I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

martedì 9 novembre 2010

Il Parco commerciale di Barcellona è "cosa loro"

«Sulla base di un’attenta lettura dei vari atti giudiziari che li hanno coinvolti ed anche dai rapporti interpersonali che emergono da attività info-investigative, possono indicarsi quali possibili referenti mafiosi a livello locale, oltre ai boss Giuseppe Gullotti e Salvatore Di Salvo, tali Pietro Arnò, Felice Spinella, Angelo Porcino, Giovanni Rao, Cosimo Scardino e Rosario Cattafi». È il giugno 2005, e il Procuratore capo di Barcellona Pozzo di Gotto, Rocco Sisci, presenta l’organigramma criminale ai membri della Commissione Parlamentare Antimafia in visita ispettiva nel centro tirrenico della provincia di Messina. Sisci, in particolare, si sofferma sulla figura dell’avvocato Rosario Pio Cattafi, «pluripregiudicato» e «persona socialmente pericolosa», nei confronti del quale, il 2 agosto del 2000, la Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Messina ha emesso la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel Comune di Barcellona per la durata di 5 anni.

«Qualche tempo fa – scriveva il Procuratore - è stata avanzata l’ipotesi (tutta da verificare) che il capo della consorteria criminale potesse essere individuato in tale Rosario Cattafi, già coinvolto in numerose eclatanti vicende giudiziarie in materia di traffico internazionale di armi, riciclaggio e altro». Nonostante il pesante provvedimento amministrativo, Cattafi era riuscito ad ottenere l’iscrizione all’Ordine degli avvocati e, soprattutto, aveva chiuso positivamente un aspro contenzioso civile che lo aveva visto contrapporsi ai Salesiani di Barcellona. Tornato in Sicilia nell’ottobre 1997 dopo l’assoluzione al processo d’appello contro il sodalizio criminale dell’Autoparco di Milano (in primo grado aveva riportato una condanna a 11 anni e 8 mesi, 4 anni dei quali scontati nel carcere di Opera), Cattafi aveva seguito passo dopo passo la controversia con l’Oratorio Salesiano, generata - secondo il legale - dalla “cattiva” gestione dei numerosi beni immobili che il nonno aveva donato ai religiosi in punto di morte per fini benefici.
 
La querelle si era conclusa, nell’aprile 2005, con una transazione: previo versamento di circa 800.000 euro, gli eredi Cattafi rientravano in possesso di 5,24 ettari di terreni con annessi fabbricati rurali di contrada Siena, area a vocazione agricola, ricca di fonti idriche, che dalla città del Longano si estende sino alla Piana di Milazzo. L’opzione all’acquisto era però stata formalizzata già quattro anni prima dai familiari del benefattore. A sottoscrivere l’accordo con i Salesiani, Alessandro Cattafi (figlio di Rosario), in qualità di rappresentante della società Dibeca, già “Dibeca snc di Cattafi Rosario & C.”, con sede in via Garibaldi n. 58, Barcellona. La Dibeca era stata costituita nel novembre 1982 proprio da Rosario Cattafi e aveva visto sedere alla carica di amministratore unico, sino al 1987, il fratello farmacista Agostino, futuro sindaco del Comune di Furnari (Messina), recentemente deceduto. Oggetto sociale l’esecuzione di lavori edili, stradali, marittimi, ferroviari, idraulico-forestali, acquedotti, fognature, movimenti terra, nonché l’acquisto, la vendita, l’amministrazione e la gestione di terreni, fabbricati per civile abitazione, turistico-alberghieri, industriali, commerciali, ecc..
 
Dopo l’acquisizione dei terreni dai Salesiani, la Dibeca stipulava un contratto di comodato d’uso, con relativa promessa di vendita, a favore della G.D.M. - Grande Distribuzione Meridionale S.p.a.” di Campo Calabro (Reggio Calabria), azienda leader della grande distribuzione nel Mezzogiorno d’Italia. Nel giugno 2007 la G.D.M. presentava al Comune di Barcellona una richiesta di approvazione di Piano particolareggiato per realizzare in contrada Siena uno dei maggiori Parchi commerciali di tutta la Sicilia, dotato di numerose strutture destinate alla grande distribuzione e un’infinità di locali di divertimento, alberghi e ristoranti. Analizzando i parametri volumetrici del progetto, la conferma di trovarsi di fronte ad una immensa e devastante colata di cemento: su una superficie di 18,4 ettari di terreno (i 5,24 ettari di proprietà Dibeca-Cattafi più i circa 13 in mano ad altri piccoli proprietari), si prevede di realizzare infrastrutture per 398.414,45 m³, contro un volume delle costruzioni esistenti di appena 23.164,68 m³. All’odierno sistema di viabilità di 5.052 m² si aggiungeranno 6 sezioni stradali per ulteriori 35.714 m²; le opere di urbanizzazione primaria richiederanno una spesa di 2.018.201,99 euro, di cui appena 40.950 destinati «a verde pubblico attrezzato».
 
Più specificatamente il megapiano si articola in una zona “D” di 16,86 ettari ricadente a ridosso del nuovo asse stradale industriale previsto dal P.R.G./A.S.I., destinata più specificatamente a “parco commerciale” e alle attività di vendita al dettaglio integrate «da attività paracommerciali, ricreative e del tempo libero e da altri servizi complementari quali modeste strutture ricettive-alberghiere connesse». C’è poi un articolato “sistema residenziale” ricadente in una zona “A” di 347,40 m² di «recupero di beni isolati di particolare valenza ed interesse storico-architettonico ed etno-antropologico» e «senza alterazione dei volumi», ove istituire un “Paese-albergo” in cui sono consentite destinazioni d’uso alternative stagionali e attrezzature come alberghi, ristoranti, trattorie, bar, luoghi di svago e di riunione anche grazie a «forme di contributo pubblico a fondo perduto da parte del Comune e/o della Provincia Regionale». Infine le zone “B” con una superficie totale di 15.100 m² e una previsione di edificabilità per 37.750 m³, oggi «caratterizzate da edilizia prevalentemente abusiva e dal tessuto urbano particolarmente carente di opere di urbanizzazione». Qui gli interventi edilizi saranno finalizzati al «miglioramento della qualità abitativa attraverso il recupero e la ristrutturazione delle unità ad uso residenza, commercio al dettaglio, pubblici esercizi e servizi di somministrazione e di ristoro, modeste attività alberghiere e turistico-ricettive, studi professionali, artigianato di servizio, spazi e attrezzature per la cultura e la comunicazione, attrezzature di quartiere e di interesse generale, parcheggi al piano terra e seminterrato, cliniche private, attività del terziario». Ignoto l’ammontare degli investimenti previsti, ma si può già ipotizzare che essi supereranno i 200/250 milioni di euro.
 
La prima grande sorpresa è che a farsi carico della realizzazione del mega Piano, già approvato dalla Commissione edilizia e in attesa di voto finale del Consiglio comunale, sarà la Dibeca della famiglia Cattafi (società che risulta ancora “inattiva” e con “zero addetti”), subentrata nel maggio del 2008 alla G.D.M. di Campo Calabro che ha invece valutato di scarso interesse il progetto urbanistico. Un’uscita di scena inattesa, non fosse altro per le spese sostenute per la stesura del Piano particolareggiato, affidato, il 14 giugno 2006, all’architetto Mario Nastasi (che si avvalso pure della collaborazione del fratello Santino Nastasi, anch’egli architetto). Originari di Torregrotta (Messina), i due professionisti sono tra gli animatori del gruppo di facebook Quelli dell’aeroporto di Barcellona Pozzo di Gotto, che promuove l’ipotesi di localizzare uno scalo aereo civile nell’area del torrente Patrì, in contrapposizione ad un progetto, analogamente infausto, che la Provincia di Messina vorrebbe realizzare nella valle del Mela, quasi al confine con l’area destinata al futuro parco commerciale del Longano. I nomi di Mario e Santino Nastasi compaiono poi tra i «collaboratori alla redazione del Piano regolatore generale di Barcellona Pozzo di Gotto», approvato l’8 febbraio 2007 con decreto dell’assessorato al Territorio e ambiente della Regione siciliana. È stato il nuovo P.R.G. ad individuare proprio in contrada Siena una delle due zone del territorio comunale destinate a insediamenti commerciali.
 
All’approvazione finale del Piano regolatore si era giunti dopo un iter lunghissimo e non erano certamente mancati i conflitti e i colpi di scena. Il Consiglio comunale ne aveva affidato la redazione nel lontano marzo 1991 ai professori Giuseppe Gangemi ed Aldo Casamento di Palermo e all’architetto Mario Sidoti Migliore di Capo D’Orlando. Gli elaborati del Piano furono inoltrati undici anni dopo in Consiglio, ma 21 consiglieri dichiararono la propria incompatibilità per “vicende parentali” legate al suo contenuto. Successivamente, alla guida del Comune di Barcellona venne nominato un commissario ad acta, l’ingegnere Pietro Scaffidi Abbate, che adottò il P.R.G. con delibera dell’11 dicembre 2003 e successiva presa d’atto degli elaborati il 27 agosto 2004. Nel frattempo furono presentate dai cittadini più di 2.000 osservazioni, mentre l’amministrazione comunale concesse 976 autorizzazioni edilizie e approvò 26 nuovi piani di lottizzazione dopo la consegna degli elaborati e prima della loro adozione definitiva. L’8 giugno 2005 giunse così l’ennesima bocciatura del P.R.G. da parte dell’Assessorato regionale.
 
La complessa vicenda venne analizzata dalla Commissione prefettizia inviata a Barcellona Pozzo di Gotto nel giugno 2006 per indagare sulle possibili infiltrazioni mafiose all’interno del Comune. E proprio all’adozione del Piano Regolatore sarà dedicato un intero paragrafo della relazione finale che chiederà, inutilmente, lo scioglimento del Consiglio. «Questa Commissione – recita un passaggio - ritiene di dover porre in opportuna evidenza che tra i collaboratori dei progettisti che hanno proceduto alla materiale redazione del P.R.G. emerge la figura dell’architetto Giovanni Cattafi. La sua presenza tra coloro che risultano aver svolto il ruolo di collaboratori dei progettisti incaricati del P.R.G. desta a questa Commissione non poche perplessità a causa del grado di permeabilità che tale persona può aver determinato in riferimento a particolari interessi non coincidenti con quelli della pubblica utilità. Va infatti evidenziato che l’architetto Giovanni Cattafi è cognato del Consigliere comunale Sergio Calderone, eletto con 300 preferenze nella lista A.N.-M.S.I.. Egli ha difatti contratto matrimonio con Domenica Cinzia Matilde Calderone, sorella, altresì, di Mario Giulio Calderone, pluripregiudicato ritenuto affiliato al gruppo dei “barcellonesi”, ex sorvegliato speciale di Pubblica Sicurezza, nonché sorella di Giulio Massimo Calderone, pregiudicato, il quale risulta in servizio presso il corpo della Municipale di Barcellona P.G. quale agente addetto alla verifica sui cambi di residenza presso l’ufficio anagrafe comunale». In alcune informative della Questura di Messina prodotte tra il 1980 e il 1984, Giulio Massimo Calderone era stato descritto come «presunto appartenente» all’organizzazione di estrema destra “Terza Posizione”. Militante del Fronte della Gioventù, nel settembre del 1980 fu denunciato per vilipendio alla Repubblica Italiana, mentre alle amministrative del 1985 si candidò insieme al boss mafioso Giuseppe Gullotti alle elezioni per il rinnovo del consiglio comunale di Barcellona nella lista del MSI-DN, capeggiata allora dall’odierno sindaco Candeloro Nania, che fu eletto insieme a Giuseppe Buzzanca, poi presidente della Provincia dal 1994 al 2003 e odierno Sindaco di Messina.
 
Giovanni Cattafi ha dunque collaborato alla stesura del P.R.G. della città del Longano accanto ai fratelli Mario e Santino Nastasi. I tre architetti, del resto, dividono lo studio professionale e risultano altresì soci-amministratori della “Infoterri Engineering Srl” di via Roma 157/F, Barcellona, società costituita il 27 marzo 2000 con capitale sociale 15.000 euro, avente come oggetto sociale «l’esecuzione di studi di fattibilità, ricerche, consulenze, progettazione e direzione dei lavori per costruzioni rurali, industriali, civili, artistiche, impianti chimici e siderurgici, cantieri navali, scuole, ospedali, case popolari, caserme, cimiteri, mercati, impianti sportivi, cinema, chiese, banche, alberghi, centri commerciali al minuto ed all’ingrosso di qualsiasi forma e dimensione, impianti di discarica e smaltimento rifiuti solidi urbani, inceneritori, strade, autostrade, linee tranviarie e ferroviarie, ponti, dighe, ecc..». La Infoterri Engineering può inoltre partecipare a gare d’appalto o concorsi di progettazione indetti da privati o enti pubblici in ambito nazionale, comunitario ed extra comunitario e svolgere «consulenze e servizi professionali per gli apparati militari» o a favore di «aziende, società ed enti pubblici e privati, nell’ambito dei finanziamenti agevolati di qualunque genere e specie, provenienti da Regioni, dallo Stato e/o dalla Comunità europea». La creazione della società, spiegano gli architetti, «ci ha consentito di dotarci di una capacità di tipo imprenditoriale finalizzata a rispondere alle complesse esigenze scaturenti dai nuovi processi di pianificazione e di gestione del territorio». L’ingresso nel business delle grandi opere è recentissimo: la Infoterri nasce infatti il 31 dicembre 2007, data in cui i tre professionisti hanno deliberato la variazione della denominazione e delle ragioni della loro società di servizi topografici, composizione litografica, eliografica e toponomastica “I. & T. – Snc di Nastasi Santino Antonio Maria, Cattafi Giovanni e Nastasi Mario Domenico”. Alla I. & T. erano state affidate nel 2002 le elaborazioni grafiche e la stampa del Piano regolatore generale di Barcellona Pozzo di Gotto.
 
Anche la società riconducibile all’avvocato Rosario Cattafi ha cambiato recentemente nome e struttura sociale. Il 10 dicembre 2004, quattro mesi prima cioè di chiudere la transazione con i Salesiani per i terreni di contrada Siena, essa è stata trasformata da società in nome collettivo a società in accomandita semplice, assumendo il nome di “Dibeca S.A.S. di Corica Ferdinanda e C.”. Trasformazioni che però non ne hanno assolutamente modificato la titolarità. Soci accomandanti sono infatti Alessandro Cattafi (quote sociali per 6.988,69 euro), figlio dell’avvocato Rosario; Nicoletta Di Benedetto, la madre (1.032,91 euro); Maria Cattafi, la sorella, (2.272,41 euro) impiegata presso la biblioteca comunale di Barcellona, già socia con il fratello della Sanovit, società costituita a Milano nei primi mesi del 1989 per la vendita di prodotti naturali, medicinali, dietetici, alimentari e di apparecchi odontoiatrici e chirurgici (principali clienti, Postal-Market, Esselunga, S.M.A., ecc.).
 
La new entry in Dibeca è Ferdinanda Corica, nominata rappresentante dell’impresa nonostante detenga una quota sociale di appena 35,12 euro. La Corica risulta essere moglie di Stefano Piccolo, dottore commercialista con studio a Barcellona Pozzo di Gotto, notoriamente legato a Rosario Cattafi. Di lui si accenna in una relazione del Servizio Centrale di Investigazione sulla Criminalità Organizzata della Guardia di Finanza di Firenze sui rapporti di Cattafi con innumerevoli personaggi nazionali e siciliani, alcuni dei quali legati alla “famiglia” mafiosa di Benedetto Santapaola. L’informativa fu inviata il 3 aprile 1996 alla Procura di La Spezia, nell’ambito del procedimento penale sul presunto “comitato” con ambizioni politiche ed affaristiche, che vedeva indagati, tra gli altri, il noto banchiere “Chicchi” Pacini Battaglia.

Soffermandosi sull’hotel “Silvanetta Palace” di Milazzo, amministrato dall’imprenditore Giovanni Filippo Muscianisi (attivo esponente del club service Kiwanis International), il G.I.C.O. segnalava che «il Muscianisi era stato sentito a Firenze il 17 maggio 1993 nel contesto del procedimento penale che vedeva quale indagato, tra gli altri, il noto Dante Saccà, nato a Rometta (Messina). Egli aveva dichiarato in tale sede di svolgere l’attività di commercialista e di essere comproprietario, unitamente alla sorella Silvana e alla madre Carmela La Rocca dell’Hotel Silvanetta; di essere l’amministratore unico della “Holiday Line S.r.l.”, con sede in Milazzo; di aver avuto una remota conoscenza con Rosario Cattafi, con il quale non aveva intrattenuto alcun rapporto».
 
Come accertato dalla Guardia di Finanza, la “Holiday Line” era «risultata proprietaria di appartamenti siti in Olbia (Sassari) nel complesso turistico “Le Vecchie Saline”, sequestrati (e poi restituiti) ai sensi dell’art. 12 quinques, comma 2° D.L. 8.6.1992, n. 306». Al momento dell’intervento della pattuglia del G.I.C.O. di Firenze presso il “Silvanetta” di Milazzo, avvenuto il 5 ottobre 1995 con lo scopo di esaminare ed estrarre copia del registro delle presenze, il «Muscianisi richiedeva che a tale attività presenziasse, con la relativa firma degli atti tale Stefano Piccolo, nato a Barcellona Pozzo di Gotto ed ivi residente, nella sua qualità di “responsabile dell’ufficio contabile dell’Hotel” come dichiarato dal Muscianisi». Era così che il Piccolo veniva fatto giungere appositamente da Barcellona per assistere i militari operanti.
 
«È alquanto singolare – scrivono gli uomini del G.I.C.O. - la circostanza che il Muscianisi, che si era professato nell’interrogatorio svolto a Firenze commercialista, avesse bisogno di altro commercialista per la gestione contabile dell’albergo; se si considera però che il Piccolo risulta in stretto contatto con il Cattafi, di cui è anche commercialista, la situazione delineata genera non pochi sospetti». Ancora più significativo il successivo passaggio dell’informativa del Servizio anti-criminalità organizzata della Guardia di Finanza. «Le suesposte circostanze appaiono degne di attenzione se si considera che dall’analisi dei soggiorni nell’hotel è risultato, e ciò non appare causale, che il giorno 30 aprile 1993 prendevano ivi alloggio la catanese Gambino Maria e i quattro figli di età compresa tra i 7 e gli 11 anni. Il successivo 1 maggio 1993 si univa ad essi Santapaola Giuseppe, fratello di Benedetto Santapaola e marito di Gambino Maria. Il gruppo partiva il giorno 2 maggio. Nello stesso periodo risultavano alloggiati nell’albergo di Milazzo anche Di Mauro Salvatore e Rizzo Angela. Il Di Mauro risulta avere precedenti di polizia per associazione mafiosa, detenzione di armi, ecc.».
 
Da diverso tempo il boss Benedetto Santapaola stava trascorrendo la sua latitanza nella zona di Barcellona Pozzo di Gotto, protetto dal gotha mafioso locale. Secondo quanto si legge nella relazione di minoranza della Commissione Parlamentare Antimafia della XIV legislatura, «prova certa della presenza di Santapaola a Barcellona emerse da intercettazioni telefoniche e ambientali avviate nell’immediatezza dell’uccisione del giornalista Beppe Alfano, verificatasi a Barcellona l’8 gennaio 1993. Fatto è che Santapaola rimase latitante in quella zona fino al 29 aprile 1993, data in cui si spostò nell’area calatina, dove venne arrestato il successivo 18 maggio». Il boss lasciò dunque il territorio barcellonese contemporaneamente al brevissimo soggiorno a Milazzo del fratello, della cognata e dei quattro nipoti.
 
Una vicenda che assume contorni ancora più inquietanti se la si lega a quanto trapelò nei giorni successivi alla cattura del latitante. In un articolo comparso su Il Manifesto del 19 maggio 1993, a firma di Rino Cascio (oggi giornalista di Raitre), dal titolo “Manette a don Nitto”, si legge che Santapaola «è stato seguito nei suoi spostamenti durante la latitanza trascorsa soprattutto nel messinese. Dal commissariato di polizia di Milazzo, poco distante da Messina, è partita poi l’imbeccata determinante che ha condotto gli inquirenti al cascinale di Mazzarrone». Anche la Gazzetta del Sud di quello stesso giorno, si sofferma sul ruolo chiave che avrebbe assunto la cittadina tirrenica. In un articolo dal titolo “’Nitto’, a Milazzo una serie di errori che gli sono stati fatali”, erano riportate le dichiarazioni attribuite ad Antonio Manganelli, allora capo del servizio centrale operativo della polizia, che aveva proceduto alla cattura di Santapaola: «Quando un latitante si sente braccato è costretto a spostarsi e quando si sposta corre il rischio di commettere errori. Santapaola gli errori li ha commessi a Milazzo e da lì è partita l’indagine».
 
Nel primo semestre del 1993, prima cioè dell’arresto del boss catanese, i Carabinieri del R.O.S. di Messina avevano iniziato un’attività investigativa sulla base di intercettazioni telefoniche ed ambientali tra presenti nel barcellonese. «In tale contesto si è avuta la prova che il Santapaola era stato ospite del gruppo Gullotti», si legge nella memoria depositata dal Pubblico ministero al processo di Palermo contro il manager-politico berlusconiano, Marcello Dell’Utri. «Da una verifica dei tabulati Sip relativi all’utenza in uso a Giuseppe Gullotti sono risultati contatti anche con Cattafi Rosario. E non deve sfuggire che lo stesso Cattafi è stato identificato come soggetto più volte chiamato da persone appartenenti al circuito Dell’Utri, cioè da persone entrate con lui in contatto telefonico od esistenti nelle sue agende, come risulta dalla nota della Direzione Investigativa Antimafia nr. 125/RM6/H2-24/6937 del 31 agosto 1995».
 
Che Santapaola avesse trovato nel messinese un rifugio superprotetto lo si sospettava però da una decina di anni prima. Nel gennaio del 1985 era stata svolta un’indagine al fine di stabilire la fondatezza di una notizia confidenziale secondo la quale Nitto Santapaola si nascondeva nella zona del barcellonese, «appoggiandosi, in particolare, sulla protezione di Girolamo Petretta, scomparso a seguito di lupara bianca, già inserito nel clan mafioso Rugolo-Coppolino, operante in quella zona, nonché amico di Rosario Pio Cattafi». Quel Cattafi che nel corso di un interrogatorio presso la Procura di Barcellona, il 7 agosto 1998, avrebbe rivendicato l’inesistenza di elementi relativi a suoi rapporti con ambienti mafiosi. «Non ho mai avuto nessun potere di carattere economico», aggiunse il barcellonese. «Avevo avviato un’attività imprenditoriale, contraendo numerosi debiti con le banche, che poi non sono riuscito ad onorare a causa del mio arresto a Milano. Ho subito procedure esecutive e la mia situazione finanziaria non è mai stata florida».
 
Con il megacentro commerciale e il Paese-albergo di contrada Siena le cose potranno certamente migliorare.

Articolo pubblicato l' 1 ottobre 2009

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