I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

sabato 15 ottobre 2011

Nestlé de Colombia

Come si attenta alla salute dei consumatori e ai diritti dei lavoratori. Latte in polvere adulterato, importazioni che condannano alla fame decine di migliaia di contadini e piccoli allevatori, violazioni dei diritti sindacali, massicci licenziamenti dei lavoratori. Un reportage sui crimini economici e sociali in Colombia della transnazionale svizzera e della lotta in atto con la Unilever e la Parmalat per il controllo del mercato in America latina.


Importazione di latte in polvere scaduto; imitazione ed adulterazione di alimenti. Si trova in mezzo all’occhio del ciclone la più famosa delle transnazionali della produzione di latte, la Nestlé: in Colombia un’inchiesta giudiziaria su una presunta frode alimentare ha evidenziato l’adulterazione di centinaia di tonnellate di latte in polvere importate quest’anno dall’Uruguay. La vicenda relativa al comportamento doloso della Nestlé è stata denunciata nella sessione plenaria del Senato della Repubblica colombiana il 26 novembre 2002, dal senatore Jorge Enrique Robledo Castillo. Presentando un ampio e dettagliato rapporto del Departamento Administrativo de Seguridad (DAS - Dipartimento Amministrativo di Sicurezza), sezione di Armenia, Quindío, il senatore ha rivelato come alcuni giorni prima, l’autorità di pubblica sicurezza aveva sequestrato alla transnazionale svizzera 8.094 confezioni da 25 chili ognuno di latte in polvere della marca “Conaprole” di produzione uruguayana, le quali, secondo il DAS, risultano “scadute da parecchio tempo”. Il sequestro fu eseguito perché si stava reimpaccando e retichettando il carico con adesivi che riportavano la scritta “Nestlé LEP EXFCA B/gde, 28%, fábrica de Bugalagrande” e date di produzioni false, del 30 settembre e del 6 ottobre 2002.  

All’interno dell’impresa “Transportes Oro”, ubicata nella via Armenia - la Tebaida, dove si stava realizzando l’illecito comportamento, c’erano inoltre adesivi con la scritta “Latte in polvere, elaborato dalla Cicolac Ltda.., Fabbrica di Valledupar, César, dalla Nestlé de Colombia”, così come stampigliatori manuali che permettevano di apporre “la data che essi volevano”. Contemporaneamente venivano rinvenuti piccoli adesivi con il logo di “Conaprole”, con relative date di scadenza del 31 agosto 2001 e altre con data di scadenza del 20 febbraio 2002.

Rispondendo alle domande dei funzionari statali, il proprietario dell’azienda, signor Rodrigo Hosco Rodas, affermò di essere stato incaricato del trasporto dei prodotti della Nestlé de Colombia e del loro immagazzinamento e che la società lo riforniva di tutte le scatole e delle etichette affinché essi fossero reimpaccati e distribuiti alle fabbriche della Nestlé di Valledupar e Buga. “La mercanzia risultava immagazzinata nella sua azienda da circa sei mesi” si legge nel rapporto del DAS. “Essa avrebbe fatto ingresso dal porto di Buenaventura, nell’Oceano Pacifico”.

Che il carico appartenesse alla Nestlé fu riconosciuto dallo stesso José Guillermo López, incaricato del settore logistico e rappresentante della Nestlé di Buga. Sempre secondo l’informazione del DAS del dipartimento del Quindío, il signor López avrebbe giustificato in proposito che questa modalità di reimpaccare il prodotto veniva realizzata per motivi di igiene, ma che il “prodotto era stato importato legalmente e che esso doveva essere inviato alle fabbriche del paese di proprietà della multinazionale, per un riprocessamento industriale”. Sempre secondo López, la destinazione iniziale doveva essere il Venezuela e - secondo quanto dichiarato dal DAS - a causa della chiusura delle importazioni da parte di questo paese “questi soggetti avevano deciso di riprocessarlo nel nostro paese". Era evidente che l’operazione di reimpacchettamento veniva realizzata senza l’autorizzazione di Invima (l’Istituto nazionale di vigilanza sugli alimenti industriali), in violazione degli accordi commerciali tra Colombia e Venezuela [1].

Trascorrevano altri dieci giorni e la prima settimana del mese di dicembre del 2002, il DAS scopriva ancora una volta nel dipartimento del Quindío, un nuovo carico di 4.523 sacchi (120 tonnellate) di latte in polvere della Nestlé, con la data di scadenza modificata. Il DAS ha specificato, altresì, che ad essi veniva aggiunta un’etichetta con l’adesivo della Nestlé e della controllata Cicolac che sostituiva quella con un termine di scadenza precedente e che originariamente le scatole avevano come data di produzione il 6 luglio del 2001 e di scadenza il 6 luglio 2002. Secondo quanto dichiarato al quotidiano El Tiempo dal direttore di Invima, Julio César Aldana, l’alimento non era destinato per il consumo in Colombia. Esso doveva essere utilizzato per la produzione di latte infantile, creme e zuppe per l’esportazione, ancora una volta presumibilmente, con destinazione il Venezuela [2].

Di fronte alla gravità delle frodi scoperte dal Dipartimento Amministrativo di Sicurezza, la transnazionale Nestlé ha intrapreso una campagna di autodifesa con argomenti assai deboli e contraddittori. “Il prodotto non era scaduto. Si è trattato solo di un errore di etichetta” hanno commentato i manager della Nestlé de Colombia. “Il produttore ha spedito il carico di latte in polvere come se esso fosse destinato per il consumo all’interno del paese, però era stato richiesto per la produzione di altri prodotti per l’esportazione. Per tanto la data di scadenza doveva essere di 18 mesi[3]. Come dire che i bambini del Venezuela e/o dell’Ecuador possono prendere le zuppe con latte in polvere che i bambini colombiani non devono consumare. Però ancora più sorprendente è stata la dichiarazione della Nestlé in occasione del secondo sequestro. La transnazionale ha argomentato che stava solo cambiando alcune confezioni deterioratesi per conservare meglio il prodotto destinato al consumo industriale. “Il cambio della confezione esterna del latte importato è un procedimento normale quando si gestiscono le materie prime ed aveva come obiettivo preservare l’integrità del prodotto, poiché, come nel caso del latte proveniente dall’Uruguay, esso era rimasto tre mesi nel porto di Buenaventura, in condizione di alta umidità relativa, la quale ha generato danni strutturali e sporcizia alla confezione esterna originale”. “Il prodotto si trova in perfette condizioni fisiche, chimiche e batteriologiche, come è stato dimostrato dalle nostre stesse analisi”, conclude il comunicato della Nestlé che si dichiara vittima di una montatura finalizzata a diffamarla [4].


La violenta politica antisindacale della Nestlé

L’autoassoluzione della transnazionale é stata duramente contrastata da SINALTRAINAL, il coraggioso sindacato colombiano dei lavoratori delle industrie di alimenti, noto a livello mondiale per la campagna di denuncia contro i crimini della Coca Cola nel paese sudamericano. “Stiamo lottando da alcuni anni contro l’importazione di latte in Colombia a causa dei gravi problemi di adulterazione e dei pericoli che ne derivano ai consumatori” denuncia Javier Correa, presidente nazionale di SINALTRAINAL. “Il governo colombiano, a partire del settembre 2001, ha deciso attraverso l’ICA, l’Istituto colombiano agropecuario, di proibire l’importazione di latte dall’Argentina e dall’Uruguay in quanto fu rinvenuto un carico affetto da brucellosi. Tuttavia la Nestlé continua ad importare latte. Oltre a quello che è accaduto ad Armenia con la scoperta del latte in polvere scaduto, si è scoperta la contaminazione dei prodotti caseari bloccati dall’autorità lo scorso mese di marzo”.

La risposta della Nestlé alle richieste sindacali è stata aggressiva e violenta. Sempre secondo Javier Correa, negli impianti della transnazionale si vive una situazione occupazionale drammatica: “Qui i licenziamenti dei lavoratori e dei sindacalisti sono stati massicci, il livello della subcontrattazione è altissimo e le condizioni che dobbiamo affrontare sono particolarmente delicate a causa della maniera con cui questa società opera e delle difficoltà che viviamo come sindacato dopo gli assassinii dei compagni operai della Nestlé”. Negli ultimi sei anni, negli impianti che appartengono alla Nestlé, sono stati assassinati otto lavoratori dirigenti di SINALTRAINAL. “Non abbiamo prove evidenti che ci permettano di dimostrare quali sono i suoi legami con il paramilitarismo” specifica il presidente nazionale del sindacato. “Tuttavia tutto questo ha favorito la Nestlé e gli omicidi hanno contribuito a debilitare la capacità di resistenza del sindacato. Allo stesso modo sono stati colpiti i contratti collettivi, la modalità stessa della contrattazione, le condizioni di lavoro. Questa logica di aperta violazione dei diritti umani è comunque funzionale agli interessi della compagnia”.

La storia recente della Nestlé in Colombia e dell’impresa nazionale di proprietà “Cicolac” (Colombia’s Food and Lactose Company) é segnata in realtà da un’impressionante serie di omicidi selettivi, sequestri e sparizioni forzate di sindacalisti e operai, crimini che sono rimasti nella più totale impunità, grazie all’alto livello di corruzione dell’autorità giudiziaria del paese.

La lunga serie di delitti è iniziata il 22 luglio del 1986 nella città di Bugalagrande (Valle del Cauca), dove fu assassinato Héctor Daniel Useche Berón, importante sindacalista di SINALTRAINAL e dipendente della locale fabbrica della Cicolac-Nestlé, la stessa oggi interessata dall’indagine del DAS sulla importazione di latte in polvere scaduto. Emblematico il giorno prescelto per eliminare Useche Berón: in questa data la transnazionale svizzera festeggiava il 25* anniversario della sua fondazione [5]. Tre anni più tardi, il 30 novembre 1989, sempre a Bugalagrande, spariva Luis Alfonso Vélez Vinaczo, altro attivista di SINALTRAINAL. Egli stava guidando la protesta dei lavoratori della Nestlé contro il licenziamento di 15 compagni che avevano partecipato allo sciopero generale nazionale organizzato dalla CUT (Confederación Unitaria de los Trabajadores) – la Confederazione Generale dei Lavoratori - nel novembre del 1998. La sua sparizione avveniva negli stessi giorni in cui le forze militari, la polizia e i gruppi anti-guerriglia occupavano militarmente la citta’ di Bugalagrande.

L’11 luglio 1993 veniva assassinato di fronte ai suoi figli, Harry Laguna Triana, ex dipendente della fabbrica della Cicolac SA di Becerill (César), il quale era stato costretto un paio di mesi prima ad abbandonare il suo lavoro a causa delle continue minacce ricevute. Il 1996 veniva segnato dalle morti violente di altri tre membri della giunta direttiva di SINALTRAINAL: José Manuel Becerra Pacheco, impiegato presso la fabbrica della Cicolac a Vallepudar (César), ucciso il 19 gennaio; Toribio de la Hoz Escorcia, anch’egli alle dipendenze della Cicolac di Vallepudar, assassinato il 30 marzo, giorno del suo compleanno, quando stava rientrando in casa dal lavoro; Alejandro Matias Hernandez Vanstrahlen, operaio dell’impianto per la lavorazione del latte della Cicolac di Curumani (César), assassinato il 12 luglio 1996. Il suo corpo, interamente bruciato, fu rinvenuto cinque mesi dopo la sua sparizione, nel cimitero di San Jacinto (Bolivar). Come nel caso di Harry Laguna Triana, Alejandro Matias Hernandez era stato costretto a dimettersi dal suo incarico lavorativo alcuni mesi prima, perché pesantemente minacciato all’interno della fabbrica.

Il 22 luglio 1999, ancora una volta nel giorno dell’anniversario della fondazione della transnazionale svizzera, veniva ucciso di fronte all’impianto della Nestlé di Copey (César), Victor Eloy Miles Ospino, operaio della Cicolac-Vallepudar. Alcuni mesi più tardi, il 21 maggio del 2000, affogava in un fiume in circostanze misteriose Omar Dario Rodriguez Salazar, leader sindacalista e dipendente della Nestlé nella fabbrica di Bugalagrande. L’ultimo fatto di sangue risale all’1 di settembre 2000, quando veniva assassinato a Dosquebradas il dipendente de La Rosa SA Alimentos (altra impresa di proprietà della Nestlé de Colombia), Hernando Cuartas, altro importante leader di SINALTRAINAL.    

A questa lunga e triste lista di morti si deve aggiungere che in questi ultimi anni tre dipendenti della Nestlé Colombia sono stati vittima di attentati. Essi sono riusciti a sopravvivere ma sono stati costretti a fuggire all’estero.

Recentemente la situazione è tornata ad essere assai drammatica, soprattutto negli impianti della principale impresa di proprietà della Nestlé in Colombia, la Comestible La Rosa S.A.. “Il terrorismo psicologico si è trasformato nella migliore arma di questa società’” ha denunciato pubblicamente il sindacato nazionale dei lavoratori dell’industria alimentare. “A partire della fine del 2001 si è iniziato a ricattare violentemente i membri di SINALTRAINAL, obbligandoli a rinunciare al loro posto di lavoro, con la minaccia di licenziarli con una bassissima indennizzazione”. Secondo il sindacato, attraverso il responsabile del Settore Personale della Comestible La Rosa, signor Gustavo Grisales, la Nestlé ha dichiarato che "presto applicherà decisioni dure e impopolari, che non ci piacciono ma che tuttavia porteremo a compimento". Il funzionario avrebbe poi aggiunto che "del vecchio personale, molti non meritano di restare nell’impresa”, minacciando indirettamente il loro licenziamento [6]. Sempre negli impianti della Comestible La Rosa, sono stati soppressi posti di lavoro e sono state installate telecamere in tutte le aree, violando la privacy e infastidendo incessantemente i dipendenti.

Quattro mesi dopo le misure punitive adottate dalla controllata Comestible La Rosa, la Nestlé ha riaperto un altro fronte nella sua politica persecutoria dei lavoratori, questa volta negli impianti di ricezione del latte della Cicolac Ltda., nella città di Valledupar, dove si è registrato in passato l’omicidio di tre leader sindacali. A conclusione dell’agitazione sindacale intrapresa nel febbraio 2002 per la difesa dei contratti collettivi ed il riconoscimento dei diritti di 400 lavoratori e delle loro famiglie, la Nestlé ha manifestato l’intenzione di licenziare 96 lavoratori a tempo indeterminato e di annullare la contrattazione di 58 posti di lavoro, subcontrattando la mano d’opera mediante l’uso di agenzie di lavoro interinale e l’assegnazione della produzione ad altri processatori.

La Nestlé - denuncia SINALTRAINAL - sta tentando di disconoscere il processo di negoziazione con i lavoratori, ha smantellato incarichi di lavoro, ha ampliato i subcontratti outsourcing, ha permesso l’ingresso delle agenzie di lavoro temporale per realizzare attività permanenti, ha assegnato i cinque impianti di raccolta del latte a imprese terze, alcune delle quali di proprietà di grandi allevatori, alle quali è arrivata a prestar denaro per ampliare le installazioni di raccolta e raffreddamento. La Nestlé sta assegnando i gruppi di vendita; ha accelerato lo smantellamento del settore latte nella fabbrica di Bugalagrande, che significa lasciar 150 lavoratori senza impiego; ha trasferito dirigenti sindacali in possesso delle garanzie di legge, impedendo loro l’attività sindacale; ed ha ignorato diversi accordi convenzionali e legislativi”. Il conflitto occupazionale è stato aggravato anche dal fatto che la Nestlé non ha atteso la decisione di un Tribunale di Arbitrato per comporre il conflitto, al contrario, ha implementato politiche tendenti a smantellare nella pratica i punti che dovrebbero essere sottoposti a giudizio del Tribunale. “Questo atteggiamento - aggiunge il sindacato - ha inoltre aggravato la condizione di sicurezza dei dirigenti di SINALTRAINAL, che continuano ad essere minacciati dai paramilitari della regione settentrionale del paese, dove la Nestlé compra il latte fresco”. Questa regione è una zona ad altissimo scontro sociale e la transnazionale, accusando il sindacato ed i lavoratori di essere responsabili del conflitto, ha potuto giustificare così la riduzione nell’acquisto di latte fresco a favore dell’importazione di latte in polvere.

Contro gli abusi a danno del diritto di associazione e le continue violazioni negli impianti della transnazionale di Vallepudar, Dosquebradas e Bugalagrande, i lavoratori dipendenti della Nestle-Cicolac hanno dichiarato lo sciopero della fame durante la prima decade dello scorso mese di luglio, realizzando un sit-in di fronte alla sede del centro amministrativo della Nestlé di Bogotá [7].

Ciononostante, la politica discriminatoria non si è fermata e la transnazionale è giunta a licenziare l’11 settembre, nella fabbrica di Dosquebradas, la sindacalista Ana María Duque e un mese più tardi nove dipendenti della fabbrica di Valledupar. Il 25 ottobre, nell’impianto di Bugalagrande, la Nestlé ha licenziato il sindacalista Carlos Fernández, che si trova in un preoccupante stato di salute. E ancora, l’8 novembre 2002, ha licenziato senza giusta causa altri due dipendenti della stessa fabbrica, William Ramírez e Jesús Antonio Escobar [8].


L’alleanza con i grandi ganaderos per annientare i piccoli produttori di latte

Come se ciò non fosse abbastanza, la Nestlé ha esercitato tutta la sua forza per coinvolgere altre imprese nazionali nel suo piano ai danni del sindacalismo colombiano. La società Agribrands Purina Colombia S.A., importante produttrice di alimenti per animali, ha informato i suoi lavoratori e il sindacato “Sintrapurina” che la Nestlé per chiudere l’accordo per l’acquisto dei suoi impianti di Cartagena, Medellín, Bucaramanga, Buga e Mosquera, ha richiesto l’annientamento del sindacato e la rinuncia al posto di lavoro tutti e 400 i dipendenti, i quali hanno un’anzianità media nella società di 18 anni, in modo da poter abbassare i costi contrattando nuovo personale con contratti temporali, senza l’applicazione del contratto collettivo di lavoro [9].

Agli attentati contro la salute delle persone, le violazioni dei diritti umani e l’evidente sfruttamento dei lavoratori, deve essere aggiunta un’altra grande responsabilità della Nestlé nel difficile processo economico-sociale del paese. L’importazione massiccia di latte in polvere in Colombia - paese dove si producono ogni anno più di 5.100 milioni di litri di latte fresco con un valore di mercato superiore ai 4 miliardi di pesos, produzione che genera 450.000 posti di lavoro diretti, cui si devono aggiungere gli indotti nel settore agroindustriale e dei trasporti [10] - ha avuto come effetto la sovrapproduzione di latte e, di conseguenza, l’impoverimento di migliaia di piccoli e medi produttori nazionali. Nel 2001 la transnazionale ha importato in Colombia 25.125 tonnellate di latte in polvere, corrispondenti a 200 milioni di litri di latte fresco, che sono state utilizzate come materia prima per l’elaborazione dei suoi prodotti. Secondo un’analisi economica, si è calcolato che l’importazione di latte in polvere nel solo primo trimestre del 2002 avrebbe causato perdite al settore caseario per 63.000 milioni di pesos. Nel 2001 la transnazionale ha ridotto l’acquisto in Colombia di 116 milioni di litri di latte fresco, preferendo l’importazione di latte in polvere specialmente dall’Europa, dall’Argentina e dall’Uruguay, paesi dove i consumatori hanno espresso grandi timori per l’epidemia di malattie del bestiame come la Leucosis Bovina che può essere trasmessa agli esseri umani [11].

Dietro la produzione nazionale di latte esistono grandi contraddizioni; da una parte ci sono i grandi allevatori con cui la Nestlé e le altre transnazionali firmano accordi di cartello e condividono politiche discriminatorie, con tutte le loro conseguenze sociali in tema di ingiustizia e sviluppo della violenza. Dall’altra ci sono centinaia di minuscoli produttori del settore agricolo che a causa delle aperture neoliberiste, hanno sofferto la perdita dei profitti di altre produzioni, principalmente caffè, cereali e frutta, puntando di conseguenza alla produzione del latte. “Solo nel settore cafetero, di fronte alla crisi della pianta - ha commentato María Cristina Uribe, direttrice di Analac, l’associazione che riunisce i produttori di latte del paese - circa 50.000 famiglie contadine sono passate alla produzione di latte. Questo tuttavia riflette il deterioramento della vita rurale: da un’attività di mercato si è passati ad una di sussistenza[12].

“La politica importatrice della Nestlé è assai aggressiva, deprime il prezzo d’acquisto del latte e distrugge l’economia nazionale”, è il commento di SINALTRAINAL. Se oggi la situazione è grave, il futuro appare peggiore, soprattutto con la ventilata approvazione entro il 2005 dell’ALCA, l’Accordo di Libero Commercio in America che trasformerà il Continente in un unico mercato sotto il controllo degli Stati Uniti. In questo caso, il settore caseario sparirebbe dal territorio colombiano, sostituito dall’importazione di latte, sino ad oggi limitata dalle alte barriere doganali esistenti che raggiungono il 61%.

I modelli neoliberali hanno già prodotto danni incalcolabili alla produzione di alimenti in Colombia: nel 1991 si erano perduti 500 mila ettari di produzione agricola e alla fine del decennio risultano essere stati abbandonati più di un milione di ettari, cioè il 25% dell’area coltivabile. Contemporaneamente, si stanno importando 7 milioni di tonnellate di generi alimentari, con un incremento delle importazioni, nell’ultimo decennio, del 700%, con la conseguenza che la Colombia si sta trasformando in un paese altamente dipendente dalle transnazionali del settore alimentare [13]. Il principale paradosso è visibile con la produzione di caffè. Incurante della grave crisi che ha investito negli ultimi anni il settore più importante dell’economia agricola colombiana (tra il 1998 e il 2001 la raccolta del caffè si è ridotta del 40%[14]), la Nestlé ha importato nel paese 150.000 sacchi di caffè dal Perù, secondo quanto denunciato dal sindacato dei lavoratori alimentari. La Nestlé, inoltre, è tra le beneficiarie dell’eliminazione del patto mondiale del caffè, che ha causato il crollo dei prezzi di vendita a 0.64 centesimi di dollaro, aggravando la crisi dei piccoli produttori cafeteros e la depressione di intere regioni del paese. Senza dimenticare un’altra grande responsabilità diretta della politica alimentare della Nestlé nel processo di marginalizzazione dell’agro colombiano: grazie alla decisione del governo Samper nella seconda metà degli anni ‘90 di promuovere l’importazione di pomodori, in un paio di anni sono falliti tutti i piccoli produttori di pomodori dell’Atlantico. In cambio oggi la Nestlé possiede in Colombia una delle marche di salsa di pomodoro più vendute: “California”.


Il mercato colombiano nelle mire delle transnazionali alimentari

La Nestlé e le altre principali transnazionali del settore caseario (la italiana Parmalat e la francese Danone in particolare, che con la Nestlé controllano il 65% delle importazioni di latte), si stanno preparando con attenzione all’appuntamento con l’Accordo di libero commercio (ALCA). Le transnazionali del latte hanno fatto ingresso violentemente in America Latina, dove vedono l’opportunità di conquistare spazi di mercato approfittando degli spazi esistenti in tema di produttività, utilizzando tecnologie sperimentate nel resto del mondo, gli enormi capitali di cui dispongono e una capacità manageriale che non conosce rivali nel continente. In Colombia, in particolare, le transnazionali hanno assorbito alcune delle più note marche locali del settore, con l’unico fine di acquisire fabbriche e macchinari e convertire gli impianti esistenti per la produzione di latte utilizzando il prodotto in polvere importato.

Circa un anno fa la multinazionale francese Danone ha fatto ingresso in Noel, la nota impresa dolciaria colombiana. La italiana Parmalat, presente en Colombia dal 1994, ha anticipato Danone acquisendo nel dicembre 1998 il 98,74% di Proleche in Antioquia, in modo da ampliare la sua presenza in quest’area e rendere più difficile l’espansione dei suoi competitori mondiali. La strategia di penetrazione consiste nell’acquisire impianti di pastorizzazione per eliminare possibili contendenti e consolidare la propria catena di distribuzione nei supermercati nazionali. Nel caso specifico di Proleche, la società italiana ha mantenuto in vita la marca colombiana nel settore della produzione di latte pastorizzato, però ha convertito buona parte della sua produzione verso i latticini della linea Parmalat [15]. La Parmalat ha inoltre avviato l’importazione massiccia di latte in polvere dai suoi impianti in Venezuela e si sta scontrando duramente con la Nestlé-Cicolac per primeggiare nelle vendite di questo prodotto in Colombia. Solo nei primi dieci mesi del 2002, la transnazionale italiana ha importato nel paese 3.245 tonnellate di latte in polvere, superando di poco la Nestlé con 3.096 tonnellate. La Parmalat è presente infine nel mercato delle bevande a base di cioccolato per un 13,2% e con il 10,6% nel mercato del latte UHT – a lunga conservazione [16].

Intanto ci sono già le prime proteste dei medi e grandi gruppi di produttori di latte, specialmente nel dipartimento di Antioquia, dove il settore rappresenta il 40% del PIL e genera il 15% dell’occupazione nel settore agricolo. La Cooperativa Agropecuaria de Entre Ríos, ad esempio, ha denunciato che i suoi 800 produttori sono profondamente preoccupati per la loro produzione di 224.000 litri diari di latte a causa delle importazioni, principalmente quelle realizzate dalla Nestlé. Analoga la preoccupazione della megacooperativa Colanta che nello stesso dipartimento di Antioquia vanta circa 9.000 associati e processa annualmente più di 600 milioni di litri di latte [17]. La Colanta teme anche la competizione delle transnazionali che operano nel settore della produzione di latte in polvere, oggi che la cooperativa si e’ trasformata nella principale esportatrice del paese di questo prodotto. La polverizzazione, iniziata cinque anni fa, e’ stata la scelta obbligata per immagazzinare e non disperdere il latte in periodi di sovrapproduzione. La Colanta ha realizzato tre impianti polverizzatori, uno a Planeta Rica (Córdoba) e due a San Pedro (Antioquia). Nel 2001 la Colanta ha prodotto più di 146 milioni di litri di latte e ha fatturato all’estero 15 milioni di dollari per questa produzione, inserendo la Colombia al terzo posto tra gli esportatori di latte in polvere in America latina, dopo Argentina e Uruguay. Tuttavia nell’ultimo anno le esportazioni di latte in polvere si sono ridotte del 28,5% [18].

I costi di produzione, l’accesso ai mercati internazionali e la questione dei tassi di cambio sono i problemi fondamentali per la redditività del commercio estero. Il problema più grave è però l’assenza di una vera politica governativa sulla produzione del latte, dove siano ben pianificate l’esportazione e l’importazione del prodotto: la dinamica import-export non possiede controlli, risponde solo alle leggi del mercato, o per meglio dire é sotto il potere delle transnazionali. Può succedere così che contemporaneamente si esporti latte e lo si importi dagli stessi paesi a cui lo si è esportato. Ad esempio le esportazioni di latte hanno fatturato nel 2000, 1.408.315 di dollari, per poi crescere l’anno successivo a 5.734.380 di dollari. Nello stesso periodo però l’importazione di latte in Colombia e’ cresciuto dell’87,5% [19].

Le contraddizioni del mercato del latte colombiano sono più evidenti se si da un’occhiata a coloro che realmente possono consumare il prodotto fresco o quello in polvere. Il consumo pro capite annuale in Colombia é di 137 litri ed Analac prevede che potrebbe crescere a 165 litri entro cinque anni. Tuttavia oggi nel paese ci sono 1,7 milioni di bambini degli strati più poveri che non hanno mai consumato latte poiché le loro famiglie non possiedono il denaro sufficiente [20]. La denutrizione colpisce il 14,6% della popolazione e secondo l’Inchiesta Nazionale su Demografia e Salute, realizzata dall’organizzazione ‘Profamilia’, attualmente la percentuale di denutrizione cronica urbana nei bambini al di sotto dei cinque anni in Colombia arriva al 10,8%, mentre nelle aree rurali al 19.4%. Assai più drammatici i dati relativi al dipartimento di Antioquia, il principale produttore di latte del paese. Qui uno ogni cinque bambini conosce la fame ed esistono regioni come l’Urabá ed il Norte dove gli indici di denutrizione cronica raggiungono il 28-29%. In Antioquia nel 2001 sono morti per denutrizione 146 bambini minori di cinque anni [21].

Di fronte a questo vero e proprio genocidio appare per lo meno cinica la decisione della transnazionale Nestlé di puntare al mercato infantile colombiano per ampliare le sue vendite, lanciando una nuova linea di prodotti, il “Sistema de Nutrición Klim”, costituito da tre tipi di latte differenti, i quali posseggono tutti i nutrienti necessari per seguire i bambini “con necessità critiche nel processo di accrescimento”, come si può leggere nella sua campagna di pubblicità. Nello specifico la Nestlé sta sperimentando in Colombia latte addizionato con vitamine e minerali vari. Il passo successivo sarà la presentazione del prodotto in tutta l’America latina.

Il caso del “Sistema de nutrición Klim” e’ una prova ulteriore di quanto sia strategico per la Nestlé il controverso mercato colombiano. Secondo quanto analizzato dal sociologo Héctor Mondragón, importante ricercatore sul ruolo delle transnazionali nel conflitto che colpisce il paese, si sta cementando nei fatti una grande alleanza economica tra la Nestlé e l’altra importante impresa responsabile delle violazioni dei diritti umani e del lavoro, la Coca-Cola Company, per affrontare la competizione con altri gruppi alimentari transnazionali come Unilever. In questo caso si tratta di una lotta per il controllo del marcato internazionale dei gelati. C’è però dell’altro. “Originariamente - ha spiegato Mondragón – la Nestlé era una impresa svizzera dove é stato assai importante l’incrocio azionario con le banche svizzere e tedesche. Brown Boveri, la Unión de Bancos Suizos, la Swatch farebbero parte del suo gruppo di capitali. Attualmente la Nestlé possiede investimenti incrociati con una importante transnazionale del gruppo nordamericano Morgan-Chase Bank, la General Motors. Esistono presenze incrociate tra i membri dei consigli di amministrazione della Nestlé e della General Motors a livello internazionale. La General Motors con il suo fondo AIG controlla un gruppo di società legate a loro volta alla Procter & Gamble (Pantene, Ariel, Crest, Tampax, Max Factor, Vicks), alla Motorola e alla Xerox, che permette di avvicinare questo gruppo alla Deutsche Bank e a concorrere al controllo della stessa Unilever[22]. Non è casuale che General Motors, Protect & Gamble, Motorola e Xerox siano tra le principali transnazionali che hanno moltiplicato i loro investimenti in Colombia per acquisire il controllo del mercato delle automobili, dei prodotti sanitari, dei cellulari e delle fotocopiatrici.

Note

[1] Director Seccional del Departamento Administrativo de Seguridad, DAS, de Armenia, “Asunto: Decomiso 8.094 bultos de leche procedencia Uruguaya”, Informe del DAS - Seccional del Quindío, Armenia, noviembre 22 de 2002.
[2]  “Nestlé, en serios aprietos”, El Tiempo, 7 de diciembre de 2002.
[3] El Colombiano, 28 de noviembre de 2002.
[4] “Nestlé, en serios aprietos”, El Tiempo, 7 de diciembre de 2002.
[5] A Héctor Daniel Useche Berón è stata intitolata l’Udienza Pubblica Internazionale di Bogotá contro i crimini della Coca Cola ‘Colombia Clama Justicia’ il 5 dicembre del 2002.
[6] Sindicato Nacional de Trabajadores de la Industria de Alimentos SINALTRAINAL, “Agresión brutal de la Nestlé contra los trabajadores colombianos”, Comunicado, Bogotá - Colombia, Enero 20 de 2002.
[7] SINALTRAINAL, Comunicado a la opinión pública, “Los trabajadores de Nestle-Cicolac se declaran en huelga de hambre”, julio 31 de 2002.
[8] SINALTRAINAL, Comunicado a la opinión pública. Nestlé despide más líderes sindicales”, Bogotá, Noviembre 12, 2002.
[9] EcoPortal.net, “La multinacional Nestlé continúa reprimiendo”, julio 5 de 2002, www.attacmadrid.org/d/2/020705073255.php.
[10] Secondo Fedegan, la Federazione colombiana degli Allevatori, la produzione colombiana sarebbe di 12 milioni e 700 mila litri di latte, 2 milioni e 500 mila dei quali sarebbero prodotti nel dipartimento di Antioquia, il piu’ violento e paramilitarizzato del paese. Sempre secondo Fedegan, nonostante il decremento dell’economia colombiana, il settore caseario é cresciuto del 7,6% in cinque anni, considerando la crisi del biennio 1998-1999, “dovuta a problemi di insicurezza nelle campagne”. In El Espectador, mayo 13 de 2001.
[11] J. C. Uribe Posada, “La globalización estrangula el agro”, El Mundo, 6 de junio de 2002.
[12] J. C. Domínguez, “La leche, tabla de salvación”, El Tiempo, junio 15 de 2002.
[13] C. A. Olaya, “Colombia. Crisis económica y social sin soluciones a la vista”, en Traza. Revista de Cultura política, No. 1, Noviembre de 2002, p. 49.
[14] El País, Septiembre 26 de 2002.
[15] Per comprendere la dimensione finanziaria di questa politica della Parmalat di imposizione della sua marca, va detto che il 98% degli utili della Proleche nel 1998 per 2.065 milioni di pesos, sono derivati dalla vendita di latticini.
[16] “A reinventar la leche”, Dinero, Abril 9 de 1999, pp. 36-39). L’impresa italiana Parmalat sta crescendo a passi di gigante in tutta l’America latina. In Argentina ha comprato da poco la societá Gándara, che le ha permesso il controllo di 5 importanti marche nazionali e l’ampliamento ad 8 del numero dei suoi impianti di pastorizzazione in questo paese. Assai forte é la sua presenza in Venezuela e Brazil. La Parmalat starebbe tuttavia pagando caro il costo della rapida conquista del mercato in Colombia. Nel 1997, le vendite della societá sono cresciute del 56%, raggiungendo un fatturato per 45.734 milioni di pesos, ma le sue perdite sono cresciute del 109%, passando da 3.886 a 8.127 milioni di pesos.
[17] Colanta ha visto il suo fatturato crecere dai 36.000 milioni di pesos nel 1990 ai 540.000 milioni nel 2000. Possiede 45 impianti base e a Funza, un municipio ubicato in piena Sabana de Bogotá, ha investito 15 milioni di dollari per realizzare la fabbrica di pastorizzazione piú moderna del paese.
[18] “La vaca lechera”, Dinero, 31 agosto del 2001, pp. 60-62.
[19] Dati di Fedegan, la Federazione colombiana degli Allevatori – El Espectador, mayo 13 de 2001.
[20] J. C. Domínguez, “La leche, tabla de salvación”, El Tiempo, junio 15 de 2002.
[21] G. L. Gómez Ochoa, “En Antioquia los niños tienen hambre”, El Colombiano, 15 de diciembre de 2002.
[22] H. Mondragón, “El verdadero núcleo de la ‘globalización’”, Relazione al Forum sulle Transnazionali in Colombia, Bogotá, 6 e 7 dicembre 2002


Inchiesta pubblicato in Terrelibere.org nel gennaio 2003

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