I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

sabato 18 dicembre 2010

La Torre, Comiso e i comunisti di Sicilia

Intervista a Giacomo Cagnes, ex parlamentare del PCI e fondatore del CUDIP (Comitato Unitario per il Disarmo e la Pace di Comiso)

Un ricordo sofferto quello dell’on. Giacomo Cagnes, figura storica del movimento antinucleare siciliano, già sindaco della città di Comiso ed ex deputato PCI all’Assemblea Regionale Siciliana. Lui, Pio La Torre lo ha conosciuto sin dal dopoguerra, negli anni delle grandi occupazioni contadine dei latifondi, condividendone l’impegno nel Partito Comunista per l’Autonomia dell’Isola, contro la borghesia agraria in odor di mafia. Poi, trent’anni dopo, il reincontro, ancora in Sicilia, per lanciare la stagione di mobilitazione popolare contro l’installazione dei missili nucleari a Comiso e il processo di militarizzazione della regione. Una stagione breve ma intensa, un importante momento di cambiamento e rivitalizzazione del PCI siciliano. Per l’on. Cagnes non ci sono dubbi: quello di Pio La Torre fu un omicidio politico-mafioso, pianificato a livello internazionale. Un atto criminale che impedì l’affermazione del processo di democratizzazione e di sviluppo politico-sociale della Sicilia avviato con le campagne di massa contro i missili e contro la mafia. Un omicidio che indubbiamente favorì la restaurazione dei gruppi di potere moderati alla guida del partito comunista siciliano.


Giacomo, siamo a vent’anni dall’assassinio di Pio La Torre. Si è parlato di omicidio “eccellente”, omicidio “politico-mafioso”, ma ciò nonostante siamo ancora lontani dal comprendere le reali identità dei mandanti e le connivenze di certi settori istituzionali.

Pio La Torre sapeva di dover morire. Anche se non lo manifestava pubblicamente, aveva paura di essere nel mirino della mafia. Me lo disse Pancrazio De Pasquale. “Pio, riceveva continuamente telefonate mute, un paio di volte arrivarono a minacciarlo di morte, sempre telefonicamente”. Nessuno gli disse mai chi era, ma lui sapeva benissimo che era la mafia. Quando fu assassinato una parte della stampa e una parte degli inquirenti sospettarono che l’omicidio fosse stato, se non proprio materialmente compiuto, inspirato da una parte del PCI. Sono fantasie, che drammatizzano gli scontri politici duri esistenti nel P. C. I.. La Torre è stato una vittima della mafia e su questo non ci possono essere dubbi, perché per tutta la sua vita questo problema lo affrontò quasi come fosse un fatto personale. Quando l’uccisero, era reduce da una legge che aveva presentato ed era riuscito a far passare per cui la magistratura veniva autorizzata a confiscare i beni ai mafiosi. Lui aveva toccato gli interessi forti della mafia. Da qui la reazione violenta e definitiva.

Ma che idea ti sei fatto dell’omicidio di Pio La Torre?

Quando penso all’omicidio di Pio, non posso non pensare a quello di Pier Santi Mattarella. Quanto ho pianto sulla sua bara!! Qualche settimana prima che lo assassinassero, mi aveva fatto una confidenza. Egli sapeva che il padre aveva avuto rapporti con la mafia, ma era convinto che fosse stato utilizzato dalla mafia come fiore all’occhiello, come garanzia di rispettabilità, ma che in nessun modo avesse avuto un ruolo diretto all’interno della criminalità. Sentiva il bisogno, però, di riscattare l’immagine negativa del padre e di conseguenza il proprio nome e la propria immagine. Mi disse : “Giacomo, sto per fare pulizia, sto seguendo tre filoni d’indagine, se li porto a termine, il botto sarà grande . . . . ”. Poi si pentì della confidenza e mi pregò di non riferirla a nessuno, soprattutto nel mio partito. Per paura che la notizia venisse strumentalizzata. Ma la notizia i “soliti noti” l’avevano saputa lo stesso. Nella Democrazia Cristiana l’assassinio bloccò qualsiasi processo di cambiamento all’interno e nella gestione della sua politica regionale.

Vuoi dire allora che qualcosa di simile è accaduto qualche mese dopo con l’assassinio di Pio La Torre. . .

Sì, chi ha deciso l’eliminazione, aveva una fine capacità di lettura politica degli equilibri e delle dialettiche interne di questi due partiti di massa. Al di là dei motivi di prima lettura (per Pio l’eliminazione di un uomo testardo e pericoloso e per Pier Santi l’eliminazione di un Presidente della Regione determinato a riscattare la onorabilità della sua famiglia) c’era un obbiettivo più ampio e di più lunga distanza: bloccare un pericoloso cambiamento nei due partiti di massa della loro politica. L’appoggio esterno del P. C. I. al governo Mattarella era stato un precedente preoccupante per i suoi ipotetici sviluppi. Ho seri dubbi che la mafia locale possedesse tanta intelligenza politica di percepire che la eliminazione dei vertici dei due partiti di massa potesse avere come conseguenza immobilismi e ritardi politici di lunga distanza.

Dicevi della capacità di lettura, di analisi politica dei mandanti di questi due omicidi. Pensi cioè che la mafia abbia avuto principalmente un ruolo di esecutrice e che esistevano altri soggetti dietro la morte di La Torre e Mattarella?

Credo che sia spontaneo pensare questo. Io ho pensato sempre ai servizi segreti. Quelli definiti impropriamente come “deviati”, legati alla P2 di Licio Gelli? Sì, ma anche e soprattutto a quelli americani, gli unici realmente capaci di poter leggere la complessità dei sistemi e delineare nuovi scenari politico-sociali. La grande mafia americana aveva una sua particolare vocazione alla regia di settori della politica siciliana ed italiana.

La Torre fu assassinato e di certo all’interno del PCI siciliano non si è fatto molto per valorizzarne il suo estremo sacrificio e tenere viva la memoria del suo impegno di lotta per la pace e contro la mafia.

C’è una questione che mi preme dire: il ritardo della costituzione di parte civile del partito al processo contro gli esecutori dell’omicidio. Essa avvenne molto, molto in ritardo. Penso che sarebbe avvenuta comunque, ma è certo che alcuni di noi, io, Pancrazio De Pasquale, altri, abbiamo fatto il diavolo a quattro, perché non comprendevamo il perché non si depositasse la costituzione di parte civile. Tutto questo per uno storico non serio o di parte può significare la spia di un partito comunista spaccato, di un partito comunista collegato alla borghesia mafiosa. Non è certamente così. Ma è certo che ci fu realmente un processo di diversificazione, all’interno del Partito, della linea politica e di governo nella regione siciliana. Sulle scelte politiche di governo non ci fu certamente unanimità.

Che immagine conservi del Pio La Torre comunista?

Pio La Torre appariva come l’uomo di partito, il “praticone” della politica. Non si teneva nel giusto conto la sua attività intellettuale attraverso i suoi libri, la sua attività giornalistica. Pio scriveva sempre, pubblicava libri, leggeva molto. Una donna, la Saladino scrisse un libro, “Sicilia terra di rapina”. Bisognerebbe leggere e ripubblicare la recensione che ha fatto di quel libro La Torre perché esprime tutta la sua concezione della Sicilia, dal tempo del separatismo, sino al Milazzismo e agli anni antecedenti la sua morte. Pio La Torre, cioè, è stato un intellettuale. Egli è una delle grandi figure della storia siciliana, una delle poche, che dovrebbe essere studiata nella scuola. Senza di lui non è possibile capire bene la dialettica delle lotte sociali in Sicilia, e il loro odierno arretramento.

E del La Torre uomo?

Pio era un uomo dal punto di vista umano molto singolare. Chi lo conobbe direttamente, penso a Pancrazio De Pasquale, a cui era molto legato, nonostante fossero personalità abbastanza diverse, diceva che La Torre non aveva altri palpiti umani oltre la politica. La categoria A, superiore a tutto, agli affetti, alle donne, era la politica e nella politica la lotta contro la mafia. Una fissazione a tal punto, quest’ultima, che quando venne a Palermo, il maggiore latinista italiano, Concetto Marchesi, lui a Piazza Politeama lo interruppe durante il comizio per far sentire a tutti che la sua convinzione era che il sindacalista socialista Salvatore Carnevale era stato ucciso dalla mafia, chiedendo a Marchesi di intervenire con la sua autorità di grande intellettuale, perché si denunciasse la mafia come autrice dell’omicidio.

Con la decisione del governo italiano d’installare i Cruise in Sicilia, all’“ossessione” della lotta alla mafia si aggiunge l’impegno, il protagonismo, nel movimento antinucleare.

Si lanciò anima e corpo nel pacifismo, diversamente dal resto del partito comunista che partecipò nel movimento pacifista in Sicilia, così, come una presenza formale, senza sostanziarla di scelte ed iniziative. È stato ucciso tre giorni prima di un comizio che avrebbe dovuto tenere a Comiso, mentre alcuni di noi facevamo lo sciopero della fame. Ricordo che venne, qualche giorno prima, a trovarci in Municipio, per chiederci di smettere lo sciopero della fame e ci invitò a salire sul palco con lui per il comizio. Rifiutammo, anche perché metà dei partecipanti allo sciopero della fame non era comunista e non avrebbero capito l’iniziativa. Glielo abbiamo detto, lui capì e ci disse “ci vedremo domenica”. Per lui non ci fu la domenica, perché venne barbaramente assassinato a Palermo.

Il PCI del dopo La Torre non fu lo stesso del breve periodo della sua segreteria regionale nella battaglia contro i missili a Comiso.

La Torre fu instancabile nel mobilitare le sezioni del PCI contro i Cruise. Dopo la sua morte i dirigenti regionali, tranne pochissime eccezioni, preferirono defilarsi dalla lotta di Comiso, pur continuando a dichiarare formalmente fedeltà all’impegno pacifista. Anzi, non mancarono le resistenze nei confronti del movimento e degli stessi compagni del PCI che avevano continuato nel loro impegno.

Così è possibile riconoscere nella storia del PCI regionale per lo meno una fase precedente all’arrivo di La Torre in Sicilia, una contemporanea alla sua presenza come segretario regionale, e una successiva alla sua morte. Esistono fratture profonde tra queste tre fasi?

Non ci sono rotture. Ci sono differenziazioni molto nette. Perché la concezione del partito, che esisteva allora, non ammetteva possibilità di rotture. Dobbiamo considerare, però, la storia del partito comunista in Sicilia nei tempi lunghi. Nel corso degli anni della vita di La Torre, io credo ci siano stati tre periodi. Il primo periodo è quello dopo la Liberazione, in cui il partito comunista non aveva un grande peso nella politica. Non perché non avesse personaggi capaci di dare una certa caratterizzazione, ma perché, checché se ne dica, questa fase è rappresentata dallo sviluppo impetuoso del Separatismo. Finocchiaro Aprile, che fu il capo indiscusso del Separatismo siciliano, era una personalità notevole, non solo per la sua cultura, ma anche per la probità morale. Era stato antifascista, e la parola d’ordine che aveva lanciato mobilitò gran parte della Sicilia (tutte le grandi città, Palermo, Catania, Trapani, tranne Messina e limitatamente Ragusa). La parola d’ordine era che la Sicilia doveva diventare la 49^ stella degli Stati Uniti d’America. Si capisce quale attrattiva provocasse questa parola d’ordine tra la gente, che capiva che la Sicilia poteva diventare uno Stato tra gli Stati americani. E siccome dalla Sicilia erano partiti un sacco di emigranti, che avevano fatto fortuna ed erano diventati ricchi, si comprende come questo obiettivo potesse provocare un’attrazione ideologica notevole nella gente. Nella provincia di Ragusa, la posizione separatista fu assunta da un grosso personaggio che poi, purtroppo, morì pazzo. Era il più importante avvocato penalista della provincia, l’avvocato Nifosì di Modica. Un uomo stranissimo, ricco e spregiudicato. Era tra coloro che sosteneva il separatismo armato. Fu processato, si autodifese e si fece assolvere, nonostante lo avessero trovato a bordo di una macchina carica di armi.

Ciò nonostante il Separatismo naufragò presto in Sicilia. . .

Beh, certo. Intanto perché accanto ad esso si delineò un altro movimento, quello a cui appartenevo io, il movimento per l’Autonomia che sosteneva che la Sicilia dovesse avere una Regione fortemente autonoma, idonea a fare leggi anche diverse da quelle dello Stato italiano, pur rimanendo all’interno dello Stato nazionale, perché nessuno poteva dimenticare l’appartenenza a un’entità territoriale, storica e culturale comune. Un’autonomia che fu detta “speciale”. Il filone dell’Autonomia ebbe fortuna anche perché sostenuta dai grandi partiti politici e bloccò il movimento separatista. In ciò la storia ebbe un suo peso specifico: non era possibile uno sradicamento dal passato e dal vissuto politico e diventare americani, improvvisamente, con un’altra lingua e un’altra cultura. Anche gli Usa abbandonarono l’idea della separazione della Sicilia dall’Italia. Si aggiunga che il separatismo era diretto dalla grande proprietà fondiaria o da importanti gruppi mafiosi siciliani e americani a cui non interessava risolvere la grande questione sociale siciliana, caratterizzata da arretratezza economica o da cronica disoccupazione e miseria. Anche la mafia mutò atteggiamento. Tolse il suo sostegno al Separatismo, perché Finocchiaro Aprile non garantiva i suoi interessi.

E in questo contesto quale ruolo giocò il giovane La Torre?

Il partito comunista, in questa situazione aveva un ruolo di classe, in particolare di tipo contadino. Pio La Torre ne fu combattivo sostenitore. Nel 1950 venne arrestato per l’occupazione delle terre a Bisaquino e resta in carcere la bellezza di 18 mesi, senza poter incontrare la madre, che era malata. La madre muore, e non gli permettono di andare ai suoi funerali. Gli nasce un bambino, gli permettono di vederlo, ma senza la moglie. Quello che denunciò con forza la questione di questa lunga carcerazione fu il compagno Bufalini, recentemente scomparso. Sollevò ufficialmente il problema della liberazione di La Torre, ponendo la questione in tutte le sedi e in maniera netta: “O lo processate e lo giudicate colpevole o lo tirate fuori”. Si fa il processo e Pio fu condannato a 4 mesi, quando ne aveva già trascorsi 18 in carcere. Da quel momento la sua lotta contro la mafia diventa quasi ossessiva. “La mafia è un cancro e non le si può accordare nemmeno un giorno di vita in più”, soleva dire.

Parlavi di tre grandi fasi del partito comunista in Sicilia dopo la Liberazione.

Il secondo periodo è quello che io chiamo della stagione “milazziana” e che non si riferisce solo strettamente al governo regionale di Milazzo, ma che comprende anche le fasi antecedenti e successive a questo governo, gestito da un personaggio, comunque interessante, un galantuomo, un politico sincero. Il governo Milazzo venne fuori da una cultura politica che si era già sviluppata in Sicilia a vari livelli e che concretizzava un’alleanza, di fatto, fra una parte della sinistra, non tutta, perché in un primo tempo i socialisti non l’accettarono, fra il partito comunista e gli interessi che esso rappresentava (i contadini e una parte degli operai) e la proprietà contadina, media e alta. Un’alleanza con una dialettica interna rappresentata dal “conviene a me e conviene a te”. Tutto questo nel partito ebbe dei sostenitori forti, il più grosso dei quali fu Macaluso. Con la conseguenza di differenziazioni all’interno del partito e di una sua perdita d’identità. Pio La Torre non venne sostenuto all’interno del partito, nonostante non si fosse mai posto in netta contrapposizione al governo Milazzo. Lui sosteneva che il partito non poteva perdere la sua identità nel calderone del governo Milazzo e della sua alleanza, poiché gli interessi rappresentati dal PCI erano diversi dagli interessi rappresentati da Milazzo. Il lato positivo di questa alleanza era che permetteva al proletariato di far parte del Governo regionale in Sicilia.

Una posizione che fu tuttavia marginalizzata all'interno della dirigenza regionale.

Questo periodo non fu certo un periodo semplice, perché vide il contrasto tra le due fazioni, quella dei nostalgici del “Milazzismo”, con Russo e Macaluso in testa, e, per certi aspetti, con la partecipazione del sindacalista Feliciano Rossitto, e il gruppo di Pio La Torre, che non diventò un grosso gruppo, principalmente per le sue caratteristiche umane. Pio non era capace, incontrandoti, di domandarti “Come va?” o “Come sta la tua famiglia?”. Non era capace di invitarti a prendere un caffé o ad andare a cena. Erano delle caratteristiche umane che impedivano che gli si avvicinassero in tanti. Questo suo rigore morale, questa sua ossessione nei confronti della mafia, conquistò tuttavia i vertici nazionali del partito. La Torre fu sostenuto dallo stesso Enrico Berlinguer, pur essendo due personalità tanto diverse, e da Pancrazio De Pasquale. Lui credeva nella tessitura della politica; fu così eletto deputato nazionale e lì a Roma preparò la sua tomba, quando fece passare la legge sulla confisca delle proprietà dei mafiosi condannati, un atto ben differente dalle solite mozioni che venivano approvate in Parlamento contro il fenomeno mafioso.

È quello stesso gruppo dirigente che impone il ritorno in Sicilia di La Torre nel 1981?

Sì sono loro, Berlinguer, De Pasquale. . . Comunque il verbo imporre è inadatto. Il gruppo avverso, sì era potente, ma nulla poteva di fronte a questo rigore morale. Nessuno poteva dire no a La Torre e poi si veniva da forti sconfitte elettorali. Lui era un testardo e continuava a ripetere “voglio tornare in Sicilia”. E fu lui che convinse De Pasquale a dimettersi da deputato nazionale, per candidarsi in Sicilia e fare il capogruppo del PCI all’Assemblea Regionale Siciliana. Questo me lo disse Pancrazio che mi raccontò in che modo venne convinto. La Torre gli diceva: “Pancrazio, la corruzione morale” - dice morale, non materiale “dentro il gruppo parlamentare comunista è insostenibile e deriva dalla stagione milazziana. Non è ormai possibile continuare su questa linea, anche se ciò ci garantisce alcuni poteri”. Pancrazio mi disse testualmente “io ormai non ne potevo più, mi chiamava una volta al giorno, tormentava mia moglie Simona”. La Torre era una specie di ariete. Alla fine De Pasquale venne a Palermo.

Le resistenze a combattere integralmente quella che definisci “corruzione morale” furono comunque forti, quasi vincenti, al punto di neutralizzare qualsivoglia oppositore alla linea maggioritaria rappresentata da Michelangelo Russo e Pasquale Macaluso.

Certo e basta vedere come è andata dopo. Michelangelo Russo finì infatti dove poi andò a finire, Macaluso ha fatto il battitore libero per un certo periodo di tempo. Ma i colpi di coda li fecero sentire su alcuni loro oppositori, non appena possibile. Quando al congresso regionale fu eletto Achille Occhetto, io feci l’errore di prendere la parola, dicendo che “non si poteva avere una dirigenza sospettata di rapporti con i poteri mafiosi di Caltanissetta”. Lì, al congresso, non mi accadde nulla, perché sostenuto da De Pasquale e da altri importanti dirigenti. Però, qualche tempo dopo, le conseguenze di quella mia presa di posizione, si manifestarono in tutta la loro virulenza. Si limitarono a tre le legislature dei deputati comunisti, non per tutti ma a giudizio insindacabile della segreteria regionale del PCI. E, mentre parlo, sono costretto a constatare che le “punizioni” per le mie disobbedienze continuano ancora.

Intervista pubblicata in Terrelibere.org il 31 maggio 2002

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