I Padrini del Ponte

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Affari di mafia sullo Stretto

domenica 28 giugno 2015

L’Unione europea alla guerra contro i migranti nel Mediterraneo


L’Europa fortezza ha scatenato una vasta offensiva militare nel Mediterraneo per impedire il flusso di migranti dall’Africa o dal Medio oriente verso le coste dell’Italia e della Grecia. Unità navali, aerei da guerra, elicotteri, velivoli senza pilota pattugliano giorno e notte le acque con il solo scopo di monitorare rotte e traffici, mentre quasi nulla viene fatto per potenziare le operazioni SAR di ricerca e soccorso in caso di naufragi. L’obiettivo a medio termine è quello di proiettare ancora più a sud la frontiera Ue, occupando militarmente i porti e le città costiere della Libia e della Tunisia, trasferendo in Africa centri di “prima accoglienza” e strutture detentive per migranti, rifugiati e richiedenti asilo.    

Dal 2004 c’è un’agenzia europea, Frontex, a cui è affidato il ruolo di predisporre e gestire le operazioni, sempre più spesso semiclandestine e illegali, di guerra alle migrazioni e ai migranti in fuga dai conflitti che insanguinano il pianeta (in Europa orientale, Africa, Medio oriente, Asia sud-orientale, ecc.). Istituzionalmente Frontex ha il compito di coordinare le attività degli Stati membri Ue nel controllo delle frontiere esterne marittime, terrestri e aeree. Negli anni, l’agenzia ha assunto la guida di molteplici e complesse attività di sorveglianza del Mediterraneo, delle frontiere terrestri tra Grecia e Turchia e nei Balcani e, grazie ad alcuni accordi di esternalizzazione dei controlli anche in Bielorussia, Moldavia, Ucraina, Georgia, Capo Verde, Nigeria, Mauritania, Libia, Egitto, Senegal. L’agenzia europea si occupa inoltre di rimpatri forzati (Joint Return Operations): dal 2006 al 2013 Frontex ha partecipato a 209 operazioni congiunte di rimpatrio, in collaborazione con gli stati Ue, che hanno coinvolto 10.855 migranti.

Sin dalla sua nascita, l’agenzia europea ha avuto a disposizione costosi strumenti militari e d’intelligence; nel 2010, Frontex era già dotata di 26 elicotteri, 22 aerei leggeri, 113 navi, 476 apparecchiature elettroniche (radar mobili, video termici, sonde e detector). Se nel 2005 il budget assegnatole annualmente era di 6 milioni di euro, nel 2011 esso ha superato i 118 milioni; complessivamente nel periodo 2007-2013 Frontex ha ricevuto finanziamenti per oltre 285 milioni di euro. L’Unione europea assegna ulteriori fondi all’agenzia di controllo delle frontiere con il programma di ricerca e sviluppo FP7, consentendole di sperimentare e acquisire sistemi militari sempre più sofisticati, droni, ecc.. Grazie all’organizzazione di seminari, workshop e vere e proprie fiere internazionali di armi, software e attrezzature d’intelligence, Frontex ha assunto un ruolo chiave per la promozione e lo sviluppo del complesso militare-industriale-finanziario europeo. Ciò ha contribuito a condizionare pesantemente le scelte dell’Unione europea nel settore delle politiche migratorie e della protezione dei rifugiati. Mentre vengono dilapidate risorse ingentissime per l’acquisto e l’implementazione di muri e recinzioni, sistemi di sorveglianza e per il pattugliamento delle frontiere esterne, Bruxelles ha progressivamente ridotto le spese per l’accoglienza dei richiedenti asilo. Secondo quanto documentato da Amnesty International nel rapporto Il costo umano della Fortezza Europa: le violazioni dei diritti umani nei confronti dei migranti e dei rifugiati alle frontiere d’Europa (luglio 2014), tra il 2007 e il 2013 l’Ue ha speso quasi due miliardi di euro per “proteggere” le sue frontiere esterne e appena 700 milioni per assistere i richiedenti asilo e i rifugiati giunti in territorio europeo. Ancora più sbilanciato, nello stesso periodo, il rapporto tra le diverse voci di spesa in Italia: a fronte di 250 milioni di euro per militarizzare i confini in funzione anti-migranti, i vari governi succedutisi alla guida del Paese hanno destinato solo 36 milioni per l’accoglienza di migranti e richiedenti asilo (7 volte in meno), con tutte le distorsioni e le illegalità prodotte dal sistema criminogeno delle false emergenze “invasione” e della falsa assistenza in centri detentivi e semidetentivi (CIE, CARA, Centri di prima accoglienza, ecc.), come evidenziato dalle numerose inchieste giudiziarie in corso.

L’Italia, nonostante gli ipocriti piagnistei e le recriminazioni di quasi tutte le forze politiche, è il maggiore beneficiario dei finanziamenti Ue nel campo della lotta alle migrazioni. Sempre nel periodo 2007-2013, il nostro Paese ha ricevuto da Bruxelles 478,7 milioni di euro nell’ambito dei fondi europei per i rifugiati, di quelli per “l’integrazione dei cittadini di Paesi terzi”, per i rimpatri e il controllo delle frontiere esterne. L’Italia ha pure ricevuto più di 150 milioni di euro nell’ambito del Fondo sicurezza interna per le frontiere e 30 milioni per l’emergenza migrazioni post ottobre 2013 (10 milioni nel quadro del Fondo europeo per i rifugiati, 7,9 milioni per il “consolidamento delle operazioni congiunte di Frontex nel Mediterraneo” e 12 milioni per il controllo delle frontiere e i rimpatri dei migranti). Qualche mese fa la Commissione europea ha deciso di potenziare l’assistenza a favore dell’Italia con 13,7 milioni di euro provenienti dal Fondo Asilo, migrazione e integrazione (Amif) e si è impegnata, per il periodo 2014-2020, a stanziare 310 milioni di euro con il Fondo Amif e 212 milioni con il Fondo per la sicurezza interna.

Eurosur, l’intelligence satellitare nel Mediterraneo

Bruxelles ha potenziato il dispositivo sicuritario anti-migranti dando vita nel dicembre 2013 al Sistema globale europeo di sorveglianza delle frontiere (Eurosur) che ha consentito una più stretta cooperazione tra gli Stati membri Ue, l’agenzia Frontex e i paesi non-Ue confinanti. Grazie a un unico centro di controllo, all’uso di satelliti ed avanzati dispositivi tecnologici, sensori ottici e radar, Eurosur consente di mettere in rete e coordinare le attività delle diverse polizie nazionali nella repressione della tratta di esseri umani e dell’immigrazione illegale. Secondo la Commissione europea, l’ossatura del programma è costituita dai centri nazionali di coordinamento, tramite i quali tutte le autorità nazionali responsabili della sorveglianza delle frontiere (in Italia la Polizia, la Guardia di finanza, la Guardia costiera, la Marina militare, ecc.) sono tenute a cooperare congiuntamente. “Tali autorità nazionali si scambiano informazioni su episodi che si verificano alle frontiere esterne terrestri e marittime, sulla situazione e sull’ubicazione dei pattugliamenti, nonché relazioni analitiche e di intelligence”, riporta EuNews.it. “Ogni centro potrà vedere in tempo reale cosa sta succedendo ai confini delle altre nazioni, le diverse polizie potranno fare videoconferenze, richiedere aiuto reciproco in caso di necessità, potranno scambiarsi informazioni riservate in tutta sicurezza e utilizzare le immagini riprese dai satelliti di controllo”. La raccolta e l’analisi dei dati è affidata a Frontex, che così “potrà aiutare anche gli Stati membri a localizzare le piccole imbarcazioni cooperando strettamente con altre agenzie dell’Ue, come l’Agenzia europea per la sicurezza marittima e il Centro satellitare dell’Unione europea”. Per il periodo 2011-2020 è stata stimata per il funzionamento di Eurosur una spesa complessiva di 338 milioni di euro.

Navi e aerei da guerra Triton contro i migranti

A seguito della decisione del governo italiano di porre termine alla controversa operazione militare Mare Nostrum, troppo dispendiosa e comunque incapace a contenere il flusso d’imbarcazioni di migranti e richiedenti asilo verso il sud Italia, il 1° novembre 2014 Frontex ha dato vita all’Operazione Triton, prioritariamente con finalità di sorveglianza marittima e, solo sussidiariamente, di “salvataggio”. Inizialmente sia il budget che il dispositivo aeronavale schierato nel Mediterraneo centrale erano molto al di sotto di quanto predisposto dall’Italia con Mare Nostrum. Frontex aveva destinato alle attività di pattugliamento 2,83 milioni al mese, 65 “agenti” e 12 mezzi militari (due aerei, un elicottero, due navi di pattuglia in mare aperto, sei pattugliatori costieri e una motovedetta appartenenti ad Italia, Malta e Islanda). In quella fase, l’area operativa delle unità era stata limitata alle acque territoriali italiane e solo parzialmente alle zone SAR (search and rescue) di Italia e Malta, per un raggio di appena 30 miglia nautiche, mentre i mezzi aerei e navali operavano principalmente da due basi siciliane, Lampedusa e Porto Empedocle. L’agenzia Frontex ha pure fornito cinque team per la raccolta dei dati d’intelligence sui network di trafficanti nei paesi di origine e di transito dei migranti.

A metà febbraio la Commissione europea ha deciso di prorogare sino alla fine del 2015 il programma Triton, stanziando una dotazione aggiuntiva di 18.250.000 euro. A fine maggio Bruxelles ha inoltre esteso a 138 miglia nautiche a sud della Sicilia il raggio d’azione militare e d’intelligence anti-migranti. “L’area operativa dell’operazione Triton viene estesa così sino a 80 chilometri dalla costa libica ma le unità aeree e navali potranno fare ingresso nelle acque del Paese su richiesta d’intervento per operazioni di soccorso e salvataggio”, ha spiegato il direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri. Da quest’estate, il dispositivo militare nel Mediterraneo centrale conta su tre aerei, sei navi d’altura, dodici pattugliatori e due elicotteri. Quasi tutti i paesi dell’Unione, con esclusione di Bulgaria, Cipro e Ungheria, si sono impegnati a fornire personale e mezzi. La Commissione europea ha pure stanziato a favore dell’agenzia di controllo delle frontiere altri 26,25 milioni di euro per rafforzare da giugno fino a fine 2015 le operazioni Triton e Poseidon (quest’ultima è in corso nell’Egeo e in territorio greco). Conti alla mano, il budget annuale di Triton supererà i 38 milioni di euro, mentre a Poseidon saranno destinati complessivamente 18 milioni. Bruxelles prevede di finanziare le due operazioni anche per il prossimo anno con 45 milioni.

Verso il blocco navale Ue delle coste nordafricane 

Frontex e le unità militari assegnate a Triton dovranno coordinarsi e cooperare con la missione navale EuNavFor Med, lanciata nel maggio di quest’anno dai ministri degli esteri dell’Unione europea contro le reti di trafficanti e scafisti in nord Africa. EuNavFor Med avrà sede presso l’Operational Headquarter Ue di Roma, sorto nei pressi dell’aeroporto militare di Centocelle e sarà posta sotto il comando dell’ammiraglio italiano Enrico Credendino, già comandante dall’agosto al dicembre 2012 della Forza navale europea EuNavFor impegnata nell’operazione Atalanta contro la pirateria nelle acque del Corno d’Africa. Per la task force anti-migranti, di cui si attende ancora l’autorizzazione da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ma che sarà operativa dal 1° luglio, il Consiglio dei ministri Ue ha stanziato per i primi dodici mesi di attività 11,82 milioni di euro. A EuNavFor Med contribuiranno fattivamente 14 paesi: Belgio, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Lettonia, Italia, Lituania, Lussemburgo, Olanda, Slovenia, Spagna e Ungheria (ognuno di essi di assumerà i costi del personale e degli assetti militari predisposti). La forza navale avrà in dotazione inizialmente sette navi militari, due sottomarini, una decina tra aerei da ricognizione ed elicotteri, due droni e un migliaio di soldati circa. Nave ammiraglia sarà la portaerei italiana “Cavour”, la stessa che secondo il Pentagono dovrà ospitare  a partire da settembre gli uomini e i convertiplano (velivoli ibridi, metà elicottero e metà aereo) V-22 “Osprey” della Special Purpose Marine-Air Ground Task Force Crisis Response-Africa, la forza di pronto intervento del Corpo dei Marines Usa per il continente africano, schierata tra la base spagnola di Moròn e Sigonella.

Il testo ufficiale approvato a Bruxelles stabilisce che la nuova forza navale dovrà procedere con l’identificazione e il monitoraggio dei network dei trafficanti attraverso la raccolta delle informazioni e la sorveglianza delle acque internazionali. “Fondamentale in questi casi sarà il ruolo dell’intelligence per quella che sarà l’attività d’intercettazione e rimozione dei barconi”, scrive Maria Grazia Labellarte sul sito specializzato difesaonline.it. “Le informazioni dovranno essere condivise necessariamente dai vari servizi che hanno già una rete ben consolidata ed ampia nell’area libica. È sulla base di queste informazioni - incrociate con le immagini aeree della situazione sul terreno provenienti dai velivoli senza pilota Predator, dai caccia Tornado e da altri aerei da ricognizione - verrebbero pianificati ed eseguiti i previsti blitz delle forze speciali finalizzati a distruggere le imbarcazioni nei porti”.

Aldilà dei proclami buonisti-umanitari, l’Unione europea si prepara a scatenare e gestire in prima persona vere e proprie operazioni di guerra nel Mediterraneo centrale e in nord Africa. Alle unità di EuNavFor Med sarà assegnato infatti a medio termine il compito di intercettare e abbordare le imbarcazioni di migranti e richiedenti asilo già in acque libiche e, finanche, di bombardarle in rada. Secondo Il Giornale, Bruxelles prevede anche “un impiego costante di forze speciali e convenzionali sia sulle coste libiche, sia nei porti di Tunisia ed Egitto”, tra cui distaccamenti di incursori italiani del Comsubin e di marò della Brigata “San Marco”, unità d’élite che già operano a bordo della squadra navale schierata dal governo italiano, ai primi di marzo, di fronte alle coste della Libia. “Spetterà a queste unità italiane e ai Marines inglesi penetrare insenature e porti utilizzati dai trafficanti di uomini per far saltare o prelevare le loro imbarcazioni”, aggiunge il quotidiano. “Squadre specializzate verranno utilizzate anche nella fase d’intelligence perché i droni, gli aerei senza pilota, non sono in grado - nonostante le sofisticate apparecchiature elettroniche - di garantire un’osservazione sufficientemente discriminante degli obbiettivi”.

L’ordine è bombardare barchini e gommoni…

Il mese scorso WikiLeaks ha reso noti due documenti riservati elaborati dall’European External Action Service (EEAS) e dal Single Intelligence Analysis Capacity  (SIAC), approvati dal Comitato Militare (EUMC) e dal Comitato Politico e di Sicurezza (CPS) dell’Unione europea, che confutano le pericolose derive belliciste della nuova missione anti-migranti in Libia. Nel primo documento, i servizi d’intelligence militare Ue auspicano un’operazione contro le reti e le infrastrutture di trasporto rifugiati nel Mediterraneo, con la distruzione delle barche ormeggiate e lo schieramento della forza militare in Libia per fermare i flussi migratori. Il secondo documento rivelato da WikiLeaks, dal titolo Raccomandazioni relative al progetto di Concetto di Gestione della Crisi per una possibile operazione PSDC per smantellare le reti di trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo centrale e meridionale, aggiunge che la missione militare di “identificazione, cattura e distruzione delle imbarcazioni” avrà una durata non inferiore ad un anno e che sarà ricercata un’“effettiva cooperazione”, specie nel campo dello scambio d’informazioni e intelligence, con gli attori militari, le entità e le autorità che operano nell’area (Onu, Nato, Unione Africana, Lega Araba, “stati terzi come Egitto, Tunisia e se possibile il governo legittimo libico”, le agenzie e le missioni militari Ue nel continente africano). Lo scorso 19 giugno, l’Unione europea ha approvato un piano che struttura l’intervento militare in tre fasi distinte. La prima riguarderà la raccolta di dati d’intelligence sui traffici e il pattugliamento in mare aperto, a cui seguirà una seconda fase con l’intervento diretto dei reparti militari d’élite Ue a bordo delle imbarcazioni che trasportano migranti “per disabilitarle e arrestare i trafficanti”. La terza fase prevede che queste operazioni vengano estese in acque territoriali libiche e “possibilmente all’interno del paese stesso”.

Da Bruxelles, il Segretario generale della Nato, gen. Jens Stoltenberg, ha fatto sapere a metà maggio che l’Alleanza è pronta a intervenire nelle operazioni di guerra contro gli scafisti nordafricani, con la giustificazione che “sui barconi dei migranti potrebbero imbarcarsi anche terroristi o miliziani ISIS”. Nel settembre 2014, quando l’Ue discuteva sulla possibilità di dar vita a un’operazione aeronavale in sostituzione di Mare Nostrum, in un’intervista a Il Messaggero, la ministra della difesa Roberta Pinotti aveva riferito di una richiesta italiana alla Nato perché collaborasse nel pattugliamento del Mediterraneo accanto alle unità da guerra Ue. “Frontex non basta e deve trasformarsi nei compiti e nelle risorse, mentre si potrebbe ad esempio ampliare la partecipazione Nato nella missione navale anti-terrorismo Active Endeavour”, spiegava la ministra. Varata dopo l’attentato alle Torre Gemelli di New York dell’11 settembre 2001, Active Endeavour ha il compito di monitorare il traffico delle imbarcazioni che fanno ingresso nello Stretto di Gibilterra e intervenire contro potenziali minacce terroristiche nell’area mediterranea. I radar e i satelliti impiegati hanno la capacità di tracciare sino a 10.000 imbarcazioni al giorno. All’operazione la Nato assegna a rotazione ogni tre mesi la Standing Naval Force Mediterranean e la Standing Naval Force Atlantic, mentre alcuni paesi del fianco Sud dell’Alleanza come Grecia, Italia, Spagna e Turchia contribuiscono stabilmente con unità da guerra e pattugliatori aerei. Dal 2004 Active Endeavour è stata allargata anche alle nazioni che aderiscono al Mediterranean Dialogue e alla Partnership for Peace. In realtà è perlomeno dal 2010 che il comando navale Nato di stanza in Campania (Aftsouth Napoli) condivide alcune delle informazioni raccolte da Active Endeavour con l’agenzia Frontex e con l’Ufficio di polizia europeo Europol. Ed è perlomeno dal 2005-2006 che le unità Nato forniscono assistenza e intelligence alle diverse agenzie nazionali anti-migranti dei Paesi partner del Mediterraneo.

In Sicilia la filiale Frontex per le prossime guerre mediterranee 

L’Ue ha pure deciso d’istituire in Sicilia una centrale mediterranea di Frontex. “La base regionale avrà sede a Catania, costituirà un progetto pilota che potrà essere replicato anche in altri Stati membri e riguarderà i cosiddetti hotspot, i centri proposti dalla Commissione dell’Unione europea nella sua Agenda per l’immigrazione dove concentrare gli sbarchi dei migranti e sottoporre questi ultimi a un primo screening”, ha dichiarato il direttore di Frontex, Fabrice Leggeri. “L’idea è di mettere a punto un sistema in cui il porto di sbarco è vicino al centro di prima accoglienza, dove i migranti saranno intervistati ed ospitati per un breve periodo prima di essere trasferiti”. Secondo le primi indiscrezioni sarebbero già cinque gli hotspot individuati in Sicilia (Augusta, Catania, Lampedusa, Porto Empedocle e Pozzallo), mentre ai team di Frontex sarebbe affidato il coordinamento delle attività di Triton dal centro di Catania in “stretto contatto” con le autorità civili e militari italiane e i funzionari di Europol, dell’Unità di cooperazione giuridica Eurojust e dell’Agenzia europea per l’asilo Easo. Sarà così ulteriormente potenziamento il ruolo repressivo di Frontex e verrà accelerata la riconversione di agenzie “umanitarie” (come Easo) in organismi prettamente sicuritari e di polizia, a cui affidare attività di schedatura, fotosegnalamento, prelievo coatto delle impronte digitali, ecc.. Come spiegato in un’intervista a Meridionews.it dal prof. Fulvio Vassallo Paleologo, uno dei massimi esperti italiani in tema di diritto d’asilo e politiche migratorie, “a Catania arriveranno funzionari di diverse forze di polizia europee che parteciperanno alle operazioni d’identificazione, l’interesse vero che ha spinto l’Europa a creare un avamposto Frontex in Sicilia”. Si profila all’orizzonte un ampliamento delle azioni di confinamento forzato dei potenziali richiedenti asilo e di tutti i migranti in genere. “A questo scopo – aggiunge il docente siciliano -  potrebbero sorgere in diverse regioni italiane veri e propri hub per l’identificazione e la detenzione amministrativa di migranti e richiedenti asilo: due in Sicilia, gli altri in Calabria, Puglia, Lazio e Campania”.

Come e dove esternalizzare le detenzioni di migranti e richiedenti asilo

È in discussione a Bruxelles e alle Nazioni Unite la proposta caldeggiata dal governo italiano di creare in nord Africa (in particolare nei Paesi a confine con la Libia, come Tunisia ed Egitto) i cosiddetti safe harbour, cioè dei centri di raccolta per migranti per lo screening dei potenziali aventi diritto all’asilo nell’Unione europea, previa approvazione di un piano per una loro equa distribuzione tra i 28 Stati membri, congiuntamente a blocchi navali delle coste libiche, respingimenti assistiti e trasferimenti manu militari di migranti in Africa settentrionale. Il 12 marzo, nel corso di una riunione ristretta a Bruxelles con i ministri dell’Interno di Francia, Germania, Spagna e il commissario Ue all’Immigrazione Dimitris Avramopoulos, il ministro Angelino Alfano ha presentato una proposta confidenziale per provare a coinvolgere direttamente i “paesi terzi affidabili” nel trasferimento dei migranti verso i centri da allestire in nord Africa. Secondo l’agenzia di stampa Askanews, tra i “meccanismi di cooperazione operativa”, Alfano ha suggerito in particolare che nel caso in cui le unità da guerra tunisine intercettino imbarcazioni con migranti “clandestini”, esse facciano rientro in Tunisia per sbarcarvi le persone fermate in mare; giunti a terra, “i rappresentanti degli Stati membri dell’Ue e delle due agenzie Onu dei rifugiati (Unhcr) e dei migranti (Iom) assisterebbero le autorità tunisine fornendo la loro expertise nel campo della gestione dei flussi migratori, delle procedure internazionali di protezione, dell’assistenza alle persone vulnerabili e del ritorno dei migranti irregolari ai loro paesi d’origine”. Sempre secondo il paper del ministro Alfano, “gli interventi dovrebbero essere adeguatamente sostenuti dall’Ue, attraverso finanziamenti e fornitura di assistenza tecnica, con l’obiettivo, di costituire a termine una efficiente guardia costiera”. In seguito, il supporto Ue al piano di esternalizzazione delle procedure di accoglienza e identificazione degli aspiranti richiedenti asilo potrebbe essere esteso anche ad Egitto, Marocco, Niger e Sudan.

“Tunisia ed Egitto sarebbero, inoltre, i due paesi terzi con cui l’Europa prevede di firmare accordi bilaterali per impegnarsi ad effettuare attività di Search and Rescue e di sorveglianza marittima nello spazio del Mediterraneo”, scrive Debora Del Pistoia di Osservatorio Iraq. “In questo caso, le imbarcazioni di migranti provenienti dalla Libia dovrebbero essere intercettate dalla Guardia Nazionale tunisina, corpo militare specializzato nel garantire la sicurezza nelle zone rurali e non urbane (…) In Tunisia questo processo di cooperazione bilaterale viene da lontano, dalla firma del partenariato privilegiato con l’Unione europea siglato il 19 novembre 2012, ma soprattutto con il Mobility Partership, sancito il 3 marzo 2014 e focalizzato sulla gestione comune e sulla co-responsabilità dei flussi migratori, oltre al sostegno da parte europea nella creazione di un sistema di protezione dei rifugiati e richiedenti asilo sul territorio magrebino”.

Italia-Libia, una diabolica alleanza

Paradossalmente proprio l’Italia ha commesso gli errori maggiori in nord Africa in materia di “contenimento” dei flussi migratori, puntando a partnership fallimentari e perfino funeste con settori politici e militari mostratisi inaffidabili, incapaci e talvolta complici delle reti di trafficanti di essere umani. La Libia post-Gheddafi è sicuramente l’esempio più emblematico. A partire del gennaio 2014, le forze armate italiane hanno addestrato nelle strutture militari di Cassino e Persano centinaia di ufficiali libici principalmente in attività di vigilanza e contrasto dei flussi migratori (Operazione Coorte). Il programma è parte delle iniziative di “ricostruzione” delle forze di sicurezza libiche, decise in occasione del vertice G8 tenutosi a Lough Erne (Irlanda del Nord), nel giugno 2013. Nello specifico, Italia e Gran Bretagna si erano impegnate ad addestrare, ognuna, annualmente, 2.000 militari libici, la Turchia 3.000, gli Stati Uniti 6.000, mentre la Francia avrebbe dovuto curare la formazione della polizia. “Una volta tornati in Libia, i militari del nuovo esercito libico saranno in grado di svolgere le funzioni fondamentali del combattimento, della sicurezza e del controllo e della sorveglianza delle frontiere”, aveva enfaticamente dichiarato l’allora Capo di Stato maggiore dell’esercito, generale Claudio Graziano (oggi Capo di Stato della difesa). Una parte delle attività addestrative sono state realizzate anche in Libia da un team militare integrato nella Missione Italiana in Libia (MIL) avviata il 1° ottobre 2013, mentre una training mission della 2^ Brigata Mobile dell’Arma dei Carabinieri ha addestrato i “battaglioni di ordine pubblico” libici e della neo costituita Border Guard a cui è affidata la vigilanza dei confini nazionali. Alcuni cicli formativi sono stati svolti anche presso la Scuola del Genio e del Comando logistico dell’esercito di Velletri (Rm) e al Coespu (Centre of excellence for stability police units) di Vicenza, la scuola di formazione delle forze di polizia dei paesi africani e asiatici, di proprietà dei Carabinieri ma utilizzata pure da Africom, il comando militare Usa per le operazioni in Africa. Secondo il ministero della Difesa, alla data del 30 giugno 2014 le nostre forze armate avevano già addestrato 1.345 militari in Libia e 185 in Italia.

I programmi addestrativi sono frutto dell’Accordo di cooperazione bilaterale Italia-Libia nel settore della Difesa, firmato a Roma il 28 maggio 2012. Il 3 aprile dello stesso anno i ministri dell’Interno italiano, Annamaria Cancellieri, e libico, Fawzi Altaher Abdulati, avevano sottoscritto un accordo contro l’immigrazione clandestina che riconfermava in buona parte le intese siglate da Italia e Libia al tempo di Gheddafi, comprese quelle sui famigerati respingimenti in mare, stigmatizzati dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo. Con il “nuovo” accordo, le autorità italiane s’impegnavano a formare la polizia libica su “tecniche di controllo della polizia di frontiera (confini terrestri e aeroporti); individuazione del falso documentale e conduzione delle motovedette, ecc.”. Si stabiliva inoltre la realizzazione di un centro sanitario a Kufra, l’ultima oasi a sud della Libia, per “garantire i servizi di primo soccorso a favore dell’immigrazione illegale”, nonché di “coinvolgere con urgenza la Commissione Europea per ripristinare i centri di accoglienza presenti in Libia”.

I droni frontiera tecnologica delle politiche sicuritarie

Il 6 febbraio 2013, in occasione della visita a Tripoli dell’allora ministro della Difesa, ammiraglio Gianpaolo Di Paola, fu raggiunto un ulteriore accordo di cooperazione con la Libia “nelle attività di controllo dell’immigrazione clandestina e di supporto nazionale alla ricostruzione della componente navale, sorveglianza e controllo integrato delle frontiere”. In quest’ambito, l’ottobre successivo, Tripoli rinnovò l’intesa con le autorità italiane e l’industria Selex ES (Finmeccanica) per procedere all’installazione di un sistema di sorveglianza radar e monitoraggio elettronico delle coste libiche e delle frontiere con Niger, Ciad e Sudan, dal costo di 300 milioni di euro. Il contratto era stato firmato il 7 ottobre 2009 all’epoca del regime di Muammar Gheddafi, ma fu interrotto nel 2011 con il completamento di solo una tranche di 150 milioni. Selex ES, con la collaborazione di GEM Elettronica, avrebbe dovuto installare una rete radar Land Scout “in grado di individuare anche i movimenti di gruppi di persone appiedate”, e formare gli operatori libici. Secondo il sito Analisi Difesa, i libici si sarebbero dovuti dotare pure di un non meglio precisato sistema di “monitoraggio aereo delle frontiere”, acquistando i droni di sorveglianza “Falco”, prodotti sempre dall’italiana Selex.

Con un nuovo accordo tecnico di cooperazione sottoscritto a Roma il 28 novembre 2013 dai ministri della Difesa Mario Mauro e Abdullah Al-Thinni, fu autorizzato l’impiego di mezzi aerei italiani a pilotaggio remoto a supporto delle attività di controllo delle autorità libiche del confine sud del Paese (i Predator del 32° Stormo dell’Aeronautica militare di Amendola, Foggia, rischierati a Sigonella e Trapani-Birgi nell’ambito dell’operazione Mare Nostrum). Grazie ai Predator, gli automezzi dei migranti potevano essere intercettati quando attraversavano il Sahara, consentendo ai militari libici d’intervenire tempestivamente per detenerli o deportarli prima che essi raggiungessero le città costiere. Mare Nostrum, indubbiamente, è stato anche un importante laboratorio sperimentale per l’uso di droni in funzione anti-migranti. Oltre ai Predator dell’Aeronautica, la Marina militare ha potuto contare sull’aeromobile a pilotaggio remoto Camcopter S-100, di produzione dell’azienda austriaca Schiebel, imbarcato dall’agosto 2014 sulla nave anfibia “San Giusto”. Il 16 gennaio 2015 le agenzie di stampa hanno dato notizia che proprio un Camcopter era precipitato in territorio libico, abbattuto presumibilmente dall’esercito regolare nei pressi della base aerea di al-Watya. Nel 2009 le autorità austriache avevano venduto alla Libia quattro velivoli S-100 Camcopters per essere impiegati ai confini meridionali del paese.

Come dichiarato dal ministero della Difesa italiano a conclusione del vertice bilaterale del 28 novembre 2013, “nell’ottica di uno sviluppo delle capacità nella sorveglianza e nella sicurezza marittima, è emersa anche la possibilità di imbarcare ufficiali libici a bordo delle unità navali italiane impegnate nell’Operazione Mare Nostrum”. L’allora governo Letta aveva pensato cioè di consentire ai militari libici di partecipare sulle imbarcazioni da guerra italiane alle illegittime identificazioni e agli ancor più illegittimi interrogatori di tutti coloro che venivano “salvati” nel Canale di Sicilia. Anche a tale scopo, il memorandum prevedeva corsi addestrativi per i fanti di Marina libici, presso la scuola della Brigata Marina “San Marco” di Brindisi e nelle accademie militari italiane.

Il terrorista-trafficante, Frankenstein mediatico

Accordi di cooperazione militare, interventi congiunti anti-migrazione, consegna di sistemi d’arma aerei, terrestri e navali sono proseguiti ininterrottamente sino ai mesi scorsi, nonostante i ripetuti allarmi sull’escalation delle fazioni islamico-radicali e filo-ISIS in territorio libico (i servizi segreti internazionali ne parlavano perlomeno dalla fine del 2013) e sui presunti legami di esse con alcune delle organizzazioni criminali nordafricane dedite al traffico di esseri umani. Nel novembre 2013, proprio mentre prendeva il via Mare Nostrum, un rapporto presentato dalla Fondazione ICSA (Intelligence Culture and Strategic Analysis), presieduta dall’ex generale Nato Leonardo Tricarico, riportava che “in una vastissima area del mediterraneo meridionale si sta realizzando una saldatura non solo ideologica ma permeata anche da interessi economico-criminali tra le diverse formazioni jihadiste, con la creazione di veri e propri santuari del terrorismo”. Il 20 gennaio 2014, l’agenzia statunitense Defense News riferì invece che nel corso di un incontro a Washington con il Segretario della difesa Usa Chuck Hagel, l’allora ministro Mario Mauro aveva posto l’accento su una “potenziale” partnership tra i gruppi criminali operanti in Libia e il terrorismo islamico. “Essi ottengono enormi guadagni trasportando imbarcazioni di migranti attraverso il Mediterraneo”, affermò Mauro. “Non è escluso che essi siano legati ai gruppi terroristici che operano in Siria e Somalia e che le imbarcazioni possano essere utilizzate per trasportare terroristi in Europa. Anche il tema dei rifugiati nel Mediterraneo sarà approfondito al prossimo Comitato militare Nato che si terrà a Bruxelles”. Si sarebbe però dovuto attendere il neoministro degli Esteri Paolo Gentiloni, a fine novembre 2014, per dare il via al bombardamento mediatico che ha consentito in questi ultimi mesi di legittimare agli occhi dell’opinione pubblica italiana ed europea l’urgenza di un intervento militare internazionale contro il binomio terrorismo-traffici di migranti.

Negli ultimi anni l’Italia ha pure stretto rapporti strettissimi con la Tunisia sia nel quadro della lotta contro il terrorismo che in quello del contrasto alle migrazioni nel Canale di Sicilia. Quella tra Italia e Tunisia è una cooperazione importante e di vecchia data, soprattutto per quel che riguarda il corpo della Marina militare”, ha dichiarato ad Aki-Adnkronos International il ministro della Difesa tunisino Ferhat Horchani, in occasione della sua visita ufficiale a Roma, il 20 e 21 aprile scorso. “L’Italia fa sempre affidamento sulla Tunisia per proteggere lo spazio marittimo tra Tunisia ed Europa dall’infiltrazione di clandestini e ci aiuterà anche nello scambio di informazioni, nell’addestramento e nella formazione di militari tunisini per la protezione dei nostri confini marittimi”. Ancora più esplicito l’ambasciatore della Tunisia in Italia, Naceur Mestiri, che lo scorso 14 giugno ha dichiarato a Rivista Geopolitica che nel 2014 “il modello di cooperazione nell’ambito dell’immigrazione tra Tunisia e Italia ha comportato che dei 1.297 tunisini sbarcati sulle coste siciliane, alla fine dell’anno ne sono stati ripresi 1.290, mentre 7 sono rimasti in Italia perché minorenni”.

La Tunisia e i vecchi e nuovi campi di detenzione per rifugiati

Nel quadro della cooperazione contro i flussi migratori indesiderati, nel dicembre 2014 si è tenuta nelle acque della Sicilia orientale l’esercitazione italo-tunisina “Oasis”, con la direzione del Comando delle forze da pattugliamento di Augusta, che ha consentito alle unità tunisine e italiane di addestrarsi nella ricerca e soccorso marittimo, nella sorveglianza e controllo del traffico mercantile e nel “contrasto alle attività illecite”. Lo scorso mese di febbraio, il governo italiano ha invece concluso la consegna di sei motovedette e sei pattugliatori alle forze armate della Tunisia, per un valore complessivo di 16,5 milioni di euro, nel quadro di un accordo intergovernativo sottoscritto dai due Paesi nell’aprile 2011. Secondo l’accordo, le unità (equipaggiate da Tunisi con cannoni da 20-30 mm) saranno impiegate per controllare le acque territoriali tunisine e “contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina”. Nell’aprile 2013, l’Italia aveva consegnato alla Guardia di frontiera tunisina anche alcuni fuoristrada.

Intanto sono sempre più numerosi e dettagliati i report sulle violazioni commesse dalle autorità tunisine a danno di migranti e richiedenti asilo e sulle gravissime condizioni in cui versano “campi d’accoglienza” e centri di detenzione per gli immigrati illegali. “Mentre l’Unione europea sta progettando di rafforzare le proprie pre-frontiere, umanitarie e non, esternalizzando politiche di controllo, campi di detenzione e meccanismi di protezione, alcuni dei rifugiati diniegati di Choucha, a pochi chilometri dal posto di frontiera di Ras Jedir, sono ancora al campo (chiuso ufficialmente da Unchr nel giugno 2013), e chiedono all’Europa da quattro anni di essere reinstallati in un luogo sicuro”, scrivono le ricercatrici Glenda Garelli, Federica Sossi e Martina Tazzioli nel dossier Rifugiati in Tunisia: tra detenzione e deportazione” (aprile 2015). Ancora più grave quanto accade nel “campo di ricezione e orientamento per migranti” di Al Wardia, situato in un quartiere di Tunisi, dove sono detenuti ogni mese centinaia di persone, senza alcun sostegno legale. “I prigionieri con cui siamo riuscite a entrare in contatto telefonico ci hanno descritto una situazione molto critica, dovuta all’assenza di possibili contatti con il mondo esterno, al sovraffollamento delle celle, alla pressione da parte dei poliziotti e ai ricatti subiti per ogni domanda, alla carenza di vere cure mediche, alla situazione di scarsa igiene e allo scarso cibo distribuito”, aggiungono le ricercatrici. “Ma il fatto più preoccupante è l’assenza di ogni forma di assistenza giuridica, di modo che tutto ciò che avviene durante la detenzione e dopo è sul piano dell’illegalità”. Un vero e proprio lager-laboratorio, quello di Al Wardia, che certamente farà da modello per i safe harbour che l’Unione europea si appresta ad allestire nell’Africa settentrionale e sub-sahariana.
Intervento al convegno Guerre e Pace nel Mediterraneo, organizzato da Un Ponte per…, Napoli 26 e 27 giugno 2015.

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