I Padrini del Ponte

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Affari di mafia sullo Stretto

venerdì 22 maggio 2015

Lo scalo pugliese di Grottaglie sarà centro aerospaziale dei droni


Governo nazionale, Regione Puglia, Finmeccanica e forze armate candidano lo scalo aeroportuale “Marcello Arlotta” di Grottaglie, Taranto, a futura base europea per la sperimentazione aerospaziale dei droni. Il 14 maggio si è insediato nell’aeroporto tarantino il tavolo tecnico che dovrà definire le regole per l’integrazione dei velivoli a pilotaggio remoto nello spazio aereo civile. All’iniziativa hanno preso parte, tra gli altri, l’amministratore unico di Aeroporti di Puglia S.p.A., Giuseppe Acierno; i direttori generali dell’Ente nazionale per l’aviazione civile (Enac), Alessio Quaranta e dell’Ente per l’assistenza al volo (Enav), Massimo Bellizzi; il presidente dell’Agenzia spaziale italiana, Roberto Battiston; i rappresentanti degli Stati Maggiori dell’Aeronautica e della Marina militare, nonché gli amministratori di alcune delle imprese interessate al progetto droni, prima fra tutte Alenia Aermacchi (Finmeccanica) che dal 2006 a Monteiasi–Grottaglie produce per la statunitense Boeing le sezioni di fusoliera in fibra di carbonio dell’aereo 787 Dreamliner.

“Il programma di sviluppo dello scalo di Grottaglie si articolerà su tre principali direttrici: manifatturiera, logistica e sperimentazione di soluzioni aeronautiche con e senza pilota”, concordano i partecipanti al tavolo tecnico. “L’ampiezza, la flessibilità operativa, l’essere inserita nel corridoio di volo per aerei non pilotati e la collocazione geografica dell’infrastruttura, rendono l’aeroporto tarantino un asset nazionale ed europeo unico. Grottaglie può proporsi come luogo idoneo per i Test Range dell’aviazione e, non ultimo, per i mezzi a pilotaggio remoto”. L’obiettivo di industriali, centri di ricerca, forze armate e Regione Puglia è quello d’intercettare una parte dei finanziamenti del nuovo programma Ue per la ricerca e l’innovazione “Horizon 2020” (ammontare complessivo 80 miliardi di euro, 13 dei quali provenienti dall’Italia).

Le autorità pugliesi hanno posto grande attenzione al settore aerospaziale e al business internazionale che potrà derivare a breve e medio termine dallo sviluppo dei velivoli a pilotaggio remoto, civili e militari. “Abbiamo posto alla base della nuova programmazione 2014–2020 la realizzazione a Grottaglie di un’infrastruttura caratterizzata da favorevoli condizioni logistiche e meteo e abbiamo avviato un significativo progetto di ampliamento dello scalo che tiene conto, peraltro, delle esigenze espresse dai partner industriali coinvolti in questo ambizioso programma di insediamento produttivo”, afferma il governatore uscente Niki Vendola, dal 2014 alla guida di Nereus, la rete delle regioni spaziali d’Europa. La Regione ha promosso inoltre la creazione del Distretto tecnologico aerospaziale (Dta) pugliese, società consortile senza fini di lucro a cui aderiscono alcune imprese del settore aerospaziale, università e centri di ricerca pubblici e privati presenti in Puglia. Nel maggio 2014 la Dta ha firmato a Tolosa un accordo di cooperazione internazionale per lo sviluppo del settore aerospaziale con Aerospace Valley (AV) della regione Midi-Pyrenées (Francia) ed il Distretto per le tecnologie e le applicazioni spaziali “si-Cluster” greco.

“Sempre in ambito spaziale, per Grottaglie si aprono prospettive anche nell’ambito della ricerca e dello sviluppo dei voli suborbitali, che dovrebbero consentire di viaggiare a velocità finora impensabili e coprire in poco tempo anche voli transoceanici”, ha dichiarato il presidente dell’Agenzia spaziale italiana (ASI), Roberto Battiston. L’Agenzia spaziale ha sottoscritto una convenzione con la Regione Puglia per la valorizzazione dell’infrastruttura tarantina. “Proprio a marzo scorso, a Washington, nella sede dell’Ambasciata d’Italia negli Stati Uniti, è stato firmato un Memorandum di cooperazione tra ENAC e Federal Aviation Administration, per lo sviluppo del trasporto commerciale sub spaziale e Grottaglie potrebbe esserne uno dei punti di riferimento”, riferisce l’ASI. Sono già una decina le imprese e i gruppi industriali che hanno manifestato la volontà di attivare a Grottaglie investimenti per centinaia di milioni di euro: tra essi compaiono Alenia, Selex ES, AgustaWestland, Vitrociset, Ids, Sipal, ecc. Le aziende del gruppo Finmeccanica, in particolare, sono impegnate attualmente con altri partner europei nella realizzazione di due prototipi di grandi droni d’attacco e bombardamento aereo, il nEUROn e l’Euro-drone.

Il sedime aeroportuale di Grottaglie si estende all’interno di un perimetro di poco superiore ai 6 Km, su una superficie di 160 ettari. Dal 2013 lo scalo è inserito nella lista degli aeroporti di “rilevanza nazionale” del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e vanta la pista più lunga di tutto il sud Italia (3.200 metri di lunghezza) per gli atterraggi dei pesantissimi aerei cargo Boeing 747-400 LCF su cui intervengono le maestranze di Alenia Aemacchi. Nonostante le sue enormi potenzialità per il traffico aereo civile, Grottaglie è in massima parte utilizzato solo a fini militari. Dal 1982 ospita la stazione aerea “Maristaer” della Marina militare che gestisce le attività del gruppo di volo “Grupaer” operante sui cacciabombardieri imbarcati a decollo verticale AV-8B “Harrier II” e del “Grupelicot 4” basato su elicotteri AB 212 ASu/ASW per la lotta antinave e antisommergibile e AB 212 NLA e SH-3D “Sea King” a supporto del Reggimento “San Marco”, del Gruppo operativo incursori del Comsubin e di altre forze speciali d’assalto italiane e Nato. Oltre alle guerra navale e anfibia, i reparti di Grottaglie concorrono alle attività di trasporto tattico, ricognizione, scorta armata a mezzi terrestri, ricerca e soccorso in mare, evacuazione medica, assistenza in caso di calamità naturali e “controllo anti-immigrazione clandestina”. Attualmente è in corso la sostituzione di tutti i vecchi AB-212 con i nuovi elicotteri NH-90 NFH testati al Centro Aeromarittimo di Luni-Sarzana (La Spezia).
A partire dal 2017, Grottaglie accoglierà anche i primi esemplari del cacciabombardiere di ultima generazione F-35B, versione a decollo verticale STOVL. Nei piani di Aeronautica e Marina, nella base tarantina saranno rischierati sino a 30 di questi costosissimi velivoli da guerra. Il ministero della Difesa ha già stanziato 3 milioni di euro circa per la “progettazione esecutiva e la realizzazione di un fabbricato per la sistemazione di un simulatore di volo” per la Marina e 1,25 milioni per la costruzione di un magazzino per i pezzi di ricambio e gli strumenti necessari all’aggiornamento dei velivoli destinati all’Aeronautica militare. Oltre che da Grottaglie, i cacciabombardieri F-35 opereranno pure da un secondo scalo pugliese, quello di Amendola (Foggia), che ospita oggi il centro di comando e controllo operativo di tutti i droni in dotazione alle forze armate italiane.

venerdì 15 maggio 2015

Elicotteri italiani in Turchia per giochi di guerra Nato


Il governo di Ankara ha scatenato una violenta offensiva contro la resistenza kurda, si appresta con l’Arabia Saudita a fornire assistenza ai ribelli siriani in lotta contro il regime di Bashar al-Assad e minaccia d’intervenire in Libia per punire i responsabili del bombardamento di un mercantile turco carico di armi destinate alle milizie islamico-radicali. Mentre la Turchia è al centro di un frenetico attivismo bellicista, alcuni paesi Nato (tra cui l’Italia), stanno fornendo pieno sostegno alle forze armate del pericoloso partner mediterraneo. Dal 4 al 15 maggio una trentina di velivoli dell’Alleanza atlantica sono stati rischiarati nella base aerea di Konya, Anatolia, per partecipare all’esercitazione “Tiger Meet 2015”: cacciabombardieri F-16 “Falcon Fighters” delle aeronautiche di Polonia e Turchia, i caccia F-18 Hornet” dell’aeronautica svizzera, i “Rafale” francesi, un velivolo radar “Awacs” della forza multinazionale Nato di Geilenkirchen (Germania), due elicotteri AB-212 del 9° Stormo di Grazzanise (Caserta). Le operazioni aeree sono seguite da un folto gruppo di “osservatori militari” appositamente giunti da Grecia, Austria, Germania, Olanda, Repubblica Ceca e dalla base dell’Aeronautica italiana di Gioia del Colle (Bari).

Il Tiger Meet rappresenta l’opportunità di incrementare professionalità, solidarietà e interoperabilità tra le nazioni Nato e partner, all’interno di scenari realistici e missioni complesse COMAO (COMposite Air Operations)”, spiega il Comando del 9° Stormo. Gli elicotteri AB-212 sono utilizzati a supporto delle forze speciali, per il trasporto tattico e la ricerca e soccorso di personale in teatro ostile. Con una velocità massima di 240 km/h e un’autonomia di 750 km, i velivoli sono armati con due mitragliatrici brandeggiabili cal. 7,62 mm e operano anche di notte e in condizioni meteo critiche grazie all’utilizzo di speciali visori notturni NVG (Night Vision Goggles). “Per gli equipaggi del 9° Stormo – spiega il Comando di Grazzanise - l’esercitazione Tiger Meet costituisce una preziosa occasione per accrescere l’Air to Land Integration, ossia di ottimizzare la capacità degli assetti nel supporto alle operazioni speciali e rinsaldare lo spirito di appartenenza e di cooperazione fra gli appartenenti alla Nato Tiger Association, l’associazione che riunisce i Gruppi di volo dell’Alleanza Atlantica che hanno come emblema la tigre”.

Costituita nel lontano 1961 presso la base aerea di Woodbridge (Gran Bretagna), la Nato Tiger Assiciation ha lo scopo di scambiare informazioni, tattiche ed esperienze professionali tra i gruppi di volo aderenti. L’Italia è entrata a far parte del club aereo d’eccellenza nel 1968, dopo Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti; dalla primavera del 2006 ne è membro il 21° Gruppo di volo “Tigre” del 9° Stormo di Grazzanise. Questo reparto era stato posto in posizione quadro dal 1° marzo 2001, dopo essere stato impiegato per le operazioni di guerra Nato in Kosovo e in Serbia. Oltre a partecipare alle recenti edizioni del Tiger Meet il ricostruito 21° Gruppo è stato impiegato in Afghanistan a supporto delle attività del Comando ISAF-Nato.

Il 9° Stormo di Grazzanise svolge prioritariamente operazioni di ricerca e soccorso (SAR) di personale sia in Italia che nell’ambito delle missioni internazionali, fornendo il supporto aereo alle forze di superficie e alla conduzione di missioni complesse (ricognizioni speciali, aviolancio, combat control, trasporto tattico, ecc.). Oltre al 21° Gruppo di volo, a partire del 2009 il 9° Stormo dispone pure di un Gruppo Fucilieri dell’Aria per le attività di controllo del territorio e di “obiettivi sensibili”, la difesa CBRN, il riconoscimento e la disattivazione di ordigni esplosivi, la perlustrazione aree e la disposizione di check-point. Equipaggiati e armati con mezzi tattici Iveco VTLM Lince, mitragliatrici pesanti Browning cal. 12,7mm, fucili d’assalto Beretta ARX160 e fucili a pompa Benelli M4 e Franchi SPAS 12 e 15, questo reparto d’élite fornisce il proprio supporto ai reparti speciali italiani inquadrati nella Task Force 45, l’unità di pronto intervento interforze composta dal 17° Stormo Incursori dell’Aeronautica, dal Gruppo Intervento Speciale dei Carabinieri, dal 9° Reggimento “Col Moschin” dell’Esercito e dal Gruppo Operativo Incursori della Marina militare. I “Fucilieri dell’Aria” di Grazzanise sono stati schierati in Afghanistan e hanno contribuito alle operazioni “Strade pulite” durante un’emergenza ambientale in Campania e “Strade sicure” nel contesto di una rivolta di migranti e richiedenti asilo a Lampedusa.

Nello scalo di Grazzanise è operativo pure il Gruppo Efficienza Aeromobili (GEA) dell’Aeronautica per la manutenzione degli elicotteri AB-212, degli impianti di bordo, degli equipaggiamenti di volo e delle attrezzature in dotazione al 9° Stormo. L’aeroporto è base alternata per i velivoli della difesa aerea, cui garantisce atterraggio e decollo assistito nonché supporto tecnico-logistico di ogni genere. Nel marzo 2012 a Grazzanise è stata inaugurata una pista in terra battuta, parallela alla pista in asfalto, per gli atterraggi dei velivoli da trasporto C-27J e C-130J della 46ª Brigata Aerea di Pisa. “L’uso diurno e notturno di questa nuova pista consente l’addestramento degli equipaggi dell’Aeronautica militare per il loro futuro impiego in zone fuori dei confini nazionali, non dotate di piste convenzionali e il consolidamento delle procedure operative standard alle quali si attengono i piloti della Nato”, spiega il ministero della Difesa. Oltre ai velivoli italiani, nello scalo casertano vengono periodicamente rischierati anche gli aerei da trasporto delle forze armate di Stati Uniti d’America, Gran Bretagna e di altri paesi dell’Alleanza Atlantica.

Da tre anni circa, a Grazzanise è infine ospitato il 2nd Nato Signal Battalion (dipendente dal Comando del Nato Communications and Information Systems Group), con funzioni di Centro mobile per le telecomunicazioni e il supporto alle esercitazioni e alle operazioni nei teatri operativi del personale alleato. Il battaglione di telecomunicazioni Nato, un tempo schierato a Verona e Bagnoli (Napoli), è un’unità di pronto interevento multinazionale composta da un Comando, una compagnia di supporto e manutenzione e quattro “moduli trasportabili CIS” di stanza a Grazzanise (due italiani e due statunitensi), più altri due “moduli CIS” a Bucarest (Romania) e Sofia (Bulgaria). Dopo aver operato in Afghanistan, il 2nd Nato Signal Battalion è impiegato attualmente nell’ambito della cosiddetta Operation Active Fence, l’operazione di “rafforzamento” della difesa aerea e missilistica della Turchia avviata dalla Nato nel gennaio 2013 dopo lo scoppio del conflitto in Siria. Prorogata sino alla fine del gennaio 2016, Active Fence include lo schieramento di batterie di missili “Patriot” di Germania, Olanda e Stati Uniti nelle basi turche di Kahramanmaras, Adanae e Gaziantep.
Dal 4 all’8 marzo 2015, il 2nd Nato Signal Battalion ha svolto l’esercitazione “Cobalt Cloud 15” allo scopo di “raggiungere la completa capacità operativa da parte del NATO Communications and Information Systems Group quale fornitore dei servizi CIS per tutti i Quartier Generali della Nato, ed addestrare e valutare la realizzazione e la fornitura dei servizi proiettabili CIS in supporto alla struttura di Comando della Nato Response Force (NRF) per il 2016”.

lunedì 11 maggio 2015

Turchia alla guerra in Kurdistan con le armi Finmeccanica


Le forze armate turche hanno schierato due elicotteri d’attacco e riconoscimento T129 nella base aerea di Siirt, nella regione sudorientale del paese, per concorrere alle operazioni di guerra contro la resistenza kurda che dal 1984 ad oggi hanno causato la morte di più di 40.000 persone, in buona parte donne, bambini e uomini non combattenti. Secondo quanto riferito dal portavoce delle forze armate turche, i due elicotteri sono destinati ad intervenire anche nelle province confinanti di Sirnak, Hakkari e Van. La sanguinosa offensiva militare turca in atto in Kurdistan è confermata dall’Ufficio stampa delle Forze di difesa del popolo kurdo (HPG). L’HPG ha fornito una lista degli interventi dell’aviazione turca nelle zone controllate dalla guerriglia. In particolare, dal 1° maggio si susseguono i voli di ricognizione sull’area di Xakurke, Suke, Haftanin, Gare e Metina. “I soldati turchi hanno anche lanciato dei colpi di mortaio a Martyr Rahime, nel distretto di Yüksekova di Hakkari”, denunciano le Forze di difesa del popolo kurdo. “Sempre il 1° maggio i soldati della postazione militare di Bilican hanno effettuato imboscate nella zona tra Deve Masiya e Tepe Munzur, al confine con la regione di Zap, e un bombardamento è stato effettuato dagli stessi soldati turchi verso le aree di Kepe Miriska e Talisa. Intense attività militari sono in corso a Cukurca, nel distretto di Hakkari e nei pressi di Şırnak”.

Parlano anche italiano i nuovi sistemi di guerra impiegati in Kurdistan. Gli elicotteri d’attacco T129 sono stati prodotti in Turchia dalle Tusas Turkish Aerospace Industries (TAI) su licenza della società italo-britannica AgustaWestland, interamente controllata dal gruppo Finmeccanica. Il T129 Atak Advanded Attack and Tactical Reconnaissance Helicopter è un bimotore realizzato a partire del modello AW129, l’elicottero Agusta acquistato dalle forze armate di numerosi paesi Nato ed extra-Nato. Aerotrasportabile con i velivoli cargo C-130 “Hercules”, il T129 italo-turco ha un’autonomia di volo di tre ore e una velocità di punta di 269 km/h e dispone di sistemi e sensori di nuova generazione per la guerra elettronica e il controllo di fuoco che consentono al velivolo di eseguire missioni diverse: sorveglianza e ricognizione armata, attacco al suolo di precisione, scorta, soppressione delle difese aeree nemiche.

Gli elicotteri utilizzati contro i combattenti kurdi sono stati armati con i missili Hellfire e Spike-ER, rispettivamente di produzione statunitense ed israeliana, e con i nuovi missili anticarro a lungo raggio UMTAS sviluppati dall’azienda turca Roketsan e i cui prototipi sono stati assemblati in Italia e Turchia. Oltre a due contenitori per il lancio sino ad otto missili, i T129 possono essere equipaggiati a seconda della missione anche con un mix di razzi guidati e non, missili aria-aria per autoprotezione, due pods con mitragliatrici da 12.7mm e 20 mm con una capacità di 500 colpi.

L’accordo tra AgustaWestland e TAI per la fornitura alle forze armate turche di 60 elicotteri d’attacco T129 per un valore di 3,3 miliardi di dollari risale al 2007. Il memorandum tra le due aziende prevedeva che lo sviluppo, l’integrazione, l’assemblaggio degli elicotteri fossero effettuati in Turchia; i sistemi di acquisizione obiettivi, navigazione, comunicazione, computer e guerra elettronica sono stati integrati invece da AgustaWestland negli stabilimenti di Vergiate (Varese). Il programma T129 ha visto la partecipazione anche di due aziende elettroniche del gruppo Finmeccanica, SELEX Galileo e SELEX Communications (oggi confluite in SELEX ES). Il team industriale ha compreso infine il gruppo turco Aselsan in qualità di fornitore degli apparati avionici e di missione. La consegna del primo elicottero T129 alle forze armate di Ankara è avvenuta nell’aprile 2014.

“La solida collaborazione tra AgustaWestland e la Turchia risale ai primi anni ‘70, quando Agusta si aggiudicò i primi appalti per la fornitura di diversi modelli di elicottero quali gli AB204, AB205 e AB206 per un quantitativo di circa 150 unità”, riporta una nota stampa del gruppo Finmeccanica. “A questi elicotteri hanno fatto seguito 18 AB212 per la Marina Militare turca negli anni ‘80 e 15 AB412EP SAR per la Guardia Costiera negli anni ’90”. Tra elicotteri da guerra o per fini commerciali, AgustaWestland ha già venduto in Turchia più di 260 velivoli. Otre al bimotore d’attacco T129, con le aziende partner di TAI e Aselsan è stato progettato e prodotto pure il prototipo di un elicottero multiruolo medio (il TUHP 149), capace di trasportare fino a 18 soldati equipaggiati e armamenti come missili o bombe per l’attacco al suolo e mitragliatrici M134D ad alto volume di fuoco. Questo elicottero è rapidamente riconfigurabile anche per missioni di supporto tattico logistico e di fuoco, SAR (search and rescue), operazioni speciali, ricognizione, sorveglianza, evacuazione feriti. Nel giugno 2014 AgustaWestland ha sottoscritto pure un memorandum di collaborazione con l’azienda d’elettronica Havelsan per la commercializzazione e la vendita congiunta dei propri prodotti da guerra e la gestione di attività complementari in campo addestrativo.

“Per Finmeccanica la Turchia rappresenta soprattutto un partner industriale anziché un semplice mercato potenziale”, spiegano i manager del colosso militare-industriale italiano. “Nel corso degli anni, la stretta collaborazione tra le società del gruppo e le loro controparti turche ha portato a una solida partnership industriale che si estende ai settori della difesa e della sicurezza. Le attività spaziano da elicotteri per applicazioni militari e commerciali a velivoli da addestramento e pattugliatori marittimi, radar (sia per il controllo del traffico, sia per la difesa aerea), sistemi per le comunicazioni, sistemi satellitari di osservazione della terra, sistemi navali”. Oggi Finmeccanica opera in Turchia attraverso una propria sede di rappresentanza ad Ankara; esistono poi gli uffici commerciali di AgustaWestland, Alenia Aeronautica, Ansaldo STS e SELEX Komunikasyon A.S., società controllata da SELEX Communications (una sede ad Ankara, una filiale a Istanbul e 75 dipendenti), operativa principalmente nei settori delle comunicazioni militari, avioniche e professionali.

Nel campo delle telecomunicazioni e dell’intelligence, le società controllate da Finmeccanica operano in Turchia dai primi anni ‘70. Nello specifico SELEX Galileo ha cooperato con la Marina militare turca nell’ambito di alcuni programmi di potenziamento dei radar navali e ancora oggi continua a fornire ad essa logistica e supporto. Sempre SELEX ha inoltre fornito i suoi Radar Avionici di Sorveglianza agli Elicotteri della Marina e della Guardia Costiera.  Nel 2006 l’azienda italiana si è aggiudicata un importante contratto per la fornitura di una ventina di radar di navigazione SPN 730-LPI - Low Probability of Intercep (a bassa probabilità di intercettazione). Lo stabilimento turco di SELEX di Gölbası-Ankara, tra il 1990 e il 1997 ha prodotto e consegnato migliaia di radio HF e sistemi per applicazioni terrestri, navali e aeree. SELEX Turchia ha partecipato alla realizzazione della nuova piattaforma Software Defined Radio di Aselsan e ai più importanti programmi navali turchi (Genesis, Coast Guard e New Type Patrol Boats). Nel 2010 SELEX Sistemi Integrati ha ottenuto una commessa di 25 milioni di euro dal Sottosegretariato degli Affari marittimi turco per la fornitura di un sistema VTMS (Vessel Traffic Management System) per la gestione del traffico marittimo, con un centro nazionale ad Ankara, tre centri regionali (a Izmit sul mar di Marmara, Mersin sulla costa sudorientale e Izmir lungo la costa centro occidentale) e 24 siti sensori dotati del nuovo radar Lyra 50. L’azienda elettronica italiana ha pure venduto alcuni radar terrestri per la difesa aerea e il rilevamento di missili balistici e otto radar long range di difesa aerea, 7 RAT31DL e un RAT31S come parte del network di difesa aerea NADGE NATO. Oggi il gruppo SELEX ES collabora con le industrie turche nei settori radio ed elettro-ottici, dei velivoli a pilotaggio remoto (UAV), delle guerre elettroniche e dei sistemi di controllo a fuoco. Assicura la fornitura dei sistemi per il programma AEW&C (Airborne Early Warning and Control) e la manutenzione delle installazioni per le comunicazioni V/UHF. Nel giugno scorso, infine, SELEX Es ha siglato un contratto del valore di 12 milioni di euro con la Nato Support Agency (Nspa) per l’ammodernamento di tre radar tridimensionali Rat31 Dl per la difesa aerea, onde allinearli agli standard NATO e renderli ancora più “resistenti” alle contromisure elettroniche.

Nel settore aeronautico, il gruppo Finmeccanica ha firmato recentemente con la Marina militare turca un contratto del valore di 218 milioni di dollari per la fornitura di due aerei da trasporto personale e materiali ATR 72-600 e sei da pattugliamento marittimo TMPA. Progettati da Alenia Aeronautica, i velivoli sono prodotti in Italia negli stabilimenti di Napoli Capodichino e ad Akinci in Turchia dalle industrie TAI. La versione da trasporto è già stata consegnata alle forze armate turche, mentre i pattugliatori saranno operativi solo a partire del febbraio 2017, mentre la loro consegna si concluderà nel 2018. Alenia Aermacchi curerà invece l’integrazione del sistema di missione Thales AMASCOS sui nuovi pattugliatori nonché la formazione dei piloti turchi presso il proprio Centro addestramento di Torino-Caselle. Le missioni operative dei TMPA includeranno anche la ricerca e l’identificazione navale, il pattugliamento delle zone economiche esclusive (incluse le aree di pesca e le piattaforme petrolifere off shore), la lotto ai traffici di droga e alla pirateria; la guerra antisottomarini.

Nel settore spaziale, la società Telespazio (controllata al 67% da Finmeccanica e per il restante 33% dalla francese Thales) ha vinto a fine 2008 la gara bandita dal Ministero della difesa turco per la realizzazione e il lancio del sistema satellitare Göktürk per l’osservazione terrestre. La commessa per un valore superiore ai 250 milioni di euro ha previsto pure la fornitura di sensori ottici ad alta risoluzione e di un centro d’integrazione e di prova per i satelliti in Turchia, nonché la realizzazione di una stazione di comando e controllo terrestre del sistema satellitare ad Ankara. “Il programma Göktürk mira a soddisfare le esigenze di acquisizione immagini delle Forze Armate turche a scopi d’intelligence militare in tutte le regioni mondiali senza alcuna restrizione geografica”, spiegano i manager di Telespazio. L’8 maggio scorso Thales Alenia Space, Telespazio e Ssm hanno annunciato che il satellite è stato spedito al Centro di Integrazione di Ankara per iniziare i test ambientali.

Oto Melara, altra azienda leader di Finmeccanica, ha firmato nel dicembre 2007 un contratto di 53 milio9ni di euro con i cantieri navali Daersan per la fornitura alla Marina turca di 16 coppie di cannoni navali da 40/70 mm, da installare a bordo dei pattugliatori di 57 metri di lunghezza in via d’acquisizione, più altre 4 coppie di cannoni per le unità della Guardia costiera nazionale. Nell’ambito del programma di sviluppo delle corvette di classe MILGEM, nel settembre 2009 Oto Melara ha siglato un contratto per la fornitura dei cannoni da 76/62. Attraverso il Consorzio EUROSAM, la società produttrice di sistemi missilistici avanzati MBDA (controllata da EADS e BAE Systems al 75% e da Finmeccanica per il restante 25%) si è candidata alla realizzazione del Turkish Long Range Air and Missile Defence Systems, il nuovo sistema di “difesa” contro i missili balistici di teatro delle forze armate turche. Inizialmente il contratto era stato aggiudicato a un consorzio cinese, ma la minaccia proferita dal comando NATO d’interrompere i collegamenti tra le sue reti digitali e quelle militari turche ha convinto Ankara ad annullare la gara. Una delegazione del Dipartimento per l’industria della difesa turco ha così avviato i negoziati con le aziende del consorzio Eurosam per consentire l’ingresso delle aziende nazionali Roketsan, Havelsan e Aselsan nella produzione del sistema antimissile e nello sviluppo del missile Aster 30 (la commessa ha un valore superiore ai 3 miliardi di dollari).
La partnership tra le industrie belliche italiane e quelle turche è seguita e favorita passo passo dalle rispettive autorità di governo. Il 23 e 24 marzo scorsi ad Ankara si è tenuto l’incontro denominato “Defence and Aerospace Industry Day” a cui hanno partecipato numerosi esponenti del mondo della politica, militare e dell’industria aerospaziale di Italia e Turchia. “A rappresentare il nostro paese è intervenuto il sottosegretario di Stato alla difesa, on. Gioacchino Alfano”, riporta una nota del ministero. ​La due giorni del Defence and Aerospace Industry Day è stata dedicata alla cooperazione nei settori della difesa e dell’alta tecnologia, facendo seguito alla Letter of Intent firmata in Italia nel 2012 tra i due Paesi. Il Sottosegretario, nei vari incontri, ha posto in evidenza i comuni interessi nello scacchiere internazionale e il comune impegno alla difesa reciproca”.

venerdì 8 maggio 2015

Lampedusa, un avamposto di guerra nel Mediterraneo


La punta più avanzata nel Mediterraneo del dispositivo bellico italiano e Nato, centro d’intelligence e spionaggio e potenziale trampolino di lancio per i raid aerei in Nord Africa. Mentre mass media e politici offrono di Lampedusa l’immagine di un remoto territorio sotto assedio e le aziende e le cooperative sociali si spartiscono il business dei centri detentivi di migranti e richiedenti asilo, l’isola delle Pelagie è stata segretamente convertita in uno degli avamposti militari e strategici più moderni e aggressivi. Lo scalo aereo civile, recentemente ampliato e ammodernato, è utilizzato dai velivoli cargo, dai cacciabombardieri e dagli elicotteri delle forze armate italiane e dagli aerei-spia di Frontex, la famigerata agenzia europea di sorveglianza e “contenimento” dei flussi migratori. Le aree portuali e le coste sono presidiate da navi da guerra della Marina e dalle imbarcazioni veloci della Guardiacoste, della Guardia di finanza e dei Carabinieri. Jeep e furgoni blindati scorazzano per le vie del centro e i sentieri tracciati all’interno delle aree naturali e paesaggistiche d’incomparabile bellezza; gli innumerevoli cartelli gialli con la scritta Zona militare Divieto di Accesso Sorveglianza armata sui portoni di antichi edifici trasformati in caserme; i fili spinati e le reti che delimitano presidi e impianti vetusti o super sofisticati per le guerre elettroniche; selve – ovunque - di tralicci, antenne di telecomunicazione e radar che bombardano l’etere di pericolosissime onde elettromagnetiche.

La zona più intensamente militarizzata, con ben quattro grandi infrastrutture destinate alle operazioni d’intelligence, è senza alcun dubbio la punta occidentale di Lampedusa, un tempo occupata dai tralicci che sostenevano l’antenna di 190,5 metri d’altezza della stazione Loran C della Guardia Coste degli Stati Uniti d’America, target mancato degli Scud libici lanciati nell’aprile del 1986 in ritorsione ai ripetuti attacchi aerei di Washington su Tripoli e Bengasi. A Capo Ponente ci sono antenne radar, ponti radio e telecomunicazione; nella contigua area di Albero Sole, una serie di fabbricati che ospitano attrezzature top secret e centrali elettriche, la grande base radar dell’Aeronautica (oltre 2,900 metri quadri di superficie), una stazione della Marina militare, le postazioni di avvistamento avanzato (reporting post) per intercettare e analizzare le frequenze, le caratteristiche e le procedure delle trasmissioni radio, vocali e radar “nemiche” e “alleate”. Centro d’eccellenza è la Stazione della 4^ Squadriglia AES (Analisi ed Elaborazioni Speciali) dell’Aeronautica Militare, preposta all’individuazione e alla raccolta di tutte le emissioni elettromagnetiche d’interesse strategico e alla guerra elettronica. Nello specifico, le sofisticate apparecchiature in dotazione dell’AES sono in grado di rilevare i segnali elettromagnetici emessi dalle strumentazioni nemiche (Signal IntelligenceSIGINT), identificare le emissioni diverse dalle comunicazioni radio (Electronic Intelligence – ELINT), ottenere informazioni su come operano i sistemi di guerra elettronici e testare le loro capacità di risposta. “Le attività ELINT sono ad alto livello di segretezza e comprendono pure la raccolta di dati relativi alle emissioni radar, dei centri di comando e controllo, dei sistemi di difesa aerea e di guida missili installati a terra o imbarcati su aerei o navi”, riportano i manuali delle forze armate. I dati intercettati a Lampedusa sono poi inviati per la loro elaborazione al Reparto Supporto Tecnico Operativo Guerra Elettronica (Re.S.T.O.G.E.) di Pratica di Mare, transitato dal 1° dicembre 2013 alle dipendenze della neocostituita 9^ Brigata Aerea Intelligence, Surveillance, Target Acquisition and Reconnaissance - Electronic Warfare (ISTAR-EW). Come specificato dal ministero della Difesa, questa importante brigata dell’Aeronautica ha il compito di “fornire il supporto operativo di guerra elettronica attraverso attività tecniche ed addestrative finalizzate a migliorare l’autoprotezione degli aeromobili e ad assicurare una tempestiva risposta alle evoluzioni della minaccia presente in uno scenario operativo”.

Sempre nel settore dell’intelligence militare, dal 12 gennaio 2007 opera a Lampedusa il 9º Nucleo controllo e ricerca (N.C.R.) che ha assorbito le attività sino ad allora svolte dal 7° Distaccamento autonomo interforze (D.A.I.). Il 9° N.C.R. dipende dal Centro Intelligence Interforze di Castel Malnome, Roma, a sua volta subordinato con la Scuola interforze intelligence-guerra elettronica (S.I.I./G.E.) al 2° Reparto informazioni e sicurezza dello Stato maggiore della difesa che ha unificato e posto sotto il proprio controllo le diverse strutture di spionaggio delle forze armate italiane.

L’Aeronautica militare è presente a Lampedusa dal 1958 con un Teleposto Telecomunicazioni e una Stazione di Meteorologia. La prima grande installazione radar è entrata in funzione nel 1983, mentre tre anni dopo, a seguito della crisi Usa-Libia, fu costituita nell’isola la 134ª Squadriglia Radar, con lo scopo di garantire la sorveglianza e il controllo dello spazio aereo in ambito nazionale e Nato. Nel 1993 fu attivato pure un Distaccamento per il supporto logistico, tecnico e amministrativo di tutti gli enti dell’Aeronautica militare, attualmente ospitato in alcune palazzine nella parte sud-orientale dell’isola, adiacenti al sedime dell’aeroporto civile. Nel 1998 la sala controllo della 134^ Squadriglia radar, collocata geograficamente con i suoi sensori nell’area già occupata dalla Stazione Loran Usa, ha assunto la configurazione di sensore remoto con riporto dei data link al 34° Gruppo Radar di Noto - Mezzogregorio (Siracusa) e ai centri operativi del Gruppo Riporto e Controllo Difesa Aerea di Poggio Renatico (Ferrara) e del 22º Gruppo Radar di Licola (Napoli).

Da qualche mese l’Aeronautica ha sostituito il suo radar di sorveglianza FADR (Fixed Air Defence Radar) RAT 31-SL (operante in banda S con emissioni da 2 a 4 GHz) con il modello RAT 31-DL (operante in banda D con emissioni da 1 a 2 GHz). “L’operazione fa parte di un programma nazionale di sostituzioni per liberare le frequenze della banda D e renderle disponibili per le comunicazioni dei dispositivi WiMax”, spiega il prof. Massimo Coraddu, il fisico sardo co-autore dello studio del Politecnico di Torino che ha documentato i gravi rischi per la salute umana e il traffico aereo delle emissioni del sistema satellitare MUOS di Niscemi. “I due diversi modelli di radar RAT sono stati realizzati dall’industria italiana Selex (Finmeccanica) ed emettono impulsi di microonde molto brevi e di elevata potenza. Il RAT 31-DL ha una potenza media di 2,5 KW e forma brevi impulsi in cui la potenza concentrata è di 84 KW. Del radar RAT 31-SL non è invece nota la potenza media, mentre sappiamo che ha una potenza concentrata di 155 KW. Purtroppo non sono pubblici altri dati radiotecnici indispensabili per un’accurata analisi delle emissioni e né i militari e né Selex hanno fornito le previsioni sui livelli di irraggiamento nel territorio circostante”.

Secondo un primo censimento delle sorgenti elettromagnetiche presenti a Lampedusa effettuato da Massimo Coraddu e dall’Associazione culturale “Askavusa”, oltre al nuovo FADR RAT 31-DL nella zona occidentale dell’isola sono operativi pure due radar di sorveglianza costiera, un radar GEM e un radar EL-M 2226 prodotto dall’azienda israeliana ELTA-System di cui esiste un esemplare identico anche a Capo Grecale. “Ad Albero Sole sono presenti inoltre numerose antenne operanti su bande diverse e altri dispositivi non chiaramente identificabili, tra cui una cupola che potrebbe ospitare un altro radar”, spiega Coraddu. “Altri due radar per la sorveglianza costiera si trovano nel vicino sito della Marina militare. Le caratteristiche tecniche di questi dispositivi non sono note ma nel 2014 la Marina ne ha proposto la sostituzione con due nuovi radar, sempre per la sorveglianza costiera, il Gabbiano T200C e il RASS CI (Radar di Scoperta di Superficie), entrambi prodotti da Selex. Nello studio di fattibilità ambientale fornito dall’azienda italiana, ci sono alcuni dati tecnici solo per il primo modello radar (frequenza 9.1-9.7 GHz, potenza media 215 W, potenza di picco 3.45 KW, guadagno d’antenna 28.5 db). In base alle nostre conoscenze è però verosimile che il RASS CI sia molto più pericoloso del Gabbiano T200C: si tratta infatti di una versione costiera del radar RASS C imbarcato nelle unità militari, come si deduce dalla presentazione fatta da Selex alla fiera internazionale degli armamenti di Bourget 2011”.

Nella parte restante dell’isola ci sono però altri pericolosi dispositivi emittenti: ripetitori radiotelevisivi e per la telefonia cellulare, trasmettitori VHF per le comunicazioni in mare e per quelle aeroportuali, il radar per la sorveglianza costiera avanzata EL-M 2226 di Capo Grecale installato dalla Guardia di finanza all’interno di un’area di proprietà del Comune di Lampedusa e Linosa affidata in concessione a Telecom. “I radar EL-M 2226 sono stati acquistati in Israele grazie al Fondo per le frontiere esterne Ue 2007-13 e dovevano essere attivati pure in tre località sarde e a Capo Murro di Porco a Siracusa, ma le proteste popolari e ben tre sentenze del Tar di Cagliari hanno costretto la Guardia di finanza a rimuovere gli impianti e congelare sine die il programma finalizzato ad un impiego militare contro i migranti”, ricorda Giacomo Sferlazzo di “Askavusa”. “Il radar di Capo Grecale emette un’energia estremamente concentrata in un fascio ristretto (EPR - Equivalent Power Rate)”, allerta il prof. Coraddu. “A prima vista, la potenza di 50 W dell’EL-M 2266 israeliano potrebbe apparire bassa, ma questa impressione è erronea. Per ottenere la potenza equivalente emessa nella direzione del fascio, bisogna moltiplicare infatti i 50 W per il guadagno d’antenna di 37-38 db, che equivale a un’amplificazione di 10G/10, cioè 5.000 - 6.000 volte maggiore. Nella direzione di emissione, l’intensità del fascio equivarrà dunque a 250-300 KW”.

Lampedusa, la sua popolazione, la flora e la fauna sono senza alcun dubbio le vittime inconsapevoli di un insostenibile inquinamento elettromagnetico, colpevolmente ignorato o occultato dalle autorità militari e sanitarie e dagli amministratori locali e regionali. “Dato il gran numero di sorgenti diverse, tutte di notevole intensità e la piccola superficie a disposizione, l’isola di Lampedusa presenta una densità molto alta e del tutto inusuale di emissioni elettromagnetiche”, denuncia il prof. Coraddu. “Sono state già evidenziate situazioni critiche, duplicazioni di funzioni (si pensi che sono presenti perlomeno sei radar di sorveglianza costiera da terra), mentre di molti dispositivi non sono note le caratteristiche radioelettriche e non è mai stata fatta una stima delle loro emissioni. La situazione appare in larga misura fuori controllo. Non esiste un’anagrafe completa e organica delle sorgenti elettromagnetiche operanti e della loro collocazione. Sarebbe quanto mai necessario uno studio di tutte le sorgenti, del loro irraggiamento complessivo, dei possibili effetti sulla salute della popolazione e sull’ambiente naturale, per procedere poi a una riduzione delle emissioni e alla ridistribuzione delle sorgenti in modo da evitare, per quanto possibile, le situazioni di rischio”.
“La proliferazione del tutto ingiustificata e con effetti pericolosissimi per la salute della popolazione, il territorio e l’ambiente, di sistemi radar e telecomunicazione militare e delle antenne della telefonia cellulare, localizzati vicinissimi agli abitati o in luoghi utilizzati per attività ecoturistiche, pregiudicando l’immagine e le attività socioeconomiche dell’Isola”, afferma Annalisa D’Ancona, rappresentante legale dell’Associazione “Askavusa”. “Il preoccupante quadro epidemiologico registrato dalle autorità sanitarie e dai ricercatori tra la popolazione lampedusana, con un’alta incidenza di alcune forme tumorali, ben al di sopra delle medie regionali, impone l’adozione immediata di misure che riducano drasticamente l’inquinamento elettromagnetico. Per questo, in occasione della mobilitazione antirazzista del 1° maggio abbiamo lanciato una sottoscrizione popolare per chiedere alle autorità militari e alle compagnie telefoniche di eliminare i radar, gli impianti di guerra elettronici e le infrastrutture telefoniche che svolgono funzioni analoghe e di di bloccare tutti i nuovi insediamenti previsti nell’isola. All’Amministrazione comunale chiediamo invece di varare un regolamento che imponga il rispetto dei limiti di legge alle esposizioni elettromagnetiche e vieti la presenza di fonti di emissioni in vicinanza di asili, scuole, presidi sanitari e nei pressi del centro abitato”.

mercoledì 6 maggio 2015

Primo maggio a Lampedusa per un Mediterraneo di Pace


La no-stop del Primo maggio a Lampedusa con cortei, comizi e musica. Centinaia di persone contro la militarizzazione di un territorio che diventa carcere per i migranti, terreno di infrastrutture militari e speculative e avamposto di guerra per la Nato. 



Zona militare - Divieto di Accesso - Sorveglianza Armata. A Lampedusa questo cartello giallo lo ritrovi ovunque: sui cancelli e il filo spinato del presidio aeronautico dell'aeroporto e del porto, sugli edifici d'epoca convertiti a presidi delle forze dell'ordine, all'ingresso delle strutture di prima accoglienza per migranti e richiedenti asilo scampati alle stragi Ue nel Mediterraneo. E, ovviamente, all'ingresso dei presidi di guerra sorti segretamente nell'isola negli ultimi anni, innanzitutto le innumerevoli stazioni di tele-rilevamento radar puntate contro il nord Africa o la base dell'Aeronautica per le guerre elettroniche di Albero Sole, all'estremità occidentale di Lampedusa. Un mixer di micidiali onde elettromagnetiche che mettono seriamente in pericolo la salute degli ignari cittadini e dei turisti italiani e stranieri che visitano la splendida isola delle Pelagie e che attentano alla sopravvivenza delle specie della flora e della fauna che hanno consentito a buona parte del territorio di Lampedusa di essere riconosciuta come sito d'interesse comunitario (Sic) e zona a protezione speciale (Zps). 
Il processo di militarizzazione di Lampedusa si è fatto invadente, pregiudicando pericolosamente le attività che per anni hanno prodotto reddito e occupazione (la pesca, il turismo, ecc.) e la stessa immagine di isola dell'accoglienza conquistatasi con la ricerca, il soccorso e l'ospitalità di migliaia e migliaia di sorelle e fratelli in fuga dai conflitti africani e dalle tragedie socio-ambientali generate dall'insostenibile modello di sfruttamento delle risorse e neoliberista dell'Occidente. Contro la proliferazione delle infrastrutture di morte e il ruolo di sentinella avanzata nel Mediterraneo delle forze armate italiane, europee e Nato, è stata lanciata da mesi una campagna nazionale da parte dell'Associazione culturale "Askavusa", uno dei maggiori attori antirazzisti in Sicilia. Un'incessante attività di controinformazione e mobilitazione sfociata nell'organizzazione del "Primo maggio a Lampedusa – Per un Mediterraneo di Pace e senza Paura", a cui hanno partecipato centinaia di lampedusani, i militanti dei movimenti che in Sicilia e nel sud Italia sono in prima linea a fianco dei migranti e dei richiedenti asilo, contro la proliferazione dei Cie o degli pseudo centri di "accoglienza" per richiedenti asilo o che si oppongono ai più devastanti progetti bellici (i No Muos di Niscemi e i no Radar no Basi della Sardegna, i comitati locali contro i droni Usa e Nato a Sigonella, ecc.), gli attivisti delle campagne contro le grandi opere (i No Tav della Val di Susa, i No Ponte dello Stretto di Messina) e le trivellazioni petrolifere nelle aree protette e offshore. 

La no-stop del Primo maggio a Lampedusa ha preso il via in mattinata con corteo festoso e colorato per le vie del centro storico cittadino. A Piazza Brignone gli interventi degli ospiti: l'operatrice turistica Grazia Liberatore, Fabio D'Alessandro del Comitato di base No Muos di Niscemi, Renzo Oliva di Spinta dal bass contro le Grandi Opere, lo studente curdo Huseyn Hates, i giornalisti e saggisti Fulvio Grimaldi e Giulietto Chiesa, il fisico nucleare Massimo Coraddu (tra i primi a denunciare i pericoli dell'elettromagnetismo generato dagli impianti militari in Sardegna e Sicilia), una delegazione di pescatori lampedusani che hanno denunciato le pesanti condizioni degli operatori locali, l'operatrice Annamaria Sambuci di Viterbo, soffermatasi sulle condizioni dei lavoratori migranti nel settore agricolo in Italia. Il meeting si è concluso con il lancio di una raccolta firme promossa dall'Ass. Askavusa affinché siano eliminati i radar che svolgono analoghe funzioni per conto dei vari corpi militari, siano bloccati tutti i nuovi insediamenti di sistemi radar militari e della telefonia cellulare nell'isola, e affinché l'amministrazione comunale approvi in tempi rapidi un regolamento che imponga il rispetto dei limiti di legge all'esposizioni elettromagnetiche e vieti la presenza di fonti di emissioni Emg in vicinanza di asili, scuole e presidi sanitari. 

Una quindicina i cantautori, i gruppi musicali e le band alternatisi sino a notte fonda sul palco allestito nella piazza centrale di Lampedusa. Tra essi il Trio Hernandez Marino Greco, Simone Lo Porto, Antoine Michel, Piergiorgio Faraglia, Acref Chargui Trio, Alepà, Giacomo Sferlazzo, Badara Seck, Mammaliturchi Band. A presentarli il giornalista radiofonico Antonino Maggiore, Laura Blandina e l'attore cinematografico Filippo Pucillo.
"Vogliamo che quest'isola faccia realmente da ponte di pace e dialogo tra i popoli del Mediterraneo e ritrovi la sua vocazione socioeconomica nella pesa e nel turismo ecosostenibile", dichiara Annalisa D'Ancona, presidentessa dell'Ass. Askavusa. "I primi di giugno apriremo il nuovo spazio Porto M dove oltre all'esposizione degli oggetti personali dei migranti recuperati in questi anni all'interno delle barche utilizzate per attraversare il mare e irresponsabilmente abbandonate dalle autorità statali in discarica e infine distrutte, creeremo una biblioteca sul colonialismo dedicata alla figura di Thomas Sankara, uno spazio culturale polifunzionale e un'università libera popolare del Mediterraneo". 


Pubblicato in lacittafutura.it, l'1 maggio 2015,

lunedì 27 aprile 2015

Perché all’Italia non interessa degli italiani assassinati dai droni


Vittime collaterali, inconsapevoli e innocenti, dell’ennesimo atto di una guerra unilaterale. Niente più eserciti contro eserciti, solo killer-robot contro uomini, donne, bambini. Il cooperante siciliano Giovanni Lo Porto, colpevolmente ignorato dalla politica con la P maiuscola, dalle istituzioni e dall’intero Parlamento italiano, è stato brutalmente assassinato in Pakistan in uno degli innumerevoli bombardamenti scatenati dagli stormi di droni Usa. “Si è trattato di un  tragico e fatale errore dei nostri alleati americani, riconosciuto dal presidente Obama, ma la responsabilità della morte di Lo Porto e di un secondo ostaggio, lo statunitense Warren Weinstein, è integralmente dei terroristi, contro i quali confermiamo l’impegno dell’Italia”, il liquidatorio commento del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Nessuna colpa dunque per gli agenti Cia che hanno ordinato l’attacco, nessuna responsabilità politica per chi, a Washington - violando il diritto internazionale - ha promosso e legittimato l’uso dei droni, in un’escalation infernale verso la totale disumanizzazione dei conflitti.

I raid Usa contro le presunte postazioni delle milizie filo-al Qaida al confine con l’Afghanistan risalgono allo scorso mese di gennaio. Warren Weinstein, originario di Rockville, Maryland, direttore per il Pakistan della J. E. Austin Associates, era stato rapito a Lahore nell’agosto 2011, qualche giorno prima di rientrare negli Stati Uniti per la fine del contratto lavorativo con l’U.S. Agency for International Development. Giovanni Lo Porto era stato rapito invece nel gennaio 2012 a Multan, nella provincia centro-occidentale del Punjab, dove lavorava per la ong tedesca Welthungerhilfe” (Aiuto alla fame nel mondo), impegnata nella ricostruzione della regione colpita dalle inondazioni del 2011. Nel bombardamento in cui ha trovato la morte il cooperante siciliano, sarebbe rimasto ucciso anche un altro cittadino statunitense, Ahmed Farouq, ritenuto dalla Cia come uno dei maggiori leader di al Qaida in Pakistan. Pochi giorni dopo, sempre con un missile sganciato da un drone, è stato assassinato in Pakistan un terzo cittadino statunitense, Adm Gadahn, indicato come uno dei “portavoce ufficiali” di al Qaida. Secondo Washington, i militari Usa non erano a conoscenza dell’identità degli “obiettivi” spiati dai droni. “Sebbene Farouq e Ghadahn fossero membri di al Qaida, nessuno dei due è stato specificamente preso di mira, non avevamo informazioni che indicassero la loro presenza nei siti delle operazioni”, ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest. “L’autorizzazione al raid è stata data dopo centinaia di ore di sorveglianza; sulla base delle informazioni in nostro possesso, al momento dell’attacco nel compound controllato c’erano solo quattro militanti di al Qaeda, ma non ostaggi o civili pakistani”.

Il 20 gennaio 2015, una nota d’agenzia aveva rivelato che qualche giorno prima un drone Usa aveva attaccato un compound nell’area di Shahi Khel, nel Waziristan settentrionale, “causando la morte di almeno quattro persone”. La zona oggetto dei raid era già stata bombardata dai velivoli senza pilota statunitensi un anno prima; secondo Amnesty International, quegli attacchi nel Waziristan avevano causato la morte di “numerose persone non legate ad alcun tipo di attività terroristica”. Fonti dell’intelligence americana hanno confermato al New York Times che le operazioni dei droni-killer al confine tra il Pakistan e l’Afghanistan del gennaio 2015 rientravano nella categoria definita in ambito militare come signature strikes, cioè quei raid che vengono attuati sulla base non di informazioni certe sull’identità dei bersagli da colpire ma sulla base “del riscontro, attraverso attività di ricognizione ed intercettazione, di modelli di comportamento che vengono ritenuti conformi a quelli di una possibile organizzazione terroristica”. Cioè l’ordine a migliaia di chilometri di distanza di un omicidio extragiudiziale, già di per sé illegittimo e immorale, viene dato semplicemente sulla valutazione soggettiva di meri elementi “comportamentali” della vittima-target e non certo sulla raccolta di prove certe e inequivocabili sui suoi legami con il terrorismo internazionale.

In Pakistan i signature strikes della Cia (più di 400 solo nell’ultimo anno) hanno causato un numero impressionante di vittime tra la popolazione civile, tra i 556 e 1.128 morti secondo diverse ong internazionali, e ingentissimi danni ad abitazioni, scuole, ospedali. I droni hanno sganciato missili teleguidati contro feste religiose, banchetti nuziali e funerali, scambiando pacifici assembramenti di donne e bambini per campi d’addestramento delle milizie anti-governative. Le stragi hanno prodotto un forte risentimento tra la popolazione e le stesse autorità di governo pakistane. Già nell’ottobre 2012 l’allora ministro dell’Interno Rehman Malik aveva denunciato che appena un 20% delle persone uccise nei raid Usa erano militanti filotalebani o terroristi. Il 24 ottobre 2013, nel corso di un faccia a faccia con il presidente Obama, il primo ministro Nawaz Sharif aveva chiesto di porre fine agli attacchi di droni in territorio pakistano. Qualche tempo dopo Washington si era impegnata a sospendere gli attacchi nel 2014, comunque prima della data in cui si sarebbero dovute concludere le operazioni di guerra in Afghanistan.

Oggi si scopre dal Wall Street Journal che Barack Obama ha invece mentito deliberatamente al governo pakistano e all’opinione pubblica internazionale. Mentre infatti l’amministrazione Usa varava nel 2013 un regolamento più severo sull’impiego dei droni onde ridurre il rischio di vittime “non combattenti”, secondo il quotidiano economico “veniva approvata segretamente un’esenzione che ha concesso alla Cia più flessibilità in Pakistan rispetto che in altri paesi per attaccare militanti sospetti”. Sempre per il Wall Street Journal, “se l’esenzione non fosse stata in vigore per il Pakistan, alla Cia avrebbero potuto essere richieste più informazioni d’intelligence prima degli attacchi che hanno causato la morte di Warren Weinstein e Giovanni Lo Porto”.

Predator tricolore

Il drone-killer protagonista delle sanguinose incursioni Usa nei principali scacchieri di guerra internazionali (oltre al Pakistan, l’Afghanistan, lo Yemen, la Somalia, la regione dei Grandi Laghi, il Mali, il Niger, la Libia, ecc.) è il Predator, armato con missili AGM-114 “Hellfire”, bombe a guida laser Gbu-12 “Paveway II” e Gbu-38 “Jdam” (Joint direct attack munition) a guida Gps. Nonostante sia dotato di sofisticatissime tecnologie di telerilevamento, il Predator non è in grado di distinguere i “combattenti” nemici dalla popolazione inerme. Pur essendo oggi tra i sistemi bellici più stigmatizzati dalle organizzazioni non governative umanitarie e dallo stesso Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, questi famigerati velivoli senza pilota sono ospitati dall’autunno del 2012 nella stazione aeronavale siciliana di Sigonella, sulla base di un’autorizzazione top secret del Ministero della difesa italiano che consente alle forze armate Usa di impiegarli nell’area nordafricana e nel Sahel.

Le forze armate italiane sono inoltre le prime in tutta Europa ad aver acquistato i Predator dall’industria statunitense “General Atomics”. Sino ad oggi questi droni sono privi d’armamento, ma si attende a breve l’autorizzazione del Congresso Usa per una loro conversione in velivoli-killer automatizzati. Il governo italiano ha pure candidato la base aerea di Amendola, Foggia, quale sede per la formazione dei militari europei nella gestione degli aerei senza pilota. Proprio ad Amendola, l’1 marzo 2002 è stato costituito il 28° Gruppo Velivoli Teleguidati per condurre le operazioni aeree con i Predator. Il battesimo di fuoco dei droni “italiani” avvenne in Iraq nel gennaio 2005, nell’ambito della missione “Antica Babilonia”. Nel maggio 2007 i Predator furono trasferiti pure nella base di Herat, sede del Comando regionale interforze per le operazioni in Afghanistan, dove hanno continuato ad operare ininterrottamente sino a qualche mese fa. Nel corso delle operazioni belliche contro la Libia di Gheddafi della primavera-estate 2011, i velivoli a pilotaggio remoto schierati ad Amendola ebbero un ruolo chiave nelle operazioni d’intelligence dell’Aeronautica italiana e dei partner della coalizione internazionale a guida Usa, volando complessivamente per più di 360 ore. Le ultime missioni all’estero risalgono allo scorso anno: due velivoli-spia sono stati schierati a Gibuti (Corno d’Africa), nell’ambito della missione antipirateria dell’Unione Europea “Atalanta”, mentre altri due Predator sono stati trasferiti nello scalo aereo di Kuwait City per operare a favore della coalizione internazionale anti-Isis in Iraq e Siria. Attualmente i velivoli senza pilota del 28° Gruppo di Amendola sono operativi in Kosovo a sostegno delle attività della forza militare internazionale a guida Nato (Kfor).

Per la loro flessibilità d’impiego, i Predator dell’Aeronautica italiana sono utilizzati pure in funzioni d’ordine pubblico, per il controllo delle frontiere e nelle controverse operazioni di “sorveglianza” delle imbarcazioni di migranti e richiedenti asilo nel Mediterraneo centrale (le ultime, in  ordine cronologico, Mare Nostrum e Triton). L’“accordo tecnico” di cooperazione bilaterale Italia-Libia sottoscritto il 28 novembre 2013 dai ministri della difesa Mario Mauro e Abdullah Al-Thinni ha autorizzato l’impiego di mezzi aerei italiani a pilotaggio remoto in missioni a supporto delle autorità libiche per il “controllo” del confine meridionale del Paese. Grazie ai Predator, gli automezzi dei migranti possono essere intercettati quanto attraversano il Sahara, consentendo ai militari libici d’intervenire tempestivamente per detenerli in campi-lager o deportarli prima che essi possano raggiungere le città costiere. Nei giorni scorsi, tra le proposte più drastiche per “contenere” i flussi migratori nel Mediterraneo c’è stata quella dell’ex generale dell’Aeronautica Leonardo Tricarico, presidente della Fondazione ICSA: “impiegare i droni per distruggere i barconi nei porti libici”.

In Sicilia la capitale mondiale dei droni

Nel campo dei droni, l’Italia si è già conquistata una leadership in ambito internazionale. Nei piani delle forze armate Usa e Nato la base siciliana di Sigonella è stata prescelta infatti per fare da vera e propria capitale mondiale dei droni, cioè in centro d’eccellenza per il comando, il controllo, la manutenzione delle flotte di velivoli senza pilota chiamati a condurre i futuri conflitti globali. Oltre ai Predator, dall’ottobre 2010 Sigonella ospita anche tre o quattro aeromobili teleguidati da osservazione e sorveglianza RQ-4B Global Hawk dell’US Air Force. Lunghi 14,5 metri e con un’apertura alare di 40, questi droni possono volare in qualsiasi condizione meteorologica per 32 ore sino a 18,3 km d’altezza e a migliaia di km dalla loro base operativa. Alla iperdronizzazione delle guerre si prepara pure l’Alleanza Atlantica. Entro la fine del 2016 sarà pienamente operativo il programma denominato Alliance Ground Surveillance (AGS) che punta a potenziare le capacità d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento della Nato. Il sistema AGS verterà su una componente aerea basata su cinque velivoli a controllo remoto “Global Hawk” versione Block 40, che saranno schierati anch’essi a Sigonella. L’AGS fornirà informazioni in tempo reale per compiti di vigilanza aria-terra a supporto dell’intero spettro delle operazioni nel Mediterraneo, nei Balcani, in Africa e in Medio oriente. Il nuovo sistema Nato potrà contare pure sul supporto dei velivoli senza pilota Sentinel in dotazione alle forze armate britanniche ed Heron R1 che la Francia ha prodotto congiuntamente ad Israele. Successivamente l’AGS s’interfaccerà con il programma d’intelligence Bams (Broad Maritime Area Surveillance) che la Marina militare Usa avvierà grazie all’acquisto dei nuovi pattugliatori marittimi P-8 Poseidon e dell’ultima generazione di droni-spia Triton della Northrop Grumman. Il 2 febbraio scorso, il Dipartimento della difesa ha chiesto al Congresso l’autorizzazione per l’anno fiscale 2016 a spendere 102.943.000 dollari per costruire nella base siciliana gli hangar e una serie di infrastrutture di supporto per i Triton e i Poseidon. Lungo 14,5 metri e con un’apertura alare di 39,9, il Triton potrà operare entro un raggio di 2.000 miglia nautiche dalla base di decollo, a un’altitudine massima di 18.288 metri e una velocità di crociera di 575 km/h. Il velivolo godrà di un’autonomia di volo tra le 24 e le 30 ore consecutive.

Come se ciò non bastasse, Sicilia e Sardegna sono state trasformate in poligoni dove sperimentare altri nuovi velivoli senza pilota d’attacco. Le società Piaggio Aereo Industries e Selex Es (Finmeccanica) utilizzano dal novembre 2013 la base del 37° Stormo dell’Aeronautica militare di Trapani Birgi per i test di volo del dimostratore P.1HH DEMO, l’aereo a pilotaggio remoto realizzato nell’ambito del programma denominato “HammerHead” (Squalo Martello). Con un’apertura alare di 15,5 metri, il drone può raggiungere la quota di 13.700 metri e permanere in volo per più di 16 ore. Il velivolo è stato dotato di torrette elettro-ottiche, visori a raggi infrarossi e radar “Seaspray 7300” che consentono d’individuare l’obiettivo, anche in movimento, fornendo le coordinate per l’attacco aereo o terrestre, o colpendolo direttamente con missili e bombe a guida di precisione (lo Squalo martello può trasportare sino a 500 kg di armamenti). I decolli e gli atterraggi a Trapani Birgi costituiscono un grosso pericolo per il traffico aereo passeggeri di quello che è oggi uno dei principali scali low cost europei e per le popolazioni delle vicine città di Trapani e Marsala. Il 19 marzo scorso si è pure sfiorata la tragedia: un prototipo dello Squalo martello è uscito fuori pista durante le prove di rullaggio, terminando la sua corsa nel prato circostante. L’aeroporto di Trapani è stato temporaneamente chiuso e il traffico civile è stato dirottato a Palermo - Punta Raisi.

A fine marzo, nella base aerea sarda di Decimomannu è giunto il primo prototipo di robot-killer volante nEUROn, l’aereo senza pilota da combattimento coprodotto da Italia, Francia, Svezia, Spagna, Svizzera e Grecia, per intraprendere una serie di test operativi nel grande poligono militare di Perdasdefogu (Ogliastra). Il nEUROn è dotato di materiali con accentuate caratteristiche stealth che gli consentiranno di penetrare nello spazio aereo nemico senza essere individuato. Il drone è più grande di un normale aeromobile a pilotaggio remoto e possiede capacità di carico, autonomia e capacità di volo quasi simili a quelle di un qualsiasi caccia pilotato. Con un costo unitario superiore ai 25 milioni di euro, il nEUROn è lungo 9,2 metri e ha un’apertura alare di 12,5 metri. Il velivolo può raggiungere la velocità di 980 chilometri l’ora e volare per più di otto ore consecutive. Opererà a tutti gli effetti per colpire e uccidere a distanza grazie agli ordigni di precisione per gli attacchi aria-suolo a guida laser da 250 kg. Il drone verrà controllato da terra attraverso un datalink ad alta capacità e standard Nato. “Tramite questo datalink vengono inviati al velivolo i dati della missione, da lì in poi sarà l’intelligenza artificiale del nEUROn ad intraprendere tutte le necessarie azioni che permetteranno il raggiungimento dell’obiettivo”, spiegano le aziende produttrici. “Non vi sarà quindi un controllo diretto e continuo da terra e questo permetterà di mantenere un quasi assoluto silenzio radio, necessario per evitare l’intercettazione”. Il drone avrà inoltre le capacità di controllare a distanza, in modo automatico, le operazioni dei cacciabombardieri di ultima generazione prodotti in Europa, come il “Rafale” e il JAS 39 “Gripen”, consentendo così ai piloti d’intraprendere diverse azioni di combattimento contemporaneamente. Ancora più dei Predator Usa e degli Squalo martello Piaggio (Emirati Arabi Uniti), i nEUROn assumeranno tutti i contorni dei famigerati “LAR” (Lethal Autonomous Robotics), i sistemi d’arma robotizzati che, una volta attivati, possono selezionare e colpire un obiettivo in piena autonomia, esautorando l’operatore umano da ogni intervento.
“Se utilizzati, i LAR possono avere conseguenze di enorme portata sui valori della società, soprattutto quelli riguardanti la protezione della vita, e sulla stabilità e la sicurezza internazionale”, ha denunciato il Consiglio per i Diritti Umani dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite in un rapporto speciale pubblicato il 9 aprile 2013. “Raccomandiamo agli Stati membri di stabilire una moratoria nazionale sulla sperimentazione, produzione, assemblaggio, trasferimento, acquisizione, installazione e uso dei Lethal Autonomous Robotics, perlomeno sino a quando non venga concordato a livello internazionale un quadro di riferimento giuridico sul loro futuro”, ha aggiunto il Consiglio D.U. dell’Onu. “Essi non possono essere programmati per rispettare le leggi umanitarie internazionali e gli standard di protezione della vita previsti dalle norme sui diritti umani. La loro installazione non comporta solo il potenziamento dei tipi di armi usate, ma anche un cambio nell’identità di quelli che li usano. Con i LAR, la distinzione tra armi e combattenti rischia di divenire indistinta”. Un accorato appello che Washington, Parigi, Tel Aviv, Londra, Roma e adesso pure Bruxelles non intendono per nulla ascoltare.