I Padrini del Ponte

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Affari di mafia sullo Stretto

lunedì 31 marzo 2014

CARA di Mineo: da laboratorio di politiche repressive a centro di sperimentazione per le transnazionali farmaceutiche


Suscita sconcerto la notizia dei 4.000 vaccini destinati al Centro accoglienza richiedenti asilo di Mineo – il Cara più grande d’Europa, già tristemente noto per le degradanti condizioni di vita a cui sono sottoposti i suoi ospiti. Il gesto dell’assessore regionale alla salute, Lucia Borsellino, che ha siglato l’accordo insieme all’amministratore delegato della società Sanofi Pasteur Msd, Nicoletta Luppi e al presidente regionale di Croce Rossa Italia, Rosario Valastro, è semplicemente agghiacciante.  Si tratta di migliaia di dosi di vaccino antitifico e mille test per la tubercolina da utilizzare sui migranti del centro, forniti, tramite l’assessorato regionale alla Salute, dalla Sanofi Pasteur alla Croce Rossa Sicilia, gestore sanitario del Cara di Mineo, in cui attualmente vivono in attesa di una risposta alla loro richiesta d’asilo, oltre 3.800 rifugiati, per periodi di tempo che nella maggior parte dei casi oscillano dai sei mesi fino ad arrivare agli inspiegabili tempi biblici di due anni.
 La Sanofi Pasteur è un colosso dell’industri farmaceutica che conta circa 13.000 collaboratori (più del 50% dei quali nel comparto industriale) e 13 tra siti produttivi e di ricerca. In Europa, Sanofi Pasteur è presente con Sanofi Pasteur MSD, la joint-venture al 50% Sanofi e Merck. Da 14 anni, Sanofi Pasteur MSD detiene il monopolio nella produzione e distribuzione di vaccini, essendo l'unica azienda europea interamente dedicata a questo settore nel continente.
Il principio delle vaccinazioni di massa, oltre a destare sconcerto, è altamente deleterio anche da un punto di vista scientifico, in quanto ogni organismo ad uno stesso principio agente reagisce in modo sempre differente. Non si può pensare di vaccinare indiscriminatamente uomini, donne e bambini, ognuno con la sua specifica predisposizione o resistenza. Inoltre, la logica dell’intero intervento non regge fin dal principio: se ci sono casi di tifo a Mineo o se ne paventa l’eventualità, va chiusa la struttura, non vaccinati in massa coloro che loro malgrado vi abitano.
Per quanto riguarda il test della tubercolina, è noto come la maggior parte dei pazienti a cui viene somministrato abbia una reazione positiva. Il  risultato positivo del test alla tubercolina, indica che il paziente è venuto in contatto con il bacillo tubercolare, ma non che vi è al momento uno stato di malattia attiva: infatti  la positività del test corrisponde ad una memoria immunologica che ci informa che in un momento della nostra vita, generalmente in età scolare, si è venuti a contatto con il bacillo, questo non vuol dire che il soggetto in questione sia malato di Tbc.
Per sapere, invece, se c’è uno stato di malattia bisognerà approfondire la 
diagnosi con ulteriori accertamenti, primo fra tutti una radiografia del torace. La negatività del test, viceversa, segnala che l’organismo non è mai venuto in contatto con il bacillo tubercolare, solo in questo caso è possibile una successiva vaccinazione. Applicare mille test potrebbe essere l’effetto e non la causa dell’apparizione di casi di tbc, quantomeno a livello mediatico, favorendo  la diceria degli untori tra la popolazione residente in zona e gli addetti ai lavori del centro.
Le vaccinazioni di massa, retaggio culturale di una biopolitica di tardo ‘800 che la stessa scienza contemporanea ha abbandonato, è l’ennesimo esempio della spersonalizzazione dei  soggetti migranti, utilizzati come carne da impiegare per test e sperimentazioni, per meri scopi di profilassi sanitaria, un po’ come le disinfestazioni di massa nel Cda di Lampedusa.  Un meccanismo perverso che utilizza il sempre disponibile alibi delle motivazioni umanitarie per fare  in modo che qualsiasi negazione dei diritti – come detenere in un regime di semi-libertà un individuo, privarlo di autonomia nella gestione dei pasti e nelle risorse e da ultimo sottoporlo a prassi mediche invasive- sia compiuta “a fin di bene” e per la protezione di un soggetto dato già per “più debole” a priori.

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