I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

lunedì 6 dicembre 2010

Gli affari contro natura della transnazionale Astaldi

La società di costruzione Astaldi, sconfitta nella gara per il General Contractor del Ponte sullo Stretto di Messina, cerca la riscossa sul mercato internazionale. Piovono commesse in Algeria, Venezuela e Honduras. Nello Stato centroamericano Astaldi è l'asso pigliatutto: dighe, strade, centrali, servizi idrici e rifiuti. I soldi della Cooperazione italiana e le alleanze con imprenditori all'indice per crimini ambientali.

Sconfitta sul filo di lana nella gara per il General Contractor del Ponte sullo Stretto, l’Astaldi tenterà la rivincita con l’"avversaria" Impregilo. Un primo appuntamento è fissato per i prossimi giorni quando il Comune di Milano deciderà a chi affidare la concessione dei lavori per la realizzazione della linea 5 della metropolitana, dalla stazione di Porta Garibaldi a via Bignami. Un contratto da 504 milioni di euro per una tratta tutta in sotterranea, completamente automatizzata, con una lunghezza di 5,6 chilometri. Una gara certamente non facile per Astaldi, anche perchè sul fronte opposto, a dare manforte ad Impregilo, ci saranno due aziende "sorelle", la Società Italiana per Condotte d’Acqua (suo l’appoggio esterno alla scalata di Impregilo da parte di IGLI, cordata di industriali e finanziarie italo-argentini) e la Grassetto della famiglia Ligresti (Fondiaria-SAI) e del costruttore Marcellino Gavio, azionista di IGLI-Impregilo.

Un secondo appuntamento per la revance di Astaldi, ancora più ambito, è previsto invece per l`inizio del prossimo anno, quando Roma Metropolitane, società mista presieduta dall’"ambientalista" Chicco Testa, sceglierà il General Contractor per la realizzazione dei lavori per la Linea C, la Terza Metropolitana di Roma, l’opera pubblica più costosa in Italia dopo il Ponte di Messina (circa 3 miliardi di euro). Per questa gara gli schieramenti sono ancora gli stessi di quella del Ponte: da una parte la cordata guidata da Astaldi con Vianini Lavori, Consorzio Cooperative Costruzioni ed Ansaldo Trasporti Sistemi Ferroviari; dall`altra quella composta da Impregilo, Cooperativa Muratori & Cementisti C.M.C. di Ravenna, Condotte d`Acqua e Grandi Lavori Fincosit.

In verità ai nastri di partenza della gara per la Terza Metropolitana di Roma ci sono altri partecipanti, come ad esempio Pizzarotti & C. di Parma (impresa che con Astaldi aveva partecipato al bando per il GC del Ponte sullo Stretto); la cordata Consorzio Stabile T&T e Maire Lavori (anche quest’ultima faceva parte del gruppo Astaldi nella gara del Ponte); la Sis Scpa e il gruppo Consorzio Stabile "Opere - Tecnologie e Sistemi Integrati di Costruzione" con "Ergon Engineering and Contracting" Consorzio Stabile Scarl. Su questa contesa ricadono gli identici dubbi di legittimità che hanno caratterizzato l`iter concorsuale del Ponte sullo Stretto: su fronti avversi ci sono infatti due aziende della Lega delle Cooperative che condividono interessenze societarie. La C.M.C. di Ravenna è una delle 230 socie, la più importante, del C.C.C.- Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna. Ciò viola le normative europee e italiane in materia di appalti pubblici, le quali escludono espressamente la partecipazione ad una gara di imprese che "si trovino fra di loro in una delle situazioni di controllo", ovverossia di società tra esse "collegate o controllate". (1)

Dal nord Africa all’America latina gli ultimi successi targati Astaldi

Nonostante la sconfitta subita nella corsa per la realizzazione della maggiore delle Grandi Opere previste dal governo Berlusconi-Lunardi, l’Astaldi non sembra comunque aver perso lo smalto e specie all’estero, sta ottenendo successi lusinghieri, uno dietro all’altro. (2)

È di qualche settimana fa la notizia che l’importante azienda di costruzione romana si è aggiudicata il contratto con la SNTF, la società nazionale delle ferrovie della Repubblica di Algeria, per la realizzazione della nuova linea ferroviaria Mecheria-Redjem Demouche, nella regione sudoccidentale, per un importo equivalente a circa 166 milioni di euro. Il contratto, assegnato al raggruppamento Astaldi-ETRHB Haddad di cui l’azienda italiana è capofila con una quota pari al 51%, prevede lo studio e la realizzazione di una linea a un solo binario dalla lunghezza di 140 chilometri. Astaldi è presente da anni in Algeria e di recente si è aggiudicata i lavori per la realizzazione delle dighe di Kerrada e Taksebt (nei pressi di Algeri), del tunnel stradale di Jijel e di un tratto dell`Autostrada Est-Ovest che collega via mare la Tunisia al Marocco. Questi contratti in terra d`Africa hanno assicurato all`azienda introiti per 410 milioni di euro.

Una seconda notizia che ha fatto schizzare in borsa il titolo Astaldi è giunta ad inizio dicembre da Caracas (Venezuela) al termine della visita d’affari del viceministro per le Attività produttive, Adolfo Urso. Si tratta della firma di alcuni accordi commerciali con il governo di Hugo Chávez, uno dei quali relativo alla realizzazione di tre tratte ferroviarie da parte di un consorzio di sole imprese italiane: Astaldi, Trevi, Danieli, Ghella, la "concorrente" Impregilo e finanche Italferr, la società di engineering delle ex Ferrovie di Stato, azionista di minoranza della Società Stretto di Messina. La commessa in Venezuela per le linee Charallave Norte-La Encrucijada, La Encrucijada-San Fernando de Apure e Chaguaramas-Cabruta è del valore di 7 miliardi di euro, con consegna dei lavori entro il 2012.

Ma le note più liete vengono tutte dalla repubblica centroamericana dell’Honduras dove l’Astaldi rappresenta la realtà italiana più attiva e riconosciuta dalle oligarchie del potere politico ed economico. Lo scorso 22 novembre, alla presenza del Presidente uscente Ricardo Maduro, della Ministra delle Risorse Naturali e all’Ambiente Patricia Panting Gallo, dell’ambasciatore italiano in Honduras Mario Fugazzola e del rappresentante della Cooperazione italiana Rodolfo Zoppis, i manager Astaldi hanno presenziato la cerimonia d’inaugurazione dell’ "Acquedotto Regionale del Valle di Nacaome", progetto voluto dal Congresso onduregno nel 2000 e che Ricardo Maduro in persona aveva assegnato all’Astaldi, avvalsasi poi dell’assistenza tecnica e della direzione dei lavori della connazionale GICO. Le ragioni del “successo” delle società italiane? Il progetto dell’acquedotto del Valle è stato finanziato per il 76,8% dal Ministero degli Affari Esteri d’Italia attraverso il proprio dipartimento per la Cooperazione allo Sviluppo e per il restante 23,2% dal governo onduregno.

L’ammontare dei lavori infrastrutturali è di 22 milioni e 509 mila euro; la meta, il “rifornimento idrico agli abitanti di 74 comunità di 5 municipi del dipartimento meridionale di Valle (La Venta, San Antonio de Flores, Pespire, Nacaome e San Lorenzo)”, mediante la realizzazione di un elettrodotto di 2,300 kilowatt di potenza, un pozzo, 5 impianti potabilizzatori e altrettanti sistemi di distribuzione d’acqua, 23 stazioni di pompaggio, 2 serbatoi d’immagazzinamento e 130 chilometri di nuove tubature. Più la ristrutturazione della rete di distribuzione idrica e del sistema fognario della città di Nacaome, capoluogo del dipartimento di Valle.

Un’opera, questa, che alla vista di occhi inesperti appare certamente meritoria, non fosse altro che interessa una delle zone dell’Honduras con uno scarso accesso alle risorse idriche, dove la stagione delle piogge dura solo un paio di mesi all’anno e gran parte della popolazione vive senza acqua potabile e fognature. Ma ad una attenta valutazione ci si rende conto che il megaprogetto finanziato in buona parte con i soldi della cooperazione è carente dal punto di vista della sostenibilità futura (sia per le dimensioni che per gli alti costi che comporterà la manutenzione) e scarsamente integrato ed integrabile con altri progetti di fornitura d’acqua che si stanno sviluppando nella regione, anch’essi in buona parte con finanziamenti internazionali (Unione europea, ONG e dello stesso dipartimento per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero Affari Esteri italiano).

Crescono intanto le critiche di una parte della popolazione che non crede più ai tanti "doni" della comunità straniera. Le polemiche hanno assunto rilevanza pubblica a seguito della inaugurazione “ufficiale” dell’acquedotto del Valle di Nacaome. Secondo il contratto di concessione dei lavori all’Astaldi, essi sarebbero dovuti iniziare nel maggio 2004 per concludersi dopo due anni esatti nel maggio 2006. Eppure, ad appena 5 giorni dalla vigilia del voto nazionale che ha rinnovato gli organi istituzionali centrali e locali dell’Honduras, in un clima violentissimo che vedeva fronteggiare due schieramenti (nazionalisti e liberali) che non si risparmiavano persino gli attacchi armati, il Presidente uscente, con al seguito la figlia (Cecilia Maduro) e il genero (l’italiano Diego D’Oriano), trasformava l’evento in un ulteriore spot elettorale a favore dei nazionalisti locali. Il tutto con tanto di presenza ai massimi livelli dell’Ambasciata d’Italia, per nulla turbata che la partiticizzazione del "dono" alle popolazioni meridionali dell’Honduras avvenisse il primo giorno riservato per legge al silenzio elettorale, e soprattutto che, non essendosi ancora conclusi i lavori dell’Astaldi, gli impianti di potabilizzazione e buona parte della rete idrica non fossero in funzione. Al doppio autogoal delle autorità diplomatiche e dei funzionari della cooperazione italiana va aggiunta poi una buona dose di miopia politica. La cerimonia della mezza inaugurazione è stata volutamente disertata dalle autorità locali di Nacaome, municipio di antica fede liberale, mentre il voto popolare ha poi duramente punito i nazionalisti guidati da Porfirio “Pepe” Lobo Sosa, l’uomo dal pugno di ferro che concorreva alla Presidenza della Repubblica, sostenuto da Maduro, promettendo la pena di morte per i giovani delle bande criminali che popolano i `barrios` marginali delle città onduregne.

Negli affari, si sa, certe regole di tatto valgono poco, anche se stavolta più che di affari si sarebbe dovuto parlare di cooperazione allo sviluppo. Ma allo sviluppo di chi? Con il progetto di "fornitura idrica a favore della popolazione di Valle" si punta al potenziamento del sistema di irrigazione di circa 6.500 ettari di terre del Sud in mano a "ignoti" proprietari che hanno implementato coltivazioni intensive agroindustriali (principalmente frutta tropicale e canna da zucchero). Una produzione dalla discutibile sostenibilità economica ed ecologica, che rischia di far crescere e di parecchio la domanda di acqua senza che sia possibile intervenire sui cicli dell’offerta di questa scarsissima risorsa naturale.

Secondo quanto annunciato il giorno dell’ ”inaugurazione” dell’acquedotto dai nostri rappresentanti diplomatici, anche il programma di irrigazione a fini agroindustriali del territorio del Valle godrà del finanziamento del Ministero degli esteri, e sarà affiancato da un progetto di "formazione comunitaria e degli amministratori locali" per il valore di un milione di euro, che potrebbe essere affidato ad una organizzazione non governativa italiana.

Con questi nuovi interventi, esce ulteriormente rafforzato il ruolo dell’Honduras quale principale paese beneficiario della cooperazione italiana in Centroamerica: nel solo biennio 2002-2003, i programmi di "aiuti" hanno raggiunto la cifra di 60 milioni di dollari, a cui si sono aggiunti nel 2004 i circa 150 milioni di dollari relativi all’accordo bilaterale di cancellazione del debito. Dulcis in fundo l`accordo appena sottoscritto da Italia e Honduras per la costruzione di una centrale idroelettrica a La Esperanza (dipartimento di La Paz, regione occidentale), attraverso i cosiddetti "crediti di emissione" previsti dal "Clean Development Mechanism" (uno dei meccanismi flessibili previsti dal Protocollo di Kyoto). L’Italia cioè finanzierà l’opera ed in cambio l’Honduras si accollerà un valore di circa 37mila tonnellate equivalenti di anidride carbonica prodotte annualmente in Italia. Per essere ancora più chiari, con il credito per la centrale di La Esperanza, pur non riducendo le emissioni in ambito nazionale, l’Italia godrà di uno “sconto” per 37mila tonnellate di anidride carbonica prodotta, che le saranno detratte dagli obblighi assunti con la firma del protocollo di Kyoto. Un altro esempio di cattiva cooperazione Italia-Honduras rimarcato dal fatto che l`Olanda e alcune organizzazioni ambientaliste internazionali si sono opposte alla realizzazione di questa centrale idroelettrica, dato che il progetto del bacino artificiale che sorgerà con lo sbarramento di una nuova diga non è stato approvato dalla Commissione internazionale sulle dighe. Addizionalmente, l’accordo violerebbe le finalità dello stesso "Clean Development Mechanism". L’Astaldi, ovviamente, è la maggiore concorrente alla gara di aggiudicazione dei lavori della centrale idroelettrica di La Esperanza.

I grandi affari di Astaldi d’Honduras

La lista dei lavori in Honduras della grande società di costruzioni italiana, oltre alla realizzazione dell’acquedotto di Valle, contempla anche i più importanti sistemi idroelettrici del paese, la centrale di El Cajón (nella regione centrale montagnosa di Comayaguala), la diga di Concepción e quella di Nacaome intitolata a "José Cecilio del Valle”, ubicata sull’omonimo fiume ad una sessantina di chilometri di distanza dalla capitale.

Nel gennaio 2005, Astaldi ha inoltre firmato con il governo del Presidente Maduro un contratto per il valore di 175.000 euro per il raddoppio della carreggiata della strada del nord CA-5, secondo lotto, nel tratto Taulabé-La Barca (53 chilometri), tra i dipartimenti di Comayagua e Cortés. I fondi sono stati forniti in parte dalla Banca Mondiale e in parte dal Governo centrale.

In occasione della firma del contratto in uno dei saloni della casa presidenziale di Tegucigalpa, Ricardo Maduro ci tenne a sottolineare come esso fosse fondamentale in vista "del canale secco, quel corridoio logistico, sogno degli onduregni da oltre 20 anni, che assicurerà lo sviluppo del paese". Il “corridoio logistico” è un vecchio progetto binazionale (El Salvador-Honduras), rilanciato dal cosiddetto Piano infrastrutturale neoliberista “Puebla Panamá”, per la realizzazione di un’arteria stradale che colleghi il porto di Cutufo sull’Oceano Pacifico (El Salvador) con Puerto Cortés, la maggiore città portuale onduregna nel versante caraibico, in alternativa alla navigazione nel Canale di Panama. Solo in territorio onduregno, questo progetto prevede una spesa di 115 milioni di dollari per 100 chilometri di nuove strade, con l’apporto finanziario della Banca d’Integrazione Economica Centro Americana (CABEI), del governo del Messico (55 milioni di dollari) e della Banca Europea per gli Investimenti e il Commercio (20 milioni).

Sempre l’Astaldi, in consorzio con l’italiana Ghella, la Hydro-Honduras (filiale locale della Hydro-West, azienda nordamericana con sede a Seattle) e la EMCE - Empresa de Mantenimiento Construcción y Electricidad (società presieduta da Freddy Nasser, cognato di Miguel Facussé, uno degli uomini più ricchi e potenti in Centroamerica e zio dell’ex presidente onduregno Carlos Flores), si è aggiudicata la concessione per la generazione di energia, tramite la costruzione e successiva gestione dell’impianto idroelettrico sul Río Cangrejal (La Ceiba). L’impianto idroelettrico di El Cangrejal, della potenza di 50 MW e un costo di 80 milioni di dollari, sorgerà a due passi dal Parco Nazionale di Pico Bonito ed è fortemente osteggiato dalla popolazione locale preoccupata che la nuova diga possa causare la scomparsa di oltre 11 chilometri del corso d’acqua che scorre a valle. Pico Bonito è una delle principali oasi naturalistiche dell’Honduras e si estende su un’area di 500 chilometri quadrati. È anche il più grande dei parchi nazionali del paese ed ospita diverse tipologie forestali e incontaminate fonti d’acqua (cascate, torrenti e i fiumi Bonito e Quebrada). L’abbondante e variegata fauna include giaguari (animali sacri a tutte le culture precolombiane, ormai pressocché estinti), armadilli, scimmie urlatrici, tucani. Il Río Cangrejal è una vera e propria barriera naturale a protezione del Pico Bonito e la sua scomparsa avrebbe conseguenze devastanti sulla flora e la fauna ospitata e sull’intero patrimonio socio-economico e territoriale di La Ceiba, grande porto atlantico del paese, distante appena una decina di chilometri dal parco naturale.

Già oggi il Río Cangrejal è una delle maggiori attrazioni turistiche di Honduras: sulle sue rive sono sorti diversi centri balneari, frequentatissimi dagli abitanti della regione e numerosi turisti stranieri scelgono le ripide correnti del fiume per il rafting e le discese in canoa. Nei pressi di questo corso d’acqua gli archeologici hanno anche scoperto il sito di La Colorada, centro della cultura precolombiana dei Macrochibcha. L’importanza dell’area, non ancora esplorata, sarebbe di poco inferiore in Honduras solo al sito Maya di Copán, vero e proprio gioiello archeologico centroamericano. Il progetto idroelettrico è dunque incompatibile con le incommensurabili potenzialità ecoturistiche della zona.

Le società internazionali consorziatesi per il progetto idroelettrico El Cangrejal hanno speso circa 1,5 milioni di dollari per approntare uno studio d’impatto ambientale che è stato definito “lacunoso” e in “violazione delle normative onduregne e degli ordinamenti municipali”. Le organizzazioni ambientaliste hanno altresì denunciato di essere state escluse in tutte le fasi relative allo studio di impatto ambientale e di attendere ancora il permesso di visionare il progetto tecnico della idroelettrica. Anche le istituzioni e gli enti locali sono stati esclusi da tutte le fasi relative al procedimento e dopo un timido sostegno al progetto si sono definitivamente schierate contro la centrale a fianco della popolazione e delle organizzazioni ambientaliste. Dubbi e perplessità sulla megaopera sono state espresse perfino dalla Banca Mondiale sempre meno disponibile a sostenere finanziariamente la costruzione di dighe di queste dimensioni.

Bahía di Tela come Cancún o Varadero

Complessi alberghieri di lusso, multi-residence e miniappartamenti, centri commerciali, campi da golf, parchi gioco e quant’altro. È questo il grande sogno-progetto dell’élite politica ed imprenditoriale che governa l’Honduras svendendone le migliori risorse naturali alle transnazionali. Siamo nel Mar dei Caraibi, Bahía de Tela, nella costa nordorientale del paese, dipartimento di Atlántida. Tela è una delle prime baie in cui sbarcarono i colonizzatori spagnoli nella loro campagna di occupazione e sterminio del continente americano. Decine di chilometri di spiagge solo da poco ferite da brutti insediamenti turistici, per lo più deserti in buona parte dell’anno. Nella zona ovest di questo splendido santuario naturale, su una superficie di 312 ettari e per circa 3,2 chilometri di spiaggia, sta per sorgere il megaprogetto infrastrutturale “Los Micos Beach & Golf Resort”: 7 complessi alberghieri a quattro e cinque stelle, 2.000 appartamenti, 6 multi-residences per un totale di 168 ville, un centro commerciale, parchi tematici e di intrattenimento, un ippodromo, finanche un porto per navi da crociera transatlantiche. Quattrocento milioni di dollari è l’investimento previsto, in parte grazie all’apporto di una serie di grandi imprenditori e banchieri nazionali e stranieri, in parte grazie all’intervento statale e degli organismi finanziari internazionali. Nello specifico, il denaro dei contribuenti onduregni (circa 14,9 milioni di dollari) verrebbe destinato alla realizzazione delle infrastrutture stradali di collegamento a "Los Micos Beach & Resort", del sistema idrico e fognario e della rete elettrica e telefonica. Già nei prossimi mesi prenderanno il via i lavori per il primo hotel di lusso che entrerà in funzione nel marzo 2007.

"Nella storia di Honduras, mai è stato pianificato un progetto di queste dimensioni", ha dichiarato Tierry de Pierrefeu, l’ex ministro del Turismo che insieme al presidente (uscente) Ricardo Maduro ne è uno dei principali sostenitori. (3) "Questo progetto servirà da detonatore del turismo e assicurerà l’inserimento dell’Honduras nelle guide mondiali del turismo, attraendo visitanti con alto potere d’acquisto dagli Stati Uniti, dall’Europa e dall’Asia".

Risale perlomeno a trent’anni fa, quando il paese era governato da regimi militari dittatoriali, l’idea di trasformare Tela in uno dei maggiori poli turistici caraibici. Fu però durante la presidenza "democratica" di Rafael Leonardo Callejas, tra il 1990 e il 1994 (anni in cui Maduro ricopriva la carica di presidente della Banca Centrale di Honduras) che fu avviato con finaziamento statale uno studio di fattibilità per un "Progetto di Ecoturismo nella Bahía de Tela". Per una decina di anni il megainsediamento continuò a restare solo una promessa dei politici locali da rispolverare ad ogni appuntamento elettorale ("i lavori per Bahía de Tela richiederanno 30.000 lavoratori e saranno 3.500 gli impieghi in hotel e villaggi turistici", il ritornello più frequente). Finalmente, il 27 febbraio 2003, fu costituita la società mista "Desarrollo Turístico Bahía de Tela S.A. de C.V.", con una partecipazione del governo attraverso l`Instituto Hondureño de Turismo (IHT), a cui seguiva, l’anno successivo, l’approvazione da parte del Congresso nazionale di una legge che autorizzava il trasferimento alla "Desarrollo Turístico S.A.", di 312 ettari di terreni e spiagge della baia. La privatizzazione del demanio marittimo e dei terreni comunitari diventava fattibile "per legge" grazie ad un provvidenziale decreto della Corte Suprema di Giustizia che reinterpretava benevolmente a favore degli investitori l’art. 107 della Costituzione, che pure vieta ai privati, specie se stranieri, il possesso di beni immobili sino a 40 chilometri a partire dalla linea di frontiera e delle coste.

Si diceva di capitali internazionali per la realizzazione del progetto di Bahía de Tela. Innanzitutto nordamericani (Canada e Stati Uniti), ma anche asiatici (Taiwan e Giappone), ed ovviamente europei: un paio di società iberiche attive nel mercato turistico dei Caraibi e l’immancabile Cooperazione Italiana. Durante un suo viaggio in Europa nella primavera del 2004, il Presidente Ricardo Maduro si incontrò a Roma con il capo del governo Silvio Berlusconi e con i dirigenti della Segreteria Ministeriale della Cooperazione Italiana. Principale tema di discussione appunto Bahía de Tela. "La partecipazione del capitale italiano al progetto prenderà inizio il prossimo anno e sarà uno dei maggiori fattori di sviluppo turistico sulla costa atlantica", affermava un comunicato stampa emesso per l`occasione dalla Presidenza di Honduras. (4)

In concreto, ad oggi, l’impegno italiano è stato quantificato in 500 mila euro per finanziare l’elaborazione di un nuovo studio di fattibilità che identificherà gli interventi (opere di infrastrutture, acqua e bonifica, di regolamento territoriale, restaurazione di immagine urbana, ecc. per un ammontare approssimato di 40 milioni di euro).

A prova degli appetiti del "Sistema Italia" per le incantevoli spiagge del litorale caraibico un passaggio del rapporto annuale 2003 dell’Istituto Nazionale per il Commercio Estero elaborato in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia in Honduras: “Proprio nei giorni scorsi, il Congresso Nazionale ha approvato la legge che istituisce un Fondo Fiduciario per lo sviluppo turistico di un villaggio turistico in località “Los Micos” nella Baia di Tela, nella zona nord del Paese, un progetto da tempo accarezzato dai governi succedutisi alla guida dell’Honduras e sinora mai realizzato per mancanza di risorse. Il Fondo fiduciario di gestione, a capitale misto (49% fondi pubblici, 51% fondi privati), è aperto agli investitori esteri per lo sviluppo…". "L’ambizioso progetto - proseguono ICE e Ambasciata - ha attirato l’interesse di operatori turistici internazionali, nonché del nostro Paese. Le imprese turistiche Italiane (ad esempio “Alpitour”, che gestisce il villaggio “Henry Morgan” nell’isola di Roatán, collegato da un volo “charter” settimanale diretto da Milano), sono all’avanguardia nella valorizzazione del patrimonio turistico e culturale dell’Honduras...”. (5)

L’amico degli italiani: anticastrista e trafficante di legname

Ancora una volta è Astaldi di Honduras ad essere il maggiore pretendente ai lavori di "urbanizzazione" del litorale di Tela. Un interesse che ha solide radici nel passato: nel maggio 1997, quando prendeva forma il piano di sviluppo dell’industria turistica nella Bahía, l’allora governo assegnò al consorzio Columbus-Astaldi i lavori per l’ampliamento delle opere stradali della vicina città di La Ceiba e l’installazione della linea di conduzione di energia elettrica ai villaggi dell’area di Tela (valore della commessa, circa 39 milioni di lempiras cioè più di 2 milioni di dollari). Oggigiorno Astaldi è in corsa per l’assegnazione del bando di gara per la costruzione a Bahía di Tela di un impianto per la potabilizzazione dell’acqua, del relativo sistema di distribuzione, di un sistema di trattamento e gestione dei rifiuti solidi e di circa 20 chilometri di nuovi accessi stradali. Valore della commessa, 108 milioni di dollari, 35 dei quali provenienti da un credito approvato a favore del governo onduregno da parte del BID, il Banco Interamericano de Desarrollo, e 7 da un prestito emesso dalla Banca Centroamericana di Integrazione Economica (BCIE). L’esito della gara è atteso nei prossimi giorni, nonostante stia montando a livello internazionale una campagna a salvaguardia dell’immenso patrimonio ecologico locale e di difesa delle comunità che rischiano di essere espulse dall’area in cui sorgerà il dissennato progetto "Los Micos Beach & Resort".

Il territorio prescelto per il complesso di Bahía de Tela è stato ritagliato accanto ad alcune delle più importanti riserve naturali dell`Honduras, la Laguna de los Micos, il Parco Nazionale Marino di Punta Sal e il Giardino Botanico di Lancetilla.

Il centro di Lancetilla, vero e proprio paradiso per il birdwatching, fu fondato nel 1926 dalla United Fruit Company per la sperimentazioni delle coltivazioni tropicali e si estende su un’area di 1.860 ettari dove nidificano 365 specie diverse di uccelli. La caratteristica rilevante del Parco Nazionale Marino di Punta Sal è invece l’integrazione di due diversi elementi forestali, il manglare e la foresta tropicale. La parte orientale del parco è delimitata dalla grande Laguna de los Micos, anch’essa luogo di sosta di numerosissime specie di uccelli migratori e che prende il nome proprio dalle scimmie che la popolano. Aree protette ma dal fragilissimo equilibrio ecologico, per la cui difesa è stato versato un tributo di sangue innocente. Nel 1995, Jeanette Kawas, direttrice statunitense della Fundación Prolansate che gestisce l`area protetta di Punta Sal, fu assassinata per essersi opposta ai potenti interessi economici che puntavano alla privatizzazione delle coste a fini di turismo di élite, al taglio illegale di legname e alla coltivazione in grande scale della palma africana. In memoria di quel martirio, il Parco Nazionale Marino di Punta Sal, ha assunto il nome di "Parco Jeanette Kawas".

Purtroppo la Fundación Prolansate ha scelto di tenere un basso profilo nel dibattito internazionale sulla sostenibilità ambientale del megacomplesso turistico di Bahía de Tela. Il ruolo di protagonista nella campagna a difesa del patrimonio ecologico è stato assunto invece dai leader delle associazioni comunitarie locali. "Noi non riceveremo benefici, al massimo otterremo che i nostri gruppi vadano a ballare negli hotel per il divertimento dei turisti", dichiara Céleo Álvarez Casildo, presidente della Organización de Desarrollo Comunitario (ODECO – Organizzazione per lo Sviluppo Comunitario). "Siamo fortemente contrari a questo modello già negativamente sperimentato in Honduras. Le popolazioni nelle cosiddette aree di sviluppo turistico delle coste, delle montagne o dei siti archeologici del paese si caratterizzano per l’esistenza di immensi cinturoni di miseria e sottosviluppo. Con il progetto di Bahía de Tela accadrà sempre la stessa cosa. Ci impressionano con irrealizzabili promesse di benessere, ma la gente resterà nelle stesse condizioni di povertà".

Le popolazioni locali temono particolarmente la disgregazione e i violenti impatti sociali che deriveranno dall`esecuzione del progetto. È fortissimo il rischio che con il "Micos Beach & Golf Resort" siano definitivamente spazzate via le comunità che animano i limitrofi villaggi di San Juán, Tornabé e Miami. Queste località sono abitate principalmente dalla popolazione afrodiscendente dei garífuna, importante minoranza etnica e linguistica presente nelle coste caraibiche di Honduras, Guatemala, Belize e Nicaragua. I garífuna difendono orgogliosamente la loro storia di libertà e le loro tradizioni religiose e culturali. Affrancatisi dalla schiavitù, nel 1797 la popolazione nera dell’isola di Saint Vincent (già in mano ai francesi) si ribellò ai governatori del protettorato delle Antille britanniche. Sedata la rivolta, i britannici decisero la deportazione di oltre 5.000 afrodiscendenti verso l’isola di Roatlán, di fronte alla costa caraibica onduregna. I deportati riuscirono però ad impossessarsi del controllo delle imbarcazioni in cui viaggiavano e dopo un’odissea per il Mar dei Caraibi, sbarcarono sulle coste dell’America centrale dove si insediarono, vivendo principalmente di pesca e coltivazioni tropicali. Un forte spirito di indipendenza ed autonomia ha continuato a caratterizzare la vita dei garífuna: quando nel 1939, sotto la dittatura di Tiburcio Carías, furono aboliti i privilegi politici tradizionali del gruppo afrodiscendente, buona parte degli uomini garífuna optò per la resistenza armata. Gli abitanti di San Juán, uno dei tre villaggi della Bahía de Tela, appoggiarono lo sbarco dei leader liberali esiliati; arrestati dai militari, tutti gli uomini del villaggio furono fucilati e sepolti nella spiaggia in fosse comuni. (6)

Sono le organizzazioni rappresentative della popolazione afro-onduregna ad esprimere oggi le critiche più dure al progetto di privatizzazione e cementificazione della costa. La Organización Fraternal Negra de Honduras (OFRANEH), ha emesso un articolato comunicato che denuncia l’“insostenibilità socioambientale” e le “distorsioni e falsità” contenute nello studio di impatto ambientale presentato dalla municipalità di Tela. “La farsa della valutazione d’impatto ambientale giunge ai suoi estremi con il campo da golf che si vuole realizzare", scrive OFRANEH. "Tutti conoscono i costi ambientali di strutture similari, nonché le crisi idriche causate dall’eccessivo consumo d’acqua da parte di questi campi, cosa che avrà gravi effetti sulle comunità limitrofe. Gli studi realizzati segnalano che un campo da golf di cento ettari utilizza annualmente una media di 1.500 chilogrammi tra fertilizzanti, pesticidi ed erbicidi; contestualmente esso richiede quantità di acqua necessarie alla vita di circa 60.000 abitanti in aree rurali. Un’ipotesi inaccettabile per Tela, dove a seguito del fenomeno climatico del Niño le popolazioni soffrono periodi di siccità sempre più lunghi".

"Con questo progetto si stanno favorendo i gruppi economici tradizionali. Insieme a loro si arricchiranno le élite di governo e gli investitori stranieri alleati", aggiunge con amarezza Céleo Álvarez Casildo, presidente di ODECO. In realtà dietro il Fundo Hondureño de Inversión Turística FHIT, azionista privato del progetto di Bahía de Tela, operano i più influenti imprenditori che controllano l`economia e le finanze del paese: Yani Rossenthal di Cementos del Norte (monopolista del cemento e dei materiali di costruzione); José María Agurcia di Aseguradora Hondureña (assicurazioni e finanziarie); Freddy Nasser di EMCE, società che ha in gestione la centrale termica di La Ceiba che fornisce elettricità ai dipartimenti di Átlantida e Colón e dunque alla Bahía de Tela (Freddy Nasser lo abbiamo incontrato come socio di Astaldi nel contestatissimo progetto della centrale idroelettrica sul Río Cangrejal). Ma è il maggior azionista e presidente del Fundo de Inversión Turística FHIT, il personaggio più inquietante di tutta la vicenda: il multimilionario José Remigio Lamas Bezos detto "Joséito", di origine cubana, fuggito a Miami dopo la rivoluzione di Fidel Castro. Con interessi che spaziano dal settore bancario a quello finanziario, turistico, petrolifero e infrastrutturale, José Lamas è amico di vecchia data del presidente uscente Ricardo Maduro e dell’ex presidente Rafael Leonardo Callejas, sotto il cui governo Lamas costruì buona parte del suo impero. Il cuore degli affari di Lamas si nasconde però nello sfruttamento illegale dei boschi onduregni e nella vendita di legname pregiato ai mobilifici della Florida (Stati Uniti). Secondo quanto denunciato in un recentissimo rapporto presentato a Washington dall’Agenzia di Investigazione dell’Ambiente EIA e dal Centro per le Politiche Internazionali CIP, due organismi indipendenti nordamericani, José Lamas è il maggiore responsabile del devastante processo di deforestazione in Honduras a fini commerciali. Nonostante le prove raccolte sui gravi reati ambientali commessi dalle società del gruppo Lamas, il suo potere corruttivo e le altolocate amicizie in tutte le sfere dello Stato, gli hanno assicurato sino ad oggi la totale impunità. (7)

Il nome di José Lamas, accanto a quelli di José Rafael Ferrari, Manuel Villeda Toledo, Mario Rivera López, Jacobo Atala, Oscar Kafati e Gilberto Goldstein (alcuni soci nell’affare di Tela), compare poi in uno dei più gravi scandali della storia del paese, quello relativo alla concessione firmata dal governo Maduro per la gestione dei maggiori aeroporti nazionali. La concessione per 15 anni è stata assegnata alla compagnia Aeropuertos Honduras di Lamas & soci, a danno di importanti società di Canada, USA, Spagna, Germania e dell’immancabile Astaldi, che pure si erano offerte a rilevare gli aeroporti onduregni a migliori condizioni. (8) Per la cronaca, il 10 per cento di Aeropuertos Honduras risulta essere in mano all’impresa canadense Vancouver Airports Services, poi contrattata da Lamas & soci come operatrice aeroportuale. La Vancouver Airports partecipa al consorzio a guida Impregilo che a fine anni `90 ha ottenuto la concessione per la gestione ventennale delle infrastrutture aeroportuali della Repubblica Dominicana.

Tentacoli italiani sui servizi di base onduregni

In Honduras è il settore dei servizi (distribuzione acqua, fognature e raccolta rifiuti) quello che ha assicurato un potere semimonopolistico all’Astaldi e ad alcune aziende pubbliche e private connazionali. Risale all’agosto 2000 la concessione trentennale, rinnovabile, per la depurazione e distribuzione di acqua potabile e la raccolta di quelle reflue della città industriale di San Pedro Sula al consorzio denominato “Aguas de San Pedro”, composto dall`ACEA ed AMA di Roma, AGAC di Reggio Emilia, Astaldi, Ghella Sogene C.A., Carlo Lotti & Associati Società di Ingegneria S.p.A. e Terra Representaciones Y Servicios S.A. de C.V.. Un consorzio eterogeneo, dove accanto al secondo colosso privato italiano delle costruzioni (Astaldi), compaiono tre aziende municipali a partecipazione pubblica (ACEA, AMA e AGAC); una società con sede in Venezuela ma con capitali interamente italiani (Ghella, committente del governo onduregno per la realizzazione dell’ospedale infantile di Tegucigalpa e partner Astaldi nelle commesse per le ferrovie venezuelane e la realizzazione della centrale idrelettrica sul Río Cangrejal); un`azienda con sede in Honduras ma in mano a imprenditori stranieri (Terra Representaciones); una delle più note società di engineering in Italia (Carlo Lotti & Associati, impegnata in associazione con la Galva di Milano della famiglia Pisante, nei lavori di ricostruzione ed ammodernamento della rete idrica di Tegucigalpa finanziati dal dipartimento per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero Affari Esteri). (9)

La concessione dei sistemi di erogazione idrica ad "Aguas de San Pedro" è uno degli esempi peggio riusciti di privatizzazione dell’acqua in America latina. Sino alla delibera da parte dell’amministrazione di San Pedro Sula dell’alcalde Roberto Larios Silva, il servizio era stato realizzato dalla División Municipal de Agua (“DIMA”), un’agenzia municipale dotata di autonomia nominale e sotto il controllo diretto del sindaco. Nonostante l’eccessiva burocratizzazione interna, DIMA aveva garantito un servizio accettabile e a basso costo assicurando un costante flusso di denaro alle casse municipali. La gestione in mano al consorzio privato si è dimostrata, invece, disastrosa. Comitati di cittadini, politici e gli organi di stampa nazionali denunciano il pessimo funzionamento del servizio, gli insostenibili rincari delle tariffe, la fisiologica carenza di acqua potabile nei quartieri marginali. Il neoeletto sindaco liberale di San Pedro Sula, Harry Panting Zelaya, anche se favorevole al principio della concessione ai privati del servizio, ha criticato la “condizione monopolistica che beneficia solo il consorzio italiano e l’assenza di un intervento statale che regoli e assicuri che il prodotto giunga all’utente con buona qualità e prezzo". Ha aggiunto Panting Zelaya: "Poiché i risultati della concessione vedono scontenti i cittadini, sarà necessario verificare se Aguas de San Pedro sta realmente rispettando quanto previsto dalle norme contrattuali. Verificheremo altresì se il consorzio sta realizzando gli investimenti infrastrutturali che aveva promesso di fare". Il contratto prevedeva in proposito interventi per il miglioramento delle infrastrutture idriche e fognarie per circa 45 milioni di dollari nei primi cinque anni.

Nel dicembre 2004, il periodico ambientalista ‘Flora y Fauna’ ha dedicato un’ampia inchiesta sulla qualità del servizio erogato dal consorzio italiano, intervistando numerosi giornalisti locali. Ecco alcune delle dichiarazioni raccolte. Luis Cuello Ardón di ‘VICA TV’: "Con questa concessione è stata la popolazione a uscirne sconfitta, perchè la si è privata di un bene che apparteneva a tutta la comunità. Sono molti i quartieri che non stanno ricevendo un buon servizio di acqua potabile". Carlos Martínez di ‘Canal Seis’: "La concessione ai privati è stato l’errore peggiore; il vecchio ente gestore pubblico DIMA era l’azienda con i maggiori profitti della città e di questo se ne beneficiava l`intera municipalità. Agua de San Pedro non ha fatto nessun investimento con denaro proprio, non esistono cambiamenti, il servizio invece di migliorare è peggiorato. In alcune delle zone della città la tariffa dell`acqua è cresciuta in un colpo da 46 lempiras a 126 lempiras, più del 200%. Gli italiani hanno il controllo dell’acqua e delle autorità". Salomón Salguero di ‘HR’: "È questa una delle concessioni più leonine che possano esistere. La richiesta dei cittadini di San Pedro Sula è che la commissione nominata dal Congresso nazionale indaghi sugli aumenti esagerati delle tariffe imposte dall’impresa italiana. Sino ad oggi questa impresa non ha investito neanche un centesimo, e se ha investito qualcosa come nella zona di Cofradía, l’acqua è pessima...". René Velásquez Amador direttore di ‘Mi País’: "Per le alte tariffe imposte alla popolazione, il Congresso della Repubblica dovrebbe in ultima istanza rivedere l’accordo con Aguas de San Pedro e giungere eventualmente a cancellare rapidamente il contratto stesso". (10)

Da parte loro, i manager del consorzio hanno fatto sapere che nel caso in cui il Congresso Nazionale dovesse intervenire per rimettere in discussione l’accordo, Aguas de San Pedro agirebbe in sede legale chiedendo 5 milioni di dollari per danni. Nessuna risposta invece relativamente agli investimenti infrastrutturali promessi, nonostante tre anni fa il BID-Banco de Desarrollo abbia approvato a favore del consorzio un prestito di 13 milioni e 700mila dollari a copertura del 25% circa di questi investimenti. Il contributo finanziario del BID rientrava in un piano più articolato teso ad incoraggiare l’investimento dei privati nel settore dei servizi chiave in Honduras (acqua, luce, telefoni, ecc.). Lo stesso BID ha assicurato crediti per 36 milioni di dollari ad una serie di programmi di privatizzazione e "sviluppo" municipale a San Pedro Sula.

Le linee guida della privatizzazione dei sistemi idrici in tutta Honduras sono state definite dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale quale condizione perchè il paese possa avere accesso a nuovi crediti finanziari. Nel 2000, la Wold Bank ha approvato un piano di aggiustamento strutturale sotto la condizione che in Honduras si approvasse un disegno di legge per la concessione alle imprese private dei sistemi di approvvigionamento idrico. Qualche mese dopo l’amministrazione di San Pedro Sula firmava l’infausto contratto con il consorzio Astaldi-ACEA-AMA & Soci e tre anni più tardi, ancora una volta sotto la presidenza di Ricardo Maduro, il Congresso onduregno approvava la nuova legge quadro sull’acqua che legittimava l’avvio dei processi di privatizzazione del settore e la svendita della risorsa al capitale transnazionale. Sfortunatamente anche l’Unione europea ha deciso di intervenire direttamente per facilitare la transizione al "libero mercato" dell’acqua grazie ai propri programmi regionali di "aiuto alla ricostruzione" del dopo l’uragano Mitch.

Ma contro il concetto dell’"acqua come merce", così come accaduto in Bolivia, Argentina ed Uruguay, la popolazione più povera dell’Honduras si è mobilitata, manifestando davanti al Congresso, bloccando le strade di Tegucigalpa, restituendo le bollette o finanche distruggendo i contatori in segno di protesta contro le nuove tariffe a San Pedro Sula.

Gli italiani sanno di rischiare parecchio a giocare con l’acqua. La grande impresa di costruzioni Astaldi, in particolare, è reduce da un tormentato contenzioso legale in Bolivia, a seguito della fuga dal cosiddetto "Progetto Misicuni" di Cochabamba. Qui l’Astaldi, in partnership con la società boliviana ICE Ingenieros, avrebbe dovuto realizzare un mega tunnel idrico di 19 chilometri per il collegamento alla diga e alla centrale idroelettrica del Río Misicuni che alimenta la città di Cochabamba. Incautamente si decise di scaricare gli ingentissimi costi dell’infrastruttura sulle tariffe dell’acqua erogata alla popolazione, previa concessione del servizio al consorzio privato "Aguas del Tunari". L`epilogo della vicenda è noto a livello mondiale: per lunghi mesi del 1999 la città fu al centro di violenti scontri e manifestazioni di piazza, fino a quando, uno dopo l’altro, fuggirono gli "investitori" stranieri. Astaldi fu la prima ad abbandonare il progetto per "insormontabili" difficoltà esecutive dei lavori di scavo in galleria. Poi fu la volta di IWL - International Water Limited, l’azienda con sede a Londra detentrice del pacchetto di maggioranza del capitale di Aguas del Tunari, accanto ad ICE Ingenieros (partner Astaldi nel Progetto Misicuni). Azionisti di IWL, rispettivamente con una quota del 50%, il complesso industriale-militare e delle costruzioni Bechtel (Stati Uniti) e la italiana Edison S.p.A., nata dalle ceneri di Montedison ed oggi in mano alla famiglia Agnelli, Tassara, Banca di Roma, Banca Intesa, IMI-San Paolo e alla compagnia elettrica francese Edf. Il mondo è proprio piccolo: la Bechtel, maggiore contrattista per la ricostruzione in Iraq, ha concorso - sconfitta dalla connazionale Parsons Transportation Group - alla gara per il Project Management Consulting in relazione alle attività di controllo e verifica della progettazione definitiva, esecutiva e della realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina. Dietro la Edison, invece, alcuni degli azionisti di riferimento e le maggiori banche creditrici di Impregilo General Contractor del Ponte sullo Stretto. La Banca di Roma, oggi in Capitalia, detiene infine il 4,6% delle azioni del Gruppo Astaldi.

I crimini del capitalismo italiano contro l’ambiente e i diritti umani non hanno frontiere.


Note
(1) Relativamente ai forti dubbi sulla regolarità della gara per il General Contractor della Terza Metropolitana di Roma per la contestuale presenza su fronti contrapposti delle due cooperative "rosse", si veda www.terrelibere.org/terrediconfine/index.php?x=completa&riga=01775.

(2) Il Gruppo Astaldi ha dichiarato di poter contare su un portafoglio ordini che a fine settembre ammontava a 5,3 miliardi di euro, dei quali più di un miliardo è stato acquisito nel corso dei primi mesi del 2005. Disaggregando il giro d’affari per area geografica, il gruppo ha ottenuto più della metà del fatturato (54,5%) all’estero.

(3) Pieno sostegno al megaprogetto infrastrutturale è giunto tuttavia dal presidente neoeletto Manuel "Mel" Zelaya, liberale. Il 14 dicembre 2005 Zelaya si è pure riunito con gli imprenditori nazionali e stranieri che finanziano Bahía de Tela, assicurando loro "la spinta e l’agilità che il popolo onduregno attende da più di mezzo secolo" (El Heraldo, 15 de diciembre de 2005).

(4) Fonte Unimondo.org. Vedi anche: www.terrelibere.org/terrediconfine/index.php?x=completa&riga=0704.

(5) Istituto Nazionale per il Commercio Estero, "Honduras. Rapporti Paese congiunti Ambasciate/Uffici Ice estero 2^ semestre 2003".

(6) La vicenda relativa al massacro degli abitanti del villaggio di San Juán, è documentata da André-Marcel d`Ans nel suo volume "Honduras. Difícil emergencia de una nación, de un Estado", Renal Video Producción, Tegucigalpa, 2005.

(7) Le gravi responsabilità ascritte alle società di José Lamas relativamente alla commercializzazione illegale di legname proveniente da aree e foreste protette sono descritte del rapporto "La Crisis de la Tala Ilegal en Honduras", pubblicato il 3 novembre 2005 negli Stati Uniti dall’Agenzia di Investigazione dell’Ambiente (EIA) e dal Centro per le Politiche Internazionali (CIP).

(8) "Gobierno cómplice del fraude de InterAirports", El Libertador, octubre de 2005, pp. 2-6.

(9) Ad un consorzio pressocchè analogo (ACEA-AMA-ENIA di Reggio Emilia e Astaldi) è stata recentemente attribuita la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani delle città di San Pedro Sula e Tegucigalpa.

(10) "Monopolio es Aguas de San Pedro", Flora y Fauna, Edición 43, 2004, p. 7.


Articolo pubblicato in Terrelibere.org il 20 dicembre 2005

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