I Padrini del Ponte

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Affari di mafia sullo Stretto

domenica 21 novembre 2010

US Army Vicenza, Africom e il Rwanda: una lezione di cinismo

A Gabiro, 130 chilometri a nord-est della capitale Kigali, sorge la scuola di addestramento fanteria ed artiglieria delle forze armate del Rwanda. Fu aperta nell’aprile del 1994, il fatidico mese in cui un missile terra-aria abbatté l’aereo in cui viaggiavano Juvénal Habyarimana, presidente del Rwanda, e Cyprien Ntaryamira, presidente del Burundi. Con l’assassinio dei due capi di Stato, il Rwanda precipitò in una delle più sanguinose guerre civili della storia. E la scuola militare di Gabiro divenne uno dei principali centri operativi del “Rwandan Patriotic Front/Army”, l’esercito guidato dall’allora generale Paul Kagame, odierno presidente del Rwanda. Nel presidio di Gabiro fu pure allestito un campo di prigionia per centinaia di militanti Hutu. Molti di essi, non ne uscirono vivi.

Da qualche tempo nella scuola di addestramento di Gabiro operano alcuni ufficiali di US Army Africa, il comando per le operazioni terrestri delle forze armate statunitensi nel continente africano che è stato insediato l’autunno scorso a Vicenza. I militari, congiuntamente ad un contingente dell’esercito britannico di stanza in Kenya, addestrano il personale delle forze armate ruandesi nelle tattiche d’intervento e “bonifica” di aree densamente abitate, quelle sperimentate in Afghanistan ed Iraq dalla 173^ Brigata aviotrasportata USA di Vicenza.
 
Non è questo l’unico intervento in terra africana del personale di US Army Africa. Recentemente sono state realizzate analoghe missioni in Uganda, Botswana e nel Corno d’Africa. Quella del Rwanda è però una delle campagne più complesse ed articolate del comando militare statunitense di Vicenza. Oltre alle esercitazioni presso la scuola di Gabiro, ci sono pure le iniziative di “rafforzamento delle capacità logistiche e di trasporto militare” nell’ambito del cosiddetto “ADAPT - Africa Deployment Assistance Phased Training”, il programma creato lo scorso anno da Washington per migliorare le capacità di pronto intervento dei principali partner africani.
 
Anche US Air Forces Africa (AFAFRICA), il comando per le operazioni aeree nel continente africano, sta conducendo stage di formazione per il personale dell’aeronautica militare. L’ultimo è avvenuto lo scorso mese di aprile e ha avuto come oggetto il controllo dello spazio aereo. Tra i “docenti” assegnati all’aeroporto di Kigali, ufficiali e piloti della 17^ Brigata aerea USA (recentemente riattivata nella base tedesca di Ramstein) e del 145° Stormo della Guardia Aerea Nazionale di Charlotte, North Carolina. Dal 2007, con i fondi di un altro importante programma di aiuti militari al continente (“Africa Contingency Operations Training Assistance (ACOTA)”, il personale USA ha addestrato direttamente più di 12.000 uomini delle forze armate ruandesi.
 
Il Rwanda è sicuramente uno dei paesi chiave nella nuova strategia di penetrazione politica e militare degli Stati Uniti nel continente africano. Tanto importante che recentemente è stato meta di una visita di tre giorni da parte del generale statunitense William E. Ward, comandante in capo di AFRICOM, il comando delle forze armate USA per l’Africa. Dopo aver assistito ad alcune esercitazioni congiunte USA-Rwanda nei campi-presidi di Gabiro e Gako, Ward ha incontrato i giornalisti preannunciando il “rafforzamento della cooperazione militare” tra i due paesi, specie nel settore della “lotta ai traffici di droga”, nelle acque del Lago Kivu, al confine con la Repubblica Democratica del Congo. AFRICOM rafforzerà la propria azione anche nel campo della “formazione” degli ufficiali locali. Il comando USA collabora già con l’Accademia militare di Nyakinama (istituita nel 2001); adesso, grazie ai fondi dell’International Military Education and Training Program (IMET), una quarantina di appartenenti alle forze armate ruandesi potranno specializzarsi nei principali college di guerra degli Stati Uniti. In aggiunta, Africom offrirà assistenza alla “Scuola Ufficiali” che entrerà in funzione in Rwanda entro il 2012.
 
È tuttavia l’ambigua operazione di “stabilizzazione del Darfur”, quella che ha assorbito il maggior numero di risorse umane e finanziarie della partnership Washington-Kigali. Attualmente 3,454 “peacekeepers” ruandesi sono impegnati nella regione occidentale del Sudan nell’ambito della missione internazionale voluta dall’ONU e dall’Unione Africana. L’aeronautica militare USA ha garantito tutte le operazioni di trasporto del personale, dei sistemi d’arma e dell’equipaggiamento pesante delle forze armate del Rwanda, sin dall’avvio della missione in Darfur (ottobre 2004). Di conseguenza è frequente la presenza nello scalo aereo di Kigali di aerei carco C-130 “Hercules” e C-17 “Globemaster” del Comando USA per la Mobilità Aerea (AMC), e di team operativi dell’US Air Force provenienti dalle basi di Ramstein, Mildenhall (Gran Bretagna) e Charleston (South Carolina). L’ultimo grande ponte aereo Rwanda-Darfur è stato attivato da AFAFRICA tra il gennaio e il febbraio di quest’anno. Prima del loro trasferimento, i “peacekeepers” hanno partecipato ad un addestramento specifico a Gako, con l’immancabile presenza dei “consiglieri” di US Army Africa, giunti apposta da Vicenza.
 
Lo zampino USA c’è pure dietro l’attacco scatenato il 20 gennaio 2009 a nord di Goma, Repubblica democratica del Congo, dalle forze armate ruandesi e da quelle congolesi, contro le Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda (Fdlr). L’operazione, pianificata e coordinata da Washington, ha avuto il merito di accelerare la normalizzazione dei rapporti tra i due paesi e liberare Kivu da un personaggio ormai scomodo a tutti, il generale Laurent Nkunda, comandante dell’Fdlr. Nkunda è stato catturato infatti dalle forze ruandesi e adesso dovrà rispondere processualmente di gravissimi crimini: omicidi generalizzati, stupri di massa e reclutamento forzato di bambini. “La nuova cooperazione raggiunta tra Rwanda e Repubblica del Congo consente un positivo sviluppo in direzione della pace nella regione dei Grandi Laghi”, ha dichiarato il generale Ward nel corso della sua recente visita in Rwanda. Un ottimismo certamente esagerato, specie se si guarda all’odierna situazione sociale, politica ed economica dei due paesi. In Rwanda, in particolare, è unanime la valutazione che si è ancora distanti anni luce da una reale riconciliazione nazionale.
 
Il paese è fortemente segnato dal genocidio, dalla rigida separazione “etnica”, dal clima generale d’impunità e dalla violazione sistematica dei diritti umani. I reporter indipendenti denunciano gli asfissianti controlli esercitati dal governo sull’intera popolazione e il clima di terrore generale. La “Rete internazionale per la promozione e la difesa dei diritti dell’uomo in Rwanda” segnala come “la deriva totalitaria del regime è inarrestabile, la discriminazione etnica raggiunge il culmine, le libertà pubbliche e i diritti fondamentali sono costantemente violati, la giustizia popolare divide i cittadini tra vincitori e vinti”. Nel suo ultimo rapporto annuale, Amnesty International ha accusato le forze armate, i servizi di sicurezza e la polizia ruandesi di “uso eccessivo” della forza e di praticare sistematicamente la tortura.
 
Una condizione di profonda inagibilità democratica perfettamente nota negli Stati Uniti d’America. Nel suo report sui diritti umani del 2007, il Dipartimento di Stato ha infatti stigmatizzato il bilancio del governo del Rwanda in tema di difesa dei diritti dell’uomo. “Ci sono casi di abusi gravi”, segnalava Washington. “Si nota un aumento di esecuzioni extragiudiziarie, di arresti e di detenzioni arbitrarie da parte dei servizi di sicurezza (…) I crimini impuniti rimangono numerosi”. Ciononostante gli aiuti e i programmi di addestramento militare statunitensi sono cresciuti esponenzialmente: il loro valore è stato di 811 milioni di dollari nel biennio 2008-09, più i 500 milioni previsti per il 2010 con l’International Military Education and Training Program (IMET). Altri 200 milioni di dollari in “aiuti militari diretti” dovrebbero arrivare a Kigali il prossimo anno.
 
La fiducia del Pentagono per la tenuta “democratica” delle forze armate ruandesi non è stata turbata neanche dalle risultanze delle inchieste promosse dalle autorità giudiziarie spagnole e francesi sugli omicidi di cittadini dei due paesi commessi tra il 1990 e il 2002 in Rwanda e nella Repubblica Democratica del Congo. Il 6 febbraio 2008, il tribunale di Madrid ha emesso quaranta mandati di cattura nei confronti di altrettanti militari ruandesi, accusati di genocidio e terrorismo. Tra i principali indiziati, il generale Karake Karenzi, alla guida della forza multinazionale di “peacekeeping” in Darfur. Dopo la conquista Tutsi di Kigali, il generale Karake sarebbe stato tra i responsabili dei massacri scatenati nei campi profughi ai confini con il Congo dove si erano nascosti gli estremisti Hutu responsabili della prima fase del genocidio. Sempre secondo i magistrati spagnoli, nel 2000 l’alto ufficiale era al comando delle truppe che nel corso di uno scontro armato con reparti ugandesi a Kisangani in Congo, causarono la morte di 760 civili innocenti. Grazie alla protezione del presidente Kagame (altro “big” accusato di crimini contro l’umanità) e del grande alleato statunitense, Karake Karenzi è stato mantenuto al suo incarico di vice-comando della missione ONU-UA in Darfur sino al 3 maggio 2009.
 
Legittimando l’establishment politico-militare ruandese, il Pentagono ha contribuito a cementificare il regime di apartheid etnico che contraddistingue le forze armate locali: più del 90% del personale appartiene infatti alla minoranza Tutsi. E mentre il Rwanda è solo 165° nella classifica mondiale in termini di indici di sviluppo umano e più di un terzo della popolazione vive in condizioni di estrema povertà, il settore militare assorbe annualmente il 13% del prodotto interno lordo e più del 10% degli aiuti internazionali.

Articolo pubblicato in Agoravox.it il 29 maggio 2009

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