I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

mercoledì 21 ottobre 2015

Benvenuti a Lampedusa


Una ex caserma dell’esercito edificata in spregio alle norme urbanistiche funge da centro d’identificazione e smistamento dei rifugiati di mezzo mondo, sopravvissuti ai bombardamenti e ai naufragi. Un mostro di cemento che ricorda carceri speciali. Guardie armate dentro e fuori e i carabinieri che fotografano o filmano tutto ciò che intorno si muove. Fuori i bambini con la maglia di Messi e di Ronaldo che inseguono un pallone all’ombra di rari e spogli eucalipti o le bambine a farsi le treccine sedute su un gradone all’ingresso della mensacontainer. Accanto, i bidoni di spazzatura. E ancora, nell’“isola con tanto vento ma con pochissima aria” hotspot, hub, detenzione, deportazione, radar militari, ponti radio, antenne satellitari, centri di spionaggio… Ma Lampedusa non è solo questo. È Zona Protezione Speciale, Sito Importanza Comunitaria, Riserva Naturale Orientata, e i mille occhi che ogni giorno incontri. Benvenuti a Lampedusa.

 

“Un’isola con tanto vento ma con pochissima aria”. Sono parole del poeta e scrittore maltese Antoine Cassar, ospite del LampedusaInFestival organizzato anche quest’estate dall’Associazione culturale “Askavusa”. Faticoso respirare libertà a Lampedusa. Ancora più faticoso tentare di vivere da turista le straordinarie bellezze naturali e paesaggistiche dell’isola. L’oppressione di un territorio dove vige 24 ore al giorno, 365 giorni l’anno lo stato d’emergenza; i cartelli, ovunque, con la scritta Zona militare Divieto di Accesso Sorveglianza armata; i furgoni e gli autoblindo dell’esercito, dell’aeronautica, della marina, della guardia costiera e di finanza, della polizia e dei carabinieri; le divise del Sovrano militare ordine di Malta e quelle paramilitari della Croce rossa e dei volontari dell’affaire della falsa accoglienza. Il porto zeppo d’imbarcazioni da guerra, l’aeroporto dove atterrano aerei ed elicotteri delle forze armate italiane e dell’agenzia europea di controllo armato delle frontiere Frontex. Agibilità negate, spazi off limits, i sempre più asfissianti fermi delle forze dell’ordine per identificarti e schedarti. Passo dopo passo. Strada dopo strada. Piazza dopo piazza. Spiaggia dopo spiaggia.

Si soffre a cogliere gli odori e i sapori del mare perché non ti abbandonano mai i fantasmi delle tragedie che si ripetono in quel mare. Le guerre ai migranti e alle migrazioni scatenate da Roma, Washington e Bruxelles; gli invalicabili muri di cemento e filo spinato innalzati a Sud e ad Est; la frontiera, sempre più avanzata, tra qui e là, che divide i popoli del Mediterraneo e perpetua disuguaglianze, brutalità e ingiustizie. Solo due anni sono trascorsi dalla più funerea tragedia del Mare Mostrum, impossibile dimenticare che gli affondamenti voluti o causati, i naufragi, gli affogamenti continuano nonostante i pattugliamenti “umanitari” di portaerei, fregate, sottomarini e droni. I 366 morti accertati dell’imbarcazione scomparsa la notte del 3 ottobre del 2013 ad appena mezzo miglio dalle coste di Lampedusa, invisibile ai radar della Marina e della Guardia costiera. Nomi, corpi, volti, storie di sofferenza e di speranze, cancellati dalle onde e dall’ipocrita e volontaria inefficienza dello stato-polizia, bottino di guerra per il complesso militare-industriale sicuritario dell’Europa fortezza. “Pochi giorni dopo quella tragedia veniva votato in larga maggioranza al Parlamento Europeo Eurosur, un sistema di sorveglianza delle frontiere marittime e terrestri dell’Ue”, ricordano gli attivisti di Askavusa. “Veniva lanciata inoltre la missione militare Mare Nostrum, alla quale ha fatto seguito Triton di Frontex. Ancora una volta, le migrazioni hanno fornito un pretesto per aumentare il livello di militarizzazione del Mediterraneo e di Lampedusa”.

Occultata in un arido e desolato vallone dell’isola, in contrada Imbriacola, una ex caserma dell’esercito edificata in spregio alle norme urbanistiche funge da centro d’identificazione e smistamento dei rifugiati di mezzo mondo, sopravvissuti ai bombardamenti e ai naufragi. Un mostro di cemento che ricorda quei carceri speciali che infestarono l’Italia e la Germania in lotta al terrorismo rosso; guardie armate dentro e fuori e i carabinieri che fotografano o filmano tutto ciò che intorno si muove. Poco in realtà, perché gli ospiti-detenuti adulti lasciano di rado i loro cupi alloggi. Fuori ci sono solo i bambini con la maglia di Messi e di Ronaldo che inseguono un pallone all’ombra di rari e spogli eucalipti o le bambine a farsi le treccine sedute su un gradone all’ingresso della mensa-container. Accanto, i bidoni di spazzatura ricolmi di latte di pomodoro e di cartoni di pescado dell’Oceano Atlantico meridionale, surgelato e imballato a Mar del Plata, Argentina.

Nel corso degli anni, la struttura di contrada Imbriacola è stata tutto e il contrario di tutto. Prigione, CPT, CIE per l’identificazione e l’espulsione dei migranti, CARA per l’“accoglienza” dei richiedenti asilo, CSPA (centro di primo soccorso e accoglienza per il tempo strettamente occorrente al loro trasferimento presso altri centri, non più di 24-48 ore secondo le norme, per settimane se non per mesi nei fatti). Dall’1 ottobre 2014, il centro di Lampedusa è gestito dalla potente Confederazione nazionale delle Misericordie, con il supporto delle Misericordie siciliane e della filiale-azienda calabrese di Isola Capo Rizzuto. Le Misericordie - che dal 2007 al 2009 avevano già operato presso l’allora CPT lampedusano - sono subentrate al vecchio gestore, il consorzio Sisifo aderente alla Lega delle Cooperative, “invitato” ad abbandonare l’isola dopo che il Tg2 aveva trasmesso un video sulle famigerate docce antiscabbia praticate da alcuni dipendenti del consorzio.

Il cambio della guardia non ha però prodotto un miglioramento dei servizi e delle stesse condizioni di vita dei rifugiati. Sovraffollamento, status giuridico indefinito, denunce di violazioni e violenze continuano a segnare la triste quotidianità di questo non luogo pensato e realizzato per cancellare sogni e identità. Il 17 febbraio scorso, dopo l’ennesimo sbarco-deportazione di centinaia di cittadini eritrei, al CSPA è scoppiata una violenta rissa tra i nuovi arrivati e un gruppo di somali “ospiti” già da troppo tempo a Lampedusa. Non poteva andare diversamente: in una struttura attrezzata per 250 posti letto, c’erano stipati allora quasi un migliaio di persone. Tre mesi dopo, una delegazione di deputati nazionali e regionali del Movimento 5 Stelle ha censito nel CSPA più di 800 migranti, ridotti d’urgenza a 630 dopo il loro blitz. “Il centro è in condizioni veramente disastrose e sovraffollato”, dichiaravano i parlamentari. “Ogni giorno è un continuo andirivieni, con la costante del sovrannumero di persone che restano e che sono costrette a dormire all’aperto, in rifugi di fortuna, praticamene dei loculi costruiti con materassini di gommapiuma. In mezzo agli alberi ci sono cavi elettrici volanti ed è ancora aperto il cantiere dei lavori di ammodernamento”. Intanto a Strasburgo gli europarlamentari Barbara Spinelli, Eleonora Forenza e Curzio Maltese (GUE), Elly Schlein (S&D), Laura Ferrara (EFDD) e Ignazio Corrao (EFDD) presentavano un’interrogazione denunciando “l’uso illegale della forza nei centri di accoglienza di Pozzallo e Lampedusa per l’acquisizione delle impronte digitali dei migranti, comprese quelle dei minori, a fini di identificazione”. Sempre secondo gli europarlamentari, “il 28 aprile 2015 una settantina di minori stranieri non accompagnati venivano rinchiusi per oltre due settimane nel CPSA di Lampedusa”. Il 2 ottobre scorso l’ennesima azione di protesta dei confinati al centro contro i sempre più numerosi rimpatri imposti dalle forze dell’ordine in assenza di qualsivoglia valutazione dei requisiti per la richiesta d’asilo in Italia.

L’escalation repressiva anti-rifugiati a Lampedusa ha una ragione oggettiva. Dal 17 settembre, infatti, il centro ha perso lo status di CSPA per trasformarsi in hotspot, il primo di tutta Europa. “Il sostegno operativo fornito con il metodo basato sugli hotspots si concentrerà su registrazione, identificazione e rilevamento delle impronte digitali e debriefing dei richiedenti asilo, e sulle operazioni di rimpatrio”, spiega il portavoce della Commissione europea. Ancora una volta sarà la Sicilia ad assumere il ruolo di laboratorio delle nuove strategie politico-militari Ue anti-migrazioni. Al quartier generale di Frontex, aperto da poco a Catania, è stato affidato il coordinamento delle operazioni dei quattro porti siciliani identificati come hotspots (Lampedusa, Pozzallo, Porto Empedocle e Trapani). “In ciascuno di questi hotspots – aggiunge la Commissione europea - vi sono strutture di prima accoglienza che possono ospitare complessivamente circa 1.500 persone ai fini dell’identificazione, della registrazione e del rilevamento delle impronte digitali. Altre due strutture di accoglienza saranno pronte ad Augusta e Taranto entro la fine del 2015”. Nei piani Ue, sarà proprio il punto caldo di Lampedusa a dover “accogliere” il maggior numero di persone in attesa d’espulsione: 500, il doppio cioè dei posti-letto sino ad oggi ricavati all’interno dell’ex caserma di contrada Imbriacola.

Negli hub chiusi e negli hotspot previsti dalle decisioni europee, l’accoglienza si trasformerà in detenzione e si inaspriranno le pratiche di deportazione sulla base del paese di origine e degli accordi di riammissione che rendono possibile l’accompagnamento forzato in frontiera dopo il riconoscimento da parte dell’autorità consolare”, spiega il prof. Fulvio Vassallo Paleologo, uno dei massimi esperti in tema di studi giuridici sull’immigrazione. “La pratica della detenzione informale subito dopo lo sbarco, in assenza di qualsiasi controllo giurisdizionale, anche per settimane o mesi, si verifica da tempo, a Lampedusa come a Pozzallo, a Siracusa ed a Catania, a Crotone come a Bari. In questi casi si è già verificata l’assenza di un esercizio effettivo dei diritti di difesa, previsto dall’art. 24 della Costituzione Italiana e 13 della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo in favore di tutti, senza distinzioni tra migranti economici e richiedenti asilo”.

Ma Lampedusa non è solo uno dei principali teatri mediterranei dove è di scena la tragica guerra dell’Unione europea alle migrazioni: l’isola si è affermata infatti come avamposto e trampolino per le altre guerre - ancora più sanguinose, asimmetriche e unilaterali - scatenate nel continente africano e in Medio oriente da Nato, Ue e governo italiano. A Lampedusa sono stati installati radar militari, ponti radio, postazioni d’ascolto e telecomunicazione, antenne satellitari, centri di spionaggio, raccolta ed elaborazione dati, sistemi elettronici top secret. Tra le infrastrutture di rilevanza strategica c’è certamente la Stazione del 9º Nucleo Controllo e Ricerca (N.C.R.) dell’Aeronautica militare (località Albero Sole), preposta alla guerra elettronica e all’individuazione di tutte le emissioni elettromagnetiche e all’analisi delle frequenze, delle caratteristiche e delle procedure delle trasmissioni radio, vocali e radar nemiche. A poche centinaia di metri in linea d’area, a Capo Ponente, l’Aeronautica ha avviato i lavori per installare il radar di sorveglianza FADR (Fixed Air Defence Radar) RAT 31-DL, nell’ambito di un programma di ammodernamento della rete di telerilevamento nazionale e Nato. “Altri due radar per la sorveglianza costiera si trovano nel vicino sito della Marina militare”, spiega il fisico sardo Massimo Coraddu, che per conto dell’Associazione Askavusa ha effettuato un primo censimento delle sorgenti elettromagnetiche di Lampedusa. “Le caratteristiche tecniche di questi dispositivi non sono note ma nel 2014 la Marina ne ha proposto la sostituzione con i modelli Gabbiano T200C e RASS CI (Radar di Scoperta di Superficie), entrambi prodotti da Selex ES, Finmeccanica”.

Oltre ad essere pericolosissimi per l’uomo e l’ambiente naturale, le antenne radar e gli impianti di radio telecomunicazione hanno l’aggravante di sorgere all’interno di aree naturali protette dalle normative europee, nazionali e  regionali. Per il suo notevole interesse naturalistico-ambientale, la rarità e rilevanza di alcune delle specie vegetali e animali ospitate, l’intero territorio delle isole di Lampedusa e Linosa è stato classificato nel 2005 come ZPS - Zona a protezione Speciale. Due terzi del territorio dell’isola di Lampedusa (comprese le aree più densamente militarizzate di Capo Ponente – Albero Sole e Capo Grecale) è classificato invece come SIC - Sito d’importanza comunitaria. Le infrastrutture militari nella parte più occidentale dell’isola sorgono poi a meno di 400 metri di distanza dalla Riserva naturale orientata istituita nel maggio 1995 dall’Assessorato Territorio e Ambiente della Regione Sicilia. Con un’estensione di circa 320 ettari, la Riserva protegge buona parte della costa meridionale di Lampedusa, dall’incomparabile bellezza e ricca di grotte e calette (tra le più note Cala Pulcino e l’Isola dei Conigli, quest’ultima zona di deposizione delle uova della tartaruga Caretta caretta).

Legambiente Sicilia, ente gestore della Riserva naturale, ha rilevato numerose criticità nei progetti dei nuovi dispositivi radar e nel novembre 2004 ha espresso formalmente parere negativo alla loro installazione. “Capo Ponente è un’area ad inedificabilità assoluta”, scrive l’associazione. “Quelli presentati dal ministero della difesa e dall’azienda costruttrice del radar RAT 31-DL sono inoltre documenti tecnici che si limitano agli aspetti costruttivi ed impiantistici senza alcun elaborato in materia ambientale e di inquinamento elettromagnetico. Nel progetto non si fa alcun riferimento ai contenuti del Piano di Gestione Isole Pelagie, approvato con decreti regionali n. 590/2009 e n. 861/2010, mentre non esiste alcun dato conoscitivo e relazione di impatto per gli aspetti connessi all’emissione di radiazioni elettromagnetiche e nulla si dice della presenza in aree contigue di altri radar, disattendendo l’obbligo di una valutazione degli impatti cumulativi sui Siti Natura 2000”.

Ancora più duro il giudizio sul progetto relativo ai radar costieri proposti dalla Marina militare. “L’intervento prevede un ampliamento dell’attuale piattaforma in cui è collocato il radar Rass-C esistente e soprattutto una significativa variante al progetto originario consistente in rilevanti nuove opere all’esterno della stazione della Marina al fine di mantenere in funzione l’attuale radar GEM fino all’entrata in funzione del nuovo sistema radar Rass-CL e Gabbiano, di cui tra l’altro non vengono forniti dati sulle caratteristiche tecniche”, spiega Legambiente. “Le opere previste comportano la distruzione di circa 700 mq di habitat naturali di interesse comunitario, di cui 180 mq per l’ampliamento del piazzale esistente ed oltre 650 mq per le opere relative alla fase transitoria. Dall’elaborato sulla produzione di terre e rocce da scavo emerge inoltre la contaminazione da idrocarburi e addirittura si propone l’impiego delle stesse per la costituzione di rilevati in aree di altissima valenza naturalistica del SIC/ZPS”. Ovviamente il ministero della difesa si è guardato bene a rispondere ai pesanti rilievi di Legambiente e gli stessi dirigenti dell’Assessorato regionale alla Sanità sono stati costretti a inviare in data 22 giugno 2015 una nota alle autorità militari per chiedere “di conoscere quali iniziative intendono adottare al fine di rimuovere le carenze segnalate sul progetto radar per la difesa aera presso la base Loran di Lampedusa”.

Contro i nuovi dispositivi di guerra si è mobilitata una parte della popolazione dell’isola, anche perché queste sorgenti elettromagnetiche si sommeranno ad altri pericolosi dispositivi “civili”, come ripetitori radiotelevisivi e per la telefonia cellulare, trasmettitori VHF per le comunicazioni in mare e per quelle aeroportuali. Il timore per la portata e gli effetti dell’inquinamento elettromagnetico è più che giustificato dagli studi scientifici sull’incidenza di alcune gravi patologie tra gli abitanti dell’isola. Secondo l’Osservatorio Epidemiologico Regionale che ha elaborato nel 2013 l’Atlante Sanitario sulla Epidemiologia dei Tumori in Sicilia nel periodo 2004-2012, il distretto sanitario di Lampedusa e Linosa ha riscontrato la “maggiore mortalità per tumori, nei maschi”, subito dopo la città di Catania (248 contro 251). Anche l’analisi dei ricoveri ospedalieri ordinari per patologie tumorali registrati dalla Regione siciliana nel triennio 2009-2011 ha evidenziato “alti livelli di ospedalizzazione per cause tumorali nel solo genere maschile a Lampedusa e Linosa”. Mentre il valore di riferimento regionale dei ricoveri ordinari è di 7,5 per 1.000 abitanti, il tasso standardizzato nelle due isole è di 10,2 per 1.000 abitanti. In particolare, nelle Pelagie sono stati evidenziati “tassi più elevati” del valore medio regionale per i tumori maligni dello stomaco, del fegato e della vescica tra i soli uomini e della trachea, dei bronchi e dei polmoni in entrambi i sessi.

Le proteste hanno convinto le autorità regionali ad avviare le prime rilevazioni dell’inquinamento elettromagnetico. “Le metodologie e le tecniche utilizzate dai tecnici dell’ARPA, l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, sono risultate in verità assai carenti e sono state completamente trascurate tutte le sorgenti radar e di trasmissione militare presenti nell’isola”, spiegano gli attivisti di Askavusa. “Una serie di misure aggiuntive, effettuate a Lampedusa a metà aprile, che hanno riguardato esclusivamente una emittente FM e i ripetitori per telefonia cellulare presenti nell’abitato, hanno tuttavia evidenziato nel terrazzo di un’abitazione nella centrale via Ariosto valori massimi di campo elettrico medio su sei minuti di 6,83 V/m, ben al di sopra cioè dei limiti di legge di 6 V/m”. Per questo, a partire del 17 agosto 2015, l’ARPA Sicilia ha imposto alle società Telecom e Vodafone di ridurre del 50% la potenza delle emissioni dei loro ripetitori.

“Non lo dovete dire, oggi nell’isola, che gli uccelli magari sbagliano rotta o si perdono o restano impigliati ad una nuvola e quando piove cadono a terra come proiettili di piume”, commenta amaramente il musicista-cantautore Giacomo Sferlazzo, cofondatore dell’Associazione Askavusa. “Non dite neanche che ci ammaliamo di tumore se no qui non viene più nessuno. Bisogna fare finta di niente e non dirlo ai turisti, nascondere tutto, lavorare, guadagnare e poi curarsi il cancro, mandare i figli a studiare fuori perché per fottere gli altri bisogna essere preparati. Bisogna nascondere i radar, le decine di discariche abusive in giro per l’isola, la merda, nascondere tutto. Bisogna divertirci, stare allegri, essere ottimisti. Ora bisogna allestire il piano bar e servire coppe di gelato e pesce fresco e lettini e ombrelloni”.

“Solo le nuvole di Lampedusa mi consolano e le stelle e il mare se lo guardo in lontananza, ma il resto comincia a farmi schifo”, aggiunge Giacomo Sferlazzo. “Un vecchio documentario dell’Archivio Storico locale che abbiamo proiettato al LampedusaInFestival ci mostra l’isola negli anni ottanta e sembra non sia cambiato niente: speculatori, cantanti famosi con case sul mare e lampedusani che avrebbero preferito il cemento armato alla pietra, l’acciaio al legno, la plastica alla tela. Lampedusa è cosi: se vi piace bene, se no potete sempre andarvene. Ogni tanto uno ci pensa e ci prova ma quest’isola ha il cielo e il mare più bello del mondo e quando vai via, il cielo e il mare che hai dentro si rivoltano. Poi ci sono i mille occhi che ogni giorno incontri, in cui ti puoi riconoscere e in cui puoi capire le differenze tra te e il resto del mondo. Questi occhi, nonostante tutto, ci sono solo qui e quando li cerchi in altri occhi non li trovi…”.

 

Articolo pubblicato in Casablanca. Le Siciliane, n. 41, settembre-ottobre 2015

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