I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

venerdì 7 gennaio 2011

Crimini e Misfatti della Coca Cola

Sindacalisti e lavoratori colombiani sono vittima della politica di terrore della nota transnazionale di Atlanta. Nonostante l’impressionante lista di violazioni, l’impunità è generale e la Panamco-Coca Cola amplia i suoi interessi nel paese latinoamericano. Aumentano gli indizi di un patto scellerato con il paramilitarismo.

La Coca Cola e la società controllata Panamerican Beverages-Panamco S.A., partecipano alla guerra sporca contro il movimento sindacale in Colombia, paese assunto a modello dell’uso estremo della violenza per imporre la mondializzazione neoliberale e dove tutte le organizzazioni sociali di opposizione stanno per essere sterminate. La transnazionale Coca Cola è uno dei peggiori esempi della globalizzazione: mentre i suoi profitti crescono giorno dopo giorno, le condizioni dei lavoratori sono sempre più precarie.

“Stiamo affrontando un vero e proprio genocidio occupazionale, sociale e culturale che la transnazionale e le sue società imbottigliatrici hanno scatenato contro noi lavoratori, i nostri figli e le nostre spose” denuncia il sindacato colombiano SINALTRAINAL che rappresenta i dipendenti delle industrie alimentari e che da diversi anni lotta contro le politiche discriminatorie della maggiore produttrice di soft drink e della società Panamco, la sua più importante società d’imbottigliamento in America Latina.

Negli ultimi anni sono stati licenziati in Colombia più di 10.000 lavoratori della Coca Cola e sono stati sostituiti da manodopera temporale. Grazie ai contratti a tempo determinato, outsorcing e alla subcontrattazione dei servizi, la transnazionale evita i costi che le deriverebbero dai contratti a tempo indeterminato e dal versamento dei contributi sociali per pensioni e sanità. La transnazionale e le imprese che operano in franchising, inoltre, hanno progressivamente smantellato le garanzie conquistate dai lavoratori e consacrate negli accordi collettivi. Nel 1995 la Coca Cola è giunta a privare del servizio medico i familiari dei suoi impiegati, negando loro il diritto fondamentale alla salute.

Di fronte a questa situazione, i lavoratori degli impianti della Coca Cola si sono organizzati e mobilitati per difendere i loro diritti, ma la risposta della transnazionale è stata quella della sistematizzazione del terrore e della repressione. Negli ultimi 12 anni, sono stati assassinati in Colombia otto lavoratori della Coca Cola, quattro dei quali erano impegnati nelle vertenze per i rinnovi contrattuali. A causa delle continue violazioni perpetuate dai gruppi paramilitari, 48 operai sono stati costretti ad abbandonare le loro residenze e due di essi hanno dovuto chiedere asilo all’estero. “Sessantasette nostri colleghi sono stati minacciati di morte” denuncia il segretario generale di SINALTRAINAL Javier Correa. “Ci sono stati inoltre numerosi arresti illegali di dirigenti sindacali; le mobilitazioni e le proteste operaie sono state contrastate dalla militarizzazione delle fabbriche e in molti casi le scorte personali dei manager ed i corpi di sicurezza della Coca Cola sono stati utilizzati per aggredire l’organizzazione sindacale” (1).

I dirigenti dell’impresa incontrano pubblicamente i paramilitari ed appunto la contrattazione di gruppi armati per reprimere l’attività sindacale è stata uno degli strumenti più utilizzati dai responsabili degli impianti d’imbottigliamento della Coca Cola. Le minacce dei gruppi paramilitari all’interno delle fabbriche e nei municipi dove esse sono presenti sono un elemento permanente e causano il terrore tra i lavoratori e le comunità. Ci sono stati casi dove i gruppi armati d’estrema destra hanno fatto ingresso nelle imprese per riunire gli operai e costringerli a rinunciare all’affiliazione al sindacato. La paramilitarizzazione degli impianti è inoltre garantita dall’azione d’infiltrazione di agenti coperti tra gli “operai” per esercitare direttamente la pressione sui lavoratori con minacce e l’annuncio di situazioni di pericolo ai loro danni e ai loro familiari.

L’azione permanente dei gruppi paramilitari, in complicità con le forze armate ed i corpi di sicurezza dello Stato, è servita alla multinazionale per esercitare indebite pressioni sui dirigenti sindacali, obbligare i lavoratori a rinunciare ad i contratti di lavoro ed imporre bassi salari ai nuovi contrattati (2).

“Quando non hanno assassinato i dipendenti, li hanno perseguitati incarcerandoli e processandoli semplicemente per il delitto d’essere dirigenti sindacali” commenta Leonardo García, avvocato e consulente del sindacato. “Prima, SINALTRAINAL era un’organizzazione abbastanza grande ed oggi invece vive una condizione di forte debolezza. In pochi anni, gli affiliati al sindacato si sono ridotti da 5.400 a 2.300. Dopo ogni contrattazione collettiva arrivano i programmi dell’impresa che incentivano i licenziamenti” (3).

La coraggiosa denuncia dei lavoratori colombiani

La sistematica violazione dei diritti umani e lavorativi negli impianti della Coca Cola è oggi nota a livello internazionale grazie alla coraggiosa campagna di mobilitazione delle organizzazioni sindacali e delle ONG colombiane, che sono riuscite a riunire nel 2002, in tre differenti udienze popolari sui crimini della transnazionale, attivisti e dirigenti di importanti entità europee e del continente americano. Atlanta il 22 luglio, Bruxelles il 10 ottobre e Bogotà il 5 dicembre sono state le tappe di questo processo di costruzione di un vasto movimento sociale di solidarietà e lotta internazionale.

“Durante le udienze popolari di Atlanta, Bruxelles e Bogotà, abbiamo denunciato la Coca Cola per crimini, abusi ed oltraggi a danno degli operai colombiani” spiega Javier Correa. “Abbiamo evidenziato come la Coca Cola si sia riunita con alcuni gruppi paramilitari ed i problemi che hanno causato all’ambiente le imprese imbottigliatrici durante i vari procedimenti di produzione. Abbiamo denunciato  i trasferimenti forzati di varie giunte direttive di SINALTRAINAL e l’incendio delle sedi sindacali per cancellare ogni prova degli abusi delle aziende ed impedire che fossero denunciate penalmente. Nelle udienze ci sono state le testimonianze dei familiari dei lavoratori assassinati, dei dipendenti che sono stati incarcerati e che hanno sofferto in carne propria la persecuzione ed il terrore causati dalla politica della Coca Cola”.

“In Colombia – continua il rappresentante di SINALTRAINAL – adesso tentano di aggredire le nostre famiglie e di sequestrare i figli dei nostri compagni. Sono giunte al sindacato minacce scritte di morte, affinché gli iscritti abbandonino le città sede delle società imbottigliatrici. Quando l’organizzazione sindacale realizza proteste e meeting, gli impianti sono militarizzati dalla forza pubblica con la scusa che lì ci sono guerriglieri e terroristi. Si è arrivati al punto che quando un lavoratore s’iscrive al sindacato, la rispettiva famiglia è sottoposta ad una terribile pressione da parte dei dirigenti e funzionari della Coca Cola che la vanno a visitare. Chi non accetta, riceve immediatamente la lettera di licenziamento”. I lavoratori licenziati sono rimpiazzati da personale che deve lavorare negli impianti sino a 14-16 ore al giorno con una retribuzione mensile di 309.000 pesos (l’equivalente di 100 dollari), la quale non prevede la copertura degli oneri sociali.

Non sono mancati i casi in cui i lavoratori hanno preferito abbandonare ‘volontariamente’ il loro impiego a causa delle gravi pressioni ricevute. A Pasto, nel 1998, un impiegato della società imbottigliatrice della Coca Cola Embonar, Guillelmo Gómez Maigual, si è suicidato perché psicologicamente colpito dalla grave crisi economica dovuta alla decisione della transnazionale di non rinnovare il contratto di franchising con l’azienda locale. In conseguenza di questa decisione, 150 dipendenti erano stati licenziati ma avevano tuttavia continuato a lottare per ottenere un nuovo accordo con la Coca Cola. Alla vedova di questo dipendente non è stata riconosciuta la pensione e la Panamco Colombia S.A. ha riaperto l’impianto impiegando altri lavoratori con stipendi molto più bassi e senza il riconoscimento dei diritti contrattuali collettivi.

Il sistema di sicurezza montato all’interno degli impianti è fortemente repressivo; c’è il controllo costante degli impiegati da parte di videocamere.  “Le società imbottigliatrici della Coca Cola sembrano un carcere o un campo di concentramento” denunciano alcuni iscritti a SINALTRAINAL. “Quando i compagni vanno a fare i loro bisogni fisiologici sono seguiti da personale armato. Se la Coca Cola desidera disfarsi di gruppi di dipendenti, li sequestra chiudendoli all’interno di un ufficio e li costringe a firmare una lettera di rinuncia. Tutto ciò quando molti dei nostri colleghi sono stati incarcerati e processati con l’accusa di sequestro per il solo fatto di aver fatto ingresso negli uffici della direzione per reclamare il rispetto dei diritti dei lavoratori”.

La politica di produzione e sfruttamento delle fonti naturali da parte della Coca Cola contribuisce ad impoverire i colombiani e ad attaccare la stessa sovranità nazionale. “Mentre in Colombia i più poveri lottano per ottenere l’accesso all’acqua, lo Stato colombiano favorisce la transnazionale con prezzi inferiori di quelli che vengono pagati dai settori più poveri della popolazione” argomenta Javier Correa. Recentemente si è giunti al paradosso che la Coca Cola ha comprato 16.000 tonnellate di zucchero in Brasile per importarlo in Colombia e produrre le proprie bibite, e questo quando i piccoli coltivatori colombiani sono colpiti dalla caduta del prezzo internazionale dello zucchero e dalla competizione neoliberale di altri produttori mondiali.

Il caso più emblematico delle contraddizioni create dal sistema Coca Cola è tuttavia rappresentato dalla produzione di uno degli ingredienti caratteristici della bevanda, la foglia di coca. Da un lato gli indigeni ed i contadini che coltivano per cultura e tradizione la coca sono fortemente repressi dal “Plan Colombia” e dai programmi militari voluti dal Governo degli Stati Uniti. E mentre questo accade, un articolo eccezionale della Convenzione Internazionale sugli Stupefacenti del 1961 e del Protocollo di modifica del 1972, ratificati dagli Stati membri delle Nazioni Unite, autorizza la transnazionale all’acquisto sino a 1.000 tonnellate l’anno di foglie di coca in Perù ed in Bolivia, ed alla libera circolazione del suo estratto “decocainizzato”.

Le udienze pubbliche popolari contro l’impunità della Coca Cola

Più di 650 organizzazioni del mondo si sono riunite in occasione delle assemblee popolari di Atlanta, Bruxelles e Bogotà per sostenere la lotta dei lavoratori colombiani contro la devastante politica della Coca Cola, e per esigere il rispetto del diritto alla verità su ciò che è accaduto, alla giustizia di fronte ai responsabili delle atrocità ed alla riparazione integrale delle vittime.

“Pretendiamo che cessino le azioni violente della Coca Cola e che esse siano punite” si legge nella dichiarazione finale approvata dai partecipanti all’ultimo incontro di Bogotà (4). È stato inoltre deciso di presentare alla Coca Cola alcune proposte di riparazione non solo di tipo economico ma anche finalizzate a recuperare il tessuto sociale e non permettere che si perda la memoria collettiva di ciò che è accaduto in questi anni in Colombia.

“Chiediamo che la transnazionale finanzi l’acquisto e le spese di funzionamento della ‘Galleria della memoria storica e della ricostruzione della cultura’, dichiarano i partecipanti al Foro di Bogotà. “Per ciò che riguarda la ricostruzione del tessuto sociale è altresì fondamentale che la Coca Cola finanzi la pubblicazione e la diffusione di milioni di volantini che ricordino il sacrificio storico delle vittime. La transnazionale deve collocare un display in ognuna delle sue bottiglie con le fotografie dei lavoratori assassinati e versare mensilmente le pensioni vitalizie alle loro spose ed i loro figli. L’impresa fornirà gli strumenti necessari per la protezione dei dirigenti sindacali minacciati e implementerà le misure concrete per rimediare ai danni causati all’ambiente ed alla biodiversità dei colombiani (trattamento dell’acqua, riforestazione, recupero delle conche idrografiche, ecc.)” (5). Nel dichiarare il 22 luglio “giornata internazionale di protesta e mobilitazione contro la violenza delle transnazionali”, i partecipanti al Foro di Bogotà si sono impegnati a sviluppare azioni di massa in tutte le città che ospitano gli impianti della Coca Cola ed a realizzare per un anno, a partire dal luglio 2003, il boicottaggio internazionale contro i prodotti della compagnia.

La globalizzazione dei crimini

Gli eventi pubblici di Atlanta, Bruxelles e Bogotà sono stati importanti anche per fare il punto su come si stanno sviluppando in tutto il mondo le politiche repressive ed antisindacali del gigante delle soft drinks. “In altri paesi del Centroamerica, nelle Filippine, in Pakistan, India, Israele, Venezuela, ecc., - continua Javier Correa - il movimento sociale accusa la Coca Cola di utilizzare, direttamente o attraverso le sue filiali locali, l’assassinio, la violenza, la corruzione, il non rispetto delle leggi del lavoro, pur di raggiungere i suoi fini economici”.

Il caso più vicino a ciò che accade in Colombia è quello del Guatemala, dove il sindacato nazionale dei lavoratori della Coca Cola, STECSA, sta affrontando una dura negoziazione con l’impresa imbottigliatrice Panamco per difendere i contratti collettivi e le conquiste salariali degli operai. In Guatemala i lavoratori sono oggi vittima di gravi intimidazioni ed hanno subito il taglio unilaterale degli stipendi; l’impresa si è rifiutata di eseguire la manutenzione dei propri macchinari che hanno causato effetti negativi alla salute degli impiegati (6).

La Coca Cola, inoltre, ha operato in Guatemala negli anni ’80 allo stesso modo di come ha agito in Colombia”, denuncia SINALTRAINAL. “Si sono presentati assassini, sparizioni forzate, carcerazioni, licenziamenti. Ci sono stati colleghi torturati, portati via con la forza dalla polizia dalle imprese imbottigliatrici; colleghi che sono stati fatti sparire dai militari e che successivamente sono stati trovati morti, privi delle orecchie, delle narici, delle dita, gravemente mutilati. Lo stesso è accaduto in Venezuela dove esiste una forte persecuzione a danno dei lavoratori. In questo paese i colleghi hanno denunciato come la transnazionale, attraverso i mezzi di comunicazione di massa, abbia finanziato la campagna per far cadere il Governo di Hugo Chávez” (7).

Durante l’udienza pubblica di Bruxelles, alcune organizzazioni non governative hanno denunciato gli effetti negativi causati ad una comunità dell’India: essa si è letteralmente impossessata di un fiume e la popolazione deve comprarle l’acqua direttamente. Nello specifico, nel villaggio di Plachimada, nel distretto meridionale di Palakkad, la Hindustan Coca-Cola Beverages Limited ha sfruttato tutti i pozzi idrici esistenti, contaminandoli, e più di 750 famiglie di contadini sono state duramente danneggiate (8). Oggi, la Coca Cola si oppone alle legittime richieste della popolazione locale che chiede il rispetto e la restituzione delle fonti idriche.

Le udienze si sono soffermate altresì sul caso degli Stati Uniti, dove la transnazionale è stata accusata di aver attentato alla salute pubblica, per danni ambientali ed inquinamento delle fonti naturali. Ci sono stati inoltre, casi di discriminazione razziale: nella primavera del 2000, otto dipendenti hanno denunciato a New York il management della Coca Cola Company affermando di essere stati discriminati gravemente sul posto di lavoro, perché di popolazione nera.

Il genocidio di impiegati e sindacalisti

Una lunga serie di omicidi selettivi di lavoratori e dirigenti sindacali hanno segnato il cammino della Coca Cola in Colombia. Il primo di essi si è verificato nella città di San Juan de Pasto il 30 luglio 1990, quando fu assassinato con una pallottola alla testa, Avelino Achicanoy Erazo, impiegato della fabbrica d’imbottigliamento nel dipartimento di Nariño. In quei giorni i lavoratori erano in sciopero perché la transnazionale aveva rigettato le proposte di negoziazione del Sindacato Nazionale Colombiano dei Lavoratori delle industrie di Bevande (SINTRADINGASOL-SINALTRAINAL). Avelino Achicanoy Erazo era membro della giunta direttiva dell’organizzazione e stava guidando il comitato di sciopero.

Quattro anni dopo, l’8 aprile 1994, veniva assassinato José Eleasar David, iscritto a SINALTRAINAL ed impiegato dell’impianto della Coca Cola di Carepa, Urabá (Antioquia). Passavano dodici giorni e veniva assassinato un alto impiegato della filiale in Urabá, Luis Enrique Giraldo Arango, anch’egli rappresentante sindacale di SINALTRAINAL. Il 23 aprile 1995, un terzo lavoratore dell’impianto di Carepa veniva assassinato alla presenza della sposa e dei figli. Si trattava di Luis Enrique Gómez Arango, noto leader sindacale nell’importante zona bananiera colombiana.

Gli omicidi continuavano il 22 luglio 1996, quando veniva assassinato Martín Galeano, operaio della Embotelladora Roman S.A. della Coca Cola a Vallepudar (César). Questo omicidio veniva realizzato all’interno dell’impianto. Sempre nello stesso anno, il 5 dicembre, cadeva sotto il fuoco di un gruppo paramilitare, Isidro Segundo Gil Gil, dipendente dell’impianto di Carepa della Embotelladora Urabá S.A. della Coca Cola ed importante leader di SINALTRAINAL. Anche questo omicidio avveniva all’interno della fabbrica della transnazionale e come già successo con il caso di Avelino Achicanoy Erazo, in quei giorni, il sindacato stava portando avanti la contrattazione con l’impresa che aveva rigettato tutte le proposte di negoziazione. A Gil Gil propinarono uno sparo alla fronte ed altri quattro al lato sinistro del torace (9).

Dopo aver ucciso il lavoratore, il gruppo armato tentò di sequestrare un altro leader sindacale che tuttavia riuscì a fuggire. I paramilitari, infine, si diressero alla sede di SINALTRAINAL che distrussero ed incendiarono. Il giorno successivo lo stesso gruppo armato fece ritorno all’impianto d’imbottigliamento per riunire i lavoratori che dopo essere stati minacciati di morte, furono obbligarono a firmare le lettere di rinuncia al posto di lavoro. Ventisette impiegati abbandonarono l’impresa e decisero di trasferirsi ad altri dipartimenti del paese. Tutti i lavoratori che restarono nella fabbrica furono costretti a disdire la loro adesione al sindacato. Per oltre due mesi, i paramilitari s’installarono di fronte alla porta d’ingresso dell’impianto senza che la compagnia denunciasse il fatto all’autorità pubblica.

Per questo omicidio, il sindacato e la famiglia della vittima hanno messo sotto accusa la transnazionale nella figura del manager della società Bebidas y Alimentos de Urabá, Ariosto Milán Mosquera. Di lui erano noti a Carepa i legami con i gruppi paramilitari. A seguito delle denunce di SINALTRAINAL, il giudice spiccò mandato di cattura contro il direttore della fabbrica, il responsabile del settore produttivo e il capo paramilitare locale. Però il Tribunale decretò alcuni mesi dopo la liberazione e il proscioglimento dei tre imputati (10).

“Condanniamo lo Stato colombiano per la sua inefficienza, negligenza e cattiva condotta nelle indagini per la morte del compagno, e l’incenerimento della sede sindacale di SINALTRAINAL” commenta l’organizzazione sindacale. “Sino ad oggi non è stato condannato nessuno dei responsabili. Essi sono stati mantenuti nei loro incarichi dall’impresa ed uno di essi è arrivato a dirigere l’ospedale di Turbo, mentre i lavoratori della Coca Cola in Urabá sono stati vittima di trasferimenti forzati ed aggressioni che hanno causato immane sofferenze lavorative e familiari”. Lo stesso fratello di Isidro, Martín Emilio Gil Gil, consulente di SINALTRAINAL nella negoziazione contrattuale con la Coca Cola, fu costretto ad abbandonare il lavoro nella transnazionale dopo alcune gravi minacce di morte. Il 18 novembre 2000, la seconda moglie del leader sindacale assassinato, Lira Del Carmen Herrera Pérez, è stata sequestrata nella sua abitazione e successivamente assassinata sulla strada.

Altro leader del Sindacato Nazionale dei Lavoratori delle industrie delle Bevande (SINALTRAINBEC), caduto nella lunga campagna per il rispetto dei diritti lavorativi negli impianti della transnazionale, è stato Oscar Darío Soto Polo, assassinato il 21 luglio 2001 nella città di Montería (Córdoba). Anche questo omicidio è accaduto in pieno processo di negoziazione contrattuale, lo stesso giorno che una serie di organizzazioni sociali si erano mobilitate per commemorare l’anniversario della strage dei lavoratori della Coca Cola in Guatemala. Dopo l’omicidio di Oscar Darío Soto Polo fu organizzato uno sciopero nella fabbrica di Montería. Come risposta, il capo del settore della sicurezza dell’impresa accusò i dirigenti del sindacato di terrorismo. Cinque di essi furono incarcerati per sei mesi. Contemporaneamente sui muri della fabbrica apparve una scritta di minaccia contro i leader sindacali, firmato dalle Autodefensas Unidas de Colombia.

L’ultimo omicidio selettivo si è verificato recentemente: il 31 agosto del 2002, veniva assassinato Adolfo de Jesús Múnera López, ex lavoratore della Coca Cola nell’impresa d’imbottigliamento Roman S.A. di Barranquilla (Atlántico). Gli assassini aspettarono Adolfo de Jesús Múnera López all’ingresso dell’abitazione della madre per abbatterlo con alcuni colpi di pistola. Nella sua lunga vita sindacale aveva ricoperto importanti incarichi, come quello di vicepresidente della Centrale Unitaria dei Lavoratori – CUT (Sezione Atlántico), e di membro della giunta direttiva di SINALTRAINAL.

Nel 1997, la sua abitazione era stata perquisita da membri delle Forze Armate, e per questa ragione fu obbligato a trasferirsi in altre città. Fu così che la Coca Cola decise di licenziarlo per “abbandono del posto di lavoro”. Secondo l’organizzazione sindacale la perquisizione fu decisa a seguito delle segnalazioni del manager locale della Coca Cola, il signor Emilio Hernández, che lo aveva ingiustamente denunciato per terrorismo e ribellione. Múnera López si appellò all’autorità giudiziaria per essere reintegrato nella Coca Cola, ottenendo una sentenza a favore in primo grado. La compagnia presentò ricorso in appello e si rifiutò di riassumere il lavoratore. Il 22 agosto 2002, nove giorni prima della sua morte, la Corte Costituzionale gli inviò una lettera in cui si prefiguravano concrete possibilità di riassunzione.

“Múnera López era uno dei più appassionati sostenitori della campagna contro la Coca Cola” commenta il segretario generale di SINALTRAINAL Javier Correa. “Egli è stato assassinato quattro settimane dopo la realizzazione della Prima sessione dell’udienza pubblica internazionale nella città di Atlanta. La risposta della Coca Cola è stata assai intollerante. Quando apprendemmo la morte del compagno, organizzammo una protesta di due ore nella fabbrica di Barranquilla e prontamente la compagnia chiese al Ministero del Lavoro di dichiarare illegale questa protesta per eliminare giudiziariamente il sindacato ed ottenere così la possibilità di licenziare altri dipendenti”.

Lavoratori nel mirino

Accanto a questa lunga lista di omicidi selettivi di sindacalisti e lavoratori, la lotta contro l’arroganza imprenditoriale della Coca Cola è segnata da una infinità di violazioni dei diritti umani. Sono gli stessi dipendenti vittima degli abusi a raccontare le loro drammatiche esperienze. 

“Nel 1996, a Bucaramanga – ricorda José Domingo Flores – siamo stati arrestati e accusati di terrorismo e ribellione a seguito delle dichiarazioni di un testimone della stessa transnazionale. La Coca Cola, in complicità con i giudici e i procuratori del paese, ci denunciò quali appartenenti all’ELN, l’Esercito di Liberazione Nazionale. Per fortuna, in sede processuale fu possibile dimostrare la nostra innocenza. Eravamo cinque compagni: Álvaro Gonzáles, Luis Eduardo García, Luis Javier Correa, Sergio López ed io. Ci condussero in carcere dove fummo detenuti per sei mesi. Ci misero nel settore di massima sicurezza dove non esisteva altro che delinquenza comune. La cella era di un paio di metri quadrati e lo spazio era tanto angustio che se un compagno si distendeva l’altro doveva permanere in piedi. Il trattamento fu umiliante e degradante: era assai difficile fare perfino le proprie necessità fisiologiche e ci toccava di voltarci”. I cinque lavoratori della Coca Cola rimasero nella cella di massima sicurezza per quasi due mesi e le spose poterono incontrali solo una volta la settimana. “La cosa più grave – continua José Domingo Flores – fu che atterrirono i nostri colleghi di fabbrica, dicendo che se non abbandonavano il sindacato, gli sarebbe accaduto ciò che era successo a noi. Questo spiega come mai oggi i sindacalizzati a Bucaramanga sono pochissimi”.

“Negli anni ’80 la Coca Cola aveva un gruppo di uomini dell’intelligence in tutti gli angoli del paese” aggiunge Álvaro Gonzáles, uno dei lavoratori ingiustamente incarcerato a Bucaramanga nel 1996, per la falsa accusa dei funzionari. “L’ordine per questi uomini era di guadagnarsi la fiducia dei dipendenti e dei sindacalisti per infiltrarsi all’interno di SINALTRAINAL, definita dalla transnazionale una ‘organizzazione della sinistra, in contatto con i gruppi ribelli’. Abbiamo denunciato questa operazione d’infiltrazione all’interno del sindacato e siamo in possesso delle ammissioni della Coca Cola che voleva utilizzarla per penalizzarci e criminalizzarci”. Parallelamente, a partire del 1984, la transnazionale iniziò a patrocinare un’organizzazione sindacale con il fine di minare l’unità degli operai.

Nell’anno 1992 la Coca Cola è giunta a militarizzare i propri impianti nella regione di Santander (le fabbriche di Bucaramanga e Cúcuta), giustificando il fatto che ‘tutti i lavoratori della compagnia sono militanti di SINALTRAINAL’. E’ sempre nella imbottigliatrice di Bucaramanga, che è avvenuto di recente un grave abuso che ha avuto conseguenze giudiziarie. Il 7 giugno 2001, il manager del settore produzione, José Ignacio Quiroga, aggrediva fisicamente il dirigente di SINALTRAINAL, Álvaro González, che lo aveva invitato a non creare ostacoli ai lavoratori iscritti al sindacato che l’impresa, in modo arbitrario, aveva trasferito dai loro posti di lavoro per subcontrattare altri operai temporanei. Fu presentata una denuncia penale ed il giudice incaricato, il 20 marzo 2002, decideva la condanna di José Ignacio Quiroga Velasco alla pena di sei mesi di carcere ed al pagamento dei pregiudizi causati. Assicurandone nei fatti l’impunità, l’impresa Panamco Colombia S.A., ha deciso di trasferire il dirigente ad un altro impianto d’imbottigliamento. “Il menzionato funzionario, rappresentante della Coca Cola, ha fatto appello alla sentenza – denuncia SINALTRAINAL – e con un fatto senza precedenti è giunta una nuova sentenza che lo assolve per l’aggressione commessa, perché secondo il giudice, non possono essere ritenute valide le testimonianze dei lavoratori in quanto iscritti al sindacato”.

In questi ultimi mesi, Álvaro González è stato vittima di gravi atti di ritorsione. I giorni 9 ed 11 luglio del 2002, il sindacalista ha ricevuto alcune chiamate telefoniche in cui veniva minacciato di morte se non avesse pagato dieci milioni di pesos colombiani. Il 25 settembre avveniva un fatto abbastanza strano: alcuni sconosciuti giungevano al ristorante dove si trovava e del quale è anche comproprietario e sparavano contro un avventore, Luis Ernesto Celis, che moriva due giorni dopo. In un primo momento si pensò che la sparatoria si era verificata perché gli assalitori volevano impossessarsi dell’incasso del giorno. Il 5 ottobre però, la figlia di Álvaro González riceveva una chiamata telefonica da parte di un misterioso interlocutore che le diceva: “Suo papà è un figlio di puttana ed è il prossimo che uccideremo”.

“Ad ulteriore conferma dell’intolleranza, della persecuzione sindacale, della violazione del diritto d’espressione e d’opinione portata avanti dalla società imbottigliatrice di Bucaramanga – si legge nel comunicato di SINALTRAINAL - il 6 novembre 2002 è stato sospeso ingiustamente il contratto di lavoro per cinque giorni al dirigente di SINALTRAINAL Nelson Pérez Tirado, poiché egli ha distribuito ai colleghi la dichiarazione politica della seconda sessione dell’Udienza Pubblica Popolare contro l’impunità della Coca Cola realizzata nella sede del Parlamento Europeo a Bruxelles il 10 ottobre 2002” (11).

Come se ciò non fosse abbastanza, la repressione a Bucaramanga si è estesa agli ex dipendenti della transnazionale come nel caso di Alfredo Porras Rueda, leader sindacale, la cui abitazione era stata devastata nel 1997 da una perquisizione illegale eseguita dagli uomini della V^ brigata dell’esercito colombiano. Alfredo Porras Rueda è stato arrestato dagli appartenenti del ‘Grupo Gaula’ delle forze armate lo scorso 31 dicembre 2002. Nelle ore successive, attraverso i mezzi radiotelevisivi, il generale Jairo Duván Pineda, Comandante della V^ Divisione, lo ha accusato pubblicamente di essere membro ed ideologo del gruppo guerrigliero dell’ELN (12).

Alfredo Porras Rueda, sino al 1998, aveva lavorato per la società imbottigliatrice della Coca Cola, per poi rinunciare al proprio incarico a seguito delle minacce di morte, degli attentati e delle perquisizioni di cui fu vittima dopo le segnalazioni e le accuse dei funzionari della Coca Cola. A quel tempo egli era presidente di SINALTRAINAL della sezione di Bucaramanga; dovette abbandonare il paese per alcuni mesi ed al ritorno fu costretto a vivere di espedienti per garantire il sostentamento della sua famiglia. “E’ stato costume dei rappresentanti di questa trasnazionale accusare falsamente i suoi dipendenti di tenere vincoli con l’insorgenza per ottenere l’annichilimento del sindacato e delle conquiste operaie” è stato il commento di SINALTRAINAL che ha posto enfasi sul fatto che la detenzione di Porras Rueda è avvenuta solo tre settimane dopo la realizzazione a Bogotà dell’udienza pubblica sui crimini della Coca Cola (13).

Circa sei mesi fa, un altro impianto d’imbottigliamento è stato oggetto di una nuova incursione dei gruppi paramilitari. Il 2 ottobre del 2002, alle sei di mattina, quando davanti all’ingresso della fabbrica della Coca Cola della città di Barrancabermeja si stava realizzando una giornata di protesta sindacale, fecero ingresso due presunti paramilitari. Uno di essi fu identificato in Saúl Rincón, ex lavoratore dell’imbottigliatrice. “I due conversarono con Reinaldo González e Martha Yaneth Orduz, funzionari dell’impresa” ha denunciato il sindacato davanti ai magistrati. Tre giorni dopo, il presunto paramilitare Saúl Rincón fu visto circolare nuovamente attorno all’impianto; egli si avvicinò a Juan Álvaro Pulgarín, membro della giunta direttiva locale di SINALTRAINAL per dirgli che Reynaldo González, funzionario dell’impresa, gli aveva riferito che un sindacalista lo aveva accusato di essere un paramilitare, “però tutto questo già lo aveva saputo il ‘Gaby’ che è il capo paramilitare nella città di Barrancabermeja”. Successivamente, l’8 ottobre, nel quartiere popolare ‘20 de Enero’, apparve al vicepresidente locale del sindacato Juan Carlos Galvis, il presunto paramilitare e colui che lo aveva accompagnato il 2 ottobre all’impianto della Coca Cola. Trascorse un giorno e sotto la porta dell’abitazione del presidente di SINALTRAINAL, William Mendoza, anch’egli dipendente della compagnia, la moglie trovò una busta gialla al cui interno c’era l’avviso di suffragio che si utilizza per fare le condoglianze ai familiari per la morte di un congiunto, dove compariva la scritta: “Infine a Barrancabermeja, AUC”.

La famiglia di William Mendoza è stata perseguitata dai paramilitari sino ad oggi. Il 6 gennaio 2003, il presidente di SINALTRAINAL ha ricevuto una chiamata sul suo cellulare da parte di una persona che si presentò come John Jairo, il “responsabile politico delle autodefensas”. Undici giorni dopo, la figlia di William Mendoza ha ricevuto una chiamata da parte di uno sconosciuto. “Dove si trovano i tuoi genitori?” le ha chiesto l’anonimo interlocutore. “Dì loro che stiano molto attenti. Tu dove studi?". Lei rispondeva: “Nella scuola tecnico-commerciale" però lui l’ammoniva: “Non mentire. Tu studi nel ‘Collegio Diego Hernández’ e tuo fratello in questo momento sta lavando l’ingresso di casa. State molto attenti". Effettivamente la figlia del leader sindacale studia nel ‘Collegio Diego Hernández’ e il figlio stava facendo le pulizie dell’ingresso dell’abitazione e ciò lascia supporre che i paramilitari stavano vigilando la casa. Fortemente preoccupato per il chiaro messaggio di minaccia, il 22 gennaio, William Mendoza ha trasferito la propria famiglia in un’altra città, ma ha comunque espresso l’intenzione di voler continuare la sua attività sindacale a Barrancabermeja (14).

La “pulizia antisindacale” della Coca Cola in Urabà

L’altro dipartimento che insieme a quello di Santander è stato nell’occhio del ciclone della repressione ai danni dei lavoratori della Coca Cola, è Antioquia, la regione più violenta del paese. Qui, nella zona settentrionale di Urabá, sorge l’importante impianto d’imbottigliamento di Carepa, dove nel 1985, 17 operai sono stati costretti ad abbandonare il loro posto di lavoro per trasferirsi in altre città della Colombia [15]. E’ in Urabá che è stato portato a termine l’omicidio di Isidro Segundo Gil Gil e il fallito tentativo di sequestro del sindacalista José Cardona. “In Urabá nel 1995, le autorità arrestarono la prima giunta direttiva del sindacato” ricorda quest’ultimo. “Successivamente abbiamo dato vita ad una seconda giunta direttiva e negli anni 1996-97 hanno assassinato cinque nostri compagni. Nello stesso giorno che hanno ucciso Isidro Segundo Gil, alle due del pomeriggio, io fui sequestrato da otto paramilitari. Per fortuna riuscì a fuggire correndo per quasi quattro isolati fino a raggiungere la stazione di polizia. Lì denunciai che un dirigente della società imbottigliatrice mi aveva minacciato direttamente dicendomi che lui aveva parlato con i paramilitari e che essi dovevano farla finita con il nostro sindacato. Egli era in stretti legami con i paramilitari, gli regalava le bibite per le loro feste. Fui costretto a lasciare l’Urabá con due borse di vestiti per me, due per la mia bambina e due per mia moglie, e raggiungere la città di Medellín”.

Continua il racconto di José Cardona: “La polizia mi disse che non potevo tornare perché mi cercavano i paramilitari ma tutti sappiamo che essi lavoravano insieme, l’esercito, la polizia e i paramilitari. Il 2 dicembre, a Bogotà, ho appreso che i paramilitari erano entrati nella fabbrica di Carepa e che avevano riunito il personale per dire che tutti coloro che appartenevano al sindacato avevano tempo sino alle due del pomeriggio per rinunciare, in caso contrario essi non avrebbero più risposto per la vita di nessuno. Nello stesso computer dell’impresa furono preparate le lettere di dimissioni dei singoli lavoratori. Essi dovevano solo cambiare il nome di ogni iscritto”. Da un anno, José Cardona ha dovuto lasciare il paese per cercare asilo all’estero. “Nel dicembre 2001, i paramilitari hanno cercato me e altri compagni a Bogotà. Volevano assassinarmi perché non ero tornato in Urabá dove ‘avevo un debito pendente’ e per giunta avevo continuato nella protesta. Mi hanno vincolato ad un programma di protezione e ho dovuto abbandonare la Colombia e la famiglia”.

I manager della transnazionale incontrano Carlos Castaño

Gli stretti legami tra il fenomeno paramilitare ed i maggiori dirigenti della transnazionale hanno ricevuto conferme dirette da alcuni dei maggiori organi d’informazione del paese. “Lo scorso 5 ottobre – dichiara il segretario nazionale di SINALTRAINAL Javier Correa – abbiamo denunciato di fronte alle autorità che un funzionario della Coca Cola della imbottigliatrice di Barrancabermeja si è riunito con i massimi capi dei gruppi paramilitari. Secondo il settimanale Cambio, la Coca Cola nel 1998, si è riunita direttamente con Carlos Castaño a Montería. Questi fatti li avevamo denunciati prima, inutilmente, alla direzione generale dell’impresa di Bogotà”.

Vale la pena riportare la ricostruzione giornalistica del presunto incontro della transnazionale con il responsabile dei peggiori crimini della guerra sporca in Colombia, notoriamente coinvolto nel narcotraffico. Secondo Cambio, la vicenda prese origine da un tentativo di estorsione ai danni di un’impresa d’imbottigliamento della Coca Cola eseguito da un capo paramilitare. Nel mese di aprile del 1998, nella zona centrale di Puerto Boyacá, luogo dove storicamente ha preso vita il fenomeno paramilitare, i camion che distribuivano la Coca Cola furono fermati da appartenenti alle autodefensas della regione, agli ordini di Ramón Isaza. “Dissero loro che a partire da quella data, nessun prodotto della Coca Cola poteva più essere distribuito nella regione. Gli ordinarono di rientrare con il loro carico all’impianto d’imbottigliamento di Barrancabermeja, e di trasmettere il messaggio ai dirigenti dell’area di Puerto Boyacá, La Dorada, Mariquita, Honda, Cimitarra, Barrancabermeja, e di altri 30 municipi dei dipartimenti di Tolima, Cundinamarca, Caldas, Boyacá, Santander ed Antioquia, che l’ingresso della soft drink era vietato sino ad un nuovo ordine” (16).

Gli amministratori dell’impianto rimasero impressionati dall’inattesa minaccia soprattutto perché essa veniva dai paramilitari. Intervistato dai giornalisti del settimanale, Roberto Ortiz - presidente della compagnia Panamco-Indega, imbottigliatrice e distributrice di più del 97% dei prodotti della Coca Cola in Colombia, e vicepresidente della Panamco madre di Miami - dichiarava la contrarietà della transnazionale a qualsiasi forma di ‘collaborazione’ con gli attori armati. “Sono anni che combattiamo con la guerriglia in ampie zone del paese, subendo l’incendio di camion, il sequestro del personale, tutto questo perché la compagnia ha come politica il principio di non effettuare mai versamenti di denaro ai gruppi irregolari, sia che si chiamino guerriglia o autodefensas o incluso alla delinquenza comune, per garantire le nostre operazioni” (17).

Sempre secondo Cambio, una prima versione dei fatti ipotizzava che dietro la radicale misura adottata da Isaza “c’erano le proteste dei rivenditori della regione per la presunta riduzione dei margini degli utili nella vendita della Coca-Cola nei suoi differenti prodotti. Anche se il prezzo delle bevande è libero in Colombia, da un paio di anni alcune società imbottigliatrici imprimono sulle etichette un valore che definiscono ‘prezzo suggerito per la vendita al pubblico’, che inevitabilmente si è convertito in un tetto massimo per i rivenditori. E quando si tratta di regioni appartate, la differenza tra il prezzo suggerito e quello che il rivenditore paga al distributore, a volte non basta per coprire i costi del venditore finale”.

Mentre intanto si apriva l’inchiesta della Polizia, alla fine dell’aprile 1998, due rappresentanti del capo paramilitare Ramón Isaza si recavano negli uffici della Panamco di Ibagué per incontrarsi con i funzionari della fabbrica. Il messaggio fu chiarissimo: la Coca Cola avrebbe potuto far ritorno alla regione “solo quando avrebbe pagato un considerevole debito che i suoi distributori avevano con persone della zona, amiche di Isaza”. Passavano le settimane e il mercato locale sotto il controllo della Coca Cola iniziò ad essere conquistato dalle bibite Glacial, un’industria regionale il cui impianto principale si trova a Mariquita, Tolima, così come dai distributori delle grandi competitrici della transnazionale, le bibite Postobón della ‘Organización Ardila Lulle’, la quale è anche la società imbottigliatrice e distributrice della Pepsi Cola.

Fortemente preoccupati della caduta delle vendite nel Magdalena Medio, sempre secondo i giornalisti di Cambio, i dirigenti della Panamco chiesero l’intervento di un misterioso “organismo internazionale umanitario”, attivo nella regione e accertarono che il debito non aveva a che vedere con la Coca Cola, bensì con l’imbottigliatrice Glacial, che sino al 1996 era stata incaricata della distribuzione nella regione dei prodotti della compagnia di Atlanta. “Ciò che spiegarono i rappresentanti di Ramón Isaza – ha dichiarato a Cambio un funzionario della Panamco – era che Glacial aveva un debito con persone della regione a cui il capo delle autodefensas era legato. E poiché Glacial non era più il distributore della Coca-Cola, in quanto il compito era adesso realizzato dalla Panamco, era la Panamco che doveva pagare (…). Un alto funzionario dell’organismo internazionale che stava facendo da consulente delle imbottigliatrici della Coca-Cola, suggerì loro di avvicinare il capo delle autodefensas a livello nazionale, Carlos Castaño, l’unico che secondo il funzionario poteva convincere Isaza dell’assurdità di chiedere a Panamco il pagamento di un debito che era stato assunto da un altro soggetto” (18).

L’organismo internazionale iniziò con convinzione il compito di mettere in contatto la Panamco con Castaño e nel mese d’agosto il capo accettò di riunirsi con i dirigenti della società, alla presenza dello stesso Ramón Isaza. Cambio aggiunge che Rubén Darío Salazar, il manager della Panamco di Ibagué, viaggiò in segreto sino a Montería insieme al direttore commerciale. “Il giorno chiave fu il 15 agosto. I dirigenti si riunirono nella capitale del dipartimento di Córdoba con un emissario di Castaño. Non è chiaro se i funzionari della imbottigliatrice partirono da lì per un appuntamento personale con il capo delle autodefensas. La Panamco nega che i suoi dirigenti abbiano assistito all’incontro, ed i suoi portavoce affermano che con Castaño si riunirono solo i funzionari dell’organismo umanitario”.

Fu così che una delegazione partì da Montería lo stesso giorno per raggiungere l’accampamento semiselvatico ubicato tra le aziende agricole ‘El Diamante’ ed ‘El Venado’, a sud di Córdoba. “Secondo fonti dell’organizzazione non governativa che operava da intermediaria, essi decisero di portare al capo paramilitare due pacchi di Coca-Cola in lattina con l’idea che il gesto avrebbe facilitato la distensione dell’ambiente della riunione. Gli offrirono anche dell’acqua minerale della società avversaria come gesto conciliatore. Questo dettaglio e la loquacità di Castaño ruppero il gelo”.

Sembra che gli interlocutori abbiano toccato il cuore del boss paramilitare ponendo il tema delle pressioni cui l’azienda sarebbe stata sottoposta negli ultimi anni da parte dei gruppi insorgenti delle FARC e dell’ELN, enfatizzando come la imbottigliatrice fosse una “importantissima generatrice di occupazione e di ricchezza nel paese”.

“Noi non dobbiamo metterci in questioni economiche che danneggino il settore produttivo, cosa che invece fa la guerriglia” sarebbe stato il primo commento di Carlos Castaño. “Successivamente – continua il reportage di Cambio – si rivolse a Isaza dicendogli, come se si fossero già messi d’accordo sulle parole: “Ramón, noi non possiamo convertirci in mercenari contro le multinazionali. Il nostro obiettivo è la guerriglia”. Dopo il capo militare invitò gli interlocutori a pranzare con pollo, riso e patacones. Isaza s’impegnò con Castaño e con i suoi ospiti ad ordinare che fosse ritirato il veto contro la Coca Cola nel Magdalena Medio e con l’aiuto dell’ignoto organismo internazionale non governativo, fu definito un meccanismo di verifica per garantire che in un tempo determinato, tutti gli uomini di Isaza fossero debitamente messi al corrente della decisione che garantiva le operazioni della Panamco nell’area. “Non ci sono state negoziazioni né accordi che abbiano compromesso le società imbottigliatrici della Coca-Cola” fu il commento del dirigente Roberto Ortiz della Panamco-Colombia. Tuttavia già a partire del mese di ottobre del 1998 le vendite nel Magdalena Medio recuperarono il livello che avevano quando prese il via il divieto dei paramilitari. Nessuno conosce quale sia stato il prezzo pagato per rafforzare l’alleanza tra la transnazionale ed i protagonisti della guerra sporca nel paese.

Si chiede giustizia e riparazione negli Stati Uniti

L’atteggiamento del governo colombiano è stato di totale complicità con la compagnia nella sua politica di annichilimento dei diritti lavorativi. Prova di ciò è stata l’impunità in cui sono stati mantenuti i crimini e le aggressioni contro il sindacato ed i suoi dipendenti. Per questa ragione SINALTRAINAL ha presentato una denuncia penale contro la Coca Cola Inc. e la Panamco – Panamerican Beverages davanti alla Corte del Distretto Sud della Florida (Miami), invocando la cosiddetta legge ‘Alien Torts Claims Act (ATCA)’, approvata dal Congresso degli Stati Uniti nel 1789.

“La legge consente al nostro sindacato ed alle vittime di accedere alla Corte nordamericana e per questa denuncia abbiamo ricevuto il sostegno e la solidarietà della United Steel Workers e del Fondo Internazionale dei Diritti del Lavoro degli Stati Uniti” spiega il segretario di SINALTRAINAL, Javier Correa. “Inizialmente la denuncia che fu presentata alla Corte della Florida era una sola. Lo scorso mese di dicembre, la denuncie erano già quattro. Una per omicidio, una per sequestro; un’altra per tortura. L’ultima denuncia è per minaccia di morte”.

A causa del fatto che il giudice non ha potuto notificare l’atto giudiziario ad uno degli accusati di questo procedimento, il cittadino nordamericano Richard Kirby Keilland, originario di Key Biscayne, Florida, uno dei proprietari degli impianti della Coca Cola in Urabá, Florencia e Leticia, il procedimento è rimasto bloccato per molto tempo, tuttavia sembra che gli avvocati delegati dal sindacato negli Stati Uniti siano riusciti a trovarlo e ciò permetterebbe un primo passo nel processo.

Come spiegano i consulenti giuridici di SINALTRAINAL, lo scopo della denuncia presentata alla Corte nordamericana è innanzitutto di tipo preventivo. “Si vuole evitare che questi grandi crimini continuino. Ci chiediamo: quanti nuovi assassinii ci sarebbero senza queste denunce e le udienze popolari internazionali? E’ probabile che ciò non riuscirà a contenere gli omicidi, i licenziamenti, la persecuzione, però per lo meno tentiamo di spezzare il clima d’impunità, nel desiderio che esso non continui a caratterizzare la vita di ognuna delle imbottigliatrici della Coca Cola. Nel procedimento negli Stati Uniti, poniamo enfasi sul caso del sindacalista Gil Gil perché è il più aberrante. Lo assassinano all’interno della fabbrica in piena negoziazione contrattuale. Non contenti, fanno in modo che tutti gli iscritti al sindacato vi rinuncino. E lo fanno utilizzando il computer della stessa impresa. Come se ciò fosse poco, incendiano e saccheggiano la sede sindacale. Si denuncia inoltre la transnazionale e le sue imbottigliatrici perché tutte le imprese locali sono vigilate dalla casa madre, dalla Coca Cola Company. Esiste tra esse una relazione così stretta, come quella tra una madre e le proprie figlie. Esiste una inevitabile connessione ideologica tra chi assassinò il compagno Gil e la multinazionale....”.

Lo scenario d’impunità dei crimini della Coca Cola in Colombia è realmente sconcertante; quasi tutti i giudici chiamati ad indagare sulle violazioni non hanno punito, non hanno emesso ordini di cattura, non hanno riparato i danni causati. C’è più di una situazione che mostra la gravità del sistema giudiziario nel paese ed i legami tra i magistrati e le transnazionali. E’ sempre SINALTRAINAL a sottolineare uno dei casi più inquietanti: “Negli anni 96-97 denunciamo inutilmente a Jaime Bernal Cuellar che era il Procuratore Generale della Nazione, tutti i soprusi che la Coca Cola aveva commesso. Denunciamo la Coca Cola in Florida e prontamente la transnazionale ci controquerela penalmente per ‘ingiurie e calunnie’. Però, chi è l’avvocato della Coca Cola in questa denuncia contro di noi? Lo stesso Jaime Bernal Cuellar, ex Procuratore Generale della Nazione. Così uno può vedere integralmente la relazione che esiste tra lo Stato e le imprese. Come possono trovare e punire tra loro stessi i responsabili?”.

Le prime ammissioni di colpevolezza della Coca Cola Colombia

Tra le denunce che attendono da parecchi anni una sentenza da parte della giustizia colombiana c’è quella contro il manager dell’imbottigliatrice di Bucaramanga, José Gabriel Castro, ed il capo della sicurezza dello stesso impianto, responsabili della falsa accusa di ribellione che nel 1996 causò la carcerazione della giunta direttiva di SINALTRAINAL. Recentemente sono giunti tuttavia i primi timidi pronunciamenti contro le imprese coinvolte nel processo di marginalizzazione e violazione dei diritti sindacali. Il 29 settembre 2000, la giudice Fanny Cecilia Bahamon de Díaz, ha chiuso un procedimento dichiarando che l’impresa Embosan S.A., imbottigliatrice del gruppo Panamco Colombia S.A. a Bucaramanga, Cúcuta e Barrancabermeja, ha violato la convenzione collettiva del lavoro vigente, sottoscritta il 20 luglio 1994. L’impresa si è però rifiutata ad accettare il giudizio e ha presentato richiesta d’appello. Nonostante il parere negativo della Corte di Cassazione, Embosan ha dichiarato pubblicamente che non intende adempiere l’ordine emesso dalla giudice di reintegro dei lavoratori ingiustamente licenziati per subcontrattare altri lavoratori con salari ridotti.

Un caso simile si è verificato dopo la sentenza di un’altra giudice, il 7 dicembre 2001, che aveva condannato la Embotelladora de Santander - altra impresa del gruppo Panamco-Coca Cola - a pagare a SINALTRAINAL il valore delle quote decurtate ai lavoratori non sindacalizzati beneficiari dell’accordo collettivo ed i 20 giorni di salario dei lavoratori stabiliti nell’accordo collettivo, per i tre anni precedenti alla data della denuncia (ossia dal 29 giugno 1992 al 29 giugno 1995). L’impresa ha presentato istanza d’appello rifiutandosi di pagare la multa a SINALTRAINAL.

Il 19 giugno del 2002, un altro giudice della Repubblica di Colombia, ha modificato la condanna emessa sei mesi prima, di un anno di carcere ed una multa di 20 milioni di pesos ai danni di 11 imputati, tutti funzionari delle società imbottigliatrici della Coca Cola, per i delitti di violazione dei diritti di riunione ed associazione dei lavoratori. In cambio questo giudice ha condannato gli stessi funzionari al pagamento di una multa per il valore di cento salari legali mensili vigenti nell’anno 1995. Nonostante queste sentenze, l’amministrazione centrale della Panamco si è limitata a trasferire ad altre fabbriche i funzionari coinvolti.

L’ultima sanzione pecuniaria a danno della transnazionale è stata decretata il 12 agosto 2002 dal Direttore Territoriale dell’Ufficio del Lavoro e Sicurezza Sociale di Barrancabermeja. Egli ha multato l’impresa Embotelladora de Santander S.A., per 6 milioni 180 mila pesos colombiani per aver subcontrattato personale temporaneo invece di assumere lavoratori a tempo indeterminato. Però l’impresa si è nuovamente rifiutata di adempiere ed ha impugnato la sentenza per dilatare i tempi e sfuggire alle proprie responsabilità.

La trama degli interessi del capitale internazionale

Molto deboli sono le attenzioni che le denunce di SINALTRAINAL hanno ricevuto nella più importante organizzazione internazionale di promozione e vigilanza del lavoro, l’OIT-ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro). “Nonostante il grave genocidio di sindacalisti, l’OIL ha concesso un anno in più al governo colombiano per far fronte alle violazioni contro i lavoratori e non ha nominato una commissione d’inchiesta” dichiara il segretario del sindacato Javier Correa. “Ciò che si è verificato con l’OIL è assai preoccupante. I rappresentanti dei lavoratori sono in minoranza nell’organizzazione ed in questa condizione è assai difficile ottenere un pronunciamento a favore dei sindacalisti colombiani. Uno si domanda se gli omicidi e la persecuzione che esiste contro il movimento operaio nel paese non sono prova e motivo sufficiente perché l’OIL non nomini un relatore ed una commissione d’inchiesta. Attendono che sparisca il movimento sindacale in Colombia? C’è come una strategia, una situazione intenzionale per non affrontare ciò che stanno subendo determinati territori, in questo caso quello colombiano, strategici per il mondo”.

Una risposta alla cinica mancanza di considerazione del dramma colombiano può essere ricercata negli enormi interessi economici che le transnazionali hanno nel paese, e tra esse il ruolo della Coca Cola e dei suoi soci è uno dei più evidenti. Come segnalato dal sociologo ed economista Héctor Mondragón, attualmente in Colombia è in atto un forte confronto tra reti di imprese transnazionali che hanno legami di capitali incrociati e con il Governo. “Il maggiore azionista della Coca Cola è il principale azionista di American Express, che in questo momento è ben promossa in Colombia nei mezzi di comunicazione e che rappresenta la principale carta di credito al mondo” chiarisce Héctor Mondragón. “Questo gruppo è un importante azionista della Gillette e del colosso della chimica Great Lake Chemical; possiede un capitale azionario nella Nike, transnazionale che produce articoli sportivi e che ha ricevuto gravi denunce nel mondo per sfruttamento di minori. Lo stesso gruppo, articolato attorno agli investimenti della Warren Buffet e del fondo Berkshire Hathaway, possiede il 20% del capitale dell’importante quotidiano nordamericano Washington Post, garantendosi il controllo dei mas media. Esistono poi alleanze economiche tra la Coca Cola e la Nestlé per affrontare la competizione con altri gruppi transnazionali del settore alimentare, come la Unilever. Infine, il conglomerato Coca Cola-American Express–Gillette–Washington Post possiede connessioni con il maggior gruppo finanziario a livello mondiale, il Citigroup-J.P.Morgan-Chase, però con una propria dinamica” (19). Un esempio evidente del conflitto d’interessi nelle relazioni transnazionali-governo lo segnala ancora una volta Héctor Mondragón: “Oggi la viceministra del Lavoro è stata la legale della Coca Cola e della Nestlé. Si spiega così la facilità con cui si stanno licenziando i lavoratori delle due transnazionali in Colombia”.

Il neocolonialismo della transnazionale nel mercato colombiano

La Coca Cola giunge in Colombia per la prima volta nel 1926 e si stabilisce definitivamente nel 1942, grazie all’investimento di quattro industriali antioqueñi che mettono insieme 10.000 dollari per realizzare un impianto d’imbottigliamento a Medellín e successivamente altri tre a Cali, Bogotà e Cúcuta. La potente cordata di imprenditori antioqueñi rappresentata da Daniel Peláez, Alberto Mejía, José Gutiérrez e Hernando Duque (gruppo Fontibón) ha continuato sino ad oggi a dirigere la Panamco Indega, ampliando i propri interessi al settore alimentare, finanziario e della comunicazione radiotelevisiva.

A partire dell’anno 1951, la Coca Cola ha concesso il monopolio della produzione, dell’imbottigliamento e della distribuzione dei suoi prodotti nel paese alla Panamco Indega Colombia, filiale della Panamerican Beverages – Panamco di Miami (Florida), società controllata per il 24% del suo capitale azionario dalla Coca Cola Company, la quale ha anche due suoi rappresentanti nel consiglio d’amministrazione della Panamco (20).

La Panamco Indega è attualmente proprietaria in Colombia di tre grandi società produttrici (Bebidas y Alimentos de Urabá, Embotelladora de Santander, Embotelladora Román), di 20 impianti d’imbottigliamento, 71 distributori di bevande e di oltre 1.500 camion per il trasporto dei prodotti. L’impresa rifornisce più di 450.000 clienti, tra negozi, bar e ristoranti ed alla fine degli anni ’90 il suo fatturato è stato di 650 milioni di dollari, 65.000 volte di più del capitale investito appena 60 anni fa. La Panamco genera nel paese 9.600 posti di lavoro però dopo la campagna di licenziamento di migliaia di dipendenti con stabilità contrattuale, l’80% dei lavoratori sono subcontrattati. Il licenziamento massivo le ha permesso di ridurre i costi lavorativi di tre volte nel periodo 1990-2000. “I dipendenti assunti dall’impresa a partire del varo della Legge n. 50 del ’90, guadagnano tre volte meno di quanto guadagna un dipendente con contratto a tempo indeterminato ” denuncia SINALTRAINAL. “In pratica un lavoratore della Coca Cola riceve un salario minimo e i risparmi dell’impresa per la voce manodopera raggiungono i 250 milioni di dollari. Così la transnazionale in soli dieci anni si è garantita guadagni per 6.000 milioni di dollari e 3.000 milioni di questi, corrispondono a plusvalore generato dal capitale lavoro. Nello steso periodo il processo di accumulazione si è moltiplicato di 25 volte e il patrimonio dei proprietari della società è cresciuto di otto volte. In questo doloroso panorama di sfruttamento si può comprendere come la Coca Cola sia una delle imprese più redditizie del paese”.

Il modello di sfruttamento implementato dalla transnazionale è confermato dal valore dei capitali che essa ha esportato verso gli Stati Uniti nell’ultimo decennio, più di 250 milioni di dollari; inoltre il processo di accumulazione si è sviluppato senza significativi investimenti in Colombia. In realtà il sistema produttivo è totalmente autosufficiente e la Coca Cola può contare in Colombia su proprie imprese controllate per la somministrazione dell’acqua e dei recipienti e la fornitura degli ingredienti dolcificanti. Il misterioso concentrato è fornito dalla Coca Cola Servicio de Colombia, altra impresa di facciata della compagnia. La transnazionale ha installato perfino una propria fabbrica per la produzione di frigoriferi da consegnare ai rivenditori delle differenti regioni del paese e consolidare la propria presenza nel mercato. Straniero è il principale socio commerciale in Colombia della Coca Cola nel settore della programmazione finanziaria, la società McCann Erickson che gestisce i sistemi informatici della transnazionale.

La Coca Cola si affida sugli straordinari appoggi dell’autorità statale colombiana che le assicura esenzioni di imposte e riduzioni di tariffe doganali. Un esempio importante è quello della controllata Comptec, la principale fornitrice di bottiglie di plastica della multinazionale in America Latina. La compagnia ha sede nell’area industriale di Bogotà ed ha due filiali nelle città portuali di Buenaventura e Cartagena. In pochi anni Comptec ha moltiplicato le sue esportazioni al Centroamerica, a Perù, Bolivia, Brasile ed Ecuador raggiungendo un fatturato annuo di 12 milioni di dollari. Il segreto dei rapidi successi di Comptec nel mercato latinoamericano è rivelato da un periodico finanziario: “Comptec s’installò nella Zona Franca per ottenere i benefici di questa posizione, giacché la totalità delle materie prime e dei macchinari di alta tecnologia che utilizza sono importati. Nel caso delle materie prime che fanno ingresso alla Zona Franca e che sono destinate alle esportazioni, esse sono libere da gravami, non sono soggette a tasse doganali e al pagamento dell’IVA, e la materia prima per il mercato nazionale conta su un differimento finanziario giacché la tariffa doganale e l’IVA non si pagano quando essa giunge, ma solo al momento di trasformare le resine, il che significa un beneficio finanziario che può essere trasferito ai prezzi” (21). L’impresa non deve pagare neanche l’imposta sul reddito, che nel paese è del 35%. Un trattamento che nessuno dei piccoli e medi imprenditori industriali e agricoli si può sognare di ricevere in Colombia.

L’irresistibile fascino della regina delle soft drinks

Gli anni alla fine del decennio ’90, non sono solo quelli dell’oscuro accordo tra i dirigenti delle imbottigliatrici della transnazionale ed i capi paramilitari, ma rappresentano anche il periodo in cui la Coca Cola ha aumentato la propria presenza nel mercato delle bevande passando dal 51 al 65%. Con un investimento di 20 milioni di dollari, la Panamco Colombia ha inaugurato anche un altro impianto di produzione, Friomix del Cauca, ubicato a Caloto, con 350 dipendenti. Uomo chiave della repentina espansione delle vendite è stato l’allora manager della Coca Cola in Colombia, Salvador Almeida (22), messicano, il quale aveva vissuto la grave crisi economica del Messico nel 1995, dove però con un’aggressiva strategia di mercato era riuscito a conseguire la leadership della Coca Cola nel paese (23).

In un’intervista, Salvador Almeida ha spiegato la ricetta implementata: “In precedenza l’attenzione si era focalizzata sui nostri clienti (i canali di distribuzione) e, con il mio arrivo, abbiamo realizzato un cambio puntando ai consumatori con cui abbiamo sviluppato nuove relazioni”. Mentre la Panamco Indaga ha iniziato ad applicare nei suoi affari il ‘revenue management’, la tecnica di gestione utilizzata dalle aerolinee per cui esistono prezzi differenti per gli ordini secondo l’anticipo con cui si esegue l’ordine, la Coca Cola ha dato il via ad una campagna per rafforzare la propria immagine, collocando gratuitamente in negozi e ristoranti 100.000 frigoriferi ed aumentando il proprio budget pubblicitario di oltre il 50% (24). Il football nazionale ed internazionale è stato un altro importantissimo settore per ottenere la fiducia e la simpatia dei colombiani. “La Coca Cola non aveva partecipato negli ultimi 15 o 20 anni nel calcio professionistico in Colombia ed oggi ha una partecipazione nella squadra dell’Once Caldas, che è stata per noi importantissima perché ci ha permesso di essere presenti nella comunità di Manizales” ha chiarito il manager Salvador Aldeida. La soft drink ha ottenuto una presenza monopolistica negli stadi del paese e la Coca Cola, patrocinatrice della Coppa America di Football, è riuscita a far nominare la Colombia quale sede dell’edizione del campionato 2001.

In questa politica tesa a trasformare la propria immagine non sono mancati i programmi di beneficenza pubblica. L’avvicinamento alla comunità è stato realizzato grazie a Dividendo por Colombia, società che sostiene finanziariamente le famiglie povere, fondata dalla Coca Cola insieme ad altre transnazionali presenti nel paese (Procter & Gamble, IBM, Suramericana) ed alla catena di supermercati Éxito. “Sosteniamo inoltre la fondazione Colombia Emprendedora, grazie alla quale stiamo cercando di fornire un’educazione, sia nelle scuole pubbliche sia in quelle private, per la creazione di imprese ed imprenditori” ha aggiunto Aldeida nella sua intervista con i giornalisti di Dinero.

L’ex manager generale ha posto enfasi anche sul controverso tema della sicurezza della transnazionale. Alla domanda sulla situazione più difficile che egli aveva dovuto affrontare durante gli anni in cui aveva operato in Colombia, Salvador Aldeida ha risposto: “L’insicurezza. Abbiamo un prodotto di distribuzione massiva ed è stato assai difficile per noi affrontare questa situazione, che si è via via deteriorata. Abbiamo ricevuto attacchi ai nostri camion, ai nostri impianti, abbiamo sofferto sia la delinquenza comune sia quella organizzata. Il mio compito era quello di vigilare sulle nostre risorse umane, fisiche e, principalmente, sulla nostra gente. Per me, la cosa più difficile è la preoccupazione che qualcosa possa succedere ad esse” (25).

Il manager non nomina direttamente gli attori armati ma i dirigenti della Panamco non hanno perso l’occasione per denunciare le presunte ostilità ricevute dai gruppi insorgenti. In realtà i dati presentati dalla stessa transnazionale non sembrano comparabili con gli attentati e gli atti violenti di cui sono stati vittima altre importanti società straniere presenti in Colombia, soprattutto nel settore energetico-industriale. Un rapporto pubblicato dal settimanale Cambio parla dell’incendio di una decina di tir e camion distributori di bevande negli anni 91-92 a Remedios e Bucaramanga; dell’attacco con esplosivo il 10 maggio 1991 dei depositi della Coca Cola ad Itaguí (Antioquia); del blocco per un mese, nel febbraio 1992, del trasporto di bevande e birre nei dipartimenti di Boyacá e Casanare, da parte dei fronti 28 e 45 delle FARC, per ottenere il pagamento di un’“imposta mensile” di 60 milioni di pesos; del furto in Arauca, due anni dopo, di cinque automezzi distributori da parte dell’ELN; dell’attacco con bombe da parte del fronte urbano ‘Resistencia Yariguíes’ dell’ELN dell’autoparco della Coca Cola e dell’incendio di 25 veicoli, per costringere l’impresa a versare un “pedaggio” di 400 pesos per ogni cesto di bevande venduto (giugno 1995). I fatti più gravi sono stati commessi presumibilmente dall’Esercito di Liberazione Nazionale tra il 1997 e il 1998 con il sequestro di quattro impiegati della società distributrice della Coca Cola di Tibú (Norte de Santander) e gli omicidi di Edisón Tuistar e Ramón Siachoque Peñaranda, dipendenti del distributore regionale della transnazionale. Sempre nel 1998 la fabbrica di Barrancabermeja è stata oggetto del furto di otto camion e di un attentato dinamitardo che ha causato un ferito grave (26). Crimini sicuramente deprecabili però non comparabili con il genocidio e le gravi violazioni di cui sono stati contemporaneamente vittima i lavoratori delle imbottigliatrici della Coca Cola.

The militar-connection

I massimi dirigenti della transnazionale preferiscono non spiegare come abbiano contrastato il clima di ‘insicurezza’ in Colombia. Oggi però sappiamo che le maggiori compagnie che operano nei paesi più pericolosi dell’America Latina – tra esse spiccano la Coca Cola, la General Motors e la Allied Signal – iscrivono i propri dirigenti a corsi privati di tre giorni, dove per 2.500 dollari, istruttori militari li addestrano ad “affrontare criminali, sequestratori e terroristi”. La società di addestramento prescelta dalla Coca Cola per i suoi dirigenti dell’area latinoamericana è la ‘International Training Inc., ITI’, con sede a Dilley, Texas. Qui, un’équipe di dieci ex ufficiali guidata da Robert Lukens, già in forza al Centro per le Investigazioni Speciali dell’Aeronautica militare degli Stati Uniti, spiega agli alti dirigenti “come riconoscere il pericolo, evitare di trasformarsi in un obiettivo d’attacco, guidare un auto a 150 chilometri l’ora e sparare per sfuggire a situazioni di pericolo” (27).

La “International Training Inc. – ITI”, è stata fondata nel 1989 da due ex ufficiali del settore spionaggio dell’US Air Force, Jerry Hoffman e Gerald Smith in una zona rurale della Virginia per addestrare originalmente funzionari federali; nel giugno 1998 sono state inaugurate le installazioni del Texas per ospitare i numerosi clienti privati dell’America Latina (28). Attualmente la compagnia fa parte di una holding attiva negli affari della sicurezza, con base in Ohio e guadagni per oltre 190 milioni di dollari l’anno, di proprietà della ‘Kroll-O’Gara’. La ‘Kroll-O’Gara’ è proprietaria della ‘Kroll Associates’, un gruppo corporativo d’intelligence, e della ‘O’Gara-Hess & Eisenhardt Co.’, la quale costruisce auto blindate per capi di stato ed alti comandanti militari ed arma veicoli da guerra come gli M1114 ed i M1109 (‘High Mobility Multi-purpose Wheeled Vehicle’ – Blindati con grande mobilità multiuso), i quali sono stati utilizzati dalle forze armate degli Stati Uniti nelle recenti campagne in Somalia e Bosnia (29). Nell’agosto 2001, la ‘O’Gara-Hess & Eisenhardt Armoring Company’, è stata acquisita dal gigante del settore dell’industria militare, ‘Armor Holding Inc.’, compagnia che fornisce un’amplia gamma di prodotti e servizi ai militari e alla polizia degli Stati Uniti e che vanta guadagni annui per 300 milioni di dollari (30).

La lotta per il controllo del mercato delle bevande

Si chiama Postobón l’impresa leader colombiana nel settore delle soft drinks che sta affrontando la Coca Cola nella battaglia per il monopolio del mercato nazionale. Proprietà di uno dei più importanti imperi finanziari del paese, la ‘Organización Ardila Lulle’, azionista dei maggiori canali televisivi della Colombia, Caracol y RCN, Postobón controlla le note marche di bevande gasate Colombiana, Manzana e Naranja, i succhi di frutta Hit e Mango Viche, la birra Cristal Oro, le acque Agua Cristal e Agua Caribe, la bevanda isotonica Squash e Malta Leona (31). Sino al 1999, la Colombia era uno dei pochi paesi al mondo dove i consumatori preferivano una soft drink nazionale alla cola nera, e Postobón è riuscita ad essere una delle pochissime compagnie che ha superato la Coca Cola nel mercato locale. Alla vigilia del XX secolo però, Postobón, ha visto ridursi al 33% la propria presenza nelle vendite (32).

Ciò è stato causato dall’aggressiva strategia di mercato della Coca Cola e dal lancio di nuovi prodotti per occupare altro spazio tra i consumatori. A partire del 1996 la transnazionale ha introdotto bevande come Quatro, Taí e alla fine del 1999 con Manzana Lift, facendo incursione con quest’ultima in un settore che controlla il 10% del mercato totale delle bibite gasate e che è uno dei punti di forza della ‘Organización Ardila Lulle’, grazie a Colombiana, una delle bevande più popolari nel paese. Con investimenti per lo sviluppo di bibite con sapore alla mela per 12 miliardi di pesos, la Coca Cola vuole ripetere il successo ottenuto in Messico, dove in soli tre anni è riuscita a quadruplicare le sue vendite, giungendo a 86 milioni di casse e ad essere la seconda marca più venduta della multinazionale (33). La Coca Cola è riuscita a consolidare la sua supremazia con la Sprite, dopo un suo rilancio con un nuovo sapore. Altri duri colpi al gruppo Postobón sono venuti dall’acquisto da parte della Coca Cola Company delle marche della ‘Cadbury Schweppes’ per 700 milioni di dollari (34), e dal lancio nell’agosto 2000 di una bibita isotonica idratante, Powerade, che presto ha ottenuto il 15% del mercato insieme a Gatorade (Gruppo Quaker) e Squash (Gruppo Postobón) (35).

La discesa nelle vendite e la smisurata ambizione della Panamco-Coca Cola hanno spinto la ‘Organización Ardila Lulle’ a cambiare il proprio atteggiamento verso la maggiore avversaria della cola nera, la Pepsi Cola, di cui Postobón è produttrice e distributrice in Colombia. In tacito accordo con la casa madre della Pepsi, sino all’anno 2000, Postobón aveva puntato alla valorizzazione dei propri prodotti e ad anteporre il proprio logo a quello delle marche della transnazionale. Per contrastare il dominio della Coca Cola, la ‘Organización Ardila Lulla’, ha iniziato a dare protagonismo alla Pepsi, che è passata ad essere parte dell’immagine sociale di Postobón, comparendo nelle facciate degli impianti di produzione, dei frigoriferi e dei camion della compagnia. Per conquistare i consumatori più giovani del paese, Postobòn ha investito inoltre 20 miliardi di pesos per introdurre il nuovo sapore della Pepsi, ed ha accettato di imbottigliare e distribuire per la prima volta la bibita 7Up, correndo il rischio che questo prodotto entri in competizione con alcune delle sue bibite. Il fine di questa strategia è evidente: la Pepsi-Postobón tenta di conquistare in meno di due anni il 30% del segmento delle cola nere, che a loro volta rappresentano il 50% delle vendite totali del mercato delle soft drinks, con un giro d’affari di circa 600 miliardi di pesos l’anno (36).

Tra ribassi fittizi e rincari reali

Per affrontare il gigante mondiale delle bibite gasate, a partire del gennaio 2000 Postobón ha scatenato una guerra dei prezzi che ha fortemente condizionato il mercato e la libertà di scelta dei consumatori. Oggi in Colombia è sempre più meno caro bere soft drinks che ordinare acqua minerale ed il consumo dei succhi di frutta naturali diminuisce repentinamente nonostante la gran produzione di prodotti tropicali. Questa guerra a colpi di ribassi è iniziata con la riduzione del 33% del prezzo al pubblico dei succhi Hit-Postobón. Due giorni dopo, la Panamco ha ridotto del 30% il prezzo della Coca Cola al consumatore e del 40% al rivenditore. In conseguenza la bottiglia da 6,5 once, che rappresenta l’11-12% delle vendite totali dell’industria, arrivò a costare 200 pesos (oggi è di 400 pesos). Progressivamente la riduzione dei prezzi si è spostata alle bottiglie di dimensioni maggiori e in particolare agli invasi non restituibili. Con questa strategia le compagnie hanno spinto verso un aumento nella domanda e dopo alcuni mesi, Postobón e la Panamco hanno riconosciuto incrementi nelle vendite del 30% (37).

Tuttavia questa politica ha beneficiato assai poco i consumatori poiché si calcola che quasi il 45% dei rivenditori non ha trasferito i ribassi al pubblico, così sono rimasti nelle mani dei commercianti i guadagni dovuti alle differenze di prezzo, con la giustificazione degli alti costi dell’elettricità di cui necessitano per raffreddare le bibite.

C’è da aggiungere che la guerra dei prezzi è scoppiata dopo che nel 1999 SIC-Superindustria (la Superintendenza dell’Industria e del Commercio) aveva avviato un’indagine sulle grandi industrie di bevande per un presunto “accordo sui prezzi”. Nello specifico, la SIC, che ha la funzione di verificare in via preliminare le infrazioni alle disposizioni di legge sulla promozione della competizione e sulle pratiche commerciali restrittive, sospetta che l’aumento dei prezzi registratosi negli anni 1997-98 delle soft drinks sia stato frutto di un accordo tra la Panamco-Indega, Postobón e Bavaria. L’inchiesta si rifà a quanto avvenuto nei primi giorni del mese di maggio 1997, quando la Panamco per prima, e Bavaria e Postobón dopo, incrementarono il prezzo delle loro bibite. Le tre compagnie concordarono il prezzo della bottiglia da un litro, mentre Postobón e la Panamco fissarono prezzi uguali per le bottiglie da 2 litri, un litro e mezzo, da 12 e 6 once, e per i prodotti in lattina. Il 13 giugno 1998 le tre compagnie, in maniera simultanea, incrementarono nuovamente il prezzo delle bibite e lo stesso accadde il 12 settembre 1998. La SIC ha messo sotto inchiesta queste società anche per essersi ripartite il mercato, vale a dire per essersi accordate nel suddividere le aree di vendita tra produttori e distributori. La SIC “ha incontrato elementi che le tre imprese assegnano zone esclusive ed escludenti ai loro distributori, i quali sono aziende indipendenti e che hanno diritto alla libera competizione” (38).

Un comportamento detestabile che se fosse stato provato giudiziariamente, poteva costare alle imprese sanzioni che vanno dal pagamento di 3.000 salari minimi mensili sino alla loro liquidazione. La Colombia è però il paese dispensatore d’impunità e nessuna misura è stata presa per penalizzare il presunto accordo di cartello.

Oggi la lotta è finalizzata alla ricerca del consenso di sempre più ampli segmenti di popolazione giovanile, la più sensibile alle persuasive campagne pubblicitarie delle compagnie. In questo senso vanno rilevate le amare conclusioni di SINALTRAINAL all’udienza popolare di Bogotà sui crimini della Coca Cola: “Quando qualcuno beve una Coca Cola deve ricordare le testimonianze che qui ci hanno fatto i compagni. Quest’immagine relativamente giovanile, apparentemente felice che la Coca Cola proietta nei suoi spot non è altro che un’immagine che riflette tutta un’azione macabra, tutta una politica finalizzata ad accumulare sempre più capitale”.

Note

(1) Le dichiarazioni del segretario generale di SINILTRAINAL e dei lavoratori della Coca Cola riportate in questo rapporto sono state raccolte dall’autore in occasione della Terza Sessione dell’Udienza Pubblica sui Crimini della Transnazionale, tenutasi a Bogotá nei giorni 5 e 6 dicembre 2002.

(2) Foro situación laboral en Colombia, “Declaración política. Segunda sesión Audiencia Popular ’Héctor Daniel Useche Berón’”, Bruxelles, 10 ottobre 2002.

(3) Foro situación laboral en Colombia, “Declaración política. Primera sesión Audiencia Popular ‘Héctor Daniel Useche Berón’”, Atlanta, 20 luglio 2002.

(4) Per conocere i contenuti della dichiarazione finale dell’Udienza pubblica popolare di Bogotà, si consulti la pagina web www.terrelibere.it/cocacolacolombia.htm.

(5) Udienza pubblica popolare ‘Colombia Clama Justicia’, “Riparazone integrale delle vittime”, Bogotà 5 dicembre 2002, in www.terrelibere.it/cocacolacolombia.

(6) Resource Center of Americas, “Guatemala: Coca-Cola Workers’ Union Threatened”, Press communicate, October 16, 2002.

(7) Lo scorso 16 gennaio, soldati della Guardia Nazionale del Venezuela hanno occupato l’impianto d’imbottigliamento della città di Valencia di proprietà della Panamco-Coca-Cola, la quale è accusata di aver accaparrato i prodotti durante il cosiddetto "paro cívico" contro il governo. (“Soldados toman plantas de bebidas en Venezuela”, 17 de enero 2003, Actualizado: 9:19, CNN en español).

(8) R. Kalyadan, “India: Coca-Cola swallows villagers' fresh water”, Green Left Weekly, May 22, 2002.

(9) L’omicidio di Isidro Segundo Gil Gil fu eseguito dopo che il dirigente dell’impresa Rigoberto Marín fu visto parlare con i paramilitari appartenenti alle AUC (Autodefensas Unidas de Colombia).

(10) Cfr. David Bacon, in Znet http://www.zmag.org/ltaly.

(11) SINALTRAINAL, “Denuncia pública: ‘Sigue la represión contra los trabajadores al servicio de Coca Cola y organizados en SINALTRAINAL”’, Bogotà, novembre 2002.

(12) Sino al 3 gennaio del 2003, Alfredo Porras non era stato posto a disposizione dell’autorità competente e permaneva nelle installazioni della V^ Brigata a Bucaramanga.

(13) Dirección Nacional SINALTRAINAL–Colombia, “Detenido ex trabajador de Coca Cola en Colombia”, Bogotà, 3 gennaio 2003.

(14) S. Nicholson “Urgent action needed for SINALTRAINAL leader William Mendoza”, Montana Human Rights Network, January 23, 2003.

(15) A. Mazzeo, “Coca Cola Crimes”, agosto de 2001, www.terrelibere.it/cocacola.

(16) “Los paras contra Coca-Cola”, in Cambio, 8 febbraio 1999, pp. 14-21.

(17) Ibidem.

(18) Ibidem.

(19) Nel consiglio di amministrazione del Morgan-Chase compaiono membri e dirigenti di altre note transnazionali, tutte con forti interessi in Colombia: le imprese petrolifere Exxon-Mobil, Chevron-Texaco e BP-Amoco; la Honeywell (filiale della General Electric); il gigante delle telecomunicazioni AT&T, le compagnie della chimica Du Pont e Monsanto (l’ultima produttrice del glifosato utilizzato nelle fumigazioni della coca); la United Technologies che produce la metà degli elicotteri del Plan Colombia.

(20) L’88% del fatturato della Panamco è attualmente generato dalla produzione e dalla commercializzazione in America Latina delle bibite con marca Coca Cola, mentre il resto deriva dalla distribuzione nel mercato sudamericano delle note birre europee Kaiser ed Heineken.

(21) “Los genios de las botellas”, in Dinero, 12 febbraio 1999, pp. 56-58.

(22) Nel giugno 1999, Salvador Almeida ha lasciato la Colombia per trasferirsi a Buenos Aires, dove ha assunto l’incarico di manager della Femsa, la seconda più grande società d’imbottigliamento della Coca Cola in America Latina. Nuovo presidente della Coca Cola de Colombia, è stato nominato l’ecuadoriano José Luis Murillo, già dirigente della società in Ecuador e Bolivia.

(23) I metodi utilizzati per monopolizzare il mercato messicano delle soft drinks sono stati denunciati dalla ‘Cooperativa Pascual’, produttrice della bevanda storica nazionale Boeing: mazzette ai politici per ottenere licenze esclusive di vendita e regali ai rivenditori per eliminare la distribuzione dei prodotti della Cooperativa. In un panorama segnato dalle gravi violazioni dei diritti dei lavoratori, la transnazionale ha potuto contare in Messico su dirigenti di altissimo profilo politico e finanziario: direttore della Coca Cola è stato Vicente Fox, oggi presidente della Repubblica mentre presidente della più grande compagnia d’imbottigliamento della Coca Cola nel paese, la “Fomento Económico Mexicano”, è uno degli uomini più ricchi dell’America Latina, Eugenio Garza Laguera. Quest’ultimo vanta un patrimonio personale di 2.100 milioni di dollari ed una partecipazione del 25% nel ‘Grupo Financiero Bancomer’, la seconda banca del Messico. Nel marzo 1999, Bancomer si è dichiarata colpevole di esportazione illecita di denaro agli Stati Uniti (In Dinero, n. 87, 2 luglio 1999, p. 68).

(24) Nel marzo 2000 la Coca Cola ha investito altri 17.000 milioni di pesos in una nuova campagna pubblicitaria per migliorare la propria immagine nel paese.

(25) “Las lecciones de Coca-Cola”, in Dinero, 18 giugno 1999, pp. 64-67.

(26) Nel 1998 sono stati assassinati due distributori della Coca Cola, uno a Cali e l’altro all’interno della Universidad de Bogotà, tuttavia gli investigatori non hanno accertato la matrice politica degli omicidi.

(27) Nel centro di addestramento esiste uno speciale decalogo per affrontare potenziali situazioni di pericolo; tra le raccomandazioni si può leggere ad esempio: “Se un pistolero è posizionato ad un lato della via o di fronte, premi l’acceleratore e dirigi l’auto verso l’assassino invece di cercare di schivarlo. Con un auto a tutta velocità che si dirige verso di lui, l’assassino non potrà puntare con attenzione”.

(28) J. Akasie, “Contra el terrorismo, entrenamiento”, Dinero, 28 settembre 1998, pp. 124-127.

(29) Le industrie militari della compagnia ‘O'Gara-Hess & Eisenhardt’ sono ubicate a Fairfield, Ohio (USA), vicino Cinchinnati. L’impresa possiede diverse filiali al mondo che producono sistemi militari per i rispettivi mercati regionali: a Lamballe Cedex (Francia), Città del Messico e Guadalajara (Messico), San Paolo e Recife (Brasile), Torino (Italia), Ginevra (Svizzera) – le ultime due inviano la produzione al redditizio mercato di guerra del Medio Oriente e dell’Africa. ‘O'Gara-Hess & Eisenhardt's’ possiede anche una filiale in Colombia (Bogotà) che realizza auto blindate per lo Stato e per clienti privati.

(30) Le quotizzazioni azionarie della ‘Armor Holding Inc.’ nella borsa di New York hanno registrato nel corso del 2001 una crescita del 31%, e la rivista Fortune ha nominato il conglomerato con sede in Florida, come una delle “100 imprese con il maggiore sviluppo negli Stati Uniti”. La ‘Armor Holding Inc.’ è specializzata in prodotti e servizi di sicurezza e possiede centinaia di filiali che producono e commerciano di tutto, dai giubbotti antiproiettile e le polveri per prelevare le impronte digitali ai servizi di disattivazione delle mine terrestri. La ‘Armour Group’, sezione-servizi della ‘Armour Holdings’, è stata recentemente contratta dal governo di Londra per organizzare i sistemi di sicurezza delle ambasciate britanniche, dopo che un diplomatico è stato assassinato in un attentato con bomba di cui si è ipotizzato la relazione con Al Qaeda. (Consorcio Internacional de Periodistas Investigativos (Icij), “La guerra privatizada”, Semana, 11 novembre 2002, pp. 66-70).

(31) Nel 1999 la ‘Organización Ardila Lulle’ ha fatto ingresso nel redditizio sistema delle telecomunicazioni e dei cellulari. Nella produzione di birre i capitali di Ardila Lulle si sono incrociati con quelli della maggiore entità finanziaria colombiana, il ‘Grupo Bavaria’. Gli impienti per la produzione di birra di Bavaria hanno monopolizzato il mercato di alcuni importanti paesi sudamericani come Ecuador, Perù e Venezuela.

(32) “Ardila revoluciona sus bebidas” in Dinero, 23 aprile 1999, pp. 40-46.

(33) Dinero, 19 novembre 1999, p. 64.

(34) Tra le marche della ‘Cadbury Schweppes’, compare la Canada Dry, assai apprezzata in Colombia, che tuttavia continua ad essere gestita da Gaseosas Lux del gruppo Postobón.

(35) Va detto che la conquista del mercato delle bevande gasate non è stata priva di dolori. A causa di gravi errori di marketing, dello scarso successo di nuovi sapori e della crisi sociale ed economica colombiana, la Panamco Indaga ha riconosciuto nel 1999 un indebitamento per 65 miliardi di pesos ed una caduta delle vendite generali del 22%. L’impresa è stata così costretta ad emettere buoni ordinari per 100 milioni di pesos. Il maggiore insuccesso della Coca Cola è stato il lancio della bibita Tai, dal sapore di pera, che dopo quattro mesi è stata ritirata dal mercato. Nel 2001 la transnazionale ha riconosciuto il fallimento del succo per bambini multivitaminico Sonfil. I dirigenti della Coca Cola hanno ammeso errori nella pianificazione della strategia di marketing e la sottovalutazione del potere dei bambini nella scelta della bevanda che desiderano bere. Sonfil cercava di conquistare il 5% del mercato delle bibite con invaso non restituibile, ma in cinque mesi la sua partecipazione si è ridotta al 3,3%. La Coca Cola ha deciso l’ingresso nel settore dei succhi arricchiti con vitamine dopo una lunga ricerca nel suo laboratorio di Rio de Janeiro. Il nome è stato preso da un succo a base di latte prodotto dalla multinazionale in Spagna. Per risolvere i problemi che si sono presentati nella pubblicità di Sonfil, dove i messaggi si sono concentrati sulle madri, la Coca Cola ha avviato una nuova campagna diretta ai bambini. Contemporaneamente il succo è stato lanciato in altri paesi dell’America Latina, in due dell’Europa dell’Est e in uno dell’Asia (“A cuenta gotas”, in Dinero, 17 agosto 2001, pp. 50-52).

(36) “Resurrección de Pepsi”, in Dinero, 27 aprile 2001, pp. 84-85.

(37) “La guerra de Ardila (Otro round)”, in Dinero, 25 febbraio 2000, pp. 42-44.

(38)La Ley es para todos”, in Dinero, 29 gennaio 1999, pp. 56-59.


Inchiesta pubblicata in Terrelibere.org l’11 marzo 2003

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