I Padrini del Ponte

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Affari di mafia sullo Stretto

mercoledì 22 gennaio 2014

Mauro cerca partner per far la guerra ai migranti


Afghanistan, Siria, cacciabombardieri Joint Strike Fighter F-35 ma soprattutto “emergenza migranti” e sicurezza nel Mediterraneo. Sono stati questi i temi dell’incontro tenutosi a Washington il 15 gennaio scorso tra il Segretario della difesa Usa Chuck Hagel e il ministro italiano Mario Mauro. “Mr. Hagel ha espresso pieno apprezzamento per il contributo dell’Italia al rafforzamento delle democrazie emergenti in Medio oriente e Nord Africa e per l’addestramento avviato a favore delle forze di sicurezza libiche”, ha dichiarato il Capo ufficio stampa del Pentagono, ammiraglio John Kirby, a conclusione di un vertice pressoché ignorato dai media italiani. “I responsabili alla difesa dei governi d’Italia e Stati Uniti - ha aggiunto Kirby - si sono trovati d’accordo a sottoporre la questione dei rifugiati del Mediterraneo all’attenzione del prossimo meeting del Comitato militare della Nato previsto a Bruxelles a fine gennaio”.

Il pericolo migrazioni è stato enfatizzato dal ministro Mauro nel tentativo di ottenere un fattivo supporto statunitense all’operazione “Mare Nostrum”, lanciata nell’ottobre 2013 dalle forze armate italiane nel Canale di Sicilia. “Gruppi criminali con potenziali legami con il terrorismo stanno facendo profitti con le imbarcazioni che trasportano migranti attraverso il Mediterraneo sino alle sponde europee”, ha esternato il ministro ad alcuni giornalisti di Washington. “Per questo chiediamo agli Usa di fare massima attenzione al risorgente terrorismo islamico nella regione. L’Italia sta usando anche i droni e i sottomarini contro il lucroso traffico di migranti provenienti dal Nord Africa, che probabilmente sta finanziando il terrorismo”.

“I governi europei e l’opinione pubblica considerano quanto accade come un problema d’immigrazione illegale, ma non è questa la mia visione”, ha aggiunto Mauro. “Credo cioè che si tratti di un problema strettamente legato alla sicurezza internazionale. È importante che gli Stati Uniti comprendano meglio ciò che sta accadendo nel Mediterraneo”. Secondo il ministro, al “flusso” d’imbarcazioni provenienti dalla Libia si è aggiunto quello dall’Egitto, “gestito da organizzazioni criminali multinazionali”, con oltre 25.000 migranti trasportati nel 2013. “I trafficanti stanno utilizzano navi madri che rimorchiano imbarcazioni più piccole e meno idonee alla navigazione, su cui, a 200 km dalle coste italiane, vengono stipati sino a 1.000 passeggeri”, ha aggiunto. “Ognuno di essi paga circa 3.000 dollari, cioè 3 milioni di dollari per ogni viaggio, profitti che vanno nelle mani di organizzazioni criminali internazionali con possibili legami con gruppi terroristici in Siria e Somalia”. Le imbarcazioni, secondo Mauro, potrebbero essere utilizzate pure per trasferire “terroristi” in Europa. “In Libia è difficile individuare le differenze tra gruppi terroristici e gruppi criminali coinvolti nel traffico di essere umani. Ci sono 28 brigate che possiamo definire jihadiste, ma dedite al crimine. Alle frontiere meridionali della Libia regna il caos, e sono migliaia i terroristi attivi”.

Per il ministro italiano, le tensioni e i conflitti esistenti in Nord Africa e Medio oriente impongono ai partner occidentali scelte e impegni precisi. “Sono determinato nel voler convincere i nostri alleati a condividere una visione comune a medio e lungo termine”, ha dichiarato. “Probabilmente abbiamo bisogno di una nuova strategia per l’area ed elementi cruciali sono il ruolo degli Stati Uniti e una partnership più forte tra Usa ed Europa”. Mauro non nasconde tuttavia la delusione per quanto fatto sino ad oggi dall’Unione europea per contenere e contrastare l’immigrazione “illegale”. “Lampedusa è la frontiera dell’Europa e non solo dell’Italia, e siamo convinti che l’Europa possa e debba fare di più per garantire la sicurezza nel Mediterraneo”, ha dichiarato. Alle operazioni aeronavali di “Mare Nostrum” solo la piccola Slovenia ha offerto il proprio contributo con la nave multiruolo “Triglav 11” (classe Svetlyak ). L’unità, in grado di raggiungere i 30 nodi di velocità ed armata di mitragliere e cannoncini, ha lasciato il porto di Koper lo scorso 12 dicembre ed è approdata ad Augusta (Siracusa) tre giorni dopo, integrandosi nel “dispositivo attivato per incrementare il livello di sicurezza della vita umana e concorrere al controllo dei flussi migratori via mare”. La marina militare slovena, oltre all’equipaggio di 44 uomini, ha inviato anche un team di collegamento presso la sede del Comando delle forze da Pattugliamento (COMFORPAT) di Augusta. “Il compito delle forze armate slovene è quello di sorvegliare la situazione in acque internazionali”, spiga una nota del ministero della Difesa. “Il settore di sorveglianza assegnato alla nave Triglav si trova a est della costa siciliana e comprende un’area di dimensioni di 30 x 30 miglia nautiche (approssimativamente 3.100 chilometri quadrati)”. Ignote tuttavia le regole d’ingaggio e le modalità di consegna alle autorità italiane delle persone tratte in salvo in mare.

La decisione slovena di partecipare all’operazione “Mare Nostrum” è maturata durante un incontro - il 18 ottobre 2013 a Roma - tra il ministro Mario Mauro e l’omologo alla difesa, Roman Jakic. Il 22 gennaio, il Primo ministro della Repubblica Slovena, Alenka Bratusek, ha raggiunto Augusta per visitare il contingente delle forze armate impiegato nella vigilanza del Canale di Sicilia. Ad attenderlo, l’instancabile Mauro, che ha accompagnato Bratusek pure per un sopralluogo al “centro di prima accoglienza” Umberto I di Siracusa, uno dei tanti non luoghi dell’Isola dove sono stipati in condizioni igienico-sanitarie sempre più critiche centinaia di migranti e richiedenti asilo “salvati” in mare dalle unità da guerra.
In attesa che Usa e Ue accolgano l’appello a condividere nel Mediterraneo l’intervento militare di contrasto all’immigrazione, al vertice italo-russo di Trieste del 27 novembre 2013, il governo Letta ha chiesto al presidente Vladimir Putin un “impegno comune” per affrontare l’emergenza umanitaria dei rifugiati siriani. “Abbiamo discusso anche di Libia ed abbiamo messo in comune le nostre preoccupazioni per la situazione di instabilità che investe l’area a sud e a est del Mediterraneo”, ha spiegato Letta a conclusione del summit.

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