I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

domenica 3 aprile 2016

Flussi migratori e strategie NATO. Italia in guerra. Servile e autolesionista!


NAPOLI – Antonio Mazzeo è un giornalista impegnato a tutela della pace e della smilitarizzazione del territorio italiano, ma anche a favore dell’ambiente, dei diritti umani e della lotta alle criminalità mafiose. Insegnante di educazione fisica, per anni è stato impegnato nella cooperazione internazionale, lavorando in progetti in Ex Yugoslavia, Albania, Colombia, Cuba, Centroamerica, Brasile e Uruguay. Ha realizzato numerose inchieste sugli interessi, anche mafiosi, che ruotavano intorno al progetto del Ponte sullo Stretto di Messina, ricostruendo i gravi conflitti di interesse che ne hanno caratterizzato l’intero iter progettuale. Attualmente collabora con diverse testate giornalistiche pubblicando pezzi sulla politica internazionale. Dati i recenti e violenti sconvolgimenti che hanno riguardato l’area mediorientale, in particolare le ultime vicende in Siria e in Libia, lo abbiamo contattato per chiedere il suo punto di vista al riguardo. Alla luce anche degli eventi accaduti in Belgio, alcuni passaggi dell’intervista risultano fondamentali per una ricostruzione realistica degli interessi economici che muovono le pedine del terrorismo internazionale in Europa, anche attraverso la strumentalizzazione della crisi dei flussi migratori, che ha già portato e ancora porterà enormi guadagni nelle tasche del governo turco, uno dei maggiori finanziatori dell’ISIS, e che dovrebbe in futuro tutelare le frontiere europee.

Secondo alcuni media l’Italia, la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti starebbero progettando un intervento militare in Libia. Le probabilità che ciò avvenga?

Fare previsioni a medio e lungo termine è impossibile. La situazione di guerra in Libia è in rapida evoluzione; si susseguono i fallimenti dei tentativi di ricomposizione delle autorità di governo nazionali nonostante il pressing di Stati Uniti, Ue e ONU; sul campo sono operativi commandos, truppe d’elite, agitatori, servizi segreti di mezzo mondo con interessi e obiettivi spesso contrastanti. Nonostante da oltre un anno siano stati predisposti i piani d’intervento militare: bombardamenti massicci con droni, cacciabombardieri e missili da crociera, congiuntamente alle infiltrazioni di corpi speciali dei paesi NATO e dei partner arabi, infine una vera e propria occupazione militare con migliaia di uomini e l’auspicata balcanizzazione del paese, magari grazie a tre o quattro protettorati regionali, gli strateghi sanno bene che essi non condurrebbero assolutamente a una pacificazione della Libia, anzi sono consapevoli che si rischia di ripetere le disfatte politico-militari dell’Afghanistan o dell’Iraq. Per questo domani può accadere di tutto: un prolungamento all’infinito del limbo rappresentato dall’odierna guerra a media intensità o la rapida escalation a conflitto globale, come appariva scontato solo qualche settimana fa.

Guerra a media intensità?

Parlo di guerra a media intensità perché è quello che accade oggi anche con il nostro paese: siamo in guerra, questo è certo. Abbiamo trasferito nel Canale di Sicilia, di fronte alle coste libiche, buona parte del dispositivo navale. Quattro cacciabombardieri AMX sono giunti a Trapani Birgi per affiancare i Tornado del 37° Stormo, alcuni dei quali reduci da una complessa campagna di esercitazioni a fuoco NATO negli Stati Uniti d’America. Da Sigonella decollano ormai i droni spia USA e italiani e quelli killer statunitensi e britannici. Dagli scali di Pantelleria e Catania Fontanarossa proseguono ininterrottamente le missioni d’intelligence e di guerra elettronica di un aereo del Pentagono che si sposta tra la Tunisia e Benghazi. E gli scenari bellici del governo Renzi e delle forze armate italiane non si fermano alla Libia: stiamo potenziando il dispositivo terrestre in Iraq e Afghanistan; abbiamo cacciabombardieri in Kuwait per operare contro il califfato in Siria e Iraq; abbiamo ritrasferito nello scacchiere iracheno gli elicotteri d’attacco Mangusta, vere e proprie macchine di distruzione e morte. E lo facciamo, come lo fanno statunitensi, britannici, francesi, sovrani ed emiri arabi, in nome degli interessi economico-finanziari di poche holding a capitale pubblico: Eni, Finmeccanica, ENEL e altri, e di ancora meno numerose aziende di costruzione di proprietà di un paio di gruppi familiari scampati miracolosamente in patria alle inchieste per tangenti e corruzioni varie. Con costi sociali inimmaginabili: il debito pubblico alle stelle, decurtazioni salariali, imposizioni fiscali insostenibili, tagli draconiani alle spese per l’istruzione pubblica, le università, la sanità, l’occupazione. Una guerra dunque che ha riflessi enormi sul fronte interno e che come tutte le guerre incide pesantemente sullo stato di diritto e le libertà individuali e di associazione.

Il presidente russo Vladimir Putin ha affermato che ”l’obiettivo prioritario della Russia è la pace”. Il ritiro delle truppe russe dalla Siria la garantirà?

Credo vada precisato che non si tratta di un ritiro delle forze armate russe dalla Siria, ma solo di una loro riduzione, anche dettata dagli enormi costi finanziari sostenuti da Mosca durante i sei mesi di bombardamenti: Putin ha parlato di una spesa di 480 milioni di dollari, ma alcuni istituti indipendenti ipotizzano un importo due volte maggiore. La Russia mantiene una forte presenza aeronavale nel porto di Tartus e nello scalo di Latakia e i raid si sono solo ridotti di numero e intensità. Mosca però ha già ottenuto una serie di successi politico-militari con la missione militare in Siria: innanzitutto ha inferto pesanti sconfitte alle milizie pro-Isis e ha impedito i disegni occidentali di defenestrare Assad dalla guida del paese. Ma ha pure rotto il muro d’isolamento che USA, NATO e UE avevano creato attorno a questa potenza, utilizzando strumentalmente la crisi ucraina. La Russia, nonostante le sanzioni e le campagne di demonizzazione occidentali, è tornata protagonista negli scenari geostrategici internazionali e ciò non potrà non avere dirette conseguenze anche per gli equilibri mediorientali. Tuttavia, a mio parere, ciò non comporterà l’affermazione dell’auspicato processo di pace in Siria. Le immani distruzioni umane e materiali di 5 anni di guerra; le centinaia di migliaia di rifugiati siriani dispersi in Europa e Medioriente, gli innumerevoli attori presenti nel conflitto: dalle forze militari filo-Assad alle milizie d’opposizione, l’ISIS e altri ancora; le indebite pressioni e gli interventi diretti di paesi terzi come la Turchia e Israele, oltre ovviamente la NATO e i suoi partner come Arabia Saudita, Qatar, Emirati e gli altri alleati; le campagne militari contro il popolo curdo e altre minoranze, sono elementi che non lasciano presagire a breve una risoluzione pacifica del conflitto siriano. Personalmente non credo che le bombe, da qualsiasi parte vengano, abbiano mai facilitato o possano facilitare i processi di pace. Le bombe disseminano morte e spargono l’odio.

In Grecia sono sbarcati oltre 150mila profughi. I vertici UE hanno stipulato un accordo con la Turchia per limitare l’afflusso di migranti. Quali sono le reali strategie di Ankara e di Bruxelles?

Alessandro Dal Lago, su Il Manifesto di sabato 19 marzo, ha descritto perfettamente i crimini e le vergogne che stanno caratterizzando le strategie UE anti-migrazioni e il nefasto accordo con il regime fascista di Erdogan. Tre miliardi di euro ad Ankara, più le promesse di Bruxelles di elargirne altri tre dopo e magari anche di approvare l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, purché si riprenda indietro 75.000 rifugiati scampati dai conflitti originati dalle politiche economiche e militari dell’Occidente. Quest’accordo scandaloso nei fatti accelererà la ‘soluzione finale’ auspicata dai leader europei contro migranti e richiedenti asilo. Cancellarne l’esistenza per sempre dal territorio dell’Europa fortezza. Nuovi lager e vecchie prigioni sparse in Turchia, irraggiungibili per le organizzazioni umanitarie, i difensori dei diritti umani e le reti antirazziste europee, dove incarcerare sino alla morte spirituale e fisica tutti gli ‘indesiderati’. Squallide ipocrisie e cinismi di chi sbandiera la democrazia per esportarla a suon di bombe a destra e manca, mentre al fedele alleato, potenziale nemico domani, si consegnano migliaia di esseri umani, donne, bambini: corpi e speranze che saranno annientati dal dispositivo di controllo militare e poliziesco che fa della Turchia uno dei paesi al mondo più repressivi, militaristi e bellicisti. Un paese che potrà continuare impunemente le stragi contro i curdi e gli oppositori, incarcerare giornalisti e intellettuali scomodi e magari presto lanciarsi in nuove offensive di guerra in Iraq o in Siria e magari anche in nord Africa.

Il ruolo dell’Italia nell’attuale scenario internazionale?

Il nostro Paese, ancora una volta, si piega agli interessi degli Stati Uniti d’America e di altre potenze europee, mostrando l’incapacità di scelte autonome e soprattutto agevolatrici del dialogo e della trattativa tra tutte le parti contrapposte, in Afghanistan, come in Iraq o in Siria e in Libia. Scimmiottiamo atteggiamenti da media potenza regionale, sperperando ingenti risorse finanziarie per missioni militari internazionali subalterne, pericolose, inutili o peggio ancora funzionali ad accrescere la conflittualità tra le parti. Le scelte di politica estera e militare italiana esulano da qualsivoglia dibattito parlamentare. L’agenda, gli obiettivi, le mete e i mezzi sono imposti dalle transnazionali e dagli organi di stampa da esse stesse controllati. L’assenza di un’autonomia decisionale dell’esecutivo e delle forze politiche di governo e della falsa opposizione sembra mostrare come l’Italia non sia mai uscita dalla Guerra fredda. Filo-statunitensi e filo-atlantici con il servilismo più bieco e sino all’autolesionismo, come è accaduto con la disavventura della guerra alla Libia di Gheddafi nel 2011. Per far contenta Parigi abbiamo trasformato la Sicilia e la Sardegna in due portaerei da dove sono stati sferrati buona parte dei raid contro il regime ‘amico’, con le conseguenze sul piano economico-energetico ormai note a tutti: la perdita di pozzi petroliferi e contratti per Eni e aziende partner, e il caos totale che da allora ha segnato la storia della Libia e che per effetto domino rischia di propagarsi a buona parte del Nord Africa.

Il futuro?

Per il futuro prevedo purtroppo l’ulteriore replica degli errori e delle nefandezze del passato. Altre missioni di guerra, l’acquisto di nuovi sistemi d’arma avanzati da pagare con nuovi tagli alle spese sociali, un’escalation dei processi di riarmo e militarizzazione dei territori, in particolare quelli del Sud Italia. Di fronte a questo triste scenario, spero vivamente che si abbia la forza in Italia di ricostruire un ampio movimento contro tutte le guerre, senza se e senza ma..

 
Intervista a cura di Chris Barlati pubblicata in Crudiezine Magazine and Activism il 23 marzo 2016, http://www.crudiezine.it/flussi-migratori-e-strategie-nato-mazzeo-italia-in-guerra-servile-e-autolesionista/#

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