I Padrini del Ponte

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Affari di mafia sullo Stretto

martedì 16 settembre 2014

Maxi unità da guerra Fincantieri all’Algeria


Entro la fine dell’anno la Marina militare della Repubblica d’Algeria potrà estendere il suo raggio d’azione a tutto il bacino mediterraneo e all’Africa occidentale. Nei giorni scorsi, presso lo stabilimento Fincantieri di Muggiano (La Spezia), si è svolta la cerimonia di consegna di una grande unità da guerra anfibia, la “Kalaat Beni-Abbes” che farà da nuova ammiraglia della flotta della Marina algerina. L’imbarcazione è nata dall’evoluzione tecnologica delle unità da sbarco e supporto logistico della classe “San Giusto”, in dotazione della Marina militare italiana; ha una lunghezza di 143 metri, una larghezza di 21,5 metri e un dislocamento a pieno carico di 8.800 tonnellate. A una velocità di crociera superiore ai 20 nodi, la nuova nave ammiraglia potrà trasportare oltre 600 persone (152 membri d’equipaggio, 12 addetti al servizio volo e 430 marines), 15 carri armati o 30 tank blindati leggeri e 5 elicotteri da combattimento di medie dimensioni. La “Kalaat Beni-Abbes” dispone di un ponte di volo con due punti di atterraggio per elicotteri, a prua e a poppa, ed è attrezzata con un ospedale da 60 posti letto e diverse sale operatorie, per operare come supporto sanitario alle truppe. All’interno dell’unità è presente un bacino allagabile che può alloggiare un mezzo da sbarco di pronto intervento lungo 20 metri e pesante 30 tonnellate, su cui possono essere imbarcati 140 uomini o un carro armato pesante; altre due imbarcazioni di pari dimensioni possono viaggiare fissate sul ponte garage, ed essere movimentate attraverso un carroponte. Il sistema d’armamento, prodotto anch’esso in Italia da aziende del gruppo Finmeccanica, include i missili antiaerei a corto raggio Aster 15 (MBDA-Thales-Finmeccanica) e i cannoni OTO Melara da 25 e 76 mm. Le apparecchiature elettroniche includono il radar EMPAR prodotto da Selex ES (altra impresa italiana del gruppo Finmeccanica), il sistema di rilevamento e guerra elettronica SCLAR-H (OTO Melara) e il sistema di gestione combattimento “Athena-C” (Selex ES).

L’unità da guerra è stata commissionata nel 2011 dal Ministero della difesa algerino a Orizzonte Sistemi Navali (società controllata da Fincantieri e partecipata da Selex ES) ed è stata realizzata per un buon 90% negli stabilimenti Fincantieri di Muggiano e Riva Trigoso (Sestri Levante). Responsabile dell’integrazione dei sistemi di bordo è stata la Seastema SpA, società con sede a Genova operante nella progettazione, sviluppo e realizzazione di sistemi di automazione integrata in ambito navale, creata nell’ambito di una joint venture paritetica tra Fincantieri e la holding svizzera ABB. Oltre alla costruzione della “Kalaat Beni-Abbes”, Fincantieri ha coordinato la produzione nel cantiere navale algerino di Mers El Kebir (città del nord-ovest nei pressi di Orano) delle tre unità da sbarco minori Landing Craft Vehicle Personnel – LCVP, trasportabili dalla nave ammiraglia. Il valore della commessa è stato stimato in 400 milioni di euro circa, più il costo dei cinque elicotteri AW101 che la Marina militare algerina ha ordinato ad AgustaWestland  (Finmeccanica).

La decisione algerina di commissionare all’Italia la costruzione della grande unità da guerra è il frutto di un sapiente e spregiudicato pressing promozionale orchestrato congiuntamente dai manager di Fincantieri, dal governo italiano guidato al tempo da Romano Prodi e dai massimi vertici della Marina militare. Nel novembre del 2007, il complesso militare-politico-industriale italiano organizzò una trasferta in Algeria della nave da sbarco “San Giusto”, con a bordo assetti anfibi del Reggimento San Marco ed elicotteri da guerra antisommergibile “Sikorsky SH-3D”; in tale occasione fu organizzata, a favore degli osservatori delle forze armate algerine, una dimostrazione delle capacità anfibie dell’unità navale, degli elicotteri e dei veicoli dei marò imbarcati. A guidare la delegazione italiana ad Algeri, c’era il sottosegretario alla Difesa, Lorenzo Forcieri, senatore ligure eletto nelle liste dei Democratici di sinistra-Ulivo, poi presidente Pd dell’Autorità portuale di La Spezia.

La Marina militare ha offerto il suo importante contribuito all’affaire, fornendo il supporto logistico e l’addestramento dell’equipaggio algerino. “Questo progetto ha visto la luce nell’ambito di un ampio e innovativo  programma di cooperazione italo-algerina che attribuisce, alla Marina Militare Italiana, un pieno e diretto coinvolgimento nell’addestramento del primo equipaggio”, riporta il comunicato stampa emesso dal Ministero della Difesa il 17 gennaio 2014, in occasione del varo dell’unità da sbarco, evento che era stato posticipato di un mese a causa di un incidente mortale accaduto nello stabilimento Fincantieri di Riva Trigoso a un ufficiale della società di rimorchiatori incaricata di assistere la “Kalaat Beni-Abbes”.

Dall’ottobre 2013 ad oggi, la Marina italiana ha gestito intensi cicli addestrativi a favore di 190 militari algerini. Le attività sono state svolte presso il Centro di Addestramento Aeronavale della Marina Militare (MARICENTADD) di Taranto e presso l’Ufficio Allestimento e Collaudo Nuove Navi (MARINALLES) di La Spezia. A fine novembre, l’unità da guerra algerina sarà trasferita a sud di Taranto per svolgere una prima missione in mare aperto e le esercitazioni a fuoco con i cannoni OTO Melara da 76 mm. Nel primo semestre 2015 alcuni ufficiali algerini saranno ospiti a Taranto del Centro di simulazione al combattimento della Marina militare, mentre un altro gruppo di militari algerini sarà addestrato presso la base navale di La Spezia. Nella città ligure ci si avvarrà inoltre delle strutture disponibili presso la “Fincantieri Training Academy”, un progetto nato per iniziativa della holding italiana della cantieristica e della Marina militare, destinato alla formazione del personale di bordo delle unità in via di consegna. “Il crescente impegno nell’assistenza tecnica ed addestrativa alla Marina Algerina presso l’industria nazionale si aggiunge alle attività già supportate da MARINALLES La Spezia nell’ambito delle cooperazioni internazionali (Iraq, Kenya, Russia, India, Finlandia, Emirati Arabi Uniti)”, spiega il Ministero della Difesa. “L’impegno della Marina Militare ha per molti aspetti un carattere innovativo nel mondo delle costruzioni navali, rappresentando un esempio prima unico e vincente delle sinergie che Industria e amministrazione della Difesa possono mettere a disposizione del Sistema Paese italiano. Il settore addestramento marine estere costituisce una preziosa risorsa, poiché l’aggiunta di un pacchetto addestrativo rende l’offerta di costruzioni di nuove navi molto più appetibile, accrescendo notevolmente la competitività della cantieristica nazionale”.
Le autorità militari algerine hanno fatto sapere di voler ordinare anche un’unità cacciamine ai cantieri Intermarine di Sarzana (La Spezia), affidando ancora una volta l’addestramento dell’equipaggio alla Marina italiana. Algeri si conferma un ottimo cliente anche per Finmeccanica. Oltre agli AW101 che saranno imbarcati sulla “Kalaat Beni-Abbes”, nell’agosto 2012 la Marina algerina ha ordinato ad AgustaWestland sei elicotteri Super Lynx 300 da destinare alle due fregate lanciamissili della classe “Meko A200” acquistate in Germania. I Super Lynx non saranno però prodotti in Italia, bensì a Yeovil (Gran Bretagna). Altri quattro elicotteri Super Lynx Mk 130 e sei AW101 Mk 610 Merlin sono stati consegnati alle forze armate algerine tra la fine del 2010 e l’inizio 2011. Secondo quanto pubblicato recentemente dal periodico Air Forces Monthly, le autorità algerine sarebbero intenzionate ad affidare ad AgustaWestland la produzione di un’ottantina di elicotteri AW101 e AW109 da destinare ai reparti militari, di polizia e della Gendarmeria nazionale.

domenica 14 settembre 2014

Paracadutisti italiani nell’inferno centrafricano


Nuovo intervento delle forze armate italiane in terra africana. Nei giorni scorsi si è concluso a Bangui, capitale della martoriata Repubblica Centrafricana, lo schieramento di una cinquantina di militari dell’Esercito che saranno integrati nella forza multinazionale dell’Unione Europea, attivata in loco lo scorso giugno (EUFOR RCA). Il personale italiano proviene dall’8° Reggimento genio guastatori della Brigata paracadutisti “Folgore” di Legnago (Verona) ed è stato schierato presso la base “Ucatex” di Bangui, mentre due ufficiali saranno impiegati presso il Comando generale operativo di Larissa (Grecia). La missione italiana nella Repubblica Centrafricana non si concluderà prima del 15 dicembre 2014 ed è stata finanziata con 2.987.065 euro grazie al decreto legge n. 109 dell’1 agosto scorso che ha prorogato sino alla fine dell’anno le sempre più numerose missioni internazionali delle forze armate e di polizia.

Secondo quanto comunicato dal Ministero della difesa, i parà avranno il compito di “garantire il supporto della mobilità delle forze europee, la ricognizione e il mantenimento degli assi di comunicazione, la bonifica di residuati bellici e la realizzazione di lavori infrastrutturali di base in favore di EUFOR, della popolazione e del governo locale”. Ai militari sarà affidato inoltre il monitoraggio delle attività di ricostruzione di un ponte, progetto finanziato dall’Ue e affidato a imprese locali. Il contingente italiano disporrà di un importante parco macchine operatrici del genio e di un congruo numero di veicoli blindati multiruolo “Lince” (Iveco), dotati di torretta remotizzata “Hitrole”.

La Repubblica Centrafricana, uno dei paesi più poveri del continente africano, è vittima da due anni di una sanguinosa guerra civile che ha già causato migliaia di vittime e più di un milione e trecentomila sfollati. Nel marzo 2013, una coalizione di forze a prevalenza islamica, denominata “Séléka”, che accusava il governo di non aver rispettato gli accordi di pace firmati nel 2007 e nel 2011, occupava Bangui e costringeva alla fuga il presidente (ex golpista) Francois Bozizé. Da allora il conflitto tra le diverse fazioni si è esteso a tutto il paese, mentre il nuovo governo di transizione guidato da Catherine Samba-Panza evidenzia fragilità e divisioni interne.

La componente militare dell’Unione Europea nella Repubblica Centrafricana è costituita attualmente da 750 unità di diverse nazioni e comprende anche una forza di polizia. Le attività di EUFOR RCA vengono svolte nel quadro della risoluzione Onu n. 2134 del 28 gennaio 2014 e della decisione del Consiglio Europeo del 10 febbraio, che hanno autorizzato un’operazione militare transitoria di “stabilizzazione interna” in vista del pieno dispiegamento della missione MISCA (Mission internationale de soutien à la Centrafrique), varata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu nel dicembre 2013 e posta sotto l’autorità dell’Unione Africana. Entro la fine di quest’anno MISCA conterà su un contingente di circa 4.000 militari e 150 membri civili, provenienti principalmente da Burundi, Camerun, Ciad, Gabon e Repubblica del Congo. Secondo gli accordi assunti internazionalmente, il governo di transizione dovrebbe fissare lo svolgimento di nuove elezioni politiche entro il febbraio 2015, mentre la missione Onu-Ua dovrebbe assicurare lo stazionamento nella Repubblica Centrafricana di 12.000 effettivi entro la fine del prossimo anno.

Questo, almeno, sulla carta. In realtà è possibile che Bruxelles decida di estendere EUFOR RCA a buona parte del 2015, rafforzando il numero dei reparti impiegati. Come ammesso dall’ex Alta rappresentante per gli affari esteri e la sicurezza dell’Unione europea Catherine Ashton, “EUFOR RCA è stata voluta per sostenere lo sforzo politico-militare del governo francese, che ha inviato prontamente a Bangui più di 1.600 militari nell’ambito dell’Operazione Sangaris. Un intervento, quello francese, che ha il merito di non occultare le sue reali finalità neocoloniali mentre invece l’Ue ha scelto l’ipocrita formula della “missione umanitaria”. La task force francese ha infatti come obiettivo chiave la protezione dei giacimenti di uranio di Bakouma (prefettura di Mbomou), di proprietà della transnazionale parigina Areva e della China Guandong Nuclear Power Company. Si tratta della principale miniera mondiale per l’estrazione del prezioso minerale, utilizzato in Francia per la produzione di energia e testate nucleari.

L’Unione Europea sta pure rafforzando gli aiuti economici-finanziari a favore delle autorità di governo di Bangui. Ad agosto, a conclusione del meeting dei ministri Ue della Cooperazione allo sviluppo di Firenze, è stato approvato un fondo pro-Repubblica Centrafricana di 64 milioni di euro che si aggiungono agli 84 milioni stanziati in precedenza dalla Commissione europea. Altri “aiuti” giungeranno da Stati Uniti (43 milioni di dollari), Banca Mondiale (100 milioni di dollari) e African Development Bank (75 milioni di dollari). Nel corso del 2014, l’Italia ha destinato complessivamente 2 milioni di euro per far fronte all’emergenza umanitaria nel paese centrafricano e finanziare due progetti, il primo nel settore della “protezione dell’infanzia e dell’istruzione” affidato all’UNICEF, e il secondo nel campo della “sanità e della sicurezza alimentare”, che sarà realizzato dalle ONG italiane già attive nella Repubblica Centroafricana. A febbraio, inoltre, il Dipartimento per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri ha inviato a Bangui un aereo cargo contenente kit sanitari per un valore complessivo di centomila euro, da destinare agli sfollati dai combattimenti.
Buona parte delle attrezzature e degli “aiuti” a favore delle missioni Onu e Ue nella Repubblica Centrafricana, sono stati inviati dallo scalo aeroportuale di Brindisi, dove è ospitato dal 1994 il Centro Servizi Globale delle Nazioni Unite (UNGSC) che supporta le operazioni di “peacekeeping” e, dal 2000, la Base di pronto intervento umanitario (UNHRD), che opera a favore del World Food Program. Nello specifico, l’Aeronautica militare italiana, grazie al proprio distaccamento di Brindisi, ha fornito appoggio tecnico ai velivoli cargo “Boeing 747” della compagnia saudita Saudia Airlines e agli “Antonov 12” della compagnia Ukraine Air Alliance, che hanno fatto la spola tra l’aeroporto pugliese e quello di Bangui. Dopo i farmaci e il cibo, per l’Italia e l’Ue arriva l’ora d’intervenire nell’inferno centrafricano con i blindati e i parà.

giovedì 11 settembre 2014

Nuovi droni della Marina per l’Operazione Mare Nostrum


L’Operazione Mare Nostrum si conferma come dispendioso poligono aeronavale per sperimentare i sistemi a pilotaggio remoto acquistati dalle forze armate italiane. Per intercettare le imbarcazioni dei migranti, ai Predator dell’Aeronautica militare sono stati affiancati nuovi droni schierati sulle navi da guerra che pattugliano il Canale di Sicilia. “La Marina Militare, nell’ambito dell’Operazione Mare Nostrum, può contare su di un’ulteriore importante capacità operativa”, annuncia il Ministero della difesa. “Si tratta dell’aeromobile a pilotaggio remoto Camcopter S-100, dal mese di agosto imbarcato sulla nave anfibia San Giusto e giornalmente impiegato”.

Nello specifico, sulla grande unità da sbarco e pronto intervento della Marina, sono operativi due mini droni-elicotteri prodotti dall’azienda austriaca Schiebel Elektronische Gerate GmbH. Con un costo unitario stimato di 4,2 milioni di euro, i Camcopter S-100, lunghi 3,4 metri e pesanti 200 kg, hanno un’autonomia sino a 6 ore e possono raggiungere la distanza massima dalla nave di 40 miglia nautiche a una velocità di 130 kmh, volando sino a 12.000 piedi d’altezza. I velivoli sono equipaggiati con sensori elettrottici, scanner IR, radar ad apertura sintetica che consentono la raccolta dati e l’identificazione in tempo reale dei natanti di interesse. I mini elicotteri e le apparecchiature di telerilevamento vengono controllati in volo tramite due stazioni installate all’interno della centrale operativa della San Giusto. “Tali immagini possono essere a loro volta inoltrate ai Comandi Operativi a terra favorendo i processi decisionali di chi detiene il comando e il coordinamento delle operazioni in mare”, spiega il Ministero della difesa. “Il Camcopter, grazie ai propri sensori, una rilevante autonomia, un favorevole rapporto costo-efficacia e l’assenza di rischio per il personale coinvolto, migliora e potenzia sensibilmente le capacità operative del dispositivo navale. Il progetto di introduzione in servizio di aeromobili a pilotaggio remoto sulle unità navali, fortemente voluto dalla Marina, è destinato ad acquisire una sempre maggior rilevanza operativa nei prossimi anni”.

Il programma del Campcopter S-100 prese il via nell’aprile 2012, quando dal pattugliatore lanciamissili “Bersagliere”, in rada a La Spezia, fu fatto decollare un prototipo sperimentale del mini elicottero. Successivamente, lo Stato Maggiore della Marina formalizzò l’acquisizione in leasing di due velivoli a pilotaggio remoto “per le esigenze di Intelligence, Surveillance and Reconnaissance (ISR) delle unità navali, sia in attività prettamente militari che civili, quali la Ricerca e Soccorso (SAR) o il soccorso in caso di calamità naturali”. I droni sono stati consegnati dalla Schiebel nel febbraio di quest’anno e a maggio la Marina ha intrapreso una serie di test a bordo della San Giusto per valutare l’interoperabilità del Camcopter con i sistemi elettronici imbarcati, le sue capacità di decollo e atterraggio, la rumorosità e altri parametri operativi. Alle prove hanno preso parte tecnici e ingegneri dell’azienda austriaca produttrice, piloti del 4° Gruppo Elicotteri della Marina di stanza a Grottaglie-Taranto e il personale del Centro Sperimentazione Aeromarittimo (CSA – Air-Land Test Center) di Luni, La Spezia. L’uso del mini-elicottero è uno dei punti chiave della collaborazione tecnico-operativa tra la Marina militare italiana e quella francese. “La cooperazione tra i due Paesi ha una forte tradizione”, ha esordito il comandante delle forze aeree della Marina, contrammiraglio Giorgio Gomma, durante la sua recente visita alla stazione aeronavale francese di Hyerès. “L’entrata in servizio di nuovi velivoli tecnologicamente all’avanguardia quali l’elicottero NH90 e il Camcopter rappresentano un’opportunità per rafforzare sempre di più questa collaborazione tra la Marina Militare e la Marine Nationale, e in particolare, tra le due Aviazioni Navali”.
Oltre che negli stabilimenti austriaci della Schiebel, il velivolo a pilotaggio remoto è prodotto su licenza dalla Schiebel Aircraft in Russia. Il Gruppo Schiebel, fondato a Vienna nel 1951, è un importante produttore di sistemi bellici, in particolare robot e velivoli senza pilota (UAV). Dell’aeromobile ceduto in leasing alla Marina italiana, esistono due versioni, una per fini di ricognizione e l’altra per operazioni di attacco, con Camcopter S-100 amati di missili leggeri multiruolo. Il drone-elicottero è utilizzato attualmente delle Marine militari di Cina, Emirati Arabi, Germania, Giordania, Libia, Pakistan e Stati Uniti e dalla Guardia costiera russa.
Sulle unità da guerra italiane, verrà schierato presto un altro modello di velivolo a pilotaggio remoto. Il 18 settembre 2013, l’azienda statunitense Insitu (sussidiaria di Boeing) ha annunciato di essersi aggiudicata un contratto con la Marina militare italiana per la consegna di due sistemi completi ScanEagle e dei relativi servizi di addestramento. Il velivolo, con un’autonomia di 20 ore e una velocità di crociera di 140 km/h, non necessita di pista per il decollo o l’atterraggio. Il lancio avviene tramite una catapulta pneumatica che può essere facilmente localizzata a bordo di unità navali. Lo ScanEagle è utilizzato per fini di intelligence, sorveglianza e ricognizione (Isr): è dotato di sofisticati sistemi di rilevamento elettro-ottici, telecamere all’infrarosso e sistemi integrati di comunicazione. A partire del 2005, la piattaforma è stata schierata ripetutamente in alcuni degli scacchieri di guerra più sanguinosi (Afghanistan Iraq, Libia, ecc.). I principali operatori sono l’US Navy, la Guardia coste e il Corpo dei marines degli Stati Uniti, le Marine di Australia, Canada, Colombia, Giappone, Gran Bretagna, Malesia, Paesi Bassi, Polonia, Singapore, Spagna e Tunisia. Ogni sistema ScanEagle ha un costo di circa 3,5 milioni di dollari e comprende quattro velivoli aerei a pilotaggio remoto, una stazione di controllo a terra, un terminale video remoto e le relative attrezzature di lancio e ricovero.

mercoledì 10 settembre 2014

Pattugliatori italiani alla Tunisia per fare la guerra ai migranti


Senza eccessivi clamori, il governo italiano sta per concludere la consegna di dodici pattugliatori alle forze armate della Tunisia, nel quadro dell’accordo intergovernativo “per la sicurezza del Mediterraneo e la prevenzione dei traffici illeciti”, sottoscritto dai due Paesi nell’aprile 2011. Secondo il testo dell’accordo, le unità saranno impiegate nel controllo delle acque territoriali tunisine e per “contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina proveniente dal nord Africa”.

I pattugliatori, realizzati dal Cantiere Navale “Vittoria” di Adria (Veneto), sono destinati alla Guardia Nazionale e alla Marina militare tunisina. Secondo quanto dichiarato dall’amministratore delegato dell’azienda produttrice, Luigi Duò, dal luglio 2013 sono già stati consegnati al paese nordafricano cinque unità modello P350TN e tre pattugliatori P270TN. Altri due P270 giungeranno in Tunisia a ottobre, mentre nel febbraio 2015 si completerà la consegna delle restanti unità. I pattugliatori operano dal porto di Tunisi, La Goulette.

I P270 e P350 sono unità navali specializzate in compiti di sorveglianza marittima, pattugliamento delle coste e oceanico, “intercettazione e combattimento a fuoco”. La motovedetta P270TN è lunga 27 metri, larga 7,20 e ha un dislocamento di 90 tonnellate; il sistema di propulsione assicura una velocità massima di 35 nodi e un range di 500 miglia marittime. L’unità ha in dotazione un radar “Simrad” in banda X da 25 kW e uno solid-state “Spery Marine” da 100 kW; un apparato elettro-ottico; un sistema a copertura mondiale per il soccorso e la sicurezza in mare (GMDSS) per distanze fino a 20/30 miglia dalla costa. Gli apparati sono stati realizzati dalla società AlmavivA. L’equipaggio autorizzato è di 14 membri, mentre il costo di ogni singolo pattugliatore P270TN è di 8 milioni di euro circa.

I sei P350TN destinati alla Marina militare sono una variante più aggiornata dei due pattugliatori consegnati tempo fa alla Guardia costiera libica. Il dislocamento è di 140 tonnellate, la lunghezza di 35 metri e la larghezza di 7,20; il sistema di propulsione consente un range di 600 miglia e una velocità massima di 38 nodi. I sistemi di telecomunicazione e gli apparati sono gli stessi utilizzati per il P270TN, mentre i membri di equipaggio sono 16. Le unità sono consegnate dal Cantiere “Vittoria” prive di armamento, ma vengono poi equipaggiate in Tunisia con cannoni da 20-30 mm. Il costo stimato della versione P350 è di 16,5 milioni a imbarcazione.

Nell’ambito dell’accordo bilaterale con la Tunisia, nel maggio 2011, l’Italia ha fornito alla Guardia Nazionale del paese nordafricano quattro motovedette Classe 700 “Carabinieri”, prodotte a Gaeta dai Cantieri Navali del Golfo, di 18 tonnellate di dislocamento. Altre due imbarcazioni Classe 500, 13 sistemi radar di pattugliamento e 38 motori marini sono stati consegnati alla Tunisia tra il 2009 e il 2011. Nello stesso periodo, l’Italia ha infine sostenuto finanziariamente la manutenzione di sette pattugliatori da 17 metri e di 8 motovedette classe “Squalo”/P58. Come ricorda la ricercatrice Martina Tazzioli di Storie Migranti, nell’aprile 2013, tramite l’allora ministra dell’Interno Cancellieri, l’Italia consegnò alla Tunisia anche alcuni fuoristrada da impiegare per contrastare e bloccare le partenze dei migranti.

“L’Italia intende sostenere il processo di transizione democratica intrapreso dalla Tunisia, sancita dalla Dichiarazione di Partenariato strategico del maggio 2012”, ha dichiarato il sottosegretario agli Affari Esteri Benedetto Della Vedova, nel corso della sua recente visita a Tunisi per affrontare i temi dell’immigrazione e della cooperazione economica. “Per l’Italia, la Tunisia è un partner strategico”, ha aggiunto Della Vedova. “Siamo il secondo partner commerciale della Tunisia e uno dei principali investitori nel Paese negli ultimi anni. La nascita di un modello tunisino, può rappresentare una sfida seria e credibile anche rispetto a quei gruppi violenti che nel mondo islamico, strumentalizzando la religione, vorrebbero riportare l’orologio della storia indietro di secoli”.

Il 12 giugno 2014, era stata la ministra Roberta Pinotti a raggiungere Tunisi per un vertice con il Primo ministro Mehdi Jomaa e il ministro della Difesa Ghazi Jribi. “Il consolidamento dei rapporti di cooperazione bilaterale tra Italia e Tunisia e il rafforzamento del controllo dei flussi migratori e della stabilità e della sicurezza nel Mediterraneo sono stati i temi al centro dell’incontro”, riporta il comunicato emesso dal Ministero della Difesa italiano. “L’incontro è servito anche a sensibilizzare la controparte circa l’urgenza di sottoscrivere un MoU Difesa rinnovato (la cui negoziazione è già stata avviata all’inizio dell’anno) che andrà a sostituire la Convenzione del 1991 non più adatta alle rinnovate ed incrementate forme di cooperazione. Sono state pianificate infine una serie di iniziative di formazione e previste esercitazioni congiunte in diversi ambiti”.

Le forze armate tunisine stanno perseguendo un articolato programma di potenziamento dei propri arsenali. A fine agosto, nel corso di una cerimonia alla base navale di La Goulette, il corpo diplomatico statunitense ha consegnato alla Marina militare tunisina due pattugliatori di 13.5 metri, a cui si aggiungeranno entro il febbraio 2015 altre sette motovedette di 7,6 metri. “Le due unità veloci, del costo di più di 2 milioni di dollari, fanno parte di un nuovo programma di assistenza alla Marina tunisina per rafforzare la sicurezza marittima contro il terrorismo che colpisce la regione mediterranea”, ha dichiarato l’ambasciatore Usa, Jake Walles. “Le imbarcazioni consentiranno alla Tunisia di controllare meglio la sua zona economica esclusiva e il flusso del traffico marittimo tra il Nord Africa e l’Europa. Il Comando delle forze armate Usa per il continente africano US AFRICOM, sta inoltre sviluppando una serie di mezzi per assistere le forze armate tunisine, compresa la condivisione delle informazioni, l’espansione delle attività di addestramento e la fornitura di equipaggiamento avanzato”.

Un paio di mesi fa, il Pentagono ha annunciato la consegna a titolo gratuito di una decina di tonnellate di “equipaggiamento difensivo”, tra cui caschi protettivi e giubbotti antiproiettile, alle unità speciali anti-terrorismo delle forze armate e di polizia tunisine. Washington ha poi autorizzato l’invio di sistemi militari per 60 milioni di dollari per “aiutare la Tunisia a combattere i militanti islamici che stanno minacciando la nascente democrazia nel paese”. A conclusione di un incontro con il Primo ministro Jomaa, il Comandante di US AFRICOM, generale David Rodriguez, ha specificato che gli aiuti comprendono “attrezzature per l’individuazione di materiale esplosivo, nuove imbarcazioni e addestramento”.
Il Dipartimento di Stato ha approvato inoltre la vendita alla Tunisia di dodici elicotteri da combattimento Sikorsky UH-60M “Black Hawk”, più apparecchiature e supporto tecnico-logistico, per un valore complessivo di 700 milioni di dollari. I velivoli saranno armati con razzi a guida laser, missili “Hellfire” e cannoni da 7.62 mm. “Il trasferimento di questi elicotteri rafforzerà la capacità delle forze armate tunisine a contrastare le minacce regionali, consentendo migliori capacità di pattugliamento delle frontiere e rapidità di reazione e intervento alle unità aeree e terrestri nelle operazioni anti-terrorismo”, ha spiegato il portavoce del governo Usa. L’aeronautica militare tunisina ha pure ordinato due aerei da trasporto C-130J-30 “Super Hercules”, di produzione Lockheed Martin. Ad oggi, nessuno Stato africano è in possesso di questo velivolo da guerra.

venerdì 5 settembre 2014

Da Vicenza e Aviano parà Usa per war games in Ucraina


Oltre duecento paracadutisti statunitensi stanno per essere trasferiti in Ucraina per partecipare ad una vasta esercitazione militare multinazionale. I parà appartengono tutti al 173rd Airborne Brigade Combat Team, il reparto d’élite aviotrasportato dell’esercito Usa di stanza a Vicenza. I war games si terranno dal 16 al 26 settembre nella parte occidentale del paese; le unità statunitensi raggiungeranno l’International Peacekeeping and Security Center di Yavoriv con voli cargo che decolleranno dalla base aerea di Aviano (Pordenone). Quella della 173^ brigata aviotrasportata di Vicenza sarà la prima presenza di truppe Usa in territorio ucraino dopo lo scoppio del conflitto interno.

L’esercitazione prenderà il nome di “Rapid Trident” e vedrà la partecipazione di 1,300 militari di 15 nazioni (Ucraina, Azerbaijan, Bulgaria, Canada, Georgia, Germania, Gran Bretagna, Lettonia, Lituania, Moldavia, Norvegia, Polonia, Romania, Spagna e Stati Uniti). “Saranno eseguite operazioni di peacekeeping, trasporto mezzi, pattugliamento, individuazione e disattivazione di materiale esplodente”, ha riferito il portavoce del Pentagono, colonnello Steve Warren. “L’esercitazione si terrà a Lviv, al confine con la Polonia, e contribuirà a promuovere la stabilità e la sicurezza regionale, rafforzare la partnership e favorire la fiducia con gli alleati, mentre migliorerà  l’interoperabilità tra il Comando delle forze Usa in Europa USAREUR, le unità terrestri dell’Ucraina e altri paesi Nato”. Il Pentagono ha annunciato inoltre di aver consegnato alle autorità di Kiev nuovi aiuti militari “non letali”, tra cui “caschi protettivi, dispositivi robot anti-esplosivi, sacchi a pelo, uniformi, sistemi di radiocomunicazione, giubbotti antiproiettile e kit sanitari”.

“Rapid Trident” era stata programmata inizialmente per il mese di luglio, ma il Comando di US Army in Europa aveva poi deciso di spostarla a settembre. L’esercitazione viene condotta annualmente in Ucraina sin dal 1995, anche se originariamente vedeva schierate solo unità nazionali e statunitensi. L’ultima edizione si è tenuta nel luglio 2013 e ha visto partecipare oltre un migliaio di militari di 17 paesi (Stati Uniti, Ucraina, Armenia, Azerbaijan, Bulgaria, Canada, Danimarca, Georgia, Germania, Gran Bretagna, Moldavia, Norvegia, Polonia, Romania, Serbia, Svezia e Turchia). Anche lo scorso anno hanno preso parte a “Rapid Trident” i paracadutisti del 173rd Infantry Brigade Combat Team di Vicenza, portando a termine oltre 300 lanci da elicotteri e aerei e l’addestramento delle unità ucraine al trasporto mobile aereo. L’esercitazione fu monitorata da “ispettori” del Comando per le forze terrestri della Nato di Izmir (Turchia).

In est Europa sono in corso altre importanti esercitazioni dell’Alleanza Atlantica con palesi obiettivi anti-russi. In un ampio territorio comprendente la Germania orientale e le Repubbliche baltiche, si svolge “Steadfast Javelin II”, a cui partecipano centinaia di militari di 13 paesi (Bulgaria, Canada, Germania, Gran Bretagna, Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovenia, Stati Uniti e Italia, quest’ultima con i paracadutisti della Brigata “Folgore”), più due nazioni della Partnership for peace, Bosnia Erzegovina e Serbia. Una dozzina di cacciabombardieri F-15 e 180 militari statunitensi, provenienti dalla base di Lakenhealth (Gran Bretagna), sono impegnati invece in Bulgaria in un’esercitazione bilaterale di due settimane con le forze aeree locali. Da ottobre sino alla fine dell’anno si terrà invece una vasta esercitazione terrestre in Polonia e nelle Repubbliche baltiche a cui prenderanno parte 600 unità della 1^ Divisione cavalleria di US Army, proveniente da Fort Hood (Texas), con carri armati M-1 “Abrams”, blindati e velivoli corazzati.

Al Comando Nato di Bruxelles si approntano intanto i programmi per trasferire stabilmente in Europa orientale uomini e mezzi dell’Alleanza. Al recente vertice in Galles, è stata approvata la creazione di una forza di pronto intervento con “punte di lancia” (Spearhead), capaci di entrare in azione nel giro di 48 ore, con il supporto di aviazione, marina e forze speciali. La task force avrà a disposizione basi permanenti, depositi di munizioni e carburante e tutte le infrastrutture di supporto necessarie, nei paesi Nato prossimi alla frontiera con la Russia. Saranno avviate presto attività addestrative delle unità speciali e di pronto intervento dell’Europa orientale. Il governo polacco ha formalmente chiesto a Washington di trasferire stabilmente in Polonia perlomeno un gruppo di volo con cacciabombardieri F-16 a capacità nucleare, di stanza oggi ad Aviano. Il presidente della Romania, Traian Basescu, ha annunciato che prossimamente un contingente di 200 militari Nato, tra piloti, meccanici e tecnici di manutenzione di velivoli aerei sarà stazionato in uno scalo militare rumeno. Bruxelles ha infine dato un colpo di acceleratore al programma di allargamento Nato a Macedonia, Montenegro, Georgia, Bosnia-Erzegovina, Serbia e, ovviamente, all’Ucraina.
Il 173rd Airborne Brigade Combat Team di Vicenza è stato impiegato nei principali scacchieri di guerra mediorientali, in particolare in Iraq e in Afghanistan, dove più di un centinaio di suoi militari hanno perso la vita. Da qualche mese, i comandi generali della brigata e quattro battaglioni (due provenienti dalla base di Bamberg, Germania e due dalla base vicentina di Camp Ederle) sono stati trasferiti nel nuovo hub logistico-militare realizzato all’interno dell’ex aeroporto “Dal Molin” di Vicenza, rinominato “Camp Del Din”. I lavori infrastrutturali, avviati nel 2008, hanno comportato una spesa di 289 milioni di euro. Sono stati realizzati, in particolare, 31 nuovi edifici destinati a caserme-alloggio per 2.000 militari, magazzini, spazi operativi, officine di manutenzione velivoli, uffici e centri comando, due parcheggi multipiano per 800 auto e 50 motocicli, diversi centri sportivi. Con il trasferimento al “Dal Molin” dei due battaglioni della 173rd Airborne Brigade provieniti dalla Germania, il numero dei soldati Usa a Vicenza ha raggiunto le 4.000 unità.

mercoledì 3 settembre 2014

In Niger una nuova base per i droni Usa


US Africom, il comando delle forze armate statunitensi per il continente africano avrà presto una nuova base in Niger dove dislocare i famigerati droni killer. A conclusione della sua visita a Washington, il presidente del Niger Mahamadou Issoufou ha formalizzato con l’amministrazione Obama l’accordo che autorizza i militari Usa ad utilizzare lo scalo aereo “Manu Dayak” di Agadez, città che sorge nel cuore del Sahara, per il decollo e l’atterraggio di droni armati con sofisticati missili aria-terra. Personale militare statunitense opererebbe già da qualche tempo ad Agadez per potenziare le infrastrutture aeroportuali. Nel febbraio di quest’anno, la Defense Logistics Agency del Pentagono ha richiesto il trasferimento a “Manu Dayak” di più di 7 milioni di galloni di carburante per velivoli, mentre a luglio l’US Air Force ha predisposto un piano di ammodernamento e ampliamento delle piste per 10 milioni di dollari.

“La nuova base di Agadez consentirà ai droni Usa di avvicinarsi maggiormente al corridoio desertico che lega il nord del Mali al sud della Libia, la rotta chiave per i trafficanti di armi e droga e per i combattenti dei gruppi islamici che si spostano attraverso il Sahara”, scrive il Washington Post, citando alcuni importanti analisti statunitensi. “I militari Usa vogliono aumentare i loro voli di riconoscimento sulla Libia, dove le fazioni islamiche e le milizie tribali hanno distrutto il paese. Grazie alla base di Agadez sarà più facile raggiungere il vasto territorio desertico della Libia meridionale, dove molti combattenti islamici si sono radunati dopo essere stati espulsi dal Mali”. Attualmente buona parte delle operazioni di telerilevamento Usa in Libia sono assegnati ai velivoli senza pilota “Predator” che decollano quotidianamente dalla base siciliana di Sigonella.

Nel 2013 il governo del Niger aveva già concesso alle forze armate Usa l’utilizzo di una infrastruttura militare prossima all’aeroporto internazionale della capitale Niamey (500 miglia a nord-ovest da Agadez) per lo stazionamento di 120 militari e di alcuni droni killer, modello “MQ-9 Reaper”, impiegati per missioni in Libia, Mali, sud Algeria, Nigeria. A Niamey è pure presente un piccola flotta di droni “Harfang” dell’aeronautica militare francese, che opera congiuntamente con gli Usa per individuare e colpire le fazioni armate  anti-governative in Mali.

Il Dipartimento della difesa e la Cia hanno stazionato droni d’attacco e velivoli spia in altri paesi africani. La principale base operativa sorge a Gibuti, dove risiedono più di 2.000 militari statunitensi impegnati nei conflitti che lacerano il Corno d’Africa. Meno di un anno fa, su richiesta del governo del piccolo paese africano, l’US Air Force ha trasferito nello scalo aereo di Chabelley, a una decina di chilometri a sud-ovest della capitale gibutina, gli otto droni “Reaper” impiegati per i bombardamenti in Somalia e Yemen. In precedenza i velivoli killer decollavano dalla grande base di Camp Lemonnier, intralciando però pericolosamente il traffico civile dell’aeroporto internazionale di Gibuti. Per l’anno fiscale 2014, il Pentagono ha previsto una spesa di 13 milioni di dollari per provvedere al potenziamento infrastrutturale di Chabellay, compresa la costruzione di un’ampia area per lo stoccaggio delle munizioni destinate ai droni. Sempre da Chabellay opererebbero i due velivoli senza pilota “Predator A Plus” che l’Aeronautica militare italiana avrebbe trasferito un mese fa in Corno d’Africa per concorrere alle operazioni Ue e Nato contro la pirateria e, più segretamente, alla vasta controffensiva che US Africom ha sferrato in Somalia contro i gruppi armati islamici di Al Shabab.
Droni statunitensi vengono rischierati per missioni operative anche sulla pista etiopica di Arba Minch, in Ciad, Mali, Mauritania, Kenya, Uganda e nell’arcipelago delle Seychelles (Oceano Indiano). Secondo quanto rivelato da alcune testate giornalistiche statunitensi, il centro che coordina l’intero sistema di rilevamento e targeting dei velivoli senza pilota Usa in Africa si troverebbe in Burkina Faso, all’interno della zona militare dell’aeroporto di Ouagadougou.

martedì 2 settembre 2014

Droni, marò e parà italiani contro pirati e shabab somali


Nuova e pericolosa escalation militare italiana in Corno d’Africa. Secondo quanto pubblicato dalla rivista specializzata Analisi difesa, meno di un mese fa due velivoli-spia a pilotaggio remoto del 32° Stormo dell’Aeronautica militare, di stanza ad Amendola (Foggia), sarebbero stati schierati a Gibuti nell’ambito della missione antipirateria dell’Unione Europea “Atalanta”. I velivoli però opererebbero presumibilmente anche a favore delle forze governative somale in lotta contro le milizie di Al Shabab. I droni italiani sarebbero del modello Predator A “Plus”, utilizzati dall’Aeronautica nello scacchiere di guerra afgano, in Libia e nel Mediterraneo contro le imbarcazioni dei migranti. Realizzati dalla società statunitense General Atomics, i Predator possono volare a una velocità di crociera di 160 Km/h, con un’autonomia di 24 ore e sino a 926 km di distanza dalla base di partenza; sono dotati di sofisticati radar e sensori elettro-ottici che consentono ampi interventi di ricognizione, sorveglianza e “acquisizione obiettivi”. A Gibuti i due velivoli opererebbero attualmente dallo scalo aereo di Chabelley, località a sei miglia e mezzo di distanza a sud ovest della capitale. Dal settembre 2013 da Chabelley operano pure cinque droni killer Predator “MQ-1 Reaper” delle forze amate Usa, impiegati per i bombardamenti in Yemen e Somalia. “A differenza dei velivoli statunitensi quelli italiani continuano a operare disarmati dal momento che Washington non ha ancora autorizzato la cessione dei kit di armamento all’Aeronautica militare”, scrive Analisi difesa. Dei Predator tricolori, uno solo sarebbe stato assegnato all’Operazione “Atalanta” per raccogliere immagini e dati sulle imbarcazioni dei “pirati” diretti a intercettare e abbordare i mercantili in transito in acque somale. “Il secondo Predator viene mantenuto in riserva per rimpiazzare il drone gemello o forse per compiti diversi da quello antipirateria”, spiega la rivista militare. “Oltre a guidare la missione Atalanta in Corno d’africa, l’Italia detiene infatti anche il comando della missione di addestramento EUTM Somalia che a Mogadiscio addestra e offre consulenza alle forze dell’esercito somalo. Non si può escludere che uno dei  Predator italiani possa venire impiegato per fornire informazioni sui movimenti militari dei miliziani qaedisti Shebab”.

EUTM Somalia (European Union Training Mission to contribute to the training of Somali National Security Forces) venne lanciata nel 2010 dall’Unione europea; oggi è condotta in stretto collegamento con il Comando militare statunitense per il continente africano (US AFRICOM) ed AMISOM, la missione dell’Unione africana che vede schierati in Somalia più di 17.000 uomini di Uganda, Kenya, Burundi, Sierra Leone e Nigeria. Ad EUTM Somalia partecipano militari di dieci Paesi (Italia, Germania, Svezia, Ungheria, Spagna, Belgio, Finlandia, Olanda e Portogallo e Serbia); l’Italia fornisce circa il 50% del personale (78 unità), tra cui il comandante e il vicecomandante della missione, i paracadutisti del 186° reggimento della Brigata “Folgore” e gli addestratori dell’Esercito e dell’Arma dei Carabinieri. I programmi gestiti a Mogadiscio dagli istruttori della missione EUTM Somalia e dai consiglieri militari statunitensi puntano in particolare all’addestramento dei militari somali in attività anti-insurrezione e anti-terrorismo e al “combattimento in ambiente urbano”. Nell’arco del 2014 è previsto complessivamente l’addestramento di 1.850 militari. Altri 32 istruttori dell’Arma dei Carabinieri, affiancati da un team dell’Unione Africana composto da militari di Ghana e Nigeria, operano da febbraio presso l’Accademia di Gibuti per “formare” la polizia locale. Sempre a Gibuti, in pieno deserto, è operativa una base logistica italiana di 5 ettari, utilizzata dai distaccamenti di Fucilieri di Marina in transito per gli imbarchi sui mercantili con compiti di scorta antipirateria e dai reparti dell’Esercito diretti a Mogadiscio. Realizzata dal 6° Reggimento Genio pionieri di Roma, l’infrastruttura è stata inaugurata ufficialmente il 27 ottobre 2013 alla presenza del capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli. “Questo avamposto è la prima vera base logistica operativa permanente delle forze armate italiane fuori dai confini nazionali e sorge in un’area destinata ad essere più importante e strategica di Suez e di Gibilterra”, ha dichiarato Binelli Mantelli. Il mantenimento della base costa ai contribuenti italiani non meno di tre milioni di euro l’anno ed è presidiata attualmente da un plotone del 3° reggimento dei Bersaglieri.
La durata della missione dei droni dell’Aeronautica militare a Gibuti non è nota ma di certo si estenderà per i prossimi sei mesi, periodo in cui la flotta navale dell’’Operazione “Atalanta” sarà sotto il comando italiano. Approvata nel dicembre 2008 dal Consiglio dell’Unione europea per contrastare la pirateria somala nel Mar Rosso, nel Golfo di Aden e nell’Oceano Indiano, la missione navale vede attualmente la presenza del cacciatorpediniere lanciamissili “Andrea Doria” (nave ammiraglia con 208 unità), quattro fregate (una olandese, due spagnole e una tedesca), una rifornitrice di squadra tedesca e uno staff formato da 34 ufficiali e sottufficiali appartenenti a 12 differenti nazioni (Belgio, Croazia, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lettonia, Olanda, Portogallo, Romania, Serbia e Spagna). Le operazioni antipirateria della Marina militare italiana sono state finanziate quest’anno con 50 milioni di euro. Un impegno oneroso che non è giustificato dal reale pericolo rappresentato oggi dalla pirateria in Corno d’Africa. Secondo i dati diffusi dall’International Maritime Bureau, nei primi 6 mesi del 2014 gli assalti o le rapine armate ai danni di navi mercantili sono stati 116, contro i 138 registrati nello stesso periodo del 2013. Dieci soli, però, sono stati imputati ai pirati somali.
Ai costi delle missioni anti-pirateria si aggiungono i 25 milioni di euro per la partecipazione italiana ad EUTM Somalia e alle altre iniziative dell’Unione europea per la “Regional maritime capacity building” in Corno d’Africa e nell’Oceano indiano, per il funzionamento della base militare a Gibuti e per l’impiego di personale militare in attività di addestramento delle forze di polizia somale. Nell’ambito dell’accordo sottoscritto tra le forze amate italiane e quelle di Gibuti, è stata prevista inoltre la consegna a titolo gratuito al paese africano di 6 blindati 4x4 “Puma” e di una decina di obici semoventi M-109L da 155 millimetri prodotti da Oto Melara, dismessi in Italia dopo l’acquisto dei nuovi semoventi Pzh-2000. I mezzi da guerra hanno fatto la loro comparsa nelle strade di Gibuti lo scorso 27 giugno, giorno in cui ricorreva l’indipendenza del piccolo Stato africano. Sempre a fine giugno a Mogadiscio, il comando del team italiano operativo in Somalia ha donato al locale Ministero della difesa tre veicoli minivan per consentire una “migliore mobilità” ai militari somali impiegati nel conflitto che impera da tempi immemorabili nell’ex colonia italiana.