I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

venerdì 24 settembre 2010

Binladen Group: soldi arabi nel Ponte?

Nessuno sa dove si trovi e si dubita perfino che sia ancora in vita. Ricercato dai servizi segreti del mondo intero, Osama bin Laden, il “terrorista” per antonomasia, ha fatto perdere di sé ogni traccia. Intanto c’è però chi stringe alleanze e affari con la holding familiare, il Saudi Binladin Group (SBG), colosso finanziario operante nei settori delle opere pubbliche, delle telecomunicazioni e dell’editoria. Del Binladin Group, Osama era azionista negli anni della controffensiva contro gli occupanti sovietici dell’Afghanistan, quando i Talebani piacevano all’Impero, alla CIA e ai regimi mediorientali. Poi, con il repentino cambio delle alleanze, Osama perse l’aureola di Angelo della crociata anticomunista, divenendo il demone infernale del fondamentalismo islamico. E, inviso ai sovrani sauditi, avrebbe poi ceduto quote sociali e pacchetti azionari ai numerosi fratelli, uno dei quali, Bakr bin Laden, è l’odierno amministratore del gruppo.
Qualche mese fa, una delle più importanti società SBG, la Bemco, ha sottoscritto un accordo di associazione con Fisia Italimpianti, azienda interamente controllata dal più grande gruppo di costruzioni italiano, Impregilo, roccaforte delle famiglie Benetton, Gavio e Ligresti e general contractor delle più devastanti opere pubbliche del governo Berlusconi, prime fra tutte il ponte sullo Stretto di Messina, il MOSE di Venezia e l’Alta velocità ferroviaria. Grazie alla partnership con i bin Laden, la società di Sesto San Giovanni concorrerà in Arabia Saudita alle gare per la realizzazione di due megaimpianti di dissalazione dal valore complessivo di 4 miliardi di dollari. Contratti blindati, verrebbe da dire, considerato lo strettissimo legame del Saudi Binladin Group con la petro-famiglia che governa l’Arabia Saudita. Fu grazie all’amicizia personale con il re Abdulaziz Al Saud, fondatore del regno saudita, che il patriarca Mohammad bin Laden (padre di Osama) riuscì ad accumulare un immenso patrimonio finanziario. Amico personale di re Fahd era pure il primogenito Salem bin Laden, succeduto a Mohammad nella conduzione del gruppo, vittima nel 1988 di un misterioso incidente aereo in Texas dove si era recato per un incontro d’affari con George Bush senior.
Il Saudi Binladin Group è il principale cliente dei regnanti dell’Arabia Saudita per la costruzione e l’amministrazione dei luoghi santi del mondo islamico. La controversa famiglia bin Laden ha aderito al “wahhabismo”, il movimento rigorista sunnita diffusosi in Medio oriente nel XVIII secolo e rilanciato dai sovrani sauditi nel Novecento. A partire dagli anni ’70, l’Arabia Saudita ha investito somme notevoli per l’esportazione del pensiero wahhabita, dando vita a una pluralità di movimenti islamisti radicali nell’area afghano-pakistana, in Caucaso ed Asia centrale e nel Sud-est asiatico. I bin Laden sono stati importanti investitori della Al-Shamal Islamic Bank, utilizzata dal principe Mohamed Al-Faisal Al-Saud per finanziare i movimenti wahhabiti internazionali. I bin Laden sono pure azionisti di un altro istituto bancario filo-radicali, la Dubai Islamic Bank di Mohamed Khalfan ben Kharbarsh, ministro delle finanze saudita.
Tra i membri più influenti della dinastia saudita c’è Abdullah bin Saleh Al Obaid, fondatore della Lega islamica mondiale, con sedi in 120 paesi. La Lega ha al suo attivo la costruzione in Europa delle moschee di Copenaghen, Madrid e Roma. Con un costo complessivo di 50 milioni di dollari, la grande moschea di Roma è stata realizzata a metà anni ’90 da un’impresa italiana, la Federici, poi acquisita dal colosso Impregilo. Nell’ottobre del 1996, alla stessa Impregilo è stato affidato invece il primo lotto di lavori per la realizzazione della più grande moschea del mondo (500 mila metri quadrati di superficie), quella di Abu Dhabi. Il megacomplesso religioso è stato interamente finanziato dallo sceicco Kalifa bin Zayed Al Nahyan, l’emiro e presidente del consiglio esecutivo di Abu Dhabi morto nel 2006. Anche Kalifa bin Zayed Al Nahyan è noto per i suoi legami con le organizzazioni dell’estremismo islamico. Negli anni ’60 lo sceicco visitò il Beluchistan pakistano sotto la protezione di un anziano funzionario dei servizi segreti di quel paese, tale “Awan”, che lo mise in contatto con molti dervisci e mistici locali. Fu proprio grazie a questi contatti che l’emiro di Abu Dhabi incontrò in Pakistan l’uomo d’affari Agha Hassan Abedi, divenendone grande amico e partner finanziario. Abedi è il fondatore della BCCI, la Bank of Credit and Commerce International, più nota come Criminal Bank, per diversi anni il più importante centro di “lavaggio” del denaro proveniente dal narcotraffico, utilizzata dalla CIA per la conduzione di operazioni clandestine a favore dell’ex alleato Saddam Hussein, del dittatore pakistano Mohammed Zia, della Contra nicaraguese e della resistenza islamica all’occupazione sovietica dell’Afghanistan. Fu proprio grazie a Kalifa bin Zayed Al Nahyan, che la BCCI ebbe la possibilità di aprire tre filiali negli Emirati Arabi Uniti, una delle quali proprio ad Abu Dhabi.
Nonostante la forte connotazione pro-islamica, il Saudi Binladin Group si è affermato nei maggiori mercati azionari mondiali, conseguendo partecipazioni in imprese statunitensi, canadesi ed europee, come ad esempio General Electric, Motorola, Nortel Networks, Iridium, Unilever, Quaker e Cadbury Schweppes. Rilevanti i vincoli con alcuni dei principali gruppi finanziari transnazionali che intrecciano attività e destini con Impregilo e gli azionisti di riferimento: il Saudi Binladin Group ha operato in particolare congiuntamente con Goldman & Sachs, Citigroup, Deutsche Bank ed ABN Amro. Goldman & Sachs, dopo l’uscita di Gemina da Impregilo, ha acquisito il 2,84% della società di Sesto San Giovanni; inoltre controlla l’8% circa della finanziaria Sintonia SA, il cui azionista principale è Edizione Srl della famiglia Benetton. ABN Amro, invece, dopo aver offerto la propria disponibilità a concorrere al finanziamento di una parte dei lavori del Ponte sullo Stretto di Messina, nel gennaio 2008 ha accettato la richiesta di IGLI (la finanziaria che controlla il 33% di Impregilo in mano a Benetton, Gavio e Ligresti) di rastrellare sul mercato il 3% delle azioni della società di costruzioni.
C’è chi è pronto a scommette che la santa alleanza con il Saudi Binladin Group potrebbe consentire ad Impregilo di conseguire una parte dei capitali necessari alla progettazione e realizzazione dell’opera di collegamento stabile Calabria-Sicilia. Da Riyadh, in passato, sarebbe stato inviato qualche segnale d’interesse per la cattedrale nello Stretto. Al processo sul tentativo d’infiltrazione da parte delle grandi organizzazioni criminali mafiose nordamericane nella gara per il Ponte, conclusosi recentemente a Roma con la condanna dell’ingegnere italo-canadese Giuseppe Zappia, tra i possibili co-finanziatori dell’opera è stato fatto il nome di un principe saudita, tale Bin Nawaf bin Abdulaziz Al Saud, indicato come “nipote di re Fahd d’Arabia”. Si tratterebbe di uno dei più stretti congiunti dell’uomo nominato a capo dei servizi segreti nazionali alla vigilia dell’attentato dell’11 settembre 2001. Vuoi vedere che per farsi perdonare le Torri Gemelle di New York alla fine i bin Laden contribuiranno a innalzare i grandi piloni del Ponte di Messina?

Articolo pubblicato su Casablanca n. 14, settembre 2010

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