I Padrini del Ponte

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Affari di mafia sullo Stretto

mercoledì 22 maggio 2013

No tedesco agli eurodroni di Sigonella


Droni di guerra troppo pericolosi per il traffico aereo civile e il governo Merkel decide di fermare il programma di acquisizione di cinque grandi velivoli-spia “Euro Hawk”. Dopo anni di studi e investimenti per 550 milioni di euro per realizzare il primo prototipo, le autorità tedesche hanno fatto sapere che per ragioni di sicurezza e di bilancio non si doteranno più dei velivoli senza pilota derivati dal “Global Hawk”, il falco globale schierato dalle forze armate Usa nella base siciliana di Sigonella.

Secondo la stampa tedesca l’“Euro Hawk” non risponderebbe agli standard di sicurezza richiesti dall’European Aviation Safety Agency (EASA), l’agenzia europea per la sicurezza aerea. E cosa ancora più grave, la società statunitense progettista dei “Global Hawk” (la Northrop Grumman) non intenderebbe fornire tutta la documentazione tecnica necessaria per il procedimento di certificazione EASA. Da quanto calcolato dal ministero della difesa tedesco, per regolarizzare i velivoli senza pilota e dotarli di un idoneo sistema anti-collisione sarebbero necessari non meno di 500-600 milioni di euro da sommare ai 1.300 milioni previsti per lo sviluppo degli aerei e dei loro sensori. Da qui la scelta di abbandonare l’ambito programma militare.

La produzione degli “Euro Hawk” venne affidata nel 2010 all’azienda aerospaziale europea EADS e fu presentata come un contributo “autonomo” della Germania al nuovo programma Nato di sorveglianza terrestre “AGS” (Alliance Ground Surveillance), il cui comando sarà insediato a Sigonella entro il 2015 congiuntamente a 800 uomini e a cinque falchi globali dall’Alleanza Atlantica. “Se i costi minacciano di lievitare troppo è preferibile abbandonare il progetto anche per il futuro”, ha dichiarato il ministro della difesa Thomas de Maziere. “Meglio una fine dolorosa che un dolore senza fine. Daremo in Parlamento una spiegazione cronologica degli avvenimenti”.

Intervistato dalla rediotelevisione tedesca, il ricercatore dell’Istituto per gli Affari Internazionali e la Sicurezza di Berlino, Christian Mölling, ha spiegato che più del denaro hanno pesato nella scelta del governo le difficoltà ad integrare l’“Euro Hawk” nello spazio aereo europeo. “Ciò non è un problema solo per questo tipo di drone ma riguarda tutti i droni nel continente”, ha aggiunto l’esperto. “Ad oggi non ci sono soluzioni in Europa. Di certo il governo tedesco era a conoscenza da tempo della questione. Il problema delle restrizioni al traffico dei droni non è esploso adesso; una nuova regolamentazione per l’uso dello spazio aereo è in agenda da tantissimo tempo. Non si può dare una soluzione in ambito strettamente nazionale, ma è in ambito europeo che si deve decidere come potranno operare insieme i velivoli con pilota e quelli senza. Bisognerà prevedere una serie di innovazioni tecniche e di norme legali che assicurino che i droni non si scontrino in volo con gli aerei di linea”.

Nel marzo 2010, l’agenzia europea per il controllo del traffico aereo (Eurocontrol) aveva indicato le “linee guida” a cui gli stati membri si sarebbero dovuti attenere per la gestione degli aerei senza pilota nello spazio europeo, “considerato che cinque velivoli Euro Hawk opereranno in Germania e sino a 20 Global Hawk saranno schierati a Sigonella dalle forze armate statunitensi o entreranno in funzione con la Nato con il nuovo programma AGS”. Eurocontrol raccomandava di prevedere “normalmente rotte specifiche” evitando che i droni “sorvolino aree densamente popolate o uno spazio aereo congestionato o complesso”. In considerazione che i droni “mancano delle capacità di sense & avoid e di prevenzione delle collisioni con altri velivoli che potrebbero incrociare le proprie rotte”, Eurocontrol chiedeva inoltre d’isolare i Global Hawk nelle fasi di ascensione ed atterraggio (le più critiche) e durante le attività di volo in crociera che “devono avvenire in alta quota al di fuori dello spazio aereo riservato all’aviazione civile”. Le linee guida dell’agenzia europea per il controllo del traffico non erano obbligatorie: il governo tedesco le ha però accolte mentre le autorità italiane hanno aperto lo spazio aereo siciliano alle spericolate operazioni dei droni Usa e Nato con numerosi effetti negativi sul traffico passeggeri negli scali di Catania Fontanarossa e Trapani Birgi.

Il progetto “Euro Hawk” ha preso il via nel 2000 con la costituzione di una joint venture tra la statunitense Northrop Grumman e la holding europea EADS. La nuova società con sede a Friedrichshafen è divenuta il prime contractor del ministero della difesa tedesco. Il progetto per il nuovo drone è stato elaborato a partire dal velivolo RQ-4 “Global Hawk” in grado di volare ad alte altitudini (sino a 60.000 piedi) e per lunghi periodi (36 ore circa). Dotato di una potentissima antenna radar e di altri sensori in grado di fornire immagini ad altissima risoluzione, il drone può funzionare perfettamente con qualsiasi condizione meteorologica. Nei piani della joint venture tedesco-statunitense l’“Euro Hawk” dovrebbe migliorare la capacità del “Global Hawk” nella raccolta dei segnali d’intelligence (SIGINT) e delle informazioni elettroniche (ELINT) di radar ed emittenti di comunicazioni, mettendoli in rete con le stazioni terrestri e i centri di elaborazione dati.

Il primo e unico prototipo “Euro Hawk” è stato completato nel 2011; per i suoi test sperimentali è stata utilizzata la base aerea di Manching nei pressi di Monaco di Baviera. Ad esso dovevano seguire altri quattro velivoli-spia telecomandati da schierare permanentemente nello scalo di Schleswig-Jagel, in Germania settentrionale, dove sono stati spesi 40 milioni di euro per l’ammodernamento delle piste.

Il responsabile del settore aerospaziale di Northrop Grumman, Tom Vice, ha affermato di non avere conferme ufficiali dello stop tedesco al programma “Euro Hawk”. “Non credo tuttavia che ciò che deciderà la Germania potrà avere effetti sulle altre nazioni europee, compreso per il contratto di 1,7 miliardi di dollari sottoscritto con la Nato nel 2012 per la produzione e consegna di cinque velivoli Global Hawk”, ha aggiunto Tom Vice.
Se in Germania le forze armate sperano ancora di poter ricevere la certificazione per l’uso dei droni nello spazio aereo nazionale, i manager di EADS affermano che le apparecchiature già realizzate per gli aerei-spia potranno avere comunque altri utilizzi. “I sistemi d’intelligence da noi sviluppati in Germania sono tra i più avanzati al mondo e possono essere integrati a supporto di altre piattaforme aeree delle forze armate”, ha dichiarato Bernhard Gerwert, presidente di Cassidian, una delle principali aziende impegnate nel programma “Euro Hawk”. Intanto a Berlino c’è chi pensa ad acquistare in Israele i droni-killer “Heron TP”. Sul tema il ministro Thomas de Maiziere ha tenuto due meeting ufficiali con i capi delle forze armate israeliane (il primo nel novembre 2012, il secondo nel febbraio di quest’anno). Il capo di stato maggiore dell’aeronautica tedesca, gen. Karl Muellner, si è invece recato tempo fa a Gerusalemme per partecipare alla presentazione ufficiale dell’“Heron TP”. Secondo il settimanale Der Spiegel la decisione finale sui nuovi droni verrà presa solo dopo le elezioni politiche nazionali fissate per il prossimo 22 settembre.

lunedì 20 maggio 2013

Quegli affari in Sicilia di CMC...


Non si contano più le volte in cui l’hanno dato per morto. Ma forse il giornalismo d’inchiesta ha solo cambiato pelle e si muove su binari diversi da quelli in cui si muoveva fino a pochi anni fa. Con il crollo delle vendite dei giornali e la crisi della carta stampata, oggi a fare inchiesta capita che siano giornalisti freelance o semplici cittadini con una grande fame di verità. Tra loro Antonio Mazzeo, collaboratore messinese del periodico I Siciliani Giovani che firma pezzi anche per Il manifesto e alcuni siti di controinformazione: è uno dei premiati dall’associazione Gruppo dello Zuccherificio per il premio al giornalismo d’inchiesta all’interno del Grido della Farfalla, meeting sulla libera informazione (il programma nell’articolo tra i correlati). “Mafia-Stato, la trattativa continua ora” l’inchiesta premiata. Ma Mazzeo scrive anche di grandi appalti in Sicilia. Tra le sue indagini anche quella sulla base militare di Sigonella, realizzata in buona parte dalla cooperativa edile ravennate Cmc. In questi giorni è stato annunciato che la base militare sarà ampliata e diventerà il primo avamposto americano per interventi militari in Africa.

 

Qual è il ruolo di Cmc?

Dal 1996 a oggi la cooperativa ha quasi il monopolio su tutti i lavori fatti alla base di Sigonella. Si può stimare che gli Usa abbiano investito per la base circa un miliardo di dollari. Un’opera mastodontica. La Cmc ha costruito anche l’hangar da cui decollano i droni, aerei senza pilota usati per bombardare, su cui l’Onu ha aperto una inchiesta per verificare se siano mezzi di guerra legittimi.

 

La risposta che la coop fornisce a queste critiche è che se quegli appalti non li avessero vinti loro, i lavori sarebbero stati fatti comunque da qualcun altro…

Le cooperative erano nate per proporre un modello alternativo di produzione. Quello che si produce e il modo in cui si lavora erano alla base dell’etica, negli anni completamente cancellata davanti al profitto.

 

La crisi non può in qualche modo giustificare la necessità di vincere appalti per trovare lavoro?

L’industria della guerra porta redditi e ricchezze immediati ma se si guarda il problema in modo più approfondito si capisce che la crisi globale è dovuta proprio a questo tipo di approccio, al reddito messo come priorità davanti all’etica. Da venti anni in Italia si costruiscono opere inutili e faraoniche, mentre si è completamente ignorata la valorizzazione dei territori fatta di piccoli interventi che portano ricchezza nel lungo periodo.

 

A proposito di grandi opere, Cmc fa parte della cordata Eurolink che ha vinto il bando per il ponte sullo stretto di Messina. Progetto decaduto?

No. Pende sulla testa di tutti gli italiani una pesantissima spada di Damocle. È una penale che oscilla tra i 500 e gli 800 milioni di euro per l’appalto assegnato e poi rimasto fermo. Un qualsiasi Governo potrebbe far ripartire il progetto.

 

Queste inchieste, fatte anche da altri giovani, legate a temi come la mafia e l’industria bellica hanno avuto riscontri?

Siamo riusciti a bloccare il progetto di un centro commerciale a Barcellona Pozzo di Gotto che stava per essere edificato da un avvocato, noto boss della mafia locale oggi arrestato con la 41 bis. Questo è stato per noi un successo personale, ma in generale si è diffusa in tutta Italia, anche al settentrione, una consapevolezza collettiva di cos’è la mafia oggi. Fino a non molti anni fa era ancora considerata un problema di pochi legato alla Sicilia, oggi non è più così. Per questo sono stato contento che il premio che ho ricevuto sia arrivato proprio da Ravenna. Anche il tema dell’industria bellica inizia a essere un po’ più conosciuto, anche se soprattutto in rete.

 

Molti degli ospiti del festival sono legati al citizen journalism, ossia al giornalismo partecipativo fatto non da professionisti, ma da cittadini attivi. Come valuta questa cosa?

La crisi della democrazia ha portato all’imposizione di forti limiti al diritto di critica sui mezzi tradizionali. Per questo i mezzi indipendenti come le testate online hanno acquisito un enorme ruolo nell’informazione. È come se l’informazione oggi si fosse spaccata a metà, tra bianco e nero. Il nero sono le televisioni e i grandi giornali, in cui passano solo le informazioni che si vogliono dare, il bianco invece è un nuovo vitale sistema fatto di siti, blog, ma anche piccoli giornali, tv di quartiere, radio in streaming, in cui confluiscono le notizie che gli altri mezzi vorrebbero oscurare. È in atto un pesante giro di vite contro queste realtà. Bisogna rimanere vigili.

TUTTI I PREMIATI. Nella sezione Giovani del concorso per il giornalismo d’inchiesta saranno premiati domenica 19 maggio in piazza San Francesco Claudia Campese (“Confiscate e abbandonate”, aziende sottratte ai boss siciliani su Left), Il Clandestino di Modica (“Amici strozzini”). Per la categoria nazionale Luciano Scalettari e Andrea Palladino (“L’ultimo viaggio di Ilaria e Miran” su Il Fatto) e Mazzeo (vedi intervista). Insieme ai premi tradizionali sono stati assegnati anche una menzione speciale alla giornalista Ester Castano, autrice di inchieste e articoli sulla mafia al Nord e un premio honoris causa ai giornalisti David Oddone e Fabio D’Urso per il giornalismo etico contro le mafie.

Intervista a cura di Matteo Cavezzali pubblicata il 17 maggio 2013 in Ravenna e dintorni http://www.ravennaedintorni.it/ravenna-notizie/37447/quegli-affari-in-sicilia-di-cmc-.html

sabato 18 maggio 2013

Ravenna. Ad Antonio Mazzeo il 2° Premio per il giornalismo d'inchiesta

Tra i vincitori della seconda edizione del Premio "Gruppo dello Zuccherificio" di Ravenna per il giornalismo d'inchiesta, il messinese Antonio Mazzeo con l'articolo "Mafia-Stato. La trattativa continua ora", pubblicato nel gennaio 2013 dal mensile I Siciliani giovani. Un'articolata ricostruzione delle trame eversive sviluppatesi nella provincia di Messina nel tragico biennio delle stragi politico-mafiose del biennio 1992-93.  Ecco il testo del messaggio di ringraziamento inviato agli organizzatori dell'evento.
 

Al Gruppo dello Zuccherificio, Comune e ANPI di Ravenna, LiberaInformazione, AltrEconomia e Articolo 21.

Carissimi,

sarei stato davvero felice di poter condividere con Voi queste giornate del festival “Il Grido della Farfalla” e la serata di premiazione del 2° Premio “Gruppo dello Zuccherificio” per il giornalismo d’inchiesta. Purtroppo mi è impossibile e Vi chiedo di scusarmi davvero.  

Sarei voluto essere stasera a Ravenna innanzitutto perché ho avuto modo in passato di conoscere, apprezzare e stimare i giovani animatori del Gruppo, ancora uno dei pochi, purtroppo, che nel Centro-nord Italia è seriamente impegnato contro le mafie e la loro capacità di penetrazione nel tessuto socioeconomico del territorio. Ma anche perché alcune vicende e alcuni attori economici di questa bellissima città si sono incrociati con alcune mie inchieste giornalistiche e con la mia militanza nei Movimenti contro le Grandi Opere che devastano i territori e l’ambiente (Ponte sullo Stretto e TAV in Val di Susa) o i progetti di trasformazione del nostro Paese in una grande piattaforma di guerra e di morte (vedi Sigonella in Sicilia o il Dal Molin a Vicenza).

Anche per tutto ciò la Vostra scelta di premiarmi mi onora e mi riempie di gioia. E ve ne sono immensamente grato. L’inchiesta che Vi ho sottoposto sulla trattativa Stato-Mafia e sulla centralità della provincia di Messina e della città di Barcellona Pozzo di Gotto nel biennio del terrorismo stragista 1992-93 (http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/2013/01/mafia-stato-la-trattativa-continua-ora_3113.html) è stata pubblicata su un mensile, I Siciliani giovani, diretto da Riccardo Orioles, che vuole essere uno strumento di memoria, libera espressione, denuncia e controinformazione nel nome e nella memoria di uno dei più straordinari scrittori e giornalisti d’inchiesta che l’Italia abbia mai avuto, Giuseppe “Pippo” Fava, barbaramente trucidato dalla criminalità mafiosa a Catania il 5 gennaio del 1984. Grazie a Voi, oggi ho l’orgoglio di poterlo ricordare e di sentirmi parte di una Storia di giornalismo di libertà, lotta e speranza. 

Accanto a me ci sono oggi tanti altri giornalisti siciliani ad essere premiati per le loro inchieste. Se nell’Isola appare sempre più consolidato il dominio della borghesia mafiosa e delle clientele parassitarie, è pur vero che sono ancora tanti coloro che avvertono il dovere di scrivere per difendere i sempre più ristretti spazi di agibilità democratica e farsi portavoce dei desideri di Giustizia della maggior parte dei siciliani. Il Vostro riconoscimento premia tutti coloro, più o meno giovani, sempre meno protetti e garantiti e sempre più precari, che si ostinano a credere che le Verità vadano affermate contro gli interessi dei potenti e dei potentati locali.

Vorrei abbracciare in particolare gli amici-colleghi del Clandestino di Modica. Con loro stiamo provando a raccontare la straordinaria campagna per la Pace, la difesa dei diritti umani e della democrazia  portata avanti da tutti coloro che si oppongono all’installazione del MUOS a Niscemi (Caltanissetta). Un ecomostro alla cui realizzazione hanno operato imprese in odor di mafia e che costituirà la nuova frontiera delle guerre del XXI secolo, quelle con i droni e le armi nucleari miniaturizzate. Consentitemi di dedicare questo mio premio a loro, ai giovani, alle donne e tutti i cittadini di Niscemi che con i loro corpi e la loro gioia di vivere stanno tentando di ostacolare la marcia dell’EcoMUOStro, sfidando in modo nonviolento la repressione degli apparati di uno Stato sordo e insensibile. Per tanti di noi il giornalismo d’inchiesta è essere “parziali”, scegliendo cioè di stare da una parte. La parte degli ultimi, degli oppressi e di coloro che per il Potere dovrebbero restare invisibili.

Con la stima di sempre. Grazie di tutto

Antonio Mazzeo                                                                                                    Messina, 18 maggio 2013

 

Si è conclusa la seconda edizione del premio Gruppo Dello Zuccherificio per il giornalismo d’inchiesta. Quest’anno a vincere il concorso per la sezione Giovani sono stati Claudia Campese con l’inchiesta “Confiscate e abbandonate” sulle aziende sottratte ai bossa a Catania pubblicato da Left, e al secondo posto i colleghi de Il Clandestino di Modica che, sul mensile omonimo, hanno realizzato, a quattro mani, una inchiesta sugli usurai della porta accanto intitolata “Amici strozzini”. Per la categoria nazionale le due inchieste premiate sono state: “L’ultimo viaggio di Ilaria e Miran” di Luciano Scalettari e Andrea Palladino, pubblicata su Il Fatto Quotidiano e “Mafia-Stato. La trattativa continua ora” di Antonio Mazzeo, comparsa su I Siciliani Giovani Insieme ai premi tradizionali sono stati assegnati anche una “menzione speciale” alla giornalista Ester Castano, autrice di inchieste e articoli sulla mafia al Nord e un premio Honoris Causa ai giornalisti David Oddone e Fabio D’Urso, che al nord come al sud portano avanti un giornalismo etico contro le mafie.

Vincitori 2 edizione premio “gruppo dello zuccherificio”

 

La giuria della seconda edizione del Premio Gruppo dello zuccherificio per il giornalismo d’inchiesta si è riunita per la decisione dei vincitori nella giornata del 4 maggio 2013.
Le inchieste pervenute sono state 89, divise in 34 per la sezione nazionale giovani e 55 per la sezione nazionale. I partecipanti sono stati 79.

Riportiamo di seguito i nomi dei vincitori e le inchieste premiate:

sezione NAZIONALE GIOVANI

-1° premio: Claudia Campese – “Confiscate e abbandonate”

-2° premio: Il Clandestino – “Amici strozzini”

sezione NAZIONALE

-1° premio: Andrea Palladino e Luciano Scalettari – “L’ultimo viaggio di Ilaria Alpi e Miran”

-2° premio: Antonio Mazzeo – “Mafia-Stato. La trattativa continua ora”

premio HONORIS CAUSA

David Oddone e Fabio D’Urso.

Una decisione della giuria che descrive la necessità di unire le storie e le battaglie di giornalisti del nord e del sud nella lotta alla mafia

Inoltre la giuria ha espresso una menzione speciale per:

Ester Castano – “Sedriano ‘ndrangheta celeste”

Un’inchiesta che ha suscitato molto interesse tra tutti i giurati

NOTIZIE SUL Premio Giornalismo d’Inchiesta


Il “Gruppo Dello Zuccherificio”, in collaborazione con LiberaInformazione, Altreconomia e Articolo 21, indice la IIa edizione de il Premio per il Giornalismo D’Inchiesta “Gruppo dello Zuccherificio” dedicato alle inchieste realizzate sul territorio nazionale nell’anno 2012, inedite o diffuse tramite carta stampata, internet e nuovi media.

Il bando prevede le seguenti categorie:

Premio Giovani: riservato alle inchieste realizzate da giovani di età inferiore ai 30 anni, su tutto il territorio nazionale.

Premio Nazionale: riservato alle inchieste riguardanti l’intero territorio nazionale realizzate da autori che abbiano superato il trentesimo anno d’età.

Possono concorrere al premio giornalisti, singoli o associazioni con articoli ed inchieste pubblicate su quotidiani, periodici e agenzie di stampa, nonché con servizi pubblicati da testate giornalistiche online, nel periodo compreso dal 01.01.2012 al 15.04.2013.

La giuria che determinerà i vincitori è composta da Loris Mazzetti (capostruttura RaiTre), Giorgio Santelli (giornalista RaiNews 24 e Articolo21), Carla Baroncelli (giornalista Tg2), Norma Ferrara (Liberainformazione), Gaetano Alessi (adEst), Pietro Raitano (direttore Altreconomia).

I primi due classificati di ogni sezione saranno invitati a presenziare alla cerimonia di premiazione che avverrà in occasione de “Il Grido della Farfalla”, 5° Meeting dell’Informazione Libera che si terrà a Ravenna nel periodo maggio-giugno 2013.

Il Premio è realizzato grazie al contributo di Comune di Ravenna e ANPI Ravenna.

Mafia-Stato. La trattativa continua ora

Sintesi

E’ a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) che maturano alcune delle vicende più tragiche della recente storia italiana: le stragi politico-mafiose del 1992-93 e la cosiddetta trattativa Stato-Mafia. Tra i tessitori delle relazioni con giudici e apparati istituzionali il boss Rosario Pio Cattafi, ex attivista di estrema destra poi ambasciatore a Milano delle principali organizzazioni mafiose di Catania e Palermo. Dopo il suo recente arresto Cattafi ha fornito la sua versione sulle indebite pressioni che spinsero il governo, nel novembre 1993, a non rinnovare l’applicazione del carcere duro a 326 mafiosi. Tra le carte emerge il ruolo chiave di Francesco Di Maggio, ex Pm di Milano proveniente da Barcellona, al tempo vicecapo del Dipartimento affari penali del Ministero di Grazia e Giustizia. L’inchiesta giornalistica svela particolari inediti sui rapporti intercorsi tra Rosario Cattafi e il giudice Di Maggio, evidenziando alcune contraddizioni nelle dichiarazioni del mafioso. Viene infine analizzato quanto avvenne in quegli anni nel messinese: la consegna dell’esplosivo e la predisposizione dei telecomandi per la strage di Capaci; la latitanza protetta del boss catanese Benedetto Santapaola; le presenze inquietanti di altri uomini d’onore siciliani; le frequenti visite del politico-manager Marcello dell’Utri, condannato in appello per concorso esterno in associazione mafiosa. 

Pubblicato nel Gennaio 2013 in I Siciliani giovani (n. 11)


Curriculum di Antonio Mazzeo
Giornalista e saggista, ha realizzato inchieste sulla presenza mafiosa in Sicilia, l’infiltrazione criminale nella realizzazione delle Grandi Opere, i traffici di droga e armi, la proliferazione di logge massoniche in Italia, i processi di riarmo e militarizzazione nel Mediterraneo. Collabora con I Siciliani, Micromega, Guerre & Pace, Mosaico di Pace, Narcomafie, Antimafiaduemila, Il Manifesto, Liberazione e con numerose testate online (Agoravox, Megachip, Peacelink, Terrelibere, ecc.). Tra i volumi pubblicati: I Vispi Siciliani. Tutti gli uomini che hanno dichiarato guerra alla mafia (Città d’Utopia, Catania, 1992); Colombia l’ultimo inganno. Lotta al narcotraffico, paramilitarismo, violazione dei diritti umani (Palombi Editore, Roma, 2001); I Padrini del Ponte. Affari di mafia nello Stretto (Alegre edizioni, Roma, 2010) sugli interessi mafiosi alla costruzione del ponte di Messina; Un EcoMuostro a Niscemi (Punto L, Ragusa, 2012) sulle problematiche militari, socio-ambientali e criminali dell’installazione del nuovo sistema satellitare MUOS statunitense. Ha coordinato la pubblicazione con Armando Siciliano Editore dei libri-dossier Graziella Campagna a 17 anni vittima di mafia (Messina, 1997) e Le mani sull’Università. Borghesi, mafiosi e massoni nell’ateneo messinese (1998). Nel 2010 ha conseguito il Primo premio “Giorgio Bassani” di Italia Nostra per il giornalismo. Per consultare articoli e pubblicazioni: http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/

giovedì 16 maggio 2013

Cresce la base Muos fra ipocrisie siciliane e ricatti romani


A parole, tutte le forze politiche sono contrarie, in Sicilia, alle pericolosissime installazioni Muos di Niscemi. Però a contrastarle lasciano solo i ragazzi dei movimenti: difendono la terra e la pace coi loro corpi e con le loro vite. E sono soli

 

 Ci hanno messo di tutto. Il cuore. La rabbia. Mille speranze. Le illusioni. Gli splendidi volti segnati dai tanti sorrisi e pure dalle lacrime. Ma soprattutto ci hanno messo i corpi. Corpi che gli apparati repressivi dello Stato hanno violato, ferito, sradicato dalla Madre Terra che loro, i No MUOS di Niscemi, difendono dall’ultimo mostro della guerra e della morte. Un’orgia di violenze, menzogne, tradimenti. Ministri, politici e funzionari dalla lingua biforcuta. Promettono sospensioni ai lavori illegittimi ma intanto alle imprese in odor di mafia assicurano il pass nella riserva naturale convertita in base di distruzione di massa. Un territorio stuprato, desertificato, avvelenato da un quarto di secolo dalle invisibili microonde. Mentre intanto tanti altri corpi si piegano per le mutazioni genetiche e il cancro infestante.

Un gelido inverno insonne. Presidi no stop, sit-in, blocchi stradali, sabotaggi e invasioni simboliche. L’azione diretta e la disobbedienza civile per testimoniare antiche verità. Per invocare diritti e libertà. Per rifiutare l’inesorabilità della guerra globale e permanente. Per riappropriarsi della sovranità della terra e dell’acqua, delle cento specie della flora e della fauna che i superguerrieri del XXI secolo vorrebbero estinte. Per costruire nuove soggettività e sperimentare pratiche politiche dal basso, l’autogestione e il rifiuto delle deleghe in bianco. Per costruire solidarietà, radicalità, percorsi e progetti di antimafia sociale. Migliaia di giovani, donne, disoccupati e lavoratori precari che tornano nelle piazze a chiedere pace, lavoro e giustizia.

I governi accecati dall’arroganza e dallo stillicidio dei golpe bianchi dell’Italietta contemporanea sono inamovibili. Il MUOS s’ha da fare, in nome della vecchia amicizia con l’Impero a stelle e strisce e degli affari del complesso militare-industriale-finanziario di casa nostra. Stracciando quel poco che resta della Costituzione antifascista, negando il diritto alla vita, alla salute, alla difesa del territorio e dell’ambiente. Violando leggi, decreti, regolamenti, i principi di cittadinanza e perfino le fondamenta stessa della democrazia formale.

Adesso a Roma non si può più far finta che a Niscemi si è consumato l’ultimo strappo reazionario. Per i parlamentari non ci sono più alibi: il Governo dei poteri forti ha la fiducia delle grandi intese mentre il sommo presidente vigila a vita sul rispetto degli accordi della Guerra fredda con il grande fratello d’oltreoceano.  Eppure, paradossalmente, le partite sul MUOS, i droni, gli F-35 e le famigerate basi USA e NATO, sono tutt’altro che definite. I movimenti di opposizione alla militarizzazione crescono dalla Val di Susa al Nord-est e alla Sicilia, mobilitando altri corpi e altri volti. Che allora ci mettano almeno la faccia e un po’ più di coraggio quelle forze politiche che si dicono vicine ai bisogni di cambiamento e partecipazione della maggior parte degli italiani. Aprendo lo scontro nelle legittime sedi istituzionali, le Camere, dove prima possibile devono essere imposti le discussioni e il voto contro i nuovi programmi di morte, a partire appunto dal MUOS, il sistema di telecomunicazioni satellitari che sancirà la trasformazione della Sicilia in piattaforma avanzata per le guerre iper-tecnologiche - disumanizzate e disumanizzanti - delle forze armate degli Stati Uniti d’America.

All’Assemblea Regionale Siciliana, il fronte politico-istituzionale anti-MUOS è stato unanime. La mozione per imporre all’esecutivo la revoca a delle autorizzazioni ai lavori è stata votata da tutti quei gruppi che oggi siedono al Governo nazionale o tra i banchi dell’opposizione in Parlamento. Ci mettano la faccia allora e dicano se e perché quello che si fa a Roma può essere il contrario di quello che si è fatto a Palermo. I No MUOS non sono certo ingenui, sanno benissimo con chi hanno a che fare. Lo hanno pagato a suon di manganellate e denunce. Ma hanno il sacrosanto diritto a una risposta chiara. Non fosse altro per capire come e dove estendere le pratiche di lotta e, in comunione con i movimenti sociali del pianeta, continuare a difendere l’umanità dall’Olocausto finale.

 
Articolo pubblicato in I Siciliani giovani, n. 14, maggio 2013.

mercoledì 15 maggio 2013

Il MUOS s’ha da fare! Il Ministero della Difesa ricorre al Tar


Venticinquemila euro al giorno a partire dal 29 marzo, cioè ad oggi più di un milione e 250.000 euro. È quanto il Ministero della Difesa ha chiesto come risarcimento alla Regione Siciliana per la revoca delle autorizzazioni ai lavori del terminale terrestre del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari della Marina militare Usa in via di realizzazione all’interno della riserva naturale “Sughereta” di Niscemi (Caltanissetta). Poco importa che l’impianto sia di proprietà ed uso esclusivo del Pentagono e che la “sospensione” delle opere sia state decisa a metà marzo in un vertice tra il governo Monti e il presidente siciliano Rosario Crocetta per attendere che l’Istituto Superiore di Sanità si pronunci sull’effettiva pericolosità degli impianti.  

“I provvedimenti della Regione hanno provocato e provocano un grave ritardo nella messa in funzione del MUOS pregiudicando conseguentemente l’intero sistema, posto che la stazione di Niscemi è inscindibilmente collegata alle altre tre poste in Virginia, in Australia e alle Hawaii e ne preclude l’intera operatività”, scrive l’Avvocatura dello Stato nel suo ricorso al Tar di Palermo. Da qui il presunto “danno patrimoniale” alle forze armate Usa e alla società contractor, Lockheed Martin, la maggiore azienda produttrici di armi a livello mondiale a cui, secondo il Ministero della Difesa, dovrà pure sommarsi un indennizzo speciale a favore della Pubblica amministrazione per il “danno non patrimoniale” prodotto alle relazioni tra l’Italia e gli Stati Uniti e “tra la Repubblica italiana e gli altri paesi della Nato”.

“In tempi di austerity, in fondo, a Roma fanno pure lo sconto”, commenta l’avvocato Paola Ottaviano che insieme ad altri due legali siciliani ha presentato opposizione al ricorso del Governo. “Per lo stop ai lavori del MUOS, in verità mai reale, il Ministero della Difesa, su nota di US Army del 12 aprile 2013, aveva quantificato infatti danni per 50.000 dollari al giorno. Abbiamo chiesto il rigetto di tutte le sue domande per carenza di legittimazione. Il ricorrente non ha mai avuto, né avrà alcun titolo sugli impianti e sul funzionamento del sistema satellitare statunitense. Inoltre il ricorso si basa su valutazioni erronee e palesemente infondate”. In effetti il progetto del MUOS ha subìto pesanti ritardi tutt’altro che imputabili alle amministrazioni locali siciliane o alle azioni di blocco della base di Niscemi da parte di centinaia di attivisti No MUOS.  Il cronogramma è sfasato perlomeno di cinque anni: un solo terminale terrestre è stato completato (alle Hawaii) e un impressionante numero di “imprevisti” tecnici ed errori progettuali ha consentito il lancio nell’atmosfera di solo uno dei cinque satelliti geostazionari previsti. In compenso i costi sono cresciuti di quattro volte: all’inizio del secolo per il MUOS erano stimati investimenti per circa 2 miliardi di dollari, oggi le previsioni superano gli 8 miliardi.  

“Se prendiamo per buoni i 25.000 euro giornalieri di risarcimento e li moltiplichiamo per i 22 anni di esistenza dell’impianto di telecomunicazione NRTF della Marina Usa a Niscemi, i siciliani potranno chiedere al Governo italiano e a Washington non meno di 200 milioni di euro per i danni alla salute e all’ambiente causati dalle emissioni elettromagnetiche delle antenne connesse con i sottomarini nucleari e le unità navali in transito negli Oceani”, afferma il prof. Massimo Zucchetti del Politecnico di Torino, che insieme ad altri esperti ha documentato la pericolosità dei sistemi MUOS ed NRTF. “La Regione farebbe bene a passare alla controffensiva invece di difendersi debolmente dagli atti intimidatori della Difesa”, commenta Peppe Cannella dei Comitati No MUOS. “C’è un passaggio nell’atto di costituzione al Tar che ci ferisce. Scrivono gli avvocati della Regione che eventuali ritardi o disagi a Niscemi sarebbero riconducibili ai presidi organizzati spontaneamente dalla popolazione e da simpatizzanti e pertanto non sono in alcun modo imputabili a queste Amministrazioni ascrivendosi allo Stato la competenza al mantenimento dell’ordine pubblico.  Con i blocchi abbiamo praticato la revoca dal basso di autorizzazioni concesse in spregio alla Costituzione e alle leggi. Continueremo ad impedire in modo pacifico e non violento che il crimine MUOS vada a compimento. Amministratori e parlamentari farebbero meglio a stare con noi condividendo il peso della repressione illegittima delle forze di polizia”. 

 
Articolo pubblicato in Arcireport, n.19 del 14 maggio 2013

martedì 14 maggio 2013

Pronto nuovo intervento USA in Libia da Sigonella


Gli Stati Uniti starebbero pensando di lanciare un nuovo attacco militare in Libia dalla stazione aeronavale di Sigonella. Cinquecento marines sono stati trasferiti nei giorni scorsi in Sicilia dalla base di Rota in Spagna. Gli uomini fanno parte della Marine Air Ground Task Force (MAGTF), la forza speciale costituita nel 1989 per garantire al Corpo dei Marines flessibilità e rapidità d’azione nei differenti scacchieri di guerra internazionali.

L’unità di Rota è stata attivata dal Pentagono solo un paio di mesi fa per sostenere il Comando Usa in Africa (Africom) nell’addestramento e la formazione delle forze armate dei partner continentali e intervenire rapidamente in Africa in caso di crisi. La decisione di dar vita alla nuova task force è stata presa nel settembre 2012 dopo l’attentato terroristico contro il consolato Usa di Bengasi in cui persero la vita quattro funzionari tra cui l’ambasciatore in Libia, Christopher Stevens.

Secondo il portavoce del Pentagono George Little, i marines potranno intervenire da Sigonella in tempi rapidissimi nel caso di nuovi attacchi al personale diplomatico o ai cittadini Usa presenti in Libia per “effettuarne eventualmente l’evacuazione”. “Siamo preparati a rispondere se necessario, se le condizioni peggiorassero o se venissimo chiamati” ha aggiunto Little. Qualche giorno fa il Dipartimento di Stato ha ridotto sensibilmente lo staff dell’ambasciata di Tripoli, ordinando di contro il rafforzamento del dispositivo gestito in loco da una dozzina di militari Usa. Inoltre sono stati invitati i cittadini statunitensi a viaggiare a Tripoli solo per necessità improcrastinabili ed evitare in assoluto Bengazi o altre località in Libia. Washington parla di “crescente clima d’instabilità e violenza” e di “deterioramento delle condizioni di sicurezza”. Così è stato decretato lo stato d’allerta per gli special operations team di stanza a Stoccarda (Germana) e per la task force dei marines in Spagna che prima del trasferimento a Sigonella, il 19 aprile scorso aveva raggiunto da Rota la base aerea di Morón de la Frontera. Il 3 e 4 aprile, i Comandi delle forze navali Usa in Europa e Africa e della VI Flotta avevano pure ospitato a Napoli i responsabili della neo-costituita marina militare libica e del corpo della guardiacoste per discutere di “sicurezza marittima” e “cooperazione strategica”.

Insieme ai marines sono giunti a Sigonella pure otto velivoli da trasporto e assalto anfibio Bell Boeing CV-22 “Osprey” (falco pescatore). Si tratta dei controversi “convertiplani” (bi-turboelica in grado di atterrare e decollare come un elicottero e volare come un normale aereo), costo unitario 129 milioni di dollari circa, in grado di trasportare fino a 24 soldati del tutto equipaggiati, alla velocità di 509 Km all’ora. Numerosi esperti militari hanno ripetutamente messo sotto accusa l’“Osprey” per le sue scarse condizioni di sicurezza in volo. Da quando è divenuto operativo, il velivolo è stato al centro di numerosi incidenti e una trentina tra contractor e militari sono morti durante test ed esercitazioni. Quando nel 2000 un velivolo in forza all’US Navy cadde negli Stati Uniti causando la morte di 23 marines il Pentagono pensò di abbandonare il programma ma sotto il pressing della potente lobby dei costruttori, esso fu presto riavviato e gli “Osprey” furono destinati alla guerra in Iraq e Afghanistan. Nella primavera dello scorso anno due “Osprey” si sono schiantati al suolo, il primo durante un’esercitazione militare in Marocco (morti due marines) e il secondo in Florida. Per l’alto rischio di incidenti e l’insostenibile rumore emesso dal velivolo durante le operazioni di decollo e atterraggio, migliaia di cittadini giapponesi hanno dato vita a numerose manifestazioni di protesta contro la decisione di dislocare 12 convertiplani nella grande base aerea Usa di Okinawa.
Il Corpo dei marines ha progressivamente ampliato il proprio impegno di contrasto, congiuntamente ad Africom, delle milizie islamiche operanti nelle regioni settentrionali del continente. Nel 2011, nello specifico, fu creata proprio a Sigonella una forza speciale di pronto intervento del tutto simile a quella di Rota, la Special Purpose Marine Air Ground Task Force (SPMAGTF-13). Gli uomini sono impegnati periodicamente come consiglieri e formatori degli eserciti africani o in attività di supporto logistico e “gestione di tattiche anti-terrorismo”. “La task force di stanza a Sigonella ha come compiti prioritari la fornitura d’intelligence e l’addestramento dei militari africani che combattono i gruppi terroristici in Maghreb e Corno d’Africa o svolgono attività di peacekeeping in Somalia”, ha dichiarato il maggiore Dave Winnacker, responsabile del gruppo dei marines. La SPMAGTF-13 include componenti navali, terrestri ed aeree caratterizzate da notevole flessibilità; conta su circa 200 marines organizzati in team aviotrasportabili dai grandi velivoli KC-130. Con i 500 uomini giunti dalla Spagna, Sigonella accresce ancora di più il ruolo di gendarme armato del Mediterraneo e del continente africano.

domenica 28 aprile 2013

Happening pacifista a Niscemi: liberiamoci dal Muos


Sicilia. Centinaia di cittadini alla “Giornata partigiana” contro le antenne satellitari Usa. Le nuove azioni del movimento dopo il ricorso del governo al Tar contro lo stop regionale al cantiere.

Per liberarsi dall’orrore delle guerre e dalle servitù delle basi Usa e Nato. A Niscemi centinaia di attivisti No MUOS si sono dati appuntamento nella riserva naturale “Sughereta” per una giornata di festa che ha unito simbolicamente la Resistenza partigiana al fascismo con il movimento di opposizione all’installazione del nuovo sistema di telecomunicazione satellitare della Marina militare statunitense. L’happening si è aperto con un’escursione ecologica tra i “sentieri partigiani No Muos”, a destra i campi in fiore, le querce plurisecolari e gli ultimi sugheri di Sicilia, a sinistra il filo spinato e le 46 antenne dell’impianto di telecomunicazioni con i sottomarini che l’US Navy gestisce dal 1991 e le cui emissioni elettromagnetiche hanno superato costantemente nel 2013 i limiti imposti dalle leggi italiane.

Presso il Presidio permanente di contrada Ulmo è stata inaugurata la mostra sulla Brigata Stella Rossa che operò contro i nazifascisti tra Marzabotto e Monte Sole e quella sulla Resistenza No MUOS che in questi mesi ha visto protagonisti in Sicilia migliaia di donne e giovani con l’organizzazione di marce, azioni dirette, blocchi stradali e finanche invasioni ed occupazioni simboliche delle aree militari. Il 22 aprile, cinque attivisti No MUOS, dopo aver scavalcato le recinzioni, sono riusciti a scalare una delle antenne statunitensi, piantando la bandiera No Muos. Per due di loro, il pacifista Turi Vaccaro e il milanese Nicola Arboscelli è scattato l’arresto ma nel pomeriggio il Tribunale di Caltagirone ha ordinato la loro liberazione non ritenendo ammissibili le misure cautelari preposte dalle autorità di polizia. Rientrati a Niscemi, Vaccaro e Arboscelli sono stati festeggiati nel corso di un’affollata assemblea popolare tenutasi in serata nella piazza centrale. “La nostra è stata un’azione di testimonianza nonviolenta e di amore per un territorio straordinario che i Signori della guerra hanno deturpato e derubato alla popolazione locale”, hanno spiegato.

Ospite d’onore dell’incontro il partigiano di origini niscemesi Giuseppe Bennici, nome di battaglia “Ursus”. Militare di stanza ad Alessandria, dopo l’8 settembre 1943 Ursus si rifiutò di operare a fianco delle truppe di occupazione nazista scegliendo di far parte della Brigata Garibaldi. Accanto a lui Massimo Zucchetti, ordinario del Politecnico di Torino che ha documentato l’insostenibilità ambientale e i gravissimi rischi alla salute delle emissioni elettromagnetiche delle antenne del MUOS. “Ho appreso con amarezza dalla stampa che il governo ha deciso di disattendere la richiesta di istituire una commissione indipendente per valutare le caratteristiche tecniche e i pericoli del nuovo sistema Usa”, ha dichiarato Zucchetti. “Individuare nell’Istituto Superiore di Sanità l’entità che avrà l’ultima parola sul MUOS è un fatto gravissimo sia dal punto di vista formale che sostanziale. L’ISS ha sempre assunto posizioni negazioniste in tema di elettromagnetismo. Adesso che il governo ha impugnato la revoca delle autorizzazioni ai lavori della Regione siciliana, l’Istituto che dipende dal Ministero della Sanità perde ogni aspetto di neutralità. Noi scienziati indipendenti faremo in modo di costituire una commissione di studio che produca in tempi brevi uno studio che inchiodi le autorità civili e militari alle loro responsabilità. Sempre ammesso che la Marina Usa fornisca tutti i dati tecnici sul sistema di guerra, cosa che non ci risulta abbia fatto ancora con gli esperti dell’Istituto di Sanità”.

“Il voltafaccia del governo che dopo aver sottoscritto e disatteso l’impegno a sospendere i lavori si è costituito contro la Regione chiedendo un cospicuo risarcimento per i presunti ritardi causati all’installazione del MUOS inficia definitivamente il rapporto del nostro Movimento con le istituzioni”, ha concluso Peppe Cannella del Coordinamento dei Comitati No MUOS. “Così non si fa altro che dare legittimità e rafforzare le nostre pratiche di azione diretta che hanno consentito effettivamente di ritardare i lavori e sancire la revoca dal basso delle autorizzazioni. Apriremo una nuova fase di lotte per giungere all’approvazione in sede parlamentare di una mozione che imponga l’uscita da un progetto che trasforma il nostro paese in avamposto bellico per le operazioni Usa in Africa e Medio oriente”.    

 
Articolo pubblicato in Il Manifesto del 26 aprile 2013.