I Padrini del Ponte

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Affari di mafia sullo Stretto

martedì 2 settembre 2014

Droni, marò e parà italiani contro pirati e shabab somali


Nuova e pericolosa escalation militare italiana in Corno d’Africa. Secondo quanto pubblicato dalla rivista specializzata Analisi difesa, meno di un mese fa due velivoli-spia a pilotaggio remoto del 32° Stormo dell’Aeronautica militare, di stanza ad Amendola (Foggia), sarebbero stati schierati a Gibuti nell’ambito della missione antipirateria dell’Unione Europea “Atalanta”. I velivoli però opererebbero presumibilmente anche a favore delle forze governative somale in lotta contro le milizie di Al Shabab. I droni italiani sarebbero del modello Predator A “Plus”, utilizzati dall’Aeronautica nello scacchiere di guerra afgano, in Libia e nel Mediterraneo contro le imbarcazioni dei migranti. Realizzati dalla società statunitense General Atomics, i Predator possono volare a una velocità di crociera di 160 Km/h, con un’autonomia di 24 ore e sino a 926 km di distanza dalla base di partenza; sono dotati di sofisticati radar e sensori elettro-ottici che consentono ampi interventi di ricognizione, sorveglianza e “acquisizione obiettivi”. A Gibuti i due velivoli opererebbero attualmente dallo scalo aereo di Chabelley, località a sei miglia e mezzo di distanza a sud ovest della capitale. Dal settembre 2013 da Chabelley operano pure cinque droni killer Predator “MQ-1 Reaper” delle forze amate Usa, impiegati per i bombardamenti in Yemen e Somalia. “A differenza dei velivoli statunitensi quelli italiani continuano a operare disarmati dal momento che Washington non ha ancora autorizzato la cessione dei kit di armamento all’Aeronautica militare”, scrive Analisi difesa. Dei Predator tricolori, uno solo sarebbe stato assegnato all’Operazione “Atalanta” per raccogliere immagini e dati sulle imbarcazioni dei “pirati” diretti a intercettare e abbordare i mercantili in transito in acque somale. “Il secondo Predator viene mantenuto in riserva per rimpiazzare il drone gemello o forse per compiti diversi da quello antipirateria”, spiega la rivista militare. “Oltre a guidare la missione Atalanta in Corno d’africa, l’Italia detiene infatti anche il comando della missione di addestramento EUTM Somalia che a Mogadiscio addestra e offre consulenza alle forze dell’esercito somalo. Non si può escludere che uno dei  Predator italiani possa venire impiegato per fornire informazioni sui movimenti militari dei miliziani qaedisti Shebab”.

EUTM Somalia (European Union Training Mission to contribute to the training of Somali National Security Forces) venne lanciata nel 2010 dall’Unione europea; oggi è condotta in stretto collegamento con il Comando militare statunitense per il continente africano (US AFRICOM) ed AMISOM, la missione dell’Unione africana che vede schierati in Somalia più di 17.000 uomini di Uganda, Kenya, Burundi, Sierra Leone e Nigeria. Ad EUTM Somalia partecipano militari di dieci Paesi (Italia, Germania, Svezia, Ungheria, Spagna, Belgio, Finlandia, Olanda e Portogallo e Serbia); l’Italia fornisce circa il 50% del personale (78 unità), tra cui il comandante e il vicecomandante della missione, i paracadutisti del 186° reggimento della Brigata “Folgore” e gli addestratori dell’Esercito e dell’Arma dei Carabinieri. I programmi gestiti a Mogadiscio dagli istruttori della missione EUTM Somalia e dai consiglieri militari statunitensi puntano in particolare all’addestramento dei militari somali in attività anti-insurrezione e anti-terrorismo e al “combattimento in ambiente urbano”. Nell’arco del 2014 è previsto complessivamente l’addestramento di 1.850 militari. Altri 32 istruttori dell’Arma dei Carabinieri, affiancati da un team dell’Unione Africana composto da militari di Ghana e Nigeria, operano da febbraio presso l’Accademia di Gibuti per “formare” la polizia locale. Sempre a Gibuti, in pieno deserto, è operativa una base logistica italiana di 5 ettari, utilizzata dai distaccamenti di Fucilieri di Marina in transito per gli imbarchi sui mercantili con compiti di scorta antipirateria e dai reparti dell’Esercito diretti a Mogadiscio. Realizzata dal 6° Reggimento Genio pionieri di Roma, l’infrastruttura è stata inaugurata ufficialmente il 27 ottobre 2013 alla presenza del capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli. “Questo avamposto è la prima vera base logistica operativa permanente delle forze armate italiane fuori dai confini nazionali e sorge in un’area destinata ad essere più importante e strategica di Suez e di Gibilterra”, ha dichiarato Binelli Mantelli. Il mantenimento della base costa ai contribuenti italiani non meno di tre milioni di euro l’anno ed è presidiata attualmente da un plotone del 3° reggimento dei Bersaglieri.
La durata della missione dei droni dell’Aeronautica militare a Gibuti non è nota ma di certo si estenderà per i prossimi sei mesi, periodo in cui la flotta navale dell’’Operazione “Atalanta” sarà sotto il comando italiano. Approvata nel dicembre 2008 dal Consiglio dell’Unione europea per contrastare la pirateria somala nel Mar Rosso, nel Golfo di Aden e nell’Oceano Indiano, la missione navale vede attualmente la presenza del cacciatorpediniere lanciamissili “Andrea Doria” (nave ammiraglia con 208 unità), quattro fregate (una olandese, due spagnole e una tedesca), una rifornitrice di squadra tedesca e uno staff formato da 34 ufficiali e sottufficiali appartenenti a 12 differenti nazioni (Belgio, Croazia, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lettonia, Olanda, Portogallo, Romania, Serbia e Spagna). Le operazioni antipirateria della Marina militare italiana sono state finanziate quest’anno con 50 milioni di euro. Un impegno oneroso che non è giustificato dal reale pericolo rappresentato oggi dalla pirateria in Corno d’Africa. Secondo i dati diffusi dall’International Maritime Bureau, nei primi 6 mesi del 2014 gli assalti o le rapine armate ai danni di navi mercantili sono stati 116, contro i 138 registrati nello stesso periodo del 2013. Dieci soli, però, sono stati imputati ai pirati somali.
Ai costi delle missioni anti-pirateria si aggiungono i 25 milioni di euro per la partecipazione italiana ad EUTM Somalia e alle altre iniziative dell’Unione europea per la “Regional maritime capacity building” in Corno d’Africa e nell’Oceano indiano, per il funzionamento della base militare a Gibuti e per l’impiego di personale militare in attività di addestramento delle forze di polizia somale. Nell’ambito dell’accordo sottoscritto tra le forze amate italiane e quelle di Gibuti, è stata prevista inoltre la consegna a titolo gratuito al paese africano di 6 blindati 4x4 “Puma” e di una decina di obici semoventi M-109L da 155 millimetri prodotti da Oto Melara, dismessi in Italia dopo l’acquisto dei nuovi semoventi Pzh-2000. I mezzi da guerra hanno fatto la loro comparsa nelle strade di Gibuti lo scorso 27 giugno, giorno in cui ricorreva l’indipendenza del piccolo Stato africano. Sempre a fine giugno a Mogadiscio, il comando del team italiano operativo in Somalia ha donato al locale Ministero della difesa tre veicoli minivan per consentire una “migliore mobilità” ai militari somali impiegati nel conflitto che impera da tempi immemorabili nell’ex colonia italiana.

venerdì 18 luglio 2014

Elicotteri Agusta all’Uganda dei diritti violati


Nuovi sistemi d’arma italiani per il continente africano. Il ministero degli Interni dell’Uganda ha sottoscritto con il gruppo AgustaWestland (Finmeccanica) un contratto per la fornitura di due elicotteri a favore dell’Uganda Police Force Air Wing, la forza aerea della polizia ugandese. La consegna avverrà nel 2015, mentre sei piloti saranno addestrati alla guida degli aeromobili sin dai prossimi giorni. Il contratto, reso noto al Farnborough International Airshow - la fiera mondiale dei sistemi di guerra aerea in corso in Gran Bretagna - è stato acquisito da Pzl-Swidnik, società con sede in Polonia di proprietà di AgustaWestland. “Continua il successo dei modelli di Finmeccanica e di Pzl-Swidnik nel mercato commerciale e parapubblico africano, nell’attuazione di una vasta gamma di missioni per le forze dell’ordine, servizi medici di emergenza, trasporto vip, pattugliamento marittimo, off-shore e servizio-navetta per i piloti”, riporta l’ufficio stampa di AgustaWestland.

In Uganda giungeranno un elicottero bimotore leggero modello “GrandNew” e un bimotore intermedio multiruolo W-3A “Sokol”. Il “GrandNew” è la versione di ultima generazione del più noto elicottero da guerra AW109 e sarà assemblato presso lo stabilimento Agusta di Vergiate (Varese). Con un costo che sfiora di 8 milioni di dollari circa, il velivolo può trasportare sino a sette passeggeri a una velocità di crociera massima di 289 km/h ed un range di 859 km. “Il GrandNew è stato scelto perché fornisce capacità di missione notevoli e sicurezza in condizioni operative difficili”, spiega AgustaWestland. Le differenti versioni dell’elicottero AW109 possono essere armate di mitragliatrici da 7,62 e 12,7 mm e lanciatori di razzi e missili “TOW”.

L’elicottero W-3A “Sokol” che sarà assemblato presso lo stabilimento di Pzl-Swidnik (Polonia), consentirà alle forze di polizia ugandesi di eseguire una vasta gamma di operazioni “in tutti i tipi di clima e condizioni ambientali”, dal trasporto truppe e carichi militari, alla ricerca e soccorso, ecc. Il velivolo ha una velocità massima di 260 km/h e un raggio operativo di 745 km, ed è stato già acquistato dalle forze armate di una decina di paesi, tra cui la Polonia (che ha utilizzato il “Sokopl” nel conflitto in Iraq dal 2008), la Repubblica ceca, le Filippine, la Birmania e il Cile. Recentemente anche l’Algeria ha ordinato ad AgustaWestland/Pzl-Swidnik sette velivoli W-3A.

L’Uganda è uno dei principali alleati Usa nelle operazioni “antiterrorismo” in Corno d’Africa. Da diversi anni i militari e gli agenti di polizia ugandesi vengono armati ed addestrati dal Pentagono per contrastare l’organizzazione islamico radicale degli al-Shabab che controlla una parte del territorio della Somalia. L’esercito ugandese è impegnato inoltre a fianco dei marines Usa nella Repubblica Centrafricana contro le milizie del Lord’s Resistance Army, il gruppo ribelle guidato da Joseph Kony.

Nonostante gli appelli delle maggiori organizzazioni internazionali per i diritti umani, il 24 febbraio 2014 il presidente ugandese Yoweri Museveni ha firmato la “legge contro l'omosessualità” che criminalizza ulteriormente gli atti sessuali consensuali tra persone adulte dello stesso sesso, prevedendo in alcuni casi persino l’ergastolo. La nuova legge punisce duramente per la prima volta il lesbismo e la “promozione dell’omosessualità” e impone la carcerazione per i casi di “omosessualità aggravata” (attività sessuali con minori o con portatori del virus Hiv). “Questo atto legislativo è un affronto ai diritti umani di tutti i cittadini ugandesi”, ha dichiarato Gemma Houldey, ricercatrice sull’Uganda di Amnesty International. “Ha un impatto diretto sui difensori dei diritti umani e sulla somministrazione di cure mediche; istituzionalizza l’odio e la discriminazione contro le persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuali. La legge segna un momento molto grave nella storia dell’Uganda e fa carta straccia dei diritti sanciti nella Costituzione”. Nel 2013 il ministero degli Interni dell’Uganda (oggi acquirente degli elicotteri Agusta) ha minacciato di rendere illegali 38 ONG, accusandoli di “promuovere l’omosessualità”.

In risposta alla ratifica della legge sull’omosessualità, un mese fa l’amministrazione Obama ha reso nota la cancellazione di una vasta esercitazione militare aerea in Africa orientale, a cui avrebbero dovuto partecipare le forze armate ugandesi e Usa. Washington ha inoltre imposto una serie di restrizioni per la concessione di visti a favore di cittadini ugandesi sospettati di violazioni dei diritti umani. “Queste misure intendono rafforzare il nostro sostegno ai diritti umani di tutti gli Ugandesi indipendentemente dal loro orientamento sessuale o identità di genere”, ha dichiarato la Casa Bianca. Gli Stati Uniti hanno deciso infine di destinare ad altri paesi africani gli aiuti economici per 118 milioni di dollari che erano stati previsti per le autorità di Kampala. Non è certo invece se verrà sospesa la missione Usa avviata a marzo in Uganda. Secondo il Washington Post, quattro velivoli da trasporto CV-22 “Osprey”, alcuni rifornitori in volo e 150 marines delle forze operative speciali erano stati messi a disposizione della coalizione militare africana a guida ugandese, in guerra contro il Lord’s Resistance Army in Repubblica Centrafricana, Congo e Sud Sudan. Anche questo intervento è stato duramente criticato da Amnesty International. “Sono state documentate violazioni dei diritti umani da parte delle forze armate dell’Uganda contro le comunità di civili in cui è presente l’LRA e contro i mebri di questo gruppo che sono stati arrestati”, riporta l’ultimo rapporto annuale di Amensty. “Sono continuate le restrizioni alla libertà di espressione e associazione. Lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuali sono vittime di persecuzioni. La polizia e altri funzionari statali continuano a compiere violazioni dei diritti umani, comprese torture, e i responsabili non vengolno puniti. I giornalisti, i leader dell’opposizione e gli attivisti che criticano le autorità sono esposti ad atti d’intimidazione e vessazione, come detenzioni arbitrarie e false accuse. Ameno 70 giornalisti hanno denunciato di essere stati oggetto di aggressioni fisiche e detenzioni arbitrarie nell’ultimo anno. I tribunali civili e militari hanno continuato ad emettere condanne a morte anche se non ci sono state esecuzioni nel 2012”. Un quadro a tinte fosche che non sembra turbare in alcun modo i manager del complesso finanziario-militare-industriale italiano.
Nel novembre 2007 la polizia ugandese aveva firmato con Finmeccanica un contratto di 5 milioni di dollari per acquistare un elicottero monomotore multiruolo AgustaWestland AW119 “Koala”. Selex Communications (oggi confluita in Selex ES, Finmeccanica) ha venduto invece all’Uganda quattro motoscafi intercettori superveloci e il sistema di comunicazioni “Tetra” per il pattugliamento del lago Vittoria (valore complessivo 6 milioni di euro).

martedì 15 luglio 2014

Dalla militanza di base alle elezioni europee: la coerenza della lotta


Abbiamo intervistato Antonio Mazzeo, giornalista siciliano e saggista, ecopacifista e antimafia.

 

Hai una lunga militanza nelle battaglie per rendere più vivibile questa terra: antimafia, No Ponte, NO Muos, per la dignità dei migranti: quale nesso senti fra di esse?

L’antimafia sociale, il rifiuto della guerra e della militarizzazione del territorio, la difesa dell’ambiente e dei diritti umani pongono le persone al primo posto, il rispetto della vita, la giustizia. I movimenti che interpretano le azioni e gli interventi di lotta contro i processi e le entità che puntano a disgregare, disarticolare, minare l’integrità degli esseri umani e le loro relazioni con la natura e i territori hanno la capacità di cogliere gli inestricabili nessi tra il locale e il globale, come ogni crimine perpetrato in uno sperduto centro periferico si ripercuota contro l’equilibrio planetario. Generando infinite catene di violenza, conflitti, cataclismi ambientali, distruzioni, morte, migrazioni forzate. Radicandosi nei territori e mettendosi in rete superando gli angusti confini nazionali, i movimenti pacifisti, ambientalisti, antirazzisti e antineoliberisti si trasformano in soggetto politico sociale capace di proporre alternative concrete ai modelli economici dominanti profondamente autoritari ed eco-insostenibili, e di promuovere processi di partecipazione e democrazia dal basso.     

 

Come è iniziato il tuo percorso che intreccia militanza e giornalismo? E cosa ti ha spinto alla candidatura alle recenti elezioni europee?

Scrivere è stato da sempre per me un modo di sperimentare ulteriori modalità di praticare la politica. una possibilità di offrire spunti di riflessione, dati, denunce che stimolassero il dibattito all’interno dei movimenti di lotta. Una scrittura e un giornalismo apertamente di parte, mai neutrale, perché la neutralità non esiste. O si sta dalla parte di chi ogni giorno viene privato dal potere dominante dei propri diritti umani, sociali, economici, civili, o si sta con il potere e i suoi strumenti di dominio e di controllo. Poi a un tratto senti che non puoi tirarti da parte dal dover mettere il tuo volto e il tuo corpo in un appuntamento politico-elettorale determinante per difendere gli ultimi spazi di agibilità democratica e speranza e allora “congeli” per un paio di mesi militanza nei movimenti e giornalismo d’inchiesta e giri la Sicilia per parlare di guerre, ingiustizie e politiche di austerità. Tentando in tutti i modi di non perdere umanità e la misura delle cose. Oggi posso dire di sentirmi soddisfatto per come è andata questa campagna elettorale. Un’esperienza che mi ha permesso di conoscere un’altra Sicilia, tra tanta disperazione e ingiustizia ma anche tra tanta voglia di esistere e resistere.

 

Parli della Sicilia sacrificata a logiche che la sovrastano e la mortificano: ce le puoi descrivere?

C’è come un progetto-disegno del capitale finanziario transnazionale e del complesso militare-industriale per la Sicilia: quello di farne per il futuro un’Isola portaerei per sferrare a livello globale attacchi e distruzioni a suon di droni e cacciabombardieri a capacità nucleare e dove contenere allo stesso tempo parte dei flussi migratori mediterranei imponendo prigioni-lager dove detenere migranti e richiedenti asilo perché non “invadano” il continente europeo e paghino il loro “peccato” di non volersi sottomettere silenziosamente ai processi di sfruttamento del lavoro e delle risorse naturali nei paesi d’origine. Un modello di guerra globale e permanente che non potrà avere che effetti devastanti sulla società, le libertà individuali e collettive, l’economia, l’occupazione, l’ambiente e il territorio e contro cui ogni siciliano ha il diritto-dovere di opporsi senza se e senza ma. Subito.

 

Quali evoluzioni intravedi a breve e lungo periodo per la militarizzazione del MUOS e per gli sbarchi dei migranti? 

Il MUOS è solo uno degli strumenti di morte planetaria che il dispositivo militare transnazionale sta realizzando in Sicilia. Il processo di militarizzazione si sta sviluppando nell’Isola a una velocità impressionante: Sigonella sta per essere trasformata nella “capitale mondiale dei droni” delle forze armate Usa, Nato, Ue e nazionali; gli scali aerei di Trapani Birgi, Pantelleria e Lampedusa sono sempre più impegnati in chiave bellica, alcuni dei maggiori porti (Augusta, Messina, Catania, Palermo) ospitano unità da guerra Nato ed extra-Nato alcune a capacità e propulsione nucleare, ampie fette di territorio di straordinaria bellezza paesaggistica vengono sacrificate per ospitare poligoni di tiro ed esercitazioni militari. A ciò si aggiunge l’ulteriore spinta alla militarizzazione generata dalla guerra ai migranti e alle migrazioni che Bruxelles, l’agenzia Ue Frontex e il governo italiano ha scatenato nel Mediterraneo (vedi ad esempio l’Operazione Mare Nostrum), in cui la Sicilia ha un ruolo geostrategico determinante.

 

E di fronte al rafforzarsi dell’estrema destra in Europa, alla paura e al rifiuto dell’altro percepito sempre come una minaccia e vissuto come capro espiatorio, cosa pensi ci sia da fare? 

L’espansione di movimenti neo e postfascisti, demagogici e populisti è lo specchio di una crisi sociopolitica e culturale che attraversa l’intero continente europeo, crisi fomentata dalle banche e dai principali organismi comunitari, da cui essi stessi vorrebbero “uscirne” con la guerra, una guerra in Europa contro i ceti più popolari, fuori dall’Europa contro stati e governi non allineati. Contro tutto questo bisogna ripartire dal basso, costruendo sinergie e reti tra movimenti sociali, organizzazioni politiche della sinistra radicale, il volontariato attivo, l’associazionismo e il sindacalismo dal basso, dove la pace con giustizia sia l’obiettivo-utopia fondante. Un compito arduo, direi quasi impossibile, ma da cui dipende la sorte e l’esistenza stessa di questo continente e delle persone che lo abitano.

 

Quali soggetti sociali vedi oggi capaci di leggere questi processi (dal razzismo, alla violenza, dall’ideologia della sicurezza, alla militarizzazione) e di contrastarli o reinterpretarli?

Sono quelli che elencavo prima: movimenti sociali (i No Tav, i No Ponte, i No Dal Molin, i No MUOS solo per restare in Italia, ad esempio), le associazioni e i sindacati di base, le forze politiche della sinistra radicale e antineoliberista, le forze sane del volontariato sociale, ambientalisti, pacifisti, antimilitaristi, libertari. Essi reinterpretano già i territori con le loro lotte, abbattono steccati, realizzano reti, si contaminano e contaminano. Sono coloro che ci consentono di continuare a credere che Un altro mondo è ancora possibile. A percorrere cammini di speranza, libertà e giustizia. Senza pericolose deleghe o protagonismi individuali. Soggetti plurali e collettivi dove la democrazia diviene pratica e non mera enunciazione. Dove abbiamo tutti il dovere di starci. Insieme.  

 
Intervista a cura di Sara Ongaro, pubblicata in Le Solide Utopie, Modica, giugno-luglio 2014

sabato 12 luglio 2014

L’ONU alla guerra in Mali con i droni italiani


Le Nazioni Unite vanno alla guerra in Mali con gli aerei senza pilota prodotti a Ronchi dei Legionari, Gorizia, negli stabilimenti della Selex ES, gruppo Finmeccanica. Nei giorni scorsi il responsabile Onu per le operazioni di peacekeeping, Hervé Ladsous, ha reso noto che i caschi blu della missione MINUSMA (Mission multidimensionnelle intégrée des Nations Unies pour la stabilisation) utilizzeranno i droni “Falco” nel paese africano vittima di un violento conflitto politico-militare interno. Anche se privi di armamento a bordo, i “Falco” di Selex-Finmeccanica sono un sistema d’eccellenza per le operazioni di sorveglianza e segnalazione degli obiettivi “nemici”. Questo velivolo a pilotaggio remoto è in grado di volare a medie altitudini con un raggio di azione di 250 km e un’autonomia superiore alle 12 ore di volo a un’altitudine di 10 mila metri. Grazie ai propri sensori radar ad alta risoluzione, il “Falco” può individuare, di giorno e di notte, obiettivi in tempo reale e a notevole distanza.

Secondo quanto anticipato da Analisi difesa, i droni italiani acquistati dall’Onu sono quattro e saranno schierati nelle basi di Gao e Timbuctù dove già operano elicotteri da guerra francesi e olandesi. I velivoli saranno gestiti per i prossimi tre anni da una società privata che curerà anche la manutenzione e l’elaborazione delle immagini raccolte a beneficio delle unità di MINUSMA. “Il governo maliano – scrive Analisi difesa - in difficoltà dopo i rovesci subiti negli ultimi due mesi contro i miliziani jihadisti e i guerriglieri Tuareg, ha approvato l’invio dei droni made in Italy che incrementeranno il traffico di velivoli teleguidati sul Paese dove già operano alcuni MQ-9 Reaper statunitensi e francesi”. I droni dell’aeronautica francese decollano anche dallo scalo di Niamey (Niger), insieme ai tre cacciabombardieri “Mirage 2000” e ai tre caccia multiruolo “Dassault Rafale” trasferiti in Africa con oltre 2.000 soldati (Operazione “Serval”), in risposta al colpo di stato militare in Mali del marzo 2012 e all’offensiva lanciata nel nord del paese dal Movimento di liberazione dell’Azawad, a prevalenza Tuareg.

Dal dicembre 2013 altri cinque droni-spia “Falco” vengono utilizzati dalla Missione militare delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo (MONUSCO) per “monitorare” nella regione orientale del North Kivu, al confine con il Ruanda, i movimenti dei gruppi armati antigovernativi. Per l’acquisizione dei droni, il Consiglio di Sicurezza sborsò allora 50 milioni di euro circa. “Usiamo queste macchine disarmate e senza equipaggio nella Repubblica Democratica del Congo per avere un quadro più preciso di quanto sta accadendo in loco e nella convinzione del loro forte effetto deterrente”, ha spiegato il responsabile Onu, Hervé Ladsous. Sempre Ladsous ha espresso l’intenzione di acquistare altri droni di produzione italiana per dispiegarli in Repubblica Centrafricana e in Darfur “in appoggio alle locali missioni di peacekeeping e sorvegliare ampi spazi con contingenti militari di dimensioni limitate”.

Il 17 gennaio 2013 i Ministri degli Affari Esteri dell’Unione Europea hanno approvato la missione di assistenza militare denominata “European Union Training Mission – Mali” (EUTM – Mali) con compiti di addestramento, formazione e supporto logistico alle forze armate governative del Mali, “al fine di contribuire al ripristino delle loro capacità di combattimento”. Il 18 febbraio il Consiglio dell’Unione Europea ha dato l’avvio alle attività addestrative per un periodo iniziale di 15 mesi. La missione EUTM vede la partecipazione di circa 500 militari europei; il Comando, affidato ad un generale dell’esercito francese, ha sede nella capitale Bamako e un proprio distaccamento presso il centro d’addestramento di Koulikoro.

L’Italia partecipa alla missione Ue con 14 militari dell’Esercito: due ufficiali sono in forza al Comando di Bamako e 12 specialisti operano a Koulikoro con due team (Light Armoured Team e Forward Air Controller Team) per l’addestramento “alla cooperazione tra le unità blindo e alla guida a terra degli aerei”. Nel dicembre 2013 è stato completato il primo ciclo addestrativo a favore del 3° Battaglione dell’esercito maliano, successivamente inviato nella regione settentrionale sahariana contro il Movimento di liberazione dell’Azawad. Nel 2014 il personale dell’Esercito ha formato a Koulikoro 698 uomini del 4° Battaglione malense per operare in interventi di “controllo aereo, genio, gestione di ordigni esplosivi, artiglieria e supporto logistico”.L’attività di istruzione dei militari italiani continuerà prossimamente con l’avvio del corso di aggiornamento e perfezionamento del 1° battaglione”, afferma in una nota il Ministero della difesa. “La situazione in Mali è andata negli ultimi mesi deteriorandosi a causa del concatenarsi di numerosi fattori destabilizzanti, quali un’indiscriminata attività di gruppi terroristici, l’attiva presenza di fazioni autonomiste, il perpetrarsi di violenze su larga scala contro la popolazione, lo svolgimento di attività criminose a medio e largo raggio, ed una crisi umanitaria di dimensioni drammatiche, caratterizzata da esodi di massa e da emergenze alimentari e sanitarie”. Da qui l’ipotesi d’intensificare la presenza di uomini e mezzi Ue.
Per lo svolgimento delle missioni internazionali MINUSMA ed EUTM in Mali, il parlamento italiano ha autorizzato nel periodo compreso tra il primo ottobre 2013 e il 30 giugno 2014 una spesa complessiva di 2.063.013 euro.

mercoledì 9 luglio 2014

Caccia made in Italy per i raid israeliani a Gaza


Mentre nella striscia di Gaza è in atto l’operazione militare “Bordo protettivo”, la più devastante degli ultimi due anni, la testata giornalistica Heyl Ha’Avir annuncia che nelle prossime ore due caccia addestratori avanzati M-346 “Master” di produzione italiana saranno consegnati alle forze armate israeliane. Si tratta dei primi velivoli prodotti dagli stabilimenti di Venegono Superiore (Varese) di Alenia Aermacchi, gruppo Finmeccanica, ordinati da Israele nel febbraio 2012. Gli M-346 giungeranno nella base di Hatzerim, nei pressi di Beersheba, deserto del Negev, dove - secondo le autorità militari - saranno impiegati per la formazione di piloti e operatori di sistemi. I “Master” saranno denominati “Lavi” (leone in ebraico), come il progetto per un sofisticato caccia di produzione nazionale, cancellato nel 1987 per i suoi insostenibili costi finanziari. “I Lavi consentiranno uno sviluppo qualitativo e quantitativo nell’addestramento dei futuri piloti”, ha dichiarato il generale Shmuel Zucker, capo delle acquisizioni di armamenti del ministero della difesa d’Israele. Alenia Aermacchi conta di concludere la consegna dei restanti 28 esemplari entro il 2016. 

Il governo israeliano ha deciso di assegnare i caccia M-346 alle Tigri volanti del 102° squadrone dell’Aeronautica militare per addestrare i piloti alla guida dei cacciabombardieri di nuova generazione come “Eurofighter”, “Gripen”, Rafale, F-22 ed F-35, ma potranno essere utilizzati anche per attacchi al suolo con bombe e missili aria-terra o antinave. I velivoli di Alenia Aermacchi prenderanno il posto degli obsoleti TA-4 Skyhawk di produzione statunitense, alcuni dei quali furono utilizzati nei bombardamenti di Gaza nel 2010.

Il primo addestratore M-346 è stato presentato il 20 marzo scorso nel corso di una cerimonia tenutasi presso lo stabilimento Alenia Aermacchi di Venegono Superiore, alla presenza di alti ufficiali del Ministero della Difesa e dell’aeronautica militare israeliana e dei partner industriali stranieri. Alla produzione dei caccia (la cui copertura finanziaria è assicurata dal gruppo UniCredit) concorrono infatti importanti aziende internazionali. Northrop Grumman Italia fornisce il sistema per la misura di assetto e direzione “LISA 200”, basato su giroscopi a fibre ottiche realizzati nello stabilimento di Pomezia; Elbit Systems, grande azienda israeliana specializzata nella realizzazione di tecnologie avanzate, sviluppa il nuovo software caricato sugli addestratori per consentire ai piloti di esercitarsi alla guerra elettronica, alla caccia alle installazioni radar e all’uso di sistemi d’arma all’avanguardia. In vista del nuovo “Lavi”, Elbit Systems ha costituito con IAI - Israel Aircraft Industries il consorzio denominato “TOR”, ottenendo dal governo israeliano finanziamenti per 603 milioni di dollari. Il consorzio ha già comunicato di aver completato nella base di Hatzerim la costruzione del centro di addestramento a terra destinato ad accogliere i simulatori di volo. Parte del supporto logistico e le attività di manutenzione e riparazione degli M-346 saranno garantite in loco da personale di Alenia Aermacchi, grazie ad un contratto di 140 milioni di euro sottoscritto lo scorso anno con le imprese israeliane. Altra azienda impegnata nella produzione di componenti per l’M-346 è Honeywell Aerospace Europe, con sede a Raunheim (Francoforte) ma controllata interamente dalla statunitense Honeywell International, Inc..
I bombardamenti israeliani nella Striscia di Gaza hanno preso il via martedì 8 luglio e secondo fonti palestinesi avrebbero già causato la morte di 28 civili e più di un centinaio di feriti. Il governo di Tel Aviv ha ammesso di aver compiuto 160 attacchi aerei, “colpendo 120 postazioni e rifugi di militanti di Hamas o luoghi da dove venivano lanciati razzi contro Israele”. Intanto non è escluso che nelle prossime ore venga scatenata un’offensiva via terra. Un imponente dispiegamento di militari è stato registrato alle frontiere con Gaza e il governo ha autorizzato l’esercito ad attivare 40.000 riservisti. “Se avremo la necessità d’intervenire con un’operazione terrestre, noi lo faremo”, ha dichiarato in un’intervista televisiva il ministro dell’interno Yitzhak Aharonovitch. “Quest’opzione esiste e le istruzioni del premier Netanyahu sono di prepararsi ad una profonda, lunga, continua e forte campagna a Gaza. Noi non ci fermeremo sino a quando non si arresterà il lancio di razzi contro Israele”.

giovedì 3 luglio 2014

Criticità ambientali del progetto per una centrale a biomasse a Furnari (Messina)


La ventilata realizzazione di una centrale elettrica alimentata a biomasse in un’area agricola del Comune di Furnari (già noto alle cronache ambientaliste per subire da anni l’inquinamento causato dalla vicina discarica di rifiuti di Mazzarrà Sant’Andrea, una delle più grandi del Meridione), oltre a suscitare le dure proteste dei cittadini, ha innescato una violenta querelle, a suon di dichiarazioni sulla stampa, comizi, manifesti, ecc., tra maggioranza e opposizione.

Il progetto, presentato formalmente il 23 aprile scorso dalla Comet Bio srl di Messina (rappresentante legale l’ing. Ivo Blandina, già presidente provinciale di Confindustria), prevede la costruzione in contrada Maraffino di un impianto di co-generazione, per la produzione combinata di energia elettrica e termica, alimentata da biomasse “pravalentemente forestale”, di poco inferiore al megawatt di potenza, consentendo così una procedura abilitativa semplificata (P.A.S.). Successivamente alla convocazione della conferenza dei servizi del 5 giugno scorso in cui hanno dato il loro parere tutti gli enti interessati, l’amministrazione furnarese ha pubblicato sul sito internet del comune alcuni documenti relativi alla centrale Comet Bio, compreso il verbale della conferenza stessa. Verbale del quale, a leggerlo con attenzione, fanno “parte integrante ed essenziale” ben otto note allegate relative ai pareri espressi dagli altri enti convocati (le direzioni Servizi Tecnici di Viabilità e Ambiente della Provincia Regionale di Messina, gli assessorati dell'Energia e dei Servizi di Pubblica Utilità e del Territorio e dell’Ambiente della Regione siciliana, il Comando del Corpo Forestale, l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente - Arpa Sicilia, il Comando Regione Militare Sud; la Soprintendenza dei Beni Culturali). Nonostante sia stata conclamata la pubblicità e disponibilità di questi atti, alla data odierna è reperibile integralmente solo il parere della Soprintendenza che ha bocciato l’impianto perché “sarà realizzato su aree agricole indiziate di presenze archeologiche e in aree contraddistinte dalla presenza di Beni isolati”.

Dal verbale della conferenza dei servizi si evince tuttavia che l’assessorato regionale dell’Energia ha ritenuto di non dovere di esprimere alcun parere; l’assessorato Territorio e Ambiente ha declinato ogni commento in attesa di chiudere l’istruttoria, riservandosi comunque di richiedere “ulteriore documentazione integrativa”; no comment pure dal Comando Regione Militare Sud, che necessita di altri 90 giorni per esaminare il progetto.

La Direzione Servizi Tecnici di Viabilità della Provincia Regionale di Messina ha invece espresso “il proprio nulla-osta per quanto di competenza ai soli fini viabili, con la condizione, che, prima dell’inizio dei lavori, sia ottenuta l’autorizzazione prevista dall’art. 26 del D.L. 285/92”, relativo al nuovo codice stradale. La strada provinciale di collegamento al futuro sito, secondo quanto documentato nel corso della conferenza dei servizi, risulta attualmente però “in molti tratti dissestata a causa di frane verificatesi in occasione dell’alluvione del 2008; per la maggior parte impraticabile; interdetta (da un’ordinanza sindacale) alla viabilità dei mezzi pesanti”. Il Comando del Corpo Forestale della Regione Sicilia ha invece autorizzato i lavori di realizzazione dell’impianto a biomasse “ai soli fini del vincolo idrogeologico”, condizionandoli però al rispetto delle previsioni progettuali e al conferimento in discarica autorizzata per rifiuti speciali dei volumi in eccedenza. “Inoltre dovranno essere acquisiti gli ulteriori nulla osta di competenza delle Autorità Amministrative preposte alla gestione di eventuali altri vincoli che gravano sulla zona”, raccomanda il Corpo Forestale.

Ancora un “parere favorevole condizionato” quello espresso dall’Arpa Sicilia – Struttura Territoriale di Messina. Nello specifico, nella nota indirizzata al Comune di Furnari e assunta al prot. n. 5576 del 5 giugno 2014, l’Arpa richiama l’attenzione del Comune su alcuni aspetti che, se non esaurientemente chiariti, possono costituire motivo di diniego dell’autorizzazione.

Ma quali sono queste condizioni che l’Arpa ritiene necessarie per la “valutazione positiva del progetto”?

Se la ratio della normativa sull’utilizzo delle FER (Fonti energia rinnovabili) è il principio della riduzione dei gas serra, non si può non evidenziare come debba essere garantito che l’approvvigionamento delle materie prime risponda ad un’esigenza di offerta prevalentemente locale (la cosiddetta filiera corta). Se il cippato (legno triturato) per la centrale dovesse invece arrivare da altre province (quando non addirittura da altre nazioni), tutto su camion, andata e ritorno, addio “filiera corta” e “non inquinamento”.

La Comet Bio ha dichiarato che l’impianto sarà “alimentato da biomassa costituita da materiale vegetale prodotto dalla lavorazione esclusivamente meccanica di legno vergine proveniente da interventi selvicolturali, da manutenzione forestale e da potatura nella forma di cippato ovvero di trucioli non contaminati da inquinantì”, entro un raggio di 30-40 km, prevalentemente Monti Peloritani (area tra i torrenti Mazzarà e Patrì e bosco di Malabotta) all’interno dei territori comunali di Furnari, Tripi, Fondachelli Fantina, Montalbano Elicona, Novara di Sicilia, Francavilla di Sicilia, Antillo, Rodì Milici. La fornitura del materiale vegetale, secondo quanto asserito a Tempo Stretto da Ivo Blandina  sarebbe “più che garantita da parte di proprietari di boschi e imprenditori agricoli, presenti nella compagine sociale, per circa 15.000 tonnellate annue; altri proprietari di boschi e imprenditori agricoli locali disponibili, ad oggi, per circa 5.000 tonnellate annue”.

Al riguardo - secondo quanto previsto dal punto 16.1, del Decreto Ministeriale del 10 settembre 2010 - “la valorizzazione dei potenziali energetici delle diverse risorse rinnovabili presenti nel territorio nonché della loro capacità di sostituzione delle fonti fossili […] la combustione ai fini energetici di biomasse di origine agricola-forestale potrà essere valorizzata ove tali fonti rappresentano una risorsa significativa nel contesto locale ed un'importante opportunità ai fini energetico-produttivi”. E’ così che l’Arpa Sicilia ha chiesto alla Comet Bio di presentare “un’esaustiva relazione in merito al materiale vegetale che sarà combusto indicando con certezza la tipologia ed i siti di approvvigionamento presi in considerazione nella stima dei quantitativi annui dichiarati a progetto, dando evidenza anche alla continuità temporale annua di tale approvvigionamento”. “Particolari cautele”, aggiunge l’Arpa, “dovranno essere impiegate nella gestione delle ceneri di combustione”, mentre per la verifica di conformità delle emissioni in atmosfera e diffuse “si dovrà fare riferimento a misurazioni o campionamenti della durata pari a un’ora di funzionamento dell’impianto nelle condizioni di esercizio più gravose”. Il gestore dell’impianto sarà inoltre obbligato all’osservanza delle disposizioni di legge per la protezione della popolazione “dalle esposizioni ai campi elettrici e magnetici alla frequenza di rete generati dagli elettrodotti”.

L’Arpa evidenzia anche come la relazione tecnica della Comet Bio sia carente per quanto riguarda la valutazione dell’impatto delle emissioni sonore, ritenendo “necessario integrare la documentazione prodotta con una valutazione di impatto acustico redatta da un tecnico competente ai sensi della legge 447/95 ai fini di accertare il rispetto dei limiti di rumore assoluti e differenziali previsti in relazione al contesto ambientale in cui insiste l’insediamento”. L’Arpa, infine, prescrive che nel caso in  cui la Comet Bio intendesse “utilizzare biomasse diverse da quelle dichiarate, di tale intenzione si dovrà dare evidenza […] al fine di poter poi proporre idonee prescrizioni”.

Nel progetto per la centrale a biomasse, la società di Blandina ipotizza che “a seguito di considerazioni di carattere tecnico e/o economico, una volta terminato il periodo d'incentivazione, l'impianto possa essere riconvertito”, senza però precisare a quali altre attività. Da qui i timori di amministratori, cittadini e ambientalisti che l’impianto possa essere utilizzato a medio-lungo termine per l’incenerimento dei rifiuti della vicina megadiscarica di Mazzarrà Sant’Andrea. “Si tratta di un timore privo di alcun fondamento”, replica lo stesso Blandina. “La specifica tecnologia prevista per questo impianto di biomasse non è assolutamente utilizzabile per la combustione di materiale che non sia di origine vegetale”.

Creare un inceneritore di rifiuti da una centrale a biomasse è comunque vietato dalle normative vigenti, ricordano gli ambientalisti. Per effetto della cancellazione dell’art. 17 del decreto legislativo n. 387 del 2003, un impianto a biomasse, una volta autorizzato, può bruciare solo i combustibili di questa specie inclusi nell’elenco dell’allegato X del decreto legislativo 152/2006: cioè legno cippato non trattato, scarti agroforestali e oli vegetali. Pertanto, se la Comet Bio volesse provare a riconvertire l’impianto di Furnari in un inceneritore per rifiuti dovrebbe aprire un nuovo procedimento autorizzativo che prevede obbligatoriamente lo svolgimento di una valutazione d’impatto ambientale (Via), se l’impianto dovesse trattare 100 tonnellate al giorno. In questo caso il progetto dovrà tener conto delle direttive europee di gestione e trattamento dei rifiuti che antepongono il recupero di materia al recupero energetico e chiedono agli enti preposti al rilascio delle autorizzazioni di privilegiare soluzioni alternative o negare il nulla osta qualora l’impatto dell’impianto proposto provochi più svantaggi che vantaggi ambientali.
Sull’argomento è intervenuto pure il professore Beniamino Ginatempo dell’associazione Zero Waste Sicilia. “Nel progetto presentato dalla Comet Bio non è dimostrato che sia possibile alimentare la centrale a biomasse con il necessario quantitativo minimo compreso fra le 14.000 e le 16.000 tonnellate l’anno, con cippato tutto proveniente da filiera corta. L’impresa dovrebbe produrre degli atti in cui risulti garantito l’impegno annuale dei fornitori e per tutti i 20 anni dell’esercizio previsto, a tale fornitura.” Ginatempo, ordinario di Fisica dell’Università di Messina, solleva poi profondi dubbi sulla reale convenienza economica dell’impianto previsto a Furnari. “Nonostante gli incentivi statali, per la Comet si può giustificare un investimento solo con una conversione in corso di vita dell’impianto a non precisate altre attività. Tale ipotesi, del resto, è esplicitamente non esclusa dal progetto esecutivo, quindi ritenuta sempre possibile…”.

mercoledì 2 luglio 2014

L’Europa e il Muos: cosa può fare l’Ue


Le problematiche di militarizzazioni ed inquinamento ambientale legate all’istallazione dell’ultimo terminale terrestre del Muos, nella Sughereta di Niscemi, sono tornate alla ribalta nel corso di questa campagna elettorale in vista delle europee ormai imminenti. C’è da dire, però, per fare chiarezza una volta per tutte, che l’Europa non può compiere nessuna azione diretta circa il Muos, ovvero: non può impedirlo o farlo smantellare. Questo perché, come è noto, questa micidiale arma per controllare a distanza le prossime guerre, di proprietà ed uso esclusivo del Pentagono, viene installata proprio in Sicilia in seguito a un “accordo” tra le forze armate degli Stati Uniti ed italiane, bypassando il Parlamento e in violazione agli artt. 11, 80 e 87 della Costituzione. Ci sono, però, diverse cose che l’UE può e deve fare. Strade indirette per la salvaguardia della vita della popolazione, dell’ambiente e per scongiurare uno dei passi più decisivi in vista dell’automatizzazione di tutti i conflitti.

  1. Regolamentare centralmente le norme sull’elettromagnetismo, attualmente affidate all’arbitrio dei vari paesi comunitari, imponendo a tutti le stesse regole e prendendo a modello quelle più rigide, ovvero le direttive redatte dagli scienziati più attenti a queste problematiche e non al soldo delle lobby della telefonia mobile.
  2. Siglare e rispettare l’appello della Commissione Diritti Umani delle Nazioni Unite che l’anno scorso ha creato la moratoria per la regolamentazione degli aerei senza pilota, i cosiddetti droni. L’UE, viceversa, attualmente è all’avanguardia in questo tipo di ricerche, e i droni vengono applicati anche nelle politiche securitarie contro i migranti, per il controllo delle frontiere e del Mediterraneo. 
  3. Rispettare le convenzioni internazionali circa la messa al bando di uso di armi che hanno impatti devastanti sull’ambiente. Tra questa tipologia di armi messe in mora ci sono quelle che minacciano la modifica e il controllo del clima, studi affermati dimostrano che il Muos rientra in questa tipologia, come viene spiegato anche in un capitolo del mio ultimo libro “IL Muostro di Niscemi. Per le guerre globali del XXI secolo”.

Un altro aspetto della questione “Muos” e delle possibili modalità di intervento europee per scongiurare il progetto riguarda la zona in cui è stato allestito: proprio nel cuore della riserva naturale della Sughereta, vicino a Niscemi (provincia di Caltanissetta). La Sughereta è stata riconosciuta come zona “Sic- sito di interesse comunitario”, per questo il Parlamento europeo e soprattutto le commissioni preposte, avrebbero dovuto opporsi ad un progetto tanto invasivo per il prezioso ecosistema di una riserva naturale. A un simile scempio perpetrato in un sito definito “d’interesse comunitario” l’Europa avrebbe dovuto reagire stigmatizzando la scelta di Stato e Regione e sanzionandola.

In generale l’Unione Europea sta assumendo sempre di più un ruolo , nelle politiche geostrategiche, di soggetto appiattito sulle decisioni del Pentagono e della Nato, perdendo autonomia e rinunciando al ruolo di dialogo e di mediazione che doveva esserle proprio. Quella che, viceversa, io, insieme a milioni di compagne e compagni, non sogniamo, ma esigiamo, è un’Europa culla e paladina dei diritti e della vocazione democratica che vuole, nel dialogo e nell’apertura all’altro, la sua massima espressione.

 
Pubblicato in www.listatsipras.eu il 21 maggio 2014.