I Padrini del Ponte

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Affari di mafia sullo Stretto

lunedì 31 dicembre 2012

Nuovi caccia e pericolo droni per lo scalo di Trapani Birgi


Torna a essere pienamente operativo a Trapani Birgi il 18° Gruppo caccia dell’Aeronautica militare. Conclusasi la consegna di otto velivoli Eurofighter Typhoon, il reparto potrà operare 24 ore su 24 nel servizio di sorveglianza dello spazio aereo nazionale e NATO e - come spiega lo Stato maggiore della difesa - rispondere prontamente alle “più impegnative attività di mantenimento della sicurezza nel bacino del Mediterraneo”.

“L’Aeronautica militare sta puntando molto sulla base di Trapani Birgi”, ha spiegato il generale di squadra aerea Tiziano Tosi. “Il 37° Stormo con il 18° Gruppo dovrà coltivare la capacità di supporto per tutti i velivoli da combattimento della Forza Armata, come già dimostrato nel 2011 durante le operazioni sulla Libia”. I velivoli da guerra opereranno dallo scalo siciliano “in supporto e come back-up” ai due stormi dell’Aeronautica - il 4° ed il 36°, rispettivamente di stanza a Grosseto e Gioia del Colle (Bari). L’ordine di decollo immediato (scramble) partirà dal Combined Air Operations Centre 5 (CAOC 5), uno dei cinque centri della NATO responsabile del comando e controllo delle operazioni aeree per l’Italia, i Balcani, l’Ungheria e la Slovenia, in coordinamento con il Comando Operazioni Aeree (COA) dell’Aeronautica militare, organismi che hanno sede nella base di Poggio Renatico (Ferrara).

Protagonista dei futuri interventi bellici nel Mediterraneo, come abbiamo visto, sarà l’Eurofighter Typhoon, un caccia multiruolo di ultima generazione con ruolo primario di “superiorità aerea” e intercettore. Si tratta del “più avanzato aereo da combattimento mai sviluppato in Europa, in grado di offrire capacità operative di ampio respiro e un’efficacia impareggiabile”, riporta il sito del ministero della difesa. Con una lunghezza di 16 metri e un’apertura alare di 11, il guerriero europeo può raggiungere la velocità massima di 2 mach (2.456 Km/h) e un’autonomia di volo di 3.700 km. Può essere armato di micidiali strumenti di morte: cannoni Mauser da 27 mm; bombe a caduta libera Paveway e Mk 82, 83 e 84 da 500 a 2.000 libbre e a guida GPS JDAM; missili aria-aria, aria-superficie e antinave a guida radar e infrarossa.

Il caccia è stato realizzato dal consorzio industriale Eurofighter a cui partecipano la British Aerospace (con una quota del 37%), la tedesca DASA - DaimlerCrysler Aerospace (29%), l’italiana Alenia Aermacchi (20%) e la spagnola CASA (14%). L’azienda del gruppo Finmeccanica si occupa nello specifico dell’assemblaggio finale degli esemplari destinati all’Aeronautica italiana e della progettazione di alcune componenti, dei sistemi di alimentazione e navigazione, dell’armamento e della propulsione per tutti i velivoli. Originariamente il nostro paese pensava di acquistare 165 Typhoon, ma l’imprevista impennata dei suoi costi (il valore unitario oggi, senza sistemi d’armamento, è stimato a 63 milioni di euro circa) ha costretto al ridimensionamento del programma a 96 caccia. Tagli altrettanto gravosi sono stati decisi da tutti gli altri paesi che avevano ordinato il nuovo caccia multiruolo (Gran Bretagna, Germania e Spagna): dai 765 velivoli previsti si è passati a 472. Il consorzio europeo ha evitato il flop grazie agli ordini dell’aeronautica militare austriaca (15 esemplari, ma è in corso a Vienna un’inchiesta per un presunto giro di bustarelle a funzionari locali) e dell’Arabia Saudita (72).

Con i nuovi Eurofighter, il gruppo di volo di Trapani Birgi torna ad operare dopo quasi cinque mesi di inattività. Nel maggio 2012, infatti, erano stati restituiti agli Stati Uniti d’America gli ultimi cacciabombardieri F-16 Fighting Falcon, presi in leasing dall’Aeronautica militare nella primavera del 2003. Da allora è stato avviato un processo di riqualificazione professionale e di addestramento che ha interessato piloti e specialisti del reparto trapanese, in sinergia con le due basi di Grosseto e Gioia del Colle dove i Gruppi di volo sono dotati da tempo del caccia europeo. A Birgi, il Genio dell’Aeronautica ha inoltre avviato un programma di ammodernamento di vari fabbricati militari, a cui è stata destinata la spesa di 708.000 euro.

L’aeroporto “Vincenzo Florio” di Trapani Birgi, insieme a quelli di Cervia (Ravenna), Piacenza e Pantelleria è classificato come “scalo militare destinato al ruolo di Deployement Operating Base (DOB)”: mantiene cioè una presenza “minimale” per “sostenere rischieramenti temporanei” e pertanto “può essere aperto al traffico aereo civile a determinate condizioni”. Oltre al 37° Stormo e al 18° Gruppo caccia, Birgi ospita l’82° Centro CSAR (Combat Search and Rescue), uno dei reparti del 15° Stormo CSAR di Cervia equipaggiato con gli elicotteri HH-3F, con compiti di ricerca e soccorso degli equipaggi di volo in difficoltà e dispersi in mare o in montagna, trasporto sanitario d’urgenza e soccorso di traumatizzati gravi. Dalla seconda metà degli anni Ottanta, Trapani Birgi è pure base operativa avanzata (FOB) degli aerei-radar E-3A AWACS nell’ambito del programma multinazionale NATO Airborne Early Warning Force per la sorveglianza integrata dello spazio aereo, il cui comando generale è ospitato a Geilenkirchen (Germania). Le altre FOB della componente di alto valore strategico dell’Alleanza sono Aktion (Grecia), Konya (Turchia) e Ørland (Norvegia). In ogni installazione operano una ventina di ufficiali provenienti da diversi paesi NATO.

La base siciliana è stata una delle più utilizzate dalla coalizione internazionale per le operazioni di guerra in Libia, dal 19 marzo al 31 ottobre 2011. Gli F-16 del 18° Gruppo hanno operato prima sotto il comando di US Africom (Odyssey Dawn) con compiti di “protezione e scorta delle missioni di soppressione delle difese aeree nemiche” e di “offensiva contro-aerea” e, successivamente con la NATO (Unified Protector), per la “protezione di aerei rifornitori ed AWACS, ricerca ed intercettazione di elicotteri e di aerei, implementazione della No Fly Zone, difesa aerea”. Da Birgi hanno pure operato gli Eurofighter del 4° Stormo di Grosseto e del 36° Stormo di Gioia del Colle, i cacciabombardieri Tornado IDS del 6° Stormo di Ghedi (Brescia) ed ECR del 50° Stormo di Piacenza e gli AMX del 32° Stormo di Amendola (Foggia) e del 51° Stormo di Istrana (Treviso). Nel corso delle operazioni, i velivoli dell’Aeronautica hanno sganciato in Libia più di 500 tra bombe e missili da crociera a lunga gittata. Dal Task Group Air Birgi è dipeso pure l’utilizzo degli aerei senza pilota Predator B schierati nello scalo pugliese di Amendola. Per tutto il corso del conflitto, a Trapani sono stati schierati infine sette caccia F-18 Hornet, due velivoli tanker C-150T e due CP-140 Aurora per la guerra elettronica delle forze armate canadesi, tre velivoli E-3A AWACS della NATO e due AWACS e due aerei da trasporto VC-10 Vickers britannici. Dallo scalo siciliano sono transitati pure 300 aerei cargo e circa 2.000 tonnellate di materiale a disposizione della coalizione alleata. Stando alle stime ufficiali, la NATO avrebbe lanciato da Trapani quasi il 14% dei blitz aerei contro obiettivi libici. Un vero primato di morte.
La guerra in Libia ha comportato per un lungo periodo lo stop del traffico aereo civile con effetti devastanti sull’economia e l’occupazione di parte della Sicilia occidentale. Dopo una progressiva ripresa delle attività delle compagnie aeree, dall’1 giugno 2012 lo scalo trapanese è tornato a subire fortemente la pressione militare. Stavolta i disagi e le limitazioni al traffico non sono dovute agli scramble dei caccia italiani o alle evoluzioni degli AWACS NATO ma alle missioni top secret degli aerei senza pilota delle forze armate USA schierati nella stazione aeronave di Sigonella (Global Hawk, Predator e Reaper). Con l’emissione di specifiche notificazioni ai piloti di aeromobili (NOTAM) in transito dallo scalo trapanese, è stato imposto, prima sino al 28 novembre, poi in proroga sino al 25 febbraio 2013, la sospensione delle procedure strumentali standard nelle fasi di accesso, partenza e arrivo degli aerei. I NOTAM, gli ultimi distinti rispettivamente con i codici B8349, B8350 e B8351, specificano che le sospensioni sono dovute all’“attività degli Unmanned Aircraft”, i famigerati droni utilizzati per le operazioni di spionaggio, la guida di attacchi aerei e il lancio di bombe teleguidate e missili. Con l’esplosione del conflitto in Siria, i venti di guerra anti-Iran e le nuove tensioni interne in Libia e Corno d’Africa, l’US Air Force e l’US Navy hanno intensificato le missioni e i raid dei velivoli a guida remota, confermando il ruolo di Sigonella di “capitale mondiale dei droni”, come eufemisticamente dichiarato dal Pentagono. A pagare le conseguenze della ipermilitarizzazione dello spazio aereo regionale, tutta la popolazione siciliana. Limitazione del diritto di mobilità e rischi elevati di incidenti aerei sono l’insostenibile prezzo di scelte geostrategiche prese a Washington e a cui nessuno governo a Roma riesce a dire No.

sabato 29 dicembre 2012

Inganni elettromagnetici nella base Usa di Niscemi


Procedure sin troppo superficiali; pericolose sottovalutazioni dei campi elettromagnetici esistenti; misurazioni incomplete, inidonee e ingannevoli; conclusioni contraddittorie, incompatibili e irragionevoli. È quanto emerge dalla nota del fisico Massimo Coraddu (autore con il prof. Massimo Zucchetti dello studio del Politecnico di Torino sui rischi associati all’impianto di telecomunicazioni militari USA di Niscemi e al costruendo centro satellitare MUOS), consegnata dai Comitati No MUOS all’Assessore regionale al territorio e Ambiente, Mariella Lo Bello, in occasione dell’incontro congiunto tenutosi a Palermo il 28 dicembre 2012.

“Quelli della realizzazione del MUOS e della sicurezza elettromagnetica nella base NRTF di Niscemi sono problemi gravi che non è più possibile rimuovere”, spiega Coraddu. “I loro aspetti più preoccupanti sono tali da mettere seriamente in discussione la fondatezza delle autorizzazioni concesse anche dopo una valutazione dei rischi legati alle emissioni elettromagnetiche da parte di ARPA-Sicilia”. Gli studi dell’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, avviati solo a partire del 2009, non sono giunti ancora a qualsivoglia conclusione, soprattutto a causa degli ostacoli frapposti dai militari statunitensi. “I pochi dati sicuri emersi, nel corso dei rilievi, hanno invece mostrato un chiaro superamento dei livelli di sicurezza previsti per la popolazione, già con l’impianto nella sua configurazione attuale”, scrive il prof. Coraddu. Per l’ARPA, invece, le proprie verifiche (“effettuate sempre con tecniche di misure conformi alla norma”) hanno “confermato il non superamento del valore di attenzione”. A smentire però l’agenzia ci sarebbero alcune conclusioni nelle relazioni sui monitoraggi effettuati a Niscemi. “Nell’istruttoria del 2009, l’ARPA dichiara ad esempio di non essere stata in grado di portare a termine il compito affidatole, in quanto le informazioni tecniche relative agli impianti già operanti risultano secretate dall’attività militare, così come i valori di campo elettromagnetico ante e post opera”, rileva Coraddu. “Di fronte a questo insormontabile rifiuto, ARPA Sicilia non ha potuto valutare complessivamente la distribuzione, sul territorio limitrofo, dei valori di campo elettromagnetico, come si era invece proposta”.

In un successivo passaggio della stessa relazione, l’ARPA ammette che la “documentazione acquisita non è conforme a quanto previsto dall’allegato n.13 (art 87 e 88) - Mod. A del D.lgs 259/03”, pertanto “non è stato possibile emettere un parere ai sensi del citato decreto legislativo”. Come evidenzia Coraddu, l’agenzia per l’ambiente non ha dunque potuto svolgere correttamente il proprio compito, “né da allora risulta che ci siano stati altri tentativi”. Così, nell’assenza di una sufficiente documentazione tecnica, “l’inquinamento elettromagnetico prodotto complessivamente dalla stazione di telecomunicazioni della Marina militare Usa di Niscemi resta ignoto”.

Il ricercatore spiega poi come le condizioni di misurazione delle emissioni siano state del tutto inappropriate. “Vista l’impossibilità di effettuare valutazioni complessive del campo emesso, l’ARPA ha ripiegato su una attività di misura e monitoraggio in alcuni punti specifici, ma neppure questo compito limitato si è però potuto svolgere nel pieno rispetto della normativa”, scrive Coraddu. “Nel caso di impianti radio-base, come quelli di Niscemi, i rilievi devono essere svolti infatti nelle condizioni più gravose possibili, ovvero con tutti i trasmettitori attivi simultaneamente alla massima potenza. Il comandante della base NRTF ha però dichiarato che le antenne non verrebbero mai attivate tutte assieme, ma solo in certe particolari combinazioni denominate A, B e C, che sono state quelle concordate con l’ARPA in occasione delle verifiche del 26 gennaio 2009”. Come si evince da una dichiarazione giurata ma certificata da un notaio solo il successivo 5 febbraio 2009 (dieci giorni dopo le misurazioni), il comandante statunitense Terry Traweek ha affermato di aver attivato, “alternativamente”, le configurazioni A-B-C alla “massima energia”. Un procedimento del tutto anomalo e assai discutibile, basato sulle mere dichiarazioni dell’ufficiale e non dalla verifica della configurazione reale degli impianti da parte dei tecnici ARPA. Lo stesso militare ha inoltre ammesso che delle 45 antenne ad alta frequenza (HF) ed una a bassa frequenza (LF) esistenti “sono in funzione solo 27”, mentre che durante il funzionamento dell’antenna LF “la riduzione energetica impedisce l’uso contemporaneo delle altre 27 antenne HF”. Condizioni del tutto diverse quindi da quanto prescritto dalle leggi italiane, che però sono state ammesse e condivise dai tecnici dell’agenzia per l’ambiente.

“Se l’ipotesi delle condizioni più gravose possibili si fosse verificata il 26 gennaio 2009, in quel giorno le centraline installate in quattro abitazioni vicine alla base avrebbero dovuto registrare un’emissione più alta rispetto a quella dei giorni precedenti e successivi”, evidenzia Coraddu. “Se osserviamo i tracciati di quella giornata invece troviamo che due centraline (la n. 3 e la n. 4) registrano un segnale identico a quello medio degli altri giorni, mentre altre due registrano addirittura un segnale notevolmente inferiore. Oltretutto l’analizzatore EHP-200 impiegato, ha registrato un numero e una distribuzione di sorgenti emittenti assolutamente identico e indistinguibile nelle tre configurazioni A, B e C. Infine la centralina in Contrada Ulmo, la sola che ha proseguito le rilevazioni quasi ininterrottamente dal febbraio 2011 sino ad ottobre 2012, ha registrato, a partire dalla fine di agosto 2012, un chiaro aumento delle emissioni, ben oltre quelle rilevate nel gennaio 2009, indicando così inequivocabilmente che quelle concordate con i militari USA il 26 gennaio 2009 non erano affatto le più gravose condizioni possibili. Le verifiche delle emissioni si sono rivelate un inganno. I livelli dell’elettromagnetismo nella base NRTF restano tuttora ignoti e fuori dalla portata di ogni controllo civile”.

Secondo il ricercatore sardo, per la presenza a Niscemi di decine di sorgenti differenti che trasmettono simultaneamente a frequenze molto diverse tra loro, le misurazioni delle emissioni sono particolarmente gravose e si possono facilmente produrre malfunzionamenti e risposte imprevedibili nella strumentazione utilizzata. “Non di rado i tecnici ARPA si sono trovati di fronte a strumenti di misura che producevano risultati completamente diversi e incompatibili”, afferma Coraddu. “In una situazione così complessa sarebbe quindi buona pratica impiegare più frequentemente possibile strumenti di misura a banda stretta, capaci cioè di distinguere le singole sorgenti emittenti. Purtroppo, per quanto ne sappiamo, l’ARPA ha impiegato uno strumento di questo tipo, l’analizzatore NARDA EHP 200, una sola volta, il 26 gennaio 2009, in soli 7 punti di misura. Quello invece normalmente utilizzato, il misuratore portatile in banda larga PMM 8053A, con la sonda EP 330, produce alle alte frequenze delle misurazioni del tutto incompatibili con le corrispondenti in banda stretta, e va quindi ritenuto poco affidabile”.

Quando è stato possibile analizzare dei dati numericamente sufficienti, c’è stata comunque la chiara indicazione di un “notevole superamento” dei limiti di sicurezza dei campi elettromagnetici. Onde tutelare la popolazione dagli effetti di un’esposizione prolungata, la legislazione italiana prevede che in prossimità delle abitazioni il campo elettrico debba trovarsi al di sotto della soglia di 6 V/m. A Niscemi, l’unica centralina (la n. 2 di Contrada Ulmo) che ha effettuato misurazioni prolungate nelle alte frequenze ha registrato valori assai variabili delle emissioni: tra i 5,9 e gli 0,6 V/m del periodo dicembre 2008 - marzo 2009 e tra i 4,5 e i 5,5 V/m nel periodo febbraio – settembre 2011. Nel luglio 2012 sono stati raggiunti i 5,8 V/m e nel successivo mese di settembre il livello delle emissioni è arrivato a superare i limiti di sicurezza dei 6 V/m per lunghi intervalli (dell’ordine delle 10 ore), sino ai 7 V/m.

Nel caso di esposizioni multiple, come indicato dalla legge, all’esposizione alle alte frequenze deve essere poi sommata la componente di bassa frequenza (LF) che a Niscemi è assai elevata, nell’ordine di 6-7 V/m. “Sommando i valori, è evidente come l’intensità di campo elettrico sia doppia rispetto al limite previsto”, denuncia Coraddu. “Per le emissioni della base NRTF deve quindi essere resa al più presto obbligatoria la riduzione a conformità prevista dal DPCM 8 luglio 2003. E, ovviamente, non è possibile concedere autorizzazioni per ulteriori impianti trasmittenti, come le antenne satellitari del MUOS, le cui emissioni andrebbero a sommarsi a quelle degli altri trasmettitori presenti, con rischi ulteriori”.

Ancora oggi, date le scarne caratteristiche tecniche delle antenne del MUOS fornite dai militari USA, è impossibile prevedere quale sarà la portata reale delle emissioni del nuovo impianto di guerra. “Le autorità statunitensi hanno fornito solo le caratteristiche tecniche delle antenne elicoidali TACO H124, operanti in banda UHF (peraltro liberamente disponibili nel sito web del costruttore)”, spiega il ricercatore. “Le caratteristiche delle grandi antenne paraboliche che trasmetteranno in banda Ka (30-31 Ghz) sono note invece in forma molto parziale, il che consente solo una valutazione approssimativa nella direzione dell’asse principale e grandi distanze (superiori ai 500 metri). Una valutazione superficiale porta ad errori e ad evidenti paradossi, come accade nella relazione ARPA dove si ammette che il modello di calcolo utilizzato non fornisce valori in zona di campo reattivo, ovvero in un raggio di 497 metri dal centro elettrico della parabola. Osservando i mappali si vede chiaramente che le parabole MUOS vengono deificate a circa 150 metri dalla recinzione della base, oltre la quale si trova una zona parco della Sughereta di Niscemi, attrezzata con sentieri e punti sosta. Che succederà in questa fetta del parco in caso di attivazione del MUOS? L’ARPA propone di effettuare verifiche post-installazione. Ovvero di lasciare edificare l’opera per valutare a posteriori un inquinamento e un danno che non siamo in condizione di prevedere. Una proposta che non sembra né ragionevole né accettabile”.

“Nessuno è stato in grado di effettuare previsioni credibili sulle emissioni che il sistema MUOS, nel suo funzionamento ordinario, comporterà per l’ambiente circostante già ampiamente soggetto a inquinamento elettromagnetico”, conclude il prof. Coraddu. “L’autorizzazione alla realizzazione del sistema MUOS in queste condizioni è stato, nel migliore dei casi, un grave errore. La prosecuzione in presenza di elementi così gravi sarebbe un errore ancora peggiore, che non può trovare nessuna giustificazione”.
A dispetto di un iter autorizzativo a dir poco discutibile e pasticciato e a fronte delle proteste della popolazione e delle amministrazioni locali, i lavori proseguono con celerità. Centinaia di ragazze e ragazzi si alternano presidiando da 40 giorni le strade di accesso alla base USA di Niscemi per impedire l’arrivo di un enorme camion gru che dovrà innalzare le tre parabole sui piedistalli già installati. Potrebbe bastare una firma del governatore Rosario Crocetta per sospendere l’efficacia delle autorizzazioni concesse illegittimamente dal predecessore Raffaele Lombardo. I No MUOS l’hanno richiesta nel recente incontro con l’assessora Lo Bello che ha però preferito glissare la questione. “Chiederemo ai militari italiani e statunitensi di sospendere i lavori”, ha dichiarato. Peccato che lo aveva già fatto, inutilmente, nel giugno scorso, la Procura della repubblica di Caltagirone, ravvisando nei lavori del MUOS gravi illeciti penali e violazioni delle normative ambientali.

giovedì 27 dicembre 2012

Armi e militari italiani per l’emiro del Qatar


L’ultimo incontro al vertice tra le autorità politiche e militari d’Italia e Qatar, uno dei più ricchi e armati emirati arabi, si è tenuto a Doha a fine novembre. Dal sovrano Sheikh Hamad Ben Khalifa al-Thani, al potere in Qatar dal 1995 quando con un golpe spodestò il padre, si sono recati in visita il sottosegretario alla difesa Filippo Milone, il sottocapo di Stato maggiore ammiraglio Cristiano Bettini e il consigliere strategico del ministro della difesa, Andrea Margelletti. Motivo ufficiale della missione l’esercitazione multinazionale “Falcone Feroce 3”, svoltasi nei pressi della capitale e a cui l’Italia ha partecipato con alcuni “osservatori” militari.

“L’esercitazione multinazionale è promossa dal Qatar fin dal 2008 con cadenza biennale”, spiegano in una nota le forze armate italiane. “Sviluppa diverse tematiche addestrative, tra le quali la lotta alle minacce asimmetriche e il contrasto al terrorismo, la gestione di crisi umanitarie ed eventi di rischio chimico, biologico, radiologico e nucleare”. Nel corso della missione in  Qatar, sempre secondo lo Stato maggiore della difesa, il sottosegretario Milone ha incontrato un distaccamento di istruttori del GIS, il Gruppo Intervento Speciale dei Carabinieri, “presenti in Qatar per fornire addestramento specialistico al Reparto incaricato della sicurezza dell’emiro del Paese”.

La presenza di ufficiali italiani a fianco della guardia d’élite di Sheikh Hamad Ben Khalifa al-Thani è solo una delle attività regolate dall’accordo di cooperazione militare Italia-Qatar, sottoscritto dal governo Berlusconi durante il conflitto contro la Libia di Gheddafi e ratificato dal parlamento con voto bipartisan il 29 settembre 2011. Oltre alla partecipazione congiunta ad esercitazioni e ad “operazioni umanitarie e di peacekeeping, i due paesi possono collaborare nell’“organizzazione” e nell’“equipaggiamento” delle unità militari e, soprattutto, nello “scambio” di know how e materiali bellici, armi e munizioni. L’accordo di cooperazione fornisce un’ampia lista dei sistemi di guerra che possono essere esportati od importati: armi automatiche e di medio e grosso calibro, bombe, mine, missili, siluri, carri armati, aerei, elicotteri, esplosivi e propellenti per uso militare, sistemi fotografici ed elettronici, satelliti, sistemi di comunicazione ed attrezzature digitali, ecc.. Per la copertura finanziaria degli oneri previsti dall’attuazione dell’accordo, il parlamento italiano ha autorizzato una spesa annuale di 12.245 euro “mediante corrispondente riduzione del Fondo speciale iscritto nel bilancio di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze”.

Il Qatar è uno dei Paesi arabi più corteggiati dalle industrie e dalle banche italiane, i fondi sovrani dell’emirato hanno fatto incetta delle più prestigiose società immobiliari, di moda e turismo del made in Italy e adesso puntano ad entrare in Finmeccanica, la holding nazionale a capo delle aziende produttrici di armi. Tutto ciò mentre lo Stato arabo è all’indice delle maggiori organizzazioni non governative internazionali per le sempre più frequenti repressioni delle opposizioni, le violazioni dei diritti umani, l’applicazione della pena di morte, le spregiudicate relazioni con l’islamismo radicale. Le forze politiche e i gruppi economici e finanziari italiani non sembrano nutrire alcuna preoccupazione neanche per l’attivismo diplomatico e militare di Sheikh Hamad Ben Khalifa al-Thani nel conflittuale mondo arabo, spesso con un ruolo tutt’altro che subalterno agli interessi occidentali. In ottimi rapporti con la Fratellanza musulmana in nord Africa, il Qatar figura tra i maggiori donatori per la ricostruzione del Libano a fianco degli effimeri governi di “unità nazionale” che si alternano alla guida del martoriato paese. L’emiro sta pure giocando un ruolo guida nella “riconciliazione” tra le varie fazioni somale, sostenendo la leadership del controverso primo ministro Abdiweli Mohammad Ali.

L’emirato è stato inoltre uno dei primi paesi al mondo ad invocare l’invio di una forza multinazionale in Siria a sostegno dei “ribelli in lotta contro Bashar al-Assad. Da più di un anno il regime di Damasco accusa il Qatar di armare e finanziare gli oppositori e “manipolare l’informazione” attraverso il canale televisivo di Al-Jazeera (di proprietà qatarina), “bloccando così ogni soluzione alla crisi interna”. Il coinvolgimento diretto dell’emiro nelle operazioni di guerra in Siria è stato documentato pure da diversi organi di stampa israeliani. Citando fonti interne al Mossad, è stato provato ad esempio come alla vigilia della sanguinosa battaglia scoppiata ad Homs nel febbraio 2012, ufficiali del Qatar abbiano consegnato “munizioni e armi tattiche” ai ribelli in “quattro centri operativi” istituti alla periferia della città per “preparare un incursione coperta dei militare turchi in Siria”.

Nel 2011 qualcosa del genere era avvenuto in Libia prima che la coalizione multinazionale a guida NATO avviasse la campagna di bombardamento contro le truppe fedeli a Muammar Gheddafi. Il Qatar, in particolare, aveva fornito una grossa quantità di armi e munizioni ai ribelli libici ed aveva pure infiltrato commandos addestrati e diretti dal Pentagono. Come poi ammesso pubblicamente da Sheikh Hamad Ben Khalifa al-Thani, durante il corso del conflitto “centinaia di militari delle forme armate del Qatar hanno combattuto a fianco degli insorti”. “Abbiamo gestito l’addestramento e le comunicazioni dei ribelli, supervisionando i loro piani e assicurandone il collegamento con le forze NATO”, ha dichiarato il capo di Stato maggiore qatarino Hamad bin Ali al-Atiya (The Guardian, 26 ottobre 2011). Inoltre, sei Mirage 2000 dell’aeronautica militare dell’emirato hanno partecipato direttamente ai bombardamenti alleati, operando dalla base NATO di Souda Bay (Grecia). Conclusa la guerra, il Qatar è subentrato alla guida del “Comitato degli Amici a sostegno della Libia” che si occupa direttamente dell’addestramento delle ricostituite forze armate libiche. Dalla primavera del 2011, un piccolo contingente del Qatar partecipa pure alla forza militare del Consiglio di cooperazione del Golfo intervenuta in Bahrein a sostegno della locale dinastia sunnita invisa alla maggioranza della popolazione di fede sciita.

di 18 elicotteri bimotore di nuova generazione AW139 prodotti da AgustaWestland (gruppo Finmeccanica). Il contratto del valore di 260 milioni di euro era stato firmato dall’aeronautica militare del Qatar nel luglio del 2008 e prevede pure l’addestramento degli equipaggi e la fornitura di parti di ricambio. Con una velocità massima di crociera di 306 km/h e un’autonomia superiore ai 1.060 km, gli elicotteri AW139 vengono utilizzati oggi per molteplici funzioni, dal trasporto truppe e armamenti, al pattugliamento dei confini, alla ricerca e soccorso, alle operazioni delle forze speciali e al mantenimento dell’ordine pubblico sul fronte interno. Altri tre elicotteri AgustaWestland con relativo supporto logistico saranno forniti prossimamente alla Qatar Emiri Air Force per svolgere il servizio di emergenza medica.

Nell’autunno 2011, le autorità militari dell’emirato hanno pure espresso la volontà di entrare a far parte del consorzio internazionale “MEADS” (Medium Extended Air Defense) guidato dalla statunitense Lockheed Martin Corporation e di cui è partner l’italiana MBDA (Finmeccanica), per la realizzazione di un sistema anti-aereo, anti-missili balistici e da crociera e anti-UAV di ultima generazione. Il Qatar vorrebbe dotarsi del “MEADS” in vista dei campionati del mondo di calcio del 2022, ma il sistema potrebbe essere utilizzato pure in funzione anti-Iran.

Il Qatar acquisterà invece in Germania 200 carri armati “Leopard 2” (prodotti dall’industria Krauss-Maffei Wegmann) al prezzo di circa due miliardi di euro. La commessa, a differenza di quanto accade in Italia, è stata duramente criticata dai rappresentanti di differenze forze politiche e da alcuni quotidiani tedeschi che hanno definito l’emirato “uno dei più pericolosi regimi arabi, nonché coinvolto in tutti i disordini nella regione”. Per Washington, invece, il Qatar resta uno degli alleati mediorientali più fedeli da coccolare, militarizzare ed armare. Oltre un miliardo di dollari sono stati spesi negli ultimi anni dal Pentagono per potenziare la base aerea di al-Udeid che ospita 8.000 militari USA impegnati nello scacchiere di guerra afgano ed un centro dell’agenzia d’intelligence CIA dotato di aerei-spia senza pilota. Nella grande base qatarina sorgerà presto una delle tre grandi stazioni radar in X-Band per lo “scudo antimissile” che le forze armate statunitensi intendono attivare nell’area mediorientale (le altre due stazioni radar sono in via d’installazione nel deserto del Negev in Israele e in Turchia).
Un paio di mesi fa la Defense Security Cooperation Agency USA ha comunicato al Congresso l’intenzione di vendere al Qatar undici batterie del sistema Patriot di “difesa antiaerea e antimissile” (costo 9,9 miliardi di dollari). La commessa prevede complessivamente 44 lanciatori M902, 248 missili MIM-104E (più due di prova) e 778 PAC-3, undici radar e altrettanti sistemi di gestione d’ingaggio, 30 gruppi di antenne. L’agenzia statunitense alla cooperazione alla difesa ha pure espresso la volontà di trasferire al Qatar il sistema missilistico “Terminal High Altitude Area Defense” (THAAD) per la difesa ad alta quota, prodotto dal colosso Lockheed Martin. In questo caso l’emirato riceverebbe dodici lanciatori con 150 missili, più radar e altri sistemi associati, per un valore complessivo di 6,5 miliardi di dollari.

domenica 23 dicembre 2012

Ecco perché il MUOStro di Niscemi è illegale e abusivo


Il terminale terrestre del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazione satellitare delle forze armate USA in costruzione a Niscemi, è un’opera “in contrasto” col vincolo paesaggistico, “priva di valida autorizzazione” e, quindi, “abusiva ed illegittima”. Ad affermarlo il procuratore della Repubblica di Caltagirone Francesco Paolo Giordano, che ha pure rilevato come le autorizzazioni concesse della Regione siciliana “non appaiono esaurienti e presentano carenze di approfondimento, studio, analisi e valutazione”. Il 17 settembre scorso il dottor Giordano ha così richiesto ed ottenuto il sequestro preventivo dei cantieri, anche se poi il Tribunale di Catania ha annullato in tempi record il provvedimento emesso dal Gip di Caltagirone, Salvatore Acquilino. Adesso sarà la Cassazione a doversi pronunciare sulla veridicità e la legittimità delle conclusioni dei magistrati calatini. La decisione è attesa entro la fine del 2012.

I lavori di realizzazione del MUOS erano iniziati il 18 luglio 2011 presso la stazione Naval Radio Transmitter Facility (NRTF) della Marina militare USA, all’interno della riserva naturale orientata denominata “Sughereta di Niscemi”, inserita nella rete ecologica Natura 2000 come Sito di Importanza Comunitaria (SIC) contrassegnato dal n. ITA050007. Un’area d’incomparabile bellezza e dallo straordinario patrimonio ecologico che invece di essere difesa e preservata è stata irrimediabilmente deturpata dalle ruspe e dalle colate di cemento. “L’opera intrapresa, oltre ad insistere in area soggetta a vincolo paesaggistico e caratterizzata da divieto di nuove edificazioni, è comunque priva del nulla osta del Comune di Niscemi”, annota la Procura di Caltagirone. “L’amministrazione avrebbe dovuto, sin dall’inizio, non concedere l’autorizzazione per evidente contrarietà del progetto alle prescrizioni del vincolo paesaggistico”.

A motivare la richiesta di sequestro dell’area, la scarsa attenzione delle autorità militari italiane e statunitensi alle denunce di “irregolarità” delle opere da parte dei magistrati. Il 27 luglio 2012, in particolare, il dottor Giordano aveva inutilmente invitato il Comandante italiano di Sigonella e l’US Navy a sospendere i lavori. “Sussiste il fondato pericolo che la libera disponibilità della costruzione abusivamente intrapresa possa aggravare le conseguenze del reato”, spiega il procuratore. “La prosecuzione dei lavori del MUOS protrae gli effetti dannosi dei manufatti e non c’è alcuna garanzia di osservanza dei limiti tabellari dell’inquinamento elettromagnetico”.

Il procedimento penale trae origine da un esposto presentato dal Comune di Niscemi il 14 settembre 2011. Dopo una serie di accertamenti con sopralluoghi tecnici e rilievi foto-planimetrici sono stati emessi sei avvisi di garanzia nei confronti del direttore dei lavori, l’ingegnere Giuseppe Leonardi (originario di Paternò) e dei rappresentanti legali delle società esecutrici e delle ditte subappaltarici Francesco Maria Giovannetti (Monterotondo), Maria Rita Condorelli  (Catania), Adriana Parisi (Lageco Srl di Catania), Concetta Valenti (Piazza Calcestruzzi di Niscemi), Carmelo Puglisi (C.R. Impianti di Motta Sant’Anastasia). I sei devono rispondere dei reati previsti e puniti dall’art.44 del Testo Unico del 6 giugno 2001 (disposizioni legislative e regolamenti in materia edilizia) e dagli artt.142 e 146 del decreto legislativo n. 24 del 2004 (Codice dei beni culturali e del paesaggio) “perché, in concorso fra loro e con altri soggetti non ancora identificati, senza la prescritta autorizzazione assunta legittimamente o in difformità di essa” hanno eseguito i lavori per la realizzazione del MUOS “in violazione delle prescrizioni di cui al decreto istitutivo della Riserva naturale e del regolamento inerente”.

Il terminale terrestre USA venne approvato dal Ministero della Difesa con nota del 31 ottobre 2006, ma furono richiesti agli alleati la “conformità” del progetto alla normativa tecnica italiana e, prima della messa in funzione del sistema, la certificazione che le emissioni elettromagnetiche “rientrino nei parametri stabiliti dalle vigenti leggi”. Prima volta nella storia della presenza in Italia delle basi militari USA e NATO, il Comando US Navy dovette chiedere alle autorità regionali competenti l’autorizzazione all’avvio dei lavori. Il 9 settembre 2008 si tenne a Palermo la conferenza di servizi ai sensi della legge n. 6 del 2001 a cui parteciparono l’Assessorato regionale territorio e ambiente, la Soprintendenza dei Beni culturali, l’Ispettorato Forestale di Caltanissetta (ente gestore della riserva), il Comune di Niscemi e i rappresentanti della Marina militare USA e del 41° Stormo dell’Aeronautica di Sigonella. Il parere favorevole al progetto fu unanime anche se furono richieste alcune prescrizioni (l’installazione di idranti anti-incendio lungo la strada tagliafuoco, ecc.). “Il provvedimento finale adottato in seguito alla conferenza di servizi risulta illegittimo e va disapplicato in quanto viziato sul piano procedurale e sul piano sostanziale, perché oggettivamente privo di motivazione e di un’esauriente istruttoria”, rileva la Procura della Repubblica di Caltagirone. “Nel testo del verbale vi sono considerazioni generiche, connotate dall’utilizzo di clausole di stile nonché meramente ripetitive del dato normativo, prive di qualsivoglia analisi circa l’impatto che in concreto l’intervento era in grado di determinare sull’ambiente circostante, o meglio sul contesto paesaggistico”. Per i magistrati, la conferenza di servizi avrebbe dovuto rilasciare una specifica autorizzazione paesistica, come previsto dalla legislazione vigente per tutte le opere statali, comprese quelle destinate alla difesa nazionale. Nessun accenno poi alla compatibilità dell’opera con la tipologia del vincolo all’epoca esistente, vale a dire l’inclusione nella Zona B del decreto istitutivo della riserva, “dove erano possibili soltanto gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, restauro e risanamento conservativo e ristrutturazione edilizia di opere preesistenti”.

Ancora più grave quanto accaduto successivamente. Nel dicembre del 2009 il Comune di Niscemi revocò in autotutela il nulla osta rilasciato, ritenendo “necessario e opportuno” il riesame della proposta progettuale sia per quanto riguardava la valutazione dell’art. 5 del DPR n. 357 del 1997 (relativo alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali, nonché della flora e della fauna selvatiche), sia per le valutazioni riguardo l’emissione delle onde elettromagnetiche del MUOS, richieste alle autorità preposte e mai pervenute all’ente. Il primo profilo di carattere ambientale si basava sulla circostanza che dopo l’adozione del PRG da parte del Comune, l’allora assessore Rossana Interlandi, con decreto del 30 dicembre 2009, aveva disposto la riperimetrazione dell’area su cui sarebbe insistito il MUOS. Così essa veniva a ricadere in Zona A, soggetta a norme ancora più restrittive rispetto al passato. Secondo il decreto istitutivo della Riserva di Niscemi, in Zona A è fatto divieto infatti di “realizzare nuove costruzioni ed esercitare qualsiasi attività comportante trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio, ivi comprese l’apertura di nuove strade o piste, la modifica plano-altimetrica di quelle esistenti, la costruzione di elettrodotti, acquedotti, linee telefoniche o di impianti tecnologici a rete”. Proprio quanto richiesto e autorizzato per l’installazione del terminale del sistema satellitare. In ogni caso, come sottolinea il dottor Giordano, dopo la riperimetrazione, le opere del MUOS “avrebbero dovuto essere nuovamente esaminate dagli organismi competenti, in quanto non ancora eseguiti e iniziati i relativi lavori”. La stessa Regione avrebbe potuto esercitare il potere di autotutela, revocando l’autorizzazione. “Come ha statuito la giurisprudenza amministrativa, il potere di autotutela è doveroso con riferimento ad ipotesi di provvedimento che risulti in contrasto con interessi a tutela rafforzata, come l’interesse alla tutela dell’ambiente”, aggiunge il procuratore di Caltagirone. “D’altronde l’interesse dell’amministrazione militare era recessivo all’interesse pubblico alla tutela dell’ambiente in quanto ancora gli impianti, alla data delle riperimetrazione, non erano stati edificati e non era iniziata nemmeno la costruzione”. Un ulteriore “difetto di valutazione e di istruttoria” è documentato dal fatto che nei provvedimenti dell’1 e 28 giugno 2011 che hanno dato il via ai lavori, la Regione non ha menzionato minimamente l’intervenuta riperimetrazione della riserva. Da qui il ricorso al TAR del Comune di Niscemi per ottenere la sospensione di efficacia delle autorizzazioni, poi rigettato sia in primo che in secondo grado. “In buona sostanza, il TAR ha liquidato la questione, non ancora in sede di merito, affermando che parrebbe dubbia la possibilità di revoca del nulla osta”, spiega Giordano. “Tuttavia non appare condivisibile tale tesi in quanto se sopravviene un fatto nuovo che determina la necessità di rivalutare le prevedenti determinazioni, è in potere della pubblica amministrazione esprimere il proprio dissenso sia pure successivamente. Ciò deriva come corollario del principio di buon andamento della pubblica amministrazione e dal dovere di adeguare le proprie valutazioni alle novità che sopraggiungono medio tempore”. Come se ciò non bastasse, secondo quanto rilevato il 26 maggio 2011 dal Comune di Niscemi, sarebbe stata commessa un’ulteriore violazione di legge: il progetto del MUOS, essendo ricadente in area SIC, doveva essere sottoposto previamente alla valutazione di incidenza ambientale. Peccato però che della VIA non esiste traccia.

Di fronte a tutte queste considerazioni, l’amministrazione militare si è sempre difesa affermando che i lavori del MUOS erano una mera “continuazione delle attività già in essere nell’area”, con riferimento all’esistenza dal 1991 a Niscemi di un centro di comunicazione radio della Marina degli Stati Uniti d’America. Tuttavia, sempre secondo la Procura di Caltagirone “è dubbio che le nuove opere possano essere una continuazione delle precedenti, in quanto si tratta di una nuova stazione, e al riguardo basterebbe riflettere sull’enorme divario della scala delle frequenze fra l’esistente (46 Khz) e il nuovo sistema, che trasmetterà a 31 Ghz, pari a 31 milioni di Khz, con conseguente aumento delle radiazioni”.

Proprio relativamente ai potenziali effetti negativi delle onde elettromagnetiche, i magistrati calatini hanno riscontrato notevoli contrasti di valutazione “di cui l’amministrazione che ha rilasciato l’autorizzazione non ha tenuto conto”. Un tema tutt’altro che secondario, data la stretta vicinanza degli impianti con l’abitato di Niscemi (appena 6,2 Km. anche se i primi agglomerati edilizi significativi sono situati ad una distanza di circa due chilometri dal costruendo MUOS). Mentre lo studio commissionato dalla Regione siciliana alla facoltà di Ingegneria dell’Università di Palermo ha attestato la non pericolosità del sistema satellitare e la misurazione dell’ARPA dei campi elettromagnetici generati dagli impianti militari esistenti avrebbe accertato valori “al di sotto” dei 6 V/m consentiti dalla legge, lo studio dei professori Zucchetti e Coraddu del Politecnico di Torino ha invece documentato alti rischi di “irraggiamento accidentale” e di “danni gravi e irreversibili anche per brevi esposizioni” per la popolazione.

“Nelle valutazioni conclusive del Politecnico di Torino si afferma che è opportuno un approfondimento delle misure, con l’avvio immediato di una procedura di riduzione a conformità, finalizzata alla riduzione delle emissioni, e il blocco di ogni ulteriore installazione”, spiega la Procura. “Alla luce di tali valutazioni appare del tutto insoddisfacente la nota del 14 novembre 2008 del Ministero della Difesa secondo il quale il rischio all’esposizione del personale è minimo ed improbabile, la distanza di sicurezza dell’emissione elettromagnetica pericolosa sarà imposta mediante l’installazione di una recinzione di sicurezza, la misurazione dell’inquinamento da radio frequenze sarà eseguita appena i sistemi saranno installati e pronti ad operare. Ma appare insoddisfacente anche la motivazione dell’autorizzazione del 28 giugno 2011, la quale, sul punto fa riferimento allo studio della facoltà di Ingegneria di Palermo che appare quantomeno limitativo in quanto si occupa solamente del rischio di esposizione agli operatori e non agli abitati circostanti”. Un altro “importante profilo” di illegittimità dell’autorizzazione rilasciata dalla Regione poiché “nessuna approfondita disamina è stata operata sotto il profilo del pericolo alla salute pubblica per effetto dei campi elettromagnetici”.

Di ragioni per il presidente Rosario Crocetta a revocare in autotutela tutte le autorizzazioni concesse dal predecessore Lombardo ce ne sono abbastanza. Che aspetta ancora?
Articolo pubblicato in Casablanca, n. 27, dicembre 2012

lunedì 3 dicembre 2012

Li manda Capone...


Il padre. La madre. Il fratello e la cognata. Un po’ di cugine e di cugini. Gli amici e gli amici degli amici…

E la moglie del sindaco e quella del collega consigliere. I congiunti e gli sbrigafaccende del barbuto senatore. Tutti funzionari, tutor e docenti dell’ennesimo ente di formazione che dispensa diplomi di operatore del benessere, socio-assistenziale e ai servizi per l’infanzia, segretario, programmatore informatico, estetista, massaggiatore non medicale, responsabile servizi di ristorazione, tecnico energie rinnovabili, assistente alla comunicazione, eccetera, eccetera, eccetera. Una fabbrica di sogni e forse pure di consensi elettorali. A capo lui, Carmelo “Melino” Capone, un democristiano cresciuto all’ombra dell’on. Giuseppe D’Andrea (instancabile animatore sino alla prematura scomparsa delle cooperative bianche locali), poi componente del Cda dell’istituzione dei servizi sociali del Comune di Messina, infine folgorato dai postfascisti di Alleanza nazionale di Barcellona Pozzo di Gotto, quelli alla corte di Domenico “Mimmo” Nania, il senatore, e Giuseppe Buzzanca, il colonnello.

Comanda Capone. Lui, Melino Capone, è - cioè era - il commissario in Sicilia di Ancol, l’associazione delle comunità di lavoro, onlus senza scopo di lucro con sede a Roma. Ma è (cioè era) anche l’assessore comunale alle politiche del lavoro e alla mobilità urbana a Messina, nella giunta di centrodestra del sindaco Buzzanca, dimessosi alla vigilia delle elezioni regionali con la speranza, infranta, di confermare il proprio seggio all’ARS. E di lavoro ne ha sicuramente prodotto tanto, non all’assessorato ovvio, ma al’interno del “suo” ente di formazione professionale. Per amici e parenti. Con il veto degli organi dirigenti nazionali di Ancol (che lo avevano sfiduciato da tempo) e in violazione delle leggi regionali, come ritiene la Procura della Repubblica di Messina che accusa Capone di “truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche”. Dal 2006 al 2011 il commissario non più commissario avrebbe ottenuto illegittimamente 13 milioni e 630.000 euro di finanziamenti, il 70% dei quali erogati dal Fondo Sociale Europeo, il 21% dallo Stato e il 9% dalla Regione Siciliana.

Da quanto accertato dagli inquirenti, Carmelo Capone ha formalmente ricoperto l’incarico di commissario Ancol solo sino al 2005; ciononostante negli anni a seguire ha continuato a presentare richieste di finanziamento dei suoi progetti formativi, puntualmente riconosciute dalla Regione. Contestualmente ha istituito nuove sedi Ancol dislocate sul territorio regionale, come ad esempio quelle di Barcellona Pozzo di Gotto, Priolo Gargallo (Sr), Catania, Palermo e Mirabella Imbaccari (Ct) dove venivano avviati, realizzati e rendicontati progetti di formazione “prima ancora di ottenere il decreto di accreditamento” dalla Regione. Sempre secondo il Pm Camillo Salvo, sostituto procuratore presso il Tribunale di Messina, Carmelo Capone ha indicato il Comune di Viagrande, in provincia di Catania, “quale sede di svolgimento di un progetto formativo dal 27 febbraio al 23 dicembre 2008, senza che tale sede fosse stata accreditata dalla Regione Siciliana, ottenendo un finanziamento pari a 298.941 euro”.

L’Ancol di Roma per porre fine all’azione arbitraria dell’assessore peloritano inviò una lettera alla Presidenza della Regione siciliana spiegando che l’incarico gli era stato revocato e che in Sicilia non esistevano più sedi della onlus. Solo che la lettera, secondo gli inquirenti, sarebbe stata archiviata frettolosamente da Patrizia Di Marzo, funzionario direttivo della segreteria dell’Avvocato generale della Regione siciliana e da Anna Saffiotti, responsabile dell’Area Affari Generali della Regione. Da qui l’accusa di truffa pure per le due funzionarie.

Come se non bastasse, in tutte le nuove sedi istituite dal commissario non commissario, furono assunte decine di persone, in parte stretti conoscenti e familiari del Capone o vicine alla sua corrente politico-elettorale, “in violazione dello Statuto dell’associazione che prevedeva espressamente per l’espletamento delle attività, l’impiego di personale esclusivamente su base volontaria” e della circolare dell’Assessorato del Lavoro e della Formazione Professionale che impone che il costo del personale non docente (area servizi amministrativi e tecnico logistici) non superi il 50% della spesa da sostenere per il personale dell’area servizi formativi e direttivi.

Sempre secondo la Procura peloritana, i congiunti, gli amici e gli amici degli amici assunti, venivano miracolosamente fatti transitare dai livelli bassi a quelli dirigenziali dell’ente professionale, ottenendo invidiabili incrementi salariali. E questo accadeva mentre esplodeva la mobilitazione e la protesta di un altro centinaio di dipendenti di Ancol Sicilia per il mancato pagamento degli stipendi nonostante dalla Regione Sicilia fossero affluite le risorse per i corsi effettuati. Tra il 2010 e il 2011 in particolare, da Messina a Catania, da Palermo a Barcellona Pozzo di Gotto, personale amministrativo e formatori  denunciavano la mancata corresponsione sino a 12 mensilità. L’1 marzo del 2011 i lavoratori dell’ente furono pure ricevuti in delegazione dall’allora assessore regionale alla formazione Mario Centorrino, dal capo di Gabinetto e da una nutrita rappresentanza di deputati siciliani. E chi c’era a guidare e rappresentare le ragioni tradite dei dipendenti Ancol? Sì, lui, Carmelo “Melino” Capone, il commissario non più commissario, che come riportano le cronache, denunciò davanti al gotha politico dell’Assemblea regionale che “nonostante i rendiconti presentati e approvati e nonostante il verbale che riconosce la congruità della spesa di fatto le somme non vengono erogate”. Il giorno successivo fu il Prefetto di Messina a ricevere l’assessore Capone con familiari, amici e dipendenti al seguito, promettendo “un suo immediato intervento nei confronti del Presidente della Regione”. E il 3 marzo tutti ancora a Palermo a protestare davanti la sede dell’assessorato di Mario Centorrino, insieme ai dirigenti e ai lavoratori di altri enti siciliani moltiplicatori di utopie occupazionali e, soprattutto, di voti per le competizioni elettorali locali e nazionali.

Nel corso dell’inchiesta sulla presunta truffa del Mi manda Capone, la sezione PG della Guardia di finanza ha stilato l’elenco degli assunti “eccellenti”, indicandone con pignoleria il grado di parentela con il commissario-assessore e i suoi capi corrente e finanche l’entità degli stipendi conseguiti. Premettendo che nessuno dei dipendenti Ancol risulta tra gli indagati, in pole position viene segnalato il nome di Giuseppe Capone, padre di Carmelo “Melino”, cooptato a segretario amministrativo della sede “informale” di Ancol di Viagrande, con la retribuzione mensile di 3.500 euro. Segue nell’ordine la signora Rosaria La Scala, moglie di Giuseppe e madre di Carmelo Capone, “formatrice” presso la sede di Messina con un mensile record di 5.515 euro. C’è poi Natale Capone, figlio di Giuseppe e fratello di Carmelo, assunto il 15 luglio 2005 in qualità di “operatore amministrativo” (4° livello), dall’1 gennaio 2007 promosso a “direttore” di 8° livello con lo stipendio di 1.770 euro.

C’è anche la cognata Loredana Pagano, moglie e collega del fratello Natale, assunta dall’ente professionale il 30 settembre 2004 con contratto full time di collaboratrice amministrativa organizzativa (4° livello) e promossa prima a direttore di 8° livello l’11 ottobre 2004 e, il 6 maggio 2008, a direttore generale (9° livello), con uno stipendio mensile di 2.006 euro. Due cugini, Giovanna Capone e Carmelo Impallomeni, risultano entrambi “responsabili amministrativi” della sede di Messina e scattati d’imperio ancora una volta il 6 maggio 2008 dal 2° al 5° livello (1.407 euro al mese pro capite). Un terzo cugino, Paolo Impallomeni, è stato assunto invece con l’incarico di “operatore amministrativo” a Messina (1.404 euro).

Finita la lista dei congiunti-dipendenti Ancol di Capone si apre quella delle amiche e conoscenti, prima fra tutte Daniela D’Urso, moglie dell’(ex) sindaco di Messina e deputato regionale del Polo-An, Giuseppe Buzzanca. La D’Urso fu assunta lo stesso giorno di Natale Capone con identica qualifica, ma poi fu promossa il 5 luglio 2007 a “direttore di sede” (7° livello) e un salario mensile di 1.699 euro. Poi c’è la sorella dello stesso politico, Matilde Buzzanca, chiamata originariamente come “formatrice” e “docente di estetica” presso la sede Ancol di Barcellona Pozzo di Gotto, beneficiaria il 6 maggio 2008 di un salto di livello (dal 2° al 5°) che gli ha consentito una retribuzione mensile di 1.417 euro.

Tra i “formatori” nella città del Longano c’è anche il milazzese Domenico Francesco Calabrò, cugino del sen. Domenico Nania (stipendio di 1.406 euro al mese). E sempre in Ancol Barcellona, per anni diretta dall’ex segretario locale del Fronte della Gioventù Giuseppe Pantè, compaiono tre “operatori amministrativi” di peso: Lidia Cusumano, sorella di Maria Rosario Cusumano (esponente di punta della corrente destrorsa del duo Nania-Buzzanca, già assessora e presidente del Consiglio comunale di Milazzo e odierna assessora all’agricoltura della Provincia di Messina), retribuita al netto con 1.211 euro al mese; Antonio Aliberti, già consigliere comunale del Longano nelle file di Alleanza nazionale, in cassa integrazione dall’agosto 2011 e reintegrato a dicembre dello stesso anno (1.555 euro al mese); Rocco Lizio, fratello di Pio Lizio, altro ex consigliere comunale barcellonese in quota Nania-An (1.219 euro).

In qualità di “tutor” nella sede di Ancol Barcellona ci sono poi Maria Elena Anastasi, moglie del commercialista ed ex assessore comunale An al commercio, industria ed artigianato, Filippo Sottile (1.672 euro) ed Antonella Sgrò, moglie di Santino Saraò, ex assessore An allo sport del Comune di Milazzo (1.467 euro). “Ausiliario servizi generali”, sempre nella sezione del Longano, l’ex segretario personale del senatore Nania, Tindaro Valenti, anch’egli promosso nella storica giornata del 6 maggio 2008 dal 1° al 2° livello e 1.211 euro in busta paga.

Dulcis in fundo, tra i “formatori” nella sede di Messina compare il nome di Lucia Lania, moglie del consigliere comunale e capogruppo di Rialzati Messina con Buzzanca sindaco, Salvatore Ticonosco, anch’egli in cordata  Polo-Nania-An, già operatore della cooperativa Azione Sociale della “rossa” Lega Coop. Per la Lania, però, la retribuzione in casa Ancol sa più di misero rimborso spese, appena 382 euro al mese.
 
Articolo pubblicato in I Siciliani giovani, n. 10, novembre-dicembre 2012.

Antonio Mazzeo, prima linea antimafia


Il giornalista a 360 gradi su: NoMuos, Cattafi, Vinciullo, Bottari. Antonio Mazzeo, scrittore e giornalista da sempre impegnato su temi quali ambiente, diritti umani e soprattutto criminalità organizzata, ha concesso a StrettoWeb un’intervista ricchissima di spunti. Recentemente Mazzeo ha pubblicato un volume sugli interessi criminali per la realizzazione del Ponte sullo Stretto, dal titolo “I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina”, Edizioni Alegre. Una delle sue recenti inchieste è stata incentrata sulle infiltrazioni mafiose nel territorio di Falcone, in provincia di Messina. Il lavoro del giornalista ha suscitato le ire dell’intera amministrazione comunale della cittadina, che ha poi deciso di querelarlo. Con Antonio Mazzeo ci siamo voluti concentrare su alcuni episodi recenti (movimento NoMuos, arresto di Rosario Pio Cattafi, vendita dei Magazzini Generali), ma anche su uno dei fatti di sangue più misteriosi verificatisi a Messina: l’omicidio del professor Bottari. Mazzeo è sempre in prima linea, e le sue inchieste, puntuali e precise, sono tutte consultabili sul suo blog. Ecco invece la nostra intervista esclusiva:

- Iniziativa NoMuostro di ottobre, secondo te è stato un successo?

Sì, politicamente lo è stata. Credo fossero tantissimi anni che in Sicilia non si riusciva ad organizzare un’iniziativa che mettesse insieme tutta una serie di soggetti diversi, forze politiche e sociali di diverso tipo. Dal punto di vista dell’iniziativa mi ha ricordato moltissimo le manifestazioni di Comiso di trent’anni fa, contro l’istallazione. E’ stato un momento importante perché dopo si sono verificati tutta una serie di eventi che hanno visto anche tanti enti locali prendere una posizione “No Muos”. Anche durante la campagna elettorale per le Regionali quasi tutti i candidati hanno espresso questa posizione. Qualche giorno dopo c’è stata anche una mozione alla Camera dei Deputati, in Commissione Difesa, che avevamo incontrato i primi di settembre. La Commissione ha avanzato una richiesta di moratoria al Governo, così come aveva fatto il Senato per quanto riguarda l’uranio impoverito, secondo il principio internazionale di “precauzione”. Se c’è il rischio che uno strumento militare o meno possa provocare rischi nella popolazione, interviene questo “principio di precauzione”, anche se c’è il minimo dubbio, non occorre la certezza al 100%.

Purtroppo poi il Tribunale ha dissequestrato gli impianti. Ma appena una settimana fa una ditta aveva fatto richiesta al Comune di Comiso per trasportare una megagru fino al cantiere, e il Consiglio Comunale ha deliberato la non-autorizzazione. L’Amministrazione Comunale aveva già denunciato irregolarità ambientali all’interno della base. I comitati No MUOS hanno organizzato dei presidi per impedire l’accesso della megagru e di altri camion. Questi sono segnali molto importanti, la mobilitazione popolare sta crescendo. L’unico soggetto che continua a opporre un “muro di gomma” è il Governo, che continua a ignorare volontà popolare e iniziative di Enti locali, che si muovono tutti contro la creazione di questa istallazione.

- Parliamo dell’arresto di Rosario Pio Cattafi. È stato un duro colpo per la criminalità organizzata dei dintorni? O c’è già qualcuno pronto a sostituirlo ai vertici di Cosa Nostra locale?

Senz’altro è stato un colpo durissimo. Fino all’arresto Cattafi ha goduto di una sorta di immunità, si sentiva talmente potente da presentare con nome e cognome della sua società quel progetto devastante che puntava a realizzare un mega parco commerciale a Barcellona Pozzo di Gotto. La mafia si è sempre nascosta dietro prestanomi in questi casi, ma a Barcellona la “sicurezza” di cui si beavano Cattafi e soci, gli hanno permesso di presentarsi con nome e cognome. È sicuramente un grosso colpo, anche perché accanto all’arresto di Cattafi si sono verificati tutta una serie di eventi che hanno destrutturato i centri di potere di Barcellona. Penso, dal punto di vista politico, alla caduta dell’Amministrazione comunale che era gestita da due legislature da uno stretto congiunto del senatore Domenico Nania. Barcellona è stata una roccaforte politica di An e del Pdl, però la coalizione di centrodestra è stata nettamente sconfitta (Nania tra l’altro ha visto cadere il suo “delfino”, Buzzanca, alle recenti elezioni regionali). E c’è un terremoto anche sul fronte giudiziario, perché, nonostante il procuratore generale Cassata continui impunemente a mantenere la guida del Tribunale di Messina, proprio qualche giorno fa il PM ha chiesto per lui la condanna a 3 mesi per l’attacco ad Alfonso Parmaliana. Senza dimenticare che su Cassata a Reggio Calabria è stato aperto un fascicolo per accertare una sua presunta contiguità con la criminalità organizzata.

Evidentemente c’è uno scenario nuovo su Barcellona, perché degli anelli importanti di gestione della borghesia mafiosa, composta anche da soggetti istituzionali e politici, che blindavano il sistema, sono caduti. Da qui a dire che l’arresto di Cattafi rappresenti una sconfitta per la mafia ce ne vuole. Non è caduta dopo l’arresto di boss come Riina, o con il fermo dei maggiori esponenti del clan dei “mazzarroti”, Bisognano e Gullo, che avevano il controllo di fette importanti dell’economia dell’area della provincia di Messina compresa tra Barcellona e Patti. Il loro arresto o la collaborazione di alcuni ex boss non hanno segnato la fine di una presenza criminale e mafiosa che a mio parere resta fortissima. La mafia è più corretto definirla, dal punto di vista politologico, borghesia mafiosa, ed è un qualcosa di molto variegato, “liquido”. Impossibile identificarla in un singolo soggetto, c’è dietro un tessuto talmente radicato che garantisce una continua rigenerazione. Ciò vale non solo per Barcellona ovviamente, ma anche per la città di Messina. I settori tra virgolette “occulti” e “paraocculti”, le logge massoniche insomma che cementificano i legami criminali, sono molto più solidi del singolo, e vanno al di là dell’individuo Cattafi.

- Quindi di fatto la casta della borghesia mafiosa continuerà ad esistere, ma avranno forse difficoltà a rapportarsi nuovamente con imprenditori e istituzioni.

Un pezzo della borghesia mafiosa è andato in crisi. Dovranno rilegittimare altri soggetti per continuare ad esistere. È una fase molto in evoluzione, ma purtroppo il radicamento della borghesia mafiosa nella provincia di Messina è fortissimo. Riguarda larga parte del mondo politico ed economico. Nel momento in cui viene a mancare un tassello importante c’è la possibilità tranquillamente di rigenerarsi.

Il cambiamento potrà avvenire soltanto se ci sarà un rafforzamento della società civile. Un riappropriarsi di spazi di agibilità politica, la creazione di soggetti intermedi, l’associazionismo non solo antimafia. Purtroppo nella nostra provincia in questo senso c’è un vero e proprio deserto. C’è un’assenza di soggettività politica che interviene ed è molto facile duplicare nuovi referenti per la criminalità. A Barcellona c’è una vitalità culturale e sociale che in prospettiva lascia ben sperare. Ci sono altre realtà in provincia, ma se osserviamo la situazione a livello “macro” oggettivamente la situazione è di enorme crisi politica e sociale. Se anche finisce la fase politica di un soggetto e va al 41bis Cattafi, in questa situazione è molto facile che vi sia il ricambio mafioso.

Io sto facendo un giro in provincia, sono stato invitato in scuole di quartieri ghetto. La situazione che si vive in queste realtà è drammatica. La mancanza di speranza, di sponde che si danno alla voglia di cambiamento dei giovani, purtroppo è un elemento che rafforza la criminalità organizzata.

- E in tutto ciò, sembra una frase fatta, ma lo Stato è assente.

Esatto, lo Stato è assente. Questa assenza si misura soprattutto nelle scuole. Io sono stato in contrada Fucile, a Gazzi, in una scuola media, dove non ci sono neanche le porte nei bagni. Lo Stato fa sentire la sua totale assenza e non sta accanto a questi ragazzi e a questi insegnanti che vengono lasciati soli, abbandonati completamente. È chiaro che a questo punto non ci possiamo lamentare che questi ragazzini, quando usciranno dalla scuola media, non troveranno assolutamente niente. Se non l’offerta di diventare manovalanza della mafia. Anche per questo la rigenerazione avviene automaticamente. Puoi arrestare il boss di turno, ma ci sarà sempre qualcun altro.

- Questione Vinciullo-Magazzini Generali, prima li compra poi vendita "congelata"...è una vicenda fatta di tante ombre...che ne pensa?

Sulla vicenda della vendita dei Magazzini Generali è stato lo stesso commissario straordinario Luigi Croce a congelare tutte le procedure di dismissione, in quanto vuole veder chiaro l'iter dei procedimenti d'asta. Nello specifico, la vicenda di Vinciullo, a mio avviso, è due volte drammatica, perché c'è una dismissione di un patrimonio importante, che non riguarda solo quella zona. Sono nell'elenco di dismissione ex scuole o ex asili nido in quartieri o in zone periferiche  della città nelle quali sia i giovani ma anche la gente comune hanno assolutamente bisogno di questi spazi. E' ulteriormente drammatica perché c'è una svendita di beni che hanno un valore enorme e che invece vengono svenduti, quasi regalati ai privati. Questa non è una città che può permettersi di dismettere opere pubbliche che potrebbero trasformarsi in centri culturali, educativi e sociali. In un deserto totale dove esiste una fame di servizi spaventosa le dismissioni dei patrimoni immobili non sono ammissibi, a maggior ragione se si "regalano" immobili ai privati ricavandoci solo le briciole. Nella vicenda dei Magazzini Generali, su uno dei protagonisti (Vincenzo Vinciullo), sono stati fatti tutta una serie di rilievi, penso in particolare a quanto viene rilevato in due relazioni di commissioni parlamentari antimafia, (una di maggioranza ed una di minoranza nel 2006) nelle quali il nome di Vinciullo è saltato all’interno di gravi vicende di criminalità organizzata. Il nome dell’imprenditore è presente pure all'interno di un’ordinanza di cattura, quella relativa alla vicenda dei fratelli Pellegrino, di cui il Vinciullo è risultato essere un cliente. Di Vinciullo hanno parlato collaboratori di giustizia, anche in sede di dibattimento, e allora, è evidentemente una situazione molto grave. Non possiamo consentire la svendita del privato, ma soprattutto il privato non deve essere messo in condizione di approfittarsi delle debolezze dell'amministrazione che sceglie di dismettere importanti patrimoni immobili delle città.

Sono molti i progetti che Vinciullo esegue nel territorio messinese, basta comprare la Gazzetta del Sud della domenica per rendersene conto. E' palese, che stiamo parlando di uno degli operatori nel settore edilizio che costruisce di più in questa città. Questa vicenda risolleva il problema politico dell'uso del territorio che si sta facendo, in una città dove l'economia è in ginocchio, dove non esiste nessuna domanda di immobili, ma al contrario esiste un patrimonio di immobili sfitti, e nonostante ciò si continua a consumare territorio impattando l'ambiente e il paesaggio con effetti che possono essere disastrosi. Non sta a noi dare giudizi su Vinciullo, ci sarà la Magistratura che potrà farlo, ma è un dato di fatto che esiste una categoria di progettisti ed ingegneri che continua a fare man bassa del territorio che richiede ben altri interventi; come la messa in sicurezza degli edifici sotto l'aspetto idrogeologico e sismico. Non capisco perché non avvenga una inversione, o riconversione, del sistema dell'edilizia piuttosto che continuare a costruire. L'amministrazione Buzzanca (quindi il consiglio Comunale, e l'ufficio urbanistica) ha la gravissima responsabilità, tra le altre, di aver incentivato la cementificazione del territorio, ovunque c'era un metro quadro disponibile è stata fatta una palazzina senza preoccuparsi minimamente degli aspetti idrogeologici a rischio, che riguardano gran parte della città di Messina. Quel tessuto che io chiamo la “borghesia mafiosa” è criminale, perché composta da soggetti criminali, ma è pure criminogena nel suo modo di operare perché sta mettendo in condizioni il territorio di crollare di fronte alla prossima bomba d'acqua o alla prossima alluvione. E' inconcepibile consentire di stuprare il territorio come è accaduto e sta accadendo adesso.

- Omicidio Bottari. Dopo quindici anni non si è ancora fatta luce sul caso...perché?

A quindici anni dall'omicidio del Professor Bottari, non si ha ancora un colpevole, o un movente, ma soprattutto non abbiamo neanche i nomi degli esecutori. Generalmente negli omicidi di questa provincia, si conosce almeno il nome degli esecutori.....magari capita che i mandanti e gli interessi reali restino nell'ombra, ma è paradossale come in questa vicenda anche i killer sono rimasti senza volto, è un fatto gravissimo. Questa è la dimostrazione che a Messina la mafia esiste, quando molte volte invece si dice il contrario. Al di là della matrice, ovviamente mafiosa, per me è inconcepibile che nessuno sappia nulla, che nessuno quel 15 gennaio del 1998 abbia visto nulla e che non ci siano le informazioni necessarie per inchiodare almeno i killer, e ripartire da loro per poi risalire ai mandanti. Bottari non si è ammazzato da solo, e non è stato ammazzato nel deserto.

E' drammatico come tutta una serie di realtà che potevano aiutare a capire questo omicidio siano rimaste in silenzio. L'immagine di una città che era rimasta sconvolta, che aveva scoperto di essere un verminaio, e adesso a quindici anni di distanza ha dimenticato e metabolizzato questo omicidio.

A questo proposito l'articolo pubblicato insieme ad Enrico di Giacomo, che riporta la dichiarazioni di paura del comandante dei Vigili Urbani di Messina, Calogero Ferlisi, il quale ha voluto rompere un silenzio che durava da molti anni, è stato fatto proprio per dare una scossa a chi ha dimenticato. Mi ha colpito la reazione della città rispetto alle dichiarazioni del comandante Ferlisi, e all'inchiesta giornalistica, mi aspettavo una reazione più calda, più partecipativa.....e invece no. Il comandante dei Vigili Urbani di una città di 300.000 abitanti racconta i fatti inquietanti che lo riguardano, rilanciando la memoria di un omicidio volutamente dimenticato da tutta la città, ma non riesce a destare nessuno interesse. Probabilmente se avessimo raccontato di un episodio calcistico di quindici anni fa ci sarebbe stato più dibattito. Questo per me è un fatto grave....questa città ormai ha un encefalogramma piatto, non si inquieta, non si scompone nemmeno di fronte a questi eventi, e credo che questo tipo di atteggiamento sia estremamente pericoloso.

- Detto questo, la quasi totale assenza di indignazione dei cittadini nel corso degli anni, ha agevolato “l'occultamento” dell'omicidio Bottari?

Credo di sì. Al di là degli errori che possono essere stati fatti nella fase di inchiesta, e al di là dell'omertà di persone che hanno visto e non hanno raccontato, o al di là dei possibili depistaggi, io credo che se la città avesse battuto i pugni, avesse chiesto verità, ad oggi non ci ritroveremmo a parlare di un caso assolutamente irrisolto, un vero e proprio mistero. Dopo l'omicidio Bottari, Messina ha scoperto, e ha fatto scoprire soprattutto al di fuori dello Stretto, che è una città di mafia, un luogo in cui le logge massoniche hanno avuto un ruolo importante, in cui si sono consumati patti criminali tra i poteri, drammatici non solo per la città, ma anche a livello nazionale e internazionale. Questa è una città di grandi traffici di armi che poi sono servite a fare delle guerre in scenari mondiali.

Una comunità viene traumatizzata da un episodio simile dovrebbe avere almeno il dovere di non dimenticare un cittadino, una persona prestigiosa dal punto di vista professionale (Bottari era primario endoscopista del Policlinico universitario) genero di uno di quelli che sono stati i potenti storici della città di Messina, ovvero Guglielmo Stagno D'Alcontres, per cui avrebbe dovuto chiedere giustizia senza dimenticare. Nel momento in cui si cancella l'omicidio Bottari e non ci si indigna per i silenzi e la mancanza di giustizia è come se avvenga una sorta di "auto-assoluzione", ciò vuol dire in fondo che Messina mafiosa non è, nessuno di noi è mafioso, per cui possiamo dormire sogni tranquilli. Lasciando che la “borghesia mafiosa” di questa città possa continuare ad operare politicamente, economicamente e socialmente. Questa è probabilmente la funzione della non indignazione, lasciare tutto alle spalle per potersi guardare allo specchio e dire NON SIAMO MAFIOSI, ma in questo modo facciamo clamorosamente un passo indietro di vent’anni. Oggi questa è una città che non vuole fare i conti con il proprio passato. I giornalisti hanno il dovere di ricordare e di essere provocatori.....Serve a tutti dimenticare? Per auto-assolverci e dire non siamo mafiosi? No....Noi siamo culturalmente mafiosi, questa è una città culturalmente mafiosa per il fatto stesso che si è sacrificata la verità e la memoria in nome dell’impunità. Spero che almeno le nuove generazioni abbiano la forza e la voglia di reagire e invocare giustizia. 

Intervista a cura di Danilo Marino e Dario Lo Cascio, pubblicata in Stretto Web il 30 novembre 2012, http://www.strettoweb.com/2012/11/antonio-mazzeo-prima-linea-antimafia-il-giornalista-a-360-gradi-su-nomuos-cattafi-vinciullo-bottari/55883/