Conflitto USA-Iran. L’Italia è in guerra

 “Il nostro paese non prende parte e non intende prendere parte al conflitto in Iran”. Così ha assicurato la premier Giorgia Meloni intervenendo in Parlamento l’11 marzo scorso. Due giorni dopo è giunto il sigillo del Consiglio Supremo di Difesa presieduto da Sergio Mattarella. “L’Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra, come ha ribadito il Presidente del Consiglio”, si legge nel comunicato finale. “Il Parlamento si è già espresso sulle richieste ricevute da parte dei Paesi amici ed alleati di assistenza nella loro difesa nonché sulla necessità che l’utilizzo delle infrastrutture militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi avvenga nel rispetto del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti che include fra l’altro attività addestrativa e di supporto tecnico-logistico (…) Eventuali richieste che dovessero eccedere il perimetro delle attività già disciplinate dagli accordi citati saranno sottoposte al Parlamento”.

Le basi USA e NATO in Italia solo per l’addestramento e il supporto tecnico-logistico delle forze armate di Washington che con Israele hanno aggredito l’Iran in palese violazione del diritto internazionale? No, assolutamente no, con buona pace del Capo dello Stato e del governo. Il belpaese è in prima linea e non solo per le centinaia di militari italiani presenti in Kuwait, Iraq, Bahrein, Qatar, Arabia Saudita, Libano, Gibuti, Somalia e nelle acque del Mar Rosso. In prima linea e belligerante, con un contributo strategico innanzitutto per le operazioni di intelligence e individuazione degli obiettivi dei velivoli con e senza pilota statunitensi.

La notte del 14 marzo il presidente Donald Trump ha dato l’ordine al Comando Centrale delle forze armate degli Stati Uniti d’America (Centcom) di colpire le infrastrutture militari ospitate nell’isola di Kharg da cui viene esportato quasi il 90% del petrolio dell’Iran. Sei giorni prima, l’isola che si trova a 25 km di distanza dalle coste iraniane e a meno di 500 km dallo Stretto di Hormuz, era stata al centro di una lunga missione di riconoscimento e sorveglianza di un drone MQ-4C “Triton” di US Navy decollato dalla stazione aeronavale di Sigonella (Sicilia orientale).

Dopo aver attraversato il Mediterraneo centro-orientale, il velivolo si era diretto verso le coste nordorientali iraniane per sorvolare il distretto di Bushehr che ospita una delle maggiori infrastrutture della Marina militare iraniana ed un impianto per l’arricchimento dell’uranio. Successivamente il “Triton” USA ha raggiunto l’isola di Kharg. “La missione del drone può essere servita per monitorare l’attività iraniana lungo la costa e raccogliere dati d’intelligence per gli approcci marittimi verso Kharg”, hanno commentato gli analisti del sito specializzato ItaMilRadar. Senza il preventivo monitoraggio dell’area e l’individuazione dei potenziali target, non sarebbe stato possibile effettuare con successo i bombardamenti sull’isola-hub del petrolio iraniano.

Alle prime ore di sabato 28 febbraio, poco prima che si scatenasse l’inferno di fuoco contro l’Iran, un grande velivolo da pattugliamento aeronavale Boeing P8A “Poseidon” in dotazione alla Marina Militare degli Stati Uniti d’America decollava dallo scalo siciliano per dirigersi verso lo spazio aereo mediorientale. Anche il “Poseidon” viene impiegato di norma per le operazioni di intelligence, sorveglianza e riconoscimento di potenziali obiettivi “nemici”. Le caratteristiche e le potenzialità belliche delle attrezzature di cui è dotato sono secretate, ma il pattugliatore può mappare un’area di 10.000 metri quadri da una distanza di più di 220 miglia; inoltre può disturbare i radar annullandone i segnali.

La presenza del Boeing P8A “Poseidon” in concomitanza dell’avvio dei raid contro Teheran ha certamente favorito l’individuazione e la selezione degli obiettivi da colpire. Questi pattugliatori che operano dal 2016 da Sigonella sotto il comando e il controllo di un distaccamento del Patrol Squadron 45 di US Navy sono già stati utilizzati in innumerevoli attività belliche nel Mar Nero e ai confini con Ucraina, Russia e Bielorussia, a fianco delle forze armate di Kiev.

A conferma del ruolo centrale della base siciliana nella campagna di guerra contro l’Iran va altresì rilevato che sempre il 28 febbraio vi atterrava un drone-spia MQ-4C “Triton”, a conclusione di una lunga missione nello spazio aereo del Golfo di Oman, in prossimità dello Stretto di Hormuz. Il velivolo era stato trasferito il 23 febbraio da Sigonella alla base aerea di Al Dhafra, negli Emirati Arabi Uniti. Il 24 febbraio, in particolare, è stato tracciato il volo del “Triton” sul Golfo Persico in prossimità di Bahrain e Qatar, ad un’altitudine “anomala” di oltre 11.500 metri. Anche in questo caso è presumibile che il velivolo abbia mappato le infrastrutture e i siti iraniani da distruggere.

Poco per parlare di coinvolgimento diretto dell’Italia nel sanguinoso conflitto mediorientale? Ok, spostiamoci molto più a nord, in Friuli, ad Aviano (Pordenone) dove esiste una delle principali basi aeree in Europa delle forze armate USA con tanto di depositi per le nuove bombe nucleari tattiche B-61-12. Da Aviano, il 17 febbraio, sono decollati dodici cacciabombardieri Lockheed Martin F-16 “Fighting Falcon” a doppia capacità (convenzionale e nucleare) in dotazione al 31st Fighter Wing della U.S. Air Force. I velivoli da guerra hanno attraversato tutto il Mediterraneo per poi dirigersi in una delle basi che gli Stati Uniti controllano in Medio oriente, forse in Giordania o negli Emirati Arabi. Dal 28 febbraio quei cacciabombardieri partecipano agli strike lanciati contro l’Iran.

Il contributo dello stormo dell’US Air force di stanza ad Aviano è proseguito fino ad oggi. Mercoledì 11 marzo un grande aereo cisterna Boeing KC-135 delle forze USA ha sorvolato lo spazio aereo friulano per rifornire in volo una decina di caccia F-16 del 31st Fighter Wing decollati presumibilmente per raggiungere ancora l’area di conflitto. Sempre giorno 11 ad Aviano è atterrato un aereo cargo Lockheed C-5 “Galaxy” del 436 Airlift Wing di US Air Force proveniente dalla base di Dover, Delaware. Il velivolo viene impiegato per il trasferimento ai teatri operativi di personale militare, armi, munizioni e perfino di aerei d’attacco; cosa trasportava il “Galaxy”? La destinazione finale era forse il Medio Oriente? A queste domande deve rispondere il ministero della Difesa italiano: le autorizzazioni ai decolli e agli atterraggi sono rilasciate dai comandi delle basi, alti ufficiali dell’Aeronautica Militare italiana, sia a Sigonella che ad Aviano. Così come la copertura radar e la protezione dello spazio aereo è sotto la giurisdizione italiana.

Di certo non è possibile sapere cosa accade nel quartier generale di NAVEUR-NAVAF (le forze navali USA per l’Europa e l’Africa) a Napoli Capodichino. Da qui vengono pianificare le operazioni delle unità navali, dei sottomarini e dei velivoli aerei di US Navy in navigazione nelle acque del Mediterraneo. NAVEUR-NAVAF coordina e ordina le attività navali in tempi di pace e in quelli di guerra. A ridosso delle coste di Israele, Siria e Libano ci sono portaerei, fregate e sommergibili impegnati in combattimento. Ricevono da Napoli Capodichino gli ordini di fuoco?

Di certo le informazioni di intelligence, le foto e i video degli obiettivi e gli ordini operativi per i reparti di guerra USA transitano dal MUOS, il sistema di telecomunicazioni satellitari ad uso e proprietà esclusivi della Marina USA. Uno dei suoi quattro terminali terrestri è presente in Sicilia, all’interno della riserva naturale di Niscemi (Caltanissetta). Inutile far finta di non vedere e non sapere. L’Italia è in guerra, la Terza guerra mondiale…

 

Articolo pubblicato in Adista Segni Nuovi, n. 12 del 28 marzo 2026

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