I Padrini del Ponte

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Affari di mafia sullo Stretto

sabato 13 novembre 2010

Gli artigli dell’Impero sul Canale di Panama

Negli stessi giorni in cui le forze armate USA riconsegnano alle autorità civili nazionali la grande base aerea e navale di Manta, Ecuador, Washington rilancia l’uso delle cannoniere a difesa del “cortile di casa” latinoamericano. Dall’11 al 22 settembre 2009, il Canale di Panama ospita 4,500 militari, 30 navi da guerra e decine di cacciabombardieri di 20 nazioni straniere per quella che è stata definita dal Comando militare degli Stati Uniti come una delle “più grandi esercitazioni militari internazionali a livello mondiale”.

La guerra simulata in acque centroamericane, denominata in codice FA Panamax 2009, ha preso il via dalla base navale panamense “Vasco Nuñez de Balboa”. “I partecipanti all’esercitazione stanno sperimentando tutta una serie di risposte alla richiesta del Governo di Panama di protezione e assicurazione della libertà di transito attraverso il Canale, per affermarne la neutralità nel rispetto della sovranità nazionale”, rende noto l’US Southern Command (Southcom), il Comando delle forze militari statunitensi per le operazioni in Sud America, con sede a Miami, Florida. Le operazioni d’interdizione marittima sono condotte da una task force terrestre, aerea e navale multinazionale diretta dal generale maggiore dell’US Army, Keith M. Huber. “Panamax 2009 punta all’addestramento militare in vista della sostenibilità futura della task force posta sotto il comando dell’Us Army e del Centro per le operazioni navali della Marina militare statunitense”, ha dichiarato il colonnello Robert Rhodes, portavoce delle forze terrestri USA per il Centro e Sud America (US Army South). La leadership delle forze terrestri nella conduzione dell’esercitazione nel Canale di Panama è sottolineata dalla scelta di realizzare la stazione di pianificazione, comando, controllo e comunicazione delle operazioni Panamax a Fort Sam Houston, San Antonio (Texas), una delle maggiori installazioni continentali dell’US Army.

Sempre a Fort Sam Houston, lo scorso mese di luglio è stato attivato un sistema informatico per “l’addestramento virtuale” degli ufficiali della forza multinazionale in “operazioni di stabilizzazione, pronto intervento in caso di disastri e assistenza umanitaria” nell’area interessata dall’esercitazione Panamax. In linea con le moderne concezioni strategiche dove lo strumento militare deve essere utilizzato a 360° contro ogni forma di minaccia, oltre ai giochi di guerra predisposti a “difesa della libertà della navigazione attraverso le rotte marittime”, è stata pure realizzata una simulazione di missione a Panama di una forza militare contro “l’insorgenza di una pandemia influenzale”, attivata “su mandato ONU” ma coordinata dai Dipartimenti di Stato, dell’Agricoltura e della Sanità degli Stati Uniti d’America e dall’Agenzia per la cooperazione USAID.
 
La prima edizione di Panamax risale al 2003, la durata fu limitata a meno di una settimana e furono soltanto tre i paesi (Stati Uniti, Panama e Cile) che vi presero parte. Nelle successive edizioni il Pentagono ha progressivamente esteso l’invito ad un numero sempre maggiore di alleati latinoamericani ed europei, sino ad ottenere quest’anno il record assoluto di partecipanti internazionali. Accanto ai reparti e alle unità del 12th Air Force, della IV Flotta, del Corpo dei Marines, del Comando per le Operazioni Speciali e della US Coast Guard, all’edizione 2009 di Panamax hanno preso parte le forze armate di Argentina, Belize, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Nicaragua, Olanda, Panama, Paraguay, Perù, Repubblica Dominicana ed Uruguay. Propri osservatori sono stati inviati invece da Francia, Messico, Nazioni Unite, Organizzazione degli Stati Americani e Conferenza delle forze armate centro-americane.
 
All’imponente esercitazione nel Canale di Panama, il Comando Sud USA aveva pure invitato in un primo momento l’Honduras e ciò nonostante il Dipartimento della Difesa avesse annunciato la sospensione della cooperazione militare con le forze golpiste che il 28 giugno avevano occupato il paese deportando all’estero il presidente costituzionalmente eletto, Manuel Zelaya. Dopo le vibrate proteste di alcuni partner, il 10 agosto i generali USA hanno revocato l’invito all’esercito onduregno, annunciando inoltre che non avrebbero utilizzato nel corso di Panamax 2009 la base aerea di Soto Cano, Palmerola, come era stato pianificato originalmente.
 
Soto Cano, ad una cinquantina di chilometri dalla capitale Tegucigalpa, ospita il quartier generale della US Joint Task Force Bravo (JTF-B), la forza di pronto intervento per l’area caraibica composta stabilmente da 550 militari e un centinaio circa di contractor statunitensi. La base aerea fu data in concessione alle forze armate statunitensi nel 1981 che la utilizzarono contro le guerriglie centroamericane e per l’addestramento, la pianificazione di operazioni segrete e il trasferimento di armamenti a favore della Contra nicaraguese e dei regimi dittatoriali di Guatemala, Honduras e El Salvador. Dopo l’abbandono delle basi aeree e navali occupate dagli USA a Panama, Soto Cano fu ampliata, divenendo l’avamposto in Centroamerica e nei Carabi nella lotta di Washington “al terrorismo e al narcotraffico”. Due anni fa però, sotto la spinta di un ampio fronte politico e sociale onduregno, il governo Zelaya chiese all’allora amministrazione Bush di rivedere lo status dell’installazione aerea in vista di una sua riconversione ad uso civile. Una proposta fortemente osteggiata dalle oligarchie militari nazionali e statunitensi e che secondo molti analisti può aver contribuito alla decisione di rovesciare con un golpe il governo legittimo.
 
Per l’U.S. Southern Command sia la base aerea onduregna che l’esercitazione annuale Panamax sono insostituibili per continuare ad assicurare la “difesa” del Canale di Panama, la cui importanza strategica ed economica è destinata a crescere ulteriormente adesso che hanno preso il via i lavori per ampliarne considerevolmente il sistema di chiuse. Si tratta di un megaprogetto di 3,22 miliardi di dollari per consentire il transito attraverso il Canale alle megapetroliere e alle navi container di alto tonnellaggio, il cui impatto ambientale e sociale non è stato sufficientemente considerato. Ad aggiudicarsi i lavori, un mese fa, il consorzio “Grupo Unido por el Canal”, guidato dall’immancabile società di costruzioni italiana Impregilo (quella del Ponte sullo Stretto di Messina, del Mose di Venezia e dell’Alta Velocità ferroviaria), e di cui fanno parte Sacyr Vallehermoso (Spagna), Somague (Portogallo), Jan de Nul (Belgio) e Constructora Urbana (Panama).

Articolo pubblicato in Agoravox.it il 24 settembre 2009

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