I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

domenica 7 dicembre 2014

Quando la mafia voleva costruire il MUOS off shore. Nuove rivelazioni del pentito Antonio Matteo


Non lo avevamo mai visto così arrabbiato Antonio Matteo, uno dei più accreditati collaboratori di giustizia della DDA di Catania, per anni trait d’union tra gli uomini di Cosa nostra, politici e imprenditoria siciliana. Quanto dichiarato dal governatore Sarino Crocetta durante la sua recente visita a Caltagirone, dove ha inaugurato due nuovi reparti del locale presidio ospedaliero, lo ha particolarmente irritato. Giustificando la sua danza del gambero che nell’estate del 2013 lo aveva condotto a revocare la revoca della revoca della revoca delle autorizzazioni alla costruzione del MUOS a Niscemi, Sarino Crocetta ha affermato che se fosse stato per lui, il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari della marina militare Usa, lo avrebbe costruito off shore, su una piattaforma costruita ad hoc a poche miglia a sud da Lampedusa. “Il presidente della Regione siciliana mente”, afferma l’ex boss Antonio Matteo. “Ogni cosa buona la deve fare lui e sempre. E’ innamorato di se stesso al punto di dimenticare che era nell’interesse della famiglia mafiosa etnea quello di trasferire il MUOS a largo della Sicilia, un affaire che ci avrebbe reso milioni di dollari…”. A Matteo, che da più di un anno ci aveva rifiutato altre interviste, lo abbiamo raggiunto nella località protetta del nord-est dove oggi opera come mediatore interculturale in un CIE per migranti africani.

Signor Matteo, un anno fa lei ci disse che Cosa nostra era in combutta con eco-pacifisti, anarcoinsurrezionalisti e blackblock per impedire l’installazione del MUOS in Sicilia. Oggi invece scopriamo che i mafiosi erano interessati a dirottarlo in acque internazionali…

Quando gli americani chiesero la prima autorizzazione al governo siciliano, allora c’era don Raffaele Lombardo, ci mettemmo contro convincendo la politica e gli ambientalisti che si sarebbe trattata di una bomba a cielo aperto. Il gotha mafioso siculo era parecchio arrabbiato con Washington, troppi arresti di boss e gregari tra New York, Chicago e il Canada, troppe estradizioni concesse alle autorità di polizia italiane. Dopo il Nobel per la pace a mister Obama, speravamo che lui mettesse una buona parola a Roma per abrogare il 41 bis. Diceva di voler chiudere Guantanamo, ma dimostrò che non gliene fregava nulla delle sofferenze dei nostri padrini.  Fu così allora che dicemmo No, qui il Muos non s’ha da fare.  Quando gli americani ci fecero sapere che per loro sarebbe andata bene, al posto di Niscemi, pure Pantelleria o al massimo Lampedusa, Bernardo Provenzano ci ordinò di trattare. In fondo quello di Washington era un segnale di distensione. E per il clan Santapaola il MUOS poteva diventare un grosso affare.

Però poi di Pantelleria e Lampedusa non si fece nulla…

Beh, Pantelleria non la prendemmo mai seriamente in considerazione, anche perché l’Aeronautica italiana e la Nato non volevano intoppi per potenziare il traffico di aerei e droni militari dall’isola. Lampedusa era invece un’ottima alternativa: lontana da tutti, pochi abitanti, una selva di antenne di radar e sistemi di telecomunicazioni sparsi ovunque. Una parabola satellitare in più o in meno, non se ne sarebbe accorto nessuno! disse entusiasta il rappresentante etneo di Cosa nostra al summit in cui, ricordo, c’erano pure due agenti della CIA e un imprenditore a noi amico, di casa a Sigonella. Avevamo già predisposto il tutto, ma da Roma arrivò il niet. Lampedusa ci serve per stipare quei pazzi neri che sfidano il Mediterraneo, ci dissero dal Ministero degli interni. Sapevamo che con i migranti avremmo fatto più affari che con l’eroina, così lasciammo perdere per un po’ il progetto del MUOS.

E quando si arrivò a questa storia del MUOS off shore?    

Credo sia cosa nota che insieme alle antenne del MUOS, l’amministrazione Obama chiedeva alla Regione le autorizzazioni per perforare l’Isola a destra e manca in cerca del petrolio. Il terminale satellitare di Niscemi e l’oro nero facevano parte dello stesso pacchetto. Noi con politici e amministratori chiedemmo garanzie, cioè regalie, bonus, pranzi e cene. I texani indugiarono un po’, speravano che ci bastasse un viaggio premio a Disneyland con mogli, amanti e i nostri figli. Quando capirono che facevamo sul serio e che saremmo stati in grado di sabotare pozzi e trivelle e lanciare contro la base Usa di Niscemi perfino un monaco buddista, calvo e scalzo, con al fianco cento chili di tritolo, ci proposero un 20% di royalties da condividere con i nostri più cordiali referenti istituzionali. La scoperta che nel Canale di Sicilia il petrolio abbonda come in Arabia Saudita, spinse i texani a tempestare il governo di richieste di concessioni off shore. A don Nitto Santapaola, un genio per ogni affare, venne l’idea. Ma perché in una delle piattaforme non ci portiamo anche il MUOS? Agli americani la cosa piacque assai; si prendevano due piccioni con una fava, niente più ostacoli di mafia alla realizzazione dell’impianto di guerra e niente più blackblock e monaci buddisti artificieri…  

Però il MUOS, alla fine, si è fatto sempre a Niscemi…

La colpa fu di un tale professor Zuccotto del Politecnico di Milano, che dopo due bottiglie di Cerasuolo di Vittoria DOC si convinse a firmare un rapporto di scarso rigore scientifico secondo cui le onde elettromagnetiche avrebbero messo in tilt gli apparati delle trivelle off shore e che invece di pompare petrolio c’era il rischio di fare incetta di cefali, polpi, tonni e pescispada. La cosa terrorizzò i texani e gli industrialotti siciliani. Fu così che a Palermo fece un passo indietro il gotha del PUS, il Partito unico siciliano dei Crocettalumiaardizzonepdncdudcchipiùnehapiùnemetta. Per amore delle casse della Regione e la sicurezza sociale ed economica dei siciliani, in tempi record arrivò la revoca della revoca della revoca della revoca ai lavori del MUOS a Niscemi. Contemporaneamente si avviò un vasto piano di craterizzazione petrolifera di valli, spiagge, boschi, riserve e perfino di qualche villaggio di pescatori. Proprio per questo Crocetta non ha assolutamente il diritto di dire che era lui a volere il MUOS su una piattaforma off shore!

Ma come reagì Cosa nostra dopo che fu abbandonato il progetto?

So per certo che le bestemmie di Santapaola e Provenzano furono sentite a dieci chilometri di distanza, facendo arrossire per il pudore le suore orsaline del buongesù che tanto conforto recano ai fratelli carcerati. Guardi che per assicurare il trasferimento dei tralicci e delle parabole del Muos, Vincenzo Ercolano, nipote dei Santapaola, stava trattando l’acquisto di tre unità navali che per conto di un importante armatore, già parlamentare di Berlusconi, facevano il via vai nello Stretto di Messina. Della cosa so che se ne stanno occupando i magistrati di Catania. Bisonte o Caronte si dovrebbe chiamare l’inchiesta. Dell’affaire delle navi ne parla l’ordinanza. Basta leggerla. Ci abbiamo rimesso un sacco di soldi. Solo per raggiungere da Pozzallo la piattaforma off shore a qualche miglia da Lampedusa, la marina Usa ci avrebbe pagato due milioni di dollari. Un altro milione ce lo avrebbero girato per assicurare la guardiania del nuovo impianto MUOS. Per non dire poi i texani, che erano disposti a fare con noi la joint venture “Baciamo le mani Oil S.p.A”. Vedrete alla fine che saranno i soliti famelici quaquaraqua che ondeggiano tra Palazzo d’Orleans e quello dei Normanni a guadagnarci con l’oro nero di terra e del mare.
Intervista pubblicata nel numero odierno de Ilsicilianolibero_ilmegafono.info.com.

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