I Padrini del Ponte

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Affari di mafia sullo Stretto

lunedì 17 gennaio 2011

Una Guantanamo galleggiante per i pirati del Corno d’Africa

Una piccola Guantanamo in navigazione nel Golfo di Aden dove imprigionare i cittadini somali sospettati di atti di pirateria. È l’aberrazione giuridica creata dalla Marina militare USA impegnata nella caccia ai sequestratori di petroliere e mercantili nelle acque del Corno d’Africa. L’unità navale USNS Lewis and Clark, normalmente utilizzata per il trasporto di equipaggiamenti e come deposito munizioni, è stata trasformata in un supercarcere dove detenere “in via temporanea” coloro che saranno catturati perché sospettati di prendere parte ad atti di pirateria nelle acque somale.

Per svolgere questa nuova missione che riproduce le famigerate “extraordinary renditions” della Cia e del Dipartimento della Difesa post 11 settembre, nella nave militare sono state realizzate alcune celle per “ospitare” sino a 26 presunti pirati. Secondo quanto dichiarato dal Comando della V Flotta USA di stanza in Bahrein, l’equipaggio della Lewis and Clark è stato ridotto da 158 a 118 marinai, e “nella parte della nave trasformata in area di detenzione, sono state deposte stuoie e coperte e sono state accantonate grandi quantità di cibo come riso e fagioli”.
Le premesse di una carcerazione ben al di là dell’umana sopportazione ci sono tutte. Ma la Marina USA tranquillizza: i detenuti non permarranno a lungo nella prigione galleggiante. In base ad un accordo il cui contenuto è “top secret”, sottoscritto a fine gennaio dal Dipartimento di Stato USA e il governo di Nairobi, i prigionieri verranno trasferiti in alcuni centri di detenzione del Kenya in attesa di essere giudicati da un tribunale nazionale.
 
Analoghi accordi di deportazione di cittadini sospettati di pirateria o terrorismo internazionale starebbero per essere firmati da Washington con Tanzania e Gibuti. Anche i Paesi dell’Unione europea starebbero ricorrendo alla formula delle Guantanamo flottanti e della consegna dei prigionieri somali a paesi terzi. Secondo quanto rivelato dal portavoce del Pentagono, Bryan Whitman, la Gran Bretagna avrebbe già sottoscritto con il Kenya un accordo analogo a quello firmato dagli Stati Uniti. La ministra della difesa spagnola, Carme Chacòn, nel confermare i contatti dell’Unione europea con alcuni paesi del continente africano per ottenere l’autorizzazione a trasferire in loco le persone catturate, ha dichiarato che il suo ministero sta valutando la possibilità d’imbarcare poliziotti di paesi africani sulle navi da guerra spagnole che pattugliano le coste somale. Madrid guiderà dal prossimo mese di maggio la task force navale Ue anti-pirateria.
 
La Lewis and Clark è giunta nelle acque mediorientali da quasi un anno e attualmente fa parte della “Combined Task Force 151”, la forza multinazionale a guida USA che conduce le operazioni di pattugliamento in un’area estesissima comprendente il Golfo di Aden, il Mar Rosso, l’Oceano Indiano e il Mare Arabico. Varata nel 2006, l’unità pesa 41.000 tonnellate ed è lunga 210 metri, ed è stata realizzata nell’ambito del “T-AKE Program” del Military Sealift Command, un programma dal costo di 4 miliardi di dollari che ha dotate l’US Navy di navi di supporto per i pronti interventi in qualsiasi scacchiere di guerra. La nuova Guantanamo mobile manterrà tuttavia inalterato il suo assetto di nave da combattimento, grazie ai due elicotteri SH-60 Seahawk ospitati. Il Seahawk è un velivolo utilizzato nella guerra anti-sottomarini e anti-nave ed è armato con missili AGM-114 Hellfire e siluri Mk 46, MK 50 ed MK 54.
 
Di navi galleggianti USA in giro per il mondo destinate alla detenzione illegale di cittadini stranieri sospettati di terrorismo, se n’era parlato in passato come variante del sistema creato dall’amministrazione Bush per la deportazione dei prigionieri delle guerre in Afghanistan ed Iraq. Lo scorso anno, il quotidiano inglese The Guardian aveva pubblicato gli stralci di un rapporto dell’organizzazione non governativa “Reprieve”, impegnata nella difesa dei diritti umani. Secondo il rapporto, ben 17 navi militari - prigione sarebbero state usate dal governo americano a partire dal 2001 per “detenere, interrogare, con metodi vicini alla tortura, e trasferire da un paese all’altro i prigionieri catturati”. Reprieve avrebbe pure documentato 200 casi di trasferimenti in prigioni segrete dislocate in paesi noti per violare sistematicamente i diritti umani; le “renditions” si sarebbero verificate tutte a partire dal 2006, anno in cui il presidente George W. Bush aveva assicurato la fine di operazioni simili.
 
 “Hanno scelto le navi per tenere le loro malefatte lontano dagli occhi dei media e degli avvocati delle associazioni umanitarie”, dichiarava a The Guardian l’avvocato Clive Stafford Smith, responsabile legale di Reprieve. “Nelle navi statunitensi non ci sono prigionieri”, era stata la secca risposta dell’US Navy. Oggi - presidente il democratico Barck Obama - la stessa marina è orgogliosa di annunciare l’allestimento del deposito munizioni - carcere flottante, emblema di nuove e vecchie barbarie.

Articolo pubblicato in Agoravox.it il 12 febbraio 2009

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