Verso la Terza Guerra Mondiale

 

A balzi forzati verso la Terza Guerra Mondiale. L’incendio scatenatosi in tutto il Medio oriente dopo l’attacco USA-Israele all’Iran rischia di trasformarsi in una catastrofe globale. In verità, considerando il numero dei paesi direttamente o indirettamente presenti nei campi di battaglia, siamo già di fronte ad un conflitto mondiale. Israele, Iran, Libano, Siria, tutti i Paesi del Golfo, il Corno d’Africa dall’altra parte del Mar Rosso, l’Egitto, la Turchia e la belligeranza dimenticata tra Pakistan e l’Afghanistan. Poi gli USA e gli alleati NATO, primi fra tutti Francia e Regno Unito, ma senza dimenticare Portogallo, Spagna, Germania e Cipro che hanno fornito un supporto logistico chiave per le operazioni di trasferimento dei caccia da guerra verso lo scacchiere mediorientale.

E l’Italia? Nonostante il governo e l’“opposizione” Pd provino a dare l’idea che il belpaese intenda restar fuori dalla contesa, fedele partner sì di Washington e Tel Aviv ma attento a non farsi trascinare dietro chissà quali altre sventure, basi e installazioni militari, sistemi radar e missilistici e migliaia di soldati operano a favore dei raid contro Teheran, anche a pochi chilometri di distanza.

Le rappresaglie iraniane contro le roccaforti USA nel Golfo hanno fatto scoprire agli italiani che abbiamo schierato reparti d’eccellenza in Kuwait, ad Erbil nel kurdistan iracheno e finanche in Bahrein nel dispositivo di comando della Combined Maritime Forces, la forza aeronavale multinazionale a guida statunitense attiva in Mar Rosso, nell’Oceano Indiano e nel Golfo Persico. In quelle acque abbiamo trasferito unità della Marina Militare nell’ambito delle operazioni UE “Atalanta” ed “Aspides”, entrambe sempre più a vocazione anti-iraniana. Abbiamo una base aerea a Gibuti e truppe in Somalia e operiamo con due missioni in Libano, Unifil con le Nazioni Unite e quella per la formazione delle forze armate di Beirut. Siamo davvero ovunque, il paese atlantico militarmente più rappresentato in Medio oriente dopo gli Stati Uniti d’America.

Nelle settimane precedenti all’attacco “preventivo” Usa-israeliano abbiamo consentito che il nostro spazio aereo fosse attraversato da bombardieri, aerei radar e cisterna nei loro trasferimenti verso le grandi basi aree del Golfo. A Napoli Capodichino e Lago Patria-Giugliano ci sono i comandi strategici di US Navy per la gestione di tutte le attività nel Mediterraneo e in Medio oriente; da Aviano (Pordenone) sono stati trasferiti – probabilmente in Giordania - dodici cacciabombardieri F-16 di US Air Force. Alle operazioni belliche non fanno mancare il loro apporto, come purtroppo avviene ormai da sempre, le mega installazioni Usa e NATO “ospitate” in Sicilia. Il terminale terrestre del sistema satellitare MUOS realizzato a Niscemi in violazione delle norme ambientali e urbanistiche continua a trasferire agli “utenti mobili” (caccia, droni, missili, sottomarini e navi di superficie) le immagini dei target da colpire e gli ordini di attacco. E’ stato poi possibile documentare che sabato 28 febbraio alle ore 01.30 circa, un grande velivolo da pattugliamento aeronavale Boeing P8A “Poseidon” di US Navy è decollato dallo scalo aereo di Sigonella per dirigersi verso il Mediterraneo orientale dove da lì a qualche ora è stato scatenato l’inferno di fuoco contro l’Iran. La presenza del “Poseidon” durante il raid contro Teheran ha certamente favorito le operazioni di individuazione e selezione degli obiettivi.

Sempre sabato 28 è atterrato nella base aerea siciliana un drone-spia MQ-4C “Triton”, anch’esso in dotazione a US Navy. Il grande velivolo senza pilota è rientrato in Sicilia dopo una lunga missione di intelligence e sorveglianza nello spazio aereo del Golfo di Oman, in prossimità dello Stretto di Hormuz. Il “Triton” era stato trasferito il 23 febbraio da Sigonella alla base aerea di Al Dhafra, negli Emirati Arabi Uniti. Il giorno successivo, in particolare, è stato tracciato il volo del drone sul Golfo Persico in prossimità di Bahrain e Qatar, ad un’altitudine “anomala” di oltre 11.500 metri. Anche in questo caso è presumibile che il velivolo abbia mappato le infrastrutture e i siti iraniani da colpire e distruggere.

I P-8A “Poseidon” e i droni “Triton” e “Global Hawk” di Sigonella sono stati utilizzati in innumerevoli interventi di US Navy nel Mar Nero e ai confini con Ucraina, Russia e Bielorussia, a fianco delle forze armate di Kiev. Una sanguinosa guerra fratricida quella russo-ucraina entrata già nel suo quinto anno e di cui si ignorano ancora i reali costi in vite umane. Secondo gli studi delle più serie organizzazioni non governative, confermati dal Center for Strategic and International Studies (Csis) di Washington, sarebbero già due milioni i militari dei due paesi morti o feriti gravemente. Ci sono poi le vittime civili del conflitto, non meno di 15.000 secondo le Nazioni Unite; enorme il numero dei rifugiati ucraini all’estero, sei milioni circa, un milione dei quali uomini in obbligo di leva. Un fenomeno, quello della diserzione, che ha investito anche Russia e Bielorussia a riprova di come sia stata una delle più concrete risposte di rifiuto di massa alle logiche di guerra e di morte dei governanti.

Una carneficina quella russo ucraina, ignobilmente alimentata dalle armi inviate da USA e alleati Ue e NATO. Dal 2022 ad oggi i paesi europei hanno trasferito a Kiev armamenti e munizioni per un valore superiore ai 201 miliardi di euro; altri 178 miliardi di sistemi di morte sono stati promessi per i prossimi mesi. Anche l’Italia ha fatto la sua parte; nonostante sia l’unico dei paesi occidentali che abbia secretato il valore, la quantità e la tipologia delle armi inviate alle forze armate ucraine, è possibile stimare in non meno di due miliardi di euro all’anno il costo di questi sistemi, cioè otto miliardi dal 22 febbraio 2022, data dell’invasione militare russa.

Ma l’Italia ha anche le mani e il volto sporchi di sangue del popolo palestinese vittima delle politiche genocide di Israele. Prima e durante le operazioni di sterminio nella Striscia di Gaza abbiamo fornito armi e munizioni alle forze armate israeliane aggirando norme e controlli. Gli affari per il complesso militare-industriale nazionale non hanno conosciuto mai una sosta. Leonardo SpA, anche attraverso le aziende controllate con sede nel Regno Unito negli Stati Uniti, continua a inviare componenti per i cacciabombardieri F-35 israeliani, elicotteri leggeri e cannoni navali. Prosegue la cooperazione nel settore addestrativo con i corpi d’élite della Marina e dell’Aeronautica Militare israeliana e nella primavera 2025 il di Stato Maggiore delle forze aeree di Tel Aviv è stato ospite d’onore del 32° Stormo di Amendola (Foggia).

Quando saranno completati i lavori di ampliamento e potenziamento della grande base aerea di Trapani Birgi per ospitare la prima scuola dei piloti dei cacciabombardieri F-35 fuori dagli USA è più che prevedibile che tra i “docenti” ci saranno proprio i top gun di Israele per l’esperienza acquisita durante i raid di morte a Gaza, Cisgiordania, Libano, Siria, Yemen, Qatar e Iran. Si parla assai poco della International School di Trapani Birgi eppure rappresenta uno degli esempi più emblematici del processo di israelizzazione del sistema militare-industriale italiano. Nella base siciliana saranno formati i piloti di tutti quei paesi che hanno acquistato o intendono acquistare gli F-35, aerei dotati della doppia capacità d’armamento, convenzionale e nucleare. Sul sedime della base militare NATO, impiegando risorse, mezzi e militari dell’Aeronautica italiana, sarà il colosso statunitense Lockheed Martin in partnership con il gruppo Leonardo a capitalizzare l’affaire, promuovendo i propri gioielli di distruzione di massa e concorrendo ad un’ulteriore militarizzazione dello spazio aereo di mezza Sicilia, Pantelleria e del mar Tirreno fino ai poligoni della Sardegna.

A Trapani intanto sono stati rischierati gli aerei radar Awacs della NATO, principalmente per operare sul fronte dell’Europa orientale. E, segretamente, anche i droni d’intelligence e riconoscimento RQ-4D “Phoenix” AGS dell’Alleanza, il cui comando e centro operativo sorge a NAS Sigonella. L’AGS con i suoi cinque velivoli a pilotaggio remoto consente alla NATO di condurre ricognizioni aeree autonome in qualsiasi condizione atmosferica, giorno e notte, in una vastissima aera geografica che comprende l’Europa, il nord Africa e il Mediterraneo orientale. La Sicilia che va alla guerra raddoppia, anzi no: con il MUOS di Niscemi e la base navale di Augusta in via di potenziamento, cala un poker d’assi. Tragedia nella tragedia di un mondo in rovina.

 

Articolo pubblicato in Sicilia Libertaria, marzo 2026

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