I Padrini del Ponte

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Affari di mafia sullo Stretto

sabato 28 marzo 2015

Aerei fantasma Usa sulla rotta Pantelleria – Tunisia


Aerei fantasma Usa sulla rotta Pantelleria – Tunisia

 

di Antonio Mazzeo

 

Missioni aeree top secret Usa sono state lanciate il 21 marzo dall’aeroporto dell’isola di Pantelleria verso le aree della Tunisia dove sono in corso violenti combattimenti tra le forze armate e le milizie filo al-Qaida. La notizia è trapelata da Tunisi dove alcuni blogger, consultando il sito   Flightradar24.com che fornisce mappe dettagliate sul traffico aereo “civile” a livello internazionale, hanno notato la rotta del tutto anomala di un velivolo Super King Air Beech 300 decollato dallo scalo di Pantelleria alle ore 10 circa di giovedì 26 marzo, che dopo essersi diretto a ovest, è entrato nello spazio aereo della Tunisia e sorvolare in modo circolare la provincia di Kasserine al confine con l’Algeria e in particolare la regione montagnosa del Chaambi. Le evoluzioni aeree sono proseguite sino alle ore 15.45, quando il Super King ha invertito la rotta rientrando a Pantelleria. Il velivolo, secondo quando accertato a Tunisi, avrebbe svolto analoghe missioni sul Chaambi (con piani di volo e orari simili) anche nei giorni 21, 22 e 23 marzo.

Il Super King Air 300 è un bimotore leggero prodotto dall’azienda statunitense Beechcraft. Con un costo unitario di poco superiore ai 7 milioni di dollari, il modello 300 è la versione più grande e più potente della famiglia dei Super King. Con una lunghezza di 14 metri circa e un’apertura alare di 17, il velivolo può trasportare sino a 15 passeggeri, ha un’autonomia di volo di 3.340 km e può raggiungere una velocità massima di 545 Km/h all’altitudine di 7.600 metri. In produzione dalla fine degli anni ’80, il modello B300 è stato acquistato principalmente per svolgere operazioni d’intelligence e sorveglianza nel settore marittimo da Stati Uniti d’America, Algeria, Australia, Canada, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Hong Kong, Iraq, Norvegia, Svezia, Svizzera e Taiwan. Alla fine del 2010, l’esercito Usa aveva nel proprio inventario undici velivoli King Air 300, comprati di seconda mano e modificati in funzione ISTAR (Intelligence, Surveillance, Target Acquisition and Reconnaissance) per la “Tash Force ODIN”, il battaglione aereo di pronto intervento anti-insorgenza, creato nel 2006 per i teatri di guerra più critici.

Il numero di matricola con cui risulta registrato il velivolo (N351DY) consente d’identificarne il legittimo proprietario, l’oscura società Aircraft Logistics Group LLC, con sede a Oklahoma City. Priva di un proprio sito internet, la società risulta essere controllata dal gruppo finanziario Acorn Growth Companies, anch’esso di Oklahoma City, particolamente attivo nel settore aerospaziale e della difesa e che in passato ha sottoscritto contratti con il Pentagono per lo sviluppo di programmi di sorveglianza aerea e intelligence.

Quelle partite da Pantelleria sono dunque operazioni di spionaggio eseguite da contractor delle forze armate Usa o da una delle innumerevoli agenzie dei servizi segreti di Washington? E perché il velivolo opera dalla piccola isola quando il Pentagono ha a disposizione in Sicilia la grande stazione aeronavale di Sigonella, utilizzata in particolare per i voli-spia degli aerei senza pilota “Global Hawk”? E chi ha dato l’autorizzazione in sede governativa a utilizzare uno scalo e lo spazio aereo italiano per i voli fantasma verso la Tunisia? Impossibile ottenere conferme o qualsivoglia informazione dalle autorità civili e militari nazionali. I gestori dello scalo pantesco affermano di non aver registrato alcuna attività nel settore riservato al traffico passeggero “civile” e invitano a rivolgersi al vicino Distaccamento dell’Aeronautica militare, il cui centralino telefonico non è però operativo dalle ore 12 di venerdì sino al mattino di lunedì. Insistendo si ottiene un contatto con il presidio aeroportuale dell’Arma dei Carabinieri che però dirotta l’interlocutore al Comando dei carabinieri di stanza a Sigonella. Dalla grande base siciliana, l’ufficiale di servizio spiega che le competenze sul traffico aereo militare di Pantelleria sono in mano al 37° Stormo dell’Aeronautica militare di Trapani Birgi. Come a Pantelleria, però, il centralino telefonico del Comando è out per tutto il week end e l’unico operatore militare individuato si dichiara impossibilitato a fornire dati in  merito e invita a richiamare il lunedì mattina e chiedere direttamente del Comandante del reparto.

Ciò che è certo è che nelle giornate in cui sono state registrate le attività del velivolo fantasma, tra le montagne tunisine sorvolate si sono intensificate le operazioni militari dell’esercito contro le milizie islamico-radicali. Il  22 marzo un soldato tunisino è stato ucciso e altri due sono rimasti feriti per lo scoppio di una mina “dislocata dai terroristi vicino al confine con l’Algeria nella provincia di Kef”, secondo quanto riferito dal portavoce delle forze armate tunisine. Dall’aprile dello scorso anno, l’esercito ha lanciato una vasta controffensiva proprio sulle montagne di Chaambi dove si nasconderebbero le milizie legate ad Ansar al Sharia, organizzazione islamica che Washington ritiene responsabile dell’attacco al consolato Usa a Bengasi (Libia) l’11 settembre 2012 e ad Okba Ibn Nafaa, gruppo affiliato ad al Qaeda. Sulle montagne di Chaambi, il 17 luglio dello scorso anno, 14 militari tunisini sono stati colpiti a morte nel corso di un’azione lanciata dai gruppi armati ribelli; altre 4 guardie di frontiera tunisine sono state assassinate nel febbraio 2015.

Il Distaccamento aeroportuale di Pantelleria è stato visitato il 9 marzo scorso dal capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, gen. Pasquale Preziosa, dal comandante della Squadra Aerea, gen. Maurizio Lodovisi, dal direttore della Direzione per l’impiego del personale militare dell’Ami, gen. Gianpaolo Miniscalco e dal comandante del 37° Stormo di Trapani Birgi, col. Luca Capasso. “Nel corso della visita, il comandante del Distaccamento ha evidenziato la lunga tradizione storica che lega la presenza dell’Aeronautica Militare all’isola di Pantelleria, terra di frontiera nei confronti del continente africano, la rinnovata missione dell’Ente e le capacità di supporto logistico e tecnico-operativo che la base fornisce quotidianamente in favore delle Forze Armate e delle Forze dell’Ordine”, riporta la nota emessa dal Ministero della difesa.

Lo scalo di Pantelleria è classificato come aeroporto militare “aperto al traffico civile” ed opera sia in ambito militare nazionale che Nato. A Pantelleria, in particolare, sono state ampliate recentemente le due piste di volo ed ammodernato il mega-hangar ricavato all’interno di una collina confinante con l’aeroporto, capace di ospitare sino ad una cinquantina di aerei da guerra.

 

 

venerdì 27 marzo 2015

Militari siciliani alla guerra nel poligono sardo di Capo Teulada


Migliaia di bombe, ogive e missili sono stati esplosi durante le esercitazioni che da oltre mezzo secolo le forze armate italiane e straniere effettuano nel poligono di Capo Teulada, Sardegna sud-occidentale, uno dei più estesi di tutto il territorio nazionale, 7.200 ettari circa. Giochi di guerra che hanno disseminato in un territorio unico dal punto di vista paesaggistico e naturale sostanze cancerogene e veleni mortali. Nonostante le proteste delle popolazioni locali, le azioni dirette dei movimenti No war, decine di mozioni ed interrogazioni parlamentari e le recenti inchieste giudiziarie, a Capo Teulada, reparti provenienti da ogni parte d’Italia e dai paesi dell’Alleanza atlantica continuano a sparare e spareranno ancora sino alla prossima estate. Dal 1° al 26 aprile sarà la volta delle unità e dei mezzi della Brigata Meccanizzata “Aosta”, di stanza in Sicilia. Il 26 marzo, decine di blindati e cingolati hanno lasciato il porto di Messina per la Sardegna, a bordo della nave “Maior” di proprietà della compagnia di navigazione “Levantina Trasporti” di Bari, che il Ministero della Difesa affitta dal 1992 per trasportare armi ed esplosivi in Italia e all’estero.

Da quando è stata trasformata in uno dei reparti d’élite delle forze armate italiane per le operazioni di pronto intervento, la Brigata “Aosta” ha scelto Capo Teulada come il luogo dove testare sistemi d’arma e strategie d’attacco perlomeno due volte l’anno. La prima grande esercitazione a fuoco dei reparti siciliani risale al maggio-giugno 2005 (nome in codice Cardega 2005). Al tempo fu ancora la nave “Maior” a sbarcare nel porto di Sant’Antioco 180 mezzi ruotati, 24 cingolati, 13 autoblindo e 700 uomini e donne della Brigata “Aosta”. “Le attività a Capo Teulada sono state finalizzate all’affinamento delle procedure che, dal maggio 2006 e per sei mesi, l’Aosta dovrà attuare in Kosovo”, riferì il portavoce dell’Esercito. “Le tre settimane trascorse in Sardegna hanno consentito di mettere in atto un intenso programma addestrativo: tiri con armi portatili e di reparto diurni e notturni; tiri con mitragliatrice Browning; esercitazioni a fuoco di squadre e plotoni fucilieri meccanizzati e blindo; scuole tiro con mortai pesanti, artiglieria e sistemi d’arma Folgore; addestramento all’impiego di esplosivi, ecc.”. Stavolta i reparti dell’Aosta raggiungono la Sardegna con i blindati leggeri di nuova generazione Iveco VTLM “Lince”, i veicoli corazzati da combattimento Oto Melara VCC-1/2, gli autoblindo 8x8 “Centauro”.

Contro la prossima campagna di esplosioni e bombardamenti si sta mobilitando la rete No basi – né qui né altrove che annuncia azioni di disturbo, come quelle intraprese nell’aprile 2014, quando centinaia di attivisti riuscirono a bloccare per alcune ore il passaggio dei blindati diretti a Capo Teulada. “In questi giorni teniamo d’occhio i porti e le strade verso il poligono, pronti a ostacolare i movimenti e le manovre dei mezzi della brigata proveniente dalla Sicilia”, spiegano i portavoce del movimento. “Il 19 novembre 2014 abbiamo cercato d’impedire lo spostamento dei mezzi militari dal porto di Sant’Antioco al poligono di Teulada, mentre il 5 dicembre, durante una manifestazione lungo il perimetro della base, varie irruzioni attraverso varchi praticati nei
reticolati hanno provocato il blocco delle esercitazioni. Ancora il 20 dicembre,
un gruppo di manifestanti ha fatto irruzione all’interno del perimetro del
poligono militare di Teulada”.

I danni ambientali e alla salute delle popolazioni che risiedono nei pressi del poligono e gli effetti negativi sull’economia locale sono sotto gli occhi di tutti da tempi remoti, ciononostante il Ministero della difesa si ostina a non voler trovare soluzioni alternative all’uso di Capo Teulada o quanto meno a ridurre il numero e il peso delle esercitazioni nell’area. Durante una recente campagna di rilevamento di sostanze inquinanti all’interno dell’area del poligono, sono state riscontrate percentuali di Torio 232 (elemento radioattivo la cui esposizione a medio e lungo termine è cancerogena per l’uomo), superiori da 10 a 20 volte a quelle presenti normalmente nell’ambiente naturale. L’1 dicembre 2005, l’allora sen. Mario Bulgarelli dei Verdi, in un’interrogazione al Ministro della difesa, riferì che nel corso di una riunione del Comitato misto paritetico per le servitù militari della Sardegna, le autorità militari ammisero che “nelle 335 esercitazioni effettuate nel 2004 a Capo Teulada furono impiegati in particolare 140 missili anticarro Milan e 49 missili Tow, entrambi contenenti amianto e torina, sostanze altamente tossiche, in grado di provocare l’inquinamento del terreno, delle falde e delle piante”. Nella stessa riunione, fu pure riconosciuto “l’utilizzo, a fini addestrativi, di fosforo bianco, secondo le tecniche d’attacco messe in atto dagli Usa in occasione dell’assedio di Falluja, in Iraq”.

Numerosi poi gli incendi all’interno del poligono generati dalle esercitazioni a fuoco (l’ultimo è avvenuto nell’ottobre 2014, nel corso delle “operazioni di tiro con le armi di piccolo calibro - 7.62 mm - da bordo degli elicotteri”, come dichiarato dal Ministero della difesa) o gli “incidenti” che hanno coinvolto la popolazione civile e le imbarcazioni di pescatori delle marinerie dei comuni di Teulada e Sant’Anna Arresi.

“Il poligono militare di Capo Teulada viene considerato dalle Forze armate un’area unica in Italia, in quanto consente lo svolgimento di fondamentali attività addestrative delle Forze terrestri presenti in Sardegna e delle unità Alleate”, riporta l’Indagine conoscitiva sulle servitù militari della Commissione difesa della Camera dei deputati (2007). “Il poligono assicura ogni anno l’addestramento dei volontari per renderli idonei ad ogni tipologia di impiego operativo in patria e all’estero, supportando le Brigate in approntamento per operazioni internazionali”.

Il grande poligono sardo è suddiviso in quattro aree addestrative (Alfa, Bravo, Charlie e Delta) e in una zona d’installazioni permanenti che fa capo alla Caserma S. Pisano. L’area Alfa è percorribile da ruotati e cingolati e consente lo svolgimento di attività a livello di gruppo tattico, aereocooperazione, schieramento di artiglierie e aviolancio. L’area collinare Bravo contiene al suo interno il poligono di tiro per armi individuali e di reparto di Portu Tramatzu ed è utilizzata per lo svolgimento di attività con armi di reparto, mortai, mitragliatrici, nonché per lo schieramento di artiglierie. L’area Charlie, costituita da un costone collinoso e da una zona pianeggiante, permette lo svolgimento di attività a fuoco di complesso minore, lo schieramento di mortai, l’impiego di unità anfibie nonché attività concernenti la scuola di tiro per missili teleguidati. Infine l’area Delta, costituita da una penisola interdetta al transito dei mezzi e delle persone per la presenza di residuati esplosivi, utilizzata però come area d’arrivo per colpi di mortaio ed artiglierie, missili, sganci d’emergenza di aerei e per tiri navali contro costa e bombardamenti aerei. Nelle intenzioni delle forze armate, Capo Teulada potrebbe divenire presto pure un poligono interforze per la sperimentazione dei velivoli senza pilota di ultima generazione. Due anni fa sono stati avviati al suo interno lavori di sbancamento e realizzazione di una rampa per il decollo e l’atterraggio dei droni militari.
Sui veleni disseminati dalle forze armate a Capo Teulada, nel settembre 2013 è stata avviata un’inchiesta da parte della Procura di Cagliari. La scorsa estate i magistrati hanno ordinato alle forze armate di avviare gli interventi di bonifica ambientale di un’area del poligono, con la rimozione degli ordigni inesplosi e degli innumerevoli residuati metallici dispersi. Per tale compito era stata predisposta una task force composta da personale specializzato del 5° reggimento genio dell’Esercito di Macomer (Nuoro) e del 7° reggimento di Difesa NBC (Nucleare, Batteriologica e Chimica) di Civitavecchia. Gli esiti sono del tutto ignoti; di contro le esercitazioni a fuoco di carri armati e cannoni sono proseguite da allora sino ad oggi, ininterrottamente, giorno e notte.

Messina invasa da mezzi militari pronti a partire per Capo Teulada


Stamani il porto di Messina è stato occupato dai mezzi di guerra della Brigata Meccanizzata “Aosta” di stanza in Sicilia, da qualche anno divenuta una dei reparti d’élite delle forze armate italiane per le operazioni di pronto intervento all’estero. Dal 1° al 26 aprile uomini e mezzi della Brigata saranno impegnati nelle esercitazioni a fuoco nel poligono sardo di Capo Teulada.
Intanto sono iniziate le operazioni d’imbarco dei cingolati a bordo della famigerata nave gialla “Maior” di proprietà della compagnia di navigazione “Levantina Trasporti” di Bari, che il Ministero della Difesa affitta dal 1992 per trasportare armi ed esplosivi in Italia e all’estero. La “Maior” è approdata a Messina intorno alle ore 7, proveniente dal porto di Piombino.
“Ci aspettiamo che i mezzi della Brigata Aosta sbarchino in Sardegna entro il 31 marzo, nel porto di Sant’Antioco
o di Cagliari”, scrivono i militanti sardi di No basi – No border, protagonisti negli scorsi mesi di significative azioni dirette di contrasto alla militarizzazione della Sardegna. “Terremo d’occhio i porti e le strade verso il poligono, pronti a ostacolare i loro movimenti e le loro manovre. Quando sarà chiaro il
giorno e il luogo dello sbarco ci daremo appuntamento alle 15:30 di fronte al porto designato per fermarli”.
Nel settembre 2014, la “Maior” fu utilizzata per trasportare dalla base navale de La Maddalena i container in cui erano stati stipati 2.000 razzi Rpg modello 7 e 9 e mezzo milione di munizioni per fucili mitragliatori Ak 47 Kalashnikov destinati ai combattenti peshmega kurdi in Iraq, armati e addestrati da Stati uniti e Nato.
Pubblicato in Stampalibera.it il 26 marzo 2015, http://stampalibera.it/2015/03/messina-il-porto-invaso-da-mezzi-militari-pronti-a-partire-per-le-esercitazioni-nel-poligono-sardo-di-capo-teulada/

giovedì 26 marzo 2015

Pericolo droni per lo scalo aereo di Trapani Birgi


Come trasformare uno degli scali aerei low cost più trafficati d’Italia in un poligono sperimentale per i droni killer. Da quasi due anni l’aeroporto di Trapani Birgi è utilizzato da un’azienda privata straniera per testare nuovi velivoli senza pilota da esportare nei principali teatri di guerra internazionali. Decolli e atterraggi ad altissimo rischio per il traffico aereo passeggeri e spericolate evoluzioni sulle teste delle decine di migliaia di abitanti delle città di Trapani e Marsala e delle isole Egadi. Il 19 marzo scorso si è pure sfiorata la tragedia nello scalo siciliano. Alle ore 13, un prototipo di aeromobile a pilotaggio remoto P.1HH “HammerHead” (Squalo martello) della Piaggio Aerospace è uscito fuori pista durante le prove di rullaggio per la valutazione delle caratteristiche di ground handling. Il drone ha terminato la sua corsa nel prato circostante la pista, senza riportare danni di rilievo. La pista è stata temporaneamente chiusa, il traffico civile è stato dirottato sull’aeroporto di Palermo - Punta Raisi e gli sfortunati passeggeri hanno dovuto poi raggiungere Trapani in bus.

“L’evento è accaduto durante un’attività realizzata nell’ambito del programma di sviluppo e sperimentazione del sistema da parte della Piaggio Aerospace, cui l’Aeronautica Militare sta fornendo supporto tecnico-logistico a livello aeroportuale”, recita un laconico comunicato delle autorità aeroportuali. “L’Aeronautica Militare e Piaggio si sono attivate per rimuovere il mezzo e riaprire la pista nel più breve tempo possibile, al fine di ripristinare il normale traffico aereo militare e civile sulla base, così il traffico è ripreso alle 15.30 circa”.

Lo Squalo martello che si posiziona nella fascia alta dei velivoli a pilotaggio remoto MALE (Medium Altitude Long Endurance), è stato progettato e realizzato negli stabilimenti Piaggio di Villanova d’Albenga (Savona). Si tratta della versione senza pilota del bimotore P.180, utilizzato in ambito civile e militare da numerosi paesi al mondo. Con un’apertura alare di 15,5 metri, il drone può raggiungere la quota di 13.700 metri e permanere in volo per più di 16 ore. La missione è gestita da una stazione di terra, collegata attraverso un centro di comunicazione in linea di vista e via satellite. Il velivolo è stato dotato da Selex ES (gruppo Finmeccanica) di torrette elettro-ottiche, visori a raggi infrarossi e radar “Seaspray 7300” che consentono d’individuare l’obiettivo, anche in movimento, fornendo le coordinate per l’attacco aereo o terrestre, o colpendolo direttamente con missili e bombe a guida di precisione (lo Squalo martello può trasportare sino a 500 kg di armamenti).

Nei mesi scorsi l’Aeronautica italiana ha firmato con Piaggio Aerospace un contratto per l’acquisto di tre sistemi completi P-1HH con sei velivoli a pilotaggio remoto e tre stazioni di controllo terrestre (la consegna è prevista entro i primi mesi del 2016). I voli sperimentali del prototipo dello Squalo martello sono però condotti a Trapani Birgi dal novembre 2013, sotto la guida di un’équipe composta da tecnici di Piaggio e Selex-Finmeccanica e dal personale del 37° Stormo dell’Aeronautica di stanza nello scalo trapanese. L’ultimo ciclo dei test in Sicilia era stato annunciato ai piloti di aeromobili lo scorso 29 gennaio con il NOTAM B0443/15: “dal 15 febbraio al 15 aprile 2015, l’aerodromo potrebbe essere chiuso al traffico ogni giorno per 45 minuti previa autorizzazione e contatto radar durante l’esecuzione delle attività già preannunciate dal NOTAM W0191/15 (attività di velivoli senza pilota)”. Due mesi interi, dunque - comprensivi di feste pasquali - di pericoloso asservimento del traffico aereo civile per i profitti finanziari di una società, Piaggio Aerospace, il cui capitale azionario è in mano alla Mubadala Development Company, la società di investimenti strategici del governo degli Emirati Arabi Uniti.

L’aeroporto “Vincenzo Florio” di Trapani Birgi è classificato come “scalo militare destinato al ruolo di Deployement Operating Base (DOB)”: sostiene cioè i “rischieramenti temporanei” di velivoli da guerra italiani e NATO, ma le sue due piste lunghe rispettivamente 2.695 e 2.620 metri, possono essere aperte al traffico aereo civile “a determinate condizioni”. Attualmente lo scalo ospita il Comando del 37° Stormo dell’Aeronautica militare, il 18° Gruppo di volo dotato di otto caccia multiruolo di ultima generazione Eurofighter Typhoon per la sorveglianza dello spazio aereo mediterraneo e l’82° Centro CSAR (Combat Search and Rescue), equipaggiato con gli elicotteri HH-3F, con compiti di ricerca e soccorso degli equipaggi dispersi e il trasporto sanitario d’urgenza. Dalla seconda metà degli anni Ottanta, Trapani Birgi è pure la base operativa avanzata (FOB) degli aerei-radar E-3A AWACS nell’ambito del programma multinazionale NATO Airborne Early Warning Force per la sorveglianza integrata dello spazio aereo, il cui comando generale è ospitato a Geilenkirchen (Germania).
L’infrastruttura siciliana è stata una delle basi più utilizzate dalla coalizione internazionale per le operazioni di guerra in Libia, dal 19 marzo al 31 ottobre 2011: stando alle stime ufficiali, la NATO ha lanciato da Trapani quasi il 14% dei raid aerei contro obiettivi libici. Il conflitto ha comportato lo stop del traffico aereo civile per undici giorni di seguito, con effetti pesantissimi sull’economia e il turismo nella Sicilia occidentale. A quattro anni di distanza, il governo Renzi ha autorizzato l’esborso di una “prima” tranche di 5 milioni di euro a favore della società mista che gestisce lo scalo trapanese, come parziale risarcimento dei mancati guadagni durante la guerra alla Libia. Nel 2014 da Birgi sono transitati 1.598.571 passeggeri: donne, uomini e bambini ignari che un manipolo di militari e costruttori di droni testavano i futuri strumenti di distruzione di massa mettendo seriamente a rischio le proprie vite.

mercoledì 25 marzo 2015

Dalla Sicilia alle guerre globali


Intervista di Pina La Villa ad Antonio Mazzeo, giornalista e autore di diverse inchieste e saggi sulla militarizzazione del territorio in Sicilia, sui migranti e sui diritti umani.

1) Ho appena consultato uno dei tuoi primi libri, Sicilia armata. Basi, missili, strategie nell’isola portaerei della Nato. E’ del 1991, circa 25 anni fa. Da allora i tuoi articoli e le tue inchieste hanno seguito da vicino lo sviluppo delle strategie della Nato e degli Stati Uniti sul fronte europeo e non solo. Poi è arrivato il MUOS (Mobile User Objective System a Niscemi). C’è una continuità fra la situazione che descrivevi nel libro e l’installazione del MUOS a Niscemi?

Sì, anch’io ho riletto da poco quel volume ed è sconcertante che le denunce che facevamo allora, i timori che esprimevamo sulla tendenza bellica verso cui marciava l’Isola, non siano mai stati seriamente al centro delle attenzioni delle forze politiche, sociali e sindacali o dei grandi organi di stampa regionali e nazionali in questi 23 anni.

Eppure dalla pubblicazione ad oggi, la Sicilia ha fatto da piattaforma avanzata per le operazioni nei Balcani negli anni ‘90, per le guerre globali scatenate da Stati uniti, Nato e paesi partner mediorientali dopo l’11 settembre 2001 (Afghanistan, Iraq, Yemen, Corno d’Africa, Libia, Siria, ecc.), per le recenti crociate contro le migrazioni nel Mediterraneo.

Infine è stata la volta del MUOS di Niscemi, della base di Sigonella promossa da Washington e Bruxelles a capitale mondiale dei droni e del dislocamento, sempre a Sigonella della neocostituita forza di pronto intervento del Corpo dei marines, sempre più impegnata nei blitz e in operazioni sporche top secret in Nord Africa e Somalia. Un’escalation senza fine, purtroppo, del processo di militarizzazione che ha avuto effetti devastanti per la società, l’economia e la politica siciliana e che temo già nei prossimi mesi avrà altri e più pericolosi effetti nel vissuto di tutti i siciliani.

2) Contro il MUOS è nato un forte movimento di cittadini che da un lato si battono per un Mediterraneo di pace, dall’altro condividono un’idea di crescita e di sviluppo che non distrugga il territorio e i suoi abitanti. Il movimento fa ormai storia a sé, per le energie che ha mobilitato e per l’attenzione che ha alimentato anche rispetto ad altre aree interessate dagli affetti della militarizzazione del territorio. A fine gennaio il movimento sembrava sconfitto, ma il 23 febbraio è arrivata la sentenza del TAR. In cosa consiste esattamente la decisione del tribunale?

Il Tribunale Amministrativo Regionale ha ritenuto del tutto fondati i ricorsi presentati da Legambiente e dai Comitati No MUOS contro i provvedimenti della Regione Siciliana, presieduta da Rosario Crocetta, che il 24 luglio 2013 avevano revocato lo stop ai lavori di costruzione del megaimpianto militare ordinato dalla stessa regione il 29 marzo precedente. Concretamente, il TAR di Palermo ha evidenziato come le autorità regionali abbiano fondato i loro atti senza seri e oggettivi studi sui rischi del MUOS per la popolazione e l’ambiente e sul traffico aereo di ben tre scali siciliani, Comiso, Catania-Fontanarossa e Sigonella. Il terminale terrestre del MUOS, realizzato all’interno di un’area protetta, la sughereta di Niscemi, è dunque abusivo e illegittimo.

3) Si può dire che, alla fine, le lotte pagano?

Le lotte, quando hanno obiettivi chiari e netti, rifiutano la delega alla politica “istituzionale” e formale, sono autorganizzate e autogestite e sperimentano pratiche coerenti (azioni dirette, disobbedienza civile, ecc.) pagano sempre. E se anche alla fine arriva una sconfitta, i movimenti si autorigenerano per affrontare nuove campagne, opporsi ad altri crimini della globalizzazione e dello sviluppo capitalista. Seminano democrazia, autogestione, voglia di esserci e decidere. Sono sempre e comunque una grande scuola di partecipazione e democrazia diretta.

4) Cosa succederà adesso, dopo questa sentenza?

Bisogna essere sinceri sugli effetti reali della storica sentenza del Tar. Sapevamo di avere ragione su tutti i 1.000 motivi per opporci all’installazione del MUOS e non abbiamo mai dubitato che alla fine il Tar avrebbe accolto le tesi dei legali no MUOS.

Ma non ci siamo mai fatti illusioni: solo la lotta dei volti, dei sorrisi e dei corpi potrà liberarci dal MUOStro di Niscemi e imporre al governo nazionale e regionale un cambio a 360 gradi delle scelte politiche in ambito internazionale.

La sentenza legittima ulteriormente il senso e le pratiche delle nostre lotte e ci consente ad affrontare a testa alta nuove e più difficili campagne di mobilitazione per la pace, contro le basi militari che soffocano l’Isola e per poter affermare l’Utopia di un’Isola che sia davvero il ponte di pace di tutti i popoli del Mediterraneo.

Infine discredita ulteriormente i mille provvedimenti restrittivi e la gratuita violenza delle forze dell’ordine, il clima fortemente repressivo e fascistoide instaurato a Niscemi contro le attiviste e gli attivisti No MUOS. Si è colpito il Movimento a suon di botte e denunce mentre si sono chiusi entrambi gli occhi di fronte le gravi e comprovate violazioni commesse nei lavori e l’infiltrazione mafiosa nei cantieri del MUOS.

5) In uno dei tuoi ultimi articoli ti sei occupato del riposizionamento delle basi e degli uomini dell’esercito degli Stati Uniti in Europa. Che conclusioni ne hai tratto? Quanto c’entrano queste decisioni con le “guerre globali del XXI secolo” e quanto con la situazione in Ucraina?

Beh direi che le scelte di riposizionamento della Nato e degli Stati Uniti d’America sul Fronte Sud (Spagna e Italia) e ad Est sono l’ultimo tassello di una feroce campagna di riarmo, di potenziamento dell’apparato bellico e di affinamento delle strategie geo-militari globali avviata progressivamente dopo il 1989 e resasi ancora più acuta dopo il 2001.

Il rafforzamento del dispositivo bellico multinazionale in Georgia, Repubbliche baltiche, Polonia, Romania, Bulgaria, Ungheria e Ucraina non è iniziato purtroppo con le violenze dei fascisti filo-governativi in Crimea e nell’Est dell’Ucraina; è un processo lungo, intrapreso scientificamente da Washington e le grandi potenze europee dopo al caduta del Muro di Berlino, con finalità neocoloniali per asservire al Capitale occidentale le economie dei paesi dell’Est Europa e accerchiare e soffocare il gigante russo. Con le conseguenze orribili per i popoli orientali che oggi sono sotto gli occhi tutti.

Antonio Mazzeo ha pubblicato nel 2010 I padrini del ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina (Edizioni Alegre) e nel 2013 Il MUOStro di Niscemi. Per le guerre globali del XXI secolo (editpress). I suoi articoli sono pubblicati, oltre che sul blog, anche sulle riviste on-line www.girodivite.it e www.isiciliani.it


Intervista a cura di Pina La Villa, pubblicata il 23 febbraio 2015 in www.ricostruirepc.it., http://www.ricostruirepc.it/dalla-sicilia-alle-guerre-globali-intervista-ad-antonio-mazzeo/

martedì 17 marzo 2015

Nuove avventure militari italiane in Corno d’Africa


L’Italia ha donato all’esercito somalo 54 mezzi da guerra di seconda mano nell’ambito di un programma di cessione di equipaggiamento che include anche vestiario e altre dotazioni militari. La consegna è avvenuta a Mogadiscio lo scorso 5 marzo: si tratta di autocarri e veicoli multiruolo corazzati MAV 5 4x4 prodotti dalla Carrozzeria Boneschi Srl e da Iveco Spa, in grado di trasportare sino a sei persone e utilizzati la prima volta dalle forze armate italiane proprio in Somalia nel 1993, con l’Operazione Ibis. I mezzi saranno utilizzati dalle forze armate somale in attività di ordine pubblico e contro le milizie anti-governative degli al Shabaab.

Attualmente l’Italia partecipa alla missione d’addestramento EUTM Somalia (European Union Training Mission) dell’Unione europea, con 78 militari impiegati in vari ambiti. “Oltre alla formazione militare di base, a quella specialistica e a quella finalizzata alla leadership, EUTM fornisce al ministero della difesa ed alle forze armate nazionali della Somalia consulenza strategica sullo sviluppo del settore della sicurezza, anche per quanto riguarda la gestione del personale, la pianificazione strategica e la legislazione relativa alla difesa”, spiega il Ministero della difesa. Prorogata dal Consiglio dei ministri degli esteri europei fino al 31 dicembre 2016, la missione Ue ha contribuito sinora alla formazione di circa 4.000 militari somali e opera in stretta collaborazione con il Comando militare statunitense per il continente africano (US AFRICOM) ed AMISOM, la missione militare dell’Unione africana in Somalia. Dal gennaio dello scorso anno la base di EUTM è stata trasferita dall’Uganda nel complesso portuale-aeroportuale di Mogadiscio, mentre tutte le attività addestrative sono condotte presso il Jazeera Training Camp, sito a una ventina di chilometri dalla capitale. EUTM comprende a sua volta due missioni Ue complementari: EUNAVFOR Somalia - Operazione Atalanta contro la pirateria al largo delle coste somale ed EUCAP Nestor “per lo sviluppo delle capacità nel settore della sicurezza marittima nel Corno d’Africa e nell’Oceano indiano occidentale”. Dal 6 agosto 2014 al 3 marzo 2015, l’Italia ha dispiegato per EUNAVFOR nell’aeroporto di Chabelley, Gibuti, i velivoli a pilotaggio remoto Predator A+ del 32° Stormo dell’Aeronautica. I droni sono stati impiegati in ben 28 interventi (con oltre 300 ore di volo) per la raccolta dati d’intelligence, la ricognizione e la sorveglianza in mare e sulla terra ferma.

Le forze armate italiane guidano da più di due anni le attività di EUTM in Corno d’Africa. Dall’8 marzo scorso, Bruxelles ha nominato comandante della missione il generale di brigata degli alpini Antonio Maggi, che ha sostituito il gen. Massimo Mingiardi. “EUTM Somalia rischia di fallire nelle sue finalità addestrative e di equipaggiamento del Somali National Army (SNA) se gli Stati Uniti e l’Unione europea non assicureranno congrui finanziamenti a lungo termine”, ha dichiarato il gen. Mingiardi, prima di lasciare il proprio incarico. Nello specifico, il militare ha invitato Bruxelles ad impiegare i 2,5 milioni di euro stanziati nel 2015 per EUTM, nell’acquisizione di attrezzature “non letali” e nella costruzione in Somalia di caserme, alloggi e altre infrastrutture. Intanto, lo scorso mese di febbraio, i militari italiani di EUTM  Somalia hanno donato una serie di attrezzature ai soldati somali che hanno frequentato i corsi tenuti a Mogadiscio: blu guns (repliche di armi in plastica blu, necessarie per l’addestramento di base individuale e di squadra), scudi e caschi protettivi, maschere antigas e altri accessori per le operazioni anti-sommossa e di ordine pubblico. Nell’aprile 2014, l’Italia aveva consegnato alle forze di polizia somale pure 30 veicoli blindati.

Decine di ufficiali somali sono addestrati in questi mesi a Livorno presso le apposite strutture del Comfose, il Comando Forze Speciali dell’Esercito, dagli incursori del  9° Reggimento d’Assalto “Col Moschin”, reparto d’eccellenza della Brigata Folgore. Le attività rientrano nel programma di cooperazione militare rivolto alla Somalia, avviato dopo la firma a Roma, nel settembre 2013, di un Memorandum bilaterale nel settore Difesa e gli accordi messi a punto con la visita a Mogadiscio, il 10 ottobre 2014, dell’allora Capo di stato maggiore, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli. Contestualmente ha preso il via a Gibuti la missione addestrativa MIADIT dell’Arma dei Carabinieri, “volta a favorire la stabilità e la sicurezza della Somalia e dell’intera regione del Corno d’Africa, accrescendo le capacità nel settore della sicurezza e del controllo del territorio da parte delle forze di polizia somale”. I moduli formativi per 150-200 agenti somali alla volta, hanno una durata di 12 settimane e sono curati da un team di 30 militari dell’Arma. L’ultima fase di MIADIT ha preso il via il 24 febbraio scorso ed è stata estesa pure a 40 elementi delle forze di polizia gibutine con istruttori provenienti dal GIS - Gruppo Intervento Speciale (specializzato in operazioni antiterrorismo), dal 1° Reggimento Paracadutisti “Tuscania” e dai ROS dei Carabinieri. Nell’ambito dell’accordo sottoscritto tra le forze amate italiane e quelle di Gibuti, nel giugno dello scorso anno sono stati consegnati al piccolo paese africano pure sei blindati 4x4 “Puma” e una decina di obici semoventi M-109L da 155 millimetri prodotti da Oto Melara, dismessi in Italia dopo l’acquisto dei nuovi semoventi Pzh-2000.
Il decreto del governo Renzi del 10 febbraio scorso che ha rifinanziato le missioni militari all’estero fino al 30 settembre 2015, ha destinato complessivamente 21.235.771 euro a favore di EUTM Somalia, EUCAP Nestor, al funzionamento della base logistica dell’esercito italiano a Gibuti (operativa dal 2013) e alla proroga dell’impiego di personale militare in attività di addestramento delle forze di polizia somale e gibutiane. Altri 29,4 milioni di euro sono stati stanziati per la partecipazione delle unità navali della Marina alla missione antipirateria “Atalanta” nel Golfo di Aden. Fuori bilancio la spesa necessaria ad aprire, quest’anno a Mogadiscio, una missione autonoma italiana di “consulenza e assistenza militare” delle forze armate somale, come auspicato dai vertici della difesa qualche mese fa.

domenica 15 marzo 2015

L’Italia verso le deportazioni di migranti in Nord Africa


Respingimenti “assistiti” di migranti e richiedenti asilo nel Canale di Sicilia; accompagnamenti coatti ai megacentri d’accoglienza che Bruxelles auspica di aprire in Nord Africa; blocchi navali e ulteriore militarizzazione del Mediterraneo nel nome della guerra alle migrazioni, al terrorismo e ai traffici illegali. L’Unione  europea, congiuntamente alle Nazioni Unite e alla Nato, sta per varare il nuovo pacchetto d’interventi armati per “contenere” i flussi migratori dal continente africano mentre l’Italia pensa intanto a varare una nuova operazione Mare nostrum con rotte navali opposte a quelle seguite sino al settembre 2014 dalla Marina militare con il sostegno operativo delle unità da guerra dei paesi nordafricani. Il 12 marzo, nel corso di una riunione ristretta a Bruxelles con i ministri dell’Interno di Francia, Germania, Spagna, e con il commissario Ue all’Immigrazione Dimitris Avramopoulos, il ministro Angelino Alfano ha presentato una “proposta confidenziale” in cui si chiede d’intervenire per “coinvolgere direttamente i paesi terzi affidabili nella sorveglianza marittima e nelle attività di ricerca e salvataggio”, affinché i migranti salvati nel Mediterraneo vengano poi riportati in Nord Africa. Secondo l’agenzia di stampa Askanews, il paper di Alfano indicherebbe ai partner europei 14 punti per l’impiego di “meccanismi di cooperazione operativa ad hoc”, in particolare al largo della Libia, l’area più interessate dal fenomeno delle migrazioni dal Nord Africa.

Alfano, in particolare, caldeggia l’idea che nel caso in cui le unità da guerra tunisine intercettino imbarcazioni con migranti “clandestini”, esse facciano rientro in Tunisia per sbarcarvi le persone fermate in mare, “nel rispetto del principio del luogo sicuro più vicino, previsto dalla Legge del Mare”. Giunti a terra, “i rappresentanti degli Stati membri dell’Ue e delle due agenzie Onu dei rifugiati (Unhcr) e dei migranti (Iom) assisterebbero le autorità tunisine fornendo la loro expertise nel campo della gestione dei flussi migratori, delle procedure internazionali di protezione, dell’assistenza alle persone vulnerabili e del ritorno dei migranti irregolari ai loro paesi d’origine”. Sempre secondo il documento del ministro degli interni, “questo nuovo possibile modello di cooperazione con i paesi terzi produrrebbe anche un effetto deterrente, così che sempre meno migranti sarebbero pronti a mettere a rischio la loro vita per raggiungere le coste europee, e porterebbe a una riduzione della portata del fenomeno nel medio-lungo termine”. “Gli interventi – aggiunge Alfano - dovrebbero essere adeguatamente sostenuti dall’Ue, attraverso finanziamenti e fornitura di assistenza tecnica, con l’obiettivo, di costituire a termine una efficiente guardia costiera”. In un primo tempo, il supporto Ue andrebbe a favore delle autorità tunisine, ma successivamente potrebbe estendersi anche all’Egitto e al Marocco, dove il 13 marzo scorso si è recata in vista la ministra della difesa Roberta Pinotti per discutere di “controllo delle frontiere e dei flussi migratori e lotta al terrorismo internazionale”.

Nel quadro della cooperazione con i paesi nordafricani nella “prevenzione” dei flussi migratori indesiderati, nel dicembre 2014 si è tenuta nelle acque della Sicilia orientale l’esercitazione bilaterale italo-tunisina “Oasis”. “Con la pianificazione del Comando delle forze da pattugliamento di Augusta, l’esercitazione ha avuto lo scopo di accrescere e consolidare le capacità delle forze navali italiane e tunisine nel campo della ricerca e soccorso marittimo (Sar), sorveglianza e controllo del traffico mercantile, contrasto alle attività illecite via mare e ricerca e rimozione di ordigni rinvenuti sul fondale marino”, ha spiegato il portavoce della Marina militare italiana. Il mese scorso, il governo italiano ha pure concluso la consegna di dodici pattugliatori alle forze armate della Tunisia, per un valore complessivo di 16,5 milioni di euro, nel quadro di un accordo intergovernativo sottoscritto dai due Paesi nell’aprile 2011. Secondo l’accordo, le unità saranno impiegate nel controllo delle acque territoriali tunisine e per “contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina”.

I pattugliatori, realizzati dal Cantiere Navale “Vittoria” di Adria (Veneto), sono stati destinati alla Guardia Nazionale e alla Marina militare tunisina: si tratta di sei motovedette modello P350TN e di sei pattugliatori P270TN. I P270 e P350 sono unità navali specializzate in compiti di sorveglianza marittima, pattugliamento delle coste e oceanico, “intercettazione e combattimento a fuoco”. La motovedetta P270TN è lunga 27 metri, larga 7,20 e ha un dislocamento di 90 tonnellate; il sistema di propulsione assicura una velocità massima di 35 nodi e un range di 500 miglia marittime. I sei P350TN hanno un dislocamento di 140 tonnellate, sono lunghi 35 metri e larghi 7,20; il sistema di propulsione consente un range di 600 miglia e una velocità massima di 38 nodi. Le unità sono state consegnate prive di armamento, ma sono state equipaggiate da Tunisi con cannoni da 20-30 mm.
Nell’ambito dell’accordo bilaterale con la Tunisia, nel maggio 2011, l’Italia ha fornito alla Guardia Nazionale del paese nordafricano quattro motovedette Classe 700 “Carabinieri”, prodotte a Gaeta dai Cantieri Navali del Golfo, di 18 tonnellate di dislocamento. Altre due imbarcazioni Classe 500, 13 sistemi radar di pattugliamento e 38 motori marini sono stati consegnati alla Tunisia tra il 2009 e il 2011. Nello stesso periodo, l’Italia ha infine sostenuto finanziariamente la manutenzione di sette pattugliatori da 17 metri e di 8 motovedette classe “Squalo”/P58. Nell’aprile 2013, l’Italia ha consegnato alla Tunisia anche alcuni fuoristrada per contrastare e bloccare le partenze dei migranti.