I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

martedì 12 ottobre 2010

I Padrini del Ponte, Antonio Mazzeo racconta il suo ultimo libro a FusiOrari

Antonio Mazzeo racconta a Fusiorari.org il suo ultimo libro, “I Padrini del Ponte”. In libreria dal 21 aprile, è un testo che racconta la costruzione della più ambiziosa delle Grandi Opere italiane e i suoi retroscena.

Raffaella Ruffo

Qual è il ruolo di Cosa Nostra e ‘Ndrangheta nella costruzione del ponte sullo stretto di Messina? Questo progetto infrastrutturale interessa non solo le cosche siciliane e le ‘ndrine calabresi, ma anche la mafia internazionale. Il 20 aprile, infatti, si è conclusa il processo Brooklyn della Procura di Roma con la condanna in primo grado di Giuseppe Zappia per associazione a delinquere. Zappia era il presta-nome di don Vito Rizzuto, il capo padrino canadese che voleva investire cinque miliardi provenienti dal narcotraffico nella realizzazione del ponte.

Quindi, stiamo parlando di una “mafia imprenditrice” che diventa “mafia finanziaria”?
Sì, questa condanna è importante perché è la prima che stabilisce che la mafia non si occupa soltanto di estorsioni, tangenti e subappalti, ma è in grado di gestire finanziariamente una grande opera.


Esiste una connessione tra mafia e politica che agevola le infiltrazioni mafiose?
Le fonti giudiziarie e le inchieste, presenti nel libro, mostrano che si tratta di un trend storico italiano pluri-decennale che vede la progettazione di grandi opere da parte di “tavolini” di imprese, criminali e settori politici. Puntualmente, le opere si trasformano in cattedrali nel deserto. Non è importante che siano terminate, ma che generino un giro d’affari.

Iniziative istituzionali come l’inchiesta Brooklyn portano a battute d’arresto di questo sistema mafioso-imprenditoriale-politico?
La mafia è stata colpita su un fronte, ma non è certo la condanna a Zappia a fermarla. È come un camaleonte ed è sempre in grado di riorganizzarsi. Ha creato un sistema per cogestire le grandi opere e la volontà dello Stato di colpirla è minima. Quando viene arrestato qualcuno è perché era già “bruciato”, una persona inservibile perché erano stati scoperti i suoi traffici illeciti o perché aveva perso l’appoggio dei grandi capi.

Nel tuo libro parli dei “signori delle antille”, i criminali d’origine agrigentina che hanno trasferito i loro risparmi o la loro residenza nei paradisi fiscali caraibici. Qual è la conseguenza?
Che per sconfiggere la mafia è necessario avere maggiore supervisione sulle regole del sistema bancario mondiale.

C’è abbastanza informazione in Italia?
No, non c’è. Quante testate hanno seguito l’inchiesta Brooklyn? I giornalisti non fanno riferimento al lavoro delle Procure della Repubblica, nuclei anti-mafia, servizi segreti e commissioni parlamentari.

Come mai?
Perché c’è una compenetrazione della mafia anche all’interno dei sistemi bancari che, a loro volta, controllano le principali testate giornalistiche. Se questo non si interrompe, non vi può essere trasparenza.

Umberto Santino, direttore del Centro siciliano di documentazione ‘Giuseppe Impastato’, nella prefazione al tuo libro definisce il ponte: “inutile, dannoso, costruito su un’area altamente sismica, una voragine di soldi che potrebbero essere spesi per il reale sviluppo della Sicilia e della Calabria”.
Santini ha un quadro chiaro della situazione. I rilievi tecnico-ingegneristici dimostrano che non è possibile costruire un ponte con una sola campata. È economicamente più vantaggioso far viaggiare le merci via-nave e i passeggeri con il trasporto aereo. L’opera attira interessi malavitosi per i lunghi tempi di realizzazione e possibilità di profitto. Una volta terminato, il ponte comporterebbe una militarizzazione del Mezzogiorno perché non sarebbe difendibile in caso di attacco terroristico, se non spendendo migliaia di milioni di euro per creare uno scudo missilistico.

E quale sarebbe l’impatto ambientale?
Sicuramente di grandi proporzioni. Non è possibile stimare esattamente i danni perché il progetto esecutivo sarà pubblicato alla fine del 2010. Un fatto grave, considerando che sono già stati spesi 500 milioni di euro per gli studi di fattibilità. La Corte dei Conti dovrebbe aprire un’inchiesta per capire dov’è finita questa pioggia di finanziamenti. Oltretutto, stiamo parlando della zona ionica, dove si è appena verificata una forte alluvione, causata dai dissesti territoriali. Una terra che avrebbe bisogno di fondi per evitare queste catastrofi.

E l’impatto economico?
Quattro anni fa, la stima del costo totale dell’opera era di sei miliardi di euro che, ora, sono aumentati per la crescita del prezzo dell’acciaio e le attività collaterali.

Sei noto per la tue battaglie anti-militariste e ambientali. Hai creato il blog stostretto.it e, con Antonello Mangano nel 2006, ha scritto “Il mostro sullo stretto. Sette ottimi motivi per non costruire il Ponte”. Perché, ora, “I Padrini del Ponte”?
Ho lavorato per sei anni alla scrittura di questo libro. Poi, è rimasto nel cassetto tre anni perché nessuna casa editrice voleva pubblicarlo, almeno fino all’accordo con la cooperativa Edizioni Alegre. Ripropongo un testo sugli sprechi economici, l’inutilità del ponte e il potere criminogeno. Sono sicuro che vi saranno varie querele a mio carico e, purtroppo, in Italia non c’è nessuna legge che difende i giornalisti. Faccio un paragone che può essere utile: da anni, vivo in Uruguay, dove chi querela un giornalista e perde la causa deve pagarne le spese giudiziarie. Inoltre, sono previsti trenta giorni per una valutazione tecnica sul fondamento della querela.

Ti chiedo: ha senso fare giornalismo militante in Italia?
Penso che a questa domanda risponderanno il pubblico, i giornali alternativi e i blog che si mobilitano contro la costruzione del ponte.

Scrivi nel libro: “ribellarsi non è solo giusto. È una chance di sopravvivenza”. Negli ultimi anni, la società civile italiana si è organizzata in un movimento di lotta contro questo progetto infrastrutturale, grazie alla Rete ‘No Ponte’, alle inchieste di Lega Ambiente e a tutte le manifestazioni a cui hanno partecipato centinaia di cittadini. Quali iniziative sono efficaci per combattere il ponte?
È necessario integrare varie strategie come petizioni, denunce e manifestazioni pubbliche. Anche la recente campagna italiana contro la privatizzazione dell’acqua rappresenta un grande successo perché utilizza diverse forme di protesta.

Un excursus sul panorama delle lotte civili italiane? Chi crede nei propri principi deve assumersi maggiori responsabilità. Purtroppo, non deve fermarsi neanche di fronte alla possibilità di essere arrestato. È successo ai cittadini che sono finiti sotto processo per la protesta contro la costruzione della base Dal Molin di Vicenza o il tracciato dell’Alta Velocità sulla tratta Torino-Lione e nel Mugello, vicino a Firenze. Difendevano il loro territorio e il futuro dei figli. In Italia, in questo momento, la volontà popolare non è rispettata e, spesso, nemmeno quella dei governi locali se si oppongono ai grandi progetti infrastrutturali.
(17/05/2010)
posta@fusiorari.org


“I Padrini del Ponte”
Antonio Mazzeo
Edizioni Alegre, febbraio 2010
pp. 206, 14 euro
in libreria dal 21 aprile.

La foto di Antonio Mazzeo è di Enrico Di Giacomo.
 

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