I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

giovedì 10 maggio 2012

USA e Italia in Giordania a provare la guerra


A partire dal prossimo 15 maggio, la Giordania sarà al centro di una delle più imponenti esercitazioni belliche mai realizzate nello scacchiere mediorientale. Più di 12.000 militari provenienti da 17 paesi daranno vita ad Eager Lion 2012 che - secondo il Comando USA per le operazioni speciali - “avrà come obiettivo il rafforzamento delle relazioni tra le differenti forze armate attraverso un comune approccio multinazionale ed inter-governativo per affrontare tutte le odierne e future sfide per la sicurezza”. Salvo imprevisti, i giochi di guerra in Giordania dovrebbero concludersi entro i primi giorni di giugno.  

In passato Eager Lion veniva svolta ogni due anni solo dai militari di Stati Uniti e Giordania. Da quest’anno invece vedrà la partecipazione dei reparti terrestri, aerei e navali dei principali paesi della regione mediorientale, Siria esclusa. “Essi verranno addestrati alla guerra irregolare, alle operazioni speciali e alla contro-insorgenza con il coordinamento di una task foce multinazionale guidata dai generali Ken Tovo dell’U.S. Special Operations Central Command e Mohammed Jeridad, direttore del comando per l’addestramento delle forze armate giordane”, ha dichiarato il maggiore Robert Bockholt, portavoce dei reparti speciali Usa. Le unità straniere sono giunte ad Amman nella prima settimana di maggio insieme a numerosi mezzi da guerra come carri armati, aerei ad ala fissa ed elicotteri d’attacco. Sempre secondo il maggiore Bockholt, nel corso delle operazioni sarà simulato un grave incidente chimico affinché “vengano preparati i corpi speciali nella gestione di interventi d’emergenza”.

I 12.000 militari saranno dislocati in diversi centri sparsi in tutto il paese e in particolare alle frontiere “critiche” con Israele e la Siria. Dopo che gli organi di stampa giordani hanno legato Eager Lion 2012 alla drammatica crisi che tormenta il regime di Damasco, il portavoce del Pentagono è intervenuto per spiegare che l’esercitazione non ha alcuna “relazione” con il conflitto interno e che è “mera coincidenza” che essa si realizzi contemporaneamente all’avvio della missione degli osservatori Onu in Siria. Per timore di un possibile inasprimento della crisi siriana, l’amministrazione Obama aveva deciso di annullare qualche mese fa la vasta esercitazione bilaterale Usa-Israele programmata per la primavera (Austere Challenge 12). Ad essa avrebbero dovuto partecipare i reparti d’élite dei due paesi dotati di batterie missilistiche, cacciabombardieri, tank e sistemi radar.

Con Eager Lion usciranno comunque rafforzati i legami tra gli Stati Uniti e il regno giordano. Amman è sin d’ora uno dei maggiori beneficiari degli “aiuti” economici e militari Usa in Medio Oriente (più di 2,4 miliardi di dollari negli ultimi cinque anni). Amman è pure sede di una delle maggiori basi operative d’oltremare delle forze armate statunitensi. A fine 2008, il consorzio AICI-Syska-Archirodon L.L.C. di Arlington vi ha realizzato un centro di addestramento per le operazioni speciali di US Army, intitolato al re Abdullah II (costo finale, 70 milioni di dollari). Sarà proprio il King Abdullah Special Operations Training Center ad ospitare il comando centrale di Eager Lion 2012.

Ancora oggi, il Pentagono mantiene il massimo riserbo sui paesi che parteciperanno alla vasta campagna militare di primavera in Giordania. Sicura tuttavia la presenza delle forze armate italiane. Nel corso della sua recente visita ad Amman dove ha incontrato il sovrano Abdullah II e il principe Feisal (assistente del Capo dello Stato Maggiore giordano), il ministro della difesa Giampaolo Di Paola ha annunciato la presenza di 43 militari italiani ad Eager Lion. “L’esercitazione multinazionale è stata organizzata con l’obiettivo di rafforzare l’interoperatività e le relazioni tra i paesi partecipanti nell’ambito delle Crisis Response Operations”, recita il comunicato emesso dal ministero della difesa. “Tra gli altri temi al centro dei colloqui italo-giordani, il Piano di Cooperazione bilaterale in campo tecnico – militare ed industriale. Per quanto attiene le operazioni internazionali, si è discusso pure della situazione in Afghanistan, delle lezioni apprese dall’operazione NATO Unified Protector in Libia ed è stata ribadita l’importanza del ruolo svolto dal nostro Paese per gli equilibri del Medio Oriente con l’operazione UNIFIL in Libano”.

Da rilevare come la visita del ministro-ammiraglio italiano e l’annuncio dei nuovi giochi di guerra in Giordania siano avvenuti in contemporanea all’inaugurazione della Jordan’s Special Operations Forces Exhibition (Sofex), la fiera annuale sugli ultimi ritrovati tecnologici delle industrie belliche internazionali. Tra gli operatori presenti, Selex Galileo, società del gruppo Finmeccanica, giunta ad Amman per presentare innanzitutto gli aerei a controllo remoto e d’attacco Falco, i sistemi elettro-ottici per il controllo del fuoco e le tecnologie per soldati che “possono dare una marcia extra alle operazioni speciali della Giordania ed alle forze di sicurezza interna”, come spiegato dai manager Selex.
“Il Falco è già in servizio operativo con quattro Nazioni ed è disponibile immediatamente”, hanno aggiunto. “Il velivolo ha una capacità di carico multipla e può essere integrato con un pacchetto di sensori che includono EO, radar Active Electronically Scanned Array (Aesa) radar e sistemi M-Scan”. Alla fiera dei piazzisti d’armi, la società ha pure offerto ai potenziali clienti l’elicottero d’attacco Linx e i sofisticati sistemi di controllo Aspis e Scorpio.

mercoledì 9 maggio 2012

Un Eco MUOStro a Niscemi


Un Eco MUOStro a Niscemi

L’arma perfetta per i conflitti del XXI secolo

Antonio Mazzeo



In anteprima, l’introduzione al mio libretto di controinformazione sul MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazione satellitare delle forze armate USA in via di realizzazione a Niscemi (Caltanissetta). Uno strumento di guerra e di morte dal devastante impatto ambientale, socio-economico e criminale…



Famelico e insaziabile, il Dio di tutte le guerre ha partorito un nuovo Mostro. Per annientare il pianeta dallo spazio ed eclissare i Soli e le Lune. Si nutrirà del sangue di ogni essere vivente. Muterà il Dna delle specie e degli habitat. Trasformerà i ghiacciai in deserti, i laghi in paludi, gli oceani in melma. Fiumi e torrenti di fuoco, piogge di ceneri, uragani di polveri e fumo. Il quinto Cavaliere dell’Apocalisse. Vestale dell’Olocausto. Elogio della Follia e della Morte.

Il padre Marte ha battezzato il figlio MUOS, Mobile User Objective System, perché fosse chiara a tutti la sua natura infernale. E ne ha donato l’uso esclusivo alle forze armate degli Stati Uniti d’America perche possano affermare la loro superiorità universale. Una rete di mega-antenne e satelliti per telecomunicazioni veloci come la luce perché sull’infinito domini l’oscurità. Sistema per propagare, dilatare, moltiplicare gli ordini di attacco convenzionale, chimico, batteriologico e nucleare. L’arma perfetta per i conflitti del XXI secolo, quelli con i missili all’uranio impoverito, gli aerei senza pilota e le armi atomiche in miniatura. Eserciti fantasma che si lanciano come avvoltoi su obiettivi in carne ed ossa, migliaia di chilometri lontani. Bombardamenti sempre più virtuali, computerizzati, disumanizzati. E disumanizzanti. Perché la coscienza degli assassini non possa incrociare mai gli occhi e la disperazione delle vittime innocenti.

Il MUOStro incarna le mille contraddizioni della globalizzazione neoliberista. Uccide in nome della pace e dell’ordine sovranazionale. Devasta il clima, l’ambiente, il territorio. Dilapida risorse umane e finanziarie infinite. Rigenera le ingiustizie. Esautora ogni controllo dal basso. Espropria democrazia. Rafforza il blocco di potere transnazionale. Inquina irrimediabilmente la natura e la ragione. Viola il diritto alla salute di intere popolazioni. A partire dalla Sicilia, l’isola destinata ad ospitare uno dei quattro terminali terrestri del nuovo sistema per le guerre stellari.

È a Niscemi (Caltanissetta), nel cuore di un’importante riserva naturale, che fervono i preparativi per l’installazione di tre grandi antenne paraboliche dal diametro di 18,4 metri, funzionanti in banda Ka per le trasmissioni verso i satelliti geostazionari e due trasmettitori elicoidali in banda UHF (Ultra High Frequency), di 149 metri d’altezza, per il posizionamento geografico. Mentre le maxi-ante trasmetteranno con frequenze che raggiungeranno valori compresi tra i 30 e i 31 GHz, i due trasmettitori elicoidali avranno una frequenza di trasmissione tra i 240 e i 315 MHz. Onde elettromagnetiche che penetreranno la ionosfera e i tessuti di ogni essere vivente che avrà l’ardire di sfidare frontalmente l’Eco MUOStro.

Fa paura il nuovo supersegreto centro di telecomunicazioni della Marina militare USA di Niscemi. Gli studiosi che rifiutano sdegnati le buste paga del Pentagono lo hanno definito un pericolosissimo maxi-forno a microonde. E la gente, giustamente, si è indignata di essere stata ignorata, svenduta, tradita. In migliaia sono scesi in piazza a manifestare, costringendo sindaci e consigli comunali e provinciali a votare delibere ed ordini del giorno No MUOS. Sono state presentate decine d’interrogazioni parlamentari, firmate petizioni e appelli per la revoca delle autorizzazioni ai lavori. Ci sono stati dibattiti, convegni, marce, digiuni, sit-in e presidi alla base di morte di contrada Ulmo. Tutto inutile. I governi nazionali, prima quello del cavaliere Berlusconi e dei bunga bunga, oggi quello dei banchieri dell’unità nazionale, hanno risposto sempre e solo picche. A Palermo la stessa musica, gran maestro d’orchestra il governatore Raffaele Lombardo. Per lui, il MUOS è come il Ponte sullo Stretto, costi quel che costi, in termini politici, sociali ed economici, ma s’ha da fare.



Edito da Sicilia Punto L (Ragusa) (euro 4), il lavoro sarà presto disponibile in versione e-book con Errant Editions.



Antonio Mazzeo, peace-researcher e giornalista, ha realizzato numerose inchieste sui processi di riarmo e militarizzazione in Italia e nel Mediterraneo. Per Edizioni Punto L, insieme ad Antonello Mangano, ha pubblicato nel 2006 il volume Il mostro sullo Stretto. Sette ottimi motivi per non costruire il Ponte. Nel 2010 ha conseguito il Primo premio “Giorgio Bassani” di Italia Nostra per il giornalismo. È membro della Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella e della Rete No Ponte. Per consultare articoli e pubblicazioni: http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/

sabato 5 maggio 2012

Di Paola rilancia il miliardario scudo anti-missili NATO


Non ha timori reverenziali il ministro-ammiraglio per il potente alleato d’oltreoceano. “Noi chiediamo agli Stati Uniti di rispettare i propri impegni e noi rispetteremo i nostri”, ha esordito il responsabile del dicastero della Difesa, Giampaolo Di Paola, intervenendo il 30 aprile nell’ultraconservatore Centro per gli Studi Strategici Internazionali (CSIS) di Washington. Oggetto della polemica, il costosissimo programma di “difesa” aerea a corto e medio raggio MEADS (Medium Extended Air Defense System), progettato in vista della sostituzione del sistema “Patriot” negli Stati Uniti e in Germania e “Nike Hercules” in Italia. Uno “scudo” anti-missili che piace sempre meno al Pentagono e che il Congresso non intende più finanziare.

“Se gli Stati Uniti dovessero rinunciare al MEADS, lascerebbero i due alleati europei con le mani legate”, ha spiegato Di Paola. “Comprendo il punto di vista statunitense, secondo cui il MEADS è solo uno dei tanti sistemi anti-missili che può essere messo in campo. Ma c’è un accordo preso insieme ad Italia e Germania, e ognuno dei tre paesi deve rispettarlo. I partner hanno già contribuito finanziariamente al programma in modo considerevole”.

“Gli Stati Uniti non possono abbandonare adesso il MEADS, perché farà parte del contributo europeo alla difesa missilistica”, ha ammonito il ministro. “Spero così che parteciperete al programma sino a che venga conclusa la sua fase progettuale. A quel punto, voi sarete liberi, e noi europei potremo decidere se andare avanti”.

La firma del memorandum tra Roma, Berlino e Washington per la ricerca e lo sviluppo del nuovo sistema d’armi risale al secondo semestre del 2004. Successivamente, il MEADS è stato assunto strategicamente dalla NATO e nel 2007 è divenuto una delle priorità militari ed industriali dell’ultimo governo Prodi. E il sistema è stato inserito all’interno di un più ampio piano di cooperazione bilaterale Italia-USA: in cambio della concessione di nuove basi militari in territorio italiano e del potenziamento di quelle esistenti (Vicenza, Aviano, Camp Darby, Sigonella, Niscemi, ecc.), l’esecutivo di centro-sinistra ha ottenuto da Washington il consenso ad un’effimera partecipazione delle aziende Finmeccanica allo “scudo” anti-missili da installare in Europa e in Medio Oriente e alla produzione del nuovo cacciabombardiere F-35. L’impegno nazionale è stato oneroso: solo per il MEADS, dal 2004 ad oggi l’Italia ha speso più di 600 milioni di euro.

Il programma però si è caratterizzato per i notevoli ritardi (il piano originario fissava come data entro cui completare la produzione il 2007, oggi si è posticipato al 2018), mentre le previsioni di spesa finale sono schizzate da 3,4 a 4,2 miliardi di dollari. Secondo il memorandum del 2004, i costi di progettazione e sviluppo del MEADS devono essere così suddivisi: il 58% agli USA, il 25% alla Germania e il restante 17% all’Italia. Troppi soldi per il Congresso, che nel febbraio 2011 ha deciso di bloccare ulteriori stanziamenti.  Solo per completare la fase di ricerca, Washington dovrebbe assicurare 804 milioni di dollari entro il 2013. Se l’amministrazione Obama non contrasterà le indicazioni dei congressisti, non resteranno che due strade: la rinuncia generale al MEADS o l’assunzione da parte di Germania e Italia della quota statunitense non finanziata. L’ultima ipotesi comporterebbe l’ennesimo trasferimento di risorse pubbliche a favore del complesso militare-industriale a netto predomino statunitense. 

Il sistema MEADS è prodotto da un consorzio internazionale con sede ad Orlando, guidato da Lockheed Martin, il colosso USA che è pure prime contractor dei cacciabombardieri F-35 e del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari di US Navy che disporrà di un terminale terrestre a Niscemi, in Sicilia. La joint venture vede poi la presenza delle europee EADS ed MBDA. Quest’ultima è presente attraverso la filiale tedesca MBDA-LFK ed MBDA Italia. Operante quasi esclusivamente nel settore bellico, la holding è controllata al 25% da Finmeccanica e il restante 75% da società con sede in Gran Bretagna e Francia. Lo scorso anno ha avuto un fatturato record di 3 miliardi di euro (+5% rispetto al 2010 e +15% al 2009).

“Il MEADS è un programma volto a fornire un assetto di difesa aerea in grado di operare contro aerei, missili da crociera e missili balistici tattici”, spiegano i produttori. “Il sistema ha dimostrato di poter difendere fino a otto volte l’area di copertura dei sistemi che andrà a sostituire, richiedendo un minor numero di assetti. Questo consente una notevole riduzione del personale e delle attrezzature impiegate, così come la domanda di trasporto aereo”.

L’intercettore base del MEADS sarà il missile Patriot PAC-3 Segment Enhancement (MSE), mentre il missile IRIS-T SL (prodotto da Diehl BGT Defence) andrà ad armare i dispositivi delle forze armate tedesche. La configurazione base del sistema richiede un lanciatore, un battle manager per la direzione delle operazioni tattiche ed il radar per il controllo di fuoco a banda X che incorpora il dispositivo di riconoscimento amico-nemico prodotto da Selex Sistemi Integrati (Finmeccanica). Radar, centri operativi e lanciatori saranno montati a bordo dei nuovi camion 6x6 FMTV di produzione USA, trasportabili sui velivoli carco C-130 “Hercules”.
È in Italia che si stanno eseguendo buona parte dei test di funzionamento del battle manager e dei sistemi di controllo di fuoco del MEADS, i primi negli stabilimenti MBDA di Fusaro (Napoli), i secondi nella base aerea di Pratica di Mare (Roma). MBDA Italia dispone di un organico di circa 1.300 dipendenti, distribuiti nei centri di La Spezia, Fusaro e Roma. Seguendo una tendenza affermatasi da parecchi decenni nel mercato statunitense, le attività di ricerca e sviluppo sono condotte dall’azienda in convenzione con alcune importanti università italiane, prime fra tutte quelle di Napoli, Ancona, Pisa, L’Aquila e Torino.

giovedì 3 maggio 2012

MUOS di Niscemi: verso la guerra globale permanente


A Niscemi, in provincia di Caltanissetta, nel cuore di un’importante riserva naturale, sta per essere installato uno dei quattro terminali terrestri del MUOS (Mobile User Objective System), il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari per i conflitti del XXI secolo, quelle con i missili all’uranio impoverito, gli aerei senza pilota e le armi nucleari in miniatura, conflitti sempre più “virtuali”, computerizzati, disumanizzati. Disumanizzanti.

Il sistema MUOS, ad uso esclusivo delle forze armate statunitensi, consentirà di propagare universalmente gli ordini di guerra, convenzionale e/o chimica, batteriologica e nucleare. E finanche quelli per scatenare la guerra al clima e all’ambiente. Collegherà tra loro i centri di comando e controllo delle forze armate, i centri logistici e gli oltre 18.000 terminali militari radio esistenti, i gruppi operativi in combattimento e gli arsenali di morte sparsi in tutto il pianeta. La nuova rete di satelliti e terminali terrestri consentirà di moltiplicare di dieci volte il numero delle informazioni che saranno trasmesse nell’unità di tempo, accrescendo in modo esponenziale i rischi che venga scatenato l’olocausto per un mero errore tecnico.

Il MUOS incarna le mille contraddizioni della globalizzazione neoliberista. Elemento chiave delle future guerre stellari, avrà effetti devastanti sull’ambiente, il territorio e la salute delle popolazioni. Le tre mega-antenne emetteranno micidiali microonde che si aggiungeranno all’inquinamento elettromagnetico generato dalla stazione di telecomunicazione della marina militare USA presente da vent’anni in contrada Ulmo. In un recente studio sui rischi del nuovo sistema di telecomunicazioni a firma dei professori Massimo Zucchetti e Massimo Coraddu del Politecnico di Torino, si riporta che nel periodo compreso tra il dicembre 2008 e l’aprile 2010 «l’Arpa Sicilia ha effettuato una serie di rilievi sulle emissioni generate dalla stazione di radiotrasmissione di Niscemi che hanno consentito di rilevare valori di campo elettrico prossimi al valore di attenzione di 6 V/m». Le misurazioni hanno evidenziato in particolare «la presenza di un campo elettrico intenso e costante in prossimità delle abitazioni, mostrando un sicuro raggiungimento dei limiti di sicurezza per la popolazione e, anzi, un loro probabile superamento. In un caso il valore rilevato è risultato prossimo al limite di attenzione stabilito dalla normativa».

I lavori del MUOS hanno già compromesso irrimediabilmente l’habitat dell’area naturale “Sughereta”, Sito di Importanza Comunitaria (SIC). I crescenti processi di militarizzazione, con  i loro effetti deleteri sulle attività produttive ed economiche, stanno contribuendo allo spopolamento delle campagne e al massiccio esodo verso il Nord di centinaia di giovani niscemesi. E come se non bastasse, nello sfondo, l’inquietante presenza della criminalità organizzata. A eseguire una parte delle opere per il MUOS sarebbe stata chiamata un’impresa contigua alle “famiglie” mafiose locali.

Il Politecnico di Torino ha pure rilevato che il nuovo terminale per le Stars Wars avrà pesantissimi effetti sul traffico aereo nei cieli siciliani e in particolare sul vicino aeroporto di Comiso, riconvertito ad uso di civile dopo avere ospitato negli anni ’80 i 112 missili nucleari Cruise della NATO. «La potenza del fascio di microonde del MUOS è senz’altro in grado di provocare gravi interferenze nella strumentazione di bordo di un aeromobile che dovesse essere investito accidentalmente», scrivono i professori Zucchetti e Coraddu. «Gli incidenti provocati dall’irraggiamento accidentale di aeromobili distanti anche decine di Km. sono eventualità tutt’altro che remote e trascurabili ed è incomprensibile come non siano state prese in considerazione dagli studi progettuali della Marina militare USA. I rischi d’interferenza investono potenzialmente tutto il traffico aereo della zona circostante il sito MUOS. Nel raggio di 70 Km si trovano ben tre scali aerei: Comiso, a poco più di 19 Km dalla stazione di Niscemi, e gli aeroporti militare di Sigonella e civile di Fontanarossa (Catania), che si trovano rispettivamente a 52 Km e a 67 Km». Sigonella e Fontanarossa, tra l’altro, sono già oggetto delle spericolate operazioni di atterraggio e decollo dei velivoli da guerra senza pilota Global Hawk, Predator e Reaper a disposizione delle forze armate USA e NATO.

Per gli studiosi del Politecnico, l’irraggiamento a distanza ravvicinata, di un aereo militare, potrebbe avere conseguenze inimmaginabili. «Le interferenze generate dalle antenne possono arrivare infatti a innescare accidentalmente gli ordigni trasportati. È quanto accaduto il 29 luglio 1967 nel Golfo del Tonchino alla portaerei US Forrestal, quando le radiazioni emesse dal radar di bordo detonarono un missile in dotazione ad un caccia F-14, causando una violenta esplosione e la morte di 134 militari. Tali considerazioni dovrebbero portare a interdire cautelativamente vaste aree dello spazio aereo sovrastanti l’installazione del MUOS».

Gli insostenibili pericoli per il traffico aereo del nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari sono del tutto noti ai tecnici statunitensi, al punto che sei anni fa fu deciso di dirottare a Niscemi il terminale MUOS destinato originariamente alla stazione aeronavale di Sigonella. A determinare il cambio di destinazione, le risultanze di uno studio sull’impatto delle onde elettromagnetiche generate dalle grandi antenne (Sicily RADHAZ Radio and Radar Radiation Hazards Model), eseguito da due aziende statunitensi, AGI - Analytical Graphics Inc. e Maxim Systems. Nello specifico, venne elaborato un modello di verifica dei rischi di irradiazione sui sistemi d’armi, munizioni, propellenti ed esplosivi (il cosiddetto HERO - Hazards of Electromagnetic to Ordnance), ospitati nella grande base siciliana. Appurato che le fortissime emissioni elettromagnetiche del MUOS potevano avviare la detonazione degli ordigni, AGI e Maxim Systems raccomandarono i militari statunitensi di non installare i trasmettitori a Sigonella. Anche Filippo Gemma, amministratore di Gmspazio Srl di Roma (società che rappresenta in Italia la statunitense AGI), ha confermato l’esito negativo dello studio sull’impatto elettromagnetico. Nel corso dello speciale di Rai News 24 Base Usa di Sigonella. Il pericolo annunciato, trasmesso il 22 novembre 2007, Gemma ha dichiarato che «una delle raccomandazioni di AGI era che questo tipo di trasmettitore non dovesse essere installato in prossimità di velivoli dotati di armamento, i cui detonatori potessero essere influenzati dalle emissioni elettromagnetiche del trasmettitore stesso».

Contro il devastante progetto militare - mai discusso in sede parlamentare – si sono pronunciati tre consigli provinciali (Catania, Ragusa e Caltanissetta) e quasi tutti i Comuni vicini all’installazione USA di contrada Ulmo. In un primo tempo anche il Presidente della regione siciliana, Raffaele Lombardo, si era dichiarato contro il MUOS, poi con un repentino e più che sospetto giro di valzer si è trasformato in uno dei suoi più convinti sostenitori. Ciononostante comitati spontanei di cittadini, istituzioni e associazioni politiche, sindacali e ambientaliste stanno moltiplicando gli sforzi per ottenere la revoca delle autorizzazioni concesse per l’installazione delle mega-antenne. Dopo un corteo di protesta a Niscemi il 31 marzo scorso e un presidio a Comiso il 4 aprile in occasione del trentennale della grande manifestazione contro i missili nucleari Cruise, i No MUOS siciliani si ritroveranno a Niscemi il 29-30 aprile e l’1 maggio per una tre giorni di eventi e iniziative di sensibilizzazione.

«L’intero territorio dell’Isola ha già pagato altissimi costi sociali ed economici per le dissennate scelte di riarmo e militarizzazione», afferma Alfonso Di Stefano della Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella. «Il recente conflitto in Libia ha consacrato il ruolo della Sicilia come grande portaerei per le operazioni di attacco USA, NATO ed extra-NATO in Africa e Medio Oriente. Dallo scalo “civile” di Trapani Birgi sono stati scatenati buona parte dei bombardamenti contro l’esercito e la popolazione civile libica. Sigonella è stata trasformata in capitale mondiale dei famigerati Global Hawk mentre prolifera ovunque l’installazione di radar per l’intercettazione delle imbarcazioni di migranti. Tutto ciò per perpetuare il modello di rapina delle risorse energetiche e arricchire i signori del complesso militare-industriale statunitense». Il MUOS, costato già più di sei miliardi di dollari, ha come principale contractor Lockheed Martin, il colosso a capo del dissennato programma dei cacciabombardieri F-35. Il dio di tutte le guerre ha sempre lo stesso volto di morte.


Articolo pubblicato in Lotta Continua, n. 2, aprile 2012.

martedì 1 maggio 2012

Mafia e MUOS: parenti, amici o “passavamo per caso”?


Il primo maggio a Niscemi centinaia di ragazzi da tutta la Sicilia concludono tre giorni di protesta (pacifica e gioiosa) contro il Muos, la megacentrale rischia di mandare in pezzi l'economia e la natura del cuore della Sicilia. Ma perché ce l'hanno tanto col Muos? Di che si tratta? E chi ci fa affari?





Si dice che sono contiguo alla criminalità organizzata? Ed io chiudo e licenzio tutti... A Niscemi, nel cuore della riserva naturale che ospita l’ultima sughereta dell’Isola, la “Piazza Calcestruzzi Srl” ha completato sbancamenti e piattaforme in cemento armato dove innalzare le mega-antenne del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari delle forze armate Usa. E dalle pagine de La Sicilia, il 4 aprile 2012, i titolari annunciano l’affissione all’ingresso degli l’impianti di un cartello choc: cantieri chiusi per mafia!

“Si tratta di un’impresa che dal 31 ottobre dell’anno scorso è chiacchierata on line con il sospetto di essere vicina ad ambienti in odor di mafia”, annota  il cronista. Poi il lungo sfogo di Vincenzo Piazza, “delegato” della Calcestruzzi, che – spiega il cronista - ha deciso di dire basta a quelle che considera maldicenze gratuite che continuano ad apparire periodicamente nei vari blog d’informazione della rete. “Una campagna diffamatoria senza frontiere nei nostri confronti, attuata con vari articoli contenenti dichiarazioni di politici professionisti dell’antimafia che hanno determinato gradualmente un calo di richieste di lavoro nei confronti della nostra ditta, fino al punto che dopo aver ultimato la fornitura del calcestruzzo per il basamento dove saranno collocati i tralicci del MUOS, ci ritroviamo senza più richieste di forniture”.

L’1 aprile, la “Piazza Calcestruzzi Srl” aveva notificato agli otto dipendenti assunti con contratto a tempo indeterminato la lettera di licenziamento per “gravi problemi economici” dovuti alla mancanza di commesse. All’indice la Prefettura di Caltanissetta, rea di aver negato all’azienda le necessarie informative antimafia.

“Abbiamo subìto in passato attentati incendiari ad autovetture, escavatori e betoniere”, si duole ancora su La Sicilia Francesco Piazza, figlio di Vincenzo. “Mio padre, addirittura, si è rifiutato di pagare un pizzo di 170 mila euro ed ha denunciato 5 estortori di un clan malavitoso catanese che sono stati arrestati. E ciò nonostante, siamo abbandonati da tutte le associazioni di categoria locali, provinciali e regionali. Abbiamo così deciso di uscire allo scoperto proprio perché non abbiamo nulla da temere e di dire basta alle accuse diffamanti. Abbiamo sporto 5 querele verso coloro che ci hanno diffamato e senza mai che questi abbiano indicato circostanze specifiche di una presunta nostra vicinanza ad ambienti mafiosi”.

In verità blogger e giornalisti si sono limitati a riportare il contenuto di una articolata interrogazione parlamentare ai Ministri della difesa e degli interni, presentata il 14 febbraio 2012 dal senatore Giuseppe Lumia (Pd). “È in atto la ristrutturazione e l’ampliamento del sistema di comunicazioni per utenti mobili denominato MUOS nel territorio di Niscemi, iniziativa ritenuta strategica a fini militari”, esordisce Lumia. “L’impresa che sta effettuando, in subappalto per conto della ditta Lageco di Parisi Adriana Srl, lavori edili e forniture di calcestruzzo è la Calcestruzzi Piazza che ha come amministratore unico Concetta Valenti, il cui marito convivente è Vincenzo Piazza, che, in base ad indagini della Direzione distrettuale antimafia (DDA) di Caltanissetta nonché ad altri elementi info-investigativi segnalati dalle Forze dell’ordine, apparirebbe fortemente legato al noto esponente mafioso del clan Giugno-Arcerito, Giancarlo Giugno, attualmente libero a Niscemi.

Il senatore spiega che nel corso dell’indagine Atlantide-Mercurio della procura antimafia di Caltanissetta (gennaio 2009) sarebbero emersi contatti del Piazza con esponenti mafiosi che evidenziano ingerenze e condizionamenti di Cosa nostra nell’appalto per i lavori di recupero, consolidamento e sistemazione a verde dell’area sottostante il Belvedere, commissionati dal Comune di Niscemi. Vincenzo Piazza, insieme a Giancarlo Giugno, è stato inoltre denunciato per il reato di associazione mafiosa nell’ambito dell’operazione Triskelion, eseguita nel febbraio 2010 dalla DDA e dal GICO della Guardia di finanza di Caltanissetta, contro una “cellula” di Cosa nostra della provincia di Enna operante in Lombardia e in Belgio. Nell’ambito della citata indagine - scrive il parlamentare - il monitoraggio dell’utenza in uso a Antonino Tramontana (soggetto affiliato al clan di Pietraperzia) dava modo di riscontrare plurimi contatti che costui intratteneva con alcuni personaggi pluripregiudicati, tra cui Giancarlo Giugno; quest’ultimo veniva contattato proprio tramite l’utenza in uso a Piazza. Sempre tramite Vincenzo Piazza, altro soggetto mafioso di Pietraperzia, tale Nino Tramontana, il 24 agosto 2006, incontrava Giancarlo Giugno ed era per mezzo del suo cellulare che parlava con Giugno quando si trovava presso l’impianto di calcestruzzo, il 3 settembre 2006….

La “Piazza Calcestruzzi” era finita nell’occhio del ciclone ben prima dell’atto ispettivo del senatore Lumia. Il 7 novembre 2011, la Prefettura di Caltanissetta aveva reso noto che a seguito delle verifiche disposte dalle normative in materia di certificazione antimafia sono emersi allo stato degli attuali accertamenti e dagli atti esistenti presso questo ufficio elementi tali da non potere escludere la sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi della sopracitata società. Alla base del pronunciamento prefettizio, i contenuti di un rapporto della Divisione Polizia anticrimine della Questura di Caltanissetta del 6 ottobre 2011, e di quello della Sezione Criminalità organizzata della stessa Questura del 27 dicembre 2010.

A seguito del pronunciamento della Prefettura, il 25 novembre 2011 il dirigente dell’Area servizi tecnici della Provincia regionale di Caltanissetta aveva sospeso la “Piazza Calcestruzzi” dall’Albo delle imprese per le procedure di cottimo-appalto. Venti giorni dopo anche il capo ripartizione per gli Affari generali del Comune di Niscemi disponeva l’esclusione della società dall’elenco dei fornitori e dall’Albo delle imprese di fiducia. Contro i provvedimenti, i Piazza hanno presentato ricorso al TAR. La conoscenza o la frequentazione di Giancarlo Giugno da parte di Vincenzo Piazza non ha influenzato le scelte personali del secondo, che invece sono state di segno esattamente opposto rispetto alla vicinanza ad un comportamento mafioso, affermano i legali della “Calcestruzzi”. Non si comprende, dunque, secondo quale passaggio logico il primo avrebbe sul secondo un’influenza così profonda ed estesa, da fare ritenere probabile l’intromissione nella gestione della società, di cui peraltro il secondo non è socio né amministratore. Una tesi che ha convinto il Dipartimento della difesa, il Comando di Sigonella, l’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma e le massime autorità militari italiane. Nessuno infatti ha ritenuto d’intervenire per far rispettare la legislazione italiana antimafia.

In origine, gli unici lavori pro-MUOS nella riserva “Sughereta” di Niscemi, autorizzati dall’assessorato ambiente e territorio della Regione siciliana, riguardavano la recinzione del perimetro interessato al sistema satellitare, la realizzazione di un impianto di illuminazione e di un sistema di drenaggio delle acque meteoriche, il livellamento superficiale del terreno e il suo consolidamento, sistemi di viabilità e collegamenti dell’area con le esistenti reti idriche, elettriche e telefoniche mediante tubazioni interrate. Le opere, però, sono state eseguite in spregio alle leggi e al senso comune. Recarsi in contrada Ulmo è come ritrovarsi in un girone infernale. Il paesaggio è da incubo. Scempi che si sommano ad altri scempi. La collina profanata, stuprata, sventrata. Voragini ampie come i crateri di un vulcano. Il terreno lacerato dal transito dei mezzi pesanti, ruspe, betoniere, camion. Recinzioni di filo spinato, tralicci di acciaio. Una selva di antenne. E poi ancora e solo antenne. Terrazzamenti, gli uni sugli altri, per centinaia e centinaia di metri. Uno di essi con evidenti segni di cedimento. In cima, tre piattaforme in cemento armato. E un primo blocco di casermette, container in alluminio e i box per i generatori di potenza.

Abbiamo rilevato alcune problematiche sulla conduzione delle opere di sbancamento, denunciano i rappresentanti del Movimento No MUOS. Negli elaborati grafici del progetto, la dislocazione delle piattaforme per le antenne non corrisponde con quelle in costruzione. Nelle tavole le basi erano disposte lungo una direttrice nord-sud, mentre la loro realizzazione è in direzione est-ovest. Non sappiamo se siano mai state approvate varianti in corso d’opera al progetto. Se non è così, i lavori non sono coerenti con le autorizzazioni rilasciate. Di sicuro questa modifica, per il profilo del terreno, ha comportato un maggiore volume di terra movimentata e di conseguenza un più pesante impatto sull’ambiente e il territorio. È perfettamente visibile, poi, la distruzione di essenze arboree tutelate. La scomparsa di parte della macchia mediterranea è provata anche dalle foto satellitari in nostro possesso, scattate prima dell’inizio dei lavori.

L’entità delle trasformazioni in atto denotano una gravissima manomissione dell’ambiente con l’aggravante di esplicarsi a danno di un’area protetta di interesse internazionale”, commenta amaramente Salvatore Zafarana, responsabile del Centro di educazione e formazione ambientale (C.E.A.) di Niscemi. Nei suoli interessati dalla megastruttura è stato stroncato un processo di successione ecologica positivo che aveva portato alla colonizzazione dei suoli sabbiosi e steppici con specie cespugliose di gariga mediterranea. La superficie destinata ad accogliere il MUOS, unita a quella occupata dalle 41 antenne erette dalla Marina Usa a partire dagli anni ‘90, hanno vanificato ogni possibilità di collegamento delle aree boscate più meridionali di contrada Pisciotto con quelle più a nord di Apa, Ulmo e Vituso e con il residuo bosco di Carrubba ad est. Ad essere definitivamente compromessi sono i lotti boscati di Mortelluzzo e Valle Porco, di limitate estensioni ma di indiscusso pregio naturalistico e paesaggistico.

Le “presunte” illegalità e l’arroganza dei potentati criminali rischiano di riportare Niscemi indietro di alcuni anni, quando il territorio era sotto il dominio mafioso e gli spazi di libera espressione e agibilità democratica per le nuove generazioni erano minimi. “Con il MUOS e i lavori in mano agli amici del boss, il clima è tornato a farsi pesante e iniziamo ad avere davvero paura”, afferma uno dei giovani attivisti No MUOS. “I nostri genitori, che pure ci hanno sempre sostenuto, si fanno delle domande. Dicono che adesso No MUOS significa No Mafia e che toccando il MUOS si toccano le relazioni criminali. E ciò può creare problemi. Hanno paura che ci possano incendiare l’auto. So che hai ragione e che ci metti il cuore nella lotta contro il MUOS, ma stai attento!, mi ha detto mia madre. Lei non vuole che molli, ma mi fa male vederla preoccupata. Ci sono state persone che sono andate dai nostri genitori, consigliando, anzi denunciando, che eravamo nel Movimento. E questi a Niscemi sono segnali chiari, inequivocabili.

La mafia che genera militarizzazione. La militarizzazione che rigenera la mafia. Anche se qui non si spara e si uccide da qualche tempo, imperversa il racket, i commercianti pagano il pizzo e i mafiosi impongono le forniture di cemento alle imprese che lavorano”, racconta Tony. “Ho lavorato come commesso nel settore dell’abbigliamento. I mafiosi entravano in negozio, provavano la merce, se la facevano impaccare e se ne andavano dicendo poi pagherò. Ma non pagavano mai. C’è poi il passaggio di proprietà di piccole quote in mano ai mafiosi. I negozi vengono bruciati o vengono fatte esplodere le auto dei commercianti. A Niscemi non è mai nata un’associazione antiracket. Doveva nascere qualche tempo fa. Fu annunciata durante la presentazione della festa del Patrono. Poi, di notte, ci furono tre attentati contro i commercianti che dovevano costituire l’associazione. L’iniziativa fu cancellata. E ai grandi processi di mafia si costituiscono oggi solo il Comune e l’associazione Libera.

L’amministrazione di Niscemi è stata sciolta per infiltrazione mafiosa due volte in meno di dodici anni, la prima il 18 luglio 1992, il giorno prima dell’assassinio del giudice Borsellino e della sua scorta, la seconda il 27 aprile 2004. “La situazione amministrativa risulta caratterizzata da rilevanti fenomeni di instabilità politica, determinati dalla grave situazione dell’ordine pubblico ivi esistente, che hanno determinato il susseguirsi di tre giunte comunali, la prima delle quali è stata presieduta dal sindaco dott. Rizzo Paolo, legato da vincoli di parentela con esponenti della criminalità locale”, riportava il decreto di scioglimento a firma dell’allora ministro degli interni, Nicola Mancino.

Il Rizzo, nello specifico, è parente del presunto boss niscemese Giancarlo Giugno, quello delle frequentazioni con i titolari della “Piazza Calcestruzzi”.  “Il  23 dicembre 1984, Giugno veniva tratto in arresto in esecuzione di ordine di cattura emesso dalla procura della Repubblica di Caltagirone per associazione per delinquere di stampo mafioso”, annotava il ministro. “Il 12 gennaio 1986 riceveva notifica del provvedimento di diffida emesso dalla questura di Caltanissetta; il 6 marzo 1991 veniva tratto in arresto per favoreggiamento personale perché sorpreso in compagnia del latitante Barberi Alessandro di Gela, ritenuto personaggio di rilievo del clan Madonia operante in quel comprensorio; il 2 aprile 1991 veniva proposto dal comando carabinieri di Caltanissetta per l’applicazione della misura della sorveglianza speciale di P.S. con divieto di soggiorno in Sicilia”.

Sull’ex sindaco Paolo Rizzo, pesarono altresì i “vincoli di affinità” con tale Salvatore Paternò, denunciato il 18 dicembre 1984 alla Procura della Repubblica di Caltagirone per associazione mafiosa. La sua ingombrante presenza a capo del Comune di Niscemi si protrasse dal giugno 1988 al settembre 1991, il periodo in cui venne costruita in gran segreto la stazione per le radiotelecomunicazioni con i sottomarini nucleari della Marina Usa. Si tratta di una delle infrastrutture militari più estese del territorio italiano: 1.660.000 metri quadri di terreni boschivi e agricoli ad uso esclusivo delle forze armate statunitensi, secondo quanto previsto dall’accordo tecnico Italia-Stati Uniti dell’aprile del 2006. Una cessione di sovranità a costo zero che la dice lunga sulla subordinazione di Roma agli interessi di guerra dell’alleato d’oltreoceano.



Articolo pubblicato in I Siciliani giovani, n. 4 aprile 2012

mercoledì 25 aprile 2012

In Kosovo c’è sempre più NATO


Dopo tredici anni di amministrazione militare del Kosovo e la spesa di ingenti risorse finanziarie, la NATO riconosce di non essere più in grado, con le forze attuali, di evitare la degenerazione del conflitto tra la maggioranza albanese e la minoranza serba. Così, alla vigilia delle prossime elezioni politiche in Serbia, il comando generale dell’Alleanza atlantica annuncia che dal primo maggio verrà rafforzato il dispositivo di uomini e mezzi che presidiano strade e villaggi del Kosovo (KFOR – Kosovo FORce). Secondo Bruxelles, saranno quasi 700 gli uomini dei corpi di pronto intervento di Germania e Austria che raggiungeranno la mini-repubblica balcanica dichiaratasi indipendente dalla Serbia nel 2008.

“Nel valutare la situazione odierna, la NATO e l’Unione Europea si sono rese conto che le forze KFOR sul campo potrebbero non essere sufficienti per rispondere in modo appropriato a eventuali incidenti e scontri in Kosovo, legati alle elezioni in Serbia”, ha ammesso il portavoce del Comando centrale militare tedesco, Hauke Bunks.

Il dispositivo KFOR prevede dal 1° marzo 2011 due Multinational Battle Groups, di cui uno a conduzione italiana. Attualmente, la missione vede schierati 31 paesi con 5.500 uomini. La Germania è il paese impegnato con il maggior numero di militari, 1.300, più altri 550 che giungeranno nei Balcani tra meno di una settimana. Seguono poi l’Italia con meno di 1.000 uomini e gli Stati Uniti con 800. Alla forza d’intervento NATO si aggiungono poi i 3.200 uomini della missione EULEX dell’Unione europea (European Union Rule of Law Mission in Kosovo), con il compito di “monitorare e guidare le nascenti istituzioni del Kosovo nei campi della Polizia, della Giustizia e della Dogana”. La missione europea ha preso il via il 4 febbraio 2008 (tredici giorni prima, cioè, della dichiarazione unilaterale d’indipendenza) ed opera, sostanzialmente, sotto il comando e la direzione della NATO. Inizialmente a capo di EULEX venne chiamato il generale francese Yves de Kermabon, dal 2004 al 2005 Comandante dell’operazione KFOR. L’odierno responsabile EULEX è il connazionale gen. Xavier Bout de Marnhac, capo KFOR nel biennio 2007-2008.

Nel caso di un inasprimento del conflitto tra le comunità albanesi e serbe, l’Alleanza Atlantica potrebbe chiamare all’Italia un maggiore impegno in Kosovo per i prossimi 5-6 mesi. Le forze armate italiane sono di base a Pec-Peja, nella parte occidentale della repubblica. Personale dell’Aeronautica militare della cosiddetta Task Force “Air” opera invece nell’aeroporto AMIKo di Djakovica in supporto e assistenza ai velivoli dei partner NATO. Nello scalo di Djakovica è presente anche il Gruppo elicotteri dell’Aviazione dell’Esercito denominato Task Force “Ercole”.

Gli altri centri operativi delle forze KFOR sorgono a Lipljan, Novo Selo, Prizren e Urosevac. Sotto il comando e la direzione dell’US Army Corps of Engineers, sono stati completati di recente i lavori di costruzione della più grande e moderna installazione militare NATO in tutta l’area balcanica: si tratta di “Camp Bondsteel”, nella regione meridionale del Kosovo, quasi alla frontiera con la Macedonia. La struttura si estende in un’area di 955 acri (poco meno 4.900.000 metri quadri) ed è in grado di ospitare sino a 5.000 uomini tra militari, civili e contractors. Nuova sede del comando generale di KFOR, “Camp Bondsteel” è una vera e propria cittadella autosufficiente: ospita numerosi magazzini e depositi di armi e munizioni, caserme e aree residenziali per i familiari dei militari, scuole, centri sportivi e commerciali e un grande ed attrezzato ospedale militare.

La nuova base kosovara avrà il compito di proiettare le forze terrestri e aeree USA e NATO in un’area compresa tra l’Adriatico e il Caucaso. Come evidenziato da alcuni analisti, la sua localizzazione consente di porre sotto controllo due corridoi terrestri ed energetici di importanza strategica per l’Occidente: quello progettato dalle imprese tedesche (e lautamente finanziato dall’Agenzia europea per la ricostruzione) che congiunge, via Belgrado, il porto rumeno di Costanza ad Amburgo, e quello “statunitense” (con fondi USAID) sulla rotta Bulgaria-Macedonia-Albania.

Le azioni di guerra alleate in Kosovo si svilupparono nel corso della primavera 1999. Secondo il Comando supremo dell’Alleanza, in 78 giorni furono lanciate più di 38.000 sortite aeree; 900 i velivoli NATO impegnati, 600 dei quali di pertinenza delle forze armate USA. Buona parte degli strikes partirono da basi aeree italiane (Aviano, Gioia del Colle e Sigonella in primis) e da unità navali dislocate nell’Adriatico. A dirigere le operazioni, il Combined Allied Operations Center installato ad hoc all’interno dell’aeroporto “Dal Molin” di Vicenza, oggi al centro dei lavori di trasformazione nella base-comando della 173^ brigata aviotrasportata dell’esercito USA e delle forze terrestri di USAFRICOM destinate al continente africano.
Alla guerra parteciparono per la prima volta i cacciabombardieri stealth B-2, fatti decollare dalla base aerea di Whiteman (Missouri) e riforniti in volo da aerei cisterna USA e NATO provenienti da basi italiane. Battesimo di fuoco anche per i giganteschi aerei cargo C-17 Globemasters , che trasportarono in Albania e Macedonia gli oltre 5.000 militari e gli elicotteri d’assalto poi utilizzati per l’invasione e l’occupazione del Kosovo. Ad oggi è ancora ignoto il numero dei civili che furono uccisi durante le operazioni aeree alleate in Serbia e Kosovo. Secondo l’organizzazione non governativa statunitense Human Rights Watch le vittime dei caccia NATO sarebbero state tra 489 e 528. Anonimi “effetti collaterali” di un conflitto-pantano insensato, la cui risoluzione manu militari appare sempre più lontana.

lunedì 23 aprile 2012

Decollata da Brindisi la missione militare ONU in Siria


Al via in Siria la missione di supervisione delle Nazioni Unite (UNSMIS) per il “rispetto del cessate il fuoco tra le parti”, autorizzata il 21 aprile scorso dal Consiglio di Sicurezza (risoluzione n. 2042). A Damasco è giunto il primo team ONU composto da trenta “osservatori militari non armati” che verranno poi dislocati in una decina di località del paese. Da qui a 90 giorni, il numero degli “osservatori” crescerà a 300 unità, compresi “consiglieri politici ed esperti nel campo dei diritti umani, dell’informazione e della sicurezza pubblica”.

È questa una missione ad altissimo rischio: un suo fallimento potrebbe avere la conseguenza di aprire la strada  ad un intervento militare internazionale per spodestare il regime Assad. Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, non ha voluto attendere il voto del Consiglio di Sicurezza per lanciare l’intera operazione. Messosi in contatto con il governo italiano, ha ottenuto che dal 15 al 17 aprile, cinque velivoli C-130J della 46^ Brigata Aerea di Pisa venissero impiegati per trasportare a Beirut una decina di autoveicoli blindati, “materiali e altri mezzi” stoccati presso il Centro Servizi Globale delle Nazioni Unite (UNGSC) ospitato presso il distaccamento di Brindisi dell’Aeronautica Militare. Tutto il materiale inviato è destinato agli “osservatori” ONU.

Quella brindisina è un’installazione poco nota al grande pubblico, tuttavia sta assumendo sempre più un ruolo chiave a livello internazionale. Oltre a fornire il supporto alle attività di peacekeeping dell’ONU, lo scalo viene utilizzato come base di “pronto intervento umanitario” del World Food Program, per l’invio di aiuti di prima necessità in qualsiasi parte del mondo colpita da un evento calamitoso. La base di Brindisi è inoltre impiegata dall’Agenzia europea per la gestione della cooperazione alle frontiere esterne (Frontex) per le operazioni di pattugliamento aereo dell’Adriatico, del Canale di Sicilia e dei confini tra Grecia e Albania.

In una lettera inviata al Consiglio di Sicurezza, Ban Ki-moon ha reso noto che gli osservatori avranno il compito di “controllare la cessazione delle ostilità e l’applicazione degli altri punti del piano di pace” predisposto dall’inviato speciale delle Nazioni Unite e della Lega Araba, Kofi Annan. “Valuteremo sul campo gli sviluppi della situazione, prima di decidere se e quando espandere la missione”, ha aggiunto il Segretario generale ONU. L’accordo preliminare con le autorità siriane prevede che gli osservatori potranno spostarsi liberamente ovunque “a piedi o in auto”, fare fotografie e “utilizzare le apparecchiature tecniche necessarie a monitorare il rispetto del cessate il fuoco”. Potranno installare “temporaneamente” posti d’osservazione in città e villaggi, “monitorare” i convogli militari che si avvicinano ai centri abitati, indagare su ogni potenziale violazione degli accordi stipulati ed avere accesso ai centri di detenzione in coordinazione con la Croce rossa internazionale e le autorità siriane.

Gli “osservatori” saranno inizialmente messi a disposizione delle forze armate di Brasile, Belgio, Marocco, Norvegia, Russia e Svizzera. Anche l’Italia potrebbe fare la sua parte. Il 17 aprile, intervenendo in Parlamento, il sottosegretario alla Difesa, Gianluigi Magri, ha dichiarato che il governo è intenzionato “a trasferire un’aliquota delle forze già presenti in Libano nella vicina Siria”. Anche Olanda, Serbia, Cina, Croazia, Giordania, Pakistan, Egitto e Yemen hanno offerto la propria disponibilità ad inviare personale militare nel paese mediorientale.  

Ban Ki-moon ha chiesto all’Unione europea di mettere a disposizione degli osservatori alcuni elicotteri da trasporto, in modo da “assicurare mobilità e capacità di pronta risposta in caso d’incidenti”. Ad oggi, però, Damasco non ha autorizzato l’uso degli scali nazionali per le operazioni di volo ONU. “Il regime di Bashar Al Assad non ha ancora ottemperato ai suoi obblighi di ritirare truppe e armi pesanti dalle città”, ha dichiarato il Segretario generale delle Nazioni Unite. “C’è stata un’escalation di violenza, ma entrambe le parti hanno manifestato l’intenzione di rispettare la tregua”. Secondo l’ONU, sarebbero già più di 9.000 le persone assassinate in Siria dall’inizio delle manifestazioni anti-governative del marzo 2011. Secondo il governo, invece, il numero delle vittime sarebbe di molto inferiore.

Crescono intanto le pressioni a livello internazionale per un intervento più “duro” e deciso contro il regime siriano. Al vertice di Parigi dei cosiddetti “Amici della Siria” (Stati Uniti, Francia, Arabia Saudita e Qatar), la Segretaria di Stato, Hillary Clinton, ha preannunciato che il proprio paese chiederà all’ONU di decretare “l’embargo sui viaggi e sulle armi e sanzioni finanziarie”. Il Qatar punta invece ad una missione multinazionale di “interposizione” e peace inforcement. Più cauta la NATO, che per bocca del suo segretario generale, Anders Fogh Rasmussen, fa sapere che, allo stato attuale, l’alleanza non ha l’intenzione d’intervenire in Siria. Anche i capi del Pentagono, secondo l’agenzia Associated Press, si sarebbero dichiarati fortemente perplessi su un intervento militare USA. Durante una recente audizione al Congresso, il segretario alla Difesa Leon Panetta e il Capo di stato militare, gen. Martin Dempsey, hanno fatto sapere che le forze armate “sono pronte ad agire”, ma hanno aggiunto tuttavia che “ci sarebbero forti limiti” per un coinvolgimento diretto dei militari USA in un’altra guerra in Medio Oriente “dopo i lunghi conflitti in Iraq ed Afghanistan”. Panetta e Dempsey hanno comunque preannunciato il potenziamento delle attività d’intelligence e la fornitura di non meglio precisati “aiuti umanitari” alla popolazione siriana, per un valore di 25 milioni di dollari.

Mentre la maggioranza del Congresso si dichiara contraria ad un’opzione militare contro la Siria, il senatore repubblicano John McCain (ex candidato alle elezioni presidenziali del 2008) ha chiesto in Commissione difesa di inviare i caccia USA a bombardare le postazioni militari siriane, replicando l’intervento dello scorso anno in Libia. “Per cambiare gli equilibri militari all’interno del paese è necessario che gli Stati Uniti, in stretta collaborazione con i nostri alleati turchi ed arabi, forniscano all’opposizione siriana l’aiuto di cui essa ha bisogno per difendersi”, ha dichiarato McCain. “Ciò può includere l’addestramento e la fornitura di armi ed intelligence all’opposizione siriana, l’uso del potere aereo per colpire i centri di comando e di controllo del regime di Assad e l’aiuto necessario perché l’opposizione crei proprie zone di sicurezza all’interno della Siria”.
Intanto da Amman giunge a sorpresa la notizia che dal 7 al 28 maggio la Giordania ospiterà un’imponente esercitazione militare a cui parteciperanno oltre 8.000 militari di Stati Uniti ed altri 16 paesi Nato ed extra-Nato. L’esercitazione “area, navale e terrestre” si chiamerà Eager Lion 12 e sarà focalizzata sulle modalità di “gestione delle crisi” e sulle “tecniche di lotta al terrorismo”, secondo quanto dichiarato da un portavoce dal Pentagono.