I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

domenica 29 giugno 2014

Potenti e Mutanti. La scalata del gruppo Franza, dagli albori ai giorni nostri


È la DYNASTY dello Stretto. È la storia di un gruppo da 180 miliardi, interessi nella navigazione, nel turismo, nell’edilizia e nell’industria, poi il gran salto in Borsa e nella finanza, oggi la scalata ad un sostanziale pacchetto della Banca Commerciale. È la leggenda di una famiglia, quella dei Franza, anzi la leggenda di tre famiglie unite da amicizia e da matrimoni, i Franza, i Genovese e i Mondello. Neanche tanto nell’ombra la sapiente regia del Ministro buono per tutte le salse e tutte le stagioni, il “compianto” on. Gullotti, la sorella Angelina andata in sposa al sen. Luigi Genovese e nei consigli della holding. Scenografo l’ing. Pino Merlino, Sindaco ai tempi dell’irresistibile ascesa dei Franza & Soci. Intorno, le schiere dei soliti potenti, nobili e borghesi, gli Stagno d’Alcontres, i Rodriquez, i Colonna, i Russotti. Poi i principi dello scudocrociato, i Germanà, i Perrone, i Galipò, gli Astone, i Santalco e i vassalli delle Giunte dell’ultimo ventennio, Andò, Naro e Bonsignore.

I Franza, Dc Doc certamente, ma temuti e rispettati dal grande partito trasversale. E così, a tributare l’estremo saluto a Giuseppe il Grande, ecco gli uomini della prima e della seconda Repubblica, i Ricevuto, i D’Acquino, i Martino, i Ragno, i Natoli. Grande senso degli affari, sagge amicizie  e solidi legami familiari, la formula del successo. La saga inizia nella Sicilia del dopoguerra, quando a nonno Vincenzo toccano i lavori di  riforestazione. Gestione patriarcale quella di casa Franza. Sorte delle figlie il matrimonio, Katia in sposa all’illustre geriatra Vittorio Nicita Mauro, Antonella al colonnello della Forestale Giorgio Caputo. Ai figli Giuseppe e Paolo il destino d’imprenditori. È la laurea in ingegneria del primogenito a diversificare le attività economiche della famiglia. Sono gli anni della ricostruzione e a Messina c’è fame di mattoni. Poi il lampo di genio, e Giuseppe coglie la ricchezza del mare, il traghettamento. Infine il colpo di fulmine, quello per l’affascinante Olga Mondello, l’ultima rappresentante di una rispettata famiglia della borghesia locale, nota per un antico saponificio e per lo zio Mario ambasciatore d’Italia.

A fine anni settanta Giuseppe è un potente, anzi, è un pezzo di potere. Feste, banchetti, consegne di premi e borse studio, ogni occasione è buona per farsi fotografare accanto al nuovo Re Mida dello Stretto. Lo amano frequentare gli industriali alla Versaci e alla Cassiano. Gli ingegneri alla Turi Rizzo e alla Navarra Tramontana, avvocati di grido e finanche prefetti e magistrati. Giuseppe F., insignito del titolo di “consigliere” della Banca d’Italia, gode della piena fiducia degli Istituti di credito e dei suoi dirigenti: la Banca del Sud del buon Merlino, la Cassa di Risparmio dell’onorevole Stagno D’alcontres, il Banco di Sicilia di Rocco Robberto e Sigismondo Saetta. A tesserne le lodi sulla stampa le migliori firme locali. Qualche giornalista del resto è tra le note spese, magari sotto forma di pubblicità redazionale o di “mediazione vendita appartamenti”. Averlo testimone alle proprie nozze è un onore, meglio ancora se in compagnia della Messina che più conta. Così al matrimonio dei figli dei Troja e dei Pulejo, Giuseppe Franza è accanto al sen. Uberto Bonino e all’allora sindaco Antonio Andò. Amicizie tante, eppure non sempre digeste. Come quella per Tony Boemi, l’editore di Telespazio, in odor di ‘ndrangheta con i Molè-Piromalli di Gioia Tauro o quella con Italo Giacoppo, già capogruppo Psdi al Comune, arrestato nell’83 con l’accusa di estorsione.

Sembrava che l’impero dovesse crollare con le improvvise morti dell’ingegnere e di Gullotti, ma ecco scendere in campo l’energica Olga e i figli Vincenzo, Helga e Pietro e per il gruppo Franza è un’iniezione di fresca managerialità. Le risorse dei traghetti e delle società edili vengono reinvestiti  in nuove finanziarie create nella Roma Capitale. La controllata “Cofimer” arriva a rastrellare ben 4 milioni di titoli Comit e il 15% della “Marathon holding” sigla esordiente nella gestioni patrimoniali e un azionista cresciuto a fianco di Raul Gardini, quel Sergio Cragnotti indagato a Ravenna per false comunicazioni sociali e associazione a delinquere. “Ci siamo fatti da soli” amano ripetere madre e figli a tutti coloro che restano abbagliati da sì tanto splendore. “E abbiamo sempre evitato con cura gli appalti pubblici”.

I RE MIDA DEI TRAGHETTI

Da una sponda l’orribile Caronte traghettatore degli inferi, il Caronte di Amedeo Matacena, finanziatore a Reggio della rivolta nera dei “boia chi molla”. Dall’altra la Tourist Ferry Boat del quadrunvirato Franza-Genovese-Gullotti-Mondello, vera e propria gallina dalle uova d’oro con un consiglio d’amministrazione rigorosamente riservato a casalinghe, pensionati e studenti. Un patto d’acciaio per spartirsi il flusso da e verso la Sicilia, quasi tre milioni di camion e auto nel solo ’93. Vent’anni fa pubblico e privati si dividevano metà e metà oneri e profitti. Oggi alle Ferrovie dello Stato non spetta più del 10% del fatturato dello Stretto: l’assenza di regole, le unità navali “pesanti” difficilmente manovrabili e spesso “fuori uso”, le lunghe attese all’imbarco, gli “errori” nella programmazione dei manager FS, hanno nei fatti regalato ai Franza e ai Matacena il totale controllo dei traghetti.

Eppure il tutto non era cominciato nel migliore dei modi. Nel 1967 il Consiglio di Stato aveva affermato l’impossibilità della compresenza dei privati nella stessa area dell’azienda pubblica. Quattro anni più tardi, però, ministro Gioia, veniva sancita la fine del monopolio statale per i trasporti dello Stretto. Passano gli anni e arriva un altro ostacolo: c’è in programma la realizzazione dello svincolo autostradale all’Annunziata e qualcuno propone di unificare gli approdi pubblici e privati alla foce del torrente. Sarebbe una iattura per Franza e Matacena, ma un provvidenziale incontro a Roma tra il sottosegretario Dc ai Trasporti Sinesio e i messinesi Merlino, Campione, Perrone e Santalco stabiliva che delle invasature già progettate e finanziate non si sarebbe fatto più nulla.

Ottimi regali anche dall’altra parte dello Stretto: una frettolosa variante del PRG di Villa S. Giovanni convertiva una vasta area destinata a verde attrezzato in terminal per la Caronte e la Tourist. Relatore della variante l’assessore Salvatore Delfino, sindaco Antonio Aragona. Un’occhiata ai necrologi per notare che i due nomi non mancano mai nel testimoniare il cordoglio ai “fraterni amici” dei Franza. Via via che si varano le nuove unità dei privati, padrini e madrine Gullotti e Merlino e rispettive consorti, aumentano anche i bisogni di spazio all’imbarco. E così che un bel giorno l’ingegnere Giuseppe scrive al Sindaco Andò e gli propone un affare: “Dateci l’area dell’ex gasometro. In una parte facciamo un parcheggio e nell’altra realizziamo una scuola e un asilo immersi nel verde. Il tutto a nostre spese”. Il verde non si è visto, nel frattempo, però, “in via sperimentale e transitoria” il Comune dà nel 1983 l’autorizzazione al cosiddetto “Serpentone”. Qualche spicciolo in cambio dell’eterno caos dei camion che intasano il Boccetta e il Viale della Libertà.

Certo i progetti alternativi non mancano. Quasi due miliardi sarebbero stati elargiti per un progetto di approdo nella zona Sud all’equipe Carrozza-Cutrufelli. Si potrebbe vietare ai tir di circolare in città nelle ore di punta o magari di notte, ma c’è pronto l’assessore Ziino, merliniano, a stroncare le velleità degli ambientalisti. Il Serpentone è sempre lì e la città muore. Intanto c’è chi afferma di aver visto l’erede dei Franza, Vincenzo, dal dottor Providenti lo stesso giorno che il Sindaco aveva dichiarato alla stampa di voler trasferire nella Zona Falcata l’imbarcadero privato.

I GESUITI LA STANDA E IL BALLO DEL MATTONE

C’era una volta nell’is.222 di Piazza Cairoli l’istituto Sant’Ignazio dei padri gesuiti. All’istituto era annessa la piccola chiesa di S. Maria della Scala. Il meglio del primo novecento secondo urbanisti e cultori d’arte. Costruzione di “nessun valore” sentenziò invece Biagio Belfiore sulla Gazzetta del Sud. I gesuiti avevano bisogno di soldi e decisero di alienare chiesa e collegio. Offrirono il tutto per un miliardo e settecento milioni prima all’Università e poi al Comune. Il consiglio d’amministrazione dell’ateneo declinò l’invito dopo l’intervento contrario del Sindaco Merlino, membro di diritto del Cda. A Palazzo Zanca erano invece in molti a volerne evitare l’abbattimento e chiesero a Merlino di prodigarsi per acquisire il Sant’Ignazio. “Mi dispiace, è troppo caro” rispose Merlino. “Meglio ampliare l’is. 88 di proprietà dell’ente locale. C’è già il progetto pronto”. L’is.88, tanto per capire, è quello degli affitti paragratuiti a imprese e privati. Fu così allora che si fece avanti la Fra.Im, di Franza. Offrì mezzo miliardo in meno e ottenne il collegio. I lavori partirono presto. L’impresa era la Siceas, altra controllata dal gruppo. “Realizzerò un teatro ed altre strutture di utilizzazione pubblica”, promise l’ingegnere. Intanto però firmava una convenzione miliardaria con la Montedison che sceglieva l’area per trasferirvi i magazzini Standa. Franza, come i tanti costruttori rampanti degli anni settanta, aveva beneficiato di una delibera del Comune che aveva triplicato l’indice di edificabilità di buona parte della città. Addio teatro allora, e tra i ruderi del Sant’Ignazio sorsero i grandi magazzini.

Non tutto andò liscio però. Nell’affare ci mise il naso l’allora pretore Romano che ravvisò una serie di presunte irregolarità nella realizzazione dell’edificio. Romano stava combattendo una battaglia contro chi aveva messo le mani sul Piano Borzì “rivisitato” a favore dei signori del cemento. Era però un magistrato prestato transitoriamente al penale, fu così che la pratica gli fu sottratta e assegnata per “sorteggio” ad altro giudice. Il caso si chiuse favorevolmente per Franza, come furono archiviate le denunce sul parcheggio sotterraneo alla Standa, realizzato presumibilmente in violazione alle normative vigenti. Il costruttore andò poi all’assalto del vecchio albergo Reale dove realizzava il Royal e un palazzo in buona parte venduto al Ministero del Tesoro o affittato all’Università degli Studi. L’Opera Universitaria preferiva i Franza anche per i locali di via Lenzi dove “inventava” un’improbabile Casa della Studentessa. Con fidi bancari che nel ’74 erano superiori ai 4 miliardi, le società edili del gruppo non ebbero certo difficoltà ad aprire altri più redditizi cantieri. Scattò l’ora della cementificazione selvaggia delle colline, l’ora del “Park Palace”, delle ville di S. Agata e del “Residence dei laghi” a Ganzirri. Fu l’ora di un altro grande affare targato Montedison, la vendita di un supermarket a Pistunina alla Cassa pensionale del Ministero del Tesoro. Si racconta che la Cassa affittò lo stabile alla So.S.Me di Franza che poi lo rigirò alla società Sigros, proprietà fifty fifty della Montedison e della Sivad del catanese Salvatore Conservo “caro amico” dell’ingegnere.

LA MISTERIOSA SI.CA. DI GIAMMORO

“Ci siamo fatti da soli e abbiamo evitato con cura gli appalti pubblici”, è la solfa ripetuta fino alla noia dai protagonisti della Franza Dynasty. Nell’attesa di capire cosa è pubblico e cosa è privato dalla famiglia tanto a cuore all’iperliberista Antonio Martino, chiuderemo il racconto con i misteri di una società realizzata quindici anni fa a Giammoro. Era la Si.Ca. - Siciliana Cavi, voluta per operare nella produzione dei cavi elettrici telefonici. Con appena sessanta milioni Franza ottenne dall’ASI del dottor Giuseppe D’Angelo un terreno di 40,500 mq a Giammoro. Realizzato lo stabilimento e assicurata l’assunzione di una settantina di addetti, la Si.Ca. ottenne nel ’78 un contributo di oltre un miliardo e trecento milioni dalla Cassa per il Mezzogiorno. Il settore cavi è però in crisi e l’impianto non parte. È così che quattro anni più tardi il settimanale Il Soldo scopre che alla Si.Ca. sono appena tre gli addetti in busta paga. Non importa. Dio vuole che a Messina scoppi la bomba  IMSA, centinaia di operai di una società che la Rodriguez ha deciso di chiudere. Si offre l’EFIM a rilevare l’industria ma c’è bisogno di un area. L’ASI non riesce a soddisfare la richiesta. È così che qualcuno suggerisce all’EFIM l’impianto della Si.Ca.

Il tempo è poco, c’è il rischio che si superi il limite della cassa integrazione: il sindacato e l’allora ministro del Mezzogiorno Nicola Capria danno lo “sta bene” al trasferimento all’ente di Stato dello stabilimento di Franza, riassorbendo così le maestranze dell’ex IMSA. Prezzo pattuito due miliardi e settecentocinquanta milioni più una postilla in calce al contratto: “rimane inteso che sarà data precedenza alla spettante SISM spa per l’affidamento dei lavori necessari  all’ampliamento e all’adattamento dello stabilimento”. Inutile dire che amministratore unico della spett. SISM spa era l’onnipresente ingegnere Giuseppe Franza.

 
Articolo pubblicato in L’isola, 11 novembre 1994

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