I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

domenica 10 ottobre 2010

Antonio Mazzeo e i Padrini del Ponte

Intervista ad Antonio Mazzeo, autore del libro inchiesta "I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina" (Alegre), nel quale si ricostruiscono le losche trame delle organizzazioni criminali transnazionali relative alla costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina.

Antonio Mazzeo, ad aprile è uscito il suo ultimo libro inchiesta "I padrini del ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina", nel quale ricostruisce le losche trame delle organizzazioni criminali transnazionali relative alla costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina. E’ un libro importante che dovrebbe essere presente in ogni libreria che si rispetti. Eppure molti coetanei (ventenni) rispondono che non hanno bisogno di leggere per sapere, che queste cose si sanno. Si immaginano. Le chiedo il perché di questo comportamento indifferente: non sarà che ci siamo abituati ad un sistema che giustifica i mezzi? "perché in fondo il ponte porta posti di lavoro!’" Non sarà che abbiamo messo la morale da parte? Kant nella Ragione pratica dice che il fondamento della morale è la ragione perché permette una morale universale, necessaria, autonoma. La ragione infatti ci indica ciò che è doveroso (Devi perché devi ).
E’ in atto ormai da diversi anni il tentativo di addormentare ogni coscienza, specie quelle dei giovani che storicamente hanno rappresentato un enorme spinta di cambiamento e trasformazione degli assetti istituzionali, sociali, ecc.. Programmi televisivi, smantellamento della scuola pubblica e delle sue finalità di democratizzazione, eliminazione di spazi di socialità e interscambio, ecc. sono finalizzati all’affermazione di un modello neoliberista, individualista ed autoritario. Ovvio che in questo scenario, congiuntamente alla crisi delle forme organizzate della politica (partiti, associazionismo, sindacati), siano proprio i giovani a subire la forte crisi d’identità e l’estrema difficoltà a impegnarsi in vista di una profonda trasformazione della società ed ottenere risposte concrete a bisogni, aspettative legittime ed utopie.  

Mi chiedo se non sia utile inserire la filosofia nei programmi delle scuole inferiori per far acquisire un minimo di capacità critica alle menti giovani, non ancora offuscate dai pregiudizi. La lettura de "Il mondo di Sofia" di Jostein Gaarder mi sembra un ottimo inizio. Che ne pensa?
Credo che il rilancio del protagonismo giovanile passi dal potenziamento della scuola pubblica e dallo sviluppo dei centri di libera aggregazione e dei servizi socio-culturali giovanili. Non è la mera somma di nuovi programmi e/o materie che può innescare un processo reale di liberazione, specie adesso che la scuola è stata svuotata da qualsivoglia finalità di affermazione della democrazia sostanziale. Certo, ridurre e/o eliminare dai programmi le discipline umanistiche è funzionale ai modelli neoliberisti del pensiero unico dominante, dove è il mercato al centro dell’universo e non più l’uomo e la natura. Per questo è importantissimo recuperare attività e manifestazioni che puntino a sviluppare il libero pensiero critico, il senso di appartenenza e l’esigenza di esserci e contare come cittadino. Ben vengano dunque, filosofia, scienze sociali, geografia politica, scienze politiche e tutto ciò che serva a far riflettere e coscientizzare.


Volevo chiederle la sua classifica di libri del momento e cosa consiglia ai giovani lettori che si apprestano ad iniziare il primo libro.

Con onestà è da un po’ di tempo che non trovo un romanzo che riesca a saziare i bisogni, sogni, fantasie, desideri, fame di conoscenze che spingono un lettore a lanciarsi nelle pagine di un libro. Forse per questo negli ultimi tempi alterno gli incontri “leggeri” con il noir italiano ai saggi sulla politica e il sistema criminale e corruttivo nazionale. Per la saggistica, non tanto per il taglio ma per la mole di documentazione, mi permetterei di segnalare “Il caso Genchi. Storia di un uomo in balia dello Stato” (Aliberti editore), o per chi volesse comprendere meglio le trame delle stragi e della trattativa istituzioni-poteri criminali , “Il Patto. Da Ciancimino a Dell’Utri” (Chiarelettere). Ai giovani lettori posso solo consigliare di scegliere secondo interesse e coscienza, evitando le operazioni di marketing e l’imposizione del “pensiero unico” negli scaffali delle librerie del franchising o dei supermercati e centri commerciali. Riscoprire la straordinaria stagione della letteratura italiana post-guerra, Pasolini, Moravia, Levi, Fenoglio, ecc., magari Sciascia, può essere uno strumento utile per i neofiti del libro.


Quando è iniziata la sua passione per la scrittura? Tiene un diario? O almeno lo teneva?

Scrivere mi è sempre piaciuto e fortunatamente mi è stato sempre facile e scorrevole. Sicuramente gli anni in cui ho assaporato il piacere di sperimentare la scrittura sono quelli del liceo, anche se il mio modo di scrivere e i temi affrontati non andavano proprio a genio delle mie docenti di lettere. Il diario no, forse nella mia cultura stupidamente “machista” lo consideravo strumento prettamente femminile. Ma avrei fatto bene a conservare memoria dei processi di autocoscienza.


Cosa la ispira?

Per me la scrittura, più che espressione di stati d’animo, sensazioni, sentimenti, ecc. è stato sempre uno strumento di lotta contro i poteri, un modo di rivendicare il diritto di critica e le aspirazioni di democrazia e giustizia. Scrittura dunque “impegnata” e forse per questo più “arida” e “fredda”, forse sin troppo “impersonale”. Un tempo ero molto più intimista e autoespressivo, quella capacità di toccare il cuore oltre che le menti mi manca. Ma i tempi neri del golpe strisciante che investe l’Italia chiedono un impegno “contro”.

Leggo da un suo articolo che è stata confermata la condanna a Joseph Zappia, l’ingegnere italo-canadese ‘’accusato di aver fatto da “schermo” ad una delle più imponenti operazioni di riciclaggio della storia di Cosa Nostra, il tentativo d’investire 5 miliardi di euro nella progettazione e nei lavori di costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina. Mi spiace aver letto ciò su Peacelink, avrei voluto che ne fosse data notizia dalla tv e dai giornali in edicola. Avrà sicuramente sentito del progetto di Arianna Ciccone, la Valigia Blu, per promuovere la dignità dei giornalisti e il rispetto dei cittadini, inaugurato sotto il palazzo della rai per chiedere maggiore trasparenza e rispetto. Lei, donna molto determinata, ha fatto una proposta che è già di per sé dirompente ma se presa in considerazione potrà rappresentare una svolta straordinaria nel futuro dell’informazione: anziché scioperare contro il ddl anti-intercettazioni perché non organizzare una giornata di superinformazione, facendo, perché no, pagare il giornale a metà prezzo. Lei come vede il futuro dell’informazione? E’ d’accordo con Grillo che vede nella rete l’unica salvezza?
In un paese dove storicamente l’informazione è monopolio dei gruppi economici e finanziari dominanti e dove oggi è in atto un programma di eliminazione di qualsivoglia forma di espressione libera e autonoma, il panorama futuro appare coperto da densissime nubi. Per scongiurare nuove forme di dittature similar-orwelliane è pertanto necessario respingere con forza nuove norme, leggi bavaglio e tutto l’armamentario che il governo e le forze economiche di riferimento stanno tentando d’imporre arbitrariamente. C’è poi da colpire le concentrazioni medianiche, l’asservimento degli interessi del sistema d’informazione “pubblico” ai privati, riformare l’intero sistema radiotelevisivo e garantire il reale pluralismo dell’informazione. Da anni sono impegnato ad utilizzare e contribuire a potenziare nel modo più democratico possibile le nuove tecnologie e la rete web; pertanto non posso che condividere gli sforzi di tutti coloro che stanno sviluppando alternative concrete al modello dominante dell’informazione. Anche per questo bisogna aprire un fronte resistenziale contro coloro che puntano a controllare ed esercitare ogni forma di censura su internet, puntando inoltre a rafforzare le reti della comunicazione dal basso e indipendente. Non credo tuttavia che l’affermazione della libertà d’espressione e la coscienza democratica possano però fare a meno di carta stampata, libri, radio e televisioni.

"Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo", affermava Gandhi. Lui auspicava una rivoluzione non violenta, praticando il boicottaggio, un'azione individuale o collettiva avente lo scopo di ostacolare e modificare l'attività di una persona, o quella di un gruppo di persone, una azienda o un ente o anche di uno stato, in quanto ritenuta non conforme a principi etici o ai diritti universali .E se si imitasse ancora il suo esempi? Estendendo il boicottaggio non solo verso mezzi di comunicazione portatori di cattive informazioni ma anche verso quei prodotti confezionati in fabbriche sfruttatrici?
Le possibilità di invertire l’odierno scenario internazionale e le sue gravi distorsioni passa attraverso l’affermazione della cultura della disobbedienza civile, dell’obiezione di coscienza e delle forme di boicottaggio contro prodotti, imprese e gruppi finanziari responsabili di gravi crimini contro l’umanità e l’ambiente. Certo è difficilissimo proporre campagne di obiezione e disinvestimenti, anche perché chi esercita il monopolio dell’informazione esercita anche quello della violenza e della cosiddetta “giustizia”. Credo tuttavia che non possa più esistere movimento d’opposizione o in lotta contro le guerre, la distruzione dell’ambiente, la sopraffazione e il saccheggio delle risorse senza che esso promuova e sperimenti su vasta scala le “disobbedienze”. In piccolo, dovremmo iniziare a farlo nelle nostre battaglie quotidiane, boicottando banche, fondi d’investimento e gruppi assicurativi che sostengono il mercato delle armi o le grandi opere, rifiutando nei posti di lavoro qualsivoglia sostegno ai mercanti di morte e ai depredatori di risorse e territori.

Lei si definisce ecopacifista e antimilitarista, vorrei chiederle quali sono state le fonti di ispirazione che l’hanno portato a questa scelta di vita importante? Inoltre vorrei capire se il suo essere ‘’eco’’ si rivela anche nel vegetarianismo? L’economista americano Jeremy Rifkin negli anni ’90 ha iniziato la sua crociata contro la cultura della bistecca scrivendo Ecocidio, affermando con convinzione che consumare carne ha effetti devastanti sull'ambiente e sulla salute stessa della nostra specie.
Ci sono persone, educatori, eventi, libri, ecc. che lasciano profonde impronte nella formazione etica e culturale di ogni persona, specie nella fase dell’adolescenza. Anch’io devo molto ad alcuni insegnanti del liceo che mi hanno aiutato nel comprendere le ragioni del mondo e stimolare la mia attenzione e il mio spirito critico e libero. È sicuramente a loro che devo le mie profonde scelte eco-pacifiste ed antimilitariste. Come tutti, però, vivo le mie più profonde contraddizioni. Non sono vegetariano, infatti, e non certo perché non condivida le profonde ragioni di tipo etico, economico e sociale che sono alla base delle scelte dei vegetariani. Il mio girovagare per il mondo come cooperante mi ha fatto toccare con mano gli effetti devastanti sull’ambiente e sulle condizioni di vita delle popolazioni del cosiddetto “sud” delle produzioni agricole destinate agli allevamenti di bovini, polli e suini. Fortunatamente consumo quantità veramente minime di carne e pesce, ma onestamente, con uno sgradevole senso di colpa. Mi chiedo comunque se e quando avrò il coraggio di vivere con maggiore coerenza il mio essere contro tutte le guerre e il profondo rispetto di ogni vita.

Umberto Santino, direttore del Centro Siciliano di Documentazione Antimafia "Giuseppe Impastato", nella prefazione al suo libro, definisce il ponte "inutile, dannoso, costruito su un'area altamente sismica, una voragine di soldi che potrebbero essere spesi per il reale sviluppo della Sicilia e della Calabria". Quali sono, allora, le connessioni tra mafia, politica ed economia, che agevolano le infiltrazioni mafiose in questo progetto infrastrutturale ad alto impatto ambientale?
Dobbiamo riferirci alla straordinaria analisi dello stesso Umberto Santino, quando descrive la composizione e il modus vivendi della cosiddetta “borghesia mafiosa”. È questo il soggetto che interviene in tutte le fasi della realizzazione del Ponte sullo Stretto, dalla sua definizione, progettazione, finanziamento, esecuzione e gestione. In Italia le Grandi Opere sono decise non sulla base dei reali bisogni dei territori e coinvolgendo i soggetti istituzionali e le popolazioni locali, ma bensì al tavolino dove siedono progettisti, politici, grandi e piccole società di costruzioni, banchieri e finanzieri e criminalità organizzata, il braccio armato e di controllo sociale dei luoghi dove intervenire. Nel caso più specifico della mega-infrastruttura prevista tra Scilla e Cariddi, le inchieste giudiziarie e i rapporti degli inquirenti provano che l’idea stessa del Ponte è stata perorata per decenni dalle organizzazioni mafiose e che si è arrivato al punto, perfino, che una delle principali “famiglie” transnazionali, radicata in Canada ma con storici legami con Cosa Nostra statunitense e siciliana e le numerose ‘ndrine calabresi, si è offerta come potenziale finanziatore di buona parte dei lavori, ponendo a disposizione delle società chiamate alla progettazione e realizzazione del Ponte, 6 miliardi di dollari. A ciò va poi aggiunto che da tempo le organizzazioni mafiose locali si sono organizzate territorialmente al banchetto dei lavori, costituendo società edili, di fornitura cemento e calcestruzzo, movimentazione inerti, sbancamenti, un business che rappresenta quasi il 40% dei costi dell’opera.   

Quali sono i suoi film preferiti? Ha mai pensato di fare un film del suo libro?
Sono un patito del neorealismo italiano, non credo ci sia mai stato un livello così qualitativo e artistico nella storia del cinema italiano. Ma ho iniziato ad apprezzare l’odierna cinematografia latino-americana e i giovano talenti della scuola brasiliana e argentina. L’ultimo film che mi è piaciuto tantissimo? “L’uomo che verrà”, sulle stragi naziste a Monte Sole, Marzabotto. Un film coraggioso in nome della memoria, ma con un chiaro invito a ripensare la vita e i suoi significati. Immagina se mi dispiacerebbe u film tratto dal mio libro. Il titolo andrebbe benissimo, “I Padrini del Ponte”, sembra fatto apposta per “catturare” spettatori. Purtroppo, però, non ho alcuna conoscenza in tema di sceneggiature cinematografiche e/o teatrali, pertanto ci dovrebbe pensare qualcun altro. Ma potrebbe essere un bel film sulla realtà criminale e criminogena del nostro paese, delle cosiddette “cricche” che determinano le scelte politiche ed economiche, con quel pizzico di ironia che alla fine non ti fa sentire del tutto impotente.

Cosa significa fare giornalismo militante in Italia oggi?
Significa testimoniare un dissenso per il modello autoritario esistente e la speranza di un cambiamento profondo del tessuto sociale, economico ed ovviamente della stessa informazione. Significa però rischiare in prima persona, spesso in solitudine, contro un potere che non risparmia di chiedere d’intervenire direttamente ai gruppi criminali per colpire fisicamente o gli affetti dei giornalisti di frontiera, o che può ricorrere alla delegittimazione o a forme “legali” come le querele o le richieste di risarcimenti civili per milioni di euro che sono un’altra arma letale per silenziare la libertà di critica e d’espressione sancita dall’articolo 21 della Costituzione. 

Le chiedo il prossimo appuntamento che vede in prima linea la protesta cittadina No Ponte. I lettori potrebbero essere interessati a partecipare. Anche il Senato accademico dell’Università si è riunito per discutere le condizioni che porteranno "alla corsa per il banchetto al ponte". Cosa auspica?
Via via che la spaventosa macchina da guerra dei Signori del Ponte procede sul sentiero della distruzione dei territori dello Stretto, si moltiplicano le iniziative di protesta e resistenza del movimento No Ponte. Quest’estate si sono tenuti manifestazioni, incontri, dibattiti ed è in corso la Campagna 100 Piazze contro il Ponte, con l’esposizione di una mostra che analizza le ragioni dell’opposizione alla devastante mega-opera nello Stretto. Anche le presentazioni del libro “I Padrini del Ponte” vogliono essere uno strumento di contro-informazione e dibattito sul tema. Per questo cerco di essere sempre disponibile a rispondere a tutte le richieste che mi vengono fatte da comitati di cittadini, librerie, organizzazioni ambientaliste, sociali e politiche, ecc.. e spero che esse possano moltiplicarsi ancora di più. E’ fondamentale che la lotta contro il Ponte venga assunto da tutti come una priorità per la difesa del territorio, l’ambiente e l’affermazione di uno sviluppo sostenibile e autocentrato. Il prossimo appuntamento strategico è il corteo organizzato a Messina il 2 ottobre, nel primo anniversario della tragedia che ha colpito Scaletta Zanclea e Giampilieri con un terrificante numero di persone sepolte dall’alluvione. Con un obiettivo chiaro, netto, immediato, “la messa in sicurezza dei territori con i soldi del Ponte”.


Nel salutarla e congratulandomi per il lavoro di ricerca e scoperta della verità fatto sinora, le chiedo quale sia il suo parere sulle recenti forme di protesta del movimento No Ponte e sulla scelta significativa di Messina per la manifestazione del 12 Settembre scorso, "Invadiamo lo stretto: un ponte per la scuola", che ha visto la partecipazione dei precari della scuola provenienti da tutta la Sicilia e da gran parte dell'Italia Meridionale.

La manifestazione del 12 settembre come buona parte degli eventi organizzati recentemente dimostra la maturità raggiunta dai Movimenti No Ponte, dei Precari della Scuola e delle diverse forme di dissenso e opposizione ai devastanti programmi di matrice neoliberista che si stanno imponendo nel nostro Paese. È la capacità di superare localismi e di comprendere che le singole battaglie sono intrinsecamente legate alle altre, che non ci può essere difesa ambientale dei territorio senza la difesa e la promozione dei diritti sociali, dell’occupazione, della qualità del lavoro, sostenendo apertamente le lotte per una scuola pubblica e di un’Università realmente democratica, di tutti e per tutti, contro la politica delle Grandi Opere che oltre alle devastazioni concorre al saccheggio delle risorse naturali e finanziarie. Passa forse proprio dalla composizione di queste reti di opposizione e di lotta la possibilità di rifondare la sinistra italiana, ridandole contenuti, energie, progettualità.



L’intervista è stata realizzata da Rosalba Barbato Di Giuseppe ed Emilia Calabria e pubblicata nel mese di ottobre 2010 da SuccoAcido.net.

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