I Padrini del Ponte

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Affari di mafia sullo Stretto

lunedì 29 giugno 2015

L’Italia prorogherà l’uso di Pantelleria per i voli spia Usa in Tunisia


Il governo italiano autorizzerà l’utilizzo dell’aeroporto di Pantelleria per le operazioni d’intelligence delle forze USA sui cieli della Tunisia perlomeno sino alla fine del 2015, anche senza un accordo formale tra le autorità di Tunisi e Washington o che previamente sia sentito il Parlamento sulla legittimità e l’opportunità delle attività militari statunitensi in nord Africa. E’ quanto comunicato dal ministero della Difesa nelle risposte a due interrogazioni del Movimento 5 Stelle (una con primo firmatario il sen. Vincenzo Santangelo, la seconda dell’on. Gianluca Rizzo), presentate in aprile dopo che alcune inchieste giornalistiche avevano documentato i decolli da Pantelleria di un bimotore Super King Air 300 per operazioni top secret di sorveglianza e riconoscimento nelle aree impervie di Monte Chaambi, Djebal Salloum e Foussena, al confine con l’Algeria, dove da tempo erano (e sono) in corso violenti combattimenti tra le forze armate tunisine e i gruppi ribelli d’ispirazione islamico radicale. Il velivolo, numero di matricola N351DY, è risultato essere di proprietà dell’Aircraft Logistics Group LLC, società del gruppo finanziario Acorn Growth Companies (AGC) di Oklahoma City, attivo nel settore aerospaziale civile e militare e il cui vicepresidente è l’ex generale Peter J. Hennessey, già responsabile di tutte le attività logistiche dell’US Air Force durante l’operazione “Enduring Freedom” in Afghanistan.

Rispondendo a M5S, il sottosegretario alla difesa Domenico Rossi ha spiegato che “l’Office of Defense Cooperation (ODC) dell’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma aveva chiesto allo Stato maggiore della Difesa l’autorizzazione al rischieramento temporaneo sulla base aerea di Pantelleria di un assetto civile (identificato come King Air BE-350, non armato e gestito da una compagnia privata per conto del Comando statunitense per il continente africano, denominato AFRICOM), al fine di consentire l’esecuzione di missioni di riconoscimento e sorveglianza nel Nordafrica (a fronte delle quali non si è al corrente di specifici accordi fra la Tunisia e gli Stati Uniti)”. “Dopo le pertinenti valutazioni di fattibilità – ha aggiunto Rossi - lo Stato maggiore della Difesa, ottenuto l’avallo politico nell’ottobre 2014, ha quindi concesso l’autorizzazione temporanea (fino al 31 maggio 2015), anche se l’Office of Defense Cooperation ha avanzato una richiesta di proroga sino alla fine dell’anno, attualmente in fase di valutazione”. Sempre per il sottosegretario alla Difesa, l’attività di volo sarebbe limitata ad una “sola sortita giornaliera” e non avrebbe “alcuna priorità rispetto al traffico aereo civile dell’aeroporto di Pantelleria”. Un “limitato supporto tecnico-logistico” al rischiaramento del velivolo-spia statunitense è stato fornito dall’Aeronautica militare italiana, sulla base di un apposito accordo tecnico di contingenza, denominato Contigency  Technical  Arrangement.

“Riteniamo insoddisfacente la risposta del ministero della Difesa”, ha commentato il parlamentare Gianluca Rizzo. “Dopo aver visto transitare nel cielo gli aerei e arrivare sull’isola un gruppo di militari statunitensi, la popolazione di Pantelleria ha espresso preoccupazione sia per la propria sicurezza che per la mancanza di informazione su quanto stava accadendo”, spiega Rizzo. “Restiamo perplessi sul riferimento del governo agli accordi che disciplinerebbero la sperimentazione del velivolo Usa, reputando assurdo in particolare che sia stato concesso l’uso di uno scalo aereo italiano senza essere al corrente dei dettagli di eventuali accordi tra Stati Uniti e Tunisia”. In verità, con la risposta ufficiale del governo italiano, sono adesso perlomeno quattro (e tutte differenti) le versioni ufficiali rese tra Roma, Tunisi e Washington sulle operazioni d’intelligence Usa in una delle aree più conflittuali di tutta l’Africa settentrionale. “Le attività nello spazio aereo tunisino di velivoli in missione di sorveglianza rientrano nell’ambito della cooperazione militare e d’intelligence con l’Unione europea per la lotta al terrorismo”, aveva dichiarato alla vigilia di Pasqua, il ministro degli affari esteri tunisino Taieb Baccouche. Di contro, Benjamin Benson, addetto stampa di US Africom, aveva affermato che le operazioni Usa nello spazio aereo tunisino “sono condotte con l’autorizzazione del governo nazionale”, nel quadro degli “sforzi multinazionali per la stabilizzazione della regione e della lotta al terrorismo e alla pirateria”. Di accordi bilaterali “che riguardano esclusivamente Stati Uniti e il governo di Tunisi” aveva parlato anche il Capo dell’Ufficio pubblica informazione dello Stato Maggiore dell’Aeronautica militare italiana, colonnello Urbano Floreani. “Gli Stati Uniti ci hanno spiegato che le autorità tunisine sono interessate a questo nuovo assetto aereo che può e potrà essere utilizzato per il monitoraggio e la raccolta di dati sensibili e l’interesse della Tunisia è relativo alla possibilità di un suo eventuale acquisto”, aveva aggiunto l’ufficiale. “Il velivolo statunitense sta eseguendo voli sperimentali sulla Tunisia con il supporto logistico della componente della US Navy di stanza a Sigonella. La scelta di Pantelleria è scaturita dalla maggiore convenienza - in termini di tempo di permanenza in volo - rispetto alla più distante Sigonella e alle caratteristiche specifiche dello scalo aereo (le piste sono di dimensioni ridotte), con la possibilità cioè di eseguire atterraggi e decolli più simili a quelli che eventualmente potrebbero essere fatti in Tunisia”.
Realizzato alla vigilia dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, lo scalo di Pantelleria è classificato come aeroporto militare “aperto al traffico civile” ed è destinato al ruolo di deployment operating base (DOB), cioè base per il rischiaramento avanzato dei velivoli in caso di crisi o esercitazioni, sia in ambito militare nazionale che Nato. Attualmente è sede di un distaccamento dell’Aeronautica militare, dipendente dal 37º Stormo di Trapani-Birgi, che fornisce un supporto alle attività dei caccia militari e a quelle di soccorso e ricerca SAR. Il distaccamento era stato inserito inizialmente nel programma di razionalizzazione delle strutture organizzative della difesa, approvato dal governo il 14 novembre 2012. Nello specifico, il piano prevedeva la soppressione a breve termine del presidio dell’Aeronautica di Pantelleria e l’avvio dell’iter di cambio di status dello scalo aeroportuale da militare a civile.Tuttavia, alla luce del sempre più emergente contesto d’instabilità dei paesi nord africani, che hanno profondamente mutato il quadro geostrategico del Mediterraneo centrale, la Forza armata ha preso atto del rinnovato interesse strategico che il piccolo distaccamento aeroportuale riveste da un punto di vista operativo”, dichiarava nel settembre 2013 l’allora ministro Mario Mauro, rispondendo ad un’interrogazione del Movimento 5 Stelle. “Tali aspetti hanno comportato la rivalutazione del provvedimento di soppressione con la conseguente scelta di attuare una semplice riorganizzazione ordinativa mirata a mantenere in essere le funzioni strettamente necessarie all’impiego strategico del distaccamento”. In realtà la proiezione offensiva dell’isola è stata potenziata: di recente, infatti, sono state ampliate le due piste di volo ed ammodernato il mega-hangar “Nervi”, ricavato all’interno di una collina confinante con l’aeroporto, capace di ospitare sino ad una cinquantina di aerei da guerra.

domenica 28 giugno 2015

L’Unione europea alla guerra contro i migranti nel Mediterraneo


L’Europa fortezza ha scatenato una vasta offensiva militare nel Mediterraneo per impedire il flusso di migranti dall’Africa o dal Medio oriente verso le coste dell’Italia e della Grecia. Unità navali, aerei da guerra, elicotteri, velivoli senza pilota pattugliano giorno e notte le acque con il solo scopo di monitorare rotte e traffici, mentre quasi nulla viene fatto per potenziare le operazioni SAR di ricerca e soccorso in caso di naufragi. L’obiettivo a medio termine è quello di proiettare ancora più a sud la frontiera Ue, occupando militarmente i porti e le città costiere della Libia e della Tunisia, trasferendo in Africa centri di “prima accoglienza” e strutture detentive per migranti, rifugiati e richiedenti asilo.    

Dal 2004 c’è un’agenzia europea, Frontex, a cui è affidato il ruolo di predisporre e gestire le operazioni, sempre più spesso semiclandestine e illegali, di guerra alle migrazioni e ai migranti in fuga dai conflitti che insanguinano il pianeta (in Europa orientale, Africa, Medio oriente, Asia sud-orientale, ecc.). Istituzionalmente Frontex ha il compito di coordinare le attività degli Stati membri Ue nel controllo delle frontiere esterne marittime, terrestri e aeree. Negli anni, l’agenzia ha assunto la guida di molteplici e complesse attività di sorveglianza del Mediterraneo, delle frontiere terrestri tra Grecia e Turchia e nei Balcani e, grazie ad alcuni accordi di esternalizzazione dei controlli anche in Bielorussia, Moldavia, Ucraina, Georgia, Capo Verde, Nigeria, Mauritania, Libia, Egitto, Senegal. L’agenzia europea si occupa inoltre di rimpatri forzati (Joint Return Operations): dal 2006 al 2013 Frontex ha partecipato a 209 operazioni congiunte di rimpatrio, in collaborazione con gli stati Ue, che hanno coinvolto 10.855 migranti.

Sin dalla sua nascita, l’agenzia europea ha avuto a disposizione costosi strumenti militari e d’intelligence; nel 2010, Frontex era già dotata di 26 elicotteri, 22 aerei leggeri, 113 navi, 476 apparecchiature elettroniche (radar mobili, video termici, sonde e detector). Se nel 2005 il budget assegnatole annualmente era di 6 milioni di euro, nel 2011 esso ha superato i 118 milioni; complessivamente nel periodo 2007-2013 Frontex ha ricevuto finanziamenti per oltre 285 milioni di euro. L’Unione europea assegna ulteriori fondi all’agenzia di controllo delle frontiere con il programma di ricerca e sviluppo FP7, consentendole di sperimentare e acquisire sistemi militari sempre più sofisticati, droni, ecc.. Grazie all’organizzazione di seminari, workshop e vere e proprie fiere internazionali di armi, software e attrezzature d’intelligence, Frontex ha assunto un ruolo chiave per la promozione e lo sviluppo del complesso militare-industriale-finanziario europeo. Ciò ha contribuito a condizionare pesantemente le scelte dell’Unione europea nel settore delle politiche migratorie e della protezione dei rifugiati. Mentre vengono dilapidate risorse ingentissime per l’acquisto e l’implementazione di muri e recinzioni, sistemi di sorveglianza e per il pattugliamento delle frontiere esterne, Bruxelles ha progressivamente ridotto le spese per l’accoglienza dei richiedenti asilo. Secondo quanto documentato da Amnesty International nel rapporto Il costo umano della Fortezza Europa: le violazioni dei diritti umani nei confronti dei migranti e dei rifugiati alle frontiere d’Europa (luglio 2014), tra il 2007 e il 2013 l’Ue ha speso quasi due miliardi di euro per “proteggere” le sue frontiere esterne e appena 700 milioni per assistere i richiedenti asilo e i rifugiati giunti in territorio europeo. Ancora più sbilanciato, nello stesso periodo, il rapporto tra le diverse voci di spesa in Italia: a fronte di 250 milioni di euro per militarizzare i confini in funzione anti-migranti, i vari governi succedutisi alla guida del Paese hanno destinato solo 36 milioni per l’accoglienza di migranti e richiedenti asilo (7 volte in meno), con tutte le distorsioni e le illegalità prodotte dal sistema criminogeno delle false emergenze “invasione” e della falsa assistenza in centri detentivi e semidetentivi (CIE, CARA, Centri di prima accoglienza, ecc.), come evidenziato dalle numerose inchieste giudiziarie in corso.

L’Italia, nonostante gli ipocriti piagnistei e le recriminazioni di quasi tutte le forze politiche, è il maggiore beneficiario dei finanziamenti Ue nel campo della lotta alle migrazioni. Sempre nel periodo 2007-2013, il nostro Paese ha ricevuto da Bruxelles 478,7 milioni di euro nell’ambito dei fondi europei per i rifugiati, di quelli per “l’integrazione dei cittadini di Paesi terzi”, per i rimpatri e il controllo delle frontiere esterne. L’Italia ha pure ricevuto più di 150 milioni di euro nell’ambito del Fondo sicurezza interna per le frontiere e 30 milioni per l’emergenza migrazioni post ottobre 2013 (10 milioni nel quadro del Fondo europeo per i rifugiati, 7,9 milioni per il “consolidamento delle operazioni congiunte di Frontex nel Mediterraneo” e 12 milioni per il controllo delle frontiere e i rimpatri dei migranti). Qualche mese fa la Commissione europea ha deciso di potenziare l’assistenza a favore dell’Italia con 13,7 milioni di euro provenienti dal Fondo Asilo, migrazione e integrazione (Amif) e si è impegnata, per il periodo 2014-2020, a stanziare 310 milioni di euro con il Fondo Amif e 212 milioni con il Fondo per la sicurezza interna.

Eurosur, l’intelligence satellitare nel Mediterraneo

Bruxelles ha potenziato il dispositivo sicuritario anti-migranti dando vita nel dicembre 2013 al Sistema globale europeo di sorveglianza delle frontiere (Eurosur) che ha consentito una più stretta cooperazione tra gli Stati membri Ue, l’agenzia Frontex e i paesi non-Ue confinanti. Grazie a un unico centro di controllo, all’uso di satelliti ed avanzati dispositivi tecnologici, sensori ottici e radar, Eurosur consente di mettere in rete e coordinare le attività delle diverse polizie nazionali nella repressione della tratta di esseri umani e dell’immigrazione illegale. Secondo la Commissione europea, l’ossatura del programma è costituita dai centri nazionali di coordinamento, tramite i quali tutte le autorità nazionali responsabili della sorveglianza delle frontiere (in Italia la Polizia, la Guardia di finanza, la Guardia costiera, la Marina militare, ecc.) sono tenute a cooperare congiuntamente. “Tali autorità nazionali si scambiano informazioni su episodi che si verificano alle frontiere esterne terrestri e marittime, sulla situazione e sull’ubicazione dei pattugliamenti, nonché relazioni analitiche e di intelligence”, riporta EuNews.it. “Ogni centro potrà vedere in tempo reale cosa sta succedendo ai confini delle altre nazioni, le diverse polizie potranno fare videoconferenze, richiedere aiuto reciproco in caso di necessità, potranno scambiarsi informazioni riservate in tutta sicurezza e utilizzare le immagini riprese dai satelliti di controllo”. La raccolta e l’analisi dei dati è affidata a Frontex, che così “potrà aiutare anche gli Stati membri a localizzare le piccole imbarcazioni cooperando strettamente con altre agenzie dell’Ue, come l’Agenzia europea per la sicurezza marittima e il Centro satellitare dell’Unione europea”. Per il periodo 2011-2020 è stata stimata per il funzionamento di Eurosur una spesa complessiva di 338 milioni di euro.

Navi e aerei da guerra Triton contro i migranti

A seguito della decisione del governo italiano di porre termine alla controversa operazione militare Mare Nostrum, troppo dispendiosa e comunque incapace a contenere il flusso d’imbarcazioni di migranti e richiedenti asilo verso il sud Italia, il 1° novembre 2014 Frontex ha dato vita all’Operazione Triton, prioritariamente con finalità di sorveglianza marittima e, solo sussidiariamente, di “salvataggio”. Inizialmente sia il budget che il dispositivo aeronavale schierato nel Mediterraneo centrale erano molto al di sotto di quanto predisposto dall’Italia con Mare Nostrum. Frontex aveva destinato alle attività di pattugliamento 2,83 milioni al mese, 65 “agenti” e 12 mezzi militari (due aerei, un elicottero, due navi di pattuglia in mare aperto, sei pattugliatori costieri e una motovedetta appartenenti ad Italia, Malta e Islanda). In quella fase, l’area operativa delle unità era stata limitata alle acque territoriali italiane e solo parzialmente alle zone SAR (search and rescue) di Italia e Malta, per un raggio di appena 30 miglia nautiche, mentre i mezzi aerei e navali operavano principalmente da due basi siciliane, Lampedusa e Porto Empedocle. L’agenzia Frontex ha pure fornito cinque team per la raccolta dei dati d’intelligence sui network di trafficanti nei paesi di origine e di transito dei migranti.

A metà febbraio la Commissione europea ha deciso di prorogare sino alla fine del 2015 il programma Triton, stanziando una dotazione aggiuntiva di 18.250.000 euro. A fine maggio Bruxelles ha inoltre esteso a 138 miglia nautiche a sud della Sicilia il raggio d’azione militare e d’intelligence anti-migranti. “L’area operativa dell’operazione Triton viene estesa così sino a 80 chilometri dalla costa libica ma le unità aeree e navali potranno fare ingresso nelle acque del Paese su richiesta d’intervento per operazioni di soccorso e salvataggio”, ha spiegato il direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri. Da quest’estate, il dispositivo militare nel Mediterraneo centrale conta su tre aerei, sei navi d’altura, dodici pattugliatori e due elicotteri. Quasi tutti i paesi dell’Unione, con esclusione di Bulgaria, Cipro e Ungheria, si sono impegnati a fornire personale e mezzi. La Commissione europea ha pure stanziato a favore dell’agenzia di controllo delle frontiere altri 26,25 milioni di euro per rafforzare da giugno fino a fine 2015 le operazioni Triton e Poseidon (quest’ultima è in corso nell’Egeo e in territorio greco). Conti alla mano, il budget annuale di Triton supererà i 38 milioni di euro, mentre a Poseidon saranno destinati complessivamente 18 milioni. Bruxelles prevede di finanziare le due operazioni anche per il prossimo anno con 45 milioni.

Verso il blocco navale Ue delle coste nordafricane 

Frontex e le unità militari assegnate a Triton dovranno coordinarsi e cooperare con la missione navale EuNavFor Med, lanciata nel maggio di quest’anno dai ministri degli esteri dell’Unione europea contro le reti di trafficanti e scafisti in nord Africa. EuNavFor Med avrà sede presso l’Operational Headquarter Ue di Roma, sorto nei pressi dell’aeroporto militare di Centocelle e sarà posta sotto il comando dell’ammiraglio italiano Enrico Credendino, già comandante dall’agosto al dicembre 2012 della Forza navale europea EuNavFor impegnata nell’operazione Atalanta contro la pirateria nelle acque del Corno d’Africa. Per la task force anti-migranti, di cui si attende ancora l’autorizzazione da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ma che sarà operativa dal 1° luglio, il Consiglio dei ministri Ue ha stanziato per i primi dodici mesi di attività 11,82 milioni di euro. A EuNavFor Med contribuiranno fattivamente 14 paesi: Belgio, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Lettonia, Italia, Lituania, Lussemburgo, Olanda, Slovenia, Spagna e Ungheria (ognuno di essi di assumerà i costi del personale e degli assetti militari predisposti). La forza navale avrà in dotazione inizialmente sette navi militari, due sottomarini, una decina tra aerei da ricognizione ed elicotteri, due droni e un migliaio di soldati circa. Nave ammiraglia sarà la portaerei italiana “Cavour”, la stessa che secondo il Pentagono dovrà ospitare  a partire da settembre gli uomini e i convertiplano (velivoli ibridi, metà elicottero e metà aereo) V-22 “Osprey” della Special Purpose Marine-Air Ground Task Force Crisis Response-Africa, la forza di pronto intervento del Corpo dei Marines Usa per il continente africano, schierata tra la base spagnola di Moròn e Sigonella.

Il testo ufficiale approvato a Bruxelles stabilisce che la nuova forza navale dovrà procedere con l’identificazione e il monitoraggio dei network dei trafficanti attraverso la raccolta delle informazioni e la sorveglianza delle acque internazionali. “Fondamentale in questi casi sarà il ruolo dell’intelligence per quella che sarà l’attività d’intercettazione e rimozione dei barconi”, scrive Maria Grazia Labellarte sul sito specializzato difesaonline.it. “Le informazioni dovranno essere condivise necessariamente dai vari servizi che hanno già una rete ben consolidata ed ampia nell’area libica. È sulla base di queste informazioni - incrociate con le immagini aeree della situazione sul terreno provenienti dai velivoli senza pilota Predator, dai caccia Tornado e da altri aerei da ricognizione - verrebbero pianificati ed eseguiti i previsti blitz delle forze speciali finalizzati a distruggere le imbarcazioni nei porti”.

Aldilà dei proclami buonisti-umanitari, l’Unione europea si prepara a scatenare e gestire in prima persona vere e proprie operazioni di guerra nel Mediterraneo centrale e in nord Africa. Alle unità di EuNavFor Med sarà assegnato infatti a medio termine il compito di intercettare e abbordare le imbarcazioni di migranti e richiedenti asilo già in acque libiche e, finanche, di bombardarle in rada. Secondo Il Giornale, Bruxelles prevede anche “un impiego costante di forze speciali e convenzionali sia sulle coste libiche, sia nei porti di Tunisia ed Egitto”, tra cui distaccamenti di incursori italiani del Comsubin e di marò della Brigata “San Marco”, unità d’élite che già operano a bordo della squadra navale schierata dal governo italiano, ai primi di marzo, di fronte alle coste della Libia. “Spetterà a queste unità italiane e ai Marines inglesi penetrare insenature e porti utilizzati dai trafficanti di uomini per far saltare o prelevare le loro imbarcazioni”, aggiunge il quotidiano. “Squadre specializzate verranno utilizzate anche nella fase d’intelligence perché i droni, gli aerei senza pilota, non sono in grado - nonostante le sofisticate apparecchiature elettroniche - di garantire un’osservazione sufficientemente discriminante degli obbiettivi”.

L’ordine è bombardare barchini e gommoni…

Il mese scorso WikiLeaks ha reso noti due documenti riservati elaborati dall’European External Action Service (EEAS) e dal Single Intelligence Analysis Capacity  (SIAC), approvati dal Comitato Militare (EUMC) e dal Comitato Politico e di Sicurezza (CPS) dell’Unione europea, che confutano le pericolose derive belliciste della nuova missione anti-migranti in Libia. Nel primo documento, i servizi d’intelligence militare Ue auspicano un’operazione contro le reti e le infrastrutture di trasporto rifugiati nel Mediterraneo, con la distruzione delle barche ormeggiate e lo schieramento della forza militare in Libia per fermare i flussi migratori. Il secondo documento rivelato da WikiLeaks, dal titolo Raccomandazioni relative al progetto di Concetto di Gestione della Crisi per una possibile operazione PSDC per smantellare le reti di trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo centrale e meridionale, aggiunge che la missione militare di “identificazione, cattura e distruzione delle imbarcazioni” avrà una durata non inferiore ad un anno e che sarà ricercata un’“effettiva cooperazione”, specie nel campo dello scambio d’informazioni e intelligence, con gli attori militari, le entità e le autorità che operano nell’area (Onu, Nato, Unione Africana, Lega Araba, “stati terzi come Egitto, Tunisia e se possibile il governo legittimo libico”, le agenzie e le missioni militari Ue nel continente africano). Lo scorso 19 giugno, l’Unione europea ha approvato un piano che struttura l’intervento militare in tre fasi distinte. La prima riguarderà la raccolta di dati d’intelligence sui traffici e il pattugliamento in mare aperto, a cui seguirà una seconda fase con l’intervento diretto dei reparti militari d’élite Ue a bordo delle imbarcazioni che trasportano migranti “per disabilitarle e arrestare i trafficanti”. La terza fase prevede che queste operazioni vengano estese in acque territoriali libiche e “possibilmente all’interno del paese stesso”.

Da Bruxelles, il Segretario generale della Nato, gen. Jens Stoltenberg, ha fatto sapere a metà maggio che l’Alleanza è pronta a intervenire nelle operazioni di guerra contro gli scafisti nordafricani, con la giustificazione che “sui barconi dei migranti potrebbero imbarcarsi anche terroristi o miliziani ISIS”. Nel settembre 2014, quando l’Ue discuteva sulla possibilità di dar vita a un’operazione aeronavale in sostituzione di Mare Nostrum, in un’intervista a Il Messaggero, la ministra della difesa Roberta Pinotti aveva riferito di una richiesta italiana alla Nato perché collaborasse nel pattugliamento del Mediterraneo accanto alle unità da guerra Ue. “Frontex non basta e deve trasformarsi nei compiti e nelle risorse, mentre si potrebbe ad esempio ampliare la partecipazione Nato nella missione navale anti-terrorismo Active Endeavour”, spiegava la ministra. Varata dopo l’attentato alle Torre Gemelli di New York dell’11 settembre 2001, Active Endeavour ha il compito di monitorare il traffico delle imbarcazioni che fanno ingresso nello Stretto di Gibilterra e intervenire contro potenziali minacce terroristiche nell’area mediterranea. I radar e i satelliti impiegati hanno la capacità di tracciare sino a 10.000 imbarcazioni al giorno. All’operazione la Nato assegna a rotazione ogni tre mesi la Standing Naval Force Mediterranean e la Standing Naval Force Atlantic, mentre alcuni paesi del fianco Sud dell’Alleanza come Grecia, Italia, Spagna e Turchia contribuiscono stabilmente con unità da guerra e pattugliatori aerei. Dal 2004 Active Endeavour è stata allargata anche alle nazioni che aderiscono al Mediterranean Dialogue e alla Partnership for Peace. In realtà è perlomeno dal 2010 che il comando navale Nato di stanza in Campania (Aftsouth Napoli) condivide alcune delle informazioni raccolte da Active Endeavour con l’agenzia Frontex e con l’Ufficio di polizia europeo Europol. Ed è perlomeno dal 2005-2006 che le unità Nato forniscono assistenza e intelligence alle diverse agenzie nazionali anti-migranti dei Paesi partner del Mediterraneo.

In Sicilia la filiale Frontex per le prossime guerre mediterranee 

L’Ue ha pure deciso d’istituire in Sicilia una centrale mediterranea di Frontex. “La base regionale avrà sede a Catania, costituirà un progetto pilota che potrà essere replicato anche in altri Stati membri e riguarderà i cosiddetti hotspot, i centri proposti dalla Commissione dell’Unione europea nella sua Agenda per l’immigrazione dove concentrare gli sbarchi dei migranti e sottoporre questi ultimi a un primo screening”, ha dichiarato il direttore di Frontex, Fabrice Leggeri. “L’idea è di mettere a punto un sistema in cui il porto di sbarco è vicino al centro di prima accoglienza, dove i migranti saranno intervistati ed ospitati per un breve periodo prima di essere trasferiti”. Secondo le primi indiscrezioni sarebbero già cinque gli hotspot individuati in Sicilia (Augusta, Catania, Lampedusa, Porto Empedocle e Pozzallo), mentre ai team di Frontex sarebbe affidato il coordinamento delle attività di Triton dal centro di Catania in “stretto contatto” con le autorità civili e militari italiane e i funzionari di Europol, dell’Unità di cooperazione giuridica Eurojust e dell’Agenzia europea per l’asilo Easo. Sarà così ulteriormente potenziamento il ruolo repressivo di Frontex e verrà accelerata la riconversione di agenzie “umanitarie” (come Easo) in organismi prettamente sicuritari e di polizia, a cui affidare attività di schedatura, fotosegnalamento, prelievo coatto delle impronte digitali, ecc.. Come spiegato in un’intervista a Meridionews.it dal prof. Fulvio Vassallo Paleologo, uno dei massimi esperti italiani in tema di diritto d’asilo e politiche migratorie, “a Catania arriveranno funzionari di diverse forze di polizia europee che parteciperanno alle operazioni d’identificazione, l’interesse vero che ha spinto l’Europa a creare un avamposto Frontex in Sicilia”. Si profila all’orizzonte un ampliamento delle azioni di confinamento forzato dei potenziali richiedenti asilo e di tutti i migranti in genere. “A questo scopo – aggiunge il docente siciliano -  potrebbero sorgere in diverse regioni italiane veri e propri hub per l’identificazione e la detenzione amministrativa di migranti e richiedenti asilo: due in Sicilia, gli altri in Calabria, Puglia, Lazio e Campania”.

Come e dove esternalizzare le detenzioni di migranti e richiedenti asilo

È in discussione a Bruxelles e alle Nazioni Unite la proposta caldeggiata dal governo italiano di creare in nord Africa (in particolare nei Paesi a confine con la Libia, come Tunisia ed Egitto) i cosiddetti safe harbour, cioè dei centri di raccolta per migranti per lo screening dei potenziali aventi diritto all’asilo nell’Unione europea, previa approvazione di un piano per una loro equa distribuzione tra i 28 Stati membri, congiuntamente a blocchi navali delle coste libiche, respingimenti assistiti e trasferimenti manu militari di migranti in Africa settentrionale. Il 12 marzo, nel corso di una riunione ristretta a Bruxelles con i ministri dell’Interno di Francia, Germania, Spagna e il commissario Ue all’Immigrazione Dimitris Avramopoulos, il ministro Angelino Alfano ha presentato una proposta confidenziale per provare a coinvolgere direttamente i “paesi terzi affidabili” nel trasferimento dei migranti verso i centri da allestire in nord Africa. Secondo l’agenzia di stampa Askanews, tra i “meccanismi di cooperazione operativa”, Alfano ha suggerito in particolare che nel caso in cui le unità da guerra tunisine intercettino imbarcazioni con migranti “clandestini”, esse facciano rientro in Tunisia per sbarcarvi le persone fermate in mare; giunti a terra, “i rappresentanti degli Stati membri dell’Ue e delle due agenzie Onu dei rifugiati (Unhcr) e dei migranti (Iom) assisterebbero le autorità tunisine fornendo la loro expertise nel campo della gestione dei flussi migratori, delle procedure internazionali di protezione, dell’assistenza alle persone vulnerabili e del ritorno dei migranti irregolari ai loro paesi d’origine”. Sempre secondo il paper del ministro Alfano, “gli interventi dovrebbero essere adeguatamente sostenuti dall’Ue, attraverso finanziamenti e fornitura di assistenza tecnica, con l’obiettivo, di costituire a termine una efficiente guardia costiera”. In seguito, il supporto Ue al piano di esternalizzazione delle procedure di accoglienza e identificazione degli aspiranti richiedenti asilo potrebbe essere esteso anche ad Egitto, Marocco, Niger e Sudan.

“Tunisia ed Egitto sarebbero, inoltre, i due paesi terzi con cui l’Europa prevede di firmare accordi bilaterali per impegnarsi ad effettuare attività di Search and Rescue e di sorveglianza marittima nello spazio del Mediterraneo”, scrive Debora Del Pistoia di Osservatorio Iraq. “In questo caso, le imbarcazioni di migranti provenienti dalla Libia dovrebbero essere intercettate dalla Guardia Nazionale tunisina, corpo militare specializzato nel garantire la sicurezza nelle zone rurali e non urbane (…) In Tunisia questo processo di cooperazione bilaterale viene da lontano, dalla firma del partenariato privilegiato con l’Unione europea siglato il 19 novembre 2012, ma soprattutto con il Mobility Partership, sancito il 3 marzo 2014 e focalizzato sulla gestione comune e sulla co-responsabilità dei flussi migratori, oltre al sostegno da parte europea nella creazione di un sistema di protezione dei rifugiati e richiedenti asilo sul territorio magrebino”.

Italia-Libia, una diabolica alleanza

Paradossalmente proprio l’Italia ha commesso gli errori maggiori in nord Africa in materia di “contenimento” dei flussi migratori, puntando a partnership fallimentari e perfino funeste con settori politici e militari mostratisi inaffidabili, incapaci e talvolta complici delle reti di trafficanti di essere umani. La Libia post-Gheddafi è sicuramente l’esempio più emblematico. A partire del gennaio 2014, le forze armate italiane hanno addestrato nelle strutture militari di Cassino e Persano centinaia di ufficiali libici principalmente in attività di vigilanza e contrasto dei flussi migratori (Operazione Coorte). Il programma è parte delle iniziative di “ricostruzione” delle forze di sicurezza libiche, decise in occasione del vertice G8 tenutosi a Lough Erne (Irlanda del Nord), nel giugno 2013. Nello specifico, Italia e Gran Bretagna si erano impegnate ad addestrare, ognuna, annualmente, 2.000 militari libici, la Turchia 3.000, gli Stati Uniti 6.000, mentre la Francia avrebbe dovuto curare la formazione della polizia. “Una volta tornati in Libia, i militari del nuovo esercito libico saranno in grado di svolgere le funzioni fondamentali del combattimento, della sicurezza e del controllo e della sorveglianza delle frontiere”, aveva enfaticamente dichiarato l’allora Capo di Stato maggiore dell’esercito, generale Claudio Graziano (oggi Capo di Stato della difesa). Una parte delle attività addestrative sono state realizzate anche in Libia da un team militare integrato nella Missione Italiana in Libia (MIL) avviata il 1° ottobre 2013, mentre una training mission della 2^ Brigata Mobile dell’Arma dei Carabinieri ha addestrato i “battaglioni di ordine pubblico” libici e della neo costituita Border Guard a cui è affidata la vigilanza dei confini nazionali. Alcuni cicli formativi sono stati svolti anche presso la Scuola del Genio e del Comando logistico dell’esercito di Velletri (Rm) e al Coespu (Centre of excellence for stability police units) di Vicenza, la scuola di formazione delle forze di polizia dei paesi africani e asiatici, di proprietà dei Carabinieri ma utilizzata pure da Africom, il comando militare Usa per le operazioni in Africa. Secondo il ministero della Difesa, alla data del 30 giugno 2014 le nostre forze armate avevano già addestrato 1.345 militari in Libia e 185 in Italia.

I programmi addestrativi sono frutto dell’Accordo di cooperazione bilaterale Italia-Libia nel settore della Difesa, firmato a Roma il 28 maggio 2012. Il 3 aprile dello stesso anno i ministri dell’Interno italiano, Annamaria Cancellieri, e libico, Fawzi Altaher Abdulati, avevano sottoscritto un accordo contro l’immigrazione clandestina che riconfermava in buona parte le intese siglate da Italia e Libia al tempo di Gheddafi, comprese quelle sui famigerati respingimenti in mare, stigmatizzati dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo. Con il “nuovo” accordo, le autorità italiane s’impegnavano a formare la polizia libica su “tecniche di controllo della polizia di frontiera (confini terrestri e aeroporti); individuazione del falso documentale e conduzione delle motovedette, ecc.”. Si stabiliva inoltre la realizzazione di un centro sanitario a Kufra, l’ultima oasi a sud della Libia, per “garantire i servizi di primo soccorso a favore dell’immigrazione illegale”, nonché di “coinvolgere con urgenza la Commissione Europea per ripristinare i centri di accoglienza presenti in Libia”.

I droni frontiera tecnologica delle politiche sicuritarie

Il 6 febbraio 2013, in occasione della visita a Tripoli dell’allora ministro della Difesa, ammiraglio Gianpaolo Di Paola, fu raggiunto un ulteriore accordo di cooperazione con la Libia “nelle attività di controllo dell’immigrazione clandestina e di supporto nazionale alla ricostruzione della componente navale, sorveglianza e controllo integrato delle frontiere”. In quest’ambito, l’ottobre successivo, Tripoli rinnovò l’intesa con le autorità italiane e l’industria Selex ES (Finmeccanica) per procedere all’installazione di un sistema di sorveglianza radar e monitoraggio elettronico delle coste libiche e delle frontiere con Niger, Ciad e Sudan, dal costo di 300 milioni di euro. Il contratto era stato firmato il 7 ottobre 2009 all’epoca del regime di Muammar Gheddafi, ma fu interrotto nel 2011 con il completamento di solo una tranche di 150 milioni. Selex ES, con la collaborazione di GEM Elettronica, avrebbe dovuto installare una rete radar Land Scout “in grado di individuare anche i movimenti di gruppi di persone appiedate”, e formare gli operatori libici. Secondo il sito Analisi Difesa, i libici si sarebbero dovuti dotare pure di un non meglio precisato sistema di “monitoraggio aereo delle frontiere”, acquistando i droni di sorveglianza “Falco”, prodotti sempre dall’italiana Selex.

Con un nuovo accordo tecnico di cooperazione sottoscritto a Roma il 28 novembre 2013 dai ministri della Difesa Mario Mauro e Abdullah Al-Thinni, fu autorizzato l’impiego di mezzi aerei italiani a pilotaggio remoto a supporto delle attività di controllo delle autorità libiche del confine sud del Paese (i Predator del 32° Stormo dell’Aeronautica militare di Amendola, Foggia, rischierati a Sigonella e Trapani-Birgi nell’ambito dell’operazione Mare Nostrum). Grazie ai Predator, gli automezzi dei migranti potevano essere intercettati quando attraversavano il Sahara, consentendo ai militari libici d’intervenire tempestivamente per detenerli o deportarli prima che essi raggiungessero le città costiere. Mare Nostrum, indubbiamente, è stato anche un importante laboratorio sperimentale per l’uso di droni in funzione anti-migranti. Oltre ai Predator dell’Aeronautica, la Marina militare ha potuto contare sull’aeromobile a pilotaggio remoto Camcopter S-100, di produzione dell’azienda austriaca Schiebel, imbarcato dall’agosto 2014 sulla nave anfibia “San Giusto”. Il 16 gennaio 2015 le agenzie di stampa hanno dato notizia che proprio un Camcopter era precipitato in territorio libico, abbattuto presumibilmente dall’esercito regolare nei pressi della base aerea di al-Watya. Nel 2009 le autorità austriache avevano venduto alla Libia quattro velivoli S-100 Camcopters per essere impiegati ai confini meridionali del paese.

Come dichiarato dal ministero della Difesa italiano a conclusione del vertice bilaterale del 28 novembre 2013, “nell’ottica di uno sviluppo delle capacità nella sorveglianza e nella sicurezza marittima, è emersa anche la possibilità di imbarcare ufficiali libici a bordo delle unità navali italiane impegnate nell’Operazione Mare Nostrum”. L’allora governo Letta aveva pensato cioè di consentire ai militari libici di partecipare sulle imbarcazioni da guerra italiane alle illegittime identificazioni e agli ancor più illegittimi interrogatori di tutti coloro che venivano “salvati” nel Canale di Sicilia. Anche a tale scopo, il memorandum prevedeva corsi addestrativi per i fanti di Marina libici, presso la scuola della Brigata Marina “San Marco” di Brindisi e nelle accademie militari italiane.

Il terrorista-trafficante, Frankenstein mediatico

Accordi di cooperazione militare, interventi congiunti anti-migrazione, consegna di sistemi d’arma aerei, terrestri e navali sono proseguiti ininterrottamente sino ai mesi scorsi, nonostante i ripetuti allarmi sull’escalation delle fazioni islamico-radicali e filo-ISIS in territorio libico (i servizi segreti internazionali ne parlavano perlomeno dalla fine del 2013) e sui presunti legami di esse con alcune delle organizzazioni criminali nordafricane dedite al traffico di esseri umani. Nel novembre 2013, proprio mentre prendeva il via Mare Nostrum, un rapporto presentato dalla Fondazione ICSA (Intelligence Culture and Strategic Analysis), presieduta dall’ex generale Nato Leonardo Tricarico, riportava che “in una vastissima area del mediterraneo meridionale si sta realizzando una saldatura non solo ideologica ma permeata anche da interessi economico-criminali tra le diverse formazioni jihadiste, con la creazione di veri e propri santuari del terrorismo”. Il 20 gennaio 2014, l’agenzia statunitense Defense News riferì invece che nel corso di un incontro a Washington con il Segretario della difesa Usa Chuck Hagel, l’allora ministro Mario Mauro aveva posto l’accento su una “potenziale” partnership tra i gruppi criminali operanti in Libia e il terrorismo islamico. “Essi ottengono enormi guadagni trasportando imbarcazioni di migranti attraverso il Mediterraneo”, affermò Mauro. “Non è escluso che essi siano legati ai gruppi terroristici che operano in Siria e Somalia e che le imbarcazioni possano essere utilizzate per trasportare terroristi in Europa. Anche il tema dei rifugiati nel Mediterraneo sarà approfondito al prossimo Comitato militare Nato che si terrà a Bruxelles”. Si sarebbe però dovuto attendere il neoministro degli Esteri Paolo Gentiloni, a fine novembre 2014, per dare il via al bombardamento mediatico che ha consentito in questi ultimi mesi di legittimare agli occhi dell’opinione pubblica italiana ed europea l’urgenza di un intervento militare internazionale contro il binomio terrorismo-traffici di migranti.

Negli ultimi anni l’Italia ha pure stretto rapporti strettissimi con la Tunisia sia nel quadro della lotta contro il terrorismo che in quello del contrasto alle migrazioni nel Canale di Sicilia. Quella tra Italia e Tunisia è una cooperazione importante e di vecchia data, soprattutto per quel che riguarda il corpo della Marina militare”, ha dichiarato ad Aki-Adnkronos International il ministro della Difesa tunisino Ferhat Horchani, in occasione della sua visita ufficiale a Roma, il 20 e 21 aprile scorso. “L’Italia fa sempre affidamento sulla Tunisia per proteggere lo spazio marittimo tra Tunisia ed Europa dall’infiltrazione di clandestini e ci aiuterà anche nello scambio di informazioni, nell’addestramento e nella formazione di militari tunisini per la protezione dei nostri confini marittimi”. Ancora più esplicito l’ambasciatore della Tunisia in Italia, Naceur Mestiri, che lo scorso 14 giugno ha dichiarato a Rivista Geopolitica che nel 2014 “il modello di cooperazione nell’ambito dell’immigrazione tra Tunisia e Italia ha comportato che dei 1.297 tunisini sbarcati sulle coste siciliane, alla fine dell’anno ne sono stati ripresi 1.290, mentre 7 sono rimasti in Italia perché minorenni”.

La Tunisia e i vecchi e nuovi campi di detenzione per rifugiati

Nel quadro della cooperazione contro i flussi migratori indesiderati, nel dicembre 2014 si è tenuta nelle acque della Sicilia orientale l’esercitazione italo-tunisina “Oasis”, con la direzione del Comando delle forze da pattugliamento di Augusta, che ha consentito alle unità tunisine e italiane di addestrarsi nella ricerca e soccorso marittimo, nella sorveglianza e controllo del traffico mercantile e nel “contrasto alle attività illecite”. Lo scorso mese di febbraio, il governo italiano ha invece concluso la consegna di sei motovedette e sei pattugliatori alle forze armate della Tunisia, per un valore complessivo di 16,5 milioni di euro, nel quadro di un accordo intergovernativo sottoscritto dai due Paesi nell’aprile 2011. Secondo l’accordo, le unità (equipaggiate da Tunisi con cannoni da 20-30 mm) saranno impiegate per controllare le acque territoriali tunisine e “contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina”. Nell’aprile 2013, l’Italia aveva consegnato alla Guardia di frontiera tunisina anche alcuni fuoristrada.

Intanto sono sempre più numerosi e dettagliati i report sulle violazioni commesse dalle autorità tunisine a danno di migranti e richiedenti asilo e sulle gravissime condizioni in cui versano “campi d’accoglienza” e centri di detenzione per gli immigrati illegali. “Mentre l’Unione europea sta progettando di rafforzare le proprie pre-frontiere, umanitarie e non, esternalizzando politiche di controllo, campi di detenzione e meccanismi di protezione, alcuni dei rifugiati diniegati di Choucha, a pochi chilometri dal posto di frontiera di Ras Jedir, sono ancora al campo (chiuso ufficialmente da Unchr nel giugno 2013), e chiedono all’Europa da quattro anni di essere reinstallati in un luogo sicuro”, scrivono le ricercatrici Glenda Garelli, Federica Sossi e Martina Tazzioli nel dossier Rifugiati in Tunisia: tra detenzione e deportazione” (aprile 2015). Ancora più grave quanto accade nel “campo di ricezione e orientamento per migranti” di Al Wardia, situato in un quartiere di Tunisi, dove sono detenuti ogni mese centinaia di persone, senza alcun sostegno legale. “I prigionieri con cui siamo riuscite a entrare in contatto telefonico ci hanno descritto una situazione molto critica, dovuta all’assenza di possibili contatti con il mondo esterno, al sovraffollamento delle celle, alla pressione da parte dei poliziotti e ai ricatti subiti per ogni domanda, alla carenza di vere cure mediche, alla situazione di scarsa igiene e allo scarso cibo distribuito”, aggiungono le ricercatrici. “Ma il fatto più preoccupante è l’assenza di ogni forma di assistenza giuridica, di modo che tutto ciò che avviene durante la detenzione e dopo è sul piano dell’illegalità”. Un vero e proprio lager-laboratorio, quello di Al Wardia, che certamente farà da modello per i safe harbour che l’Unione europea si appresta ad allestire nell’Africa settentrionale e sub-sahariana.
Intervento al convegno Guerre e Pace nel Mediterraneo, organizzato da Un Ponte per…, Napoli 26 e 27 giugno 2015.

mercoledì 17 giugno 2015

Contro i Russi cacciabombardieri Usa in Europa


L’aeronautica militare degli Stati Uniti d’America è pronta a schierare in Europa i nuovi sofisticati cacciabombardieri F-22 “Raptor” per dissuadere Mosca da ogni forma d’intervento politico-militare in Ucraina e in altre aeree altamente conflittuali del vecchio continente. Lo ha annunciato la segretaria di US Air Force, Deborah Lee James, in occasione della sua visita agli espositori statunitensi dell’International Paris Air Show, il supermarket mondiale di strumenti di guerra aerospaziali che si tiene in questi giorni nella capitale francese. “La più grande minaccia a cui penso è ciò che sta accadendo con la Russia e alle attività estremamente preoccupanti che essa sta realizzando in Ucraina”, ha aggiunto Deborah James. Top secret il luogo in cui i famigerati cacciabombardieri invisibili ai radar saranno trasferiti, ma è probabile che si tratti di un paese dell’Europa orientale vicino alla “nemica” Russia e all’Ucraina. Nel marzo 2014, il senatore repubblicano James Inhofe (Oklahoma), uno dei membri più influenti del Comitato per le forze armate del Senato Usa, aveva formalmente chiesto all’amministrazione Obama di trasferire in Polonia proprio i nuovi caccia F-22 “per accrescere la pressione militare contro Mosca”. Sempre in Polonia, con sempre più frequenza, vengono rischierati per periodi medio-lunghi i cacciabombardieri a capacità nucleare F-16 “Fighting Flacon” in dotazione al 31° Stormo dell’US Air Force di stanza nella base aerea di Aviano (Pordenone).

Classificato dal Pentagono come “velivolo da supremazia aerea”, l’F-22 “Raptor” stealth è un cacciabombardiere di quinta generazione. Prodotto da Lockheed Martin, corporation leader del complesso militare-industriale-finanziario, il velivolo è pienamente operativo dal 2005 anche se l’esordio vero e proprio in una missione di guerra risale al settembre dello scorso anno, con i raid contro le milizie dell’ISIS in Siria. Capace di raggiungere una velocità massima di 2.410 Km/h e un’autonomia di volo di 2.960 Km, il “Raptor” è il velivolo più costoso della storia dell’aviazione da guerra mondiale: la Corte dei Conti Usa ha stimato che per ogni unità sono stati spesi 412 milioni di dollari contro i 143 milioni preventivati al via del programma. L’F-22 è comunque un micidiale strumento di guerra convenzionale e non: può essere armato infatti con un cannone rotante M61A2 “Vulcan” da 20 mm (480 colpi scaricabili in 5 secondi di fuoco continuo), sei missili aria-aria a medio raggio AIM-120 “AMRAAM” o due AIM-120 “Sidewinder”, otto bombe a caduta libera GBU-39 e quattro a guida GPS “JDAM” (sino a 1.000 libbre) e “WCMD”. Attualmente l’US Air Force schiera gli F-22 nelle basi aeree di Langley-Eustis (Virginia), Tyndall (Florida), Pearl Harbor-Hickam (Hawaii), Elmendorf-Richardson (Alaska), Kadena (Giappone) e nello scacchiere di guerra mediorientale nell’ambito dell’operazione internazionale “Inherent Resolve” contro l’ISIS.
I cacciabombardieri di ultima generazione si sommeranno ai numerosi aerei da guerra che gli Stati Uniti hanno trasferito in Europa negli ultimi mesi per “rafforzare i dispositivi di sicurezza” dei maggiori partner orientali della Nato (Polonia, Repubbliche baltiche, Bulgaria, Romania, Repubblica Ceca) o per partecipare alle sempre più provocatorie esercitazioni militari che si svolgono ai confini con la Russia. Nei primi giorni di giugno, due bombardieri nucleari strategici stealth B-2 del 509th e del 131st Bomb Wing dell’US Air Force di stanza a Whiteman (Missouri) hanno raggiunto la base britannica di Fairford “dimostrando abilità nel trasferimento a distanza della deterrenza convenzionale  e nucleare in ogni tempo e ovunque”, come espressamente dichiarato dall’ufficio stampa dell’aeronautica militare statunitense. Sempre nella prima settimana di giugno, tre bombardieri B-52 “Stratofortress” (fortezze giganti) assegnati al 5th Bomb Wing di Minot (North Dakota), dopo una sosta tecnica in Gran Bretagna hanno raggiunto alcune basi dell’Europa orientale per prendere parte alle esercitazioni multinazionali aeronavali Nato Baltic Operations 15 (BALTOPS) e Saber Strike 15. BALTOPS ha preso ufficialmente il via il 5 giugno nelle acque del Mar Baltico e si concluderà giorno 20: vi partecipano oltre 5.600 militari di 14 paesi Nato (Belgio, Canada, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Lettonia, Lituania, Olanda, Norvegia, Polonia, Turchia e Usa), 49 unità navali, 61 aerei da guerra, un sottomarino, diversi “osservatori” della Georgia e un battaglione anfibio congiunto di Finlandia e Svezia. L’esercitazione Saber Strike 15 ha preso il via l’8 giugno in Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia e si concluderà il 19; vi partecipano 6.000 effettivi di 13 paesi (Canada, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Gran Bretagna, Lettonia, Lituania, Norvegia, Polonia, Portogallo, Slovenia e Stati Uniti). Oltre alle tre fortezze volanti, l’US Air Force ha inviato ai war games in est Europa gli aerei da trasporto truppe e mezzi C-130J “Super Hercules” di stanza nella base tedesca di Ramstein, mentre la Guardia nazionale ha messo a disposizione alcuni velivoli per il rifornimento in volo KC-135 (dal Michigan e dalla Pennsylvania), i cacciabombardieri F-16 (South Carolina) e i velivoli da attacco al suolo A-10 “Thunderbolt II” (Maryland). Il supporto alle operazioni aeree è garantito infine dal 435th Contingency Response Group e dal 435th Air-Ground Operations Wing dell’US Air Force di Ramstein. “L’arrivo in Europa dei B-52 e di circa 330 avieri dell’Air Force Global Strike Command per le lunghe esercitazioni di giugno dimostrano la capacità di strike globale a lungo raggio degli Stati Uniti d’America e ci consentono di promuovere la stabilità e la sicurezza regionale, migliorare l’interoperabilità e il coordinamento addestrativo con i partner e gli alleati della regione nel momento in cui i separatisti sostenuti dalla Russia hanno incrementato la loro offensiva nell’Ucraina orientale”, ha dichiarato l’ammiraglio Cecil Haney che guida il Comando Strategico Usa. “I bombardieri strategici s’integreranno in diverse attività operative incluso l’addestramento all’intercettazione aerea, la simulazione di operazioni con l’uso di mine e il lancio di bombe inerti”. Per la guerra, quella vera, la lancetta si avvicina inesorabilmente all’ora X.

martedì 16 giugno 2015

L’Italia venderà decine di cacciabombardieri al Kuwait


Le autorità del Kuwait hanno avviato una trattativa con il Ministero della difesa italiano, l’Aeronautica militare e l’industria Alenia Aermacchi (Finmeccanica) per acquistare sino a 28 cacciabombardieri di ultima generazione Eurofighter 2000 “Typhoon”. La notizia è stata resa pubblica dall’agenzia Usa Defense News che ha specificato altresì che i colloqui tra le parti hanno preso il via il 31 maggio scorso a Kuwait City. “Alenia Aermacchi è una delle aziende partner del consorzio europeo che produce i velivoli insieme a BAE Systems e Airbus e sta coordinando la campagna di marketing degli Eurofighter in Kuwait”, riporta Defense News. L’azienda del gruppo Finmeccanica insieme ai responsabili del Ministero della difesa e dell’Aeronautica avrebbe offerto alle autorità kuwaitiane due squadroni di cacciabombardieri (tra 24 e 28 velivoli) più la fornitura delle attività logistiche e dell’addestramento dei piloti.

Con una lunghezza di 16 metri e un’apertura alare di 11, l’Eurofighter 2000 può raggiungere la velocità massima di 2 mach (2.456 Km/h) e un’autonomia di volo di 3.700 km. Il velivolo può essere armato con cannoni Mauser da 27 mm, bombe a caduta libera e a guida GPS, missili aria-aria, aria-superficie e antinave a guida radar e infrarossa ed è stato utilizzato per la prima volta in combattimento durante le operazioni della coalizione internazionale anti-Libia nel 2011. Alenia Aeronautica partecipa al 19,5% del programma del caccia europeo concorrendo alla progettazione e alla produzione di alcune componenti (ala sinistra, fusoliera posteriore, piloni alari), del sistema di navigazione, dell’armamento, della propulsione e dei sistemi di alimentazione secondari. L’azienda si è occupata infine dell’assemblaggio finale degli esemplari acquistati dall’Aeronautica militare italiana, attualmente in dotazione al 4° Stormo di Grosseto, al 36° di Gioia del Colle (Bari) e al 37° di Trapani-Birgi. Gli Eurofighter 2000 sono stati venduti pure ad Austria, Arabia Saudita, Germania, Gran Bretagna e Spagna mentre è in corso una trattativa con le forze armate dell’Oman.

Italia e Kuwait hanno sottoscritto l’11 dicembre 2003 un Memorandum d’Intesa sulla cooperazione nel campo della difesa, ratificato dal Parlamento italiano con la legge n. 147 del 18 luglio 2005. Il Memorandum mira a rafforzare la partnership tra i due paesi attraverso lo scambio di esperienze e conoscenze specialistiche nei settori dell’addestramento militare e della tecnologia informatica, l’organizzazione di programmi e corsi militari e di istruzione, lo scambio di osservatori in esercitazioni militari, l’assistenza tecnica sugli equipaggiamenti e sui sistemi di difesa, lo scambio di informazioni tecniche sui mezzi militari in costruzione. Per facilitare la cooperazione soprattutto nel settore industriale-militare, il 18 luglio 2012 è stato firmato un secondo Memorandum of Agreement tra il Segretario Generale della Difesa italiano, gen. Claudio Debertolis e il Capo di Stato Maggiore del Kuwait, gen. Khaled Jarrah Al-Sabah. “Con questo MoA – spiega il portavoce del Ministero della difesa italiano - le Parti hanno finalizzato la stretta collaborazione che riguarderà, tra l’altro, le fasi basica ed avanzata dell’addestramento al volo, prevedendo contestualmente la costituzione di una Steering Committee che avrà il compito di seguire l’implementazione e l’esecuzione dell’attività addestrativa secondo i tempi concordati, attraverso successivi accordi nell’ambito dei quali collocare le iniziative industriali, finanziarie e militari congiunte”.

Grazie agli accordi Italia-Kuwait, alcuni gruppi di piloti kuwaitiani sono periodicamente ospiti della Scuola internazionale di addestramento al volo e al pilotaggio di cacciabombardieri del 61° Stormo dell’Aeronautica di Galatina (Lecce). Il 14 febbraio 2014, la Scuola di volo è stata visitata dall’ambasciatore in Italia del Kuwait, Sheikh Ali Khaled Al-Sabah, che così ha avuto modo di conoscere le modalità di funzionamento dei simulatori di volo del caccia-addestratore Aermacchi MB339, delle strutture del Ground Based Training System - G.B.T.S., il sistema integrato di addestramento aereo basato sul nuovo velivolo T346A (prodotto anch’esso da Alenia Aermacchi), e del cosiddetto R.E.S. (Representation and Elaboration System), il sistema che consente, in maniera automatizzata e computerizzata, di ricostruire la complessa dinamica delle missioni di volo.

Sempre nell’ambito degli accordi internazionali con il Kuwait, il Centro di Selezione dell’Aeronautica militare di Guidonia (Roma) ha svolto, dal 14 al 20 gennaio 2015, le attività di verifica attitudinale per una trentina di aspiranti piloti delle forze armate kuwaitiane. Altri 26 cadetti della Kuwaitian Air Force sono giunti il 27 aprile scorso a Napoli-Capodichino a bordo di un aereo da trasporto C-17, per poter espletare in Italia le procedure necessarie al conseguimento dell’idoneità al pilotaggio di aerei da guerra. Dopo un breve soggiorno presso l’Accademia Aeronautica di Pozzuoli, i militari hanno partecipato a un’intensa attività addestrativa presso le scuole dell’Aeronautica di Galatina-Lecce e del 70° Stormo di Latina.

Attualmente un contingente militare italiano (Task Force Air Kuwait TFA-K) di 190 unità opera in Kuwait nell’ambito delle operazioni della coalizione internazionale a guida Usa impegnata contro l’Isis in Iraq e Siria. Il contributo nazionale, avviato nell’ottobre 2014, vede lo schieramento di un velivolo da rifornimento in volo KC-767-A del 14° Stormo di Pratica di Mare (Roma) nella base aerea di Al Mubarak, Kuwait City (sede del quartier generale delle forze aeree kuwaitiane), di quattro cacciabombardieri “Tornado” versione IDS (ricognizione e sorveglianza) ad Al Jaber (scalo aereo a una settantina di km dal confine con l’Iraq, utilizzato anche dai velivoli Usa) e di due velivoli a pilotaggio remoto “Predator” del 32° Stormo di Amendola (Foggia) ad Al Salem (base aerea ad una cinquantina di Km. dall’Iraq, sede del 386th Air Expeditionary Wing dell’US Air Force).
Rilevanti gli affari nell’emirato del complesso militare-industriale italiano. Nel giugno 2013, Selex ES (Finmeccanica), azienda leader nella produzione di sistemi elettronici e radar, ha firmato un contratto del valore di 40 milioni di euro con la Direzione generale dell’aviazione kuwaitiana, per realizzare le infrastrutture di rete (sistemi hardware e software) per la gestione del traffico nell’aeroporto internazionale di Kuwait City e di altri scali nazionali, e il supporto logistico per quattro anni. Nel novembre 2010 Selex aveva firmato con la stessa autorità kuwaitiana un contratto di 16 milioni di dollari per la fornitura di un sistema radar primario ATCR-33/S, di un radar secondario SIR-S e di una stazione di terra ADS-B (Automatic Dependent Surveillance Broadcast) per il controllo del traffico aereo a Kuwait City. Al “Salone della difesa” tenutosi in Kuwait a fine dicembre 2013, i manager di Selex ES hanno annunciato l’apertura di una propria sussidiaria, Selex ES Kuwait. Quest’ultima ha poi stipulato una joint venture con la compagnia al-Safwa Security and Defence Systems per avviare progetti nel settore dell’elettronica militare e navale.

mercoledì 10 giugno 2015

I radar di Lampedusa, un crimine ambientale


Radar, ponti radio, antenne satellitari, sistemi elettronici, centri di spionaggio e intelligence. Sofisticati dispositivi di guerra puntati contro il Nord Africa e le imbarcazioni di migranti e richiedenti asilo in fuga dai mille crimini della globalizzazione. Un mixer micidiale di onde elettromagnetiche che attentano alla salute della popolazione e alla sopravvivenza della flora e della fauna di un’isola che pur soffocata dalla militarizzazione, resta una delle più belle del Mediterraneo. Con la proliferazione a Lampedusa delle infrastrutture belliche e inquinanti, le normative ambientali e i vincoli paesaggistici, archeologici e idrogeologici sono spudoratamente violati. Dall’estrema punta occidentale a quella orientale è un susseguirsi di postazioni d’ascolto e telecomunicazione, centri di raccolta ed elaborazione dati, tralicci che supportano antenne vecchie e nuove. A Capo Ponente, dove sono ancora visibili gli sfregi delle piattaforme in cemento armato che reggevano la maxi-antenna di 190,5 metri della (ex) stazione Loran C della Guardia Coste Usa, qualche mese fa l’Aeronautica militare ha installato il radar di sorveglianza FADR (Fixed Air Defence Radar) RAT 31-DL, nell’ambito di un programma di ammodernamento della rete nazionale di telerilevamento. L’impianto è di pertinenza della 134ª Squadriglia Radar, preposta alla sorveglianza e al controllo dello spazio aereo in ambito nazionale e Nato e dipendente amministrativamente dalla 4^ Brigata Telecomunicazioni e Sistemi per la Difesa Aerea e l’Assistenza al Volo e operativamente dal Centro per il controllo aereo di Poggio Renatico (Ravenna).

A pochi metri di distanza dall’impianto dell’Aeronautica ci sono altri due potenti radar, un GEM presumibilmente  inserito nel sistema VTS della Capitaneria di Porto per il controllo del traffico marittimo e un radar EL-M 2226 prodotto dall’azienda israeliana ELTA-System. Nella vicina area di Albero Sole sorge invece la Stazione del 9º Nucleo Controllo e Ricerca (N.C.R.) dell’Aeronautica Militare, preposta all’individuazione di tutte le emissioni elettromagnetiche d’interesse strategico e alla guerra elettronica. La base di oltre 2.900 metri quadri di superficie ospita un imponente numero di antenne multiformi e le attrezzature di avvistamento avanzato per intercettare e analizzare le frequenze, le caratteristiche e le procedure delle trasmissioni radio, vocali e radar “nemiche” e “alleate”. Il 9° N.C.R. dipende dal Centro Intelligence Interforze di Castel Malnome, Roma, a sua volta subordinato con la Scuola interforze intelligence-guerra elettronica (S.I.I./G.E.) al 2° Reparto informazioni e sicurezza dello Stato maggiore della difesa. I dati intercettati a Lampedusa sono poi inviati per la loro elaborazione al Reparto Supporto Tecnico Operativo Guerra Elettronica (Re.S.T.O.G.E.) di Pratica di Mare.

“Ad Albero Sole sono presenti altri dispositivi elettronici non chiaramente identificabili, tra cui una cupola che potrebbe ospitare un altro radar”, spiega il fisico sardo Massimo Coraddu, che per conto dell’Associazione culturale “Askavusa” ha effettuato un primo censimento delle sorgenti elettromagnetiche di Lampedusa. “Altri due radar per la sorveglianza costiera si trovano nel vicino sito della Marina militare. Le caratteristiche tecniche di questi dispositivi non sono note ma nel 2014 la Marina ne ha proposto la sostituzione con i modelli Gabbiano T200C e RASS CI (Radar di Scoperta di Superficie), entrambi prodotti da Selex ES, gruppo Finmeccanica. Il primo modello radar avrà una frequenza di 9.1-9.7 GHz, una potenza media di 215 W e una potenza di picco 3.45 KW. Per il secondo non sono stati forniti dati tecnici ma in base alle nostre conoscenze è verosimile che il RASS CI, versione costiera del radar RASS C imbarcato nelle unità militari, sia molto più pericoloso del Gabbiano T200C. Altrettanto preoccupanti le emissioni del FADR RAT 31-DL installato a Capo Ponente: operante in banda D con emissioni da 1 a 2 GHz, questo nuovo radar ha una potenza concentrata di 84 KW”.

Pericolosi dispositivi emittenti imperversano nella parte restante dell’isola: si tratta di ripetitori radiotelevisivi e per la telefonia cellulare, trasmettitori VHF per le comunicazioni in mare e per quelle aeroportuali, un altro radar per la sorveglianza costiera e l’intercettazione di imbarcazioni di migranti EL-M 2226 con una potenza non inferiore ai 250-300 KW, installato dalla Guardia di finanza a Capo Grecale nell’area affidata in concessione a Telecom. “Dato il gran numero di sorgenti diverse, tutte di notevole intensità e la piccola superficie a disposizione, l’isola di Lampedusa presenta una densità molto alta e del tutto inusuale di emissioni elettromagnetiche”, denuncia il prof. Coraddu. “Sono state già evidenziate situazioni critiche, duplicazioni di funzioni (si pensi che sono presenti perlomeno sei radar di sorveglianza costiera da terra) e non è mai stata fatta una stima della potenza e degli effetti delle emissioni. Nessuno si è posto il problema delle loro conseguenze per l’ambiente o sugli insetti impollinatori, sull’avifauna, sui cetacei, ecc. o dei possibili rischi per i portatori di dispositivi elettromedicali impiantatati. Defibrillatori e pacemaker sono certificati per resistere a disturbi con una componente elettrica sino a 10 V/m, mentre gli impulsi di un radar possono raggiungere migliaia di V/m. La punta occidentale, ad altissima concentrazione di radar, non è neppure dotata di opportuni cartelli di avviso del pericolo”.

Il prof. Coraddu ricorda che gli effetti biologici delle esposizioni alle onde elettromagnetiche, per campi a RF a 10 GHz d’intensità dell’ordine dei 300W/m2 e 300 V/m possono essere gravissimi (ustioni della pelle, cataratte oculari, ecc.), mentre per intensità di 1.000W/m2 e 600 V/m gli effetti sono letali (ipertermia e infarto). “Relativamente alle esposizioni prolungate con campi deboli, cioè molto al di sotto della soglia oltre la quale si verificano gli effetti acuti, gli studi in vitro sui tessuti biologici hanno evidenziato l’insorgenza di anomalie biochimiche nel funzionamento delle membrane cellulari, del ciclo della melatonina, dell’ossidazione dei radicali liberi, della copromozione della degenerazione tumorale, dell’espressione genica”, aggiunge il fisico. “Studi sugli animali hanno evidenziato l’insorgenza di tumori, linfomi in particolare, e infertilità (anche trasmissibile alle successive generazioni). Anche diversi studi epidemiologici rivolti ai lavoratori del settore delle telecomunicazioni, militari, residenti in prossimità di ripetitori radio, hanno evidenziato un incremento del rischio di insorgenza di tumori (leucemia, glioblastoma, linfomi, etc.). Studi recenti sugli utilizzatori di telefoni cellulari hanno fornito indicazioni inequivocabili legate alla lateralità di neurinomi e gliomi (tumori del nervo uditivo e del cervello)”.

A Lampedusa tutti gli impianti di radio telecomunicazione, le installazioni radar e le postazioni per le guerre elettroniche sorgono all’interno di aree naturali istituite e protette dalle normative europee, nazionali e  regionali. Per il suo notevole interesse naturalistico-ambientale, la rarità e rilevanza di alcune delle specie vegetali e animali ospitate, l’intero territorio delle isole di Lampedusa e Linosa (12.715 Ha) è stato classificato nel 2005 come ZPS - Zona a protezione Speciale con il codice ITA040013 Arcipelago delle Pelagie-Area marina e terrestre. Il 67,81% del territorio dell’isola di Lampedusa (comprese le aree più densamente militarizzate di Capo Ponente – Albero Sole e Capo Grecale) e l’isolotto di Lampione, per una superficie di 1.397,42 Ha, è classificato invece come SIC - Sito d’importanza comunitaria con il codice ITA040002 Isola di Lampedusa e Lampione. Le infrastrutture militari che occupano la parte più occidentale dell’isola sorgono infine a meno di 400 metri in linea d’area dalla Riserva naturale orientata istituita nel maggio 1995 dall’Assessorato Territorio e Ambiente della Regione Sicilia. Con un’estensione di circa 320 ettari, la Riserva protegge buona parte della costa meridionale di Lampedusa, dall’incomparabile bellezza e ricca di grotte e calette (tra le più note Cala Pulcino e l’Isola dei Conigli, quest’ultima zona di deposizione delle uova della tartaruga Caretta caretta). Un ampio tratto di mare circostante l’isola di Lampedusa (da Punta Galera, verso ponente, fino alla punta a nord di Cala Pisana, compresi Capo Ponente e Capo Grecale) è inserito infine nell’Area Marina Protetta Isole Pelagie, istituita con decreto ministeriale del 21 ottobre 2002 e la cui gestione è affidata al Comune.

“Lampedusa rappresenta un ambiente insulare unico in tutto il Mediterraneo, con un patrimonio naturalistico estremamente interessante, da un punto di vista biogeografico, per la presenza di  aspetti faunistici e floristici tipici dell’areale nord-africano”, riporta l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA). “La forma di vegetazione prevalente nell’isola è la gariga-steppa, costituita da asfodeli, asteracee e distese di Scilla marittima. Una forma più matura di gariga (con euforbia, lentisco, macchia della seta, camedrio) è presente nei Valloni, dove sopravvivono anche alcuni preziosi individui superstiti dell’antica macchia: ginepro fenicio, carrubo e rari oleastri”. Nell’isola sono ancora presenti habitat di particolare interesse conservazionistico come ad esempio le praterie sottomarine di Posidonia, le stazioni lungo le scogliere dell’endemico Limonium lopadusanum, le formazioni di Thero-Brachypodietea, con presenza di specie endemiche o rare come Daucus lopadusanus, Filago cossyrensis, Diplotaxis scapola, Allium lopadusanum, Allium hirtovaginatum, Linaria. Tra gli endemismi della flora, i botanici segnalano altresì la Dianthus rupicola, distribuita sulle scogliere dell’isola; la Suaeda pelagica, che forma piccoli nuclei nei substrati marnoso-argillosi, lungo il tratto occidentale costiero dell’isola; la Oncostema dimartinoi, presente in maniera sporadica in tre diverse stazioni dell’isola.

Di rilevante importanza pure l’esistenza di specie endemiche delle isole del Canale di Sicilia o dell’area del centro del Mediterraneo, come ad esempio Elatine gussonei, Hypericum aegypticum, Plantago afra, Caralluma europea (una pianta nordafricana presente in Europa solo a Lampedusa e nella Spagna meridionale), Centaurea acaulis (specie che cresce spontaneamente in Nord-Africa). “Molti taxa sono fortemente minacciati perché costituiscono dei popolamenti davvero esigui, o perché crescono in corrispondenza di habitat vulnerabili”, rileva il Piano di Gestione dell’area SIC-ZPS delle Isole Pelagie elaborato nel 2008 da Legambiente in qualità di ente gestore della Riserva naturale di Lampedusa. Sempre Legambiente rileva come le “emergenze floristiche” nell’isola siano ben 95; tra i taxa vegetali endemici, rari e minacciati, 23 sono classificati come “vulnerabili”; 22 sono in “pericolo moderato”; una purtroppo “estinta” (Bryum rubens).

Nell’isola sono state censite oltre 700 specie d’insetti con la presenza di numerosi endemismi (14 solo tra i Coleotteri) e di specie tipiche od esclusive del Nord Africa. Una sola la specie individuata appartenente alla classe degli Anfibi, nove ai Rettili e otto ai Mammiferi. Tra i Rettili in “pericolo critico” sono stati classificati la Tartaruga caretta, il Colubro dal cappuccino algerino, il Colubro lacertino orientale e lo Psammodromo algerino; a “più basso rischio” il Rospo smeraldino nordafricano. Studiosi e ambientalisti lamentano pure che nell’arcipelago delle Pelagie si sono verificati nel tempo alcuni fenomeni di estinzione, come ad esempio la scomparsa della Foca monaca e, più recentemente, della Tartaruga di Hermann. Tra i mammiferi, in pericolo d’estinzione c’è il Coniglio selvatico; specie “vulnerabili” sono il Miniottero e il Ferro di cavallo maggiore; “a più basso rischio” il Topolino domestico, il Vespertilio maggiore, il Pipistrello albolimbato, il Ratto nero e il Mustiolo.

Per la particolare posizione nel Mediterraneo e la vicinanza al continente africano, Lampedusa e Linosa ricoprono un’importanza strategica per il rifugio e la sosta temporanea di numerosi uccelli migratori. Le due isole sono classificate come IBA (Important Bird Areas, Aree importanti per gli uccelli) in quanto offrono  ospitalità a specie minacciate a livello globale e a un numero particolarmente alto di uccelli migratori. La stessa istituzione della Zona a protezione speciale nell’arcipelago risponde alla necessità di rispettare la cosiddetta “Direttiva Uccelli” dell’Unione europea a tutela e conservazione dell’avifauna rara o minacciata e del suo habitat naturale.

Solo a Lampedusa sono state censite 161 specie di Uccelli. “La maggioranza di quelle osservate nelle Pelagie è migratrice, in buona parte transahariana, cioè svernante a sud del Sahara e nidificante in Europa”, documenta Legambiente Sicilia. “Questi uccelli, in primavera, iniziano il lungo viaggio attraverso i due continenti (…) È stato messo in evidenza in più occasioni quale importante ruolo svolgono le piccole isole del Mediterraneo per la conservazione dell’avifauna europea; esse infatti sono una specie di trampolino di lancio, spesso tappe obbligate, in cui gli uccelli migratori sostano semplicemente per trascorrere le ore del giorno, in attesa di riprendere il viaggio nelle ore notturne o per recuperare energie, facendo accrescere il loro strato adiposo sottocutaneo, sfruttando le risorse che trovano”. Tra le specie più significative presenti, elencate negli allegati della “Direttiva Uccelli”, ci sono la Berta maggiore mediterranea (Calonectris diomedea) che nidifica nell’isola di Linosa con una colonia stimata in circa 10.000 coppie (pari a oltre il 60% della popolazione italiana e a oltre il 20% della popolazione europea) e, con una piccola popolazione anche a Lampedusa e Lampione; la Berta minore mediterranea (Puffinus yelkouan), la cui popolazione globale, endemica nel Mediterraneo centrale e orientale, si sta riducendo in modo critico e che nidifica a Lampedusa in tutta l’area costiera prospiciente Capo Grecale; l’Uccello delle tempeste mediterraneo (Hydrobates pelagicus melitensis), di cui è stata accertata la presenza di una colonia in una grotta. Tra le specie nidificanti a Lampedusa e Linosa, è stata registrata una preoccupante diminuzione del Marangone dal ciuffo (ormai poche coppie nidificano nelle falesie sotto Albero Sole), del Falco della regina (la colonia di Lampedusa è stimata intorno a 35-40 coppie), del Barbagianni (una piccola popolazione stabile di 1-3 coppie a Cala Galera e a Capo Grecale) e dell’Occhiocotto, la cui popolazione delle Pelagie è ritenuta di particolare interesse faunistico per la sua specifica colorazione e il singolare verso di richiamo. Gli studiosi classificano a “rischio d’estinzione” pure altri uccelli come l’Albanella reale, la Gru e il Falco pescatore; “in pericolo critico” la Forapaglie, il Mignattino alibianche e il Mignattaio; “in pericolo” l’Occhione, il Falco di palude, la Ghiandaia marina, il Gabbiano roseo, il Cormorano, la Beccaccia, la Bigia grossa, la Volpoca, la Pettegola, “vulnerabile” il Piro piro piccolo, la Marzaiola, la Sgarza ciuffetto, l’Albanella minore, il Colombo selvatico, il Falco pellegrino, il Lodolaio, il Gabbiano corallino, il Gabbiano comune, la Salciaiola, il Nibbio bruno, la Monachella, il Pecchiaiolo e il Baccapesci; “a più basso rischio” il  Martin pescatore, il Rondone maggiore, il Rondone pallido, l’Airone cenerino, l’Airone rosso, il Gufo comune, il Succiacapre, il Fratino, il Corriere piccolo, la Cicogna bianca, la Quaglia, l’Ortolano, il Grillaio, la Balia del collare, il Cavaliere d’Italia, il Tarabusino, l’Averla capirossa, il Codirossone, l’Assiolo e la Magnanina sarda.

Un’ampissima letteratura ha accertato i pesantissimi impatti dell’elettromagnetismo sull’avifauna eppure sono proprio le aree dell’isola scelte per la nidificazione e la sosta in cui sono proliferate a dismisura le fonti di emissione di onde elettromagnetiche, in buona parte di origine militare. Il Piano di Gestione del SIC-ZPS delle “Isole Pelagie” di Legambiente (redatto, tra gli altri, dall’allora direttrice della riserva naturale e odierna sindaca di Lampedusa e Linosa, Giuseppina Nicolini) nel paragrafo dal titolo Infrastrutture e detrattori ambientali aveva già rilevato come “il territorio del SIC è attraversato da una serie di linee elettriche ad alta, media e bassa tensione e dai cavi sospesi della linea telefonica, infrastrutture con un forte impatto paesaggistico e che sono causa di mortalità per collisione e/o elettrocuzione per l’avifauna (per i rapaci e, a Lampedusa, anche per la Berta minore). “Le palificazioni – aggiunge Legambiente - sono concentrate lungo il perimetro orientale e nelle aree del SIC più urbanizzate, tuttavia attraversano anche zone più vulnerabili, come la Via Ponente, che costituisce il limite nord del perimetro della riserva naturale, dove elettrodotti e linee telefoniche seguono la strada per tutta la sua lunghezza per servire le strutture militari presenti ad Albero Sole e Capo Ponente…”. Sempre Legambiente segnala che “l’impianto di pubblica illuminazione del Belvedere di Albero Sole e del contiguo impianto Telecom, è causa di disturbo e di impatti sulle colonie di uccelli nidificanti sulle falesie”; altrettanto “forte” l’impatto esercitato dai cavi sospesi su aree contigue alla ZPS, in particolare a Capo Grecale e nella fascia costiera orientale, nella zona di Mare Morto e Cala Francese. “A Capo Grecale sorge l’impianto di trasmissione Telecom”, rileva il Piano di Gestione; “la presenza di una fonte luminosa fissa molto prossima alla falesia può rivelarsi potenzialmente dannosa per tutte quelle specie ornitiche che sono attive di notte o che nidificano sulla falesia sottostante e fanno ritorno al nido dopo il tramonto”. Sempre a Capo Grecale, dove è poi entrato in funzione il radar israeliano anti-migranti della Guardia di finanza, è presente pure una stazione dell’ENEA per la ricerca sui cambiamenti climatici. “La presenza di uno strumento per lo studio dei venti che emette costantemente un suono intermittente può ritenersi fonte di inquinamento acustico per l’avifauna nidificante e migratoria presente sulla falesia prossima all’edificio”, conclude Legambiente.
Prima di autorizzare all’interno di un Sito d’interesse comunitario o di una Zona a protezione speciale qualsiasi intervento che può compromettere la conservazione di habitat e specie, sarebbe obbligatoria la cosiddetta valutazione di incidenza, anche se però non dovrebbe essere consentita la “realizzazione di impianti di illuminazione esterna, elettrodotti e linee telefoniche” o la “collocazione di torri eoliche e impianti fotovoltaici”. A Lampedusa sino ad oggi è accaduto diversamente, purtroppo, e non è chiaro chi e come dovrebbe far rispettare vincoli e divieti specie con le forze armate o le società della telefonia cellulare. Altrettanto negativo è l’impatto del processo di militarizzazione sull’importante e ricco patrimonio archeologico dell’isola (anche di origine preistorico), rilevato grazie alle campagne di scavi condotte a partire del 1985. “Il sistema dei siti archeologici presenti non soltanto all’interno del perimetro del SIC/ZPS, ma più in generale nell’intera isola, è stato di fatto probabilmente stravolto dalla realizzazione delle istallazioni militari (in particolar modo nella parte occidentale dell’isola) e, soprattutto, dalla realizzazione di strutture edilizie abusive, che hanno di fatto contribuito significativamente alla riduzione del patrimonio archeologico esistente e visibile”, sottolinea Legambiente nel suo Piano di Gestione. Le zone di interesse archeologico, in particolare Capo Grecale, sono state sottoposte a vincolo paesaggistico con “divieto della modificazione dell’assetto territoriale senza preventivo nullaosta della dalla Soprintendenza ai Beni Culturali ed Ambientali di Agrigento”, ma anche in questo caso non è dato sapere in che modo sia stata autorizzata l’installazione di radar e ponti radio. Dal punto di vista paesaggistico e archeologico ancora più grave è la vicenda riguardante il dammuso “Casa Teresa” ubicato nei pressi del Vallone della Forbice, a meno di cento metri dalla stazione di spionaggio del 9º Nucleo Controllo e Ricerca dell’Aeronautica Militare di Albero Sole e a 600 metri dagli impianti radar sorti nella ex area Loran di Capo Ponente. Costruzione funzionale alle attività agricole, il dammuso si diffuse a Lampedusa nella seconda metà del XIX secolo; quello di Casa Teresa” è il più antico e tra i più rilevanti ed articolati per dimensione e tipologia. Dopo essere stato acquisito nel 1994 dalla Regione Siciliana, esso è stato oggetto di in terminabili e onerosi lavori di restauro ed allestimento museale e di un “piano di recupero arboreo” del prospiciente giardino con elementi vegetali appartenenti alla flora autoctona dell’isola. Attualmente a “Casa Teresa” sono in corso lavori migliorativi con finanziamento del Fondo Europeo Sviluppo Regionale (asse III 2007-2013) per complessivi 362.900 euro (la data di consegna dei lavori da parte dell’impresa SCR Srl di Agrigento doveva essere il 7 aprile scorso). Impossibile comprendere la compatibilità di un museo-guardino contiguo al filo spinato che delimita alcune delle installazioni militari nazionali e Nato top secret più rilevanti nel Mediterraneo, pericolosissime fonti di inquinamento elettromagnetico. La località di Albero Sole è infine sottoposta a vincolo idrogeologico ai sensi del Decreto Regio n. 3267 del 1923, ancora vigente e “qualsiasi intervento o movimento di terra che possa compromettere la stabilità del territorio, deve essere sottoposto a nulla osta dell’Ispettorato Ripartimentale delle Foreste di Agrigento”. Di terra ne è stata movimentata tanta ad Albero Sole, come innumerevoli sono stati gli interventi infrastrutturali per realizzare e potenziare negli anni gli impianti di guerra di Aeronautica e Marina. Chissà se adesso che monta nell’isola la protesta contro radar e antenne qualcuno vorrà fornire le copie di autorizzazioni e nullaosta ai cittadini e alle associazioni locali…