I Padrini del Ponte

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Affari di mafia sullo Stretto

venerdì 28 gennaio 2011

Militari e mercenari in partnership contro i pirati somali

A conclusione di un meeting a porte chiuse nella sede delle Nazioni Unite, New York, 24 nazioni e 5 organizzazioni internazionali hanno dato vita al “Gruppo di Contatto sulla Pirateria” (CGP) per “coordinare e rafforzare l’impegno comune” contro i “pirati” nelle acque, nei cieli e all’interno del territorio della Somalia. A presiedere il nuovo organismo sono stati chiamati gli Stati Uniti d’America; ne fanno parte il Segretariato dell’ONU, l’International Maritime Organization, la NATO, l’Unione Africana, l’Unione Europea, l’esautorato Governo di Transizione Nazionale della Somalia, Arabia Saudita, Australia, Cina, Corea del Sud, Danimarca, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Francia, Germania, Giappone, Gibuti, Gran Bretagna, Grecia, India, Kenya, Olanda, Oman, Russia, Spagna, Turchia, Yemen e…. l’Italia, paese che per la missione antipirateria ha destinato 8,7 milioni di euro.

In una breve nota a firma del vicesegretario di Stato USA per gli Affari Politico-Militari, Mark T. Kimmitt, vengono anticipate alcune delle finalità del composito Gruppo di Contatto per la Somalia: “miglioramento del supporto operativo e d’intelligence per le azioni anti-pirateria; rafforzamento delle strutture giuridiche per l’arresto, l’incriminazione e la detenzione dei pirati; potenziamento delle capacita di auto-difesa della navi commerciali; contrasto delle operazioni finanziarie illegali”.

Obiettivi che lasciano intendere che sia pronto per il Corno d’Africa un intervento in larga scala in cui le azioni armate si alterneranno alle “extraordinay renditions”, le deportazioni illegali di prigionieri realizzate nei conflitti di Afghanistan ed Iraq.
Il summit semiclandestino al palazzo di Vetro segue l’attivazione di una flotta aeronavale che centralizzerà gli interventi anti-pirateria nel Golfo di Aden, Mar Rosso e Oceano Indiano (la “Combined Task Force 151 - CTF-151”). Si tratta di una forza multinazionale sotto il comando USA, a cui hanno dato la propria adesione le marine militari di venti paesi, in buona parte gli stessi che compongono il contact group anti-pirati. L’area geografica è la stessa in cui Washington ha promesso al governo israeliano di estendere i pattugliamenti e le operazioni d’intelligence “per impedire i rifornimenti di armi ad Hamas, nella striscia di Gaza e Libano”.
 
Le acque della Somalia sono attualmente presidiate da una cinquantina di navi da guerra dotate di sofisticati sistemi missilistici ed elicotteri, battenti bandiera dell’Unione Europea, degli Stati Uniti d’America e di altre potenze nucleari come Cina, Iran e Russia. L’egemonia militare di Washington non è pero assolutamente in discussione. Secondo quanto annunciato a Nairobi dal generale William Kip Ward, a capo del Comando americano per le operazioni in Africa (Africom), “gli Stati Uniti sono pronti a fornire assistenza ed addestramento agli eserciti africani nella lotta contro un crimine internazionale come la pirateria”. Contro gli attacchi alle navi mercantili e alle petroliere, il Pentagono ha pure assegnato diverse unità della US Coast Guard per il pattugliamento dei mari e l’addestramento delle marine di 20 paesi della regione.
 
Nonostante l’incomparabile potenza di fuoco schierata in Somalia, gli strateghi di guerra USA hanno richiesto alle compagnie di navigazione commerciale e crocieristiche di collaborare direttamente, adottando “misure minime d’intelligence e prevenzione”, quali l’uso di “tecnologie non letali come sistemi di sorveglianza ed allarme, sistemi anti-abbordaggio come cannoni ad acqua e fili elettrici, e apparecchiature acustiche che generano rumori dolorosi a lungo raggio a lungo raggio”. Il Pentagono ritiene che le compagnie potrebbero risolvere molti dei loro problemi con i pirati, se assumessero guardie “leggermente” armate a difesa di merci e petrolio, esattamente come già fa da diverso tempo la “East India Company”.
 
I suggerimenti sono stati apprezzati dalle maggiori compagnie statunitensi di sicurezza privata. Appena qualche giorno dopo l’insediamento a Stoccarda (Germania) del quartier generale di Africom (1 ottobre 2008), la famigerata “Blackwater Worldwide”, protagonista del massacro di 17 civili a Baghdad nel settembre del 2007, ha offerto i uomini e mezzi per assistere le società di navigazione in transito nel Golfo di Aden. In particolare, la Blackwater ha acquistato una vecchia nave dalla “National Oceanographic and Atmospheric Administration”, la McArthur, che ha poi ristrutturato ed armato con cannoni navali ed elicotteri lanciamissili. “Abbiamo contattato diversi proprietari di navi che sappiamo aver bisogno del nostro aiuto per proteggere i loro carichi e far sì che giungano felicemente a destinazione”, ha spiegato Bill Matthews, vice presidente esecutivo di Blackwater Worldwide (il vicepresidente generale è tale Cofer Black, direttore del Centro Anti-Terrorismo della CIA nel settembre 2001).

“La McArthur è un’unità navale multi-scopo progettata per sostenere in qualsiasi parte del mondo le operazioni militari, di rafforzamento della legalità e peacekeeping”, ha aggiunto Matthews. “Con un equipaggio di 55 uomini, bene addestrati ed armati, la McArthur può essere perfettamente utilizzata per scortare le navi cargo private nel Golfo di Aden”. Per la lotta ai pirati, la Blackwater ha pure offerto piloti, sofisticate attrezzature tecnologiche, servizi di manutenzione, aerei da guerra e velivoli-spia senza pilota. Secondo la pagina web della corporation, è stata pure programmato l’acquisto di alcuni caccia “Super Tucano”, prodotti dall’impresa brasiliana “Embraer”.
 
La Hollowpoint Protective Services, Mississippi, società emergente nel firmamento dei contractor USA, punta ad un ampio ventaglio di servizi, a partire dalle “analisi sui rischi e le potenzialità dei pirati”, l’“implementazione di piani per prevenire gli attacchi”, l’“addestramento del personale dalle compagnie di navigazione”, la “protezione delle unità sin dalla loro partenza” e finanche la “conduzione di negoziati con i pirati per assicurare il rilascio delle navi e degli ostaggi sequestrati”.
Alla crociata internazionale contro la pirateria chiedono di partecipare, ovviamente, altri due colossi della sicurezza privata made in USA, la Halliburton Co., (di cui è azionista l’ex vice-presidente Richard Bruce “Dick” Cheney) e la DynCorp International. Le due corporation sono attive da alcuni anni nel caldissimo scenario geo-strategico del Corno d’Africa. La KBR Inc., società interamente controllata dalla Halliburton, è stata utilizzata dal Pentagono per la fornitura dei servizi di protezione delle basi utilizzate a Gibuti, Kenya ed Etiopia dalla U.S. Combined Joint Task Force-Horn of Africa (la forza di “pronto intervento USA di 2.000 uomini nel Corno d’Africa).
 
Mercenari della DynCorp, hanno invece addestrato, equipaggiato e sostenuto logisticamente la fallimentare “missione di pace” dell’Unione Africana in Somalia, realizzata con militari etiopi ed ugandesi. L’amministrazione Bush ha versato alla società della Virginia, più di 10 milioni di dollari per l’acquisto di tende, generatori e veicoli militari da destinare alla “peacekeeping force”, e la movimentazione dei mezzi e del personale africano. Il Pentagono ha sottoscritto con DynCorp un altro contratto per oltre 20 milioni di dollari per il supporto alle “operazioni di sorveglianza, addestramento e peacekeeping” di alcuni importanti partner regionali (principalmente Etiopia e Liberia).
 
“Siamo una compagnia in grado di fornire rapidamente i nostri servizi in qualsiasi parte del continente, dalla logistica alle missioni di peacekeeping, all’addestramento specifico delle forze armate locali per migliorare le loro capacità d’intervento aereo e terrestre, al lavoro congiunto con l’organizzazione regionale per prevenire e risolvere i conflitti”, ha dichiarato il vicepresidente esecutivo di DynCorp, Anthony Zinni, già generale del Corpo dei Marines ed ex Comandante dell’US Central Command (Centcom), con sede a Tampa, Florida.
 
Grande conoscitore della Somalia (l’ex militare è stato il direttore operativo per della disastrosa “Restor Hope” del biennio 1992-93), Zinni è uno dei più convinti sostenitori di Africom, nonché grande amico del comandante per le operazioni militari nel continente, generale William Kip Ward. “Abbiamo la necessità d’ingaggiare le nazioni africane in un paritario campo di gioco”, ha esordito Anthony Zinni, intervenendo alla Conferenza sulle Infrastrutture USA-Africa, che si è tenuta a Washington l’8 ottobre 2007. “L’Africa sta progressivamente crescendo in importanza a livello mondiale, sia in termini di sicurezza che in termini economici. La decisione di unificare in un unico comando gli interventi nel continente, risponde concretamente a questo trend. La decisione del Congresso di destinare ad Africom appena 250 milioni di dollari è però mero alimento per polli. È un grave elemento di frustrazione e danneggia pesantemente l’immagine del comando”. E disattende certamente le attese di guadagno dei mercanti di morte…

Articolo pubblicato in Agoravox.it il 19 gennaio 2009

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