I Padrini del Ponte

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Affari di mafia sullo Stretto

lunedì 27 settembre 2010

Caccia italiani bipartisan agli Emirati dei diritti negati

Per Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna iraniana condannata a morte per la lapidazione, si sono mobilitati intellettuali e rappresentanti di tutte le forze politiche. Un coro unanime, legittimo, doveroso, contro una pratica indegnamente crudele, barbara, criminale. Sakineh non è purtroppo l’unica donna in attesa di essere “giustiziata”. E l’Iran non è certo l’unico paese dove la lapidazione viene regolarmente applicata. Nella lista nera degli stati lapidatori compaiono alcuni dei principali partner economico-industriali italiani, come l’Arabia Saudita, la Nigeria, il Pakistan e gli Emirati Arabi Uniti (EAU). Alcuni di essi, rappresentano un vero eldorado per il complesso militare industriale nazionale (leggi Finmeccanica). Ai paesi dove vige la lapidazione, sono state esportate nel 2009 più del 50% delle armi prodotte in Italia, con l’Araba Saudita al primo posto (valore delle commesse 1.100 milioni di euro), seguita poi dagli Emirati Arabi (176 milioni di euro).
Con gli emiri si profilano però all’orizzonte ulteriori affari a nove zeri. Gli EAU sono già al primo posto tra gli acquirenti di armamenti a livello mondiale e solo nel 2008 hanno speso più di 9,7 miliardi di dollari, superando perfino i “cugini” sauditi. Per facilitare l’export militare agli Emirati, il 28 ottobre 2009 il Parlamento italiano, con il voto unanime delle forze di centrodestra e di centrosinistra (488 favorevoli e 14 astenuti), ha ratificato l’accordo di “cooperazione nel settore della sicurezza” firmato sei anni prima dall’allora ministro della difesa Martino e dal principe ereditario di Dubai e ministro della difesa degli EAU, sceicco Mohamed Bin Rashid Al Maktoum. L’accordo in particolare «esemplifica le procedure di trasferimento di armamenti, quali aerei, elicotteri, carri armati e altre componenti terrestri, munizionamenti, bombe, mine, missili, esplosivi e propellenti, satelliti, sistemi tecnologici di comunicazione e per la guerra elettronica». Scambi che potranno avvenire anche in deroga alla legge che regolamenta l’export di armi italiane: sulla base «di intese tra le parti» sarà infatti possibile trasferire i materiali bellici acquisiti «a Paesi terzi senza il preventivo benestare del Paese cedente».
L’accordo di mutua cooperazione è stato festeggiato in casa Finmeccanica con una maxi-commessa da due miliardi di dollari: gli Emirati hanno selezionato la controllata Alenia Aermacchi per la fornitura di 48 bimotori M-346 “Master” che saranno utilizzati per l’“attacco leggero” (sganciamento di bombe sino a 3.000 kg) e l’addestramento avanzato dei piloti destinati ai cacciabombardieri Eurofighter, Rafale, F-16, F-22 ed F-35 “Joint Strike Fighter”, acquistati di recente dall’aeronautica militare EAU. 
L’M-346 “Master” è un velivolo sviluppatosi da un prototipo prodotto da una joint venture (successivamente sciolta) tra lo Yakovlev Design Bureau di Mosca e l’allora Aermacchi, destinato a fare da addestratore per l’aeronautica militare russa. Oggi al programma del bimotore sono pure coinvolte altre aziende del gruppo Finmeccanica come Selex Galileo, Alenia SIA, Sirio Panel e Selex Communications.
Gli Emirati Arabi sono il primo paese estero che ha ordinato i caccia “made in Italy”. Nel luglio 2007, alcuni M-346 avevano già condotto sui cieli arabi una campagna di prove in volo in condizioni di alta temperatura, consentendo all’aeronautica locale una prima valutazione operativa dei mezzi da guerra. Al salone aeronautico IDEX tenutosi ad Abu Dhabi nel febbraio 2009, il governo degli Emirati Arabi ha successivamente dettagliato la sua richiesta di 20 aerei in configurazione addestratore, 20 in versione da combattimento e i restanti 8 da impiegare per la creazione di una pattuglia acrobatica “sorella minore” delle Frecce Tricolori. Denominata Al Fursan (“I cavalieri”), la pattuglia è stata prontamente dotata di 4 aviogetti MB.339 già operativi presso il 61° Stormo dell’aeronautica militare italiana di Lecce-Galatina, base dove verrà installata entro il 2015 la “Scuola di volo europea” per le esigenze di addestramento avanzato NATO, aperta ovviamente ai partner extraeuropei come Emirati Arabi o Malesia che hanno ordinato i nuovi velivoli Alenia-Aermacchi. «L’operazione Al Fursan - scrive il sito specializzato Dedalonews - vede un ruolo anche per l’Aeronautica militare, che fornirà agli EAU l’addestramento dei piloti acrobatici. Alcuni piloti emiratini sono già arrivati presso la base di Rivolto, sede delle Frecce Tricolori, dove hanno iniziato a volare con degli MB.339A del 61° Stormo e piloti militari italiani con lunga esperienza PAN. Il ciclo istruzionale in Italia dovrebbe concludersi verso la fine dell’anno».
Dal punto di vista prettamente operativo, l’accordo Aermacchi-Emirati Arabi prevede il distaccamento di un team di tecnici in loco, e la fornitura di un sistema di addestramento completo con base a terra, dotato di simulatori di volo e altri strumenti di controllo. Il contratto prefigura inoltre una partnership strategica tra Finmeccanica e la Mubadala Development Company per la realizzazione, in particolare di «aerostrutture in materiali compositi per il settore civile presso lo stabilimento in via di realizzazione ad Abu Dhabi». Mubadala è la società di investimento e sviluppo commerciale con sede ad Abu Dhabi, interamente controllata dalle autorità dell’emirato. Essa detiene il 35% del capitale della Piaggio Aereo Industry, altro storico gruppo italiano produttore di sistemi aerei, oggi impegnato nella realizzazione di alcune parti del motore del nuovo cacciabombardiere strategico F-35.
Nonostante l’ampia copertura mediatica per la firma del contratto di vendita dei 48 M-346, tra gli industriali e i politici italiani serpeggia il timore che il trasferimento dei velivoli sia tutt’altro che in dirittura d’arrivo e che anzi ci sia il rischio di un ripensamento da parte degli Emirati. Il direttore generale di Finmeccanica, Giorgio Zappa, nega lo stop nelle trattative, anche se ammette che per «le dovute intese con il cliente» bisognerà attendere «i prossimi mesi».
L’attenzione per gli interessi e i fatturati dei mercanti d’armi è vissuto nel più completo stile bipartisan da parte del mondo politico nazionale. Così tre parlamentari del Partito democratico, gli onorevoli Daniele Marantelli, Fausto Recchia e Francesco Boccia, il 15 giugno 2010 si sono fatti promotori di un’interpellanza urgente al Presidente del Consiglio e ai ministri degli Esteri
e della Difesa. «Tutto sembrava procedere per il meglio tanto che si nutrivano speranze di una conclusione positiva della commessa in occasione del Salone Aeronautico di Dubai, nel novembre 2009», scrivono i tre. «Il 22 novembre 2009 il Presidente del Consiglio doveva recarsi negli Emirati per contribuire a perfezionare l’accordo, ma la sua missione fu rinviata e, ad oggi, non risulta che il contratto tra Alenia/Aermacchi e gli Emirati sia stato sottoscritto. Questa situazione di stallo suscita comprensibili preoccupazioni tra i lavoratori di Alenia/Aermacchi e le centinaia di piccole aziende dell’indotto; tale contratto permetterebbe tra l’altro un cospicuo rientro del finanziamento concesso dal Ministero dello Sviluppo Economico per la realizzazione del progetto».
I parlamentari del Pd affermano incautamente che «esportare nuovi prodotti in mercati extraeuropei è una scelta indispensabile per l’Italia», individuando proprio negli EAU un «decisivo cliente di lancio» dei velivoli da guerra. «Chiediamo di sapere – concludono Marantelli, Recchia e Boccia - quale sia lo stato delle trattative e la ragione delle difficoltà attuali del contratto con gli Emirati Arabi; e cosa si intenda fare per favorire una positiva evoluzione della vicenda, che ha implicazioni commerciali, finanziarie e occupazionali rilevanti per l’intero Paese».
Pecunia no olet. Neanche se denaro e commesse d’armi provengono da paesi che sanciscono nei loro ordinamenti la lapidazione e altre forme di esecuzione capitale o dove è sistematica la violazione dei più elementari diritti umani. Secondo l’ultimo rapporto annuale di Amnesty International, solo nel 2009 negli Emirati Arabi sono state condannate a morte 13 persone «anche se non ci sono state notizie di esecuzioni». Nell’aprile di quest’anno, 17 prigionieri indiani sono stati condannati a morte per l’uccisione di un cittadino pakistano. I prigionieri – denuncia Amnesty - avrebbero subito svariate torture e «sarebbero stati obbligati a recitare in un video fasullo per incastrarli». Stando alle informazioni fornite da Lawyers For Human Rights (LFHRI), i prigionieri «sono stati colpiti con manganelli, privati del sonno per giorni, sottoposti a forti scosse elettriche e obbligati a rimanere in piedi per ore su una sola gamba». Un imputato di un processo per terrorismo ha asserito di essere stato torturato durante la detenzione pre-processuale: legato con cinghie ad una sedia elettrica, sarebbe stato «percosso sulla testa fino a perdere conoscenza». Torturare sarebbe un passatempo di alcuni dei membri più autorevoli della famiglia regnante di Abu Dhabi. Nel maggio 2009, le autorità hanno arrestato lo sceicco Issa bin Zayed Al Nahyan, dopo che era stato trasmesso un filmato del 2004 che lo riprendeva mentre torturava un uomo con un pungolo elettrico per bestiame. Lo sceicco è uno dei più stretti congiunti del capo di stato degli Emirati Arabi, Khalifa bin Zayed Al Nahyan.
Amnesty International ha inoltre documentato gravissime discriminazioni sul piano legislativo e nella vita quotidiana ai danni di donne e lavoratori migranti stranieri. «Le autorità hanno ordinato a centinaia di stranieri residenti da lungo tempo negli UAE di lasciare il paese per motivi di sicurezza nazionale. Tra coloro che sono stati colpiti dal provvedimento figurano palestinesi, specialmente di Gaza, e musulmani sciiti libanesi. Stando alle fonti, alcuni erano residenti negli Emirati anche da 30 anni».

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