I Padrini del Ponte

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Affari di mafia sullo Stretto

sabato 9 ottobre 2010

La pirateria nelle mire della macchina da guerra della NATO globale

L’ultimo dei vertici dei capi di governo dei paesi membri dell’Alleanza Atlantica, tenutosi a Strasburgo il 4 aprile 2009, ha dedicato ampia attenzione a quella che è stata definita una delle principali minacce alla pace e alla libertà di navigazione.  <<La lotta alla pirateria richiede un approccio generale da parte della comunità internazionale>>, si legge in uno dei passi centrali del comunicato finale emesso a conclusione del summit. <<Stiamo prendendo in considerazione l’ipotesi di un ruolo a lungo termine della NATO per combattere la pirateria, inclusa la possibilità di rispondere in modo appropriato alle richieste regionali di miglioramento delle sicurezza navale>>. Oggi più dell’80% del commercio mondiale è condotto via oceani, e più di 46.000 tra grandi navi da trasporto e petroliere fanno parte del sistema internazionale di trasporto marittimo. Il motore di un modello economico che assai poco è mutato negli ultimi secoli. E così, alla stregua delle cannoniere dell’età coloniale, la NATO si erge a paladino della libertà dei mari e di quei corridoi strategici da cui transitano buona parte delle merci e delle risorse naturali strategiche. <<Le nuove esigenze della sicurezza marittima stanno emergendo in molte parti del mondo>>, ha dichiarato l’ammiraglio Maurizio Gemignani, comandante della Componente Navale Alleata di Napoli. <<Esiste la necessità di eliminare gli attacchi dei pirati che avvengono attualmente nel Corno d’Africa. Questi attacchi stanno mettendo a rischio il principio della libertà di navigazione e del libero flusso del commercio navale>>. significatamene, l’intervento dell’alto ufficiale italiano è stato fatto lo scorso 19 giugno presso la base navale di Souda Bay (Grecia), in occasione dell’attivazione della Standing Naval Maritime Force 2 (SNMG2), gruppo navale di pronto intervento della NATO, destinato a pattugliare le acque della Somalia e del Golfo di Aden, in sostituzione del “fratello” SNMG1. La Standing Naval Marittime Force è l’elemento cardine per le operazioni marittime della NATO Response Force, operative dal 2006 agli ordini dell’Allied Maritime Component Command (CC-Mar) di stanza a Napoli per <<promuovere con la massima flessibilità gli interessi della NATO in qualsiasi parte del mondo>>.
Dall’ottobre del 2008 che le unità di guerra dell’Alleanza Atlantica giocano al gatto e al topo con le piccole imbarcazioni veloci dei “pirati” che tentano improbabili arrembaggi ai mercantili internazionali che solcano le acque del  Corno d’Africa. L’ammiraglio Mark Stanhope, comandante della componente navale dirige l’operazione Allied Protector, ha dichiarato: <<Questa missione riflette la rilevanza e l’adattabilità della NATO ad affrontare le odierne sfide in ambiente marittimo. Insieme ad altre nazioni ed organizzazioni internazionali noi puntiamo ad accrescere la sicurezza delle rotte marittime commerciali e la navigazione nell’area, elemento vitale per l’economia globale>>.
Il nuovo comandante di SNMG2, il britannico Steve Chick ha dichiarato che <<i successi ottenuti contro i pirati in questi ultimi mesi in Corno d’Africa hanno dimostrato realmente l’efficienza delle forze navali della NATO e sono prova di come continuino ad essere rilevanti le forze navali nel mondo moderno>>. << L’operazione dimostra che l’Alleanza è in grado di difendere e proteggere attivamente l’ambiente marittimo dal terrorismo, mentre simultaneamente svolge un processo di rinnovamento e continuo adattamento perfezionando le capacità di pronto intervento nell’area marittima>>. Un’occasione unica, quella della lotta alla pirateria, per sperimentare evolute strategie d’intervento militare e nuovi sistemi d’arma (primi fra tutti i famigerati velivoli senza pilota per l’identificazione e il bombardamento degli obiettivi), di cui si auspica un’istituzionalizzazione che consenta di superare gli attuali limiti spaziali e temporali. Come è stato annunciato infatti dal portavoce NATO, James Appathurai, a margine del vertice di Strasburgo, l’organizzazione militare <<sta lavorando alla realizzazione di una presenza a lungo termine della missione navale contro i pirati>>, dato <<un aumento significativo>> del numero degli attacchi, nonostante la presenza di un centinaio tra portaerei, fregate, cacciatorpediniere, navi da sbarco e sottomarini di quasi tutte le grandi e medie potenze del pianeta.
Come ormai accade con sempre più frequenza tra i ristretti circoli che governano la politica internazionale, la crociata anti-pirateria per la difesa del libero mercato è stata promossa e giustificata in chiave <<umanitaria>>. L’intervento della flotta NATO nel Golfo di Aden fu richiesto infatti dal segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, il 25 settembre 2008, in occasione della visita al Palazzo di Vetro dell’allora segretario generale della NATO, Jaap de Hoop Scheffer. Concordando pienamente con l’estensione del mandato per la missione ISAF in Afghanistan e l’avvio della corrente sanguinosa escalation  militare nel teatro afgano-pakistano, Ban Ki-Moon chiese ufficialmente l’utilizzo delle unità navali dell’Alleanza militare a <<difesa della distribuzione di aiuti umanitari alla popolazione della Somalia>>. Senza alcun dibattito interno preventivo sulla reale portata del rischio pirateria (solo a Lisbona, dal 19 al 22 maggio 2008, era stato tenuto un seminario la cui organizzazione era stata però affidata ad un consorzio di centri di ricerca privati europei, capofila l’italiana EuroCrime), l’Alleanza Atlantica decise di rispondere positivamente in tempi rapidissimi. In occasione del meeting dei ministri della difesa dei paesi NATO del 9 ottobre 2008 di Budapest, veniva formalizzato l’impegno a scortare <<temporaneamente e sino al mese di dicembre>> le unità del World Food Program (il programma mondiale per l’alimentazione delle Nazioni Unite) a largo delle coste della Somalia e nel Golfo di Aden. Veniva così varata la missione “Allied Provider”, la cui conduzione veniva affidata alle navi da guerra di Germania, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Turchia e USA, integrate nello Standing NATO Maritime Group 2 (SNMG2) e sotto il comando dell’ammiraglio italiano Giovanni Gumiero. Per la task force navale NATO si trattava del primo dislocamento dalla sua costituzione nelle agitate acque del Corno d’Africa. Con regole d’ingaggio pressoché illimitate (il Consiglio di Sicurezza aveva provveduto a varare tre risoluzioni che consentivano l’uso della forza contro imbarcazioni “nemiche” in acque interne e finanche in territorio somalo), la NATO estendeva il suo mandato alla scorta di mercantili e petroliere. Alla vigilia di Natale, come promesso, SNMG2 rientrava nel Mediterraneo, sostituito nell’azione anti-pirati da un’agguerrita flotta militare costituita ad hoc dall’Unione Europea (“Operazione Atalanta”). Dopo la parentesi invernale, la NATO decideva però di dare nuova linfa al proprio impegno in Corno d’Africa e così, legittimata dall’incalzante campagna mediatica internazionale, il 24 marzo 2009 inviava al largo delle coste della Somalia lo Standing NATO Maritime Group 1 (SNMG1). Le navi da guerra di Portogallo, Canada, Olanda, Spagna e USA si affiancavano così alla flotta UE, in duplice subalternità agli alti comandi navali USA che dalla grande stazione navale del Bahrein avevano intanto assunto il comando e il coordinamento della lotta ai pirati. I comunicati ufficiali di Bruxelles affermavano che anche in questo caso si sarebbe trattato di una missione temporanea e che dopo una crociera a Singapore ed Australia per promuovere dispositivi navali ed armi alleati alle locali fiere annuali dei mercanti di guerra, i primi di giugno la task force avrebbe fatto definitivo rientro nel Mediterraneo. Dopo aver sospeso però il viaggio dello SNMG1 in Estremo Oriente, giungeva la decisione NATO di estendere la missione nel Golfo di Aden sine die, in attesa di una riformulazione delle funzioni, del mandato e dei mezzi aeronavali che assicurino maggiore stabilità e potenza di fuoco all’Alleanza Atlantica nella cosiddetta <<lotta alla pirateria>> in Corno d’Africa.
USA, ONU, NATO e UE ritengono che più passa il tempo e più sarebbero certi i legami tra i moderni “pirati somali” e gruppi legati ad organizzazioni criminali e terroristiche internazionali. Con uno schema propagandistico già sperimentato con successo alla vigilia dell’attacco sferrato contro l’Iraq di Saddam Hussein, senza offrire prove inconfutabili di quanto affermato, gli alti comandi fanno a gara a descrivere minuziosamente alleanze e minacce diaboliche, utili a creare un clima d’insicurezza generale e legittimare i piani d’intervento militare in Somalia. Negli Stati Uniti sono sempre più numerosi i servizi giornalistici e radiotelevisivi che equiparano “terrorismo islamico” e “pirateria somala”, descrivendo improbabili legami strategico-operativi tra i gruppi di combattenti che si oppongono all’occupazione alleata dell’Iraq e dell’Afghanistan e gli autori degli assalti ai mercantili.
In cambio di armi, tecnologie sofisticate per la navigazione e cicli di addestramento, i “pirati” starebbero fornendo copertura logistica e basi segrete in Africa orientale alle nuove leve del terrorismo di matrice Al-Qaeda. L’Associated Press, in un articolo del maggio 2009 a firma della giornalista Lolita C. Baldor, ha riportato le dichiarazioni di alcuni funzionari dell’esercito e dell’anti-terrorismo USA, secondo i quali <<gli estremisti stanno fuggendo dal confine Pakistan-Afghanistan tentando d’infiltrasi in Africa orientale, portando con loro le sofisticate tattiche terroristiche e le tecniche di attacco acquisite durante sette anni di guerra contro gli Stati Uniti e i loro alleati>>. <<L’allarme è che la Somalia si appresti a divenire il nuovo Afghanistan, un santuario dove I gruppi legati ad al-Qaeda potrebbero addestrarsi e pianificare gli attacchi contro il mondo occidentale>>, aggiungono le fonti militari. Il numero di estremisti islamici già presenti in Corno d’Africa sarebbe ancora abbastanza piccolo, non più di 24-36 persone, ma, si ricorda che <<una cellula di queste dimensioni è stata responsabile dei devastanti attentati dell’agosto 1998 contro le ambasciate USA in Kenya e Tanzania che causarono la morte di 225 persone>>.
È soprattutto il generale William “Kip” Ward, capo di Africom, il Comando statunitense per le operazioni nel continente africano, ad esprimere con sempre maggiore frequenza l’<<inquietudine>> delle forze armate USA per quanto starebbe accadendo in Somalia. <<Quando hai a disposizione ampi spazi territoriali, che sono senza governo, riesci ad avere un rifugio sicuro per le attività di sostegno e per quelle di addestramento>>, ha dichiarato Ward. <<E i combatterti stranieri che si stanno trasferendo in Africa orientale accrescono la minaccia terroristica nella regione>>.
Secondo il Pentagono, il rischio terrorismo in Somalia proverrebbe dal gruppo islamico Al-Shebab, i cui uomini controllano ormai buona parte del paese, e dall’organizzazione militare nota con l’acronimo EEAQ, accusata di aver partecipato direttamente ai sanguinosi attentati del 1998 contro le ambasciate statunitensi in Tanzania e Kenya>>. Secondo Washington, EEAQ ed Al-Shabab potrebbero aver deciso di addestrarsi ed operare congiuntamente, <<favorendo l’ingresso delle fazioni terroristiche di al-Qaeda tra le migliaia di miliziani che vivono in Somalia, organizzati prevalentemente su basi claniche e impegnati fino ad oggi in diatribe interne>>.
Anche all’interno dell’Alleanza Atlantica non mancano i sostenitori della tesi sulla penetrazione di al-Qaeda in Corno d’Africa. In un’intervista al quotidiano on line Il Velino, un “alto ufficiale di provenienza NATO” ha dichiarato che la Somalia è <<al momento utilizzata per reclutare e addestrare guerriglieri da inviare nelle aree “calde”>>. <<Presto però, si passerà ad altro come gli attacchi terroristici>>, ha aggiunto l’anonimo interlocutore. Ricordando il sanguinoso attentato suicida del 12 ottobre del 2000 contro la fregata statunitense USS Cole, ancorata nel porto di Aden, l’ufficiale ipotizza che le flotte militari internazionali anti-pirateria potrebbero essere il prossimo bersaglio di un atto terroristico. L’Alleanza Atlantica – con la “cugina” Unione Europea – fanno propri senza ombre e dubbi gli scenari dipinti dagli strateghi a Washington, seguendo prima Bush, adesso Obama  in un’avventuta in Corno d’Africa che rischia di trasformarsi in un incubo identico a quello afgano. Non sarà certo inopportuno ricordare come l’intervento “umanitario” della NATO in Somalia, fortemente caldeggiato dal Palazzo di Vetro, sia stato successivo alla richiesta dell’amministrazione USA di poter condividere con i paesi partner una terza stagione della “lotta al terrorismo” in Africa. Nell’aprile 2008, il “Rapporto sullo stato del terrorismo”, presentato dal Dipartimento di Stato, aveva enfatizzato come <<le più serie minacce agli interessi statunitensi sono rappresentate dalle operazioni di al Qaeda in Somalia>>, prefigurando un’estensione delle “guerre preventive” al continente africano.  
La <<condivisione>> della crociata anti-pirati di NATO e UE sotto l’egemonia strategica di Washington ha già creato più di uno screzio e qualche reciproca gelosia. Per molti analisti si tratta di un’ingiustificata duplicazione di sforzi e costi finanziari, dove la concorrenza rischia di pregiudicare pesantemente l’efficacia dell’intervento nazionale a <<difesa della libertà di navigazione>>.
Nonostante il portavoce dell’Alleanza James Appathurai si sia affrettato a sottolineare che <<non ci saranno problemi>> per l’impegno di Paesi della UE, <<all’interno della nuova missione NATO in Somalia>>, avviata nel mese di giugno, le interpretazioni sul ruolo d’assumere e le metodologie da adottare contro la pirateria sono tutt’altro che univoche tra le due istituzioni internazionali che hanno sede a Bruxelles. La distanza maggiore tra USA, NATO e UE si misura in tema di trattamento giuridico dei presunti “pirati” catturati nelle acque del Corno d’Africa. Mentre Washington e la Commissione dell’Unione non hanno avuto alcuno scrupolo a sottoscrivere illegittimi accordi per la consegna e la detenzione dei prigionieri con alcuni paesi africani (Kenya, Tanzania, Seichelles), con il Pentagono che ha pure trasferito nelle acque somale una vero e proprio carcere galleggiante per la detenzione <<provvisoria>> dei pirati, gli alti comandi della NATO continuano a lamentare la <<carenza di norme chiare ed univoche>> in materia. Il nodo principale è l’inesistenza di un quadro giuridico internazionale uniformemente applicabile che regoli arresti, procedimenti penali ed eventuali. Nel corso di un recente incontro con gli ambasciatori presso l’Alleanza Atlantica, il neo Segretario Generale della struttura militare, Anders Fogh Rasmussen, ha ricordato i limiti di quanto accade oggi: quando un’unità navale appartenente alla task force NATO ferma i presunti pirati, ogni decisione relativa alla loro detenzione è infatti sottoposta autonomamente alle singole leggi nazionali. <<Ci si arrangia applicando la legislazione della nave sulla quel i pirati sono stati trovati, ma spesso questo non basta, ed alcuni Paesi proprio non hanno norme contro la pirateria>>, ha aggiunto Rasmussen. <<Per affrontare questa vicenda – ha concluso il segretario NATO - sarebbe interessante valutare la proposta di un tribunale dell’ONU per giudicare questi crimini>>. Pirati da condurre all’Aja alla stregua dei protagonisti di efferati delitti contro l’umanità, ipotesi fortemente condivisa pure dal presidente russo Dimitri Medvedev che a fine primavera ha chiesto al procuratore generale Yury Chaika di negoziare con i partner esteri una procedura unanime per perseguire i pirati, che preveda tra l’altro proprio l’istituzione di un tribunale internazionale.

Articolo pubblicato sul n. 155 di Guerre e Pace, novembre 2009

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