I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

giovedì 29 dicembre 2016

Gentiloni: da pacifista militante a finanziatore di dittatori e guerre

Paolo Gentiloni l’ha spuntata: il ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale sostituisce l’amico fraterno Renzi alla Presidenza del consiglio. Da quando circolava con sempre più insistenza il suo nome, un ricordo sfocato mi è tornato alla mente. Correva l’autunno 1983 e a Roma si era conclusa da poco una delle più grandi manifestazioni per la pace della storia italiana. Un milione di persone per dire No ai missili nucleari Nato-Usa in Sicilia. Poi i sit-in di fronte al Parlamento duramente repressi dalle forze dell’ordine. Con alcuni dei componenti del Comitato XXIV ottobre ci si vede a cena in un signorile appartamento del centro. Tra gli ospiti, schivo e austero, c’era il giornalista Gentiloni, una breve e invidiata esperienza nel movimento studentesco di Mario Capanna, in procinto di assumere la direzione de La nuova ecologia, il periodico di Legambiente ideato con Chicco Testa ed Ermete Realacci che, non vorrei sbagliare, quella sera erano con noi pacifisti e antinucleari. Le evoluzioni o involuzioni del trio legambientalista sono note: Testa volò alla presidenza del Cda di Enel che contribuì a privatizzare; Realacci è oggi presidente della Commissione ambiente della Camera dei deputati, anch’egli in quota Giglio-Renzi, mentre il nobile di origini Gentiloni è incoronato Capo di governo.
Che differenze enormi tra il Gentiloni No war e No Nuke e il Gentiloni Pd. Ad agosto a Washington con l’amica-sorella-compagna Roberta Pinotti, molto probabilmente riconfermata ministra della difesa, offre agli Usa il consenso all’utilizzo della base di Sigonella per gli attacchi in Libia con i droni armati. Ai giornalisti Gentiloni spiega che “l’utilizzo delle basi italiane non richiede una specifica comunicazione al parlamento”. Così oltre a Sigonella, dall’hub aeroportuale di Pisa possono decollare gli aerei C-130 dell’US Air Force per trasportare armi e materiali militari in Libia e ai paesi nordafricani e mediorientali partner della campagna contro il “terrorismo internazionale”.
Alleati con cui Gentiloni (con Renzi e Pinotti) rafforzerà legami e affari, anche in nome e per conto del complesso militare industriale nazionale. La Libia innanzitutto, il cui fragile governo continua ad essere riconosciuto aldilà del Mediterraneo ma non in loco. O il Sultanato dell’Oman ad esempio, considerato dal ministro Gentiloni uno degli interlocutori privilegiati sul piano politico ed economico con cui discorrere sulle guerre in Iraq, Libia, Yemen e Ucraina. Ma soprattutto l’Arabia saudita, impegnata in un’escalation di morte in Yemen, grazie alle bombe e ai cacciabombardieri acquistati in Italia in palese violazione delle leggi e del diritto internazionale e l’assenso dell’uomo guida del ministero degli affari esteri.
Gentiloni ministro non ha perso occasione di far visita e farsi fotografare accanto ai generali in missione di guerra all’estero: a Mosul dove fanno la guardia alle imprese impegnate nella realizzazione di dighe dal controverso impatto socio-ambientale; a Kabul ed Herat dove operano con il Comando delle operazioni Nato in Aghanistan; in Libiano con le forze Unifil. A Roma Gentiloni ha ricevuto invece il Primo Ministro della Repubblica Federale di Somalia, Omar Abdirashid Ali Shamarke, accompagnato dai principali ministri del suo governo e dai manager di Confindustria Assafrica e Mediterraneo. Una visita, quella dei leader somali, conclusasi con un lauto assegno italiano: 21 milioni di euro in “aiuti alla cooperazione”, 7 in più di quanto era stato ricevuto l’anno prima.
Il 26 e 27 maggio a Taormina si terrà il vertice G7. A scegliere la località turistica siciliana era stato Matteo Renzi, ma una maledizione sembra dover mietere vittime una dopo l’altro tra i Potenti della terra. Sarà allora Gentiloni a dover fare da padrone di casa. “A Taormina si discuterà, tra le altre cose, delle situazioni di crisi a livello internazionale, soprattutto nel Mediterraneo e nel Medio Oriente e del problema della migrazione e dei profughi”, ha fatto sapere qualche mese fa Gentiloni. Quello di legare insieme guerre, migrazioni e aiuti è un chiodo fisso dell’(ex) ministro degli affari esteri. A maggio, recandosi a Tunisi, Gentiloni ha rafforzato la partnership con il governo nordafricano grazie agli aiuti militari e ad alcuni progetti strategici come ad esempio il “cavo di interconnessione elettrica Elmed”. In agosto è stata la volta della Nigeria per implementare con le autorità locali il famigerato “migration compact”, il piano elaborato in ambito Ue per impedire – anche manu militari – che i migranti provenienti dall’Africa occidentale raggiungano le coste del Mediterraneo per tentare la traversata verso il sud Italia. Solo qualche mese prima, Renzi e il capo della polizia Alessandro Pansa avevano firmato in Nigeria un accordo di cooperazione tra i due paesi per la “lotta al traffico di esseri umani” con tanto di “collaborazione reciproca anche per i rimpatri dei nigeriani che non hanno diritto a restare in Italia”.
Per portare a compimento la strategia del “migration compact”, del controllo delle frontiere europee del respingimento-deportazione dei migranti, Gentiloni si è recato a novembre in Niger, Mali e Senegal, in compagnia del Commissario Ue per le migrazioni Dimitris Avramopoulos. In particolare in Niger si è fatto un passo avanti per istituire veri e propri lager-hub dove concentrare i migranti in transito nel Sahara, in attesa che l’Ue valuti le loro domande d’asilo. Anche grazie a Gentiloni ministro, i confini della fortezza Europa hanno varcato il mare per insediarsi nel deserto africano.

Articolo pubblicato in Africa ExPress l’11 dicembre 2016, http://www.africa-express.info/2016/12/11/gentiloni-da-pacifista-militante-finanziatore-di-dittatori-e-guerre/ 

La Prefettura di Messina pubblica un nuovo avviso per individuare “urgentemente” strutture da adibire a centri di prima accoglienza per minori stranieri non accompagnati

Dopo il fallimento generalizzato delle politiche emergenziali di "accoglienza" dei minori stranieri non accompagnati (già più di 650 in 10 centri solo nella città di Messina); lo scandalo con tanto di inchiesta penale della malaccoglienza nel comune di Fondachelli Fantina (narrata per mesi come "pratica modello"); la vergogna della riconversione delle strutture lager della Tendopoli del Palanebiolo e della ex Caserma di Bisconte in Centri per soli minori stranieri non accompagnati; l'affarismo e le clientele elettorali e lavorative fomentati dall'assenza di programmazioni reali, attività di coordinamento e controllo da parte di Prefettura e Amministrazioni comunali (tutto ad esclusivo beneficio di imprenditori e pseudocoop, alcune delle quali perfino sotto indagine), la Prefettura di Messina ha pubblicato in data odierna un nuovo avviso pubblico per individuare con "urgenza" nuove "strutture temporanee" da adibire a “centri di prima accoglienza per minori stranieri non accompagnati”.
Continua in: http://www.stampalibera.it/2016/12/23/la-prefettura-di-messina-pubblica-un-nuovo-avviso-pubblico-per-individuare-urgentemente-nuove-strutture-da-adibire-a-centri-di-prima-accoglienza-per-minori-stranieri-non-accompagnati/
Cioè, tutto resta come prima e i gravi errori e le violazioni commesse in questi anni contro centinaia di adolescenti in fuga da guerre, fame e crimini socio-ambientali non fossero mai accaduti.
L’Importo a base di gara è di 45 euro compresa IVA, pro-capite/pro-die.
Requisiti generali richiesti per candidarsi, l’iscrizione, per l’attività oggetto dei suddetti servizi, al registro delle imprese della C.C.I.A.A.; tuttvia anche i soggetti non tenuti all'obbligo di iscrizione potranno concorrere con la sola autocertificazione del legale rappresentante con la quale si dichiara “l'insussistenza del suddetto obbligo di iscrizione”.
La Prefettura di Messina si avvarrà per il nuovo programma delle Circolari del Ministero dell’Interno, n. 12362 del 2/8/2016 e n. 13058 del 23/8/2016, “con le quali sono state emanate specifiche disposizioni in ordine alle modalità di attivazione delle suddette strutture ricettive temporanee, anche in deroga alla normativa regionale”. Cioè ribaltando il principio della gerarchia delle fonti giuridiche, una circolare redatta da un burocrate del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero può annullare i contenuti di una legge approvata da un Parlamento regionale.
Grazie alla logica delle “deroghe” via circolari, Prefettura di Messina e Assessorato ai servizi sociali del Comune di Messina hanno giustificato affidamenti diretti a cooperative nate dal nulla e con finalità di assistenza ben diverse di quelle a favore di minori e adolescenti, chiudendo inoltre due occhi sul non rispetto degli standard e i requisiti infrastrutturali e sulle norme e i requisiti previsti dalle normative regionali a tutela e protezione dei diritti dei minori stranieri non accompagnati.

Articolo pubblicato in Stampalibera.it il 23 dicembre 2016, http://www.stampalibera.it/2016/12/23/la-prefettura-di-messina-pubblica-un-nuovo-avviso-pubblico-per-individuare-urgentemente-nuove-strutture-da-adibire-a-centri-di-prima-accoglienza-per-minori-stranieri-non-accompagnati/ 

Quei minori stranieri nell’inferno del Palanebiolo, la tendopoli della vergogna

Fango, fango e solo fango. Dopo le violente piogge di oggi, si presenta così la tendopoli realizzata nell’ex campo di baseball del Palanebiolo (Annunziata) di Messina, per la “prima accoglienza” dei migranti giunti in Sicilia e da alcune settimane convertita del tutto arbitrariamente a centro per minori stranieri non accompagnati. Sono una novantina circa i giovani minorenni (tra essi pure una decina di ragazze) costretti a vivere in condizioni disumane, lottando quotidianamente contro il freddo, l’acqua, l’inedia e l’incapacità dello stato italiano di rispettare le leggi internazionali e riconoscere solidarietà e dignità piena a chi sfugge da guerre, carestie, crimini socio-ambientali, la coscrizione obbligatoria.
E continua ormai da oltre tre anni lo scandalo di questa Tendopoli. Dal novembre del 2013 le persone “ospiti” del centro prefettizio subiscono ad ogni inverno gli allagamenti ad ogni pioggia. Questo perché il campo in cui sono state installate le 32 tende, messo a disposizione dall’Università degli Studi di Messina, è per sua conformazione portato ad allagarsi, soprattutto sulla parte lato mare. Un “difetto” già rilevato nell’ispezione dei Vigili del Fuoco svolta prima della creazione della tendopoli.
Dal 1° dicembre la struttura del Palanebiolo è gestita ancora una volta dalla cooperativa Senis Hospes di Senise (Potenza) congiuntamente alla coop socia-sorella Domus Caritatis di Roma. Le due coop hanno fatta man bassa di centri di prima accoglienza, CARA, CIE e SPRAR in tutta Italia e solo a Messina controllano con fatturati di milioni di euro oltre il lager del Palanebiolo anche l’(ex) caserma di “Bisconte, anch’essa arbitrariamente e illegittimamente convertita in struttara per soli minori stranieri non accompagnati (circa200), il centro “Ahmed” convenzionato con l’Amministrazione comunale di Messina nonostante non risponda ai requisiti di legge regionali, altre piccole strutture per minori sparsi nel Comune e buona parte del progetto Sprar (valore un milione e 600mila euro) che sempre il Comune di Messina ha ottenuto dal Ministero degli Interno qualche mese fa.
Da Trieste a Pozzallo il duo Senis Hospes e Domus Caritatis ha sollevato preoccupazioni degli organi di stampa, indagini giudiziarie e anche qualche ispezione ministeriale. A Messina invece, nulla di tutto questo e in Prefettura, Questura, Università, Palazzo Zanca e Tribunali fanno tutti finta di non vedere e non sentire ma soprattutto tacciono, tacciono, tacciono.
Dai dati ufficiali, sono già 650 i minori stranieri non accompagnati “ospiti” nella sola città di Messina, un numero irresponsabilmente elevato che risponde evidentemente a sole logiche clientelari-affaristiche e non certo agli interessi e ai diritti dei giovani migranti, quasi la metà di essi semi-reclusi nelle tende dell’Annunziata o in  tre orribili stanzoni della caserma di Bisconte dove i letti a castello sono attaccati l’uno all’altro e i servizi igienico-sanitari nettamente insufficienti o deficitari.
A Natale, se Gesù nascerà in una grotta, molti di questi adolescenti lo passeranno nel fango. Dopo duemila anni, per i diritti dell’infanzia, evidentemente, nulla è cambiato...

Articolo pubblicato in Stampalibera.it il 20 dicembre 2016, http://www.stampalibera.it/2016/12/20/messina-le-foto-shock-quei-minori-nellinferno-del-palanebiolo/

Marco Minniti, il ministro USA-NATO che tanto amava il Ponte sullo Stretto

A chi ritiene che il governo Gentiloni sia la fotocopia di quello Renzi, diciamo che No, non è così. E' 10, 100 volte peggio. Anche e soprattutto perchè a ministro degli Interni viene promosso il sottosegretario Domenico Minniti più inteso Marco, controverso politico calabrese, ultrafiloatlantico e ultra USA e ultraNato, stratega d'intelligence e servizi segreti e intimo del complesso militare industriale e finanziario transnazionale. Di certo a guidare le forze dell'(dis)ordine e la repressione di Stato, sono certo, rimpiangeremo il "mite" Angelino Alfano.
Noi Minniti lo ricordiamo così:
- come fondatore della Fondazione ICSA (Intelligence Culture and Strategic Analysis), il "centro di analisi ed elaborazione culturale che intende trattare in modo innovativo i temi della sicurezza, della difesa e dell'intelligence" di cui è stato Presidente onorario sino alla morte l'ex Presidente della repubblica filogolpe Francesco Cossiga;
- come sponsor-ultrà a Roma come a Washington dei famigerati cacciabombardieri F35.e della holding produttrice, Lockheed Martin, ideatrice e produttrice del MUOS di Niscemi;
- come instancabile promotore e sostenitore del Ponte sullo Stretto di Messina. Da "I Padrini del Ponte" che pubblicammo per Alegre edizioni nel 2010: Per ottenere le risorse necessarie a rimettere in moto il vecchio carrozzone della Stretto di Messina Spa, l’allora presidente Nino Calarco bussò alle porte dei palazzi romani. Nel corso di un’indagine della procura di Reggio Calabria su un presunto caso di malasanità che vedeva coinvolti politici, amministratori dell’Asl ed affiliati alle ‘ndrine locali, il caporedattore della Gazzetta del Sud, Paolo Pollichieni, fu intercettato, il 30 luglio 1999, mentre a Scilla, in compagnia del politico Marco Minniti (al tempo sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei Ministri, poi viceministro degli Interni nel secondo governo Prodi e oggi segretario del Partito democratico in Calabria), raggiungeva telefonicamente il Calarco. "Sono qui con Marco e la voleva salutare", riferiva Pollicheni. Passato il cellulare a Minniti, il presidente della Stretto Spa nonché direttore della Gazzetta si rivolgeva al politico: "Senti una cosa... l'unica potenza che tu non riesci a esplicare... con questi maledetti burocrati del ministero dei Lavori pubblici... ancora questo decreto del bando non c'è!". Il bando, in questione, era quello per il finanziamento della società concessionaria del Ponte, che Nino Calarco vorrebbe acquisita dall’ANAS. Nel corso della stessa telefonata, Calarco spiegava di aver parlato della cosa direttamente con il presidente del consiglio. "E con Giuliano Amato come è andata?", gli chiedeva Marco Minniti. "Favoloso, favoloso", rispondeva Calarco. "Però il problema caro Marco è che bisogna trovare nella Finanziaria un po' di spiccioli perché io debbo chiudere la società perché non ho più una lira! Non è che è una grossa cifra... 4... 5 miliardi". 
Alla fine il governo trovò i soldi, ripartirono stime e progetti e il nuovo corso pro-Ponte conquistò l’attenzione dei mass media di regime e di certa imprenditoria assetata di commesse.
Ci rivedremo a Taormina il 26 e 27 maggio, caro Domenico Minniti inteso Marco...
Articolo pubblicato il 13 dicembre 2016

mercoledì 28 dicembre 2016

Coop bianche e rosse e l’affaire migranti dalla Puglia allo Stretto di Messina

“Sette giorni all'inferno: diario di un finto rifugiato nel ghetto di Stato”. Lo scorso 12 settembre, il settimanale L’Espresso pubblicava un lungo reportage (foto incluse) del giornalista Fabrizio Gatti, entrato clandestinamente nel Centro d’accoglienza per richiedenti asilo (CARA) di Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia, il terzo per dimensioni in Italia. Gatti descriveva il centro come un vero e proprio girone dantesco: “dormitori stracolmi, dove la legge non esiste e dove oltre mille esseri umani sono tenuti come bestie”.
A seguito dell’inchiesta giornalistica e di un duro editoriale di Eugenio Scalfari sulla malaccoglienza migranti in Italia, comparso sul quotidiano la Repubblica il giorno dopo, l’allora ministro degli Interni Angelino Alfano, dopo essersi consultato con il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, decise di avviare un’ispezione ministeriale al CARA di Borgo Mezzanone. Numerose furono le interrogazioni parlamentari sulle vergognose condizioni di vita dei migranti nel cento e in altre strutture di semidetenzione sparse in mezza Italia.
Il 13 e 14 settembre, ancora Fabrizio Gatti sul sito internet de l’Espresso rivelò la portata degli affari delle cooperative chiamate a gestire il CARA pugliese. “Il costo per lo Stato del Centro di accoglienza di Foggia, è adesso una cifra precisa: la cooperativa cattolica Senis Hospes, che lo gestisce per conto del consorzio “Sisifo” della Lega Coop, incassa 31 mila 108 euro al giorno”, riportava il giornalista. “La spesa la si ricava dalle presenze confermate oggi dalla polizia: 1.414 richiedenti asilo registrati. Il numero comunque è aggiornato al 23 agosto. Moltiplicando gli ospiti ufficiali per il costo dell'appalto di 22 euro al giorno a persona, si ottiene quanto rende l'inferno: 933 mila euro al mese, 11 milioni l'anno. Ed è un calcolo per difetto. Perché l'emergenza fuori contratto può essere pagata fino a 30 euro al giorno a persona”.
Gatti aggiungeva altri particolari sulle identità delle coop prescelte come ente gestore. “Grazie agli appalti sui profughi in tutta Italia, la cooperativa che gestisce l'inferno di Foggia, la Senis Hospes di Senise in provincia di Potenza, ha infatti aumentato il suo fatturato del 400 per cento in due anni: dai 3 milioni del 2012 ai 15,2 milioni del 2014. E i dipendenti da 109 a 518. Non esistono imprenditori oggi, a parte la criminalità, con ricavi in crescita esponenziale”.
“Una vecchia indagine della procura di Potenza, poi archiviata, descrive bene i rapporti tra coop bianche e istituzioni”, aggiungeva Gatti. “Al centro, anche allora, gli appalti per i Cara, in particolare per quello in Basilicata, a Policoro. Nell'inchiesta spiccavano i nomi eccellenti di Gianni Letta e del prefetto Mario Morcone, all'epoca e ancora oggi capo dipartimento del Viminale per le libertà civili e l'immigrazione. La loro posizione fu presto archiviata. Così come quella dei fratelli Chiorazzo, a capo di un gruppo societario i cui pezzi più pregiati si chiamano La Cascina e Auxilium. Ciò che resta di quelle vicende, però, pur non avendo avuto uno sbocco processuale, sono le loro relazioni. Ecco cosa scrivevano i carabinieri del Ros nell'informativa inviata ai pm di Potenza: “Grazie all'estesa e fitta trama di relazioni intessute con diversi esponenti delle pubbliche istituzioni - fra i quali il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Gianni Letta e il Capo del Dipartimento per le Libertà Civili e l'Immigrazione del Ministero dell'lnterno prefetto Mario Morcone - i fratelli Chiorazzo mirano a consolidare e ad estendere la loro presenza nella gestione dei Cara distribuiti sull’intero territorio nazionale ed in particolare in Sud Italia. Le aziende dei Chiorazzo, infatti, curano la gestione (attraverso la cooperativa Auxilium e la società La Cascina) del Cara di Bari (dove sono ospitati circa 1.200 immigrati), del Cara di Policoro (che ospita 200 immigrati) e del Cara di Taranto — di prossima apertura - (destinato ad ospitare 400 immigrati) - per un giro di affari che può essere stimato pari a circa 70.000 euro al giorno”.
Tornando a parlare del Cara di Borgo Mezzanone, l’Espresso puntò il dito sul partner di Senis nella gestione del centro, il consorzio siciliano Sisifo. “Considerato un pezzo pregiato di Legacoop, Sisifo è già finito al centro di polemiche durante la gestione del centro di accoglienza di Lampedusa, dopo che le immagini dei migranti costretti a denudarsi all'esterno, per sottoporsi al lavaggio anti scabbia, hanno fatto il giro del mondo”, scrive Gatti. “Il consorzio, con oltre mille dipendenti, ha dichiarato nel 2015 un fatturato di 89 milioni di euro. Luca Odevaine ha ammesso davanti ai pm di aver favorito il raggruppamento di imprese, con in testa Sisifo, nell'aggiudicazione dell'appalto per la gestione del centro siciliano di Mineo. Non per sua iniziativa, dice. Ma su richiesta di Giuseppe Castiglione, sottosegretario all’Agricoltura in quota Ncd, lo stesso partito del ministro dell'Interno, Angelino Alfano. Tra le coop vincitrici a Mineo, insieme al Consorzio, troviamo la Senis Hospes e la Cascina Global Service, in quota Cl. Il presidente del consiglio di amministrazione di Senis Hospes è Camillo Aceto, in passato consigliere della Cascina e di Auxilium. Ruolo che ricopriva anche negli anni in cui i pm indagavano su Letta e Morcone per la vicenda del Cara della Basilicata. La coop di Aceto opera - lo scrivono anche i militari del Ros nell'informativa su Carminati - in sinergia con Sisifo. Il protocollo di intesa tra gruppi bianchi e rossi si ripete a Foggia. Senis Hospes gestisce, Sisifo garantisce. Cl e Legacoop unite nel nome degli affari. E forse, anche per questo, come nell'inferno di Borgo Mezzanone, nessuno le controlla”.
Da più di tre anni, denunciamo come gli stessi nomi, gli stessi soggetti, gli stessi affari, la stessa malaccoglienza si riproducano impunemente nella città di Messina. Prima La Cascina, poi Senis Hospes e Domus Caritatis hanno fatturato milioni di euro gestendo i lager della tendopoli del Palanebiolo (Annunziata) e dell’ex caserma “Gasparro” di Bisconte (dal prossimo anno hotspot Frontex-Ue per le identificazioni e le espulsioni di migranti), alcune strutture non rispondenti agli standard di legge per la “prima” accoglienza di minori stranieri non accompagnati, perfino parte del progetto Sprar (valore un milione e 600mila euro per 18 mesi) affidato alla supervisione del Comune di Messina.
Come rileva lo stesso Fabrizio Gatti, anche il Consorzio Sisifo, quello dell’accoglienza negata a Lampedusa e Mineo, ha inscindibili legami con il territorio peloritano. Domiciliata a Palermo, Sisifo gestisce o ha gestito l’assistenza domiciliare integrata nelle Asp di Messina, Caltanissetta, Agrigento, Ragusa, Siracusa e Trapani e le Residenze sanitarie assistite a Novara di Sicilia e San Piero Patti, una casa protetta per anziani a Paternò, e nel settore migranti, anche il centro di accoglienza di Sant’Angelo di Brolo. L’odierno presidente di Sisifo è Domenico Arena detto “Mimmo”, presidente di Legacoop Messina dal 2004 al 2014, da due anni vicepresidente regionale di Legacoop Sicilia e dal 2009 componente della Direzione nazionale di Legacoop. Dal 2015, Domenico “Mimmo” Arena è pure diventato consigliere di amministrazione del Banco di Credito Cooperativo “Antonello da Messina”, l’istituto bancario main sponsor degli eventi “culturali” del Natale 2016 dell’Amministrazione comunale.
Per la cronaca, Presidente del Cda della banca antonelliana è il dottore commercialista Francesco De Domenico, presidente del Collegio sindacale dell’istituto IRCSS “Neurolesi” nonché direttore generale dell’Università degli Studi di Messina (proprietaria dell’impianto sportivo riconvertito a tendopoli-lager per migranti dell’Annunziata).
Anche grazie all’affaire “accoglienza” si rafforza lo strapotere della borghesia e del partito unico locale.

Articolo pubblicato in Stampalibera.it, il 28 dicembre 2016, http://www.stampalibera.it/2016/12/28/linchiesta-di-antonio-mazzeo-coop-bianche-e-rosse-e-laffaire-migranti-dalla-puglia-allo-stretto-di-messina/ 

lunedì 26 dicembre 2016

Una megatendopoli per migranti nella ex Caserma “Gasparro” di Messina

Qualche mese ancora e l’ex caserma “Gasparro” di Messina (rione Bisconte) sarà trasformata in uno dei maggiori centri in Italia per l’“accoglienza” forzata dei migranti in attesa che le autorità decidano su una loro eventuale ricollocazione in altre strutture per richiedenti asilo in Europa o – per la stramaggioranza di essi – la deportazione manu miliari ai paesi d’origine. Decine di tende e container saranno installati accanto all’edificio della “Gasparro” dove da tre anni circa sono stipati contemporaneamente sino a 200 giovani migranti, consentendo di triplicare e forse quadruplicare il numero degli “ospiti” e riprodurre a due passi dal centro storico della città dello Stretto il famigerato e fallimentare modello “Mineo” della malaccoglienza.
Lo scorso 13 giugno è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il bando di gara per la “fornitura e posa in opera, comprensiva di trasporto, installazione, montaggio, manutenzione e smontaggio finale per la realizzazione di una struttura  temporanea costituita da tendostrutture e moduli prefabbricati, recinzioni  e cancelli, pensiline, arredi e cartellonistica per l’accoglienza dei migranti presso il comprensorio Caserma Gasparro di Messina”. Sempre secondo il bando di gara, il contraente dovrà assicurare la manutenzione degli impianti per almeno due anni; l’importo complessivo dell’appalto è pari a 1.932.000 euro più IVA, di cui 1.921.000 per le forniture e la posa in opera e il resto per coprire gli oneri per la sicurezza. Il termine ultimo per il ricevimento delle offerte è stato fissato per il successivo 1° luglio ma ad oggi non è noto se l’iter per l’aggiudicazione è stato completato. Le opere dovranno essere realizzate entro 70 giorni dalla data di avvio dell’esecuzione del contratto.
Il Ministero dell’Interno ha prescelto Invitalia S.p.A., l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, partecipata al 100% dal Ministero dell’Economia, quale centrale di committenza per la gara, responsabile unico del procedimento l’avvocato Cristiano Galeazzi. Invitalia S.p.A. (presieduta da Claudio Tesauro, contestualmente presidente  di Save the Children Italia Onlus e già membro del consiglio di amministrazione di TNT Post Italia S.p.A. e sino al 2013 del board di Save the Children International) aveva sottoscritto in precedenza con il Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Viminale una specifica convenzione con l’obiettivo di “fornire il supporto per migliorare il sistema delle strutture per l’accoglienza e il soccorso dei migranti”. A tal fine, nel mese di febbraio, Invitalia aveva pubblicato un bando di gara per le “attività di rilievo e progettazione esecutiva e funzionale per adeguare il sistema di immobili all’interno dell’ex Caserma Gasparro a centro di accoglienza per migranti”. Il compenso previsto per i progettisti era stato fissato in 138.000 euro, valore “sottostimato perlomeno di 140.990 euro” secondo una nota inviata il 4 aprile 2016 a Invitalia dall’Ordine degli architetti della provincia di Messina e firmata del presidente Giovanni Lazzari e dal coordinatore lavori pubblici Filippo D’Arrigo. Il 7 aprile le richieste dell’Ordine furono però rigettate dall’Agenzia presieduta da Claudio Tesauro e fu riconfermata la data del 14 aprile come termine massimo per l’espletamento della procedura. Per la cronaca, il 20 aprile anche il Consiglio Nazionale degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori di Roma, tramite il presidente Giuseppe Cappochin, aveva chiesto inutilmente alla stazione appaltante di “effettuare le opportune verifiche e integrazioni, mediante sospensione e riesame in autotutela, della procedura di gara, con riserva, in caso contrario, di valutare ogni opportuna azione tesa al ripristino della piena applicazione delle norme vigenti”.
Se i termini per la scelta dei progettisti lasciavano presupporre a un intervento di recupero e miglioramento dei numerosi stabili esistenti all’interno della vasta area in cui incide l’ex caserma dell’esercito italiano, la gara espletata il 1° luglio scorso rivela la cinica intenzione delle autorità di governo di procedere in direzione dell’emergenzialità e dell’assoluta precarietà nel sistema d’alloggio e accoglienza dei richiedenti asilo giunti a Messina. Ancora più grave che il tutto si sia svolto nel silenzio-assenso della Prefettura di Messina che pure aveva rilevato in altre sedi pubbliche gravi criticità all’interno della struttura “sorella” di Bisconte, la tendopoli creata nell’ottobre 2013 all’interno del campo di baseball dell’Università degli Studi di contrada Conca d’Oro, Annunziata e della stessa amministrazione comunale di Messina che in più occasioni aveva auspicato la conversione dell’ex infrastruttura militare in cittadella per servizi e l’abitazione popolare.
Nel bando di gara non sono contenuti i dati numerici sulla futura capienza del centro di “prima accoglienza”, ma secondo le indiscrezioni trapelate nei mesi scorsi è possibile che nell’hub di Bisconte saranno trattenuti tra i 500 e i 1.000 migranti alla volta. Unione europea, l’agenzia Frontex e il governo stanno rivedendo le modalità con cui verranno reinterpretati nei prossimi anni l’intervento di “contenimento” e la gestione dei flussi migratori ma è prevedibile che all’ex caserma di Messina saranno assegnate le stesse funzioni espletate attualmente dai centri di Mineo, Pozzallo e Lampedusa, cioè la semidetenzione dei migranti in vista della loro ricollocazione ed espulsione. In ambito europeo queste strutture sono state identificate con l’inquietante termine di “hotspot”: sotto la giurisdizione dell’Agenzia per il controllo delle frontiere dell’Unione Europea e della Polizia europea EASO, i migranti appena sbarcati vengono sottoposti alle operazioni di identificazione, fototesseramento e prelievo, anche forzato, delle impronte digitali, “ai fini di uno screening che distingua o richiedenti asilo dalle persone destinate al rimpatrio”.
Da qualche mese a questa parte, in palese violazione delle leggi e del diritto internazionale e con un vero e proprio colpo di mano della Prefettura di Messina (e le immancabili complicità dell’amministrazione comunale) Bisconte è stato riconvertito a “centro di primissima accoglienza” per soli minori stranieri non accompagnati. Muri scrostati e reti metalliche ovunque, container esterni utilizzati come bagni e docce, solo tre stanzoni adibiti ad alloggio con un centinaio di in letti a castello uno accanto all’altro, fanno di questa struttura una delle maggiori vergogne in termini di solidarietà e assistenza di tutta Italia. Un vero e proprio lager di funesta memoria, dove imperano sovraffollamento, precarietà e promiscuità e le giornate vengono trascorse dai giovani “ospiti” nell’inutile attesa del nulla. Un limbo, un non luogo per non persone che per tanti ha avuto una durata insostenibile di mesi e mesi. “Le peculiarità strutturali e la carenza di servizi che caratterizzano questo centro delineano un’accoglienza di tipo contenitivo che non solo si presenta in violazione delle leggi e della dignità della persona, ma che a fronte della prolungata permanenza, ha delle conseguenze molto gravi sulla vita dei migranti”, riportò l’onlus Borderline Sicilia dopo un’ispezione il 7 marzo 2016. Dello stesso tenore le denunce presentate da giornalisti, parlamentari ed altre organizzazioni non governative come la Campagna LasciateCIEntrare, l’associazione Migralab “A. Sayad”, l’Arci.
Dal 1° dicembre il centro di Bisconte e la tendopoli dell’Annunziata vedono come ente gestore le cooperative Senis Hospes di Senise, Potenza e Domus Caritatis di Roma, rappresentate dall’imprenditore della ristorazione collettiva Benedetto “Benny” Bonaffini, asso pigliatutto del business migranti peloritano. Le due coop hanno vinto a fine giugno la gara bandita dalla Prefettura per l’ospitalità di soli adulti migranti (importo base 30 euro al giorno per ogni “ospite” per la durata di un anno), ma il passaggio di consegne è avvenuto solo meno di un mese fa. Senis Hospe e Domus Caritatis hanno presentato economica con un ribasso del 10,7% (26,79 euro per migrante) e un’offerta  tecnica di 53,4 punti su 60. Insieme alle precarie strutture dei lager di Bisconte e dell’Annunziata, le due coop al centro di numerose inchieste giudiziarie e giornalistiche hanno ereditato dal vecchio ente gestore centinaia di minori stranieri non accompagnati, la cui accoglienza è regolamentata in modo del tutto diverso e più restrittivo dalle norme nazionali e per cui è inoltre prevista una spesa pro-capite non inferiore ai 45 euro al giorno.
Nell’“emergenza”, si sa, tutto è possibile e tutto è fattibile, anche violare fondamentali diritti umani, la legalità e il senso comune. Con l’hub-hostspot 2017, Messina si candida a laboratorio sperimentale delle più moderne e spietate pratiche di annientamento delle identità e dei bisogni.

Articolo pubblicato in Stampalibera.it il 22 dicembre 2016, http://www.stampalibera.it/2016/12/22/il-nostro-reportage-fotografico-messina-una-megatendopoli-per-migranti-nella-ex-caserma-gasparro-sulla-gazzetta-ufficiale-il-bando-appalto-da-1-932-000-euro-e-intanto/ 

venerdì 15 luglio 2016

Altri droni italiani per le infinite guerre mediorientali


I più moderni aerei senza pilota made in Italy alle belligeranti petromonarchie arabe. Durante il Farnborough International Airshow in corso in Gran Bretagna, i manager della holding militare-industriale Leonardo-Finmeccanica hanno comunicato che un numero imprecisato dei droni “Falco Evo”, la versione evoluta del sistema a pilotaggio remoto Falco, saranno consegnati a due misteriosi paesi, “rispettivamente del Medio Oriente e della regione del Golfo”.

“L’azienda italiana non ha voluto fornire I’identità dei clienti ma ha spiegato che essi già operano con i velivoli Falco”, ha riferito l’agenzia specializzata statunitense Defense News. “Dato che ad oggi, i paesi e le organizzazioni internazionali che hanno acquistato i Falco sono Giordania, Arabia Saudita, Pakistan, le Nazioni Unite e il Turkmenistan, è presumibile che i due nuovi clienti dei Falco Evo siano le forze armate di Arabia Saudita e Giordania”.

Il controverso regno saudita siglò un primo accordo con Finmeccanica per l’acquisizione di alcuni droni a medio raggio “Falco” il 13 luglio 2012 e i velivoli sarebbero utilizzati per operazioni di sorveglianza e riconoscimento nel sanguinoso conflitto in Yemen. Con la versione più evoluta del “Falco Evo” (quote di volo e velocità più elevate e maggiori capacità di carico), è verosimile che i sauditi possano utilizzare i droni italiani anche per vere e proprie operazioni d’attacco con missili aria-terra. Per i bombardamenti contro obiettivi civili e militari in Yemen, la petromonarchia saudita sta utilizzando bombe prodotte in Italia. La Rete italiana per il Disarmo che ha presentato alcuni esposti per violazione della legge n. 185 del 1990 che vieta l’export di armamenti a Paesi che si trovano in stato di conflitto armato, ha documentato nell’ultimo anno almeno sei invii in Arabia Saudita di bombe prodotte dalla fabbrica RWM Italia di Domusnovas (Sardegna), di proprietà della holding tedesca Rheinmetall. Secondo i dati ufficiali del governo, il valore delle vendite di armamenti italiani al paese arabo è passato da 163 milioni di euro nel 2014 a 258 milioni nel 2015.

Selex ES, l’azienda di Leonardo-Finmeccanica che realizza i droni “Falco Evo”, opera in Arabia Saudita da oltre tre decenni fornendo tecnologie avanzate nei settori aereo, terrestre e spaziale, e più recentemente in aree quali quelle della cyber security e della sicurezza delle informazioni, dei sistemi automatizzati e di gestione del traffico aereo e navale, della “sicurezza del territorio e della protezione delle infrastrutture critiche”. Entro la fine del prossimo anno, inoltre, Leonardo-Finmeccaica fornirà alla Royal Saudi Air Force sei sistemi per il controllo del traffico aereo di ultima generazione, di cui tre fissi e tre trasportabili, ognuno dei quali composto da radar primario e secondario, sistemi di comunicazione e centro di controllo. Thales Alenia Space, la joint venture italo-francese del settore aero-spaziale, partecipata al 33% da Finmeccanica, ha avviato negoziati in esclusiva con l’Arabia Saudita per la fornitura di quattro satelliti, due di osservazione e due per le telecomunicazioni militari, il cui valore potrebbe aggirarsi tra 2,5 e 3 miliardi di euro.

Ad accreditare invece l’ipotesi del trasferimento dei “Falco Evo” alla Giordania, c’è il memorandum di cooperazione e sviluppo industriale sottoscritto nel 2013 tra Finmeccanica, il King Abdullah Design and Development Bureau (KADDB) e i massimi vertici delle forze armate giordane, tra i cui obiettivi strategici c’è proprio la “promozione di tecnologie per la sorveglianza e dei sistemi a pilotaggio remoto UAS”.

Il “Falco Evo”, prodotto nello stabilimento di Selex ES di Ronchi dei Legionari (Gorizia) e il cui primo volo sperimentale fu completato nel luglio 2012 dalla base aerea di Cheshnegirovo (Bulgaria), è un sistema aereo a pilotaggio remoto in grado di svolgere missioni di sorveglianza in ogni condizione meteo, a lunga persistenza, fino a 20 ore e a una quota di volo di 6.000 metri (comparati ai 5.500 metri e 14 ore del Falco originario), con un raggio operativo di oltre 200 km e un carico utile fino a 100 kg. I droni sono dotati di sensori radar ad alta risoluzione che sondano metro per metro il terreno inviando le immagini ai centri di comando terrestri per una loro elaborazione. Sia il “Falco Evo” che il “Falco” possono montare vari tipi di radar di produzione Leonardo-Finmeccanica, tra cui il Gabbiano 20, il PicoSAR o il nuovo Osprey, entrambi a scansione elettronica. Nella versione killer, il “Falco Evo” può portare sotto le due ali più lunghe sino a un quintale di bombe o missili teleguidati.

I velivoli possono essere dotati anche di speciali sensori NBC che consentono al personale di terra di individuare possibili attacchi nucleari, biologici e chimici. I sistemi “Falco” possiedono inoltre capacità totalmente automatiche di decollo e atterraggio su piste semi-preparate e le stazioni di controllo a terra rispondono ai requisiti NATO per la pianificazione delle missioni e l’utilizzo dei dati acquisiti in ambito alleato.

 

Come abbiamo visto, i velivoli senza pilota di Selex ES sono stati acquistati da cinque clienti internazionali e svolgono attività di sorveglianza anche nell’ambito di due missioni ONU nella Repubblica Democratica del Congo (MONUSCO) e in Mali (MINUSMA). Per il Congo, le Nazioni Unite hanno sborsato nel dicembre 2013 una cinquantina di milioni di euro per cinque “Falco”, due dei quali sono andati perduti l’anno seguente a seguito di incidenti avvenuti nella regione orientale del North Kivu, al confine con il Ruanda. In Mali, i “Falco” made in Italy sono stati schierati dal luglio 2014 in numero di quattro nelle basi di Gao e Timbuctù dove già operano elicotteri da guerra francesi e olandesi.

Il “gioiello” di guerra di Selex ES è entrato pure a far parte degli arsenali delle forze armate del Pakistan. L’ordine di venticinque velivoli senza pilota, un’unità di volo di riserva e delle stazioni di controllo terrestri risale al giugno del 2008 e il trasferimento dei droni in Pakistan ha preso il via nell’estate 2009. Il battesimo sul campo è avvenuto in occasione della grande offensiva lanciata nella Swat Valley dalle forze armate pakistane nell’autunno 2009: come ammesso dalle autorità militari locali, i “Falco”, appositamente armati con missili a guida laser, furono lanciati per localizzare e bombardare “tutti i tipi di obiettivi, inclusi depositi munizioni, bunker, nascondigli e altre infrastrutture utilizzate dagli insorti”. Secondo la testata britannica Inner City Press, uno dei droni è precipitato nel 2013 per un problema tecnico durante una prova di volo nei pressi della base aerea pakistana di Mureed, ad alcuni chilometri di distanza dal distretto di Mianwali, Punjab. Un analogo incidente era accaduto qualche mese prima in Galles, durante un test del “Falco” Selex ES dal centro sperimentale droni di Parc Aberporth, nei pressi dell’aeroporto di Ceredigion.
Dall’ottobre 2015, Selex ES e Avio Aero, società interamente controllata dal colosso militare-nucleare statunitense General Electric hanno avviato una collaborazione con il CNR ITAE (Istituto di tecnologie avanzate per l’energia) di Messina per lo sviluppo tecnologico di un propulsore ibrido elettrico, destinato proprio a velivoli a pilotaggio remoto “Falco Evo”. La collaborazione s’inserisce nell’ambito di un progetto del valore complessivo di 5 milioni di euro, finanziato attraverso l’accordo di programma quadro in materia di ricerca Regione Puglia-MIUR e che vede come soggetto attuatore il Distretto Tecnologico Aerospaziale pugliese che punta a trasformare lo scalo aeroportuale di Grottaglie, Taranto, nella più grande base europea per la sperimentazione aerospaziale dei droni a uso civile e militare. Dirigente di ricerca del CNR ITAE di Messina è l’odierno vicesindaco della città dello Stretto, l’ing. Gaetano Cacciola, già direttore del CNR ITAE sino all’estate 2013.

venerdì 1 luglio 2016

Italia piattaforma di lancio NATO


Nella Nato del terzo millennio, le basi militari ospitate in Italia hanno un ruolo fondamentale e insostituibile nelle strategie di guerra. Siamo tutti sempre più nucleari e con logiche di attacco.

 

Forze armate dotate di mezzi, sistemi d’arma, capacità operative e livelli d’addestramento adeguati, prontamente impiegabili in ambito NATO nei termini richiesti, per lunghi periodi e al di fuori delle normali aree stanziali. Un dispositivo bellico superefficiente in grado di respingere eventuali aggressioni militari che si dovessero manifestare contro l’Italia e i suoi “interessi vitali”, sempre pronto a “rimuovere le minacce” e contribuire alla “difesa integrata” dei territori dell’Alleanza Atlantica e alla “lotta al terrorismo internazionale”. Sono alcuni degli obiettivi strategici prefigurati dal Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa 2015 per quelle che dovranno essere le strutture militari nazionali del prossimo ventennio. Il sogno di un’Italia media potenza internazionale ma sempre più ancorata all’Alleanza Atlantica e al paese leader, gli Stati Uniti d’America. “L’unica strategia in grado di mitigare i rischi relativi è quella di un’attiva partecipazione alla NATO”, spiega il ministero della Difesa. “Perché solo l’alleanza tra europei e nordamericani è in grado di esercitare la dissuasione, la deterrenza e la difesa militare…”.

A ridisegnare status, ruoli e modalità d’intervento della NATO del terzo millennio è il Readiness Action Plan approvato il 5 settembre 2014 al Summit dell’Alleanza tenutosi in Galles. “Le forze NATO saranno in grado di rispondere velocemente e con fermezza alle nuove sfide alla sicurezza, grazie all’utilizzo di un coerente pacchetto di strumenti militari ai confini dell’Alleanza e anche più lontano”, riporta il nuovo piano operativo alleato. Nello specifico, si prevede un rafforzamento nell’Europa centrale ed orientale e un profondo cambiamento della postura delle forze armate per “accrescere le capacità dell’Alleanza nel rispondere ancora più velocemente alle emergenze, ovunque esse si presentino”.

La prova generale della nuova Alleanza si è svolta l’autunno scorso in Italia, Spagna, Portogallo e nel Mediterraneo centrale. Denominata Trident Juncture 2015, è stata la più grande esercitazione NATO dalla fine della Guerra fredda ad oggi, con la partecipazione di oltre 36.000 militari, 400 tra cacciabombardieri, aerei-spia con e senza pilota, elicotteri e una settantina di unità navali di superficie e sottomarini. Grazie a Trident Juncture, la NATO ha simulato gli interventi richiesti nelle guerre moderne, come l’abbordaggio di unità navali, la ricerca, il riconoscimento e l’individuazione degli obiettivi, le operazioni d’infiltrazione ed esfiltrazione, ecc.. L’esercitazione ha inoltre consentito di certificare la piena operatività delle nuove forze di pronto intervento NATO, destinate ad intervenire in qualsiasi scacchiere mondiale. Nello specifico, Trident Juncture ha permesso di sperimentare in scala continentale i corpi d’élite della NATO Responce Force – NRF, dotati delle tecnologie più avanzate in campo bellico e posti gerarchicamente sotto il controllo del Joint Force Command di Brunssum e del Comando congiunto per il Sud Europa di Lago Patria, Giugliano (Napoli). Proprio il JCF di Lago Patria ha ospitato il 2 febbraio 2016 una conferenza dei comandanti delle forze alleate per pianificare la certificazione finale della NATO Response Force attraverso un intenso programma di esercitazioni che avranno luogo in tutta Europa nel biennio 2016-17. Quando sarà completato il programma addestrativo, il Comando alleato campano assumerà la guida della NRF.

Che le basi militari ospitate in Italia abbiano assunto un ruolo fondamentale e insostituibile nelle strategie di guerra NATO è confermato pure dalla scelta dell’Alleanza di svolgere la prima fase “simulata” di Trident Juncture presso la sede del Comando Operazione Aeree dell’Aeronautica militare di Poggio Renatico, Ferrara, oggi a disposizione dell’Alleanza Atlantica per gli interventi della NRF. Nel giugno 2015, a Poggio Renatico è stato attivato il primo sito ACCS che fornisce alla NATO un sistema di comando e controllo unificato per la pianificazione e l’esecuzione di tutte le operazioni di sorveglianza aerea. Altri siti ACCS diverranno operativi in altri paesi dell’Alleanza entro la fine del 2016.

Allo smisurato potere di pronto intervento offensivo della NATO Response Force contribuirà pure il sofisticato sistema di telerilevamento ed intelligence AGS (Alliance Ground Surveillance) che sarà attivato nella base siciliana di Sigonella. L’AGS dovrà fornire informazioni in tempo reale per compiti di vigilanza aria-terra a supporto dell’intero spettro delle operazioni alleate nel Mediterraneo, nei Balcani, in Africa e in Medio oriente. Il nuovo sistema si articolerà in stazioni di terra fisse, mobili e trasportabili per la pianificazione e il supporto operativo alle missioni e da una componente aerea basata su cinque velivoli a controllo remoto RQ-4 “Global Hawk” prodotti dall’azienda statunitense Northrop Grumman. La stazione aeronavale di Sigonella ospiterà sia il Centro di comando e controllo dell’AGS che l’intero apparato logistico e i velivoli senza pilota. Il nuovo sistema s’interfaccerà con l’articolata rete operativa militare e con tutti i centri di comando, controllo, intelligence, sorveglianza e riconoscimento della NATO a livello planetario.

“L’AGS supporterà un ampio ventaglio di missioni NATO come la protezione delle forze terrestri e delle popolazioni civili, il controllo delle frontiere, la sicurezza navale e l’assistenza umanitaria”, ha dichiarato Rob Sheehan, manager di Northrop Grumman. L’azienda statunitense prevede di trasferire i primi droni a Sigonella entro la fine del 2016, mentre per l’avvio delle operazioni si dovrà attendere il 2017. Pure le forze armate statunitensi contribuiranno alla trasformazione di Sigonella in uno dei centri nevralgici a livello mondiale per l’uso dei velivoli senza pilota nei teatri di guerra. La base siciliana è stata prescelta infatti come base operativa avanzata del sistema aereo MQ-4C “Triton”, anch’esso basato sulla piattaforma del “Global Hawk”. Secondo il Comando generale della Marina militare USA, i primi “Triton” inizieranno ad operare dalla Sicilia a partire del giugno 2019. Come se non bastasse, Washington prevede di realizzare a Sigonella uno dei principali centri al mondo per il comando, il controllo e la manutenzione di tutti i droni statunitensi (UAS SATCOM Relay Pads and Facility) assicurando la “massima efficienza operativa durante le missioni di attacco armato e di riconoscimento pianificate dai comandi strategici di Eucom, Africom e Centcom a supporto dei war-fighters”.

La NATO del terzo millennio sarà ancora più nucleare e l’Italia, di conseguenza, vedrà rafforzare il proprio ruolo di piattaforma di lancio per eventuali attacchi con testate atomiche. Attualmente sono due le installazioni utilizzate per lo stoccaggio di armi di distruzione di massa, la base aerea di Aviano (Pordenone) e quella di Ghedi (Brescia). Aviano è sede del 31st Fighter Wing di US Air Force con due squadroni dotati di cacciabombardieri F-16 abilitati al trasporto e al lancio di testate nucleari e in grado di operare regionalmente ed extra-area su richiesta della NATO e del Comando supremo alleato in Europa. Gli F-16 di Aviano sono stati tra i protagonisti di tutti i raid aerei scatenati negli ultimi anni nei Balcani e in Libia. Dall’agosto 2015 sei di questi cacciabombardieri sono stati dislocati in Turchia per contribuire ai bombardamenti contro le postazioni dello Stato Islamico in Siria.

Nei mesi scorsi, le forze armate statunitensi hanno dato vita al potenziamento dei sistemi di protezione dei bunker destinati alla custodia delle testate. I lavori di ristrutturazione rientrano nell’ambizioso programma di ammodernamento nucleare varato dall’amministrazione Obama che prevede nel caso specifico di Aviano e di altre basi USA in Europa la sostituzione delle vecchie testate B61 con le nuove bombe all’idrogeno B61-12. Queste saranno disponibili in quattro versioni (da 0.3, 1.5, 10 e 50 kilotoni), tutte a guida di precisione, e potranno essere sganciate a grande distanza dall’obiettivo, con una capacità di penetrazione nel suolo e una potenza distruttiva nettamente superiori alle vecchie testate. Per il programma di aggiornamento, Washington ha previsto una spesa compresa tra gli 8 e i 12 miliardi di dollari e le testate potranno essere utilizzate con i bombardieri strategici B-2, i cacciabombardieri F-16 e Tornado PA-200 e, a partire del 2020, anche con i caccia F-35 acquistati da alcuni paesi NATO e Israele.

L’Italia contribuisce alle spese necessarie a potenziare i depositi-bunker per le atomiche aviotrasportabili. Il 12 novembre 2014 il Segretariato generale del ministero della Difesa ha firmato un contratto classificato come riservatissimo, del valore di oltre 200.000 euro, per la “progettazione delle opere di ammodernamento del sistema WS3 (Weapon Storage and Security System)”, cioè del sistema sotterraneo di stoccaggio e protezione delle armi nucleari nella base aerea di Ghedi. Nello scalo lombardo sarebbero operativi undici sistemi WS3 sotto la custodia del 704th Munitions Maintenance Squadron dell’US Air Force. L’unità speciale è operativa a Ghedi sin dal 1963 e – come riportato dal Penatgono - ha la “responsabilità di ricevere, custodire ed assicurare la manutenzione e il controllo delle armi nucleari USA in supporto della North Atlantic Treaty Organization (NATO) e delle sue missioni strike”. Secondo quanto previsto dal nuclear burden-sharing, in caso di conflitto le bombe USA possono essere messe a disposizione dei cacciabombardieri “Tornado IDS” del 6° Stormo dell’Aeronautica italiana, anch’essi di stanza a Ghedi e appositamente configurati per l’attacco nucleare. Per addestrarsi allo sganciamento del loro carico di morte, questi reparti di volo dell’Aeronautica utilizzano i poligoni sardi di Perdasdefogu e Capo San Lorenzo e lo scalo di Decimomannu, infrastrutture-chiave per la sperimentazione delle nuove dottrine e tecnologie della guerra globale in ambito NATO ed extra-NATO.
Articolo pubblicato nel dossier “Il ruolo della Nato nel terzo millennio”, Mosaico di pace, giugno 2016.

mercoledì 22 giugno 2016

Storia di un ponte senza ponte


Il ponte non c'è mai stato e probabilmente non ci sarà. C'è invece una “narrazione” del ponte, un modello culturale che si vuole imporre. Fatto di drenaggio di risorse pubbliche in favore di interessi privati, di esautoramento delle volontà locali e di devastazione ambientale. Intervista ad Antonio Mazzeo e Luigi Sturniolo di Pippo Gurrieri.


Qual è lo stato attuale della questione ponte? Può definirsi chiusa o solo sospesa? Sono prevedibili scenari futuri, anche alla luce dell'ambiguità del governo Renzi e degli annunci di Alfano e Patuelli?

Il Ponte non c'è mai stato, non c'è, né ci sarà. Esiste invece una “narrazione” del Ponte, quella sì che continua ad esistere, strumentalmente riesumata, una volta dalle imprese General contractor (contraenti), un'altra da qualche soggetto politico.

Il fine rimane l'imporre il modello “culturale” dominante delle Grandi Opere, la depauperazione delle sempre più ridotte risorse pubbliche a favore degli interessi dei grandi gruppi economico-finanziari privati, l'esautoramento delle volontà popolari locali e dei soggetti amministrativi che dovrebbero governare i territori, il saccheggio urbanistico e la devastazione ambientale.
Per ritentare la narrazione del Ponte c'è chi sfrutta ovviamente la crisi socio-economica (quella generata dal modello neoliberista imperante), gli alti tassi di disoccupazione generale, la precarietà delle vite di milioni di persone, il falso spauracchio delle “penali” (si arriva a parlare perfino di un miliardo di euro che lo Stato dovrebbe rimborsare al pool di società vincitrici della gara per la progettazione ed esecuzione dell'ecomostro sullo Stretto). Si tace, invece, sul fatto che la politica delle Grandi Opere è caratterizzata in larga misura da progetti senza opera, senza cantieri, senza lavoratori.
Sulle “penali” abbiamo ripetuto per anni che sarebbe stato doveroso porre nelle sedi istituzionali la questione della loro legittimità. Comunque ricordiamo che esse potevano essere prese in considerazione solo dopo l'approvazione da parte del CIPE (comitato interministeriale per la programmazione economica) del progetto definitivo ed esecutivo del Ponte. Evento, che sino ad oggi non risulta essersi mai verificato.

Resta comunque forte il rischio che si possa dare il via al Ponte senza Ponte, dirottando l'ammontare delle presunte “penali” per la realizzazione della sterminata lista di opere pseudo-compensative che amministratori, studi di progettazione e potentati economici locali hanno strappato in cambio del loro sì o dei loro “nì” alla costruzione del manufatto. Una lista che di tanto in tanto ritorna in vita anche per bocca di alcuni di quei soggetti che sono stati attivi nel movimento No Ponte. Pensiamo, ad esempio, all'amministrazione comunale di Messina del sindaco Renato Accorinti che ha ottenuto l'inserimento nel cosiddetto Masterplan della città metropolitana (l'ennesima lista di opere in buona parte inutili o altamente impattanti per l'ambiente e il territorio che sono riproposte ad ogni buona occasione per strappare consensi o fomentare clientele) del Piano di “riqualificazione” dell'area di Capo Peloro, un progetto risalente al 1999, funzionale alla cementificazione della fragile costa e alla privatizzazione delle spiagge, realizzato dallo studio di cui è co-titolare l'odierno assessore all'Urbanistica e ai lavori pubblici, l'ingegnere Sergio de Cola, e che era stato inserito dal General contractor tra le opere da realizzare con i fondi compensativi e che successivamente, la stessa amministrazione Accorinti “No Ponte” aveva chiesto di finanziare attingendo alle (ex) risorse pro-Ponte.

Le vicende relative alla “narrazione” delle penali e alla stessa regolarità della gara per l'identificazione del General contractor sono piene di ambiguità, colpi di scena, eventi su cui avrebbe fatto bene ad indagare la stessa autorità giudiziaria. In passato abbiamo ricostruito le innumerevoli zone d'ombra di quella che continuiamo a ritenere una delle opere “immaginarie” su cui la borghesia mafiosa locale e internazionale ha più puntato.

Recentemente si è tornato a parlare del pressing che le grandi società di costruzione hanno esercitato sul governo e il parlamento per capitalizzare perlomeno le risorse fittiziamente destinate alle “penali”. La Procura di Reggio Calabria, nel corso di un'indagine, ha acquisito i tabulati delle telefonate intercettate alla fine del 2012 alla storica portavoce dell'ex ministro Maroni, odierno presidente della regione Lombardia, nelle quali l'amministratore delegato del gruppo Salini, oggi al controllo del colosso Impregilo, chiedeva con insistenza che la Lega impedisse l'approvazione del decreto Monti che “riduceva” l'ammontare delle penali al mero pagamento dei costi reali di progettazione.

Come si è giunti all'attuale situazione? È stata tutta “colpa” delle lotte o anche della situazione economica in cui si dibatte l'Italia?

Sarebbe del tutto storicamente ingiusto e ingeneroso non riconoscere il ruolo, la determinazione, la forza e le capacità di mobilitazione e analisi del Movimento No Ponte e come le sue campagne di lotta siano state determinanti per “chiudere” almeno sino ad oggi la partita sul Mostro dello Stretto.
Certo, l'esplosione della crisi, congiuntamente ad altri eventi che hanno segnato la recente visita economica nazionale e internazionale (le politiche di aggiustamento strutturale Ue, le dimensioni del debito pubblico, le distorsioni anche criminali generate dalle Grandi Opere e dallo stesso modello di project financing e intervento dei “privati”, ecc.) hanno contribuito alla sconfitta del pensiero unico del Ponte. In particolare, è risultato sempre più indifendibile il Piano Finanziario del Ponte, basato su previsioni di attraversamento clamorosamente contraddette dall'esperienza empirica.
Crediamo, comunque, che vada difesa sino in fondo la straordinaria esperienza messa in campo per oltre 15 anni dalle variegate realtà che hanno contribuito al Movimento. Forse, oggi, col senno del poi, potremmo affermare di aver sopravvalutato i rapporti di forza all'interno delle diverse soggettività che hanno caratterizzato il fronte del No, anch'esso – come i movimenti che tradizionalmente si sono opposti in Italia alle Grandi Opere e ai processi di militarizzazione del territorio – contraddistinto dal pluralismo politico-sociale e di classe. Forse, cioè, abbiamo peccato nella convinzione che le ragioni nostre, quelle delle aree più radicali e antagoniste, fossero pienamente condivise finanche dalla borghesia locale “illuminata” schieratasi contro il Ponte. Si è trattato di un errore di valutazione che stiamo pagando pesantemente oggi con l'esperienza dell'amministrazione Accorinti a Messina, un'elezione avvenuta grazie alla lotta No Ponte ma senza le ragioni, la visione altra e i protagonisti veri della lotta No Ponte.

Parlaci della Società Stretti di Messina, per anni una centrale di potere e di propaganda pontista, ha divorato milioni (quanti?) e non ha prodotto nulla. Perché? Grazie a chi?

Sì la Società Stretto di Messina, per lunghi anni è stata allo stesso tempo divoratrice di ingentissime risorse finanziarie (oltre 300-350 milioni di euro sperperati per l'affidamento di studi di massima, più altri 8-9 milioni all'anno in stipendi e inutili uffici di rappresentanza), strumento di propaganda e imposizione del consenso, finanche cimitero degli elefanti per quei politici trombati da lunga data. Una società-affaire funzionale al capitale bancario e finanziario che controlla le grandi società di costruzioni e i cui consigli di amministrazione sono seme e frutto dei legami mai recisi tra politica e imprenditoria, con le conseguenze e le storture – vedi in particolare i capitoli relativi alla gestione delle risorse e delle spese – che abbiamo conosciuto e denunciato in tutti questi anni.

Com'è cominciata la lotta No Ponte; raccontaci alcuni momenti salienti.

Ricordiamo ancora, a metà anni '80 un primo incontro-dibattito promosso da Democrazia proletaria e dal Comitato Messinese per la pace e il disarmo unilaterale in cui un manipolo di attivisti e un paio di sociologi dell'Università di Messina espressero il proprio No incondizionato a un'opera-immagine che iniziava a fare da protagonista nel dibattito politico-amministrativo della città, con il consenso unanime delle forze politiche (PCI in testa), delle organizzazioni sindacali e dell'associazionismo in genere.

Bisognerà però attendere la seconda metà degli anni '90 perché il tema venisse seriamente discusso tra le aree di movimento, la sinistra radicale e le associazioni ambientaliste. Ovviamente quando l'utopia Ponte divenne il progetto centrale della borghesia imprenditoriale locale e interregionale, sostenuto da quasi tutti i partiti e dalle amministrazioni locali di centrodestra e centrosinistra e ben oleato e sponsorizzato dai quotidiani e dalle emittenti televisive locali (fino alla cooptazione del loro direttore alla guida della Società Stretto di Messina Spa), si iniziarono a sviluppare reti di confronto e dibattito tra le realtà che nelle due sponde dello Stretto iniziavano a prendere coscienza dell'insostenibilità socio-economica e ambientale del Ponte e del modello stesso delle Grandi opere sostenuto dal neoliberismo. Ambientalisti, centri sociali autogestiti, militanti No Global e No War, alcune mosche bianche delle Università calabresi e di Messina, il sindacalismo di base, i Verdi, prima alcuni iscritti poi tutto il Prc, collettivi di anarchici, ex occupanti delle Università contro i piani di privatizzazione del sapere, ecc., diedero vita a forme di coordinamento dal basso copromuovendo campagne di sensibilizzazione, le prime manifestazioni con cortei e i campeggi estivi No Ponte, certamente queste ultime tra le esperienze che più hanno contribuito alla crescita della mobilitazione generale e alla presa di coscienza di sempre più ampie fasce di popolazione locale.
Così sino all'affermazione - nei primi anni del 2000 - del Movimento No Ponte come uno dei soggetti politici più rilevanti nel panorama delle lotte dal basso, con capacità di mobilitazione e di consenso ormai sempre più rare nella recente storia del Sud Italia.

La svolta del Movimento avviene nel 2002. È l'anno del primo campeggio No Ponte. Ne seguiranno altri due, su entrambe le sponde, nei due anni successivi. I campeggi segnano il passaggio dal movimento d'opinione alla mobilitazione di piazza. Siamo negli anni di quello che viene definito movimento no global e a Messina si è reduci dalla mobilitazione contro l'attraversamento della città da parte dei Tir. La prima manifestazione, che si svolge al termine del primo campeggio, vede la partecipazione di centinaia di persone. Ne seguiranno tante altre, fino a culminare nel corteo del gennaio 2006, formato da circa 20.000 persone, con delegazioni provenienti da molte città italiane. Importante la presenza di 300 attivisti No Tav che aprono il corteo. Sono gli anni del massimo fulgore della Legge Obiettivo e l'analisi del movimento, che va ben al di là di una opposizione di carattere meramente ambientalista, è capace di dare una lettura politica della speculazione finanziaria e della trasformazione in senso autoritario dei meccanismi di realizzazione delle opere pubbliche.
L'ascesa al governo del centrosinistra e di Prodi mette il Ponte in stand-by. Sarà il nuovo governo Berlusconi a rilanciarne il progetto. Ripartono, quindi, nel 2009, le manifestazioni. L'ultima di queste, a ponte ormai bloccato, avrà come piattaforma il rifiuto del riconoscimento delle penali alla società Impregilo. Siamo, praticamente, alla fase attuale. Intanto la Rete No Ponte a Messina è diventata un'aggregazione politica che va oltre il tema della lotta contro il Mostro sullo Stretto e produce una generazione di giovani attivisti che saranno i protagonisti della nuova fase del Movimento. Di certo quella esperienza è alla base di quello che si muoverà poi intorno alla categoria dei beni comuni e avrà influenze importanti sull'esperienza elettorale di Renato Accorinti e Cambiamo Messina dal Basso.


Ci sono stati momenti in cui si profilava una sconfitta?

Siamo stati sempre consapevoli della disparità di forze in campo tra il Movimento No Ponte e i gruppi finanziari, bancari, industriali e politici che per decenni hanno rappresentato il fronte pontista, ma non crediamo che le preoccupazioni nostre fossero determinate dalla possibilità che alla fine l'Ecomostro dello Stretto venisse alla luce, quanto invece che si sarebbero potuto avviare le opere “propedeutiche” alla realizzazione dell'opera, o quelle ad esempio, cinicamente presentate come “compensative” delle amministrazioni locali, in concreto cioè le devastanti arterie stradali e ferroviarie di collegamento nel messinese e in Calabria, lo sventramento delle colline a monte, la movimentazione di milioni di metri cubi di terra, la cementificazione delle aree sopravvissute all'urbanizzazione selvaggia dei territori, ecc.

Stiamo parlando di quel Ponte senza Ponte che descrivevamo prima, in linea con il modello della progettazione per la progettazione che ha segnato la storia del manufatto-fantasma, prorogando all'infinito il saccheggio di enormi risorse pubbliche da parte dei Padrini del Ponte. Non abbiamo creduto cioè, mai, che il Ponte fosse realizzabile (per ovvi motivi di ordine strutturale-ingegneristico, economico, ecc.) ma abbiamo sempre temuto che i disegni e i progetti meramente speculativi e fortemente impattanti dal punto di vista sociale e ambientale che ruotano attorno al “Ponte” – mai contrastati del resto da quelle aree di borghesia “illuminata” che a parole si sono schierate contro – possano andare avanti ancora.

Qual è stato il rapporto tra movimento e popolazione (messinese, calabrese, siciliana)?

Il Movimento No Ponte ha avuto una dimensione consistente, ma non è mai diventato davvero popolare. Le manifestazioni calabresi sono state prevalentemente partecipate da attivisti. A Messina c'è stato un maggiore coinvolgimento della cittadinanza, ma questo ha riguardato soprattutto le fasce, prevalentemente giovanili, più scolarizzate, del centro cittadino e della zona di Torre Faro (dove era prevista la torre del lato messinese). Per quanto almeno la parte più radicale abbia provato a legare i temi sociali alla battaglia No Ponte, in realtà non si è mai riusciti a coinvolgere gli strati più poveri e le periferie. Da indagare sarà, soprattutto per le prossime esperienze delle lotte in difesa del territorio, la componente più nimby, che è stata di sicuro presente anche nell'esperienza messinese. Così come da indagare sarà il tema della difesa della proprietà dalla devastazione della grande opera. Solo dimostrando che la grande opera non è opera pubblica sarà possibile non cadere, cioè, nella contraddizione della difesa della villetta, magari del ricco locale, contro l'opera infrastrutturale.

Parlaci del ruolo di tecnici e scienziati nella costruzione dell'opposizione al Ponte

Come in qualsiasi relazione dialettica tra soggettività differenti (“esperti”, “tecnici” e “accademici” da una parte, attivisti e movimentisti dall'altra), le relazioni sono state complesse, talvolta tormentate (specie quando i primi tentavano di far pesare il loro ruolo nella fissazione degli obiettivi a breve e medio termine della mobilitazione o a proporsi loro stessi alla “guida” delle campagne), ma comunque alla fine determinanti per la crescita qualitativa delle analisi e delle ragioni del “No”. Certamente va riconosciuto ai “tecnici” un ruolo decisivo sul fronte più prettamente “formale” nel Movimento No Ponte, nella predisposizione ad esempio delle centinaia di osservazioni ingegneristiche, socioeconomiche, ambientali per sbugiardare la presunta sostenibilità del manufatto, dell'intero modello delle Grandi Opere e dello strumento del General contractor.
Tuttavia c'è un ruolo “scientifico” che va riconosciuto anche a soggettività più meramente movimentiste. Non è un caso che alcune delle pubblicazioni di tipo documentale-informativo e la predisposizione di archivi e siti internet specializzati, ampiamente utilizzati nelle campagne di controinformazione con la popolazione, siano stati autoprodotti da attivisti e magari pubblicati da case editrici di movimento (pensiamo ad esempio a Terrelibere.org e Sicilia Punto L degli anarchici ragusani). Nonostante cioè le ovvie tensioni, si sono creati circuiti di reciproca alimentazione tra “tecnici” e “attivisti”, che ha avuto effetti importanti anche dal punto di vista dell'uso e della contaminazione dei distinti linguaggi e, ovviamente, per l'esito delle campagne di lotta.

Come si è sviluppato il rapporto del movimento No Ponte con altre realtà di lotta sia in Sicilia sia “in continente”?

La presenza delle realtà politiche esterne all'area dello Stretto è stata decisiva soprattutto nella fase iniziale delle mobilitazioni. Senza la Rete del Sud Ribelle il primo campeggio non si sarebbe neanche svolto, ma anche successivamente gli attivisti esterni che hanno generosamente portato il loro contributo alla lotta (pensiamo ad esempio ai No Tav) sono stati importantissimi, sia nel numero che nelle sollecitazioni dal punto di vista dell'analisi. Migliaia di compagni hanno partecipato a campeggi e cortei. Alcune centinaia di questi sono tornati ripetutamente. Se un limite c'è stato, forse questo è consistito nel non essere riusciti ad approfittare di questa “occasione” per costruire una vera rete di realtà capace di una forte battaglia generale contro la Legge Obiettivo e la strategia delle Grandi Opere. Si fosse realizzata quella, forse saremmo stati in grado di reggere, poi, successivamente, anche all'avanzata dei processi di privatizzazione dei beni comuni e dei servizi pubblici locali.

Esistono ancora oggi le condizioni per una eventuale ripresa della mobilitazione?

A Ponte fermo è difficile ipotizzare una mobilitazione. Il tema delle penali è fondamentale, ma, evidentemente, non è capace di stimolare una larga partecipazione. Purtroppo, bisogna registrare che la diffusione della lotta continua ad essere più semplice quando il processo di devastazione del territorio appare più evidente, con l'apertura dei cantieri o la formalizzazione dei progetti. È di certo un limite dei movimenti non essere capaci di far capire quanto una politica delle infrastrutture che genera pochi cantieri e mobilita pochi lavoratori dilapidi in realtà ingenti quantità di denaro pubblico che andrebbero usate per opere prossime ai cittadini.

Sarà questa, noi riteniamo, la scommessa dei futuri movimenti territoriali.
Intervista a cura di Pippo Gurrieri, pubblicata in A Rivista Anarchica, n. 407, maggio 2016, http://arivista.org/?nr=407&pag=51.htm