Flussi migratori e strategie NATO. Italia in guerra. Servile e autolesionista!
NAPOLI – Antonio Mazzeo è un giornalista impegnato a tutela
della pace e della smilitarizzazione del territorio italiano, ma anche a favore
dell’ambiente, dei diritti umani e della lotta alle criminalità mafiose.
Insegnante di educazione fisica, per anni è stato impegnato nella cooperazione
internazionale, lavorando in progetti in Ex Yugoslavia, Albania, Colombia,
Cuba, Centroamerica, Brasile e Uruguay. Ha realizzato numerose inchieste
sugli interessi, anche mafiosi, che ruotavano intorno al progetto del Ponte
sullo Stretto di Messina, ricostruendo i gravi conflitti di interesse che ne
hanno caratterizzato l’intero iter progettuale. Attualmente collabora con
diverse testate giornalistiche pubblicando pezzi sulla politica
internazionale. Dati i recenti e violenti sconvolgimenti che hanno riguardato
l’area mediorientale, in particolare le ultime vicende in Siria e in Libia, lo
abbiamo contattato per chiedere il suo punto di vista al riguardo. Alla luce
anche degli eventi accaduti in Belgio, alcuni passaggi dell’intervista
risultano fondamentali per una ricostruzione realistica degli interessi
economici che muovono le pedine del terrorismo internazionale in Europa, anche
attraverso la strumentalizzazione della crisi dei flussi migratori, che ha già
portato e ancora porterà enormi guadagni nelle tasche del governo turco, uno
dei maggiori finanziatori dell’ISIS, e che dovrebbe in futuro tutelare le
frontiere europee.
Secondo alcuni media l’Italia, la
Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti starebbero progettando un intervento
militare in Libia. Le probabilità che ciò avvenga?
Fare previsioni a medio e lungo termine è impossibile. La
situazione di guerra in Libia è in rapida evoluzione; si susseguono i
fallimenti dei tentativi di ricomposizione delle autorità di governo nazionali
nonostante il pressing di Stati Uniti, Ue e ONU; sul campo sono operativi
commandos, truppe d’elite, agitatori, servizi segreti di mezzo mondo con
interessi e obiettivi spesso contrastanti. Nonostante da oltre un anno
siano stati predisposti i piani d’intervento militare: bombardamenti massicci
con droni, cacciabombardieri e missili da crociera, congiuntamente alle
infiltrazioni di corpi speciali dei paesi NATO e dei partner arabi, infine una
vera e propria occupazione militare con migliaia di uomini e l’auspicata
balcanizzazione del paese, magari grazie a tre o quattro protettorati
regionali, gli strateghi sanno bene che essi non condurrebbero assolutamente a
una pacificazione della Libia, anzi sono consapevoli che si rischia di ripetere
le disfatte politico-militari dell’Afghanistan o dell’Iraq. Per questo domani
può accadere di tutto: un prolungamento all’infinito del limbo rappresentato
dall’odierna guerra a media intensità o la rapida escalation a conflitto
globale, come appariva scontato solo qualche settimana fa.
Guerra a media intensità?
Parlo di guerra a media intensità perché è quello che accade
oggi anche con il nostro paese: siamo in guerra, questo è certo. Abbiamo
trasferito nel Canale di Sicilia, di fronte alle coste libiche, buona parte del
dispositivo navale. Quattro cacciabombardieri AMX sono giunti a Trapani Birgi
per affiancare i Tornado del 37° Stormo, alcuni dei quali reduci da una
complessa campagna di esercitazioni a fuoco NATO negli Stati Uniti d’America.
Da Sigonella decollano ormai i droni spia USA e italiani e quelli killer
statunitensi e britannici. Dagli scali di Pantelleria e Catania Fontanarossa
proseguono ininterrottamente le missioni d’intelligence e di guerra elettronica
di un aereo del Pentagono che si sposta tra la Tunisia e Benghazi. E gli
scenari bellici del governo Renzi e delle forze armate italiane non si fermano
alla Libia: stiamo potenziando il dispositivo terrestre in Iraq e Afghanistan;
abbiamo cacciabombardieri in Kuwait per operare contro il califfato in Siria e
Iraq; abbiamo ritrasferito nello scacchiere iracheno gli elicotteri d’attacco
Mangusta, vere e proprie macchine di distruzione e morte. E lo facciamo, come
lo fanno statunitensi, britannici, francesi, sovrani ed emiri arabi, in nome
degli interessi economico-finanziari di poche holding a capitale pubblico: Eni,
Finmeccanica, ENEL e altri, e di ancora meno numerose aziende di costruzione di
proprietà di un paio di gruppi familiari scampati miracolosamente in patria
alle inchieste per tangenti e corruzioni varie. Con costi sociali
inimmaginabili: il debito pubblico alle stelle, decurtazioni salariali,
imposizioni fiscali insostenibili, tagli draconiani alle spese per l’istruzione
pubblica, le università, la sanità, l’occupazione. Una guerra dunque che ha
riflessi enormi sul fronte interno e che come tutte le guerre incide
pesantemente sullo stato di diritto e le libertà individuali e di associazione.
Il presidente russo Vladimir Putin ha
affermato che ”l’obiettivo prioritario della Russia è la pace”. Il ritiro delle
truppe russe dalla Siria la garantirà?
Credo vada precisato che non si tratta di un ritiro delle forze
armate russe dalla Siria, ma solo di una loro riduzione, anche dettata dagli
enormi costi finanziari sostenuti da Mosca durante i sei mesi di bombardamenti:
Putin ha parlato di una spesa di 480 milioni di dollari, ma alcuni istituti
indipendenti ipotizzano un importo due volte maggiore. La Russia mantiene una
forte presenza aeronavale nel porto di Tartus e nello scalo di Latakia e i raid
si sono solo ridotti di numero e intensità. Mosca però ha già ottenuto una
serie di successi politico-militari con la missione militare in Siria:
innanzitutto ha inferto pesanti sconfitte alle milizie pro-Isis e ha impedito i
disegni occidentali di defenestrare Assad dalla guida del paese. Ma ha pure
rotto il muro d’isolamento che USA, NATO e UE avevano creato attorno a questa
potenza, utilizzando strumentalmente la crisi ucraina. La Russia, nonostante le
sanzioni e le campagne di demonizzazione occidentali, è tornata protagonista
negli scenari geostrategici internazionali e ciò non potrà non avere dirette
conseguenze anche per gli equilibri mediorientali. Tuttavia, a mio parere, ciò
non comporterà l’affermazione dell’auspicato processo di pace in Siria. Le
immani distruzioni umane e materiali di 5 anni di guerra; le centinaia di
migliaia di rifugiati siriani dispersi in Europa e Medioriente, gli
innumerevoli attori presenti nel conflitto: dalle forze militari filo-Assad
alle milizie d’opposizione, l’ISIS e altri ancora; le indebite pressioni e gli
interventi diretti di paesi terzi come la Turchia e Israele, oltre ovviamente
la NATO e i suoi partner come Arabia Saudita, Qatar, Emirati e gli altri
alleati; le campagne militari contro il popolo curdo e altre minoranze, sono
elementi che non lasciano presagire a breve una risoluzione pacifica del
conflitto siriano. Personalmente non credo che le bombe, da qualsiasi parte
vengano, abbiano mai facilitato o possano facilitare i processi di pace. Le
bombe disseminano morte e spargono l’odio.
In Grecia sono sbarcati oltre 150mila
profughi. I vertici UE hanno stipulato un accordo con la Turchia per
limitare l’afflusso di migranti. Quali sono le reali strategie di Ankara e di
Bruxelles?
Alessandro Dal Lago, su Il Manifesto di sabato 19 marzo, ha
descritto perfettamente i crimini e le vergogne che stanno caratterizzando le
strategie UE anti-migrazioni e il nefasto accordo con il regime fascista di
Erdogan. Tre miliardi di euro ad Ankara, più le promesse di Bruxelles di
elargirne altri tre dopo e magari anche di approvare l’ingresso della Turchia
nell’Unione Europea, purché si riprenda indietro 75.000 rifugiati scampati dai
conflitti originati dalle politiche economiche e militari dell’Occidente.
Quest’accordo scandaloso nei fatti accelererà la ‘soluzione finale’ auspicata
dai leader europei contro migranti e richiedenti asilo. Cancellarne l’esistenza
per sempre dal territorio dell’Europa fortezza. Nuovi lager e vecchie prigioni
sparse in Turchia, irraggiungibili per le organizzazioni umanitarie, i
difensori dei diritti umani e le reti antirazziste europee, dove incarcerare
sino alla morte spirituale e fisica tutti gli ‘indesiderati’. Squallide
ipocrisie e cinismi di chi sbandiera la democrazia per esportarla a suon di
bombe a destra e manca, mentre al fedele alleato, potenziale nemico domani, si
consegnano migliaia di esseri umani, donne, bambini: corpi e speranze che
saranno annientati dal dispositivo di controllo militare e poliziesco che fa
della Turchia uno dei paesi al mondo più repressivi, militaristi e bellicisti.
Un paese che potrà continuare impunemente le stragi contro i curdi e gli
oppositori, incarcerare giornalisti e intellettuali scomodi e magari presto
lanciarsi in nuove offensive di guerra in Iraq o in Siria e magari anche in
nord Africa.
Il ruolo dell’Italia nell’attuale
scenario internazionale?
Il nostro Paese, ancora una volta, si piega agli interessi degli
Stati Uniti d’America e di altre potenze europee, mostrando l’incapacità di
scelte autonome e soprattutto agevolatrici del dialogo e della trattativa tra
tutte le parti contrapposte, in Afghanistan, come in Iraq o in Siria e in
Libia. Scimmiottiamo atteggiamenti da media potenza regionale, sperperando
ingenti risorse finanziarie per missioni militari internazionali subalterne,
pericolose, inutili o peggio ancora funzionali ad accrescere la conflittualità
tra le parti. Le scelte di politica estera e militare italiana esulano da
qualsivoglia dibattito parlamentare. L’agenda, gli obiettivi, le mete e i mezzi
sono imposti dalle transnazionali e dagli organi di stampa da esse stesse
controllati. L’assenza di un’autonomia decisionale dell’esecutivo e delle forze
politiche di governo e della falsa opposizione sembra mostrare come l’Italia
non sia mai uscita dalla Guerra fredda. Filo-statunitensi e filo-atlantici
con il servilismo più bieco e sino all’autolesionismo, come è accaduto con la
disavventura della guerra alla Libia di Gheddafi nel 2011. Per far contenta
Parigi abbiamo trasformato la Sicilia e la Sardegna in due portaerei da dove
sono stati sferrati buona parte dei raid contro il regime ‘amico’, con le
conseguenze sul piano economico-energetico ormai note a tutti: la perdita di
pozzi petroliferi e contratti per Eni e aziende partner, e il caos totale che da
allora ha segnato la storia della Libia e che per effetto domino rischia di
propagarsi a buona parte del Nord Africa.
Il futuro?
Per il futuro prevedo purtroppo
l’ulteriore replica degli errori e delle nefandezze del passato. Altre missioni
di guerra, l’acquisto di nuovi sistemi d’arma avanzati da pagare con nuovi
tagli alle spese sociali, un’escalation dei processi di riarmo e
militarizzazione dei territori, in particolare quelli del Sud Italia. Di fronte
a questo triste scenario, spero vivamente che si abbia la forza in Italia di
ricostruire un ampio movimento contro tutte le guerre, senza se e senza ma..
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