I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

sabato 18 settembre 2010

Gruppi e interessi criminali per il Ponte della discordia

Gli studenti del corso di Sociologia dell’Ambiente dell’Università degli Studi di Messina intervistano Antonio Mazzeo, autore de “I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo Stretto di Messina” (Edizioni Alegre, Roma).

In che modo le organizzazioni criminali mafiose si infiltreranno nella realizzazione del Ponte sullo Stretto, considerato che soprattutto nel Sud Italia storicamente la criminalità si è sempre inserita nella gestione delle grandi opere?
Storicamente lo Stretto di Messina è un’area ad alta infiltrazione mafiosa, in cui la stragrande maggioranza delle opere pubbliche e private sono state direttamente gestite dalla criminalità. Le organizzazioni mafiose sono sempre riuscite a inserirsi nella gestione di tutto ciò che riguarda appalti, sub-appalti, fornitura di cemento, calcestruzzi, movimento terra delle grandi opere. Questa è una caratteristica per cui il Ponte non rappresenta una novità. Piuttosto il Ponte è una novità per la capacità che offre, non tanto alle organizzazioni criminali locali, quanto alle grandi organizzazioni criminali internazionali, di inserirsi in tutta la fase di realizzazione dell’opera, dalla progettazione, all’esecuzione, al finanziamento diretto. Infatti, uno dei nodi grossi del Ponte sullo Stretto è proprio CHI finanzia l’opera. Formalmente, secondo gli accordi, lo Stato dovrebbe fornire tra il 15% e il 18% delle risorse economiche necessarie, tutto il resto dovrebbe essere trovato sul mercato finanziario. Di fatto già siamo alla vigilia della fase esecutiva dei lavori, ma nessun soggetto privato si è fatto avanti perché c’è un problema di tipo economico che già era stato sollevato dall’Advisor nella fase di presentazione del progetto, secondo cui il Ponte non è redditizio. Di fronte alle spese che la costruzione di questa infrastruttura impone, considerato che per recuperare le somme impiegate (circa otto miliardi di euro) il Ponte dovrebbe funzionare 24 ore su 24 e con tariffe quattro volte superiori a quelle attuali,  non ci sono imprese, banche, sistemi finanziari disponibili a investire queste risorse. A meno che lo Stato non si faccia garante, nel senso che nel momento in cui dopo x anni non si riesce a recuperare le spese sia lo Stato stesso ad intervenire per risarcire i privati, come è successo in Gran Bretagna con il tunnel della Manica. Ma nell’attuale situazione finanziaria è facile rendersi conto che tra venti, venticinque anni, lo Stato non sarà nelle condizioni di far fronte a tali risarcimenti. È proprio in questo contesto che si sono inserite le grandi organizzazioni mafiose, proponendosi come unico soggetto capace di mettere sul piatto il 100% delle risorse finanziarie private. Tutto questo viene dedotto dalla grossa inchiesta giudiziaria, denominata operazione Brooklyn,  scattata a metà del 2006 e che ha visto protagonista quella che in nord America viene definita la “sesta famiglia”. Si tratta della famiglia Rizzuto, sesta perché storicamente le famiglie mafiose americane che negli anni si sono spartite gli affari criminali sono cinque, e che essa nasce come costola delle famiglie Bonanno – Gambino, operative negli Stati Uniti d’America. La “sesta famiglia” oggi viene considerata in nord America come uno dei più grossi gruppi criminali a livello internazionale, tanto da potersi mettere in una posizione di dominus rispetto alle altre organizzazioni della mafia siculo-americana, proponendosi come soggetto capace di finanziare la realizzazione del Ponte con 5-6 miliardi di dollari, cifra che corrisponde a quanto preventivato, come apporto privati, per quello che servirebbe nella fase di progettazione e nell’esecuzione dell’opera.

La mafia ha sempre fatto delle operazioni sporche: droga, armi, riciclaggio di denaro. Questo potrebbe essere il primo affare “pulito”?
Di affari “puliti” ne hanno fatti tanti.  A partire dagli anni ’70, i mafiosi hanno accumulato quantità di denaro enormi reinvestendole nei circuiti finanziari “legali”, questo anche a livello di cosche locali, come le cosche di Africo, che sin dai primi anni ‘80 erano presenti sul mercato borsistico Milanese ottenendo l’acquisizione di pacchetti  finanziari di grosse società finanziarie. La vicenda Ferruzzi-Gardini dei primi anni ‘80, dimostra come in  quella che era una delle più grandi società storiche  italiane, nel sistema delle produzioni industriali e della grande distribuzione alimentare, la Mafia entrò direttamente acquisendone un pacchetto azionario rilevantissimo. Erano già queste operazioni impropriamente “pulite”. Quello che secondo me rappresenta una novità, rispetto alla questione del Ponte è che, mentre tutte queste sono state operazioni di mero riciclaggio di denaro, qui c’è un salto di qualità ulteriore, perché nonostante “Cosa Nostra” Americana era consapevole che il Ponte non fosse redditizio dal punto di vista economico, ne ha colto le potenzialità di ricavare una grande operazione di immagine, di autolegittimazione politica, sociale ed economica. Un’operazione che non è stata perseguita sicuramente solo dalle grandi organizzazioni criminali. Nella storia del Ponte non c’è solo Cosa Nostra a voler fare questo; col fine di essere immortalati nella Storia grazie alla costruzione della “Madre delle Grandi Opere” sono intervenuti noti politici e Capi di governo come Bettino Craxi e Silvio Berlusconi, i quali hanno sempre cercato di auto-intestarsi la realizzazione del Ponte. Cosa Nostra coglie questo aspetto, di mostrare al mercato, al mondo politico, ai cittadini che il Ponte si può fare con quel tipo di soldi. Credo che questo sia stato il vero salto di qualità: pensare al Ponte come uno strumento di legittimazione di immagine politica, soprattutto dopo la fase storica delle stragi dei primi anni ’90, quando le organizzazioni criminali hanno perso l’immagine di consenso con l’opinione pubblica.

Come si inserisce in tutto questo la figura del General Contractor ?
Ci sono diversi aspetti da tenere in considerazione in questa vicenda, il primo è la questione dei conflitti d’interesse che hanno caratterizzato tutta la vicenda storica del Ponte sullo Stretto, da come è sorta la Società Stretto di Messina a come è stata gestita tutta la fase dei bandi di gara per il General Contractor o per le altre figure che lavorano alla realizzazione dell’opera.
Il General Contractor è una delle figure più rilevanti prodotte dalla cosiddetta “Legge Obiettivo”, una legge che non siamo noi ambientalisti o i No Ponte a denunciare ma che è stata la Commissione parlamentare antimafia di ormai due legislature fa a dedicarle un intero paragrafo della sua relazione di chiusura lavori, definendola una legge dalle caratteristiche profondamente criminogene in quanto elimina tutta una serie di passaggi e di controlli, come ad esempio la possibilità da parte dello Stato di intervenire direttamente a controllo della legittimità degli adempimenti e degli interventi dei contraenti privati, o perché non vengano violate quelle che sono le normative, legislative soprattutto, anche di prevenzione (vedi legge La Torre-Rognoni) di infiltrazione mafiosa nella fase dei sub-appalti che è quella notoriamente  più delicata. Su questo voglio aprire una parentesi in quanto quando l’Advisor  presentò le varie valutazioni di impatto ambientale, sociale, economico fu fatta anche una ricerca sull’impatto criminale dell’opera e si calcolò che quasi il 40% degli interventi finanziati in quest’opera, quelli comprendenti la movimentazione terra ed inerti, le forniture di mezzi, materiali e personale, la gestione delle opere complementari o di supporto al Ponte possono finire direttamente in gestione alle cosche, sia per la loro presenza invasiva in quest’area e sia perché queste attività intervengono in un sistema dove le cosche e le mafie locali di ambedue le coste dello Stretto esercitano da decenni un ruolo di domininus, semi-monopolistico. Ciononostante non me la sento di condividere pienamente la valutazione finale di questo studio sull’impatto criminale, in quanto mi pare viziato di una concezione “minimista”dello strapotere oggi raggiunto dalle mafie nei grandi mercati finanziati transnazionali. Cioè non si tiene conto che non sono soltanto le opere e la fornitura di servizi al centro delle mire delle organizzazioni criminali, ma è tutta l’opera in sé, dalla sua pianificazione al finanziamento diretto, come è stato provato dall’inchiesta Brooklin a cui accennavamo prima, inchiesta conclusasi con una sentenza di condanna in primo grado per gli imputati, e in particolare di un anziano imprenditore originario di Oppido Mamertina, Giuseppe Zappia, che avrebbe fatto da prestanome del clan Rizzuto e credibile interlocutore con alcuni esponenti del Governo Berlusconi e della Società Stretto di Messina ed alcune delle società in corsa per la gara del Ponte, giungendo perfino a partecipare direttamente alla fase di pre-qualifica con una società appositamente costituita. È molto importante da valutare che l’imprenditore non ha agito con la voglia e la consapevolezza di poter vincere ma anzi con la certezza di non poter vincere perché la sua creazione era una società fantasma di soli 30 mila euro di capitale, ma ha utilizzato la partecipazione alla gara per tentare di entrare direttamente in contatto con gli importanti interlocutori di cui parlavo sopra, comprese alcune delle società che poi hanno vinto la gara, proponendosi come soggetto finanziario capace di ricevere finanziamenti direttamente dal Canada, ossia dal clan Rizzuto secondo l’accusa della Procura di Roma, o come lui ha dichiarato, in sede di difesa, da esponenti di spicco della famiglia che governa l’Arabia Saudita, cosa che i giudici ritengono possibile anche perché Zappia era da tempo in contatto con alcuni principi arabi  e, molto probabilmente, con lo stesso Silvio Berlusconi. C’è poi da aggiungere, a riprova dell’ “Arabian Connection del Ponte sullo Stretto”, che la principale delle società partecipanti alla gara, Impregilo, oggi capofila di Eurolink, l’associazione temporanea d’imprese general contractor per la progettazione e i lavori, qualche mese fa ha sottoscritto un accordo strategico con il Bin Laden Group che è il gruppo finanziario di cui ha fatto parte come azionista il “nemico pubblico” dell’Occidente, Osama Bin Laden. Si tratta della holding di riferimento più importante della monarchia saudita al punto che le è stato affidato da diversi anni la gestione dei luoghi sacri dell’islamismo, come La Mecca, i suoi maggiori alberghi, e la gestione dei voli e delle attività turistiche a favore dei pellegrini.

Le relazioni di Impregilo con il Bin Laden Group come influiscono sul Ponte?
Influiscono su vari aspetti. Nel corso della sua difesa processuale, Giuseppe Zappia ha dichiarato“Io non prendo soldi dal Canada. Non ne ho bisogno perché ho referenza direttamente con un principe saudita della famiglia dei Saud.” I Saud sono la famiglia regnante in Arabia Saudita e, sulla base del nome indicato direttamente dall’ingegnere Zappia, abbiamo scoperto l’esistenza di un omonimo o un parente strettissimo che è stato il responsabile dei servizi segreti sauditi sino alla settimana prima dell’11 settembre del 2001. Il personaggio fu rimosso improvvisamente, dopo essere stato per 20 anni una delle figure guida degli Stati Uniti, gestendo, per conto della Cia, tutte le grandi operazioni in Afghanistan e in Pakistan, quando Osama era un amico USA perché difendeva gli interessi occidentali contro l’invasione sovietica in Afghanistan.
Dicevamo prima del Bin Laden Group. Questo è il gruppo finanziario a cui la monarchia saudita storicamente affida la gestione dei luoghi santi e la realizzazione delle principali opere pubbliche in Arabia Saudita. Sulla questione dei luoghi santi è molto importante ricordare che la monarchia saudita si ritiene fondatrice e difensora di una delle dottrine più importanti dell’islamismo ultra-radicale, il wahabismo. Si tratta di una delle correnti che ha spianato la strada al fondamentalismo islamico e ad alcune organizzazioni che poi si sono legate alla costellazione di Al-Qaeda. Non è dunque una forzatura affermare che la monarchia saudita,in collaborazione con il Bin Laden Group e, ovviamente, Osama Bin Laden, rappresentino quel circolo che più di tutti ha favorito e finanziato alcune delle maggiori organizzazioni politico-militari del fondamentalismo islamico. Questo è un aspetto non secondario di tutta questa vicenda, perché fa parte dell’immagine-narrazione più propriamente “globale” del Ponte e di quello che ruota attorno allo Stretto di Messina.
Tornando a quanto accaduto in questi mesi, con il suo accordo strategico con il gruppo Bin Laden, Impregilo può garantirsi un interlocutore sicuro per radicarsi in Arabia Saudita e puntare a realizzare innanzitutto megadissalatori, un business in cui alcune aziende controllate dalla società di Sesto San Giovanni ricoprono un ruolo importantissimo a livello internazionale. Ma soprattutto così Impregilo trova un interlocutore finanziario solidissimo e siccome è condivisa la coscienza di essere di fronte ad un “colosso italiano delle costruzioni” dai piedi di argilla, i cui ex manager sono ancora sotto processo per un falso di bilancio risalente al 2001, e che successivamente la società fu salvata provvidenzialmente dal sistema bancario a capitale pubblico su imposizione del governo Berlusconi, è chiaro che avere quest’interlocutore arabo può servire ad Impregilo per conseguire quei finanziamenti sufficienti ad operare nella realizzazione delle Grandi Opere, come il Ponte sullo Stretto, dove si devono trovare finanziamenti per garantire la parte privata del progetto. Ammesso sempre che si arrivi alla fase esecutiva in cui dovranno essere loro a mettere i soldi. Gli unici soldi che ci sono sino ad adesso, sono i 1.300 milioni di euro dei fondi FAS dell’Unione Europea, scippati dal governo agli interventi diretti per le opere realmente sostenibili e necessarie nel Sud Italia e dirottati arbitrariamente a coprire solo la prima fase del Ponte, più che sufficienti comunque a riempire di megabuche e discariche ambedue le sponde dello Stretto.

Si è parlato di un patto tra Cosa nostra e ‘ndrangheta in vista dell’operazione Ponte. In che modo le due organizzazioni criminali potrebbero unirsi per sfruttare la situazione e quali sono i rischi?
Intanto, questa non è una novità. Esistono forme di cooperazione tra le due organizzazioni criminali ormai radicate da tempi remoti. Stiamo realizzando questa intervista in un luogo, l’Università di Messina, che è stato un importante laboratorio di condivisione di attività criminali, ma anche di strategie politiche che hanno avuto conseguenze drammatiche nella storia dell’intero Paese. Qui matura la rivolta dei “boia chi molla” di Reggio Calabria, qui maturano contatti che saranno fondamentali nelle stragi del ’92 e ’93 quando i legami, attraverso la massoneria o l’eversione di estrema destra, costruiti in questa Università sin dalla fine degli anni ’60, consentiranno la riproposizione degli stessi interlocutori nell’esecuzione e nella copertura delle stragi, nel reperimento degli ordigni, nella gestione della delicata fase di trattativa tra lo Stato, le mafie e i soggetti politici ed economici paragolpisti, ecc.. Dunque, il Ponte non è un laboratorio sperimentale, casomai è questa Università che ha avuto un ruolo fondamentale per cementare queste relazioni criminali.
C’è una vicenda particolare che dimostra che Cosa nostra siciliana e Cosa nostra canadese hanno avuto un ruolo fondamentale per riappacificare le ‘ndrine calabresi nella sanguinosa guerra di mafia degli anni ’70. La pace è stata imposta direttamente dai grossi boss siciliani, Riina in particolare, e dai rappresentanti dei grandi gruppi criminali insediatisi in Canada. Anche perché c’era da guardare al cosiddetto “Pacchetto Calabria” e alla prospettiva sempre meno remota dell’avvio dei lavori del Ponte di Messina, quindi miliardi su miliardi in ballo. Sono elementi che dimostrano legami profondi.
A tal proposito, c’è un’importante battuta che esce dalle carte del processo Brooklin. In un’intercettazione telefonica, c’è chi considera i protagonisti della vicenda come gli “uomini migliori”, proprio perché conoscono direttamente l’area dello Stretto, per fare da interlocutori tra la mafia e la ‘ndrangheta. Tra l’altro il clan Rizzuto in Canada storicamente nasce pure con il supporto dei cosiddetti “sidernesi” e di altre cosche del reggino, che si aggiungono al gruppo criminale che era partito dalla provincia di Agrigento. E hanno convissuto tranquillamente, fatta eccezione per alcune guerre di leadership, dando vita ad un vero e proprio patto-ponte tra criminali siciliani e calabresi trapiantati in Canada che permetterà poi ai Rizzuto di affermarsi come un’organizzazione solidissima e potentissima negli scenari internazionali.
Il Ponte, dunque, è blindato. Si trova in un’area dove storicamente c’è stato sempre un patto di mutuo soccorso tra le organizzazioni criminali. Tra l’altro le capacità politiche delle nuove classi dirigenti, della borghesia mafiosa calabrese e siciliana garantiscono la pax sociale e la cogestione delle risorse e delle opere. Il controllo del territorio e delle imprese è totale. E, soprattutto, i polmoni finanziari di ambedue le sponde sono pienamente funzionanti nei grossi mercati finanziari senza alcun tipo di conflitto reciproco. Se problemi ci saranno, al limite, verranno risolti nelle sedi appropriate, come ad esempio le logge massoniche, numerosissime nello Stretto. Gli spazi dove incontri la borghesia mafiosa, dove incontri le grosse imprese e i politici e quelli con la coppola, gli analfabeti di Africo e Corleone. Ma dove incontri anche i loro figli che si sono laureati anche in questa Università e che fanno grosse operazioni finanziarie transnazionali.

I detrattori del Ponte hanno spesso affermato che quest’opera con ogni probabilità conoscerà un inizio ma non vedrà mai una fine. Quali sono le motivazioni che stanno dietro tali affermazioni e che guadagno può trarre la criminalità organizzata da tale prospettiva?
Il fatto che ci sia un inizio ma non conosceremo una fine è dovuto al fatto che non ci sia ancora un progetto definitivo. Il progetto non è stato ancora presentato, sono stati già annunciati ritardi a causa di diverse varianti e probabilmente arriveremo al 2011 con un progetto di massima, ma non un progetto esecutivo.
Altro motivo per cui l’opera non vedrà probabilmente una fine è il problema grossissimo della carenza di risorse finanziarie. Intanto non sappiamo quanto costerà quest’opera e non sappiamo soprattutto dove andare a reperire i fondi per realizzarlo.
Nel momento in cui parte questo progetto e iniziano a essere distribuite le risorse sul territorio entra la criminalità organizzata. Perché le operazioni iniziali sono gli scavi, i riempimenti delle buche, lo spostamento degli inerti, esattamente quelle attività su cui le cosche locali esercitano il monopolio assoluto (le movimentazioni, le discariche, ecc...). E allora è chiaro che va bene a tutti iniziare. Poi se non si finisce non è un problema, però intanto ci sono delle risorse finanziarie che verranno distribuite sul territorio, soprattutto attraverso operazioni che vanno a genio della mafia. Da questo punto di vista è evidente che questo soggetto abbia tutto l’interesse che si inizi e anche che non si finisca. Il fatto di non finire, che l’opera possa essere un working in progress, è un affare poi per i progettisti, per gli ingegneri, per i ricercatori, perché ogni giorno devi sperimentare, inventare e costruire cose nuove, che hanno bisogno di finanziamenti per la ricerca, in cui si possono inserire anche le Università. E da questo punto di vista bisogna vedere quanto gli atenei si inseriscano come struttura pubblica, dato che è in atto una privatizzazione selvaggia dell’università, in cui non ci sarebbe da stupirsi se quest’ultima mette la propria firma sulle attività di ricerca e poi di fatto la sua gestione verrà sub-affidata a società di progettisti e ingegneri esterni, per cui si rischia l’ennesima movimentazione di risorse dal capitale pubblico ai gruppi privati.
E questa in sostanza è la storia del Ponte. Non dimentichiamoci che sono state bruciate risorse già quasi 1.000 miliardi delle vecchie lire soltanto per aver tenuto in vita un carrozzone come la società Stretto di Messina da oltre 30 anni. E questo dimostra che l’affaire Ponte è iniziato già tanto tempo fa ed è stato sempre una grande opportunità per acquisire e spartire risorse finanziarie infinite.

Perchè lo SIA ha fornito dati “gonfiati” e palesemente in contrasto con quelli fornitaci dalla letteratura scientifica esistente? Si tace anche la questione espropri. In base a quali logiche avverranno?
Le osservazioni poste dalle organizzazioni ambientaliste al SIA sono migliaia. E nel “non progetto” non viene taciuta solo la questione degli espropri. I buchi neri sono tanti. Dal punto di vista ambientale, ad esempio, non si tiene conto degli effetti catastrofici su territori che vanno al di là dello Stretto. Si pensi ai flussi migratori degli uccelli che si spostano sul corridoio Africa - Canale di Sicilia - Stretto di Messina. Non si può pensare che gli uccelli cambieranno rotta. Se il Ponte venisse realizzato molti perderebbero l'orientamento, altri morirebbero per l'impatto con le strutture aeree.
La questione degli espropri è paradossale: si è lavorato su carte urbanistiche superate, per cui vengono ignorate opere realizzate in seguito che risultano come inesistenti; il complesso edilizio “Due Torri” a Torre Faro o il cimitero di Granatari per il progetto non esistono.
Le anomalie non sono solo di tipo ambientale. Le stime sui traffici sono eccessivamente ottimistiche, si immaginano crescite nello Stretto del numero dei mezzi gommati del 4% annui, che non trovano riscontro con i dati odierni: il traffico è diminuito progressivamente già dagli anni ‘90. Bisogna inoltre considerare che il Ponte non sarebbe funzionante 365 giorni l'anno, i venti lo bloccheranno per almeno 1/3 dell'anno.
Altra questione drammatica è quella relativa al materiale di risulta dagli scavi. I dati Advisor parlano di circa 9 milioni di metri cubi di materiali che verrebbero movimentati in questi territori verso Saline Joniche (in Calabria) e Venetico (in Sicilia), centri abitati destinati a diventare megadiscariche generali. I materiali di risulta, trasportati su delle chiatte che attraverseranno lo Stretto, sono non soltanto polveri altamente inquinanti per l’ambiente ma anche minerali pesantissimi che possono entrare nelle catene alimentari e respiratorie, con danni inimmaginabili per la salute e la sicurezza delle popolazioni.
E infine non si sottovaluti la questione relativa alla stima dei costi. Per la prima volta in Italia si avvierebbe la realizzazione di un'opera senza definire una pur minima stima del suo costo finale. Si potrebbe creare una situazione finanziaria per cui i preventivi ipotizzati inizialmente diventerebbero in corso d'opera 2-3 volte maggiori. Non è un caso che l'Unione Europea  non abbia mai ritenuto strategico il Ponte e non l'abbia mai finanziato. Al contrario il governo ha utilizzando fondi FAS dell'UE destinati allo sviluppo di aree in difficoltà per garantire loro concrete potenzialità di sviluppo e occupazionali. Convogliare tutti questi fondi in un'area di appena 3 km di lunghezza, senza generare assolutamente possibilità di sviluppo non è solo uno spreco enorme di risorse, è un crimine indegno, un vero e proprio “golpe” del governo.

Attraverso quali modalità l'Università di Messina si inserirà nell' “affare Ponte”?
 Innanzitutto non è interessata solo l'Università di Messina; molte università calabro-sicule, pubbliche e private, stanno sgomitando nel tentativo di sedersi al banchetto del Ponte, dopo aver abdicato per anni al loro dovere di ricerca e dibattito scientifico, come l’analizzare l'utilità e la fattibilità dell’infrastruttura dal punto di vista ingegneristico, geologico, ambientale, economico, sociale e sociologico. Sì, ci sono stati alcuni docenti e ricercatori che senza finanziamenti e con mezzi propri hanno avviato importanti studi di vario genere sull’impatto Ponte, ma si tratta di casi isolati, vere e proprie “mosche bianche” nell’asfittico mondo accademico. Le istituzioni universitarie invece hanno fatto finta di non vedere che si trattava di un argomento cardine nel dibattito politico, sociale ed economico, locale e nazionale. In tutta la fase che doveva essere di analisi e discussione si è deciso di rimanere in silenzio. Si tratta di un'omissione gravissima. Ora che arrivano i soldi e il General Contractor e la Società Stretto di Messina hanno avviato una controffensiva per accaparrarsi il consenso del mondo accademico, iniziano a stipularsi le prime convenzioni. La prima è stata annunciata da Misiti qualche giorno fa e vedrebbe i due poli universitario siciliano e calabrese garantire la loro collaborazione nello studio dei nuovi materiali destinati all’opera. Potrebbe verificarsi così l’assurdo che Eurolink prenda soldi pubblici per poi affidare all'università rilevazioni e ricerche che dovevano essere già effettuate prima della progettazione definitiva dell’opera. L'orrore più grave lo ha commesso però l'Università di Messina, attraverso l'accordo con Eurolink, Parsons Transporation Group (project management) e la Stretto di Messina Spa per la trasformazione di una struttura finanziata con denaro pubblico, l’Incubatore d’Imprese del Polo scientifico del Papardo, il cui fine istituzionale doveva essere quello di accompagnare per un periodo determinato le imprese di alta tecnologia costituite da giovani e ricercatori provenienti dagli atenei dell’area dello Stretto, garantendo concrete opportunità di lavoro qualificato. Il progetto rientrava in una logica in cui l'università si proponeva come l’interlocutore privilegiato nella ricerca scientifica e nell’accompagnamento, formazione e consolidamento delle imprese giovanili d’eccellenza. Invece si è decisa colpevolmente la morte di questo progetto, e le strutture sono state convertite in Centro direzionale e General Office delle Società e dei Signori del Ponte. Con buona pace dei giovani neo-laureati che, come suggerivano i comici Ficarra e Picone in un loro sketch televisivo, potranno in un futuro prossimo attraversare il Ponte a piedi per perpetuare i flussi migratori Sud-Nord, quella grande fuga di cervelli che condanna lo Stretto al sottosviluppo e alla sudditanza alle élite parassitarie che lo governano.  

Nota. La presente intervista è stata realizzata nel giugno 2010 da Antonio Bellantoni, Stefano Calogero, Luigi Fedele, Giuseppe Ferrara, Antonina Spanò, Francesca Stornante e Gina Tripodi. È stata successivamente pubblicata nella tesina “Il Ponte della discordia” redatta per gli esami di Sociologia dell’Ambiente (professoressa Nella Ginatempo), Corso di laurea magistrale in Metodi e Linguaggi del Giornalismo - Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Messina.

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