nel Mediterraneo: il primo tra Catania e Haifa via Creta; il secondo tra Catania e Tel Aviv, con potenziale estensione ad Alessandria d’Egitto; il terzo da Creta verso Atene ed Istanbul. Nel 2005 Telecom Italia è divenuta l’unica proprietaria del Consorzio, dopo aver acquistato le restanti quote dai partner israeliani. Sempre nel campo della telefonia cellulare e delle tecnologie satellitari, di recente il gruppo israeliano Polar Investments ha acquisito l’italiana Telit con sede a Trieste.

 

A rendere ancora più intrigato l’interscambio in campo militare tra le aziende italiane e quelle israeliane ci sono poi i contratti stipulati all’estero da società controllate dalle maggiori holding nazionali, non considerati nei rapporti annuali del governo italiano sull’export di armi. Nel dicembre 2007, ad esempio, DRS Technologies Inc., azienda  del gruppo Finmeccanica con sede a Parsippany, New Jersey, ha sottoscritto un contratto di 6 milioni di dollari con l’U.S. Army’s Tank-Automotive and Armaments Command (TACOM) per produrre autoarticolati da 80 tonnellate per il trasporto dei carri armati “Merlava” in dotazione alle forze armate israeliane.

 

Il 2012 passerà certamente alla storia come un anno chiave nelle relazioni tra i complessi militari industriali dei due paesi. Risale a febbraio, infatti, la decisione da parte d’Israele di sottoscrivere l’accordo preliminare per l’acquisto di 30 caccia M-346 “Master” di Alenia Aermacchi da assegnare alle Tigri volanti del 102° squadrone dell’Aeronautica militare per addestrare i piloti alla guida dei cacciabombardieri di nuova generazione come “Eurofighter”, “Gripen”, Rafale, F-22 ed F-35, ma che potranno essere utilizzati anche per attacchi al suolo con bombe e missili aria-terra o antinave. I “Master” sono in via d’assemblaggio nello stabilimento Alenia di Venegono Inferiore (Varese); Northrop Grumman Italia fornirà invece il sistema per la misura di assetto e direzione “LISA 200”, basato su giroscopi a fibre ottiche realizzati nello stabilimento di Pomezia. Il giro d’affari della commessa si attesta intorno al miliardo di dollari ma prevede vantaggiose contropartite per le industrie israeliane. “Elbit Systems”, azienda specializzata nella produzione di tecnologie avanzate, svilupperà il nuovo software che sarà caricato sugli addestratori per consentire ai piloti di esercitarsi alla guerra elettronica, alla caccia alle installazioni radar e all’uso di sistemi d’arma all’avanguardia.

 

In cambio dei caccia, Tel Aviv ha imposto la vendita alle forze armate italiane di due velivoli di pronto allarme (Early warning and control - AEW&C) “Eitam” del tipo “Gulfstream 550”, prodotti dalle aziende Israel Aerospace Industries - IAI ed Elta Systems, con relativi centri di comando, controllo e sistemi elettronici avanzati (valore complessivo 800 milioni di dollari circa). Selex Elsag (Finmeccanica), s’incaricherà per conto delle aziende israeliane di fornire i sottosistemi di comunicazione dei velivoli e i link tattici secondo gli standard Nato. Le forze armate italiane dovranno pure acquistare un sistema satellitare elettro-ottico ad alta risoluzione di seconda generazione “Optasat 3000”, in grado di operare in ogni condizione atmosferica, anch’esso di produzione di IAI ed Elbit Systems. Prime contractor degli israeliani sarà Telespazio, azienda controllata da Finmeccanica e dalla holding francese Thales, che assicurerà la costruzione del segmento terrestre, il lancio e la messa in orbita del nuovo sistema satellitare tra il novembre 2015 e il dicembre 2016. Telespazio ha sottoscritto con il Ministero della difesa italiano un contratto del valore di 270 milioni di dollari. Personale della società sarà dislocato in Israele durante le fasi di preparazione al lancio del satellite, nonché presso il Centro di Controllo di Tel Aviv durante le fasi di post-lancio. Il completamento dei test in orbita sarà realizzato successivamente dal Centro Spaziale del Fucino di Telespazio e il nuovo apparato militare sarà poi pienamente integrato nel sistema satellite e radar “Cosmo-Skymed” in uso alle forze armate italiane.

 

Sempre nel corso del 2012, l’Aeronautica militare ha deciso di dotare i propri elicotteri EH101 e gli aerei da trasporto C27J “Spartan” e C130 “Hercules” con il nuovo sistema di contromisure a raggi infrarossi DIRCM co-prodotto da Elettronica e da “Elbit”, con una spesa complessiva di 25 milioni e mezzo di euro. Inoltre è stato raggiunto l’accordo perché a partire del 2013 i missili israeliani aria-terra a corto raggio “Spike” armino gli elicotteri d’attacco AW-129 “Mangusta” di AugustaWestland, altra azienda di punta del gruppo Finmeccanica. I missili, prodotti dall’israeliana “Rafael”, hanno una gittata tra gli 8 e i 25 km, e possono esseri equipaggiati con tre differenti tipologie di testata bellica a seconda dell’uso: anticarro, antifanteria e per la distruzione di bunker.

 

La collaborazione per i programmi “Optsat 3000”, M-346 ed “Eitam” consentirà alle aziende d’armi italo-israeliane di rafforzare la propria presenza nei mercati internazionali. Selex ES ed AEL Sistemas S.A, società controllata da Elbit Systems e dalla brasiliana Embraer, hanno costituito nel 2013 una joint venture per la produzione di tecnologie e sistemi radar a scansione meccanica da destinare ai velivoli d’attacco e di trasporto delle forze armate del Brasile e di altri paesi sudamericani. Inizialmente la joint venture s’incaricherà della manutenzione e del supporto dei radar “Gabbiano T20” prodotti da Selex, che saranno montati entro la metà del 2014 sui velivoli di sorveglianza aerea Embraer KC-390 e molto probabilmente anche sui nuovi velivoli senza pilota che saranno acquisiti dalle forze armate brasiliane. La partnership tra Selex e AEL potrà allargarsi in futuro anche nel campo dell’avionica di precisione e dei sistemi di sicurezza avanzati.

Roma e Tel Aviv puntano inoltre a cooperare nella produzione e nella gestione logistica del nuovo cacciabombardiere multiruolo a capacità nucleare F-35, uno dei programmi più costosi della storia mondiale dell’aviazione da guerra. Nell’ottobre 2010, Israele ha firmato un accordo con il governo degli Stati Uniti per l’acquisizione, secondo procedura Foreign Military Sales, di 20 F-35A “Lightning II” di Lockheed Martin, versione a decollo e atterraggio convenzionale del JSF, con opzione per altri 55, sempre mediante aiuti Usa. Israele sarà quindi il primo paese, non parte del consorzio che ne ha curato lo sviluppo, a ricevere il cacciabombardiere. Le consegne sono previste a partire dal 2016 fino al 2018. L’accordo per un valore di 2,75 miliardi di dollari (ma che potrebbe superare i 10 miliardi di dollari se sarà esercitata l’opzione), prevede la partecipazione alla produzione di industrie locali, prime fra tutte IAI e Elbit Systems.

 

Le aziende del gruppo Finmeccanica e quelle israeliane puntano infine a sviluppare congiuntamente nuovi velivoli a pilotaggio remoto UAV (i famigerati droni), il settore del marcato aerospaziale che ha generato i fatturati e i profitti maggiori degli ultimi anni. Insieme ai sofisticati sistemi missilistici anti-missile, quello dei droni è certamente il campo dove Israele ha mietuto i maggiori riconoscimenti internazionali. Un rapporto pubblicato il 19 maggio 2013 dalla società di consulting statunitense Frost & Sullivan ha rilevato che Israele è oggi il principale esportatore al mondo di velivoli senza pilota, superando i giganti aerospaziali con sede negli States. Frost & Sullivan ha calcolato che i contratti d’esportazione di droni israeliani hanno generato fatturati per 4,62 miliardi di dollari nel periodo 2005-2012. Il principale mercato dei droni israeliani è l’Europa, con più della metà delle vendite. Subito dopo seguono i paesi del Sud Est asiatico con il 33.3% delle esportazioni, seguiti da Sud America, Nord America e Africa. Ben sette paesi della coalizione internazionale ISAF in Afghanistan utilizzano oggi droni made in Israele, tra cui Australia, Canada, Francia, Germania e Spagna.

 

Uno dei modelli di aerei senza pilota che ha riscosso grande successo sui mercati mondiali è l’“Heron” delle Israel Aerospace Industries, un drone che viaggia a medie altitudine per tempi medio-lunghi, simile alla classe “MQ-1 Predator” in dotazione alle forze armate Usa e italiane. L’“Heron” è utilizzato prevalentemente per la sorveglianza e le attività d’intelligence contro obiettivi terrestri e marittimi; può essere equipaggiato con una serie di radar modulari, sensori e attrezzature di telerilevamento altamente sofisticate, ma come accaduto durante la guerra in Libano del 2006, può essere armato con missili aria-terra e convertito in spietato drone-killer. Il velivolo è già stato acquisito dalle forze aeree israeliane, indiane, turche e francesi, mentre Canada e Australia hanno firmato protocolli per future acquisizioni. Pure il Comando di US SOUTHCOM lo impiega in attività di contrasto delle imbarcazioni di migranti e al traffico di stupefacenti; Unione europea e l’agenzia Frontex per il “controllo” delle frontiere hanno espresso l’interesse per un suo uso nelle crociate anti-migrazione lanciate nel Mediterraneo. Qualche mese fa, il governo britannico ha firmato invece un accordo per lo sviluppo del nuovo drone “Watchkeeper”, prodotto dalla compagnia israeliana Elbit System a partire dal modello “Hermes 450” che l’aviazione israeliana ha più volte utilizzato contro la Striscia di Gaza.

 

In Israele ben 6.784 imprenditori privati si occupano di esportazione di armi. Un numero a cui va aggiunta l’industria statale e che insieme ad essa ha consentito ad Israele di raggiungere il sesto posto nella classifica dei maggiori esportatori di armi al mondo, scavalcando Canada, Cina, Svezia e Italia. Nel 2012, secondo un rapporto del quotidiano israeliano Ha’aretz, il valore totale delle esportazioni israeliane di armi è stato pari a 7 miliardi di dollari (+20% rispetto al 2011).

 

L’Italia, oltre ad essere un esportatore di armamenti è un cliente preferenziale di Israele: negli ultimi due anni le importazioni di tecnologie militari hanno superato il valore complessivo di 50,7 milioni di euro. Tra le principali aziende acquirenti compaiono l’industria Simmel che si rifornisce in Israele di componenti per bombe e la Beretta (componenti per armi automatiche, pistole e mitragliatori). A ciò si aggiungono le acquisizioni di materiale bellico realizzate con fondi non provenienti dal ministero della difesa, come avvenuto ad esempio con una decina di radar fissi e mobili  EL/M-2226 ACSR (Advanced Coastal Surveillance Radar) realizzati da “Elta Systems”. I radar dovevano entrare a far parte della nuova Rete di sensori di profondità per la sorveglianza costiera che la Guardia di finanza sta implementando per contrastare gli sbarchi dei migranti in Sicilia, Puglia e Sardegna, ma le proteste dei Comitati No radar hanno impedito sino ad oggi la piena operatività del programma. Acquistati grazie alle risorse del “Fondo europeo per le frontiere esterne”, programma quadro 2007-08 contro i flussi migratori, le apparecchiature israeliane hanno una portata di oltre 50 chilometri e sono appositamente progettate per individuare imbarcazioni veloci di piccole dimensioni. Gli EL/M-2226 fanno parte della famiglia di trasmettitori Linear Frequency Modulated Continuous Wave (LFMCW) in X-band (dagli 8 ai 12.5 GHz di frequenza), che operano emettendo microonde estremamente pericolose per l’uomo, la fauna e la flora. Per la loro installazione, la Guardia di finanza ha scelto alcune importanti aree protette e riserve naturali. Quasi a riprova di come la partnership italo-israeliana incarni appieno le contraddizioni della globalizzazione neoliberista: un crimine contro l’uomo, il diritto e l’ambiente; generatrice di militarizzazioni e guerre infinite, globali e permanenti; un business di morte che si alimenta trasferendo ingenti risorse pubbliche a favore del capitale finanziario privato, con pesanti tagli al welfare e ai diritti sociali.

 

 
Intervento all’incontro-dibattito Palestina. Dall’occupazione militare a quella umanitaria, organizzato da Free Palestine Roma, presso la Facoltà di Scienze Politiche – Università Roma tre, mercoledì 19 febbraio 2014.

lunedì 31 marzo 2014

CARA di Mineo: da laboratorio di politiche repressive a centro di sperimentazione per le transnazionali farmaceutiche


Suscita sconcerto la notizia dei 4.000 vaccini destinati al Centro accoglienza richiedenti asilo di Mineo – il Cara più grande d’Europa, già tristemente noto per le degradanti condizioni di vita a cui sono sottoposti i suoi ospiti. Il gesto dell’assessore regionale alla salute, Lucia Borsellino, che ha siglato l’accordo insieme all’amministratore delegato della società Sanofi Pasteur Msd, Nicoletta Luppi e al presidente regionale di Croce Rossa Italia, Rosario Valastro, è semplicemente agghiacciante.  Si tratta di migliaia di dosi di vaccino antitifico e mille test per la tubercolina da utilizzare sui migranti del centro, forniti, tramite l’assessorato regionale alla Salute, dalla Sanofi Pasteur alla Croce Rossa Sicilia, gestore sanitario del Cara di Mineo, in cui attualmente vivono in attesa di una risposta alla loro richiesta d’asilo, oltre 3.800 rifugiati, per periodi di tempo che nella maggior parte dei casi oscillano dai sei mesi fino ad arrivare agli inspiegabili tempi biblici di due anni.
 La Sanofi Pasteur è un colosso dell’industri farmaceutica che conta circa 13.000 collaboratori (più del 50% dei quali nel comparto industriale) e 13 tra siti produttivi e di ricerca. In Europa, Sanofi Pasteur è presente con Sanofi Pasteur MSD, la joint-venture al 50% Sanofi e Merck. Da 14 anni, Sanofi Pasteur MSD detiene il monopolio nella produzione e distribuzione di vaccini, essendo l'unica azienda europea interamente dedicata a questo settore nel continente.
Il principio delle vaccinazioni di massa, oltre a destare sconcerto, è altamente deleterio anche da un punto di vista scientifico, in quanto ogni organismo ad uno stesso principio agente reagisce in modo sempre differente. Non si può pensare di vaccinare indiscriminatamente uomini, donne e bambini, ognuno con la sua specifica predisposizione o resistenza. Inoltre, la logica dell’intero intervento non regge fin dal principio: se ci sono casi di tifo a Mineo o se ne paventa l’eventualità, va chiusa la struttura, non vaccinati in massa coloro che loro malgrado vi abitano.
Per quanto riguarda il test della tubercolina, è noto come la maggior parte dei pazienti a cui viene somministrato abbia una reazione positiva. Il  risultato positivo del test alla tubercolina, indica che il paziente è venuto in contatto con il bacillo tubercolare, ma non che vi è al momento uno stato di malattia attiva: infatti  la positività del test corrisponde ad una memoria immunologica che ci informa che in un momento della nostra vita, generalmente in età scolare, si è venuti a contatto con il bacillo, questo non vuol dire che il soggetto in questione sia malato di Tbc.
Per sapere, invece, se c’è uno stato di malattia bisognerà approfondire la 
diagnosi con ulteriori accertamenti, primo fra tutti una radiografia del torace. La negatività del test, viceversa, segnala che l’organismo non è mai venuto in contatto con il bacillo tubercolare, solo in questo caso è possibile una successiva vaccinazione. Applicare mille test potrebbe essere l’effetto e non la causa dell’apparizione di casi di tbc, quantomeno a livello mediatico, favorendo  la diceria degli untori tra la popolazione residente in zona e gli addetti ai lavori del centro.
Le vaccinazioni di massa, retaggio culturale di una biopolitica di tardo ‘800 che la stessa scienza contemporanea ha abbandonato, è l’ennesimo esempio della spersonalizzazione dei  soggetti migranti, utilizzati come carne da impiegare per test e sperimentazioni, per meri scopi di profilassi sanitaria, un po’ come le disinfestazioni di massa nel Cda di Lampedusa.  Un meccanismo perverso che utilizza il sempre disponibile alibi delle motivazioni umanitarie per fare  in modo che qualsiasi negazione dei diritti – come detenere in un regime di semi-libertà un individuo, privarlo di autonomia nella gestione dei pasti e nelle risorse e da ultimo sottoporlo a prassi mediche invasive- sia compiuta “a fin di bene” e per la protezione di un soggetto dato già per “più debole” a priori.

mercoledì 19 marzo 2014

Distretto 42 di Pisa e la violenza di Stato


Comunicato di solidarietà incondizionata alle compagne e ai compagni del Distretto 42 di Pisa

 

Nel corso della mia vita e del mio lavoro ho sempre partecipato attivamente o seguito da vicino, là dove  mi è stato possibile, le lotte sociali svolte per il bene comune, la smilitarizzazione del territorio e la riqualificazione urbana ai fini di pace e condivisione, contro ogni logica privatistica di monopolio, privatizzazione e speculazione sul territorio. Il pacifismo, i beni comuni e il rifiuto delle pratiche  predatorie del neoliberismo sono stati alla base del mio impegno politico ed intellettuale, dalla Sicilia al Sud America, per questo non posso che esprimere la massima vicinanza  e solidarietà alle compagne e ai compagni del Distretto 42 di Pisa, costretti allo sciopero della fame dalle scelte scellerate di un’amministrazione evidentemente sorda alle esigenze collettive e sensibile solo al guadagno di pochi.

Quella del recupero dell’ex distretto militare “Curtatone e Montanara” di via Giordano Bruno, dove è sorto il progetto del Distetto 42, rappresenta un’esperienza esemplare di  riconversione di aree militari a scopi sociali e un argine essenziale ai processi speculativi di privatizzazione e cementificazione selvaggia del tessuto urbano, tristemente frequenti nelle metropoli del tardo neo-liberismo, ridotte a vetrine per turisti e a piattaforme d’affari, dove la vita e il popolo vengono sistematicamente relegati nelle periferie, satelliti abbandonati nell’oblio da un centro dimentico di qualsiasi cognizione del “pubblico” e del “sociale”. Credo fermamente che l’unica salvezza dalla disgregazione sociale e dalla logica della speculazione selvaggia sia data da iniziative come quelle del Distretto 42 che oltre ad essere un esempio encomiabile di applicazione dei principi sanciti dalla costituente dei beni comuni, sono anche un manifesto di cultura pacifista per così dire applicata nel quotidiano e nel territorio. Invece a Pisa oggi sembra trionfare la logica della violenza istituzionale che nutre tutte le guerre.

La violenza non è solo quella degli eserciti, ma è anche quella delle oligarchie finanziarie che speculano sui beni collettivi, sgretolando il tessuto urbano, riducendo forzatamente spazi vitali come quelli di socializzazione, ghettizzando la popolazione in quartieri privi di ogni connessione con il resto del territorio. La violenza è anche e soprattutto quella di un’amministrazione chiamata a difendere l’interesse pubblico che ignora le esigenze dei cittadini, costringendoli al gesto estremo dello sciopero della fame. Cittadini che, viceversa, hanno ridato vita ad uno spazio abbandonato nell’indifferenza, rendendolo un polo attivo di scambio, cultura e socializzazione, in sinergia con il quartiere in cui si colloca, raccogliendo in questo modo la massima gratitudine dei residenti.

La tematica di fondamentale importanza per una cultura di pace come quella del disarmo non può prescindere dalla difesa degli spazi vitali contro le logiche dei poteri speculativi, delle privatizzazioni selvagge e delle politiche di austerity. Non posso non dichiararmi addolorato e commosso insieme per il gesto di protesta estremo intrapreso dagli attivisti del Distretto 42, non eroi ma veri e propri interpreti di un processo di liberazione dal basso.

Messina, 18 marzo 2014
Antonio Mazzeo, giornalista e militante antimilitarista e nonviolento

martedì 18 marzo 2014

No Muos, giornalismo embedded alle Hawaii


Quando lo scorso 10 feb­braio pub­bli­cammo sul mani­fe­sto l’articolo «Muos: per noi niente viag­gio pre­mio?» pen­sa­vamo di sol­le­vare un caso. Era infatti giunta l’anticipazione che il Dipar­ti­mento di Stato Usa aveva invi­tato i gior­na­li­sti delle mag­giori testate ita­liane ad andare a visi­tare i Muos già fun­zio­nanti in Vir­gi­nia e alle Hawaii, per dimo­strare come fos­sero del tutto inno­cui. Un’operazione di “ritorno di imma­gine” pen­sata per otte­nere buoni arti­coli e ser­vizi sui media in vista della discus­sione dei ricorsi al TAR di fine marzo, e del pas­sag­gio della que­stione Muos al Senato, avve­nuta la scorsa set­ti­mana. Il tutto pen­sando alla pros­sima accen­sione dell’impianto.

Era­vamo però certi che i gior­na­li­sti invi­tati non sareb­bero stati così impru­denti da accet­tare un invito così com­pro­met­tente, che de facto li tra­sfor­mava in «embed­ded». Sarebbe poi stato sem­plice infor­marsi sul fatto che la legi­sla­zione sta­tu­ni­tense sulle onde elet­tro­ma­gne­ti­che è 100 volte più per­mis­siva di quella ita­liana, non tute­lando le popo­la­zioni dagli effetti a lungo ter­mine delle radia­zioni, e che quindi – pro­ba­bil­mente – i Muos ame­ri­cani rispet­tano i limiti delle «loro» leggi, cosa del tutto indi­mo­strata per quello sici­liano. È poi banale che, se di effetti a lungo ter­mine si parla, que­sti sono per ora invi­si­bili per appa­rati in fun­zione da pochis­simo tempo, e che quindi l’intervista alle fami­gliole ame­ri­cane non ha alcun signi­fi­cato. Poi, gli impianti ame­ri­cani sono all’interno di basi mili­tari e sono sfug­giti all’attenzione della popo­la­zione, che ha comun­que fidu­cia nelle isti­tu­zioni. In Sici­lia invece, il Muos si trova nel Parco della Sughe­reta Natu­rale di Niscemi e l’intera popo­la­zione sici­liana, l’Assemblea Regio­nale, quat­tro con­si­gli pro­vin­ciali, decine di con­si­gli comu­nali, hanno più volte affer­mato il loro no a quest’opera, chie­dendo al governo ita­liano e ai due governi regio­nali di revo­care le auto­riz­za­zioni. Infine, bastava – dopo il viag­gio a spese del con­tri­buente ame­ri­cano – sen­tire magari anche qual­cuno degli stu­diosi ita­liani che da anni si occu­pano di que­sto argo­mento e che sono a por­tata di telefono.
Era­vamo certi, ma ci sba­glia­vamo: il viaggio-premio si è svolto nella più asso­luta nor­ma­lità e nes­suno degli invi­tati ha tro­vato da ridire. Gli arti­coli pro-Muos fioc­cano, e salvo in un caso, nes­suno ha sen­tito la neces­sità di chie­dere con­ferma, ad esem­pio, se le belle sto­rie rac­con­tate dal dott. Oet­ting, ricer­ca­tore a capo del pro­getto Muos, cor­ri­spon­des­sero a verità. I silenzi inte­res­sati dei grandi net­work edi­to­riali e radio­te­le­vi­sivi si sono così risolti, in un certo modo: forse dove­vamo aspettarcelo.

Articolo pubblicato con Massimo Zucchetti in Il Manifesto del 17 marzo 2014

domenica 16 marzo 2014

Intervista ad Antonio Mazzeo, candidato per L’Altra Europa con Tsipras nella circoscrizione Isole

Antonio Mazzeo, giornalista e scrittore messinese, antimilitarista convinto è una delle firme siciliane più autorevoli e critiche nei confronti del Muos; alle prossime elezioni europee sarà candidato, nella circoscrizione che ricomprende la Sicilia e la Sardegna, per la lista “L’Altra Europa con Tsipras” che sostiene il Partito della Sinistra europea (Gue/Ngl) guidato dal greco Tsipras (leader di Syriza), in corsa per la carica di Commissario. Hanno promosso un appello per lista, oltre a ergersi a garanti della stessa note personalità della cultura quali Andrea Camilleri, Luciano Gallino, Barbara Spinelli, Marco Revelli e Guido Viale, insieme al direttore di MicroMega Paolo Flores d’Arcais. Rifondazione Comunista è stato il primo partito a sostenere il progetto, seguito poi da S.E.L.

-Mazzeo  la tua candidatura ha superato il vaglio degli “intellettuali” garanti; ce l’ha fatta anche Luca Casarini intorno al quale alcuni nutrivano molte perplessità; altri nomi meno illustri sono rimasti fuori, tra cui gli aspiranti candidati designati dal Pdci. Insomma nella composizione della lista forse si poteva fare di meglio?
Credo che tutti siano d’accordo che le liste “L’Altra Europa con Tsipiras”, presentate in tutte e cinque le circoscrizioni per il rinnovo del Parlamento europeo, sono realmente espressione dei movimenti politici e sociali, ambientalisti, antirazzisti, ecc. più rappresentativi in Italia. Ci sono persone ed esperienze bellissime, soggettività entusiasmanti: femministe, antimilitaristi, operai e sindacalisti in lotta contro lo smantellamento dell’apparato produttivo e le delocalizzazioni selvagge delle fabbriche, giornaliste e intellettuali che grazie al loro lavoro hanno impedito l’omologazione e l’impoverimento culturale generale, piccoli imprenditori antimafia e antiracket, ecc. Le liste, cioè, riflettono la ricchezza e la pluralità di chi nel Paese non si è ancora piegato al pensiero unico e alla globalizzazione neoliberista imperante. Certo, si poteva fare di meglio, specie nella valorizzazione di alcune importanti esperienze territoriali o nel garantire rappresentanza ad aree geografiche che invece sono rimaste scoperte. Non comprendo ancora perché sia sfumata la candidatura di Camilleri, che avrebbe dato maggiore visibilità al progetto pro-Tsipras, specie a livello mediatico. Cosa diversa, invece, l’esclusione, ingiustificata e ingiustificabile, delle compagne e dei compagni del Pdci, con cui, localmente si era avviato un proficuo lavoro comune a sostegno del progetto di una lista unitaria di sinistra radicale. Su ciò non posso che esprimere il mio totale disappunto e la solidarietà ai comunisti italiani. Spero sempre che nelle prossime ora prevalga il buon senso e si trovi una soluzione condivisa con le compagne e i compagni, garantendo loro una presenza in prima persona nelle liste e la fattiva collaborazione del Pdci alla costruzione di questa difficilissima campagna elettorale. Lo auspichiamo in tanti, davvero.    

-Vendola ha dichiarato che la posizione di S.e.l. è per  l’appoggio a Tsipiras ma non contro Schultz;  Tsipiras afferma di essere antitetico a Schultz.  Come la mettiamo?
Nel progetto è indiscutibile che si confrontano anime e visioni diverse, specie su come viene inteso il rapporto con le forze socialdemocratiche europee.  Personalmente ritengo che siano due visioni e pratiche, quella di Schultz e Tsipras, incompatibili, due modelli di “sinistra” antitetici. Credo che Nichi Vendola ponga l’accento sul se e come sarà possibile pensare a forme di collaborazioni future tra sinistra “governista” e sinistra plurima e radicale, tema da sempre è al centro del dibattito interno delle forze politiche socialiste, comuniste e post-comuniste. Mi pare però, che tra le compagne e i compagni di SEL con cui si sta condividendo il Sogno-Utopia-Progetto de “L’altra Europa con Tsipras”, sia predominante una scelta di campo contro la globalizzazione neoliberista, per l’uguaglianza sostanziale, l’Europa dei popoli contro lo strapotere delle banche e il complesso militare e finanziario transnazionale. Sono ingenuo a ritenere che questo appuntamento elettorale può trasformarsi in  un momento di sereno e sincero confronto pluralista tra forze politiche, le associazioni e i movimenti sociali, il sindacalismo di base, ecc. in vista della costruzione di un progetto a medio-lungo termine di ricostruzione di una sinistra italiana radicale e antineoliberista?       
- Scelto il simbolo e individuate le candidature,  inizia la campagna elettorale. Tra Sicilia e Sardegna  ora ti aspetta proprio un bel lavoro….
Sì un lavoro enorme, complesso, faticoso, ma, ci saranno compagne e compagni di viaggio, Alfio, Antonella, Barbara, Maria Elena, Mario, Olga, Simona, con cui  sarà sicuramente bello e stimolante confrontarsi, discutere, condividere gioie e dolori, speranze e incontri con i territori e le realtà in lotta, in Sardegna come in Sicilia. Per riaffermare il diritto al lavoro, in difesa del welfare e dei diritti sociali, i beni comuni,  l’ambiente, il paesaggio e i beni culturali, contro le mafie, le grandi opere inutili, le basi militari, i lager per migranti. Ho sempre avuto un debole per il viaggio come scoperta. E’ forse la parte di campagna che credo potrà ricompensarmi delle folli giornate e delle notti insonni che ci attendono. Quello cioè di avere la possibilità di conoscere volti, persone, luoghi, conflittualità e lotte per un Altro Mondo possibile. Se questo “viaggio” lo affronteremo collettivamente, sarà un’esperienza entusiasmante e comunque vada alla fine avremo appreso tutte e tutti tantissimo.     
- La tua posizione è stata sempre notoriamente di denuncia e opposizione al Muos di Niscemi. Approdando ai centri decisionali europei, spesso così sordi ai problemi dei territori, il movimento No Muos non rischia di restare orfano di una delle sue voci più autorevoli?
Comunque finisca questa competizione elettorale, il Movimento No MUOS resterà e si rafforzerà nei territori per continuare a misurarsi contro i processi di militarizzazione, le guerre e la devastazione dell’ambiente. Il Movimento No MUOS è un soggetto che ha una sua visione consolidate, pratiche di lotte e un’organizzazione indipendente, autonoma, politicamente radicata e radicale. Si è dato regole, una struttura che privilegia i comitati di base territoriali ad adesione individuale, senza leadership e organismi rigidi o burocraticizzati. Queste, in fondo, sono le caratteristiche di tutti i movimenti sociali autoorganizzati. Essi sopravvivono se trovano in sé le energie, le identità e le Utopie per ampliare il consenso, resistere alle repressioni poliziesche e ai muri di gomma delle Istituzioni. Non è certo qualche voce più o meno “autorevole” che sceglie – con un forte conflitto interno e – di percorrere un cammino differente di tipo politico-istituzionale a incrinare o indebolire alcun movimento.  E comunque, facendo un passo indietro, in seconda o terza fila, senza “intrusioni” indesiderate, io ci sarò sempre e comunque, specie in questi mesi in cui dovrà essere più forte la lotta contro il MUOStro di Niscemi e i piani di guerra che vogliono la Sicilia fortezza armata USA-NATO-UE.

Intervista a cura di Francesco Fustaneo, pubblicata il 10 marzo 2014 in www.rifondazione.it