I Padrini del Ponte

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Affari di mafia sullo Stretto

mercoledì 2 febbraio 2011

Report World Social Forum 2009 – Belém do Parà, Brasile

Iniziare da una serie di dati numerici forse può fornire una prima idea della valenza storica e politica della nona edizione del World Social Forum tenutasi dal 27 gennaio all’1 febbraio 2009 a Belém do Parà, Stato amazzonico della regione settentrionale del Brasile. Centomila partecipanti alla marcia di apertura, a detta di tutti la più imponente sino ad oggi; 135 mila gli iscritti, più le 15.000 persone che hanno dato vita all’Accampamento della gioventù; oltre 2.300 tra dibattiti, assemblee, conferenze, laboratori ed attività autogestite; 30 i gruppi tematici strategici (diritti indigeni, diritti umani, ambiente, guerra, lavoro, acqua, economia solidale, ecc.); 5.808 le organizzazioni, associazioni, ONG, gruppi sindacali, politici e religiosi, di cui 489 provenienti dall’Africa, 119 dall’America centrale, 155 dall’America del Nord, 4.193 dall’America del Sud, 334 dall’Asia, 491 dall’Europa e 27 dall’Oceania. 4.830 tra traduttori, tecnici e volontari (questi ultimi tutti di Belém e con un’età compresa tra i 18 e i 24 anni); 5.200 gli espositori nelle botteghe, nella fiera dell’economia solidale e negli spazi di ristorazione. Duecento gli eventi culturali, artistici e sportivi; 800 le testate giornalistiche e radiotelevisive accreditate, provenienti da 30 paesi, con 4.500 giornalisti, professionisti della comunicazione o freelance iscritti.

C’è un secondo elemento che ha reso differente il WSF di Belém rispetto a quelli verificatisi in passato. La partecipazione diretta di giovani e giovanissimi, certamente frutto della mobilitazione delle istituzioni pubbliche (università scuole, segreterie statali, enti locali, ecc.) e delle organizzazioni non governative dell’intero Stato del Parà, che hanno compreso l’importanza di questo appuntamento e hanno contribuito ad alimentare l’attenzione generale e il clima di favorevole attesa dell’evento.

Terzo elemento la presenza di oltre 3.000 rappresentanti dei popoli indigeni di tutto il bacino amazzonico, più numerose delegazioni dei popoli indigeni della regione andina e centroamericana.  

In quarto luogo la grande novità della compresenza a Belém nei giorni del Forum di ben 5 presidenti “progressisti” latinoamericani: Inacio Lula (Brasile), Hugo Chavez (Venezuela), Evo Morales (Bolivia), Rafael Correa (Ecuador) e Fernando Lugo (Paraguay). I cinque capi di stato hanno scelto la capitale del Parà, rifiutando la partecipazione al vertice di Davos. Una decisione che aveva creato anche un certo allarme tra chi rivendicava la completa autonomia dei movimenti sociali dai governi, ma che è stata poi risolta intelligentemente con l’organizzazione dell’iniziativa pubblica congiunta del 29 gennaio, in un centro convenzioni fuori dal territorio del Forum (le due università UFPA e UFRA di Belém).  In verità, nella stessa mattinata si era tenuto un incontro tra i presidenti e le maggiori organizzazioni contadine d’America latina, ma si era trattato di un evento indetto dal Movimento brasiliano dei Sem Terra, e comunque il brasiliano Lula aveva scelto di non parteciparvi, dando l’impressione a tanti di temere le possibili contestazioni per le misure promosse dal suo governo su agro-combustibili e megaprogetti infrastrutturali, e sulla mancata riforma agraria che pure era stata promessa in campagna elettorale.


Le centralità di azione

Come era ovvio e giusto che fosse, buona parte del World Social Forum 2009 ha dibattuto prioritariamente il tema del diritto-dovere di salvaguardia dell’Amazzonia, patrimonio dell’umanità, ma sono state altrettanto rilevanti le discussione tra movimenti, associazioni, ONG, popoli indigeni, comunità afro-discendenti d’America latina, ecc. sulle cause e le responsabilità dell’odierna crisi economica internazionale, sui conflitti che dilaniano il pianeta, sugli effetti sociali ed ambientali del modello neoliberista e delle politiche “sviluppiste” di certi governi che pure s’identificano all’interno della “sinistra” mondiale (Brasile in testa), ecc. Un confronto che è stato talvolta aspro tra le differenti anime e identità presenti al Forum, ma che ha comunque permesso d’individuare risposte comuni sulle alternative da percorrere per “un altro mondo possibile”.

Una prima sistematizzazione delle riflessioni generali delle sei giornate è stata fatta il giorno finale del WSF con l’Assemblea delle assemblee, la quale ha raccolto in un lungo documento le proposte emerse durante le assemblee tematiche tenutesi l’ultimo giorno di lavori (ambiente, crisi, diritti collettivi dei popoli, diritti umani, genere, lavoro, lotta alla guerra e alla militarizzazione, migrazioni, ecc.). Ciò ha consentito di individuare una fitta agenda di appuntamenti mondiali, che vedranno movimenti e soggetti “altro mondisti” condividere lo stesso percorso di liberazione a migliaia di chilometri di distanza l’uno dall’altro.

L’Assemblea delle assemblee, innanzitutto, ha dichiarato il 12 ottobre “Giornata globale di mobilitazione in difesa della Madre Terra e contro la mercificazione della vita”, accogliendo l’appello lanciato dai movimenti indigeni perché resti nella memoria di tutti il vero significato della data del 12 ottobre 1492, quando ebbe inizio la dominazione spagnola e il genocidio dei popoli indigeni del continente americano.

Tra i maggiori appuntamenti di azione e mobilitazione, spicca poi la Settimana di mobilitazione globale contro la guerra e gli armamenti che si terrà dal 28 marzo al 4 aprile. Proprio in quei giorni, a Londra, prenderà il via il “G-20”, primo grande appuntamento internazionale del neopresidente statunitense Obama Barack.

In tutte le assemblee tematiche è stato forte il richiamo ai massacri compiuti in questi mesi dagli israeliani a Gaza contro il popolo palestinese. I partecipanti del World Social Forum di Belém si sono trovati d’accordo sulla ormai improcrastinabile necessità di lanciare un severo monito, “promuovendo una campagna mondiale per il boicottaggio e il disinvestimento d’Israele, simile a quello che isolò il Sudafrica per il superamento di uno Stato teocratico, imperialista, razzista ed oppressivo verso uno Stato democratico, plurinazionale ed aconfessionale, che riconosca tutti i diritti dei palestinesi consentendone la pacifica convivenza con gli israeliani”. Il lancio internazionale della campagna di boicottaggio degli investimenti e dei prodotti israeliani e in solidarietà con il popolo palestinese è previsto per il prossimo 30 marzo.

In occasione della celebrazione del 60° anniversario della NATO che avverrà, il 4 aprile 2009, emblematicamente nel Parlamento europeo di Strasburgo, l’Assemblea delle assemblee, nel denunciare l’ampliamento delle funzioni di questo strumento di aggressione planetaria, ha lanciato l’appello per una mobilitazione mondiale con la parola d’ordine “60 anni di Nato sono troppi!”, chiedendo lo scioglimento dell’alleanza militare e lo smantellamento di tutte le basi straniere, a partire da quelle di Guantanamo (Cuba), Manta (Ecuador) e di quella di Vicenza (Italia), dove sono iniziati i lavori di ampliamento. La mobilitazione “no war” avrà come altri obiettivi strategici il bando delle armi nucleari; lo scioglimento della IV Flotta USA, attivata lo scorso anno come forma di pressione sui governi progressisti e contro i movimenti sociali del continente latinoamericano e dei Caraibi; l’opposizione ai processi di militarizzazione del continente africano acceleratisi con la creazione del Comando per le operazioni USA nel continente africano (Africom). Il movimento continuerà inoltre le sue campagne per il ritiro di tutte le truppe dall’Iraq, dall’Afghanistan e dagli altri fronti di guerra.

Su proposta dei movimenti sociali italiani presenti al FSM di Belém, l’Assemblea delle Assemblee ha assunto la campagna di mobilitazione che si terrà in Sardegna tra il 10 e il 14 luglio 2009, in occasione del vertice del G8 che si terrà nell’isola de La Maddalena. Si tratterà del primo appuntamento delle maggiori potenze mondiali dopo lo scoppio della grave crisi economica e finanziaria (e il primo G-8 con la presenza di Obama), con la peculiarità di svolgersi in un ex base militare USA di appoggio ai sottomarini nucleari di stanza nel Mediterraneo, oggi nelle mire di speculatori e costruttori. Come è stato rilevato negli interventi, si è trattato purtroppo di una “vittoria di Pirro” del movimento contro la guerra, in quanto le unità che vi facevano scalo oggi si sono trasferite in altri importanti porti italiani (Napoli, Gaeta, Taranto ed Augusta) e periodicamente effettuano missioni e operazioni in buona parte dei paesi del continente africano e del Golfo Persico.      


Il protagonismo indigeno

Come già sottolineato, il World Social Forum di Belém si è caratterizzato soprattutto per il gran numero di popoli indigeni che vi hanno partecipato. È  stato giustamente segnalato da Blanca Chancoso, leader della Confederazione delle nazioni indigene dell’Ecuador e portavoce dei movimenti di donne indigene in America latina, che “in questo Forum gli indigeni non sono solo degli invitati, ma iniziamo ad essere parte della costruzione di un’alternativa di vita”. Il contributo dei popoli indigeni è stato fondamentale per aprire importanti spazi di riflessione tra tutti i partecipanti, specie riguardo il tema di un’altra idea dello sviluppo, a partire dal concetto del “buen vivir”. È stata la stessa Blanca Chancoso a spiegarne il significato: “Per noi buen vivir significa garantire lo spazio dove ogni individuo nasce, dove cresce e dove vive. Significa garantire le opportunità di lavoro, di studio, il diritto alla salute e alla vita. Significa poter sorridere. Per noi tutto ciò è più importante dell’accumulazione di beni materiali. Avere le stesse possibilità, essere rispettati e rispettare. Vivere bene non è quanto vendi o quanto compri, bensì pensare a come possiamo vivere bene le nostre vite. Vi sono esperienze millenarie che hanno dimostrato come sia possibile vivere in un’altra maniera e come il capitalismo non sia certo l’unica maniera di vivere e di relazionarsi”.

Sono stati soprattutto i popoli indigeni di Brasile, Colombia, Ecuador e Perù a denunciare con chiarezza il processo di distruzione delle risorse naturali di cui è vittima l’intera foresta amazzonica. Quanto accaduto in questi ultimi anni è sconcertante: solo nel periodo 2000-2005, più del 17% della foresta amazzonica è stato deforestato (857.000 chilometri quadrati, una superficie pari a quella dell’intero Venezuela). Secondo il Coordinamento delle organizzazioni indigene dell’Amazzonia brasiliana, COIAB, “l’Amazzonia ha perduto negli ultimi trent’anni 80 milioni di ettari di foresta a causa di attività di sviluppo non durevole”. Jonas Bastos Veiga, direttore del Centro di ricerca e studi ambientali dell’Istituto di Sviluppo Economico, Sociale ed Ambientale del Parà (IDESP), ha rilevato come tra il 75 e l’80% della devastazione delle foreste primarie dell’Amazzonia brasiliana è provocata dalle “attività agricole e dall’allevamento intensivi, dalle politiche governative mal concepite e dallo sfruttamento del legname”.


Le contraddizioni socio-ambientali dei governi “progressisti”

I governi di centro-sinistra insediatisi recentemente in molti degli Stati in cui si estende la foresta amazzonica, non hanno purtroppo rappresentato un inversione nella tendenza al processo di devastazione del territorio e dell’ambiente. Anzi, nel caso di Brasile ed Ecuador, si è registrata una escalation nell’implementazione di programmi eco-insostenibili che hanno contribuito all’accelerazione della deforestazione. L’espansione di queste attività ha provocato forti conflitti tra i governanti di “sinistra” e le comunità indigene e i contadini. “Il governo di Lula ha appoggiato l’avanzata di questo modello predatorio in Amazzonia”, hanno dichiarato i portavoce del Movimento dei Sem Terra, nel denunciare altresì i gravissimi impatti ambientali e sociali delle coltivazioni di soia, canna da zucchero, ecc, finalizzate alla produzione di agro-carburanti, eufemisticamente definiti “necro-carburanti”. Una critica feroce che ha costretto l’ecologista Marina Silva, originaria dello stato amazzonico di Acre, a presentare le sue dimissioni da ministra dell’ambiente del governo guidato dal leader del PT (Partito dei lavoratori). 

Luis Hernandez Navarro, inviato al Forum Sociale del quotidiano messicano La Jornada, ha colto efficacemente il paradigma vissuto oggi in Amazzonia: “Questa regione, esempio vivo e scottante del livello raggiunto dalla distruzione dell’ambiente, è lo scenario di una doppia domanda. La prima coinvolge movimenti ambientalisti di tutto il mondo che lottano per la preservazione della foresta, con i governi della regione che rivendicano la loro sovranità. La seconda mette di fronte i popoli indigeni e i contadini che vivono nel territorio, e giganteschi progetti stradali e energetici promossi da quegli stessi governi. Dietro queste questioni si trovano sia le differenze e le contraddizioni esistenti tra movimenti popolari e governi progressisti dell’America latina, sia la disputa per un altro modello di sviluppo o di civiltà”.

“L’Amazzonia è una metafora dei dilemma che attraversano la sinistra, dilemmi grandi quanto la stessa regione”, aggiunge Hernandez Navarro. “L’America latina è cresciuta negli ultimi anni esportando materie prime. I governi progressisti hanno intercettato risorse straordinarie per i loro programmi favorendo lo sfruttamento petrolifero, minerario e forestale, dando anche facilitazioni alla produzione estensiva di soia. Il rischio che la foresta si trasformi in una savana, in modo irreversibile, è reale….”.

Quasi del tutto sconosciuta al grande pubblico internazionale, la IIRSA (Iniciativa para la Integración de la Infraestructura Regional Suramericana) è una delle più gravi minacce all’esistenza stessa dell’Amazzonia e dei suoi popoli nativi. Si tratta in concreto di un piano articolato di megaopere infrastrutturali che transnazionali, grandi holding finanziarie e l’establishment politico locale ha avviando nella regione a partire dalla fine del secolo scorso. L’IIRSA prevede grandi autostrade trans-amazzoniche, reti fluviali, porti, dighe e centrali idroelettriche, attività generalizzate di sfruttamento minerario e petrolifero. Si tratta ad oggi complessivamente di 514 megaprogetti per un valore totale di 69 miliardi di dollari, il cui coordinamento strategico è stato assegnato al BID, il Banco Interamericano de Desarrollo (Banco Interamericano per lo Sviluppo).

Secondo quanto denunciato da Egberto Tano, presidente della COICA, l’organizzazione che riunisce i popoli indigeni dei nove paesi del bacino amazzonico, “gli enormi investimenti garantiti da banche e da diversi governi latinoamericani rischiano di regalare enormi profitti per le multinazionali e di distruggere l’ecosistema più importante della terra”. Carlos Tautz, ricercatore dell’Istituto Brasiliano di Analisi Sociali ed Economiche (IBASE), sostiene che l’obiettivo reale del’IIRSA è quello di puntare alla trasformazione dell’Amazzonia “in una grande piattaforma per il rifornimento di risorse naturali, nel settore energetico e alimentare, per i centri consumatori di Stati Uniti, Unione Europea, Cina e Giappone”.


Verso la giustizia ambientale

Contro i crimini ambientali, i movimenti sociali e i popoli indigeni hanno posto enfasi sulla necessità di stabilire universalmente la “giustizia ambientale”, attraverso l’elaborazione di “politiche di compensazione e mitigazione di fronte agli impatti, sofferti principalmente sulle popolazioni dei paesi del sud, prodotti dall’emergenza ambientale che colpisce il pianeta”. Di fronte all’ingiustizia sociale prodotta, è stato deciso il lancio di una Campagne globale per il ristabilimento della giustizia climatica, difficilmente quantificabile in termini economici ma che significa sopravvivenza per migliaia di persone.

Tra le principali richieste dell’azione di mobilitazione, quella del riconoscimento del debito ecologico storico che i paesi industrializzati hanno contratto con i paesi del Sud. Per garantire l’equa compensazione dei passivi ambientali e degli stock di materie prime esportate a costi infinitamente bassi, si prevede la “creazione di un meccanismo finanziario integrale che dovrebbe contare su un apporto di almeno l’1% del Prodotto Interno Lordo dei paesi del Nord”, del tutto indipendente dal Fondo globale per l’ambiente e, dunque, dalla Banca mondiale.

Contemporaneamente si punterà alla radicale trasformazione dei modelli energetici (implementazione di politiche energetiche sostenibili, incentivi all’efficienza energetica e allo sviluppo di fonti energetiche rinnovabili non convenzionali, ecc.), allo sviluppo di politiche urbane sostenibili in tema di trasporti, produzione e gestione dei rifiuti, riforestazione, ecc. Nel definire “inadeguate e perfino nocive” la misure sin qui adottate a livello internazionale, come ad esempio l’istituzione del mercato delle emissioni, il WSF si è dato appuntamento per il prossimo mese di dicembre a Copenaghen per il Controvertice che si realizzerà in contemporanea alla conferenza mondiale sulle mutazioni climatiche.

Sempre in merito al dibattito sulle misure da adottare in campo ambientale, è opportuno segnalare quanto proposto ai partecipanti del Forum Sociale di Belém da Evo Morales, presidente della Bolivia. Dopo aver insistito sulla necessità di approfondire il dibattito sul cambio di paradigma economico (l’abbandono del capitalismo a favore di un modello basato su solidarietà e sostenibilità), Morales ha proposto l’eliminazione progressiva dei sussidi ai combustibili fossili, e dedicare in cambio fondi e sforzi alla ricerca e alla innovazione delle fonti energetiche alternative e rinnovabili, come l’eolico, il solare, la geotermica e “l’idroelettrica su scala piccola-media”.

Il presidente boliviano ha indicato tra gli obiettivi, l’eliminazione dei brevetti sulle innovazioni e le tecnologie che possono avere un ruolo nella prevenzione e mitigazione dei cambiamenti climatici, e la creazione di un organismo internazionale ad hoc, una sorta di Nazioni unite per l’ambiente, al quale siano subordinate le organizzazioni internazionali commerciali e finanziarie. Evo Morales ha infine stigmatizzato la diffusione generalizzata nel continente latinoamericano della coltivazione di agro-combustibili. “La scelta degli agro-combustibili – ha dichiarato – è inadeguata perché antepone la produzione di carburanti a quella di alimenti, oltre a favorire la concentrazione di terre e ampliare le frontiere agricole a scapito delle aree boschive e forestali”.

La valutazione sull’insostenibilità ecologica e sociale del modello energetico incentrato sulla coltivazione di monocolture di canna da zucchero, mais, soia, ecc. è ormai patrimonio collettivo di tutti i movimenti sociali e indigeni del continente. Alcuni tra i maggiori centri di ricerca internazionale hanno ormai documentato con dovizia i pesantissimi impatti della conversione delle colture alimentari per la produzione di agro-combustibili. Oltre a richiedere e fagocitare sempre maggiori aree agricole, risorse idriche ed energia elettrica, è ormai stato dimostrato che il “ritorno energetico” delle coltivazioni di agro-carburanti è pienamente negativo relativamente al consumo di combustibili fossili. Secondo la Cornell University di New York, il “ritorno energetico” nella produzione di etanolo dal miglio è di appena il 46%, significa cioè che il 54% dell’energia utilizzata per la sua produzione è di origine fossile. Solo nel caso del “biodisel” originato dalla soia, il “ritorno energetico” raggiunge il 63%.

A ciò va poi aggiunta la domanda di combustibili fossili per il trasporto e la distribuzione degli agro-combustibili, per non dimenticare i problemi ambientali tipici di qualsiasi coltivazione monoculturale intensiva, come la contaminazione delle acque da parte di pesticidi, l’erosione del suolo, ecc.. I ricercatori di New York concludono che “la crescita della produzione di biocombustibili aumenta indubbiamente il consumo di combustibili fossili e di conseguenza la dipendenza energetica e il rischio dell’insicurezza alimentare, potendo minacciare il sistema mondiale di produzione di alimenti”.


Le zone d’ombra

Anche per questa nona edizione sono rimasti irrisolti alcuni dei nodi che hanno caratterizzato i precedenti Forum (difficoltà a far convergere le mille istanze e proposte in un documento di sintesi; proliferazione di incontri spesso autoreferenziali; scarsa considerazione per la mitigazione degli impatti socio-ambientali del Forum; contraddizioni tra il pensare ad un altro mondo possibile e l’agire quotidiano dei partecipanti – come il consumare cibi e bevande di transnazionali al bando per crimini contro l’uomo e l’ambiente, grande produzione di rifiuti non riciclabili, utilizzo di trasporti interni altamente inquinanti, ecc.). Il WSF di Belém ha inoltre subito una sin troppo invadente presenza delle figure di governo dello Stato del Parà, la governatrice del PT Ana Giulia Carepa in testa, le quali hanno tentato di utilizzare l’evento come una vetrina delle politiche sociali implementate (alcune certamente interessanti, altre di matrice meramente paternalista-clientelare), o, peggio, di rilanciare una serie di progetti infrastrutturali di forte impatto sul territorio urbano. Progetti, questi ultimi, che potrebbero aumentare nel caso in cui la Federazione Internazionale Calcio scegliesse Belém come sede amazzonica del primo turno dei Mondiali 2014, obiettivo che sta a cuore del governo di centrosinistra e che per questo ha organizzato eventi e spettacoli in cui sono stati affiancati il logo dell’FSM 2009 con quello del “Brasil 2014”. Il Segretario di Stato per lo Sport, Carlos Alberto da Silva Leao, in occasione di un incontro organizzato dalla UISP (Unione Italiana Sport per Tutti) sul diritto allo sport, ha pure proposto alle organizzazioni presenti al Forum di firmare un appello di sostegno alla candidatura di Belém come sede della Coppa del Mondo, proposta ovviamente respinta da tutti.

Ciò che più ha creato disagi e fastidi sono state le notizie trapelate sulle quantità di denaro investite da Governo Federale, Statale e dall’amministrazione comunale per il “sostegno organizzativo al Forum Sociale”, che in realtà sono stati destinati alla realizzazione di alcune infrastrutture inaugurate ma non completate (terminal idroviari e terrestri, strade perimetrali, ecc.) o, peggio, al “rafforzamento delle istituzioni di sicurezza e degli organi d’intelligence, all’acquisto di equipaggiamenti strategici, ecc.”. Secondo quanto dichiarato dalla governatrice del Parà, Ana Julia Carepa (PT), 338 milioni di reais (120 milioni di euro, circa) “sono stati iniettati nell’economia locale dalle autorità pubbliche”, 52 milioni e 137.000 di cui destinati al capitolo  “sicurezza”.

Il dispositivo di polizia militare schierato è stato del tutto spropositato: 7.000 agenti, 220 uomini appartenenti ad uno squadrone specializzato anti-terrorismo e d’intelligence, 50 automezzi blindati, due elicotteri della Forza Nazionale, 17 imbarcazioni veloci della Marina, fucili 556, pistole calibro 40 e altro “armamento non letale”. Movimenti di base di Belém e abitanti dei quartieri marginali dove imperano le bande giovanili hanno denunciato che si è trattato di un presidio del territorio tutt’altro che pacifico. Nel corso di un dispositivo interforze “preventivo” (del tutto simile a quello che le Forze speciali brasiliane eseguono quotidianamente nelle favelas più violente di Rio de Janeiro) sono stati uccisi dalla polizia 5 giovani accusati di appartenere a organizzazioni criminali, ma ci sarebbero almeno altri 10-15 giovani misteriosamente spariti nel nulla.

Report scritto per conto del CISS - Cooperazione Internazionale Sud Sud di Palermo il 5 febbraio 2009


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