I Padrini del Ponte

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Affari di mafia sullo Stretto

giovedì 6 gennaio 2011

Prime deportazioni per i “pirati” somali catturati dai militari USA

Dopo 25 giorni di detenzione nelle angustie celle ricavate a bordo dell’unità navale USNS Lewis and Clark, vera e propria “Guantanamo galleggiante”, la US Navy ha deportato in Kenya i sette presunti “pirati” somali catturati l’11 febbraio nel Golfo di Aden dopo un dilettantesco tentativo di abbordaggio del mercantile “Polaris”, battente bandiera delle Isole Marshall. Lo ha reso noto nel corso di un’audizione al Congresso degli Stati Uniti, il sottosegretario per la sicurezza internazionale, Stephen Mull.

“Le autorità keniane hanno assunto la custodia dei pirati con il fine di processarli rapidamente nel tribunale di Mombasa”, ha dichiarato Mull. “La US Navy li ha consegnati nell’ambito dell’accordo sottoscritto a gennaio tra il Dipartimento di Stato e il Kenya. Si tratta del primo tentativo della task force internazionale attivata nelle acque somale di condurre i sospettati di pirateria di fronte una corte regionale. Anche la Gran Bretagna ha un simile accordo con il Kenya”.
 
Il sottosegretario Stephen Mull, auspicando la costituzione in tempi rapidi di una corte internazionale per giudicare gli autori di atti di pirateria, ha informato i congressisti sull’intenzione dell’amministrazione Obama di estendere ad altri paesi africani la richiesta di processare e incarcerare i “pirati” che verranno catturati dalle unità militari USA e della coalizione alleata che incrociano il Golfo di Aden. Un accordo simile a quello sottoscritto con il Kenya starebbe per essere firmato con la Tanzania.
 
“La libertà di navigazione e la sicurezza marittima sono priorità dell’amministrazione Obama”, ha aggiunto il rappresentante del Dipartimento di Stato. “La strategia degli Stati Uniti d’America per sopprimere gli attacchi dei pirati prevede lo sviluppo della cooperazione multilaterale, lo sforzo per potenziare le autorità legali internazionali, la stretta collaborazione con le società di navigazione, il tentativo politico e diplomatico per ridare una maggiore sicurezza e stabilità alla Somalia”.
 
All’audizione con i congressisti ha partecipato pure il vice-ammiraglio William Gortney che ha fornito l’elenco ufficiale dei paesi che collaborano attivamente con la Combined Task Force 151 attivata sotto il comando della 5^ Flotta dell’US Navy con base in Bahrein. Alla crociata anti-pirateria partecipano con gli Stati Uniti, le navi da guerra di Arabia Saudita, Canada, Cina, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, India, Italia, Malesia, Olanda, Regno Unito, Russia, Spagna e Turchia, “alcune delle quali operanti come membri dell’alleanza e altre in ambito Nato”. “Presto – ha aggiunto Gortney – si aggiungeranno unità militari di Svezia, Belgio, Polonia, Giappone, Giordania, Singapore, Bahrain e Corea del Sud”.
 
Il Dipartimento di Stato ha fatto poi sapere che il 16 e 17 marzo si terrà in Egitto il secondo incontro del Gruppo di Contatto sulla Pirateria (GCP), costituito a New York nel gennaio 2009 e a cui partecipano una trentina di nazioni (tra cui l’Italia) e 5 organizzazioni internazionali (Segretariato dell’ONU, International Maritime Organization, NATO, Unione Africana e Unione Europea). All’ordine del giorno la pianificazione delle future strategie d’intervento politico-militare in Somalia e lo sviluppo di “nuovi meccanismi giuridici per contrastare i tentativi di assalti nelle acque somale”. Al Gruppo di Contatto, oltre ai paesi sopracitati, partecipano l’esautorato Governo di Transizione Nazionale della Somalia, Arabia Saudita, Australia, Belgio, Cina, Corea del Sud, Emirati Arabi Uniti, Francia, Germania, Giappone, Gibuti, Grecia, India, Kenya, Lega Araba, Olanda, Oman, Norvegia, Portogallo, Russia, Spagna, Svezia, Turchia e Yemen.
 
I rappresentanti dell’amministrazione Obama hanno invece omesso di notificare al Congresso il rilascio avvenuto lo scorso 4 marzo di altri nove cittadini somali catturati dalla marina Usa nel Golfo di Aden a metà febbraio, perché sospettati di aver tentato l’assalto ad un mercantile indiano. Nonostante i marines avessero dichiarato di aver trovato a bordo dell’imbarcazione in cui furono fermati “armi ed equipaggiamento comunemente usato negli attacchi di pirateria”, il Comando della CTF-151 si è dovuto arrendere di fronte all’inesistenza dei pur minimi elementi di prova per giustificare l’estensione della loro detenzione nel carcere galleggiante USNS Lewis and Clark e una successiva deportazione in Kenya. I nove sono stati consegnati ad una motovedetta della Guardia Coste della regione nordorientale somala del Puntland, dichiaratasi unilateralmente “autonoma” da Mogadiscio. Una pessima figura per i militari USA e la coalizione “anti-pirati” su cui le grandi agenzie di stampa internazionali hanno scelto il silenzio.

ASrticolo pubblicato in Agoravox.it l'11 marzo 2009 

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