I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

sabato 15 giugno 2013

Ponte sullo Stretto, malato terminale


Il volto è scavato, emaciato. La pelle secca e raggrinzita. Le ossa sono fragili come cristalli. I sospiri sono sempre più lenti e impercettibili. Il malato, a detta di tutti, è incurabile. Eppure decine di scienziati, progettisti, politici-banchieri e aficionados della prima e ultima ora si alternano al suo capezzale per proporre mirabolanti rimedi che ne prolunghino all’infinito l’agonia. All’accanimento terapeutico c’è chi preferisce, un centinaio di metri accanto, di avviare un’asta per consentire di staccare la spina a cuore e polmoni artificiali. Davanti a una platea di manager, azionisti e creditori delle più rinomate società di costruzioni, il banditore urla il prezzo. “Quindici milioni. Ventisette. Cento. Centocinquanta. Trecento. Cinquecento. Un miliardo. Un miliardo e duecento. E uno. E due. E tre. Aggiudicato al signore in fondo a destra”.

C’era una volta (e c’è) il Ponte sullo Stretto di Messina. Un incubo che dura da quasi cinquant’anni, una farsa ignobile che solo grazie alle lotte dal basso di decine di migliaia di cittadini non si è tramutata in tragedia. Ma che per ignavia e squallidi interessi politico-clientelari rischia di perpetuare il più grande saccheggio di risorse finanziarie pubbliche della storia d’Italia. E, come ci ricorda Daniele Ialacqua in questo suo lavoro, senza che una pietra del Ponte, il Padre di tutte le Grandi Opere, sia stata mai posata. La storia vera e tragicamente comica che l’autore ci racconta è una lunga serie di menzogne, raggiri, truffe, la narrazione di un Mito del nulla che si costruisce sul nulla. Ma che costa maledettamente in termini economici, sociali, politici, ambientali, urbanistici, criminogeni e criminali. La sagra di una borghesia mafiosa che inneggia alla libertà di mercato mentre droga e annichilisce il mercato. Una classe di imprenditori, grand commis e faccendieri del pubblico e privato che han fatto della distruzione dei territori il proprio modus vivendi. Che non arretrano di fronte alle leggi di natura, della fisica e dell’ingegneria, che aborriscono i limiti del giusto e della logica e rigettano i principi della sostenibilità. E i cui rappresentanti nelle più alte sfere istituzionali tramano per falsare leggi e regole contrattuali e architettano le più bieche turbative d’asta.           

Una narrazione spedita, ironica, a tratti cinica - quella di Ialacqua - che alla fine lascia con l’amaro in bocca e la rabbia di essere stati presi sin troppo a lungo per i fondelli. Ma che riserva intuizioni e visioni originali e una mole di dati che inchiodano i Pontisti alle loro ingiustificabili irresponsabilità. Del Ponte si era detto di tutto e di più, ma sino ad oggi era sfuggita la sua dimensione machista, il suo rappresentare ed incarnare la dimensione di stupratore-penetratore-possessore, bieco esibizionista delle proprie forme, una campata unica lunga che più lunga non si può. L’orgia dei progetti deve esaltarne dimensioni e posizioni, quel “dove metterlo - come scrive Ialacqua - sopra o sotto, lì in mezzo, o di lato”,  in una sorta di Kamasutra dello Stretto che non genera erotismo e il piacere dell’atto sessuale ma solo il compiacimento delirante della propria potenza e della sottomissione della Natura a oggetto e vittima.

Sesso mercenario attingendo alle tasche dei contribuenti, un po’ come si fa nei circoli esclusivi della politica di regime e ai festival dei bunga bunga. Tentare di mettere ordine ai conti è fatica di Sisifo, ma Daniele Ialacqua ci prova con esiti che inquietano e scandalizzano ancora di più adesso che lottiamo per sopravvivere ai tempi del Debito e delle crisi strutturali. Per tenere in vita contro vento e maree il lugubre spettro del Ponte sullo Stretto, ci hanno derubato di milioni e milioni di euro, quasi 450 come ricostruisce l’autore dopo aver spulciato i bilanci e le spese folli della Stretto di Messina S.p.A. la concessionaria a capitale pubblico voluta nel 1981 per alimentare il Ponte. Proprio come l’araba Fenice descritta da Ivan Cicconi (il maggior studioso in Italia del sistema corruttivo generato dalle Grandi Opere e dal modello neoliberista dei General Contractor) nell’introduzione al volumetto della Rete No Ponte, Il Ponte sullo Stretto nell’economia del debito (Sicilia Punto L, Ragusa, 2013). Senza poi dimenticare i 373 milioni di vecchie lire sperperati per i concorsi e le fiere dell’impossibile da governi ed enti locali per intossicare l’opinione pubblica, dal 1971 sino all’81, con l’idea-virus della necessità socio-economica e trasportistica e della piena fattibilità del Ponte sullo Stretto.

Il governo e i media annunciano mestamente la dipartita dell’opera di collegamento stabile tra la Calabria e la Sicilia ma la data delle esequie viene procrastinata sine die. In verità il Ponte non ha ancora esalato l’ultimo respiro. Manca ancora il suo testamento con la designazione degli eredi universali. Chi ne ha fatto l’icona di fortune elettorali o la merce di scambio tra poteri “legali” e criminali punta ad alzarne inverosimilmente il valore. E’ scattata la gara ai maxirimborsi e alle maxipenali: i progettisti senza progetto e i costruttori senza costruzioni chiedono sino a un miliardo e duecento milioni per il Ponte senza Ponte e c’è pure chi ha l’ardire di proporre il miracolo di Lazzaro per la Stretto di Messina S.p.A..  Elargizioni e risurrezioni sulla pelle, ancora una volta, degli italiani, dissanguando il pubblico per tappare le falle finanziarie di privati inetti e incapaci.
La partita del Ponte è tutt’altro che conclusa. Ce lo ricordano i No Ponte, tornati in piazza il 16 marzo 2013 per chiedere la liquidazione immediata della concessionaria pubblica, moderno Nerone in grado di mandare in fiamme e fumo quasi 200 milioni di euro in meno di un quarto di secolo di vita. Ancora un corteo per ricordare che è la Comunità dello Stretto a dover essere risarcita per l’annullamento della democrazia partecipata e di ogni ipotesi alternativa di sviluppo autocentrato del territorio. E per gridare, senza se e senza ma, che Noi la penale non la paghiamo!
 
 
Prefazione al volume di Daniele Ialacqua, C'era una volta il Ponte sullo Stretto.. (forse, anzi no, boh!?), ilmiolibro.it, Roma, 2013.

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