I Padrini del Ponte

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Affari di mafia sullo Stretto

martedì 1 luglio 2014

I Cavalieri, i Massoni e l’Ingegnere Franza


Dalla Standa a Portorosa, da Giammoro a Vulcano, si intrecciano tante amicizie. Storia di un rapporto di amore-odio all’ombra del Grande Architetto Nino.

“Premesso che nella sua attività specifica è compresa la tutela dei sentimenti umanitari, spirituali e di credo di tutti i cittadini al di sopra di ogni particolare corrente di pensiero, avuto sentore che l’Istituto Sant’Ignazio con l’annessa Chiesa di Santa Maria della Scala, verrebbe dai pp. Gesuiti ceduto per far posto ad una costruzione privata; considerato che verrebbe privata l’intera cittadinanza di una delle poche opere d’arte esistenti in Messina; (…) impegna la stampa, i parlamentari, tutte le autorità civili e religiose, a svolgere azione per impedire tale eventuale assalto al patrimonio comune (…)”. Firmato Sovrano, capitolo “I cavalieri della Stella” dell’Ordine di Messina della Massoneria Universale di Piazza del Gesù. Data maggio 1973. È l’estremo tentativo dei cultori dei riti esoterici in Gloria del Grande Architetto dell’Universo di scongiurare l’ennesimo sfregio al terreno patrimonio architettonico. È il documento che i frammassoni invisi ai “regolari “ del Grande Oriente d’Italia, inviano ai giornali, ai profani e agli amministratori locali. Oggetto: impedire l’alienazione del collegio di Sant’Ignazio, primo novecento dai contorni eclettici. Una riproposizione in chiave moderna dello scontro secolare con i padri Gesuiti. Sullo sfondo lui, Giuseppe il Grande, l’ingegnere, l’industriale, il navigatore. E la sua corte di cavalieri scudocrociati, anch’essi di stanza a Piazza del Gesù, due porte accanto al tempio del libero pensiero. Un appello accorato alla ragionevolezza. Un invito a mobilitare l’intera massoneria italiana contro “l’evento dannoso”, un nuovo colpo di spugna alla memoria della città risorta dal terremoto. Estremo tentativo eppure vano. Le ruspe dei Franza cancellarono il collegio. Le gru dei Franza innalzarono la Standa, lungimiranti del futuro rossonero dell’Italia anni novanta. E la casa di Dio divenne l’ara del tributo al Cavaliere nero, quel Berlusconi P2 che tanto piace alla dynasty dell’imprenditore “ tra i più creativi e laboriosi che agì nella prospettiva di una Messina memore del suo prestigioso passato”, come Nino Calarco amò ricordare l’amico Giuseppe Franza.

Voce nel deserto quella dei “Cavalieri della Stella”, inconsapevoli infondo che la muratoria in Italia stava mutando, soggiogata dall’astro splendente del Venerabile Gelli. A Messina in tanti avevano scelto. Gli affari e le trame, gli appalti e le tresche. Stavano con i generali golpisti e con i trafficanti d’armi, con i mafiosi e con i rampanti. Bussavano alle porte della Real loggia Propaganda due, segreta, occulta. Ignoravano forse gli incappucciati di Piazza del Gesù che un ministro potente vigilava sulle brame edilizie del nuovo Re Mida dello Stretto. E quel Nino Gullotti a braccetto di Andreotti, Craxi, Piccoli e Forlani era tra gli “eletti”, tra quelli chiamati a “rivitalizzare il mondo politico” a suon di miliardi secondo la guida del Piano di Rinascita Democratica, manifesto ideologico del piduismo eversivo.

Il transito eversivo alle eterne Valli Celesti dello zio Gullotti lasciò addolorata e afflitta la famiglia Franza. Poi sullo Stretto soffiò tangentopoli e l’impero Dc crollò in un sol colpo. Si apriva l’era di Forzitalia e dalla capitale tornò un cittadino illustre, figlio di ministro Martino e di principessa D’Alcontres. Per chissà quale gioco del destino si chiamava anch’egli Antonio. Anch’egli pare con una sbandata adolescenziale per il Gran Maestro di Arezzo al punto di inviarli in triplice copia una richiesta di “iniziazione massonica”, loggia P2, con tanto di stima di stima di tal Elio Rondanelli, professore di Pavia, premiata ditta Poggiolini Farmaci & Soci. Ebbene, si dice, morto Gullotti , un nuovo signore, ministro e liberista, frequentasse i cocktail party di casa Franza. Già lo chiamano zio d’America.

Quanti gli incappucciati baciati dall’amicizia dei miliardari del traghettamento privato… Sparsi un po’ qua e un po’ là nelle tante logge del Grande Oriente d’Italia. L’altro Martino, Fabio, loggia “Amadin” presidente della Regione siciliana. Gli imprenditori del turismo Emilio Lisciotto e Giuseppe Traina, loggia “Aurora”, agente di viaggio il primo, albergatore il secondo. L’ingegnere Franco Arcovito e l’operatore economico Francesco Conforto della R.L. “Mormino”. I discepoli della “Libertà” Vittorio Causarano, Eugenio Penna ed Emilio Saitta. I cultori de “La Ragione” Giuseppe Gervasi ed Antonino Parisi.  Con a seguito l’on. Salvatore Natoli che con Maria Rosaria e Nicola ancora ricorda in Giuseppe Franza l’uomo di “grande valore e di grande generosità”. Poi il genero del Magnifico Guglielmo, il prof. Matteo Bottari, fratello alla “Giordano Bruno”. E alla “Stretta Fratellanza” il re dei commercialisti in Affari Salvatore Cacace. Infine i fratelmuratori della diaspora del Venerabile Giuliano Di Bernardo, come Diego ed Aldo Cuzzocrea al seguito del nipote Candido Bonaventura, Grande Oratore de “I Cavalieri di Minerva” della Gran Loggia Regolare d’Italia. O il Giovanni Paderni, Presidente del consiglio notarile e responsabile delle logge Di Bernardo in Sicilia, presso il cui studio sono stati registrati gli atti delle tante società del Gruppo Franza.

Con cazzuole e compassi amano dilettarsi due uomini di fiducia di vecchia data dell’ingegnere e figli, i consulenti fiscali Giuseppe Mazzei, “Libertà” e Francesco Cambria, “Aniadin”, il primo in società nella sfortunata Si.Ca. di Giammoro e sindaco della Tourist Ferry Boat e della Immobiliare Laghi, il secondo già amministratore unico della Diapar di Portorosa, oggi presidente dei collegi sindacali della Navigazione Generale Italiana, della Fi.Pe. e della Tourist Shipping spa.

Ci sono infine i rapporti d’affari con un fratello di prima grandezza, l’agente marittimo Giacomo Cardile, filiali sparse per tutta la Sicilia e un cantiere navale, l’Impremar, a Paradiso. Un miliardo lui, un miliardo l’ingegnere e per la Diapar di Portorosa è la moltiplicazione del capitale sociale pari a cento volte. Si racconta che tra le carte del faccendiere Ezio Giunchiglia, capogruppo P2 per tutta la Toscana, fu sequestrata un’invidiabile collezione di biglietti da visita di industrie militari, di studi commerciali e di società import-export. Uno di essi era intestato ai fratelli Cardile Raccomandatari Marittimi, alias “Papirus Travel”, amministratore unico il sig. Giacomo del Grande Oriente d’Italia. Erano gli anni dei fitti rapporti epistolari tra il Giunchiglia e l’archivista della Provincia Franco Pollicino, nel comune interesse “per la promozione delle attività turistiche nell’isola di Vulcano e a Capo Peloro”.

A noi profani non è dato sapere se o come andarono mai in porto quelle “grandiose attività di natura immobiliare in Sicilia e nelle isole minori”. Gli abitanti di Vulcano e del comprensorio della punta dello Stretto si sarebbero consolati però con la realizzazione di due monumenti del genio edificatorio di papa Franza: “Les Sables Noirs” a quattro stelle e il “Residence dei Laghi” sopra Ganzirri.
Articolo pubblicato in L’Isola del 18 novembre 1994

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