I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

venerdì 20 gennaio 2017

Marco Minniti. Quest’uomo è una sicurezza

Contrasto delle migrazioni “irregolari”, gestione dell’ordine pubblico e repressione del dissenso. Con Marco Minniti al Viminale si annuncia un giro di vite alla vigilia di importanti appuntamenti come il G7 a Taormina e le elezioni politiche.

Quello guidato da Paolo Gentiloni è davvero il governo fotocopia di Matteo Renzi? La promozione di Domenico “Marco” Minniti da sottosegretario con delega ai servivi segreti a ministro dell’Interno rappresenta una novità più che inquietante alla luce dei nuovi programmi di contrasto delle migrazioni “irregolari” o di gestione dell’ordine pubblico e repressione del dissenso. Non è certo un caso, poi, che il cambio al Viminale avvenga alla vigilia dei due appuntamenti internazionali che hanno convinto a rinviare sine die la fine della legislatura: la celebrazione del 60° anniversario della firma del Trattato istitutivo della Cee (il 25 marzo a Roma), ma soprattutto il vertice dei Capi di Stato del G7 a Taormina il 26 e 27 maggio. Marco Minniti, di comprovata fede Nato, vicino all’establishment ultraconservatore degli Stati Uniti d’America e alle centrali d’intelligence più o meno occulte del nostro Paese appare infatti come il politico più “adeguato” per consolidare il giro di vite sicuritario sul fronte interno e strappare a leghisti e centrodestra il monopolio della narrazione sul “pericolo” immigrato. Curriculum vitae e trame tessute in questi anni ci spiegano come e perché.
Originario di Reggio Calabria, una laurea in filosofia e una lunga militanza nel Pci prima, nel Pds e nei Ds dopo, nel 1998 Minniti viene chiamato a ricoprire l’incarico di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (premier l’amico Massimo D’Alema), anche allora con delega ai servizi per le informazioni e la sicurezza; l’anno seguente, con le operazioni di guerra Nato in Serbia e Kosovo, Minniti assume il coordinamento del Comitato interministeriale per la ricostruzione dei Balcani. Nel 2001 viene eletto per la prima volta alla Camera dei deputati e con la costituzione del governo Amato, è nominato sottosegretario alla Difesa per la cooperazione militare con Ue, Nato e Stati Uniti e la promozione dell’industria bellica (ministro Sergio Mattarella). Con il ritorno di Silvio Berlusconi alla guida di Palazzo Chigi, Minniti assume il ruolo di capogruppo Ds in Commissione Difesa e componente della delegazione italiana all’Assemblea dei parlamentari presso il comando generale della Nato. A Bruxelles il politico calabrese fa da relatore del gruppo di lavoro sull’Europa sud-orientale e la partnership Ue-Nato, perorando l’ingresso nell’Alleanza di Albania, Croazia e Macedonia. Nel novembre 2005 è Minniti a presiedere il convegno nazionale Ds su “difesa e industria bellica in Italia”, relatori, tra gli altri, ministri, capi delle forze armate e manager delle holding belliche. “Chiedo un maggiore impegno a sostegno del complesso militare-industriale, per ottenere finanziamenti aggiuntivi per nuovi sistemi d’arma e rafforzare la difesa europea con la costituzione di battaglioni da combattimento che si coordino con la Forza di pronto intervento Nato”, fu l’accorato appello di Minniti ai compagni di partito.
Con Romano Prodi alla guida del governo (2006), Minniti torna a fare il viceministro dell’Interno dedicandosi in particolare alle prime “emergenze” sbarchi di migranti in sud Italia. L’anno dopo, l’(ex) fido dalemiano offre il proprio appoggio nelle primarie per la scelta del segretario del neonato Pd a Walter Veltroni e ottiene l’incarico di segretario regionale in Calabria. Rieletto alla Camera nel 2013, Minniti è nominato sottosegretario della Presidenza del Consiglio da Enrico Letta, con delega ai servizi segreti, incarico confermatogli dal successore Renzi. La guerra a tutto campo contro il “terrorismo islamico” diviene un pallino fisso del capo politico dell’intelligence. Il 1° settembre 2016 a Palazzo Chigi s’insedia un’inedita creatura di Minniti: la “commissione di studio sul fenomeno dell’estremismo jihadista”. Coordinatore il prof. Lorenzo Vidino, docente alla George Washington University (accademia privata che ha forgiato alcuni potenti funzionari del dipartimento di Stato Usa e della CIA), in commissione siedono docenti di atenei italiani, la ricercatrice dell’Institute for National Security Studies di Tel Aviv Benedetta Berti e alcuni noti editorialisti come il direttore di Limes Lucio Caracciolo, Carlo Bonini di Repubblica e Marta Serafini del Corriere della Sera. Nei giorni scorsi Minniti e Gentiloni hanno presentato una prima elaborazione del pool di esperti. “I percorsi di radicalizzazione si sviluppano soprattutto in alcuni luoghi: nelle carceri da un lato e nella rete web dall’altro”, ha spiegato Gentiloni. “Insieme alla vigilanza massima e alla prevenzione per il rischio che la minaccia si riproponga, il governo è impegnato su politiche migratorie che devono coniugare l’attitudine umanitaria con politiche di rigore ed efficacia nei rimpatri”. Meno diplomatico il neoministro Minniti che ha preferito ai rimpatri la declinazione “espulsione”, preoccupato per il “pericolo crescente” della connection migranti irregolari – terrorismo. Con l’obiettivo di accelerare le espulsioni e rafforzare il controllo militare alla frontiera meridionale, Marco Minniti ha pianificato un tour mediterraneo per incontrare capi di Stato e ministri. I primi di gennaio si è recato a Tunisi e Tripoli per discutere di cooperazione bilaterale contro l’immigrazione clandestina e la “minaccia terroristica”. La missione in Libia, in particolare, segna “l’inizio di una nuova fase di cooperazione tra i due Paesi”, dicono dal Viminale: Minniti e al Sarraj hanno concordato l’impegno ad affrontare insieme ogni forma di contrabbando e protezione delle frontiere, in particolare al confine meridionale, quello con Ciad e Sudan. Sempre a gennaio Minniti si recherà a Malta e in Egitto. Il governo chiede ai paesi nordafricani e ai partner sub-sahariani (Niger, Ciad, Somalia, Nigeria, Mali, Senegal) d’implementare i programmi elaborati in ambito Ue per impedire – manu militari – che i migranti provenienti dalle zone più interne del continente raggiungano le coste del Mediterraneo, creando altresì in loco grandi centri-hub di “assistenza e rimpatrio” di chi fugge da guerre e carestie. Alle onerose missioni navali per intercettare i barconi di migranti, il Viminale preferirebbe invece puntare sull’uso di sofisticati apparati d’intelligence, come ad esempio i satelliti militari Cosmo Skymed e i droni, sia quelli spia che armati, “strumenti fondamentali in ogni contesto asimmetrico”.
Per coloro che riusciranno a portare a termine dolorose odissee nel deserto e pericolose traversate in mare, onde “prevenire e reprimere” ogni possibile collegamento tra il fenomeno dell’immigrazione clandestina e il terrorismo, Marco Minniti prevede un ulteriore giro di vite in termini di indagini, identificazioni e prelievo forzato di impronte digitali, possibilmente anche le schedature informatiche biometriche e del dna. “Dobbiamo ricondurre a unità il duplice problema della minaccia terroristica interna fatta di foreign fighters e potenziali lupi solitari e, dall’altra parte, del contrasto all’Isis attraverso un’efficace gestione dei flussi migratori che ne arricchiscono le finanze”, scrivono i più stretti collaboratori del ministro. Una prima bozza di piano anti-migranti 2017 è stata presentata a fine anno da Minniti e dal capo della Polizia Franco Gabrielli. Annunciando una “stagione di tolleranza zero”, si punta a raddoppiare in pochi mesi il numero delle espulsioni grazie al coinvolgimento delle forze dell’ordine e degli enti locali. In tutto il territorio nazionale saranno istituiti nuovi centri di identificazione ed espulsione “da 80-100 posti al massimo”, confinanti con porti e aeroporti. “In questi nuovi Cie saranno trattenuti solo gli immigrati irregolari che presentino un profilo di pericolosità sociale, come spacciatori o ladri”, annuncia il Viminale. Rimpatri volontari o assistiti e “lavori socialmente utili” per i sempre meno numerosi migranti “regolari” o quelli legittimati a richiedere l’asilo.
L’ennesima controffensiva in nome della sicurezza nazionale e della lotta al terrorismo trova un suo retroterra ideologico nelle elaborazioni della poco nota ma influente Fondazione ICSA (Intelligence Culture and Strategic Analysis), centro studi sui temi d’intelligence costituito a Roma nel novembre 2009 da Marco Minniti e dal Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga, ministro dell’Interno negli anni della guerra di Stato al terrorismo rosso e cultore di controverse relazioni con organizzazioni e servizi segreti in ambito nazionale e Nato. La Fondazione ICSA si pone l’obiettivo di analizzare i principali aspetti connessi alla sicurezza nazionale e internazionale, all’evoluzione dei modelli di difesa militare, ai principali fenomeni criminali e del terrorismo in Italia e all’estero, alla sicurezza informatica e tecnologica dello Stato e dei cittadini”, si legge nell’atto istitutivo. Di ICSA, Cossiga è stato presidente onorario sino alla sua scomparsa e Minniti presidente esecutivo sino alla nomina a sottosegretario del governo Renzi, quando è stato sostituito dal gen. Leonardo Tricarico, già capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, comandante della 5^ Forza aerea tattica della Nato, vicecomandante della Forza multinazionale nel conflitto dei Balcani e consigliere militare di ben tre Capi di governo (D’Alema, Amato e Berlusconi).
Vicepresidente della fondazione il prefetto Carlo De Stefano, superesperto in materia di terrorismo, già questore ad Avellino e Firenze, poi responsabile della sicurezza del Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Dal 2001 al 2009 De Stefano è stato capo dell’UCIGOS (l’ufficio per le investigazioni e le operazioni speciali della Polizia che coordina le attività degli uffici Digos) e presidente del Comitato di analisi strategica antiterrorismo (Casa). L’alto funzionario Ps ha pure ricoperto un incarico come sottosegretario all’Interno, presidente del consiglio Mario Monti, ministra Anna Maria Cancellieri.
Della Fondazione ICSA è segretario generale Paolo Naccarato, alto funzionario statale incaricato nel 1994 dal governo di organizzare il vertice G7 di Napoli. Eletto consigliere regionale in Calabria nel 2000 con il listino del presidente Giuseppe Chiaravalloti (Forza Italia) in quota al movimento fondato da Francesco Cossiga, Naccarato ha poi ricoperto l’incarico di presidente della Commissione per le riforme istituzionali della Regione. Nel 2006 è stato nominato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (Romano Prodi) con delega alle riforme istituzionali e ai rapporti con il Parlamento; qualche anno dopo, Naccarato è tornato alla regione d’origine per ricoprire l’incarico di assessore nella giunta presieduta da Agazio Loiero (Margherita). Dopo una breve parentesi con l’effimera associazione politica di Luca Montezemolo, Italia Futura, nel maggio 2013 Naccarato ha ottenuto il seggio in Senato con la Lega Nord in rappresentanza del movimento dell’ex ministro di centrodestra Giulio Tremonti. Con l’elezione in Parlamento, non si sono concluse le migrazioni politiche del segretario ICSA: ai leghisti è stata preferita prima l’adesione al Gruppo Grandi Autonomie e Libertà, poi al Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano, infine ancora il GAL.
Dulcis in fundo compare come vicesegretario della fondazione, il giornalista Giovanni Santilli, già segretario particolare presso la Presidenza del Consiglio (1998-2000) e del ministero della Difesa (2000-2001, sottosegretario Minniti), nonché ex consigliere politico dello stesso Minniti viceministro dell’Interno nel biennio 2006-2008. Insieme alla moglie Renata Parisse, dirigente della nuova Avezzano calcio, Santilli fu indagato dal Pm di Bari Michele Emiliano nell’ambito dell’inchiesta sulla malagestione della missione “Arcobaleno”, l’operazione umanitaria avviata nel 1999 dal governo D’Alema in Albania, Puglia e Sicilia a favore dei rifugiati kosovari. A carico dei due coniugi fu ipotizzata una tentata concussione ai danni di uno dei personaggi centrali dell’inchiesta, titolare di una società impegnata negli “aiuti” alla popolazione kosovara; il procedimento si è concluso però con il proscioglimento degli indagati.
Top secret i nomi degli sponsor della Fondazione ICSA. In un’intervista a L’Huffington Post il presidente gen. Tricarico ha ammesso che gli oneri di funzionamento del centro sfiorano i 250.000 euro all’anno, coperti “grazie a una dozzina di finanziatori istituzionali e privati” con una quota associativa di 20.000 euro. Grazie all’inchiesta della Procura di Napoli che ha portato in carcere il sindaco Pd di Ischia e i vertici della cooperativa Cpl Concordia (LegaCoop), è stato possibile dare un volto a uno dei finanziatori privati: tra le carte sequestrate alla coop, infatti, sono state rinvenute due donazioni nel biennio 2013-14 per un totale di 40.000 euro.
A contribuire all’organizzazione del convegno ICSA sul terrorismo jihadista, febbraio 2015, ci ha pensato invece il Sistema d’informazione per la sicurezza della Repubblica (il complesso dei soggetti istituzionali a cui è stata delegata la gestione dell’intelligence dopo la riforma dei servizi segreti) con un contributo finanziario di 12.500 euro più Iva. La connection Viminale-Fondazione si è consolidata nel tempo. Dopo la stipula di una convenzione con il Ministero dell’Interno e Confindustria per realizzare “ricerche e analisi in materia di sicurezza e criminalità”, i vertici di ICSA hanno varato con il Dipartimento della Pubblica Sicurezza un “Piano di collaborazione scientifica e didattica 2014-2017” per realizzare iniziative di formazione “a beneficio dei soggetti (pubblici e privati) operanti nel settore della security, con particolare riguardo alla protezione delle infrastrutture critiche”. Quello della sicurezza si conferma per tanti uno dei migliori business del XXI secolo.

Inchiesta pubblicata in Left, n, 2, 14 gennaio 2017, https://www.left.it/2017/01/14/questuomo-e-una-sicurezza/.

mercoledì 4 gennaio 2017

La mezza bufala NATO del senatore Domenico Scilipoti

Nei giorni scorsi accreditati organi di stampa e social network hanno dato ampio risalto a una nota a firma del senatore di Forza Italia Domenico Scilipoti su una sua “prestigiosa nomina” a “vice-presidente della commissione Scienze, tecnologie e sicurezza della Nato”, nonché a “membro titolare della rappresentanza parlamentare Nato-Ucraina, che si occupa della delicata situazione nella regione del Donbass, al confine con la Russia”.
Nel glorificarsi di tanti onerosi incarichi, il parlamentare originario di Barcellona Pozzo di Gotto e Terme Vigliatore (provincia di Messina) è scivolato in un infelice paragone con il potente ministro degli esteri Gaetano Martino, massone, liberale e iperliberista, artefice del Trattato di Roma del 1957 e di soffocanti alleanze diplomatiche tra l’Italia e i circoli ultraconservatori degli Stati Uniti d’America. “Scilipoti riporta il nome di Messina e della sua provincia a sessant’anni dalla nomina di Gaetano Martino a capo del comitato dei tre saggi, che fu formato anche dai ministri degli esteri della Norvegia e del Canada, affinché redigessero il rapporto sui compiti dell’Alleanza Atlantica”, riportano diverse testate. “Sono orgoglioso di rappresentare l’Italia in un così prestigioso palcoscenico istituzionale, ha commentato Scilipoti. La responsabilità di un incarico internazionale in un momento così delicato per gli equilibri geopolitici mi motiva molto e rende il mio impegno politico ancora più appassionato. Il nostro Paese ha già fatto tanto ma deve poter fare ancora di più nella lotta al terrorismo, portando anzi i valori cristiani a fondamento del dialogo con tutte le parti interessate”.
In verità, stavolta, il parlamentare medico barcellonese e/o tanti e troppi organi di stampa “amici” e smemorati l’hanno sparata grossa. Innanzitutto un gran torto di memoria è stato fatto alla figura dell’ambasciatore messinese Francesco Paolo Fulci, cavaliere d’onore e devozione del Sovrano Militare ordine di Malta e già segretario generale del CESIS (il Comitato dei servizi segreti), che presso il comando NATO di Bruxelles ha ricoperto dal 1985 al 1991 l’incarico di rappresentante diplomatico italiano.
Le nomine vantate da Scilipoti non sono poi di marca NATO, come si potrebbe intendere erroneamente dalla lettura delle note diffuse, ma più esattamente sono ascrivibili all’Assemblea parlamentare della NATO, “punto di raccordo tra le istanze governative che operano in seno all’Alleanza atlantica ed i Parlamenti nazionali dei 28 paesi membri”, come si evince dalla pagina web dell’organismo interparlamentare pro-alleanza.
Domenico Scilipoti è membro della delegazione parlamentare italiana presso l’Assemblea parlamentare della NATO dal 4 luglio 2013 insieme ad altri nove deputati e otto senatori, nominati dai Presidenti della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, su designazione dei rispettivi Gruppi parlamentari. Per la cronaca, con Scilipoti fanno parte della delegazione italiana il presidente on. Andrea Manciulli (Pd), i senatori Lorenzo Battista e Franco Panizza (Svp-Psi), Cristina De Pietro (Verdi), Emilio Migliavacca e Vito Vattuone (Pd), Emilio Floris (FI), Luciano Uras (gruppo Misto), Raffaele Volpi (Lega Nord); i deputati Paolo Alli e Andrea Causin (Ncd), Bruno Censore, Andrea Martella e Roberto Morassut (Pd), Luca Frusone (M5S), Michele Piras (SI-Sel) e Valentino Valentini (FI). Nomi quasi del tutto sconosciuti al grande pubblico e ai media quelli della pattuglia italica presso l’Assemblea parlamentare NATO.
Obiettivi principali del forum internazionale del tutto (auto)rappresentativo sono “favorire il dialogo parlamentare sulle principali tematiche della sicurezza; facilitare la consapevolezza e la comprensione, a livello parlamentare, delle questioni chiave dell’Alleanza in materia di sicurezza; rafforzare le relazioni transatlantiche”. “Dal 1989 si sono andati aggiungendo alcuni nuovi e decisivi obiettivi”, spiega l’ufficio stampa dell’Assemblea parlamentare. “Assistere lo sviluppo della democrazia parlamentare nell’area euroatlantica, attraverso l’integrazione dei parlamentari dei paesi non membri nei lavori dell’Assemblea; assistere da vicino i Parlamenti che desiderano aderire all’Alleanza; incrementare la cooperazione con i paesi che, pur non volendo aderire all’Alleanza, sono comunque interessati a creare dei legami stabili con essa (fra questi i paesi del Caucaso e della regione mediterranea o del Golfo); promuovere lo sviluppo dei meccanismi parlamentari e delle procedure necessarie a realizzare un efficace controllo democratico sulle forze armate”.
Le attività dell’Assemblea si articolano in cinque Commissioni: Dimensione civile della sicurezza, Difesa e sicurezza, Economica e sicurezza, Politica, Scienza e Tecnologia (di quest’ultima è divenuto vice-presidente il sen. Scilipoti). L’Assemblea NATO si riunisce in sede plenaria solo due volte l’anno, generalmente a maggio e in autunno, tra ottobre e novembre, per adottare raccomandazioni, risoluzioni, pareri e direttive da trasmettere poi ai Governi, ai Parlamenti nazionali e al Segretario Generale della NATO. Il costo dell’assise filo-atlantica è imponente: circa 3,8 milioni di euro all’anno, erogati direttamente dai parlamenti o dai governi nazionali secondo quote proporzionali a quelle della partecipazione di ciascun paese al bilancio civile dell’Alleanza Atlantica. L’Italia contribuisce annualmente alla vita dell’Assemblea parlamentare con quasi 350.000 euro, a cui si aggiungono le spese per gli eventi e le riunioni delle commissioni ospitate nel nostro paese e il pagamento di tutte le “missioni” dei parlamentari italiani all’estero. Non servirà certamente a nulla il Parlamentino internazionale filo-NATO ma perlomeno dà lustro e vacanze a qualche mediocre politico nostrano.

giovedì 29 dicembre 2016

Gentiloni: da pacifista militante a finanziatore di dittatori e guerre

Paolo Gentiloni l’ha spuntata: il ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale sostituisce l’amico fraterno Renzi alla Presidenza del consiglio. Da quando circolava con sempre più insistenza il suo nome, un ricordo sfocato mi è tornato alla mente. Correva l’autunno 1983 e a Roma si era conclusa da poco una delle più grandi manifestazioni per la pace della storia italiana. Un milione di persone per dire No ai missili nucleari Nato-Usa in Sicilia. Poi i sit-in di fronte al Parlamento duramente repressi dalle forze dell’ordine. Con alcuni dei componenti del Comitato XXIV ottobre ci si vede a cena in un signorile appartamento del centro. Tra gli ospiti, schivo e austero, c’era il giornalista Gentiloni, una breve e invidiata esperienza nel movimento studentesco di Mario Capanna, in procinto di assumere la direzione de La nuova ecologia, il periodico di Legambiente ideato con Chicco Testa ed Ermete Realacci che, non vorrei sbagliare, quella sera erano con noi pacifisti e antinucleari. Le evoluzioni o involuzioni del trio legambientalista sono note: Testa volò alla presidenza del Cda di Enel che contribuì a privatizzare; Realacci è oggi presidente della Commissione ambiente della Camera dei deputati, anch’egli in quota Giglio-Renzi, mentre il nobile di origini Gentiloni è incoronato Capo di governo.
Che differenze enormi tra il Gentiloni No war e No Nuke e il Gentiloni Pd. Ad agosto a Washington con l’amica-sorella-compagna Roberta Pinotti, molto probabilmente riconfermata ministra della difesa, offre agli Usa il consenso all’utilizzo della base di Sigonella per gli attacchi in Libia con i droni armati. Ai giornalisti Gentiloni spiega che “l’utilizzo delle basi italiane non richiede una specifica comunicazione al parlamento”. Così oltre a Sigonella, dall’hub aeroportuale di Pisa possono decollare gli aerei C-130 dell’US Air Force per trasportare armi e materiali militari in Libia e ai paesi nordafricani e mediorientali partner della campagna contro il “terrorismo internazionale”.
Alleati con cui Gentiloni (con Renzi e Pinotti) rafforzerà legami e affari, anche in nome e per conto del complesso militare industriale nazionale. La Libia innanzitutto, il cui fragile governo continua ad essere riconosciuto aldilà del Mediterraneo ma non in loco. O il Sultanato dell’Oman ad esempio, considerato dal ministro Gentiloni uno degli interlocutori privilegiati sul piano politico ed economico con cui discorrere sulle guerre in Iraq, Libia, Yemen e Ucraina. Ma soprattutto l’Arabia saudita, impegnata in un’escalation di morte in Yemen, grazie alle bombe e ai cacciabombardieri acquistati in Italia in palese violazione delle leggi e del diritto internazionale e l’assenso dell’uomo guida del ministero degli affari esteri.
Gentiloni ministro non ha perso occasione di far visita e farsi fotografare accanto ai generali in missione di guerra all’estero: a Mosul dove fanno la guardia alle imprese impegnate nella realizzazione di dighe dal controverso impatto socio-ambientale; a Kabul ed Herat dove operano con il Comando delle operazioni Nato in Aghanistan; in Libiano con le forze Unifil. A Roma Gentiloni ha ricevuto invece il Primo Ministro della Repubblica Federale di Somalia, Omar Abdirashid Ali Shamarke, accompagnato dai principali ministri del suo governo e dai manager di Confindustria Assafrica e Mediterraneo. Una visita, quella dei leader somali, conclusasi con un lauto assegno italiano: 21 milioni di euro in “aiuti alla cooperazione”, 7 in più di quanto era stato ricevuto l’anno prima.
Il 26 e 27 maggio a Taormina si terrà il vertice G7. A scegliere la località turistica siciliana era stato Matteo Renzi, ma una maledizione sembra dover mietere vittime una dopo l’altro tra i Potenti della terra. Sarà allora Gentiloni a dover fare da padrone di casa. “A Taormina si discuterà, tra le altre cose, delle situazioni di crisi a livello internazionale, soprattutto nel Mediterraneo e nel Medio Oriente e del problema della migrazione e dei profughi”, ha fatto sapere qualche mese fa Gentiloni. Quello di legare insieme guerre, migrazioni e aiuti è un chiodo fisso dell’(ex) ministro degli affari esteri. A maggio, recandosi a Tunisi, Gentiloni ha rafforzato la partnership con il governo nordafricano grazie agli aiuti militari e ad alcuni progetti strategici come ad esempio il “cavo di interconnessione elettrica Elmed”. In agosto è stata la volta della Nigeria per implementare con le autorità locali il famigerato “migration compact”, il piano elaborato in ambito Ue per impedire – anche manu militari – che i migranti provenienti dall’Africa occidentale raggiungano le coste del Mediterraneo per tentare la traversata verso il sud Italia. Solo qualche mese prima, Renzi e il capo della polizia Alessandro Pansa avevano firmato in Nigeria un accordo di cooperazione tra i due paesi per la “lotta al traffico di esseri umani” con tanto di “collaborazione reciproca anche per i rimpatri dei nigeriani che non hanno diritto a restare in Italia”.
Per portare a compimento la strategia del “migration compact”, del controllo delle frontiere europee del respingimento-deportazione dei migranti, Gentiloni si è recato a novembre in Niger, Mali e Senegal, in compagnia del Commissario Ue per le migrazioni Dimitris Avramopoulos. In particolare in Niger si è fatto un passo avanti per istituire veri e propri lager-hub dove concentrare i migranti in transito nel Sahara, in attesa che l’Ue valuti le loro domande d’asilo. Anche grazie a Gentiloni ministro, i confini della fortezza Europa hanno varcato il mare per insediarsi nel deserto africano.

Articolo pubblicato in Africa ExPress l’11 dicembre 2016, http://www.africa-express.info/2016/12/11/gentiloni-da-pacifista-militante-finanziatore-di-dittatori-e-guerre/ 

La Prefettura di Messina pubblica un nuovo avviso per individuare “urgentemente” strutture da adibire a centri di prima accoglienza per minori stranieri non accompagnati

Dopo il fallimento generalizzato delle politiche emergenziali di "accoglienza" dei minori stranieri non accompagnati (già più di 650 in 10 centri solo nella città di Messina); lo scandalo con tanto di inchiesta penale della malaccoglienza nel comune di Fondachelli Fantina (narrata per mesi come "pratica modello"); la vergogna della riconversione delle strutture lager della Tendopoli del Palanebiolo e della ex Caserma di Bisconte in Centri per soli minori stranieri non accompagnati; l'affarismo e le clientele elettorali e lavorative fomentati dall'assenza di programmazioni reali, attività di coordinamento e controllo da parte di Prefettura e Amministrazioni comunali (tutto ad esclusivo beneficio di imprenditori e pseudocoop, alcune delle quali perfino sotto indagine), la Prefettura di Messina ha pubblicato in data odierna un nuovo avviso pubblico per individuare con "urgenza" nuove "strutture temporanee" da adibire a “centri di prima accoglienza per minori stranieri non accompagnati”.
Continua in: http://www.stampalibera.it/2016/12/23/la-prefettura-di-messina-pubblica-un-nuovo-avviso-pubblico-per-individuare-urgentemente-nuove-strutture-da-adibire-a-centri-di-prima-accoglienza-per-minori-stranieri-non-accompagnati/
Cioè, tutto resta come prima e i gravi errori e le violazioni commesse in questi anni contro centinaia di adolescenti in fuga da guerre, fame e crimini socio-ambientali non fossero mai accaduti.
L’Importo a base di gara è di 45 euro compresa IVA, pro-capite/pro-die.
Requisiti generali richiesti per candidarsi, l’iscrizione, per l’attività oggetto dei suddetti servizi, al registro delle imprese della C.C.I.A.A.; tuttvia anche i soggetti non tenuti all'obbligo di iscrizione potranno concorrere con la sola autocertificazione del legale rappresentante con la quale si dichiara “l'insussistenza del suddetto obbligo di iscrizione”.
La Prefettura di Messina si avvarrà per il nuovo programma delle Circolari del Ministero dell’Interno, n. 12362 del 2/8/2016 e n. 13058 del 23/8/2016, “con le quali sono state emanate specifiche disposizioni in ordine alle modalità di attivazione delle suddette strutture ricettive temporanee, anche in deroga alla normativa regionale”. Cioè ribaltando il principio della gerarchia delle fonti giuridiche, una circolare redatta da un burocrate del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero può annullare i contenuti di una legge approvata da un Parlamento regionale.
Grazie alla logica delle “deroghe” via circolari, Prefettura di Messina e Assessorato ai servizi sociali del Comune di Messina hanno giustificato affidamenti diretti a cooperative nate dal nulla e con finalità di assistenza ben diverse di quelle a favore di minori e adolescenti, chiudendo inoltre due occhi sul non rispetto degli standard e i requisiti infrastrutturali e sulle norme e i requisiti previsti dalle normative regionali a tutela e protezione dei diritti dei minori stranieri non accompagnati.

Articolo pubblicato in Stampalibera.it il 23 dicembre 2016, http://www.stampalibera.it/2016/12/23/la-prefettura-di-messina-pubblica-un-nuovo-avviso-pubblico-per-individuare-urgentemente-nuove-strutture-da-adibire-a-centri-di-prima-accoglienza-per-minori-stranieri-non-accompagnati/ 

Quei minori stranieri nell’inferno del Palanebiolo, la tendopoli della vergogna

Fango, fango e solo fango. Dopo le violente piogge di oggi, si presenta così la tendopoli realizzata nell’ex campo di baseball del Palanebiolo (Annunziata) di Messina, per la “prima accoglienza” dei migranti giunti in Sicilia e da alcune settimane convertita del tutto arbitrariamente a centro per minori stranieri non accompagnati. Sono una novantina circa i giovani minorenni (tra essi pure una decina di ragazze) costretti a vivere in condizioni disumane, lottando quotidianamente contro il freddo, l’acqua, l’inedia e l’incapacità dello stato italiano di rispettare le leggi internazionali e riconoscere solidarietà e dignità piena a chi sfugge da guerre, carestie, crimini socio-ambientali, la coscrizione obbligatoria.
E continua ormai da oltre tre anni lo scandalo di questa Tendopoli. Dal novembre del 2013 le persone “ospiti” del centro prefettizio subiscono ad ogni inverno gli allagamenti ad ogni pioggia. Questo perché il campo in cui sono state installate le 32 tende, messo a disposizione dall’Università degli Studi di Messina, è per sua conformazione portato ad allagarsi, soprattutto sulla parte lato mare. Un “difetto” già rilevato nell’ispezione dei Vigili del Fuoco svolta prima della creazione della tendopoli.
Dal 1° dicembre la struttura del Palanebiolo è gestita ancora una volta dalla cooperativa Senis Hospes di Senise (Potenza) congiuntamente alla coop socia-sorella Domus Caritatis di Roma. Le due coop hanno fatta man bassa di centri di prima accoglienza, CARA, CIE e SPRAR in tutta Italia e solo a Messina controllano con fatturati di milioni di euro oltre il lager del Palanebiolo anche l’(ex) caserma di “Bisconte, anch’essa arbitrariamente e illegittimamente convertita in struttara per soli minori stranieri non accompagnati (circa200), il centro “Ahmed” convenzionato con l’Amministrazione comunale di Messina nonostante non risponda ai requisiti di legge regionali, altre piccole strutture per minori sparsi nel Comune e buona parte del progetto Sprar (valore un milione e 600mila euro) che sempre il Comune di Messina ha ottenuto dal Ministero degli Interno qualche mese fa.
Da Trieste a Pozzallo il duo Senis Hospes e Domus Caritatis ha sollevato preoccupazioni degli organi di stampa, indagini giudiziarie e anche qualche ispezione ministeriale. A Messina invece, nulla di tutto questo e in Prefettura, Questura, Università, Palazzo Zanca e Tribunali fanno tutti finta di non vedere e non sentire ma soprattutto tacciono, tacciono, tacciono.
Dai dati ufficiali, sono già 650 i minori stranieri non accompagnati “ospiti” nella sola città di Messina, un numero irresponsabilmente elevato che risponde evidentemente a sole logiche clientelari-affaristiche e non certo agli interessi e ai diritti dei giovani migranti, quasi la metà di essi semi-reclusi nelle tende dell’Annunziata o in  tre orribili stanzoni della caserma di Bisconte dove i letti a castello sono attaccati l’uno all’altro e i servizi igienico-sanitari nettamente insufficienti o deficitari.
A Natale, se Gesù nascerà in una grotta, molti di questi adolescenti lo passeranno nel fango. Dopo duemila anni, per i diritti dell’infanzia, evidentemente, nulla è cambiato...

Articolo pubblicato in Stampalibera.it il 20 dicembre 2016, http://www.stampalibera.it/2016/12/20/messina-le-foto-shock-quei-minori-nellinferno-del-palanebiolo/

Marco Minniti, il ministro USA-NATO che tanto amava il Ponte sullo Stretto

A chi ritiene che il governo Gentiloni sia la fotocopia di quello Renzi, diciamo che No, non è così. E' 10, 100 volte peggio. Anche e soprattutto perchè a ministro degli Interni viene promosso il sottosegretario Domenico Minniti più inteso Marco, controverso politico calabrese, ultrafiloatlantico e ultra USA e ultraNato, stratega d'intelligence e servizi segreti e intimo del complesso militare industriale e finanziario transnazionale. Di certo a guidare le forze dell'(dis)ordine e la repressione di Stato, sono certo, rimpiangeremo il "mite" Angelino Alfano.
Noi Minniti lo ricordiamo così:
- come fondatore della Fondazione ICSA (Intelligence Culture and Strategic Analysis), il "centro di analisi ed elaborazione culturale che intende trattare in modo innovativo i temi della sicurezza, della difesa e dell'intelligence" di cui è stato Presidente onorario sino alla morte l'ex Presidente della repubblica filogolpe Francesco Cossiga;
- come sponsor-ultrà a Roma come a Washington dei famigerati cacciabombardieri F35.e della holding produttrice, Lockheed Martin, ideatrice e produttrice del MUOS di Niscemi;
- come instancabile promotore e sostenitore del Ponte sullo Stretto di Messina. Da "I Padrini del Ponte" che pubblicammo per Alegre edizioni nel 2010: Per ottenere le risorse necessarie a rimettere in moto il vecchio carrozzone della Stretto di Messina Spa, l’allora presidente Nino Calarco bussò alle porte dei palazzi romani. Nel corso di un’indagine della procura di Reggio Calabria su un presunto caso di malasanità che vedeva coinvolti politici, amministratori dell’Asl ed affiliati alle ‘ndrine locali, il caporedattore della Gazzetta del Sud, Paolo Pollichieni, fu intercettato, il 30 luglio 1999, mentre a Scilla, in compagnia del politico Marco Minniti (al tempo sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei Ministri, poi viceministro degli Interni nel secondo governo Prodi e oggi segretario del Partito democratico in Calabria), raggiungeva telefonicamente il Calarco. "Sono qui con Marco e la voleva salutare", riferiva Pollicheni. Passato il cellulare a Minniti, il presidente della Stretto Spa nonché direttore della Gazzetta si rivolgeva al politico: "Senti una cosa... l'unica potenza che tu non riesci a esplicare... con questi maledetti burocrati del ministero dei Lavori pubblici... ancora questo decreto del bando non c'è!". Il bando, in questione, era quello per il finanziamento della società concessionaria del Ponte, che Nino Calarco vorrebbe acquisita dall’ANAS. Nel corso della stessa telefonata, Calarco spiegava di aver parlato della cosa direttamente con il presidente del consiglio. "E con Giuliano Amato come è andata?", gli chiedeva Marco Minniti. "Favoloso, favoloso", rispondeva Calarco. "Però il problema caro Marco è che bisogna trovare nella Finanziaria un po' di spiccioli perché io debbo chiudere la società perché non ho più una lira! Non è che è una grossa cifra... 4... 5 miliardi". 
Alla fine il governo trovò i soldi, ripartirono stime e progetti e il nuovo corso pro-Ponte conquistò l’attenzione dei mass media di regime e di certa imprenditoria assetata di commesse.
Ci rivedremo a Taormina il 26 e 27 maggio, caro Domenico Minniti inteso Marco...
Articolo pubblicato il 13 dicembre 2016

mercoledì 28 dicembre 2016

Coop bianche e rosse e l’affaire migranti dalla Puglia allo Stretto di Messina

“Sette giorni all'inferno: diario di un finto rifugiato nel ghetto di Stato”. Lo scorso 12 settembre, il settimanale L’Espresso pubblicava un lungo reportage (foto incluse) del giornalista Fabrizio Gatti, entrato clandestinamente nel Centro d’accoglienza per richiedenti asilo (CARA) di Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia, il terzo per dimensioni in Italia. Gatti descriveva il centro come un vero e proprio girone dantesco: “dormitori stracolmi, dove la legge non esiste e dove oltre mille esseri umani sono tenuti come bestie”.
A seguito dell’inchiesta giornalistica e di un duro editoriale di Eugenio Scalfari sulla malaccoglienza migranti in Italia, comparso sul quotidiano la Repubblica il giorno dopo, l’allora ministro degli Interni Angelino Alfano, dopo essersi consultato con il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, decise di avviare un’ispezione ministeriale al CARA di Borgo Mezzanone. Numerose furono le interrogazioni parlamentari sulle vergognose condizioni di vita dei migranti nel cento e in altre strutture di semidetenzione sparse in mezza Italia.
Il 13 e 14 settembre, ancora Fabrizio Gatti sul sito internet de l’Espresso rivelò la portata degli affari delle cooperative chiamate a gestire il CARA pugliese. “Il costo per lo Stato del Centro di accoglienza di Foggia, è adesso una cifra precisa: la cooperativa cattolica Senis Hospes, che lo gestisce per conto del consorzio “Sisifo” della Lega Coop, incassa 31 mila 108 euro al giorno”, riportava il giornalista. “La spesa la si ricava dalle presenze confermate oggi dalla polizia: 1.414 richiedenti asilo registrati. Il numero comunque è aggiornato al 23 agosto. Moltiplicando gli ospiti ufficiali per il costo dell'appalto di 22 euro al giorno a persona, si ottiene quanto rende l'inferno: 933 mila euro al mese, 11 milioni l'anno. Ed è un calcolo per difetto. Perché l'emergenza fuori contratto può essere pagata fino a 30 euro al giorno a persona”.
Gatti aggiungeva altri particolari sulle identità delle coop prescelte come ente gestore. “Grazie agli appalti sui profughi in tutta Italia, la cooperativa che gestisce l'inferno di Foggia, la Senis Hospes di Senise in provincia di Potenza, ha infatti aumentato il suo fatturato del 400 per cento in due anni: dai 3 milioni del 2012 ai 15,2 milioni del 2014. E i dipendenti da 109 a 518. Non esistono imprenditori oggi, a parte la criminalità, con ricavi in crescita esponenziale”.
“Una vecchia indagine della procura di Potenza, poi archiviata, descrive bene i rapporti tra coop bianche e istituzioni”, aggiungeva Gatti. “Al centro, anche allora, gli appalti per i Cara, in particolare per quello in Basilicata, a Policoro. Nell'inchiesta spiccavano i nomi eccellenti di Gianni Letta e del prefetto Mario Morcone, all'epoca e ancora oggi capo dipartimento del Viminale per le libertà civili e l'immigrazione. La loro posizione fu presto archiviata. Così come quella dei fratelli Chiorazzo, a capo di un gruppo societario i cui pezzi più pregiati si chiamano La Cascina e Auxilium. Ciò che resta di quelle vicende, però, pur non avendo avuto uno sbocco processuale, sono le loro relazioni. Ecco cosa scrivevano i carabinieri del Ros nell'informativa inviata ai pm di Potenza: “Grazie all'estesa e fitta trama di relazioni intessute con diversi esponenti delle pubbliche istituzioni - fra i quali il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Gianni Letta e il Capo del Dipartimento per le Libertà Civili e l'Immigrazione del Ministero dell'lnterno prefetto Mario Morcone - i fratelli Chiorazzo mirano a consolidare e ad estendere la loro presenza nella gestione dei Cara distribuiti sull’intero territorio nazionale ed in particolare in Sud Italia. Le aziende dei Chiorazzo, infatti, curano la gestione (attraverso la cooperativa Auxilium e la società La Cascina) del Cara di Bari (dove sono ospitati circa 1.200 immigrati), del Cara di Policoro (che ospita 200 immigrati) e del Cara di Taranto — di prossima apertura - (destinato ad ospitare 400 immigrati) - per un giro di affari che può essere stimato pari a circa 70.000 euro al giorno”.
Tornando a parlare del Cara di Borgo Mezzanone, l’Espresso puntò il dito sul partner di Senis nella gestione del centro, il consorzio siciliano Sisifo. “Considerato un pezzo pregiato di Legacoop, Sisifo è già finito al centro di polemiche durante la gestione del centro di accoglienza di Lampedusa, dopo che le immagini dei migranti costretti a denudarsi all'esterno, per sottoporsi al lavaggio anti scabbia, hanno fatto il giro del mondo”, scrive Gatti. “Il consorzio, con oltre mille dipendenti, ha dichiarato nel 2015 un fatturato di 89 milioni di euro. Luca Odevaine ha ammesso davanti ai pm di aver favorito il raggruppamento di imprese, con in testa Sisifo, nell'aggiudicazione dell'appalto per la gestione del centro siciliano di Mineo. Non per sua iniziativa, dice. Ma su richiesta di Giuseppe Castiglione, sottosegretario all’Agricoltura in quota Ncd, lo stesso partito del ministro dell'Interno, Angelino Alfano. Tra le coop vincitrici a Mineo, insieme al Consorzio, troviamo la Senis Hospes e la Cascina Global Service, in quota Cl. Il presidente del consiglio di amministrazione di Senis Hospes è Camillo Aceto, in passato consigliere della Cascina e di Auxilium. Ruolo che ricopriva anche negli anni in cui i pm indagavano su Letta e Morcone per la vicenda del Cara della Basilicata. La coop di Aceto opera - lo scrivono anche i militari del Ros nell'informativa su Carminati - in sinergia con Sisifo. Il protocollo di intesa tra gruppi bianchi e rossi si ripete a Foggia. Senis Hospes gestisce, Sisifo garantisce. Cl e Legacoop unite nel nome degli affari. E forse, anche per questo, come nell'inferno di Borgo Mezzanone, nessuno le controlla”.
Da più di tre anni, denunciamo come gli stessi nomi, gli stessi soggetti, gli stessi affari, la stessa malaccoglienza si riproducano impunemente nella città di Messina. Prima La Cascina, poi Senis Hospes e Domus Caritatis hanno fatturato milioni di euro gestendo i lager della tendopoli del Palanebiolo (Annunziata) e dell’ex caserma “Gasparro” di Bisconte (dal prossimo anno hotspot Frontex-Ue per le identificazioni e le espulsioni di migranti), alcune strutture non rispondenti agli standard di legge per la “prima” accoglienza di minori stranieri non accompagnati, perfino parte del progetto Sprar (valore un milione e 600mila euro per 18 mesi) affidato alla supervisione del Comune di Messina.
Come rileva lo stesso Fabrizio Gatti, anche il Consorzio Sisifo, quello dell’accoglienza negata a Lampedusa e Mineo, ha inscindibili legami con il territorio peloritano. Domiciliata a Palermo, Sisifo gestisce o ha gestito l’assistenza domiciliare integrata nelle Asp di Messina, Caltanissetta, Agrigento, Ragusa, Siracusa e Trapani e le Residenze sanitarie assistite a Novara di Sicilia e San Piero Patti, una casa protetta per anziani a Paternò, e nel settore migranti, anche il centro di accoglienza di Sant’Angelo di Brolo. L’odierno presidente di Sisifo è Domenico Arena detto “Mimmo”, presidente di Legacoop Messina dal 2004 al 2014, da due anni vicepresidente regionale di Legacoop Sicilia e dal 2009 componente della Direzione nazionale di Legacoop. Dal 2015, Domenico “Mimmo” Arena è pure diventato consigliere di amministrazione del Banco di Credito Cooperativo “Antonello da Messina”, l’istituto bancario main sponsor degli eventi “culturali” del Natale 2016 dell’Amministrazione comunale.
Per la cronaca, Presidente del Cda della banca antonelliana è il dottore commercialista Francesco De Domenico, presidente del Collegio sindacale dell’istituto IRCSS “Neurolesi” nonché direttore generale dell’Università degli Studi di Messina (proprietaria dell’impianto sportivo riconvertito a tendopoli-lager per migranti dell’Annunziata).
Anche grazie all’affaire “accoglienza” si rafforza lo strapotere della borghesia e del partito unico locale.

Articolo pubblicato in Stampalibera.it, il 28 dicembre 2016, http://www.stampalibera.it/2016/12/28/linchiesta-di-antonio-mazzeo-coop-bianche-e-rosse-e-laffaire-migranti-dalla-puglia-allo-stretto-di-messina/