I Padrini del Ponte

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Affari di mafia sullo Stretto

venerdì 24 ottobre 2014

Falchi italiani precipitano in Congo


Ennesima figuraccia in terra d’Africa per i droni di produzione italiana. Il 20 ottobre scorso un velivolo senza pilota “Falco” delle forze di peacekeeping delle Nazioni Unite è precipitato in una regione orientale della Repubblica democratica del Congo. “Il drone, per ragioni sino ad ora ignote, è precipitato al suolo in un’area disabitata e senza provocare alcun danno, a tre chilometri a nord della città di Goma, dopo essere decollato dall’aeroporto locale”, ha riferito Charles-Antoine Bambara, portavoce di MONUSCO, la missione militare Onu in Congo. Realizzato da ES Selex - gruppo Finmeccanica - negli stabilimenti di Ronchi dei Legionari (Gorizia), il “Falco” era uno dei cinque velivoli senza piloti ordinati nel luglio 2013 dalle Nazioni Unite per rafforzare le capacità operative dei reparti schierati al confine orientale della Repubblica Democratica del Congo con il Ruanda e l’Uganda. La consegna dei droni (il cui valore è superiore ai 50 milioni di euro) era stata avviata a metà dicembre e si era conclusa lo scorso aprile. I cinque “Falco” sono giunti in Congo a bordo dei velivoli cargo C130J “Hercules” della 46^ Brigata aera dell’Aeronautica militare italiana di Pisa, dopo scali tecnici a Luxor, Egitto e Nairobi, Kenya.

Azionati dal personale tecnico di Selex presente nello scalo aereo di Goma, i droni hanno un raggio di azione di 250 km e un’autonomia superiore alle 12 ore di volo; possono trasportare carichi differenti tra cui, in particolare, sensori radar ad alta risoluzione che consentono di individuare obiettivi in tempo reale e a notevole distanza. Il “Falco” è stato progettato per operare in qualsiasi condizione meteorologica e per un’amplia serie di missioni. Tra le sue capacità figurano il decollo e l’atterraggio corti completamente automatici, il volo e la navigazione diurna e notturna ed una stazione di controllo a terra realizzata secondo i requisiti previsti dalla Nato, che permettono di pianificare e ridefinire i compiti operativi e la condivisione dei dati.

Nel rapporto in cui sono analizzate le “positive” performance dei “Falco” italiani in Congo, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite riferisce che i droni-spia sono utilizzati particolarmente nella regione orientale del North Kivu per “monitorare” i movimenti dei gruppi armati antigovernativi e gli spostamenti delle popolazioni civili. “Sin dalla loro entrata in funzione, questi sistemi aerei hanno assicurato a MONUSCO una fonte d’informazioni controllate e appropriate per supportare gli sforzi del contingente militare nel settore dell’intelligence, della sorveglianza e del riconoscimento, contro le attività illegali dei gruppi armati”, ha dichiarato Hervé Ladsous, responsabile Onu per le operazioni di peacekeeping. “Oltre a effettuare missioni di sorveglianza nella giungla, i “Falco” hanno assistito un convoglio del World Food Program che portava aiuti alimentari in territori minacciati dai ribelli”. In un’occasione, il 5 maggio 2014, i droni sono stati impiegati per il salvataggio dei passeggeri di un’imbarcazione naufragata nel lago Kivu. L’avvistamento dei naufraghi da parte di un “Falco” consentì al personale di MONUSCO di salvare 14 persone, ma altri 11 passeggeri furono dati dispersi.

Quello del 20 ottobre non è l’unico incidente accaduto nella Repubblica Democratica del Congo ai velivoli di Selex-Finmeccanica. A gennaio un altro “Falco” è precipitato a poca distanza dalla pista dell’aeroporto di Goma. Secondo le forze armate congolesi, il drone al rientro da una missione avrebbe completamente mancato la pista d’atterraggio, andando a schiantarsi al suolo. Anche in quel caso l’incidente non ha provocato vittime o feriti ma il velivolo è rimasto completamente distrutto a seguito dell’impatto. Probabile causa dell’incidente un “problema tecnico” agli apparati di bordo.

L’acquisto dei droni italiani da parte delle Nazioni Unite era stata oggetto di polemica a New York nell’agosto 2013. In particolare, Inner City Press aveva denunciato l’inappropriata affidabilità e sicurezza dei “Falco”. “Questi droni sono stati al centro di gravi incidenti, dal Pakistan al Galles”, riportò l’agenzia stampa. “Lo scorso anno un SG Falco - Selex dell’Aeronautica militare pakistana è precipitato dopo il via dalla base aerea di Mureed durante una prova di volo a causa di problemi tecnici, a qualche chilometro di distanza dal distretto di Mianwali in Punjab. In precedenza, un altro aereo-spia Falco era precipitato nel Galles occidentale, dopo essere decollato dal centro di sperimentazione UAV di Parc Aberporth, vicino l’aeroporto di Ceredigion”. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu preferì non commentare quanto pubblicato e confermò la commessa dei cinque “Falco” per MONUSCO. Il 29 maggio 2014, in occasione della Giornata mondiale dei Caschi Blu, il dipartimento delle Nazioni Unite per le missioni di peacekeeping utilizzò l’immagine del drone italiano per il poster ufficiale dell’evento. “Il mondo ha di fronte nuove minacce e il peacekeeping dell’Onu si sta evolvendo per farvi fronte”, si legge nel comunicato ufficiale. “Per questo si sta studiando come farsi aiutare da tecnologia e innovazione, come nel caso dei droni non armati, per avere successo in ambienti sempre più difficili e con un buon rapporto tra costi e benefici”. Un mese prima era stata l’ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite, Samantha Power, a enfatizzare l’uso delle nuove tecnologie “come i droni attualmente dislocati con la missione MONUSCO in Congo” nella “lotta contro i nuovi genocidi”.
Nonostante l’assai discutibile esito dei Falco in Congo, a luglio il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha reso noto che pure i caschi blu della missione MINUSMA in Mali saranno dotati di quattro velivoli teleguidati di Selex. I Falco saranno schierati nelle basi di Gao e Timbuctù dove già operano elicotteri da guerra francesi e olandesi e saranno gestiti per tre anni da una società privata che curerà anche la manutenzione e l’elaborazione delle immagini raccolte a beneficio di MINUSMA. Ma presto l’Onu potrebbe acquistarne di altri da schierare in Costa d’Avorio, Darfur, Sud Sudan e Centrafrica.

giovedì 23 ottobre 2014

Forze armate italiane in Kuwait per la guerra all’Isis


Forze armate italiane in Kuwait per la guerra all’Isis

di Antonio Mazzeo

Parte dal Kuwait l’avventura militare italiana contro le milizie del Califfato. Nei giorni scorsi, un velivolo tanker Boeing KC-767-A in dotazione al 14° Stormo dell’Aeronautica di Pratica di mare (Roma) è stato trasferito nella base aerea di Kuwait City per rifornire in volo i cacciabombardieri della coalizione internazionale a guida Usa impegnati contro l’Isis in Iraq e Siria. Sempre in Kuwait, petromonarchia che ha contribuito ad addestrare, finanziare ed armare  i gruppi di miliziani in lotta contro il regime di Bashar Assad poi confluiti nell’esercito del Califfato, l’Aeronautica rischiererà entro un paio di settimane due droni-spia “Predator” del 32° Stormo di Amendola (Foggia). Perché siano pienamente operativi, i velivoli senza pilota dovranno essere riconfigurati per la nuova missione bellica e sarà necessario allestire in loco le necessarie infrastrutture logistiche.

Secondo quanto dichiarato in Parlamento il 16 ottobre scorso dalla ministra della Difesa Roberta Pinotti, il contributo italiano alla Coalizione internazionale prevede pure il dispiegamento di 200 addestratori e 80 “consiglieri” militari, molto probabilmente a Erbil, nel Kurdistan iracheno, per addestrare le unità locali e i battaglioni dei pershmega curdi. Alcuni ufficiali italiani saranno distaccati infine a Tampa (Florida), sede del Comando centrale che guida l’Operazione Inherent Resolve, com’è stata chiamata dal Pentagono la nuova campagna di guerra in Medio Oriente. “Il contributo dell’Italia alla lotta contro lo Stato islamico deve proseguire e in tale contesto hanno preso avvio lo studio e la pianificazione di altri interventi, come la fornitura di ulteriori stock di munizioni e armi di cui potranno far parte anche controcarro e blindati in uso all’Esercito Italiano”, ha spiegato la ministra Pinotti. Le autorità militari prevedono inoltre d’inviare “altri assetti pilotati per la ricognizione aerea” come i cacciabombardieri AMX e Tornado, ma c’è da immaginare che inevitabilmente saranno impiegati in azioni di attacco e bombardamento. Secondo l’agenzia Adnkronos, militari curdi potrebbero essere ospitati infine in Italia nei centri dell’Esercito di Cassino (Frosinone) e Persano (Salerno) e nei poligoni di Monteromano (Viterbo) e Capo Teulada (Cagliari) per essere addestrati all’uso dei sistemi d’arma che il nostro paese ha ceduto nei mesi scorsi al “governo regionale” del Kurdistan irakeno (200 mitragliatrici 42/59 calibro 7,62 ed M-2 Browning calibro 12.7 e 2.000 razzi per Rpg).

Il trasferimento di velivoli da guerra e droni spia in Kuwait contribuirà a rafforzare la partnership tra le forze armate italiane e quelle locali e offrirà sicuramente nuove opportunità d’investimento e affari per il complesso militare-industriale-finanziario (Finmeccanica). L’11 dicembre 2003, Italia e Kuwait hanno sottoscritto un Memorandum d’Intesa sulla cooperazione nel campo della difesa (ratificato con legge n. 147 del 18 luglio 2005) che promuove lo “scambio di conoscenze specialistiche” nei settori dell’addestramento della tecnologia informatica, di osservatori in esercitazioni militari e d’“informazioni tecniche sui mezzi militari in costruzione”; la realizzazione di programmi e corsi d’istruzione militari; l’assistenza tecnica sugli equipaggiamenti e sui sistemi di difesa. Un Memorandum of Agreement concernente la cooperazione nel campo della difesa è stato firmato il 18 luglio 2012 a Kuwait City dal Segretario Generale della difesa italiano, gen. Claudio Debertolis e dal Capo di stato maggiore del Kuwait, Khaled Jarrah Al-Sabah. Con questo memorandum, Italia e Kuwait si sono impegnate a collaborare più strettamente nelle fasi basiche ed avanzate dell’addestramento al volo.

Gli ultimi due anni hanno visto un crescendo d’incontri, visite ufficiali e corsi addestrativi bilaterali. Nel marzo 2013, una delegazione della Marina militare kuwaitiana è stata ospitata nella base di elicotteri di Luni (La Spezia) per visitare il Centro di Simulazione e Missione della Marina italiana e “conoscere le caratteristiche degli elicotteri EH101 e SH 90”, attualmente in forza rispettivamente al 1° e al 5° Gruppo Elicotteri. “Alla delegazione è stata offerta la possibilità di decollare virtualmente da bordo delle navi Cavour e Caio Dulilio, eseguendo degli appontaggi su alcune piattaforme petrolifere posizionate in prossimità della costa”, ha riferito il Ministero della difesa italiano. Gli alti ufficiali del Kuwait si sono trasferiti poi presso il Comando delle forze di contromisure mine a La Spezia, dove vengono svolti “corsi di sicurezza per la lotta antincendio” a favore di equipaggi di unità navali estere (tra gli altri, gli Emirati Arabi Uniti). “Fortemente interessata alla componente cacciamine italiane, la delegazione kuwaitiana ha potuto approfondire la visita a bordo di Nave Gaeta, prima unità ammodernata dell’omonima classe”, ha aggiunto il portavoce della Difesa.

Due mesi più tardi è stato il Capo di stato maggiore dell’Aeronautica militare del Kuwait ad essere ricevuto a Roma dall’omologo italiano, gen. Pasquale Preziosa. Il generale kuwaitiano si è recato poi in visita a Torino Caselle presso gli stabilimenti dell’industria aeronautica Alenia (gruppo Finmeccanica) e al 61° Stormo dell’Aeronautica militare di Galatina, Lecce, sede della scuola internazionale di addestramento al volo e al pilotaggio di cacciabombardieri (sei allievi piloti kuwaitiani ne sono ospiti). Il 7 luglio 2013 l’allora ministra degli esteri Emma Bonino si è recata in visita ufficiale in Kuwait per incontrare l’emiro Sabah Al Ahmad Al Jaber Al Sabah e il Primo Ministro Sheikh Jaber Al-Mubarak Al-Hamad Al-Sabah. “La fitta agenda del Ministro degli Esteri s’inquadra nell’alveo della visita del Presidente del Consiglio Monti il 6 novembre 2011, seguita alla visita di Stato in Italia dell’Emiro del 2010 e ha tra i suoi pilastri il rafforzamento dei rapporti tra i due governi nel campo della Difesa e in quello economico”, si legge nel comunicato emesso dalla Farnesina. Nell’occasione, la Bonino si è riunita anche con i vertici della Kuwait Petroleum Corporation, proprietaria in Italia di una vasta rete di distributori di benzina e gasolio e della grande raffineria siciliana di Milazzo (in società quest’ultima con il gruppo Eni). A fine settembre 2013, sono stati l’allora sottosegretaria alla Difesa, Roberta Pinotti, e il Capo del Segretariato Generale della Difesa, gen. Enzo Vecciarelli a recarsi a Kuwait City.

Il 14 febbraio 2014, l’ambasciatore in Italia del Kuwait, Sheikh Ali Khaled Al-Sabah, è stato accolto dai comandanti del 61° Stormo di Galatina per una visita ai simulatori di volo del caccia-addestratore Aermacchi MB339, alle strutture del Ground Based Training System - G.B.T.S., il sistema integrato di addestramento aereo basato sul nuovo velivolo T346A (prodotto da Alenia Aermacchi), e al cosiddetto R.E.S. (Representation and Elaboration System), il sistema che consente, in maniera automatizzata e computerizzata, di ricostruire la complessa dinamica delle missioni di volo.

A fine dicembre, il 30° gruppo navale della Marina militare con la portaerei “Cavour”, l’unità rifornitrice “Etna”, la fregata lanciamissili “Bergamini” e il pattugliatore d’altura “Borsini” hanno fatto tappa in Kuwait durante il lungo tour promozionale in Africa e Medio Oriente pro sistemi d’arma made in Italy. Nel corso del contemporaneo “salone della difesa” di Kuwait City, i manager di Selex ES, azienda del gruppo Finmeccanica produttrice di sistemi radar, sorveglianza, intelligence, ecc., hanno annunciato l’apertura in loco di una sussidiaria, Selex ES Kuwait. Quest’ultima ha stipulato una joint venture con la compagnia kuwaitiana al-Safwa Security and Defence Systems per avviare progetti nel settore dell’elettronica militare e navale.

lunedì 20 ottobre 2014

L’acqua avvelenata della base Usa di Niscemi


Non sono solo le micidiali onde elettromagnetiche del MUOS e delle 46 antenne della stazione di radiotelecomunicazione della marina USA ad  attentare alla salute della popolazione di Niscemi, Caltanissetta. “Anche se nel 2013 l’acqua di rubinetto fornita presso l’installazione di Niscemi non ha rispettato i limiti imposti dall’Environmental Final Governing Standard (FGS) italiano, l’Autorità di Medicina Preventiva ha dichiarato l’acqua potabile”, si legge nel Rapporto confidenziale per il consumatore 2013 redatto dal Comando US Navy di Sigonella, da cui dipende la base NRTF di Niscemi. “L’acqua - nel mese di agosto 2013 - conteneva Nitrati in quantità superiore ai livelli massimi ammessi. I livelli riscontrati con le analisi del Dipartimento dei lavori pubblici della base aeronavale di Sigonella non possono causare danni acuti alla salute degli infanti di meno di sei mesi né effetti immediati di salute degli adulti”. Sarebbe tutto sotto controllo, dunque, per le autorità statunitensi. Eppure i dati contenuti nelle tabelle del rapporto sulla qualità dell’acqua dell’installazione di Niscemi sono tutt’altro che tranquillizzanti. La media annuale dei valori dei nitrati (come l’azoto N) riscontrati nel 2013 è stata di 6 mg/l (il limite fissato dalle normative italiane ed europee per la protezione delle acque dall’inquinamento provocato dai nitrati è di 10 mg/l), ma in alcuni periodi le analisi hanno registrato valori superiori agli 11 mg/l. “La concentrazione dei Nitrati misurata a Niscemi di 6 mg/l ha superato il limite di aumento di campionamenti di 5 mg/l, ma comunque non ha superato MCL=10)”, spiega il Dipartimento di US Navy a margine del rapporto confidenziale. Probabile causa dell’inquinamento da nitrati, la “dispersione causata da fertilizzanti, serbatoi settici o di acque reflue e l’erosione di depositi naturali”.

In un successivo paragrafo, Il Comando della Marina Usa di Sigonella allerta però i consumatori della base NRTF di Niscemi: “alti livelli di nitrati nell’acqua potabile possono essere dannosi per la salute dell’essere umano, specialmente per infanti e donne incinte”. Il superamento del valore soglia di 10 mg/l comporta seri rischi in particolare per i bambini con età inferiore ai sei mesi. “Quando ingeriti, alti livelli di nitrati possono provocare la sindrome blu degli infanti”, ammonisce US Navy. “Per le donne incinte, si raccomanda di non bere l’acqua distribuita e trovare una fonte alternativa di acqua potabile”.

La comunità scientifica è unanime nel rilevare che l’ingestione di alte concentrazioni di nitrati è assai pericolosa per la salute umana. “L’eccesso di nitrati può costituire un rischio sia per l’ambiente che per la salute dell’uomo”, riporta l’Agenzia per la protezione dell’ambiente della Regione Veneto (ARPA). “Il rilascio di nitrati nell’ambiente, a seguito del dilavamento dei terreni, determina fenomeni di eutrofizzazione dei corsi d’acqua, delle lagune e dei laghi con conseguente squilibrio dell’ecosistema acquatico e sviluppo di mucillagini nel mare”. L’assunzione di nitrati da parte dell’uomo avviene principalmente attraverso l’acqua potabile e le verdure. “Di per sé i nitrati sono innocui”, aggiunge l’ARPA. “In determinate circostanze i nitrati possono però trasformarsi in nitriti, anch’essi utilizzati come additivi alimentari. I nitriti possono legarsi all’emoglobina del sangue ostacolandone l’ossigenazione. Ad elevate concentrazioni vanno quindi considerati tossici. La trasformazione dei nitrati in nitriti può avvenire negli alimenti durante la loro preparazione o all’interno dell’organismo umano. Non esiste evidenza che i nitriti o i nitrati siano di per sé cancerogeni. Combinandosi con le ammine derivate dai processi degradativi delle proteine che avvengono nello stomaco o presenti all’origine negli alimenti (ad esempio cibi conservati, sotto sale, insaccati, ecc.) possono produrre però le nitrosamine, ritenute sicuri agenti cancerogeni”. Per questo, in applicazione del principio di precauzione, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha classificato i nitrati e i nitriti ingeriti come probabilmente cancerogeni per gli esseri umani (Gruppo 2A). Sempre l’OMS avverte che l’assunzione alimentare prolungata di grandi quantità di nitriti è associata con un aumento del rischio di sviluppo del cancro allo stomaco e all’esofago.

Non sono però solo i nitrati a rendere insicura l’acqua all’interno della base di Niscemi. Nella tabella annessa al rapporto confidenziale di US Navy si riscontrano alte concentrazioni di cloro (come Cl2) con punte massime di 2,5 mg/l (4 mg/l è il limite massimo fissato dalla legge italiana) e di trialometani TTHMs (15 mg/l contro i 30 mg/l consentiti). La presenza di questi ultimi sarebbe causata, secondo il Comando di Sigonella, da “additivi dell’acqua per controllare i microbi” nel caso del cloro e da “prodotti derivati dalla disinfezione dell’acqua” per i TTHMs. Ai procedimenti utilizzati per la disinfezione dell’acqua è pure imputata la presenza di bromato, un inquinante chimico che si forma a seguito del contatto in acqua tra l’ozono e lo ione bromuro, classificato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come un possibile cancerogeno per l’uomo. Il livello del bromato riscontrato nell’acqua della stazione Usa di Niscemi, basato sulla media annuale del 2013, è stato di 2,14 μg/l, con picchi massimi periodici di 3,48 μg/l. Proprio la presenza di bromato nelle acque utilizzate all’interno della grande stazione di telecomunicazioni è stata al centro di una recente interrogazione alla Commissione europea da parte dell’europarlamentare Ignazio Corrao (M5S).Nella riserva naturale Sughereta di Niscemi, zona SIC, insiste l’istallazione del Naval Radio Transmitter Facility, il Mobile User Objective System e un sistema di comunicazione satellitare ad altissima frequenza UHF utilizzati dalla base militare statunitense”, scrive Corrao. “I cittadini del luogo lamentano storicamente l’insufficienza di acqua, costretti a turni idrici di 15/20 giorni; inoltre, un comunicato ufficiale della base di Sigonella nel 2012 ordinava al personale militare di non bere più dai rubinetti per la presenza nell’acqua di inaccettabili livelli di bromato”. La risposta del Commissario europeo per l’ambiente, Janez Potočnik, è giunta l’8 ottobre scorso. La Commissione non è a conoscenza dei presunti problemi di potabilità dell’acqua nelle vicinanze del MUOS a Niscemi”, ha esordito il politico sloveno. “La direttiva 98/83/CE obbliga gli Stati membri a garantire che le acque destinate al consumo umano siano conformi ai valori parametrici fissati in detta direttiva. Il livello di bromato corrispondente al valore stabilito dall’orientamento provvisorio dell’OMS è di 10 μg/l. In caso d’inosservanza dei valori parametrici, gli Stati membri devono adottare provvedimenti correttivi per ripristinare la qualità dell’acqua. La Commissione contatterà le autorità italiane per chiedere chiarimenti al riguardo”.

L’esistenza di inaccettabili livelli” di bromato nella base di Niscemi fu rivelata nella primavera 2012 dal quotidiano delle forze armate statunitensi Stars and Stripes. A causare l’inquinamento delle fonti idriche sarebbero stati i prodotti chimici utilizzati per la loro disinfezione. “L’acqua delle stazioni NAS I e NAS II a Sigonella e dell’installazione di telecomunicazioni di Niscemi è stata contaminata dal bromato e al personale militare è stato ordinato di non bere più dai rubinetti, spiegò a Stars and Stripes il portavoce del comando US Navy di Napoli, Timothy Hawkins. La scoperta è stata fatta durante le analisi di routine effettuate il 17 maggio 2012 dal personale sanitario della Marina. I test hanno provato che la quantità di bromato è superiore al valore massimo stabilito dall’EPA, l’agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente. Nello specifico, a Sigonella e Niscemi erano state riscontrate concentrazioni di bromato oscillanti tra i 52 e i 170 μg/l, cioè da 5 a 17 volte in più di quanto permesso. Alti livelli di bromato furono riscontrati anche nelle analisi svolte a Niscemi tre mesi dopo, ma il Comando Usa si guardò bene a informare le autorità sanitarie civili italiane o i sindaci dei comuni limitrofi alla base militare. All’inizio del 2013, l’US Army Public Health Command Region Europe e il Public Works Department, Environmental Division di NAS Sigonella ammisero che nella stazione NRTF “non c’è stata piena corrispondenza nel 2012 con quanto richiesto dagli standard in tema ambientale del governo italiano”. La media annuale del bromato riscontrato a Niscemi era stata di 26,68 μg/l (più di due volte e mezzo il valore consentito dalla legge), con punte massime di 240 μg/l.

Proprio l’Environmental Protection Agency degli Stati Uniti d’America aveva segnalato la pericolosità del bromato in un rapporto tossicologico pubblicato nel 2001. “Assorbito attraverso il sistema gastrointestinale, il bromato provoca irritazione e mal di stomaco, vomito e diarrea”, affermava l’EPA. “L’esposizione al bromato può inoltre avere gravi effetti sul funzionamento dei reni e del sistema nervoso e causare una frequenza cardiaca più lenta e letargia”. Il rapporto asseriva che “non è stato provato che l’agente inquinante provochi il cancro negli esseri umani”, anche se “alcuni animali da laboratorio, come i ratti, sovraesposti al bromato, si erano ammalati di cancro”. Il valore limite di 10 μg/l è stato introdotto in Italia con il decreto legislativo n. 31 del 2 febbraio 2001; va tuttavia segnalato che esso è superiore al valore guida suggerito dall’OMS, compreso fra i 2 e i 6 μg/l.  

Non sono solo i dipendenti civili e militari della stazione NRTF di Niscemi a correre gravi rischi per la contaminazione delle fonti idriche. Come riferito da US Navy, l’acqua potabile della base viene fornita dalla società consortile Caltaqua - Acque di Caltanissetta, la società per azioni che dal 2006 gestisce il servizio idrico integrato in tutta la provincia di Caltanissetta. “L’acqua proviene da una sorgente sita al di fuori della base militare”, scrivono gli statunitensi nel Rapporto confidenziale per i consumatori. “La Marina militare Usa ha condotto una valutazione di questa sorgente nell’ottobre 2011. Tale indagine ha consentito di verificare l’adeguatezza dell’acqua potabile, degli impianti, delle attrezzature, delle operazioni e dei processi di manutenzione per la sua produzione e distribuzione. La vostra acqua potabile proviene dal sottosuolo e viene emunta tramite due pozzi. Giacché essa attraversa il suolo, durante il suo percorso raccoglie e diluisce al suo interno minerali (sostanze radio-attive incluse) e sostanze derivanti da attività umane e dalla presenza di animali. Le sostanze contaminanti possono includere: microbi contaminanti, come virus e batteri, che possono derivare da impianti di trattamento delle acque reflue, operazioni di gestione di bestiame, ecc.; componenti inorganici, come sali e metalli, che possono naturalmente risultare da slavamento stradale urbano, scarichi degli impianti di depurazione delle acqua reflue urbane ed industriali, estrazioni d’olio o di gas, o da attività agricole; pesticidi ed erbicidi che possono provenire da svariate attività quali l’agricoltura, gli usi residenziali; sostanze chimiche organiche, inclusi i sintetici e le sostanze organiche chimiche volatili (si tratta di derivati di processi industriali e di produzione petrolifera che possono anche derivare dalle stazioni di servizio di carburanti, dal dilavamento stradale urbano e dai sistemi settici); i composti radio-attivi che possono essere il risultato di attività di produzione di oli e gas o delle attività di estrazione”.

Prima di essere distribuita, l’acqua viene processata e disinfettata con il composto al bromato. Le autorità Usa asseriscono di effettuare analisi ogni mese su 110 diversi parametri chimico-inorganici, chimico-organici volatili, pesticidi, disinfettanti, radionuclidi, contaminanti microbiologici e cloro-residui. Le tabelle allegate al rapporto 2012 di US Navy hanno evidenziato presenze significative di cadmio (2,4 μg/l contro il limite massimo di 5 μg/l stabilito dalla legge italiana), nitrati (16,5 mg/l – contro 44,3) e ammonio (260 mg/l – contro 500). Il primo inquinante originerebbe dalla corrosione di oleodotti o serbatoi di gasolio e lubrificanti. La presenza di nitrato e ammonio sarebbe causata invece dall’uso intensivo di pesticidi in agricoltura. Nel rapporto confidenziale per l’anno 2011, a Niscemi furono invece rilevati valori estremamente alti di cloro (con punte massime di 8,4 mg/l contro il limite di 4 mg/l dell’EPA), dovuti secondo US Navy agli “additivi dell’acqua per controllare i batteri”.
Nelle falde acquifere della grande stazione aeronavale ci sarebbero ancora i pericolosi inquinanti generati nel 2002 da uno sversamento nel terreno di grosse quantità di gasolio. Le ultime analisi effettuate il 5 novembre 2009 dai laboratori della Cefit S.r.l. di Avola (Sr) e rese pubbliche dal Comando dell’Aeronautica militare italiana di Sigonella il 2 febbraio 2010, hanno riscontrato in diversi punti valori d’idrocarburi leggeri (>C12) inferiori a 10 mg/kg, la concentrazione limite consentita dalla legge nel suolo e nel sottosuolo. Riguardo invece agli idrocarburi pesanti (C12-C40), il campionamento ha rilevato valori oscillanti tra i 25,1 e i 495,5 mg/kg, ma con una prevalenza di punti dove la concentrazione era abbondantemente sopra i 200 mg/kg. Le norme ambientali prevedono due diversi parametri massimi per questi ultimi inquinanti, a secondo se essi sono individuati in siti a uso industriale e commerciale (750 mg/kg) o in aree destinate a verde pubblico o uso privato e residenziale (50 mg/kg). Dato che la stazione NRTF incide interamente all’interno della riserva naturale “Sughereta” è del tutto evidente che la contaminazione di suolo e sottosuolo da idrocarburi pesanti ha superato notevolmente e impunemente i limiti di legge.

sabato 18 ottobre 2014

A Falcone (Messina) è di scena il miracolo della munnizza


Un ingombrante e dispendiosissimo miracolo, la moltiplicazione della spazzatura e dei costi di raccolta. Accade a Falcone, piccolo comune della provincia di Messina: in meno di quattro anni i rifiuti prodotti sono più che raddoppiati nonostante il numero dei cittadini residenti non sia variato. Se ne sono accorti i consiglieri comunali di opposizione Franco Paratore, Santo Mancuso, Carmelo Paratore e Monica Barbara La Macchia che in un’interpellanza al sindaco denunciano che secondo i dati pubblicati nei relativi piani finanziari, la quantità totale di rifiuti generata a Falcone è passata da 832.400 Kg (anno 2010) a 2.061.000 kg (2013), con un costo totale a carico dei cittadini che dai 206.186 euro è volato a 387.491 euro.

“In questi anni la popolazione residente non è aumentata e nulla di nuovo è successo che possa dimostrare un aumento così importante di produzione di rifiuti solidi urbani di oltre il 100%, causando conseguentemente un aumento terrificante dei costi di quasi 180.000 euro, con ovvie ripercussioni sulle bollette de cittadini contribuenti”, scrivono i consiglieri. “Ci chiediamo se da parte dell’Amministrazione Comunale è stata mai intrapresa un’azione di verifica e controllo per così eclatanti aumenti di produzione dei rifiuti solidi urbani e se è nelle sue intenzioni intraprendere ogni iniziativa utile allo scopo di correggere eventuali errori, con conseguente diminuzione dei costi a carico dei contribuenti”.

Nel 2010, l’ingegnere Salvatore Re, per conto dell’ATO (Ambito Territoriale Ottimale) ME2 fece pervenire al Comune di Falcone il piano finanziario riguardante i rifiuti solidi urbani che quantificava in 171.637 euro i costi per il servizio di raccolta e in 36.549 euro per il loro smaltimento. L’importo totale (208.186 euro), diviso per i 3.000 abitanti di Falcone incideva per una spesa pro-capite di 94,15 euro. In vista della determinazione della tariffa R.S.U., il responsabile dell’area tecnica manutentiva e protezione civile del Comune di Falcone, Antonio Fugazzotto, segnalava al consiglio comunale che andava prevista altresì la spesa determinata dai servizi di spazzamento, manuale e meccanico, i cui costi ammontavano – secondo l’ATO - a 107.420 euro con un’ulteriore incidenza per abitante di 35,11 euro. “Alla luce di quanto è emerso dall’analisi espunto alla nota ATO ME2, l’incidenza operata dalla voce spazzamento strade e complementari, fatta eccezione della pulizia del mercato domenicale (8.683 euro) non trova riscontro nell’effettiva esecuzione dei servizi enucleati”, rilevava tuttavia il funzionario comunale. Quasi centomila euro di costi non giustificati dunque, più la beffa per i contribuenti che la ricchezza generata dalla raccolta differenziata di rifiuti organici, carta, plastica, lattine e vetro si tramutava in una spesa collettiva di 48.000 euro circa (nella nota di bilancio 2010, l’ATO ME2 quantificava un costo per Falcone di 24.109 euro per l’organico; 7.186 per la carta; 7.585 per plastica e lattine; 8.900 per il vetro).

La tabella riepilogativa delle spese imputate al Comune di Falcone per la gestione del business rifiuti nel 2013, ha elevato la voce “costi vari” a 342.491 euro, a cui vanno poi aggiunti 45.000 euro per le “agevolazioni previste dal regolamento”. Complessivamente 387.491 euro, di cui l’89,4% a carico delle utenze domestiche (346.274 euro per 1.842.094 Kg di rifiuti solidi urbani) e il restante 10,6% per le utenze non domestiche (41.216 euro per 218.906 kg di rifiuti). Per la raccolta e lo smaltimento dei 2.061.000 kg – presumibilmente - prodotti, ogni cittadino falconese dovrà versare un obolo di quasi 130 euro.

Il sindaco Santi Cirella ha fatto sapere di aver “girato” l’interpellanza dei consiglieri agli uffici preposti e di attendere risposta. Con ordinanza, ha intanto disposto la proroga del servizio di raccolta rifiuti fino al 15 gennaio 2015 alla società “Caruter” di Brolo, “con una riduzione del 10% per un prezzo unitario di 540 euro al giorno”. “I rifiuti vengono pesati solo alla discarica”, ha spiegato Cirella. “Secondo i dati in mio possesso, con l’ATO, nel 2012 si pagava 565.887 euro, oggi con la Tari del 2014, si paga circa 340.000 euro”. Cioè quasi 48.000 euro in meno di quanto riportato nel bilancio di previsione in mano al consiglio comunale.

“L’indifferenza con la quale è stata accolta l’interpellanza da parte del primo cittadino è molto grave”, ha commentato il consigliere Franco Paratore. “Mi sarei aspettato un intervento tranquillizzante, con il quale il sindaco Cirella si sarebbe impegnato a far luce sull’argomento. Invece, con una brevissima dichiarazione apparsa sui giornali, si giustificano soltanto dei costi attraverso cifre sconosciute ai consiglieri comunali, che probabilmente includono tanti altri servizi accessori alla raccolta e allo smaltimento e che comunque non sono certificati da alcun documento. A Falcone si continua a raccogliere e smaltire i rifiuti a colpi di ordinanze indirizzate sempre alla stessa ditta, senza che ad alcuno nasca almeno il sospetto di probabili errori che intanto costeranno fior di centinaia di migliaia di euro ai cittadini”.
Su Falcone pesano pure due contenziosi avviati dalle aziende a cui erano affidati sino a qualche mese fa la raccolta, il trasporto e lo smaltimento dei rifiuti. Il primo giudizio innanzi al Tribunale di Perugia è stato promosso il 12 settembre 2013 dalla Gesenu Spa che è contestualmente titolare del 10% di Tirreno Ambiente, la società a capitale misto e Cda dimissionario che gestisce la megadiscarica di Mazzarrà Sant’Andrea, a pochi chilometri di distanza da Falcone. La discarica è una vera e propria bomba ecologica ed è al centro di numerose inchieste giudiziarie anche per accertare possibili infiltrazioni criminali e mafiose nei lavori di realizzazione. Un secondo contenzioso è stato avviato il 25 ottobre 2013 innanzi al Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto dalla Dusty Spa di Catania, società a cui nell’ottobre 2011 l’ATO ME2 ha affidato il servizio di raccolta dei rifiuti in 38 comuni della provincia di Messina. Per resistere in giudizio, con due diverse determinazioni a firma del responsabile area amministrativa e socioculturale Andrea Catalfamo, il Comune ha impegnato la somma complessiva di 12.562 euro a favore dell’avvocato Mario Foti, studio professionale a Terme Vigliatore, odierno sindaco di Furnari, comune limitrofo a Falcone e alla megadiscarica di Mazzarrà Sant’Andrea.

venerdì 17 ottobre 2014

Da Nord a Sud: le vecchie/nuove frontiere militari statunitensi in Italia


Armi nucleari? Sì grazie. Da poco più di un anno l’amministrazione Obama ha varato un miliardario programma di “estensione della vita” di circa 400 bombe nucleari a caduta libera del tipo B61 realizzate alla fine degli anni ’60 del secolo scorso. La metà di esse sono stoccate attualmente all’interno di alcune basi Usa in Europa. In Italia è stimata la presenza di una novantina di bombe atomiche B61 ad Aviano (Pordenone) e Ghedi di Torre (Brescia). Si tratterebbe di tre sottomodelli con differenti potenze massime di distruzione: le B61-3 da 107 kiloton, le B61-4 da 45 kiloton e le B61-10 da 80 kiloton. Grazie al piano di ammodernamento, le testate saranno dotate di un sistema di guida di precisione e direzione e saranno riadattate per essere trasportate e teleguidate dai cacciabombardieri F-35 che stanno per essere acquisiti dalle forze armate di Stati Uniti e di alcuni paesi partner (primo fra tutti l’Italia).

Quella di Ghedi-Torre è una delle principali basi operative dell’Aeronautica militare italiana, sede del 6° Stormo con due squadroni aerei (il 102° e il 154°), dotati entrambi di cacciabombardieri Tornado IDS a doppia capacità, convenzionale e nucleare. Nello scalo bresciano sarebbero operativi undici sistemi di stoccaggio e protezione delle testate sotto la custodia del 704th Munitions Maintenance Squadron (704 MUNS) dell’US Air Force. L’unità speciale composta da 134 uomini è operativa a Ghedi sin dal 1963 e ha la responsabilità di ricevere, custodire ed assicurare la manutenzione e il controllo dei sistemi d’arma di distruzione di massa. Assegnato dal 2007 al 52d Fighter Wing dell’aeronautica statunitense con base a Spanqdahlem (Germania), il 704 MUNS risponde operativamente al comando del 16th Air Force di Aviano (Pordenone) e in caso di crisi può supportare e armare le missioni di strike delle forze aeree italiane e di altri paesi Nato.

Secondo la Federazione degli scienziati americani (Fas), il Pentagono avrebbe però progettato da alcuni anni di trasferire il 704 MUNS ad Aviano per la “scarsa sicurezza” degli ordigni atomici stoccati a Ghedi. Ad oggi non è dato sapere se il piano d’immagazzinare tutte le testate B61 nel grande scalo aereo friulano sia stato avviato. Di certo si sa solo che nell’agosto del 2009 è stato “riattivato” ad Aviano il 31st Munitions Squadron a cui è stato affidato il controllo, la gestione e la manutenzione dell’arsenale nucleare che US Air Force ha creato nella base sin dalla fine degli anni ’50. Lo squadrone ha il compito in particolare di “armare” la cinquantina di cacciabombardieri F-16C/D del 31st Fighter Wing. Inoltre conta su un importante distaccamento con più di un centinaio di uomini nella grande base militare statunitense di Camp Darby (tra Pisa e Livorno) dove è responsabile dello stoccaggio e della movimentazione per conto di US Army e del Military Sealift Command di più di 21.000 tonnellate di munizioni per artiglieria, missili, razzi e bombe d’aereo, 8.100 tonnellate di esplosivi e 2.600 tra tank, blindati, jeep e camion.

 

Etruria infelix

Camp Darby è oggi sicuramente il principale centro d’immagazzinamento di sistemi d’arma e materiali di guerra che le forze armate Usa dispongono in tutto il sud Europa. Grazie al distaccamento del 31st Munitions Squadron, in tempi rapidissimi possono essere trasferite armi e munizioni per via aerea, navale e terrestre ai reparti Usa e Nato impegnati in operazioni di guerra in Africa, Medio oriente e sud-est asiatico.

La centralità della base toscana nelle operazioni di rifornimento bellico è stata evidenziata sin dalla prima guerra del Golfo, quando più di 22.000 tonnellate di munizioni (quasi la totalità di quelle usate) furono imbarcate dai porti di Talamone e Livorno verso i reparti statunitensi che combattevano in Iraq e Kuwait. Nel febbraio 1999, quando fu lanciata l’attacco Nato contro la Serbia, il 31st Munition Squadron movimentò oltre 16.000 tonnellate di munizioni, il 60% di quelle utilizzate durante i bombardamenti aerei. Tra esse c’erano pure 3.278 cluster bomb, le bombe a grappolo che dopo essere sganciate da aerei o elicotteri si suddividono in submunizioni che all’esplosione moltiplicano gli effetti devastanti e i danni sulle persone e l’ambiente circostante.

Per diretta ammissione degli stessi comandi Usa di Camp Darby, nei depositi della base sono stipate pure armi all’uranio impoverito come la superbomba GBU-28 capace di perforare le corazze dei tank e di contaminare i terreni per periodi medio-lunghi. Nella grande base alle porte di Pisa e Livorno sarebbero pure stoccate le famigerate armi denominate Dime (Dense Inert Metal Explosive), involucri in fibra di carbonio imbottiti con tungsteno, cobalto, nickel o acciaio, sempre più utilizzati dalle forze armate israeliane nelle incursioni a Gaza e nel sud del Libano. Le Dime sono ordigni studiati per la guerra urbana e si caratterizzano per l’enorme potere esplosivo in raggi limitatissimi. I frammenti contenenti nano-particelle di materiale pesante possono provocare il cancro all’interno dei tessuti in cui penetrano.

Il potenziamento infrastrutturale e strategico di Camp Darby ha progressivamente accresciuto la rilevanza del vicino scalo “Galileo Galilei” di Pisa. Punto nodale per il traffico aereo civile in Italia (vi transitano oltre 4 milioni di passeggeri l’anno), l’aeroporto di Pisa è destinato a fare da centro nevralgico di tutte le missioni all’estero dell’Aeronautica militare italiana e hub logistico per le forze aeree Usa e Nato in sud Europa. Le autorità governative hanno già stanziato 63 milioni di euro per creare nuovi hangar e aree di parcheggio velivoli che consentiranno di movimentare mensilmente sino a 36.000 militari perfettamente equipaggiati e 12.000 tonnellate di materiali e munizioni. Grazie ai lavori di riadattamento delle piste nell’aeroscalo potranno atterrare e decollare anche i giganteschi C-17 “Globemaster” dell’US Air Force, la cui capacità di carico è oltre il triplo di quella dei C-130J “Hercules” in dotazione alla 46ª Brigata Aerea dell’Aeronautica militare di stanza proprio a Pisa. Alla brigata è affidato il trasporto di truppe e mezzi in Afghanistan e negli altri scenari internazionali dove operano le forze armate nazionali (Corno d’Africa, Libano, ecc.). In dotazione alla 46ª Brigata di Pisa ci sono pure i “Lockheed Martin” KC-130J (la versione tanker del velivolo da trasporto C-130J per rifornire in volo i cacciabombardieri Eurofighter, Tornado ed AM-X) e i grandi aerei da trasporto C-27J “Spartan” che hanno consentito un ulteriore ampliamento del raggio d’intervento e di proiezione delle forze armate italiane.

 

Un trampolino per i parà e i caccia Usa

Resta comunque il nord est d’Italia l’epicentro strategico delle forze aviotrasportate degli Stati Uniti d’America destinate alle operazioni di guerra in Europa orientale, nel continente africano e in Medio oriente. L’infrastruttura chiave è la grande base di Aviano dove si concentrano in 482 ettari di terreno piste aeree, depositi, hangar e caserme per un valore complessivo – secondo il Pentagono - di 740 milioni e 700 mila dollari. I dati ufficiali indicano la presenza nell’installazione friulana di 348 ufficiali, 3.409 militari semplici e 594 civili statunitensi a cui si aggiungono 934 lavoratori civili italiani.

Aviano è la sede del principale comando delle forze aeree Usa in Europa (16th  Air Force) da cui dipendono i reparti di volo che operano da questa base e da quella turca di Incirlik oltre che da una numerosa serie d’installazioni di supporto sparse in Italia, Turchia, Spagna, Francia, Germania, Croazia, Kosovo, Bosnia-Herzegovina, Ungheria, Macedonia, Grecia ed Israele. L’US Air Force può contare ad Aviano su due squadroni con cacciabombardieri F-16 (il 510th e il 555th Fighter Squadron) in grado di operare regionalmente ed extra-area su richiesta della Nato e del Comando supremo alleato in Europa (Saceur) “con munizioni convenzionali e non-convenzionali” come precisano le massime autorità aeronautiche statunitensi nel loro report finanziario per l’anno 2011. Nella base friulana è pure attivo uno squadrone di volo per le attività di sorveglianza, controllo e comunicazioni.

Tutti i reparti Usa sono sotto il controllo del 31st Fighter Wing, attivato ad Aviano l’1 aprile 1994 proprio alla vigilia delle operazioni Nato che hanno imposto l’applicazione della No Fly Zone nei cieli della Bosnia-Herzegovina durante il sanguinoso conflitto balcanico. Come ricorda lo stesso comando militare statunitense, nell’estate del 1995, il 31st Fighter Wing lanciò da Aviano “i maggiori raid aerei in Europa a partire dalla seconda guerra mondiale”. Quattro anni più tardi, la base friulana fu “promossa” a centro strategico operativo e principale piattaforma di lancio dei bombardamenti aerei Usa e Nato in Serbia, Kosovo e Montenegro. Nei 78 giorni di conflitto, gli F-16 del 510th e del 555th Fighter Squadron di US Air Force insieme ad altri 200 velivoli di paesi dell’Alleanza Atlantica eseguirono dallo scalo friulano più di 9.000 sortite con quasi 40.000 ore complessive di volo.

La base è oggi oggetto di un articolato piano di ammodernamento e potenziamento infrastrutturale per il valore di 610 milioni di dollari denominato “Aviano 2000”. Annunciato a fine anni ’90 ma avviato solo a partire del 2005, il piano prevede la realizzazione di 99 grandi progetti (un terzo con interventi finanziari dell’Aeronautica militare italiana e il resto del Dipartimento della difesa Usa) e di 186 interventi di dimensioni minori. L’obiettivo finale è quello di trasformare Aviano nella maggiore delle installazioni statunitensi in Europa per “condurre la guerra aerea e nello spazio e le operazioni di supporto al combattimento nella Regione meridionale del continente”, come spiega il Pentagono. Nella base aerea sono già stati realizzati una palazzina-comando del 510th Fighter Squadron, una grande stazione di telecomunicazioni, una nuova torre di controllo aereo, un modernissimo centro di simulazione volo, un impianto di manutenzione dei mezzi aerei, due stazioni anti-incendio, un poligono di tiro al coperto, un nuovo centro medico e una serie di infrastrutture abitative, scolastiche e per il tempo libero destinate al personale militare statunitense e ai propri familiari. Imponenti pure le opere realizzate per assistere i reparti dell’esercito Usa di base nella vicina Vicenza, come ad esempio il grande magazzino dove vengono tenuti i materiali necessari per le operazioni di aviolancio, un centro logistico in grado di ospitare sino ad un migliaio di paracadutisti in transito e una piattaforma per le soste tecnico-operative dei grandi velivoli da trasporto capace di accogliere simultaneamente sino a dodici C-130 o cinque C-17. Costata 7 milioni di dollari, l’infrastruttura è una copia identica dell’installazione esistente nella base aerea “Pope” di Fort Bragg, Nord Carolina, utilizzata dalla 82^ divisione aviotrasportata di US Army, il reparto d’elite che combatte in tutti i maggiori scacchieri di guerra internazionali. Nello scalo friulano operano infine una quarantina di militari e contractor impegnati nella custodia dei magazzini e dei depositi di proprietà di US Army Africa (USARAF), il comando per le operazioni terrestri in territorio africano che il Pentagono ha attivato a Vicenza cinque anni fa.

 

Il Mal d’Africa di US Army Vicenza

L’origine, gli obiettivi e l’organizzazione di USARAF sono stati analizzati in un recente saggio pubblicato dal generale Willian B. Garret (già comandante delle truppe statunitensi di stanza a Vicenza) e dal colonnello Stephen Mariano (oggi alle dipendenze di US Army Africa). “Il 5 dicembre 2008, l’Ambasciatore americano in Italia, Roland P. Spogli, di concerto con il Ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, annunciò ufficialmente che la Forza Tattica dell’Esercito degli Stati Uniti del Sud d’Europa (SETAF) era stata designata quale componente terrestre del Comando AFRICOM”, scrivono Garret e Mariano. “La SETAF, di stanza e con sede a Vicenza dal 1955, ha una lunga storia costellata di iniziative portate a termine nel continente africano, nonché di rapporti di collaborazione con le nazioni dell’Africa. Negli ultimi 15 anni, è intervenuta sul suolo africano in numerose occasioni: dalle operazioni di risposta a situazioni di crisi e di assistenza umanitaria, a quelle di soccorso in occasione di calamità naturali”. Tra le principali operazioni, Garret e Mariano segnalano il dispiegamento di reparti a Entebbe, Uganda (Support Hope nel 1994) e in Congo (marzo 1997) per l’evacuazione di “personale non combattente” dallo Zaire (Guardian Retrieval). “Dopo aver preso parte alle operazioni di guerra in Iraq e Afghanistan, il Comando Usa di Vicenza si ristruttura focalizzando la propria attenzione al continente africano”, aggiungono Garret e Mariano. “Oggi, la SETAF-USARAF rappresenta una squadra senza paragoni nell’ambito del settore militare statunitense, il primo contingente in seno alle forze terrestri dedito a operare in Africa…”. È ad essa che sono stati assegnati i compiti di supporto della Combined Joint Task Force Horn of Africa, la forza di pronto intervento statunitense di più di 2.000 uomini con sede a Camp Lemonier (Gibuti) e delle esercitazioni multinazionali di Enduring Freedom Trans-Sahara che i reparti d’élite Usa realizzano periodicamente con i partner della regione sahariana.

In Africa i militari Usa di base a Vicenza sono impegnati oggi pure in due sanguinosi fronti bellici: in Somalia, in qualità di consiglieri della forza multinazionale dell’Unione africana intervenuta contro le milizie degli shebab; in Uganda, nella guerra scatenata contro gli ultimi gruppi ribelli del Lord’s Resistance Army di Joseph Kony. Ci sono poi i programmi logistici, le esercitazioni, i cicli di formazione e il trasferimento di attrezzature e tecnologie informatiche a favore delle forze armate di Algeria, Botswana, Burkina Faso, Burundi, Ghana, Kenya, Liberia, Libia, Marocco, Namibia, Ruanda, Tanzania, Togo e Uganda. Ufficiali provenienti dalla base veneta si sono affiancati alla US Army Medical Research Unit – Kenya, l’unità dell’esercito statunitense che opera nella ricerca scientifica e farmaceutica in Africa e nella realizzazione di nuovi laboratori scientifici-militari nel continente nero. Grazie alla partnership con l’unità di ricerca medica, i militari di Vicenza sono entrati a far parte del pool di supervisori dei controversi programmi di sperimentazione di nuovi vaccini anti-malarici e farmaci anti-AIDS su decine di migliaia di bambini e neonati africani. Uno di essi ha il nome in codice di “RTS,S/ASO2” ed è stato prodotto in collaborazione con la multinazionale britannica GlaxoSmithKline (GSK). Al finanziamento delle ricerche di questo nuovo vaccino ha contribuito con 107,6 milioni di dollari l’organizzazione statunitense “no-profit” Path, utilizzando un fondo ad hoc della Bill & Melinda Gates Foundation, la fondazione “umanitaria” del magnate di Microsoft, Bill Gates.

Con la costituzione di USARAF, i rapporti di collaborazione tra le forze armate italiane e quelle statunitensi si sono ulteriormente consolidati. Gli ufficiali dei due paesi, in particolare, operano congiuntamente presso il CoESPU (Center of Excellence for the Stability Police Units - Centro di Eccellenza per le Unità di Polizia di Stabilità), la “scuola” dell’Arma dei carabinieri destinata alla “formazione” delle forze di polizia militare africane ed asiatiche, ospitata dall’1 marzo 2005 nella caserma “Chinotto” di Vicenza. “Il CoESPU, sancito dal G8 e fondato dall’Italia, rappresenta un esempio emblematico di un nuovo partenariato basato su solide fondamenta”, scrivono il generale Garret e il colonnello Mariano di US Army. “L’attenzione principale del CoESPU è rivolta all’Africa, e l’obiettivo di USARAF è quello di andare oltre la semplice risoluzione dei conflitti o le operazioni di coordinamento; l’obiettivo finale è invece quello di sincronizzare e contribuire agli interventi di sviluppo del potenziale locale...”. Il Coespu ha già “formato” migliaia di poliziotti-militari di dodici paesi africani (Benin, Burkina Faso, Camerun, Egitto, Gabon, Kenya, Mali, Marocco, Nigeria, Senegal, Sud Africa e Togo), cinque europei (Francia, Romania, Russia, Serbia ed Ucraina), sei asiatici (Bangladesh, Giordania, India, Indonesia, Nepal e Pakistan) ed uno latinoamericano (Cile).

 

Vicenza città-cantiere a stelle e strisce

Negli ultimi anni sono state progettate, finanziate e realizzate tutta una serie di infrastrutture che hanno consentito di trasformare Vicenza - secondo quanto enfaticamente annunciato dal Dipartimento della difesa - nella “capitale dell’esercito statunitense di stanza in Sud Europa”. Per il megapiano sono stati investiti 465 milioni di dollari: 289 milioni, in particolare, sono stati spesi per il progetto più ambizioso, la trasformazione in hub logistico-militare dell’ex aeroporto civile Dal Molin (rinominato d’imperio “Camp Del Din”). I lavori, affidati nel marzo 2008 a due aziende leader di LegaCoop (la Cooperativa Muratori Cementisti di Ravenna - CMC e il Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna - CCC), hanno consentito la costruzione di 31 nuovi edifici destinati a caserme-alloggio per 2.000 militari, magazzini, spazi operativi, officine di manutenzione velivoli, uffici e centri comando, due parcheggi multipiano per 800 auto e 50 motocicli, diversi centri sportivi.

Il Dal Molin-Camp del Din è oggi la grande base operativa del 173rd Airborne Brigade Combat Team, il reparto d’élite aviotrasportato di pronto intervento dell’esercito statunitense che dopo la sua riattivazione nel 2000 è stato impiegato nei principali scacchieri di guerra mediorientali (sino ad oggi è stato schierato cinque volte in Iraq e in Afghanistan e più di un centinaio di suoi militari vi hanno perso la vita). La nuova infrastruttura ospita i comandi generali della brigata e quattro battaglioni: due provenienti dalla base di Bamberg, Germania (il 173° truppe speciali e il 173° di supporto alla brigata) e due dalla storica base militare di Vicenza di Camp Ederle (il 2° Battaglione e il 503° Reggimento Fanteria). Al Dal Molin è stato trasferito da Camp Ederle pure il 509th Signal Battalion di US Army.

In verità originariamente era stato previsto che tutti i sei battaglioni componenti la 173rd Airborne Brigade trovassero sede a Vicenza. L’1 marzo 2013 il Dipartimento della difesa ha tuttavia annunciato un nuovo piano di riorganizzazione della presenza delle forze terrestri Usa in Europa che prevede il mantenimento in Germania del reparto d’artiglieria e del battaglione dotato di mezzi blindati della brigata aviotrasportata per mantenerli vicini al grande poligono di tiro di Grafenwhor. Ciò comunque consentirà di liberare spazi all’interno della nuova realizzazione militare che potrebbero essere presto messi a disposizione degli uomini e dei mezzi del comando per le operazioni terrestri nel continente africano. Il trasferimento dei due battaglioni dalla Germania ha portato il numero dei soldati di stanza a Vicenza a poco meno di 4.000.

Oltre alla grande base aerea di Aviano, i parà statunitensi della 173rd Airborne Brigade potranno contare per i loro trasferimenti anche sullo scalo gestito dall’Aeronautica militare ad Istrana (Treviso). Quest’ultimo aeroporto ospita i reparti assegnati al 51° Stormo sempre più impegnati negli interventi “esterni” delle forze armate italiane. I caccia AM-X in dotazione al 51° Stormo sono in grado di svolgere diversi tipi di missioni: dal supporto ravvicinato alla ricognizione tattica, dalla cooperazione aerea con le forze di superficie terrestri e navali allo strike con armamenti di precisione di ultima generazione. Gli avieri di Istrana hanno partecipato a tutte le più recenti operazioni belliche internazionali, sotto mandato Onu e Nato: nel 1995 in Bosnia, nel 1999 in Kosovo; dal 2009 ad oggi in Afghanistan nell’ambito della missione ISAF (quattro AM-X sono assegnatiti al Task Group “Black Cats” della Joint Air Task Force); nel 2011 in Libia durante l’operazione Unified Protector (i caccia hanno operato nell’ambito del Task Group Air costituito nello scalo aeroportuale di Trapani Birgi, totalizzando complessivamente oltre 500 ore di volo).

Intanto proseguono a pieno regime i progetti di potenziamento e qualificazione infrastrutturale degli altri importanti impianti militari disseminati nel vicentino. A Camp Ederle sono già stati consegnati due nuove caserme-alloggio per circa 300 militari, un centro sanitario neonatale, un complesso ospedaliero avanzato, un centro di assistenza all’infanzia, un’arena per spettacoli e attività ludiche con centro bowling, fast food, ristorante e piccolo casinò e l’Ederle Inn, l’hotel riservato agli ufficiali statunitensi con 58 suite familiari. È stato portato a termine pure il cosiddetto Vicenza Installation Information Infrastructure Modernization Program (I3MP), il programma di ammodernamento delle stazioni di telecomunicazione che ha consentito di collegare con fibre ottiche ad alta velocità i centri operativi del 509th Signal Battalion, i depositi e i magazzini di stoccaggio dell’esercito Usa di Longare (Vicenza) e Lerino (frazione del comune di Torri di Quartesolo).

 

La capitale mondiale dei droni

Il loro uso indiscriminato in Afghanistan, Pakistan, Yemen e Somalia ha determinato più di una frizione politico-istituzionale a Washington. Da una parte l’amministrazione Obama che li difende, dall’altra numerosi congressisti bipartisan e le organizzazioni non governative di difesa dei diritti umani che denunciano i loro interventi in guerra sempre più illegittimi e sanguinari. Sono i droni, l’ultima frontiera delle tecnologie di morte e business plurimiliardario per i contractor del Pentagono. Velivoli senza pilota guidati da operatori seduti davanti a un terminale a migliaia di chilometri di distanza, macchine infernali programmate alcune per spiare e coordinare gli attacchi aerei e missilistici, altre per inseguire, colpire e uccidere autonomamente. Le forze armate statunitensi li utilizzano ormai comunque, dovunque e contro chiunque. Un’escalation di omicidi selettivi di presunti guerriglieri e “terroristi” e di stragi “per errore” di civili, donne e bambini.

“Con l’uso dei droni vengono messi a rischio cinquant’anni di diritto internazionale”, ha dichiarato l’avvocato sudafricano Christof Heyns, relatore speciale Onu sui temi del controterrorismo e delle esecuzioni extragiudiziali. Le Nazioni Unite hanno dato vita ad una commissione d’inchiesta per documentare come i velivoli teleguidati siano stati realmente utilizzati nelle guerre globali e permanenti degli Stati Uniti d’America, dai militari britannici in Afghanistan e dagli israeliani a Gaza. “Il danno collaterale può essere minore rispetto a un bombardamento aereo, ma poiché si elimina il rischio di perdite militari, l’utilizzo dei droni può diventare smodato”, ha aggiunto Philip Alston, altro relatore speciale delle Nazioni Unite.

Mentre a livello internazionale differenti settori sociali, culturali, religiosi, politici e giuridici sono impegnati in un dibattito serrato sulla legittimità dei droni come arma d’eccellenza per i conflitti del XXI secolo, in Italia il tema è quasi del tutto ignoto. Eppure le nostre forze armate usano da tempo i velivoli-spia nel conflitto afgano e attendono dal Congresso Usa l’autorizzazione ad armare i Predator con sofisticati missili e bombe teleguidate. Nel corso della guerra in Libia (2011), il governo italiano ha autorizzato la coalizione a guida Nato a utilizzare lo scalo di Sigonella come avamposto per i droni-killer anti-Gheddafi. Nella stazione aeronavale siciliana da quattro anni l’Us Air Force schiera tre velivoli senza pilota “Global Hawk” per le operazioni di sorveglianza in una vasta area geografica che dal Mediterraneo si estende sino all’intero continente africano. Nell’assoluto disinteresse dei media e delle forze politiche e sociali, il Dipartimento della difesa ha dichiarato Sigonella capitale mondiale dei droni: entro il 2015 buona parte dei velivoli in dotazione all’aeronautica e alla marina militare statunitense opererà dalla base siciliana. È qui che funzionerà pure un grande centro di manutenzione e riparazione dei “Global Hawk” e dei droni-killer tipo “Predator” e “Reaper” quotidianamente utilizzati per le azioni di guerra in Libia, Corno d’Africa, Uganda, Mali, Congo e finanche contro i migranti che solcano il Mediterraneo.

Nei deliri di morte dei Signori del Pentagono la grande stazione aeronavale alle porte di Catania farà da battistrada all’USAF Unmanned Aircraft Systems Flight Plan 2009-2047, il programma dell’aeronautica militare Usa che definisce gli obiettivi strategici e le linee guida da perseguire da qui ai prossimi 35 anni. Tre le tappe chiave: la prima, fissata per il 2020, vedrà la progressiva sostituzione dei cacciabombardieri e degli intercettori con gli aerei senza pilota. La seconda, nel 2030, in cui i droni saranno i padroni assoluti dei cieli, teleguidati in “sciami” da un manipolo di superefficienti tecnici militari. L’ultima data, quella che celebrerà la follia dell’apocalisse bellica, nel 2047, quando gli attacchi convenzionali, chimici, batteriologici e nucleari saranno decisi in assoluta autonomia da sofisticati computer che riprodurranno artificialmente l’intelligenza umana. I conflitti saranno così sempre più disumanizzati e disumanizzanti e sanciranno una cesura irreversibile con la Storia dell’uomo, con la visione cosmica della responsabilità, della concezione stessa della pace e della guerra, della vita e della morte.

Alle ultimissime strategie di guerra si preparano pure i paesi membri dell’Alleanza Atlantica. Entro il 2017 sarà pienamente operativo il programma denominato Alliance Ground Surveillance (AGS) che punta a potenziare le capacità d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento della Nato. L’AGS fornirà informazioni in tempo reale per compiti di vigilanza aria-terra a supporto dell’intero spettro delle operazioni nel Mediterraneo, nei Balcani, in Africa e in Medio oriente. Al programma, il più costoso nella storia dell’Alleanza, hanno aderito in verità solo 13 paesi: Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Germania, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Romania, Slovacchia, Slovenia e Stati Uniti. Il sistema AGS si articolerà in stazioni di terra fisse, mobili e trasportabili per la pianificazione e il supporto operativo alle missioni e da una componente aerea basata su cinque velivoli a controllo remoto RQ-4 “Global Hawk” Block 40 che verranno installati anch’essi a Sigonella. Lunghi 14,5 metri e con un’apertura alare di 40, i velivoli voleranno in qualsiasi condizione meteorologica per 32 ore sino a 18,3 km d’altezza. “I potentissimi sistemi radar installati a bordo saranno in grado di scansionare ampie porzioni di terreno fissando i potenziali bersagli con un’affidabilità inferiore al metro”, affermano gli alti comandi alleati di Bruxelles. Con l’AGS verrà inoltre reso più incisivo l’intervento della Forza di Risposta della Nato (NRF), operativa dal giugno 2006.

A Sigonella, dove nei prossimi mesi giungeranno 800 militari dei paesi dell’Alleanza, opererà il centro di coordinamento e controllo dell’AGS in cooperazione con i “Global Hawk” Usa. Il nuovo sistema di sorveglianza potrà contare pure sul supporto dei velivoli senza pilota “Sentinel” in dotazione alle forze armate britanniche ed “Heron R1” che la Francia ha prodotto congiuntamente ad Israele. Successivamente l’AGS s’interfaccerà con il programma di ricognizione su larga scala Bams (Broad Maritime Area Surveillance) che la Marina militare Usa attiverà grazie ai costruendi pattugliatori marittimi P-8 “Poseidon” e ad una nuova generazione di droni-spia ancora più sofisticati.

 

La stazione stellare per i conflitti globali

La base di Sigonella ospita attualmente più di 5.000 militari statunitensi ed è la principale installazione militare per gli interventi in Europa orientale, Africa, Medio Oriente e Sud-est asiatico. Negli ultimi 16 anni, per il potenziamento infrastrutturale di Sigonella il Pentagono ha speso un miliardo di dollari circa. I velivoli e gli elicotteri ospitati sono stati protagonisti dei bombardamenti Usa e Nato in Kosovo e in Serbia (primavera del 1999), delle operazioni di guerra in Afghanistan e in Iraq, delle varie missioni d’intelligence nelle regioni sub-sahariane e della campagna anti-pirateria nelle acque del Corno d’Africa. Congiuntamente allo scalo di Trapani-Birgi, Sigonella ha assunto un ruolo chiave per la movimentazione di uomini, mezzi e sistemi d’arma destinati alla guerra in Libia del 2011. In quell’occasione furono rischierati nella stazione aeronavale intercettori, cacciabombardieri, aerei da riconoscimento e velivoli cisterna di Canada, Danimarca, Emirati Arabi Uniti, Francia, Italia, Stati Uniti, Svezia e Turchia.

Sigonella è inoltre inserita a pieno titolo nelle più moderne strategie di guerra nucleare e stellare Usa. Nel maggio 2001, nella base siciliana è stata trasferita da Incirlik (Turchia) una delle stazioni terrestri del Global HF System (GHFS), il sistema di comunicazioni in alta frequenza creato dalla US Air Force per integrare la rete del Comando aereo strategico e assicurare il controllo su tutti i velivoli appartenenti al Dipartimento della difesa. Uno degli aspetti più importanti del GHFS è quello relativo alla trasmissione dei cosiddetti Emergency Action Messages (EAM), gli ordini militari che hanno priorità assoluta, primi fra tutti i messaggi SkyKing che includono i codici di attacco nucleare. Dal 2005 la base siciliana ospita anche uno dei terminali terrestri della rete di trasmissione satellitare Global Broadcast Service (GBS), posta sotto il comando e il controllo del 50th Space Communications Squadron, lo squadrone di telecomunicazioni spaziali dell’US Air Force. “Il Global Broadcast Service – spiegano i manuali del Pentagono - sostiene le operazioni di routine e le esercitazioni militari, le attività speciali, le risposte in caso di crisi, la predisposizione degli obiettivi degli attacchi. Il GBS supporterà inoltre il passaggio e la conduzione di brevi operazioni di guerra nucleare”.

Sigonella è divenuta infine una delle principali basi logistiche e di supporto della Marine Air/Ground Task Force (MAGTF), la forza speciale costituita nel 1989 dal Corpo dei Marines per garantire la massima flessibilità e rapidità d’intervento negli scacchieri di guerra. Dall’ottobre 2011 il comando delle forze armate statunitensi per le operazioni nel continente africano (Africom) ha attivato nella base siciliana una Special Purpose Marine Air Ground Task Force da impegnare periodicamente per l’addestramento degli eserciti africani partner o in attività di supporto logistico e di gestione di “tattiche anti-terrorismo”. “La task force di stanza a Sigonella ha come compiti prioritari la fornitura d’intelligence e la formazione dei militari africani che combattono i gruppi terroristici in Maghreb e Corno d’Africa o svolgono attività di peacekeeping in Somalia”, ha dichiarato il maggiore Dave Winnacker, responsabile del gruppo dei marines. La SPMAGTF conta attualmente su circa 200 marines organizzati in team aviotrasportabili con i grandi velivoli KC-130. Periodicamente ad essi si aggiungono i 500 marines circa di una special task force creata nella base spagnola di Rota dopo l’attentato terroristico dell’11 settembre 2012 contro il consolato Usa di Bengasi in cui persero la vita l’ambasciatore in Libia Christopher Stevens e altri tre funzionari.

Il numero del personale militare statunitense assegnato in Sicilia è destinato però a crescere ulteriormente nei prossimi anni. Da quanto si è appreso dalla pubblicazione da parte di WikiLeaks di alcuni cablogrammi trasmessi a Washington dall’ambasciata Usa in Italia nel gennaio 2005, il Dipartimento della difesa avrebbe progettato di trasferire a Sigonella il Comando per le operazioni speciali Usa in Europa (SOCEUR) e alcuni dei reparti d’élite con più di 6.000 uomini ospitati sino ad oggi in Germania e Gran Bretagna. Obiettivo centrale, ancora una volta, quello di avvicinare le unità di combattimento il più possibile al continente africano. Il piano prevede pure il “ridislocamento” degli elicotteri dei reparti speciali, dei velivoli ad ala fissa Lockeed MC-130 e dei turboelica a cannoniera AC-130 e il potenziamento delle infrastrutture navali ospitate nella baia di Augusta (Siracusa), principale polo di rifornimento petrolifero della VI Flotta nel Mediterraneo centrale. Secondo le stime del Pentagono, il personale statunitense ospitato nell’isola dovrebbe così raddoppiare in pochi anni per raggiungere le 11.500 unità.

 

L’EcoMUOStro di Niscemi

Nel 2001 la stazione aeronavale di Sigonella venne prescelta per ospitare una delle quattro stazioni mondiali del MUOS (Mobile User Objetive System), il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari in altissima frequenza (UHF) della marina militare statunitense (gli altri tre terminali terrestri furono previsti nelle basi di Kojarena-Geraldton, Australia, Norfolk, Virginia e Wahiawa, isole Hawaii). Due società statunitensi rilevarono tuttavia che le micro-onde emesse dalle antenne del MUOS potevano causare gravi interferenze ai sistemi di bordo dei velivoli militari in transito dalla base siciliana e perfino determinare accidentalmente la detonazione dei missili e della ogive ospitati (si tratta del fenomeno denominato HERO - Hazards of Electromagnetic to Ordnance). Il Pentagono decise allora di dirottare l’impianto satellitare in un altro sito militare siciliano a 70 km di distanza da Sigonella, nel cuore della riserva naturale di Niscemi (Caltanissetta).

Il sistema MUOS dovrà assicurare il collegamento dell’intera rete militare statunitense (centri di comando, controllo e intelligence, infrastrutture logistiche, le migliaia di utenti mobili come cacciabombardieri, unità navali, sommergibili, reparti operativi, missili Cruise, aerei senza pilota, ecc.), decuplicando la velocità e la quantità delle informazioni trasmesse nell’unità di tempo. Con la conseguenza, tutt’altro che remota, di accrescere sempre più il rischio di guerra convenzionale e/o nucleare anche per un mero errore di elaborazione da parte dei computer.

Il terminale MUOS di Niscemi è costituito da tre grandi antenne paraboliche del diametro di 18,4 metri per le trasmissioni verso i satelliti geostazionari con frequenze che raggiungeranno i 31 GHz e da due trasmettitori di 149 metri d’altezza per il posizionamento geografico con frequenze tra i 240 e i 315 MHz. Un mixer di onde elettromagnetiche che penetreranno la ionosfera con potenziali effetti nocivi per l’ambiente e la salute degli abitanti che vivono nei pressi della base. A denunciare l’insostenibilità ambientale del MUOS e le “gravi carenze” degli studi effettuati dai militari e dai tecnici statunitensi ci ha pensato nel novembre 2011 il Politecnico di Torino, attraverso un report dei professori Massimo Zucchetti e Massimo Coraddu. “Con la realizzazione delle nuove antenne si verificherà un incremento medio dell’intensità del campo in prossimità delle abitazioni più vicine pari a qualche volt per metro rispetto al livello esistente”, scrivono i due ricercatori. “C’è poi il rischio di effetti acuti legati all’esposizione diretta al fascio emesso dalle parabole del MUOS in seguito a malfunzionamento o a un errore di puntamento. I danni alle persone accidentalmente esposte a distanze inferiori ai 20 Km saranno gravi e permanenti, con conseguente necrosi dei tessuti”.

Le onde elettromagnetiche avranno pesanti effetti pure sul traffico aereo civile nei cieli siciliani e in particolare sul nuovo aeroporto di Comiso. “Il fascio di microonde del MUOS è senz’altro in grado di provocare gravi interferenze nella strumentazione di bordo di un aeromobile che dovesse essere investito accidentalmente”, spiegano Zucchetti e Coraddu. “Gli incidenti provocati dall’irraggiamento di aeromobili distanti anche decine di Km sono eventualità tutt’altro che remote e trascurabili ed è incomprensibile come non siano state prese in considerazione dagli studi progettuali. I rischi d’interferenza investono potenzialmente tutto il traffico aereo della zona circostante il MUOS. Nel raggio di 70 Km si trovano ben tre scali: Comiso, a poco più di 19 Km dalla stazione di Niscemi, e gli aeroporti di Sigonella e Catania-Fontanarossa (il terzo scalo civile come volume di traffico in Italia), che si trovano rispettivamente a 52 e a 67 Km”.

Nonostante i rilievi del Politecnico e in violazione delle norme di attuazione del Piano territoriale paesistico della riserva naturale di Niscemi entro cui ricade la base statunitense, l’1 giugno 2011 la Regione siciliana ha autorizzato l’avvio dei lavori del MUOS. I cantieri hanno generato sbancamenti di colline e sradicamenti della macchia mediterranea, sfregiando irrimediabilmente un’ampia area classificata come zona A cioè inedificabile, di indiscutibile pregio naturalistico e paesaggistico.

In Sicilia le tre mega-parabole del terminale MUOS si sommano alle 46 antenne della NRTF (Naval Radio Transmitter Facility), la stazione di radiotelecomunicazione che la Marina militare Usa ha attivato nel 1991 a Niscemi dopo aver ottenuto in concessione dall’Aeronautica militare italiana un’area boschiva e agricola di oltre 1.660.000 metri quadri. L’installazione assicura oggi le comunicazioni supersegrete delle forze di superficie, sottomarine, aeree e terrestri e dei centri C4I (Command, Control, Computer, Communications and Intelligence). Si tratta a tutti gli effetti di un’infrastruttura ad uso esclusivo delle forze armate statunitensi, su cui non c’è modo di esercitare la sovranità e alcun controllo da parte delle autorità italiane. Così è scritto nell’Accordo tecnico tra il Ministero della difesa e il Dipartimento della difesa degli Stati Uniti d’America riguardante le installazioni in uso alle forze USA di Sigonella, firmato a Roma il 6 aprile del 2006 dall’ammiraglio N. G. Preston, comandante US Navy per la regione europea e dal generale Mario Marioli dell’esercito italiano. Secondo l’accordo, l’uso esclusivo significa l’utilizzazione dell’infrastruttura da parte della forza armata di una singola Nazione, per la realizzazione di attività relative alla missione e/o a compiti assegnati a detta forza dallo Stato che l’ha inviata.

Le onde emesse dalle antenne della base NRTF di Niscemi coprono tutto lo spettro compreso tra le UHF e le VHF (Ultra and Very High Frequency – ultra e altissime frequenze, dai 30 MHz ai 3000 MHz, utilizzate per le comunicazioni radio con aerei  e satelliti) e le ELF – VLF – LF (Extremely and Very Low Frequency – frequenze estremamente basse e bassissime, dai 300 Hz a 300kHZ), queste ultime in grado di penetrare in profondità le acque degli oceani e contribuire alle comunicazioni con i sottomarini a capacità e propulsione nucleare. A seguito della chiusura della stazione islandese di Keflavik, nel settembre 2006 è stato trasferito a Niscemi pure un sistema “addizionale di processamento e comunicazione automatico e integrato” (ISABPS) che consente tutte le funzioni di collegamento in bassa frequenza con i sottomarini strategici (Atlantic Low Frequency Submarine Broadcast).

 

Un’isola in guerra perenne

Quando le unità di superficie e subacquee Usa e Nato operano nel Mediterraneo centrale, scelgono Augusta per le loro soste tecniche o per rifornirsi di carburante. La baia sorge in una delle aree a più alto rischio ambientale d’Italia dove proliferano raffinerie, industrie chimiche e depositi di armi e munizioni mentre sono praticamente inesistenti i piani di emergenza in caso d’incidente o catastrofe naturale. L’area di Augusta è una delle più militarizzate del paese. Qui la Marina militare italiana ha insediato un proprio Comando autonomo e un arsenale navale in cui vengono riparate le grandi unità da guerra. Nei dintorni sorgono inoltre due grandi strutture utilizzate come depositi di combustibili (Punta Cugno e San Cusumano) per il rifornimento delle unità italiane e dei paesi partner dell’Alleanza Atlantica, mentre all’interno delle grotte carsiche di Cava Sorciaro (Melilli) è stato realizzato un vasto depositi munizioni anch’esso nella disponibilità delle forze armate italiane, Usa e Nato.

Nei bunker di Cava Sorciaro sono state stipate per lungo tempo perfino testate nucleari statunitensi e armi chimiche di produzione nazionale (tavolette di difenilcloroarsina e fiale di fosgene ed acido cianidrico) risalenti agli anni precedenti lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Sempre a Melilli, in  località Palombara, è stato installato un radar di produzione israeliana della nuova rete C3I della Guardia di finanza per il contrasto alle imbarcazioni veloci utilizzate per il trasporto di migranti. Sempre nel territorio di Augusta-Priolo-Melilli sono ospitati pure gli impianti del Centro telecomunicazioni secondario della Marina militare (sede alternata al Centro di comando e controllo di Santa Rosa, Roma) e la stazione del Fleet Logistic Support Site della US Navy per i collegamenti con le basi di Sigonella e Niscemi e le unità della VI Flotta.

Tra i maggiori porti siciliani utilizzati per gli approdi di unità navali militari, oltre ad Augusta, vanno pure segnalati quelli “commerciali” di Palermo, Messina, Catania e Trapani e, per funzioni spiccatamente anti-migranti, quelli di Lampedusa, Pozzallo (Ragusa) e Porto Empedocle (Agrigento). Aerei da trasporto truppe e mezzi militari, intercettori e cacciabombardieri sono autorizzati a utilizzare invece gli scali “civili” di Catania-Fontanarossa, Palermo-Punta Raisi, Trapani-Birgi, Pantelleria e Lampedusa. Gli ultimi tre sono classificati in verità come aeroporti militari “aperti al traffico civile” ed operano sia in ambito Nato che per finalità di “contenimento” degli sbarchi dei migranti in fuga dalle guerre e dalle catastrofi ambientali e climatiche di Africa e Medio Oriente. A Pantelleria, in particolare, è stato completato l’ampliamento delle due piste di volo e del mega-hangar ricavato all’interno di una collina capace di ospitare sino ad una cinquantina di aerei da guerra. A Trapani-Birgi, a fine dicembre 2012, è tornato ad essere operativo il 18° Gruppo caccia dell’Aeronautica militare italiana che ha ricevuto otto velivoli Eurofighter Typhoon, i caccia multiruolo di ultima generazione armati di cannoni Mauser da 27 mm, bombe a caduta libera da 500 a 2.000 libbre e a guida GPS, missili aria-aria, aria-superficie e anti-nave a guida radar e infrarossa.

Dalla seconda metà degli anni Ottanta, Trapani-Birgi è la base operativa avanzata (FOB) degli aerei-radar E-3A AWACS nell’ambito del programma multinazionale NATO Airborne Early Warning Force per la sorveglianza integrata dello spazio aereo, il cui comando generale è ospitato a Geilenkirchen (Germania). Lo scalo è stato uno dei più utilizzati dalla coalizione internazionale per le operazioni di guerra in Libia dal 19 marzo al 31 ottobre 2011. Da qui sono decollati i cacciabombardieri F-16, Eurofighter, Tornado e AMX assegnati ai differenti Stormi delle forza aerea nazionale che durante gli attacchi hanno sganciato in Libia più di 500 tra bombe e missili da crociera a lunga gittata. Dal Task Group Air Birgi è dipeso pure l’utilizzo degli aerei senza pilota Predator B schierati nello scalo pugliese di Amendola (Foggia). Per tutto il corso del conflitto, a Trapani sono stati schierati infine alcuni cacciabombardieri canadesi, i velivoli E-3A AWACS della Nato e due AWACS e due aerei da trasporto VC-10 britannici. Dallo scalo sono transitati pure 300 aerei cargo e circa 2.000 tonnellate di materiali da guerra della coalizione alleata. Stando alle stime ufficiali, la Nato avrebbe lanciato da Trapani quasi il 14% dei blitz contro obiettivi libici.

Per tenere sotto controllo il Mediterraneo e monitorare il transito di velivoli e imbarcazioni 24 ore al giorno, 365 giorni l’anno, l’Alleanza Atlantica può contare in Sicilia sulla postazione radar di Noto-Mezzogregiorio (Siracusa), nella straordinaria cornice paesaggistica e naturalistica dei monti Iblei. Qui ha sede il 34° Gruppo Radar dell’Aeronautica militare che concorre alla sorveglianza dello spazio aereo italiano e di buona parte di quello della regione sud-europea della Nato. Posto gerarchicamente sotto il Comando di squadra aerea di Milano del CAOC 5 della Nato con sede a Poggio Renatico (Ravenna), il 34° GRAM è stato al centro di un piano di ammodernamento finanziato dall’Alleanza Atlantica e incentrato sull’adozione del Fixed Air Defence (FADR) RAT31-DL, il radar di ultima generazione prodotto da Selex con una portata sino a 500 km di distanza e 30 km in altezza. Il programma, denominato Air Command and Control System (ACCS), ha comportato una spesa per più di due miliardi di euro e ha consentito di potenziare la rete militare alleata in Europa.

Al centro di Noto-Mezzogregorio convergono, per la loro elaborazione, le informazioni raccolte dalle due squadriglie radar dell’Aeronautica operanti in Sicilia, la 134^ di Lampedusa e la 135^ di Marsala-Perino. Il 34° GRAM assicura pure l’interscambio informativo con le unità navali Usa e Nato impegnate nelle attività di pattugliamento e sorveglianza marittima ed è uno dei due siti nazionali in possesso del sistema SSSB (Ship-Shore-Ship Buffer) attraverso cui è possibile ricevere e trasmettere, in tempo reale, l’immagine della situazione aerea d’interesse. Come l’ACCS e l’AGS di Sigonella anche l’SSSB è stato uno dei programmi più rilevanti dal punto di vista strategico-finanziario avviati in ambito Nato per affermare la propria incontrastata superiorità bellica nei cieli, in terra e nei mari.

 

 
Relazione al Convegno “E’ NATO per la guerra. Come uscire dal patto Atlantico”, Roma, 11 ottobre 2014. La relazione è una versione ridotta del saggio pubblicato nel volume SE DICI GUERRA…. Basi militari, tecnologie e profitti (A cura di G. Piccin e con i contributi di G. Alioti, G. Casarrubea, R. De Simone, T. Di Francesco, M. Dinucci, A. Mazzeo, A. Pascolini), Kappa Vu Edizioni, Udine, 2014.