I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

giovedì 27 novembre 2014

I Predator a supporto delle operazioni di Polizia e Carabinieri


Dalle guerre in Afghanistan e Libia alla vigilanza di piazze, cortei, manifestazioni e azioni di lotta contro le politiche di austerity del governo italiano. I “Predator” dell’Aeronautica militare, dopo essere stati schierati nei principali scacchieri di guerra mediorientali e africani saranno messi a disposizione delle forze di Polizia e dei Carabinieri per interventi d’ordine pubblico e vigilanza del territorio. Nei giorni scorsi è stato firmato a Roma un accordo che prevede il “concorso con i velivoli senza pilota Predator ad attività istituzionali della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri”, riferisce il Comando dell’Aeronautica italiana. Il protocollo d’intesa, mai discusso in sede parlamentare, è stato siglato dal capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica gen. Pasquale Preziosa, dal Capo della Polizia Alessandro Pansa e dal Comandante Generale dei Carabinieri, gen. Leonardo Gallitelli.

L’uso dei “Predator” in funzione di controllo interno rappresenta l’ennesimo salto di qualità nella gestione “militare” dell’ordine pubblico, in linea con le più recenti elaborazioni strategiche in ambito Nato (le cosiddette Urban Operations) che propongono l’intervento in future operazioni urbane anti-sommossa di reparti super-specializzati e super-armati di professionisti formatisi nelle operazioni di “guerra asimmetrica” in Iraq e Afghanistan. I velivoli a pilotaggio remoto che l’Aeronautica metterà a disposizione di Polizia e Carabinieri saranno gli RQ-1A e RQ-9B in possesso del 32° Stormo con sede ad Amendola (Foggia). La versione più vecchia del “Predator” è lunga 8,2 metri, ha una larghezza alare di 14,8 m e può raggiungere una velocità di crociera di 135 km/h e un’altitudine di 7.800 metri. L’RQ-9B, noto anche come “Reaper”, è una versione più aggiornata e sofisticata del drone prodotto dall’holding statunitense “General Atomics”: ha una lunghezza di 11 metri, un’apertura alare di 20 e può volare a 440 Km/h e a 15.000 metri dal suolo.

I “Predator” hanno la capacità di rimanere in volo per lungo tempo (oltre 20 ore) nell’area di operazione, con possibilità di essere dirottati in qualsiasi momento verso nuovi obiettivi. I velivoli senza pilota vengono impiegati normalmente in missioni d’intelligence, sorveglianza e acquisizione dei target, grazie all’impiego di avanzati sistemi di scoperta elettro-ottici ed infrarosso, diurno e notturno, e di potenti radar per l’individuazione di obiettivi di superficie. In via secondaria i “Predator” sono impiegati dalle forze armate  nell’ambito di operazioni di pattugliamento aeronavale, ricerca e soccorso. “Questi velivoli a pilotaggio remoto sono in grado di assolvere un’ampia gamma di compiti dimostrando elevate doti di flessibilità, versatilità ed efficacia”, spiega il Comando generale dell’Aeronautica militare. “È possibile, ad esempio, rilevare la presenza di minacce quali ordigni esplosivi improvvisati che rappresentano il pericolo più insidioso e diffuso nei teatri operativi odierni. Possono inoltre essere effettuate missioni in ambienti operativi ostili, in presenza di contaminazione nucleare, biologica, chimica o radiologica, oppure acquisire dati ed informazioni relativi ad obiettivi di piccole e grandi dimensioni in zone potenzialmente oggetto di operazioni. Le caratteristiche di autonomia, velocità, persistenza e raggio d’azione, unite ai bassi costi di esercizio, rendono il Sistema uno degli strumenti migliori per il controllo dei confini, l’attività diretta all’antiterrorismo, il monitoraggio ambientale, il supporto alle forze di polizia, l’intervento in caso di calamità naturali e la sorveglianza del fenomeno dell’immigrazione clandestina”.

Nei mesi passati i “Preadator” del 32° Stormo di Amendola sono stati impiegati per il pattugliamento del Mediterraneo centrale nell’ambito dell’operazione aeronavale “Mare Nostrum” condotta dalle forze armate per contenere il transito delle imbarcazioni di migranti e richiedenti asilo in fuga dal Nord Africa e il Medio oriente. Anche dopo il recente passaggio di consegne all’operazione Triton a guida Frontex, l’agenzia europea di contrasto all’immigrazione, i droni dell’Aeronautica continuano a volare nei cieli mediterranei con sortite fino ai confini meridionali della Libia con Ciad e Sudan. Anche in passato, i droni dell’Aeronautica militare erano stati impiegati in operazioni di “sicurezza interna” e controllo dell’ordine pubblico a favore della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri: ad esempio, durante il vertice intergovernativo Russia–Italia, tenutosi a Bari nel marzo 2007 o il G8 dell’Aquila del 2009. Con l’accordo dei giorni scorsi, l’Aeronautica militare entra a pieno diritto nella “prevenzione anti-crimine” in territorio italiano: i suoi droni grandi fratelli, potranno spiare liberamente comunità e singoli cittadini, 24 ore al giorno, 365 giorni l’anno.
La prima batteria di “Predator” fu utilizzata dal 32° Stormo di Amendola dalla base di Tallil, in Iraq nel gennaio 2005, in supporto del contingente terrestre della missione “Antica Babilonia”. Nel maggio 2007 i droni furono trasferiti pure nella base di Herat, sede del Comando regionale interforze per le operazioni in Afghanistan (RC-West), dove hanno continuato ad operare ininterrottamente sino ad oggi. Nel corso delle operazioni belliche contro la Libia della primavera-estate 2011, i velivoli a pilotaggio remoto hanno avuto un ruolo guida per consentire i bombardamenti dell’Aeronautica italiana e dei partner della coalizione internazionale anti-Gheddafi. Lo scorso mese d’agosto, due “Predator” sono stati schierati a Gibuti, in Corno d’Africa, nell’ambito della missione antipirateria dell’Unione Europea “Atalanta” e a supporto delle forze governative somale in lotta contro le milizie di Al Shabab. A fine ottobre, altri due velivoli senza pilota dell’Aeronautica militare sono stati trasferiti nello scalo aereo di Kuwait City per operare a favore della coalizione internazionale anti-Isis in Iraq e Siria. Adesso è l’ora della guerra sul fonte interno.

domenica 23 novembre 2014

Fiamme e veleni – incendio alla raffineria di Milazzo


A seconda di come si alza il vento, i fumi provenienti dal serbatoio in fiamme della raffineria si disperdono nell’aria tutt’intorno, ammorbandola di un odore acre e nauseabondo. È la notte del 26 settembre quando dal serbatoio 513 della raffineria Mediterranea cominciano a fuoriuscire degli enormi ammassi di fumo e fiamme, ma già nel corso della giornata appena trascorsa, l’odore di combustibile era presente nell’aria. In molti sono gli abitanti della zona che, assistendo all’increscioso spettacolo, decidono spontaneamente di abbandonare le case, privi di un piano d’emergenza, tanto che l’autostrada A20, che da Messina porta a Palermo, è quasi ingombra di auto. Nelle ore seguenti, il serbatoio continuerà incessantemente a bruciare, fino a che le enormi quantità di combustibile al suo interno non saranno esaurite.
Ci troviamo a Milazzo, in provincia di Messina, nella punta nord-orientale della Sicilia, in quel territorio che prende il nome di Valle del Mela.
A partire dagli anni ’60, Milazzo e i paesini del circondario hanno visto sorgere uno dei più importanti poli energetici del Paese, capace di fornire lavoro ad una fetta non indifferente della popolazione. Come spesso accade in queste situazioni, però, i risvolti della faccenda non hanno tardato a mostrarsi e così il territorio della Valle del Mela è passato dall’essere uno dei poli d’avanguardia del settore energetico italiano ad
uno dei siti più inquinati del Paese, tanto da rientrare tra i Siti di Interesse Nazionale.
L’episodio più tragico del corso della Milazzo “industrializzata” fu certamente quello del
4 giugno 1993, quando, in seguito ad un’esplosione in uno dei settori della raffineria “Mediterranea” (partecipata dall’allora Agip Petroli) persero la vita sette uomini.

L’incendio scoppiato la notte del 26 settembre scorso non ha fortunatamente sortito danni immediati ai lavoratori della raffineria, ma ha senz’altro aggravato la già pericolosa situazione ambientale dell’area. Per capirne di più abbiamo intervistato Antonio Mazzeo, giornalista e saggista, da anni attivo nella lotta ai crimini ambientali.

Secondo il comandante dei Vigili del fuoco di Messina, Salvatore Rizzo, l’incendio è stato causato da un cedimento del serbatoio che conteneva il combustibile, eppure in un comunicato di FederPetroli Italia si legge che la raffineria di Milazzo “risulta una delle più all’avanguardia a livello europeo con impianti di raffinazione di alta efficienza tecnologica”: quali sono le reali condizioni in cui versa la raffineria?

Quanto accaduto la notte del 26 settembre credo abbia chiarito che non è più possibile spacciare l’idea di una raffineria sicura o, peggio, ambientalmente sostenibile. Il fatto che, probabilmente, abbia ceduto il tetto del serbatoio TK513 con la conseguente esalazione per giorni di fumi altamente tossici e cancerogeni è la conferma esplicita che ci troviamo di fronte a produzioni pericolosissime con impianti più che obsoleti. Certo non possono stupire le dichiarazioni falsamente tranquillizzanti del management della raffineria: anche per gli incidenti alle centrali nucleari di Chernobyl e Fukushima le autorità statali di Unione Sovietica e Giappone e le aziende hanno fatto a gara per emettere note del tipo “non è accaduto nulla”, “è tutto sotto controllo”. Credo che nessuno abbia più voglia di negare che si è trattato invece di due immani tragedie ambientali. La storia, a Milazzo, si ripete. Con l’aggravante che abbiamo assistito, impotenti, al balletto complice dei poteri pubblici (enti locali, Prefettura, Regione siciliana, etc.), incapaci di fornire dati veritieri e incontrovertibili e soprattutto di predisporre piani di pronto intervento, evacuazione, prevenzione incidenti, etc. Non ci sono stati centinaia di morti per un mero miracolo o per le direzioni “favorevoli” dei venti. E questo, nel 2014, è assurdo, inaccettabile.

Nello stesso comunicato di FederPetroli Italia si legge anche che “Nonostante la nube a seguito dell’incendio, non vi sono situazioni dannose per l’ambiente e l’aria circostante”: è veramente così?

A dire il vero, i primi dati sui rilievi di ARPA Sicilia ci dicono il contrario e, poi come ha rilevato il parroco ambientalista di Archi, padre Trifirò. la saggezza antica di chi conosce il territorio, la sua storia, l’habitat del Comprensorio del Mela sa che è tutto il contrario e che ci troviamo di fronte a un grave crimine contro gli abitanti, la salute, la natura. La raffineria, la centrale Enel, molti altri impianti industriali (la memoria non può che andare ad esempio alla immane strage dei lavoratori e dei familiari della ex Sacelit, produttrice di eternit) hanno irrimediabilmente devastato l’ambiente, minato la salute e le speranze di vita sana di migliaia di persone. Basta avvicinarsi alla raffineria, oggi, per avvertire sintomi ineluttabili: sensazioni di avvelenamento, difficoltà respiratorie, irritazione alla gola e alle vie respiratorie superiori, pesantezza alla testa, difficoltà alla vista, etc. Ma per i Signori del profitto, invece, si tratta solo di “suggestioni”. Il popolino si può continuare ad ammorbarlo, deriderlo, imbrogliarlo. E chi dovrebbe difenderne il diritto alla vita e alla salute, tace, mente, occulta.

Nei giorni immediatamente successivi l’incidente su alcuni balconi della città di Milazzo sono stati affissi alcuni lenzuoli bianchi, quasi a testimoniare la continuità tra le proteste di Palermo del ’92 e le proteste per i rischi alla salute di questi giorni: qual è stata la reazione della cittadinanza all’incendio della raffineria?

Il popolo dei lenzuoli, i giovani studenti della Valle del Mela, le migliaia di manifestanti sabato scorso sono la rivelazione di un territorio che non vuole rassegnarsi alla morte e alla ignavia, nonostante le continue menzogne veicolate dai grandi e piccoli organi di stampa e Tv, delle università, dei tanti laboratori “scientifici”, tutti in busta paga ENI, l’azionista di Raffineria di Milazzo insieme all’industria di proprietà dell’emiro del Kuwait. Certo, la gente ha paura, sa di trovarsi di fronte a dei colossi che sono responsabili di immani crimini transnazionali, il cui strapotere planetario è stato raggiunto anche grazie a guerre e tragedie ambientali epocali. E c’è poi la paura di perdere anche quei pochi benefici economici prodotti con gli impieghi, sempre meno, all’interno della raffineria. Ma quanto è accaduto, l’ecatombe appena sfiorata, impone un cambio di direzione profondo. L’intero comprensorio sa che non è più possibile non interrogarsi sul modello socioeconomico che è stato imposto dall’alto. E su quello che invece gli è stato sottratto, estorto, rubato.
La zona in cui sorge Milazzo, conosciuta anche come Valle del Mela, rientra tra i Siti di Interesse Nazionale, ai quali il Ministero dell’ambiente dovrebbe destinare un piano di bonifica e di recupero ambientale: qual è stata la risposta delle Istituzioni all’incendio e più in generale alla condizione ecologica dell’area?
Gli enti locali, tutti, hanno mostrato di essere stati da sempre incapaci nel programmare, ideare, regolare i modelli di “occupazione” e brutta parola, di “sviluppo”. Ma hanno fatto di peggio, hanno occultato i reali rischi per l’uomo e il territorio di raffinerie, centrali elettriche, etc., proliferate senza alcuna pianificazione pubblica. E la notte del 26 hanno mostrato tutta la loro inefficienza nel dare anche le risposte più semplici a chi invocava verità e sicurezza e aveva il pieno diritto a sapere cosa fare, dove andare, chi e come era pronto a proteggerlo. I Comuni, le scuole, società sportive, centri culturali e anche alcune parrocchie hanno fatto la fila per elemosinare miseri contributi dai titolari della raffineria, prostituendo il sapere, violando le coscienze, negando la critica e la ragione. Il crimine più grave compiuto in mezzo secolo di vita, la raffineria, l’ha prodotto purtroppo sulla coscienza politica e l’identità sociale locale. Sono convinto però che le nuove generazioni possano e vogliano riscattarsi da retaggi di pratiche di stile meramente coloniale.
Esistono alternative all’attuale produzione di carburante della raffineria, che possano tener conto della salute dei cittadini senza minare la possibilità di impiego dei lavoratori?
Dobbiamo essere sinceri, leali. Il territorio della Valle del Mela, con identità e vocazione agricola e turistico-ambientale, è stato devastato, il suolo è stato divorato, consumato, asfaltato e cementificato, le fonti idriche prosciugate e avvelenate. Ma ripensare il modello è una necessità, è doveroso. La chiusura di ogni impianto pericoloso e inquinante è necessaria e deve avvenire subito, senza se e senza ma. Ripartire dalla riconversione e bonifica è la prima risposta concreta per assicurare che non si disperdano i posti di lavoro e i redditi esistenti. In Germania, decine di complessi (im)produttivi della ex DDR, grazie ai fondi Ue, sono stati riconvertiti non solo mettendo in sicurezza il territorio e risanando l’ambiente, ma anche salvaguardando e potenziando l’occupazione. Per questo, va rifiutato comunque il ricatto dei Signori dei fumi tossici che contrabbandano il “lavoro” in cambio dei loro spregiudicati profitti. E i tanti giovani in marcia, sabato, contro la centrale, questo lo hanno capito. E, spero, che non faranno sconti a nessuno, specie a quei politici, sindacalisti, docenti e “adulti” che nulla hanno fatto per assicurare loro la vita, un futuro, diritti, democrazia, libertà, lavoro.


Intervista a cura di Giuseppe Cugnata, pubblicata in Generazione Zero il 10 ottobre 2014,  http://www.generazionezero.org/blog/2014/10/10/fiamme-e-veleni-incendio-alla-raffineria-di-milazzo-parla-antonio-mazzeo/

sabato 15 novembre 2014

L’Italia invia 4 cacciabombardieri Tornado per la Guerra all’Isis


L’Aeronautica militare sta per inviare quattro cacciabombardieri “Tornado” per partecipare alle operazioni della coalizione internazionale anti-Isis in Iraq e in Siria. La notizia giunge dagli Stati Uniti d’America: stamani la rivista specializzata Defensenews, citando il “portavoce del Minitero della difesa italiano”, afferma che i velivoli saranno schierati nella base aerea di Ahmed Al Jaber in Kuwait e “saranno utilizzati solo per missioni di riconoscimento”. Defensenews aggiunge che la ministra Roberta Pinotti avrebbe inviato nei giorni scorsi una lettera al parlamento italiano spiegando che insieme ai “Tornado” giungerà uno staff logistico di 135 uomini dell’Aeronautica italiana. Inspiegabilmente la notizia sulla nuova escalation militare italiana nel complesso scenario di guerra all’Isis non è trapelata in Italia.
In ottobre un velivolo tanker Boeing KC-767-A in dotazione al 14° Stormo dell’Aeronautica di Pratica di Mare (Roma) era stato trasferito nella base aerea di Kuwait City per rifornire in volo i cacciabombardieri della coalizione internazionale a guida Usa impegnati nei bombardamenti in Iraq e Siria. Successivamente in Kuwait sono giunti pure due droni-spia “Predator” del 32° Stormo di Amendola (Foggia), 200 addestratori e 80 “consiglieri” militari, buona parte dei quali sono stati poi trasferiti a Erbil, nel Kurdistan iracheno, per partecipare alle attività addestrative delle unità locali e dei battaglioni dei pershmega curdi.
Il governo italiano ha fatto sapere di aver trasferito alle forze armate irachene un numero imprecisato di cannoni leggeri “Folgore” con munizioni calibro 80mm, prodotto dalla Breda, di proprietà dell’Esercito italiano. Il raggio di tiro di queste armi è di circa 1000 metri che diventano 4,5 km mediante l’impiego di razzi. L’Esercito aveva ordinato 800 sistemi “Folgore”, ma l’arma ha avuto scarsissimi risultati sul campo. Secondo quanto pubblicato dalla Rivista Italiana Difesa (RID), date le grosse dimensioni e la pesantezza del “Folgore”, è stato scarsamente gradito come arma per fanteria, mentre la granata da 80mm non sarebbe in grado di perforare le corazze dei moderni carri armati moderni. Attualmente solo il 4º reggimento Genio guastatori di stanza a Palermo ha in dotazione tale arma. Il 12 settembre scorso, l’Italia ha inoltre inviato a Baghdad un aereo cargo C-130J “Hercules” con a bordo armi leggere per un valore complessivo di 1,9 milioni di euro, incluso 100 mitragliatrici MG 42/59 “Beretta” più 100 treppiedi, 100 mitragliatrici pesanti da 12.7, 250.000 munizioni per ciascuna delle due tipologie di armi, 1.000 razzi RPG 7, 1.000 razzi RPG 9 e 400.000 munizioni per mitragliatrici di fabbricazione sovietica. I 2.000 razzi e le munizioni facevano parte di uno stock di armi sequestrato nel 1994  a bordo di una nave diretta in Serbia e conservate presso un deposito sotterraneo in Sardegna. Le armi sono state consegnate attraverso un ponte aereo per Erbil ai peshmerga curdi.

A Napoli il comando della forza di pronto intervento Nato anti-Russia


Due settimane per provare i reparti di pronto intervento Nato destinati ad ostacolare in Europa orientale ogni manovra politico-militare della Russia di Putin. L’8 novembre ha preso il via presso il Nato Joint Forces Command (FC) di Napoli l’esercitazione internazionale “Trident Juncture 14” che si concluderà lunedì 17. I complessi war games avranno il compito di certificare le strutture del comando strategico alleato da poco trasferito a Lago Patria come il Centro di direzione e controllo della Nato Response Force (NRF), la forza di pronto intervento dell’Alleanza Atlantica a cui sono assegnati 25.000 militari. “Trident Juncture ha lo scopo di accrescere le competenze e le capacità di comando a un livello operativo bellico, grazie all’addestramento, la pianificazione e l’esecuzione delle missioni all’interno di un complesso scenario politico-militare”, hanno spiegato nel corso di una conferenza stampa l’ammiraglio Mark Ferguson (comandante in capo di JFC Naples e delle forze navali Usa in Europa e Africa) e il generale dell’esercito italiano, Leonardo di Marco.L’esercitazione è il coronamento di un anno d’addestramento di unità tattiche più piccole – task forces speciali terrestri, aeree e navali — messe a disposizione a rotazione dai paesi membri della Nato. Esse faranno parte della NRF che a partire del 2015 ricadrà sotto il controllo del Comando alleato di Napoli”.

Nel corso di “Trident Juncture 14”, lo staff di JFC Naples coordinerà a distanza le operazioni di numerose unità di pronto intervento distribuite in tutta Europa per affrontare una crisi in rapida evoluzione. “Lo scenario previsto in questa esercitazione annuale — l’invasione dell’Estonia da parte di un paese di confine fittizio — potrebbe interessare le nazioni del fianco orientale della Nato che, come l’Ucraina, hanno fatto parte dell’Unione Sovietica e hanno una popolazione considerevole di lingua russa”, commentano gli ufficiali del Comando Nato di Napoli. “Il conflitto evolve progressivamente, passando da operazioni di stabilizzazione e combattimenti irregolari a una guerra terrestre in grande scala”. Le attività prevedono “combattimenti ibridi”, attacchi di sistemi missilistici, cyber defence e “protezione” da attacchi nucleari, biologici e chimici (Nbc).

L’esercitazione si tiene contemporaneamente in diversi paesi europei: oltre alle unità e ai reparti assegnati al JFC Naples di Lago Patria, prendono parte a  “Trident Juncture”, il Joint Warfare Center (JWC) Nato di Stavanger, Norvegia; il French Joint Force Air Component Command di Lione (Francia); il quartier generale delle forze navali spagnoli (HQ COMSPMARFOR) a bordo dell’unità da guerra LPD Castilla; il Comando delle forze speciali polacche di Cracovia e il Comando supremo delle forze alleate in Europa (SHAPE) di Mons, Belgio. Sono coinvolti complessivamente 1,255 tra militari e dipendenti civili del settore difesa.

“A settembre, il summit Nato in Galles ha fornito alle autorità militari un Readiness Action Plan basato su un programma di esercitazioni avanzate di difesa collegialee Trident Juncture 14, la prima grande esercitazione Nato dopo il summit, è parte integrante di questo sforzo”, ha dichiarato il generale Reinhard Wolski, direttore e comandante del Joint Warfare Centre di Stavanger. In Galles, in particolare, è stata decisa la creazione di una forza di pronto intervento con “punte di lancia” (Spearhead), capaci di entrare in azione nel giro di 48 ore, con il supporto di aviazione, marina e forze speciali. La task force avrà a disposizione basi permanenti, depositi di munizioni e carburante e tutte le infrastrutture di supporto necessarie nei paesi Nato prossimi alla frontiera con la Russia.

Lo scorso 3 novembre, il generale Philip Breedlove, comandante delle forze armate Usa in Europa e del Nato Supreme Allied Commander Europe, ha formulato al Congresso Usa la richiesta di aumentare il numero delle unità statunitensi in Europa orientale e dei depositi di equipaggiamenti e armamenti militari come “risposta alle continue mosse aggressive delle forze armate russe”. Breedlove ha affermato che la dimensione numerica delle forze Usa presenti stabilmente in Europa è “sufficiente” ma ha aggiunto che il suo Comando necessiterà nel continente di una maggiore presenza di forze militari su base rotazionale, utilizzando possibilmente unità di riservisti dell’Esercito e la Guardia nazionale. “Date la crescente pressione che avvertiamo oggi in Europa orientale e le misure di sicurezza che abbiamo preso in Baltico, in Polonia e in Romania, abbiamo bisogno di una presenza addizionale a rotazione”, ha concluso il generale Usa. I dettagli sulle unità e sugli equipaggiamenti destinati a rafforzare la presenza statunitense in Est Europa sono in discussione al Pentagono per essere poi presentati al Congresso che dovrà deliberare sul bilancio militare 2016.

Dopo lo scoppio della crisi in Ucraina, Stati Uniti e Nato hanno dato il via a una serie d’imponenti esercitazioni multinazionali in Europa orientale. Dal 15 al 26 settembre scorso, presso l’International Peacekeeping and Security Center di Yavoriv, Ucraina, si è tenuta “Rapid Trident” con il fine di “rafforzare  la partnership è l’interoperabilità tra il Comando delle forze armate Usa in Europa, la Nato, le forze terrestri ucraine e gli altri paesi membri della Partnership for Peace”. All’esercitazione hanno partecipato complessivamente 1,300 militari di 15 nazioni: Ucraina, Azerbaijan, Bulgaria, Canada, Georgia, Germania, Gran Bretagna, Lettonia, Lituania, Moldavia, Norvegia, Polonia, Romania, Spagna e Stati Uniti.
Dal 2 al 14 novembre, nei grandi poligoni di Pabrade e Rukla in Lituania si è tenuta Iron Sword 2014”, a cui hanno preso parte 2.500 militari provenienti da Canada, Estonia, Germania, Gran Bretagna, Lituania, Lussemburgo, Repubblica Ceca, Stati Uniti e Ungheria. Nell’ultimo mese, infine, 600 unità del 1st Brigade Combat Team, 1st Cavalry Division dell’esercito Usa di stanza a Fort Hood, Texas, sono statiti trasferiti in Europa orientale per una missione che avrà una durata non inferiore ai 90 giorni. Attualmente i militari si stanno addestrando con i carri armati M-1 “Abrams” e i veicoli da combattimento “Bradley” in Polonia, Lettonia, Lituania ed Estonia.

venerdì 14 novembre 2014

Mini droni per le forze d’assalto dell’esercito italiano


Si chiama COMFOSE: è il nuovo Comando forze speciali che nell’ambito del potenziamento delle capacità di pronto intervento delle forze armate negli scenari di crisi e di conflitto internazionali ha posto alle dirette dipendenze del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito il 9° Reggimento d’Assalto “Col Moschin”, il 185° Reggimento Ricognizione Acquisizione Obiettivi, il 28° Reggimento Comunicazioni Operative “Pavia” e il 4° Reggimento Alpini Paracadutisti. Con sede nella caserma “Gaberra” di Pisa, la stessa che ospita il Centro addestramento paracadutisti, COMFOSE ha il compito di coordinare le specifiche esigenze di formazione ed addestramento dei reparti ad alta specializzazione dell’Esercito, assicurandone l’interoperabilità. Una task force in linea con le nuove strategie Nato, somigliante ai reparti d’eccellenza statunitensi, francesi e britannici, che sarà dotata dei più moderni e sofisticati sistemi d’arma.

Grazie ad un accordo con IDS - Industria dei Sistemi S.p.A. di Pisa (società d’ingegneria e produzione di sistemi radar e apparati elettromagnetici e aeronavigazione), COMFOSE ha avviato - tramite il 9° Reggimento “Col. Moschin” - la sperimentazione dei droni Manta “ASFO” (acronimo che significa Army Special Forces Operations), piccoli velivoli ad ala fissa, la cui configurazione aeromeccanica consente di eseguire missioni di intercettazione aerea di lunga durata. “Studiato e realizzato per rispondere alle esigenze operative espresse dal COMFOSE, l’eventuale entrata in servizio del Manta consentirà al bacino Forze Speciali/Forze per Operazioni Speciali (FS/FOS) di aumentare la disponibilità di assetti a controllo remoto per la sorveglianza e la ricognizione a livello tattico”, spiega lo Stato Maggiore dell’esercito. “Le FS/FOS devono estendersi a ogni ambiente ed essere attuabili anche in condizioni estreme; in tal senso rappresentano la punta di lancia nella sperimentazione di nuovi armamenti ed equipaggiamenti che in alcuni casi vengono successivamente adottati da esse stesse come da altre unità delle forze armate”.

I nuovi mini droni sono stati realizzati da IDS in due distinte configurazioni da 1,8 e 2,8 metri di apertura alare, con motore a benzina, elettrico o a turbina. I Manta possono essere lanciati mediante una catapulta meccanica o pneumatica da veicoli leggeri o da piccole imbarcazioni per raccogliere e trasmettere informazioni video dall’alto ed in tempo reale. Grazie alle loro dimensioni, i droni possono atterrare su un prato o su una pista di fortuna; il paracadute con cui sono equipaggiati ne consente l’atterraggio verticale su terra o in mare. Per le loro caratteristiche tecniche, i Manta sono adatti pure per missioni di controllo delle frontiere, stima di eventi catastrofici, ricerca e salvataggio e prevenzione incendi.

IDS – Industria dei Sistemi è stata costituita nel 1980 dall’ingegnere Giovanni Bardelli, figlio del fondatore della storica Selenia, poi assorbita dalla holding Finmeccanica. Con un capitale sociale di 7.500.000 di euro e 500 dipendenti, l’azienda ha assunto un ruolo importante nel business dei sistemi elettronici civili e militari. IDS ha il suo quartier generale a Pisa, ma conta pure su una sede operativa a Roma e consociate estere a Brisbane (Australia), Portsmouth (Gran Bretagna), Montreal (Canada) e San Paolo (Brasile). Ha avviato proficue collaborazioni nel campo della ricerca con la Scuola Normale di Pisa e l’Università di Napoli e contribuisce finanziariamente ai master sulla sicurezza della Biomedical University di Roma.

Oltre alla fattiva collaborazione avviata con il neo costituito Comando forze speciali dell’Esercito, l’azienda ha eseguito ricerche nel settore “prevenzione e protezione dalle radiazioni ionizzanti e non ionizzanti” per il Centro Interforze Studi e Applicazioni Militari (CISAM) di San Piero a Grado, Pisa (l’ex Centro per le Applicazioni Militari dell’Energia Nucleare - CAMEN). Nel novembre 2013, l’IDS Measurement Laboratory ha preso parte alle esercitazioni NATO “SET-180” presso il poligono interforze di Mazagón, Huelva (Spagna), uno dei più brandi di tutta Europa, fornendo un proprio radar per l’identificazione di differenti target. Le tecnologie e le consulenze dell’azienda in campo militare sono state pure messe a disposizione del Dipartimento della difesa degli Stati Uniti, del Ministero della difesa britannico, dell’Agenzia per lo sviluppo della difesa della Corea del Sud e dell’Aeronautica militare dell’Australia. Altri importanti progetti ed interventi in ambito civile e militare sono stati avviati in Argentina, Austria, Botswana, Cina, Colombia, Germania, Georgia, Giappone, Giordania, Indonesia, Malesia, Perù, Russia, Singapore, Spagna, Svizzera, Sud Africa, Trinidad e Tobago, Turchia.
Nel sempre più lucroso affaire dei velivoli senza pilota, oltre ai Manta, l’azienda pisana è presente con progetti con molteplici applicazioni che spaziano dal controllo di volo a quello delle frontiere terrestre, marittime e fluviali, al monitoraggio ambientale fino alla valutazione degli effetti di un terremoto o di una frana. Spicca in particolare la realizzazione in joint venture con AgustaWestland (Finmeccanica) di “Hero”, un sistema basato su un velivolo ad ala rotante (con decollo e atterraggio verticale) e su una stazione di terra che grazie ad una vasta gamma di sensori consente missioni pre-programmate in modo completamente autonomo, sia in ambito civile che militare, con una raggio operativo di 100 km. Ci sono poi i velivoli ad ala rotante “Colibrì” e “Stark”: il primo è un quadricottero ideato per missione di sorveglianza e ricognizione, soprattutto in ambienti urbani complessi (può fornire dettagliate immagini dall’alto, seguire veicoli o persone all’interno di un’area di crisi, ecc.); il secondo ha una configurazione classica di elicottero ed è utilizzato per operazioni di pattugliamento a medio e corto raggio, con un’autonomia di due ore e una velocità massima di 100 km/h. “Come il Manta – spiega IDS - anche lo Stark può essere trasportato da veicoli leggeri o da camion ed essere utilizzato per la raccolta di informazioni video a supporto delle operazioni di polizia legate al controllo di traffici illegali o alla sorveglianza in occasione di grandi eventi”. Piccoli-grandi fratelli dunque per operare nelle guerre e nella repressione globale.

martedì 4 novembre 2014

Minori stranieri non accompagnati nei lager di Messina. Una storia infinita

Il 31 ottobre scorso, dopo un triste e infinito balletto di responsabilità tra la Prefettura e il Comune di Messina (con l'epilogo inatteso delle dimissioni della consulente a titolo volontario Clelia Marano), il Prefetto di Messina, Stefano Trotta, ha emanato un provvedimento di trasferimento dei minori non accompagnati, sino ad oggi ospitati nella tendopoli-lager allestita nel campo da baseball "Primo Nebiolo", presso l'Istituto Fondazione IPAB Conservatori Riuniti Scandurra" di via S. Sebastiano di Messina, "una volta ultimati i previsti lavori di adeguamento".
Il provvedimento prefettizio si era reso necessario "al fine di rimuovere la situazione di convivenza e promiscuità con gli altri migranti adulti ospitati nel centro universitario di Contrada Conca d'Oro". Nell'euforia generale per la tanto attesa "soluzione" della vergognosa vicenda dell'accoglienza negata ai minori, nessuno ha ricordato che il 13 agosto scorso, la Regione Siciliana ha emesso il decreto n. 600 che impone una serie di standard strutturali ed organizzativi per l'accoglienza in Sicilia dei minori stranieri non accompagnati. Tra essi, in particolare, si vieta di creare strutture di prima accoglienza per un massimo di 60 persone.
Al Palanebiolo i minori sono attualmente 96. Che ne sarà dei 36 in più? E vuoi vedere che nella fretta, magari, all'ex Ipab gli spazi personali previsti non risponderanno a quelli imposti dal Decreto della regione? Ed è certo che l'ente che lo gestirà (in emergenza ancora una volta lo stesso consorzio del Palanebiolo e della ex caserma di Bisconte, altro non luogo dell'indegnità dell'accoglienza negata peloritana) ha in organico le figure professionali previste dalla Regione?
Insomma, cari rappresentanti delle Istituzioni nazionali e locali, quando si comincerà finalmente a lavorare con professionalità in questa città nel settore migranti e richiedenti asilo, nel pieno rispetto delle leggi e in difesa dei diritti umani?

venerdì 31 ottobre 2014

Veleni nelle urine dei bambini di Milazzo e della Valle del Mela


Cadmio, cromo, nickel. E anche un po’ di mercurio. Sono i metalli pesanti che avvelenano le nuove generazioni di Milazzo e della Valle del Mela, area della provincia di Messina classificata “ad elevato rischio di crisi ambientale” per la presenza di un megapolo industriale con tanto di raffineria (dove la notte del 26 settembre si è sviluppato un devastante incendio in un deposito di carburante), centrale termoelettrica, cogeneratore, acciaieria e altri impianti tossici ed inquinanti. Due anni fa, uno screening eseguito sugli studenti delle scuole medie locali dal Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università degli Studi di Messina diretto dal Prof. Francesco Squadrito, ha evidenziato la presenza nelle urine di alcuni metalli pesanti altamente tossici per la salute umana, classificati come distruttori endocrini dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il monitoraggio biologico ha riguardato 200 alunni di età compresa tra i 12 ed i 14 anni, nati e vissuti nei comuni di Condrò, Gualtieri Sicaminò, Milazzo, Pace del Mela, San Filippo del Mela, Santa Lucia del Mela e San Pier Niceto. Per meglio comprendere il grado di esposizione agli inquinanti ambientali, il personale dell’Università ha eseguito il biomonitoraggio di un gruppo di studenti della stessa età residenti nel comune di Montalbano Elicona. “I programmi di biomonitoraggio risultano utili al fine di raccogliere indicazioni puntuali sull’effettivo grado di esposizione a sostanze di interesse tossicologico di gruppi di popolazione opportunamente scelti o di singoli individui”, spiega l’equipe del prof. Squadrito. “Anziché limitarsi a valutare la parte di inquinante misurata nell’ambiente che potrebbe penetrare nell’organismo umano, si dosa direttamente l’inquinante o i suoi metaboliti nell’organismo stesso. Abbiamo effettuato tutta una serie di attività con i giovani studenti della Valle del Mela: visita medica; raccolta delle urine (la matrice più usata per valutare il grado di esposizione ambientale o professionale a sostanze inquinanti); prelievi ematici per il dosaggio dei metalli pesanti e degli ormoni tiroidei e sessuali; ecografia pelvica nei maschi e alle ovaie nelle femmine; ecografia tiroidea”. Arsenico, cadmio, cromo, mercurio, nickel e vanadio i pericolosi metalli ricercati nelle urine; il piombo nel sangue.

“Per quanto riguarda il cromo, purtroppo, dai risultati appaiono chiari i superamenti del valore di riferimento in quasi tutti i comuni”, denunciano i ricercatori del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università di Messina. “Le aree maggiormente esposte risultano essere, in ordine di grado, quelle di San Filippo del Mela, Santa Lucia del Mela e Milazzo sebbene, per tutti i comuni monitorati, risultavano esserci in quantità variabile dei bambini che presentavano superamenti del valore limite, indicato per il cromo totale”. Mentre la quantità di cromo riscontrata nella popolazione di controllo di Montalbano Elicona si è attestata leggermente sotto il limite di legge fissato in 1,5 μg/l, il valore medio nei minori della Valle del Mela è stato di 2,1 μg/l, con punte massime di 5,1 tra gli alunni di San Filippo, 3,4 a Santa Lucia e 2,3 a Milazzo.

“Per il nickel, la media dei valori rilevata nei comuni monitorati non supera le concentrazioni indicate dal valore di riferimento di 3 μg/l ad eccezione di San Filippo del Mela (6 μg/l)”, aggiunge l’equipe. Sono stati comunque rilevati dei superamenti del valore soglia del nickel anche in alcuni preadolescenti residenti nei comuni di Milazzo e Santa Lucia. “Anche i risultati relativi al monitoraggio biologico del cadmio mostrano purtroppo superamenti per il valore limite di 0,5 μg/l, indifferentemente in tutti comuni della Valle del Mela. Come per i metalli precedenti discussi, anche in questo caso il numero di superamenti maggiori hanno riguardato San Filippo del Mela (1,3 μg/l), Santa Lucia del Mela (1,2 μg/l) e Milazzo (0,7 μg/l)”. Migliore il quadro sanitario sul mercurio. “Data l’assenza di attività produttive, come quelle dell’industria delle vernici e della plastica (vere responsabili delle emissioni di questo inquinante), nei comuni screenati non riscontriamo alte quantità di dose interna di questo metallo e nessun bambino monitorato ha presentato dei valori superiore al limite di riferimento”, scrivono i ricercatori dell’Ateneo peloritano. Quantità di mercurio poco al di sotto del limite di legge di 1 μg/l sono state tuttavia riscontrate, nell’ordine, nelle urine degli alunni di San Filippo, Milazzo, Pace del Mela, Santa Lucia, Gualtieri Sicaminò e San Pier Niceto. Va inoltre segnalato come uno studio sui metalli pesanti contenuti nei suoli dell’area di Milazzo, effettuato nel 1997 dal CCR (Centro Comune di Ricerca) dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), aveva inutilmente evidenziato il superamento in alcuni campioni e per alcuni dei metalli analizzati (cromo, cobalto, rame e zinco) dei limiti di concentrazione previsti dall’Allegato 1 del D.M. 471/99 per siti destinati ad un uso residenziale.

“I distruttori endocrini causano effetti negativi sulla salute di un organismo intatto o la sua progenie e sono molto pericolosi per via della loro azione a lungo termine sul sistema endocrino”, afferma il Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università di Messina. “I distruttori endocrini sono in grado di mimare l’azione degli ormoni naturalmente secreti dal corpo umano, provocando il deragliamento di molte normali funzioni fisiologiche. La loro tossicità è stata inizialmente sottovalutata per il relativamente basso impatto sugli adulti. Tuttavia queste sostanze hanno un’azione davvero spaventosa sulla vita nello stadio prenatale: sono in grado di oltrepassare la placenta e giungere indisturbate al feto, compromettendo gravemente lo sviluppo embrionale. Possono risultare malformazioni evidenti alla nascita, ma assai più spesso possono portare a conseguenze non rilevabili fino all’età puberale o adulta”.

Sono proprio i metalli pesanti come il cadmio, l’arsenico, il piombo, il mercurio, ecc. ad avere una tossicità per il sistema riproduttivo. “Nella popolazione femminile causano l’incremento di rischio di aborti spontanei, la morte fetale intrauterina e parti pretermine, mentre nei maschi inducono oligospermia e riduzione della motilità degli spermatozoi”, ammonisce l’equipe del prof. Squadrito. “Esperimenti di laboratorio con animali esposti in stadio embrionale a concentrazioni significative di distruttori endocrini causano patologie come sviluppo puberale precoce e precocissimo; elevato rischio di endometriosi nelle femmine; infertilità e gravidanze extrauterine; diminuzione della fertilità nei maschi; elevato rischio di criptorchidismo ed ipospadia (malformazioni dell’apparato genitale maschile) nonché di tumori (specie all’apparato riproduttivo) in età adulta; malattie autoimmuni; deficit immunitario; diabete tipo II; deficit cognitivi, limitato sviluppo cerebrale ed intellettivo, predisposizione alla violenza, patologie comportamentali”.

Ulteriori gravi patologie sono generate più specificatamente dai metalli pesanti rinvenuti in alte concentrazioni nelle urine degli studenti della Valle del Mela, primo fra tutti il cromo, utilizzato a livello industriale in numerose leghe e nell’acciaio inossidabile. Mentre i composti del cromo trivalente non sono normalmente considerati pericolosi per la salute, dal punto di vista biologico i composti del cromo esavalente (cromati e bicromati) sono ritenuti “molto tossici”. Classificato come cancerogeno per l’uomo (gruppo 1 secondo l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro), il cromo esavalente può essere mortale se ingerito o assorbito anche attraverso la pelle. Questo metallo è responsabile di una lunga serie di effetti tossici cronici, tra cui congiuntiviti e cheratocongiuntiviti; dermatiti irritative e ulcerazioni a carico degli arti; laringite cronica, bronchite, asma; epatopatie e disturbi a carico del tratto gastrointestinale; rinite ulcerativa, con possibile perforazione del setto nasale. L’esposizione acuta comporta gravi danni a diversi organi, in particolare fegato e reni, con possibile evoluzione verso la morte.

“Quella dermica è una fondamentale via d’esposizione al nickel, anche se la principale via d’assorbimento resta quella respiratoria per inalazione di polveri contenenti composti di nickel relativamente insolubili o gas e aerosol derivanti da soluzioni contenenti nickel”, spiega il Dipartimento di Medicina Clinica. Fumi e polveri di solfuro di nickel sono considerati cancerogeni; molti altri composti di questo metallo sono sospetti cancerogeni. In letteratura vengono descritti effetti tossici soprattutto a carico dell’apparato respiratorio e disfunzioni renali oltre che irritazione della pelle ed ipersensibilità da contatto. “Il cadmio, invece, è biopersistente e, una volta assorbito da un organismo, rimane in esso per molti anni (nell’ordine di decine per gli uomini) prima di venire espulso; numerosi sono gli studi effettuati nei topi, che correlano la diminuzione del peso testicolare con alti livelli di cadmio”, si aggiunge. “La fonte principale di emissione è legata alla fabbricazione e all’industria di riciclo e smaltimento delle batterie di nickel/cadmio, inoltre si disperde nell’ambiente in seguito all’incenerimento dei rifiuti”. Sia il cadmio che i suoi composti sono tossici perfino a basse concentrazioni. Un’esposizione acuta alle polveri di cadmio pari a 5 mg/m³ è letale in circa 8 ore; esposizioni pari a 1 mg/m³ possono invece dare una tossicità rilevante a livello dell’albero respiratorio, con dispnea, tosse, febbre e astemia. Le polveri e i fumi di cadmio sono inoltre chiamati in causa come induttori di enfisema e carcinoma polmonare. L’ingestione di alimenti contaminati con cadmio può provocare invece diarrea, nausea, vomito e disidratazione. Una volta assorbito, il cadmio si lega ai globuli rossi e alle proteine plasmatiche per poi accumularsi principalmente nel fegato e nei reni. Nei soggetti cronicamente sovraesposti al metallo sono stati riscontrati anche osteoporosi, osteomalacia, calcolosi delle vie urinarie, anemia ferrocarenziale per riduzione dell’assorbimento del ferro, epatopatia.

Durante l’azione di biomonitoraggio nella Valle del Mela, l’Università di Messina ha pure effettuato il dosaggio di una serie di ormoni: nei maschi il testosterone e nelle ragazze l’LH (ormone che agiste sull’apparato riproduttivo femminile stimolando la formazione del corpo luteo e la secrezione del progesterone) e l’FSH (nelle ovaie stimola la formazione dei follicoli e la secrezione degli estrogeni). Inoltre è stato effettuato il controllo su tutto il campione di popolazione degli ormoni tiroidei T3 (triiodotironina), T4 (L-tiroxina) e TSH (l’ormone tireotropo che agisce sulla tiroide e stimola la produzione dei T3 e T4). “I dosaggi ormonali non hanno evidenziato differenze significative con gli standard di riferimento utilizzati nella pratica clinica, anche comparandoli con lo stadio dello sviluppo puberale dei soggetti in età adolescenziale”, affermano i ricercatori. “Anche i dosaggi degli ormoni sessuali non si discostano dagli standard clinici di riferimento, comparati con le ecografie e lo sviluppo puberale dei ragazzi”.

Onde eseguire un controllo più completo, l’equipe del prof. Squadrito ha proceduto infine con gli esami ecografici pelvici, testando sia lo stato delle ovaie che dei testicoli per correlarli, successivamente, con i dosaggi ormonali. “Lo stato ovarico e follicolare delle bambine non si discosta dai normali standard clinici di riferimento per quell’età”, si legge nel report finale. “Mentre per quanto riguarda la media del volume testicolare, come si evince dai risultati ecografici comparati con quelli ottenuti nei bambini controllo, risulta essere significativamente ridotta”. Nel corso di queste indagini ecografiche, in 31 soggetti maschi monitorati, si sono poi riscontrate una serie di alterazioni morfologiche dell’apparato riproduttore: 16 cisti epidimali; 8 varicocele; 5 idrocele; 2 cisti testicolari. Un risultati indubbiamente più che sconfortante.   
“L’introduzione e l’attivazione di programmi di biomonitoraggio relativi all’esposizione ad inquinanti ad elevata persistenza ambientale, che tendono a bioaccumularsi e che siano rilevanti sul piano tossicologico, è legata alla possibilità di fornire elementi conoscitivi per i processi decisionali sulle priorità delle azioni di risanamento ambientale”, concludono i ricercatori del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università di Messina. “I siti inquinati e le popolazioni ivi residenti dovrebbero essere selezionati come oggetto di programmi di sorveglianza epidemiologica. L’analisi integrata dei flussi informativi e le indagini di monitoraggio biologico e ambientale, da effettuare su base periodica, rappresentano uno strumento rilevante attraverso cui implementare adeguate politiche di protezione e prevenzione”. Nella Valle del Mela, però, la politica è o collusa o sorda o assente. E la popolazione resta sola, disinformata e indifesa di fronte gli ecomostri del capitale e del profitto transnazionale.