I Padrini del Ponte

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Affari di mafia sullo Stretto

lunedì 28 febbraio 2011

L’inquinamento elettromagnetico della base USA di Niscemi

È una delle installazioni militari meno note in Italia ma è certamente tra quelle più pericolose dal punto di vista ambientale. Operativa dal 1991, la Naval Radio Transmitter Facility – NRTF di Niscemi (Caltanissetta) assicura le telecomunicazioni della Marina militare degli Stati Uniti d’America a livello planetario; inoltre, è destinata ad ospitare uno dei quattro terminali terrestri del MUOS, il nuovo sistema di trasmissioni satellitari delle forze armate USA. La NRTF sorge a pochi chilometri dal centro abitato di Niscemi, a stretto ridosso del perimetro della riserva naturale “Sughereta”, sito d’importanza comunitaria SIC. Ospita una quarantina di antenne e ponti radio che emettono, 24 ore al giorno, 365 giorni all’anno, onde elettromagnetiche che coprono tutto lo spettro compreso tra le HF, le VHF e le UHF (le alte, altissime ed ultra frequenze per le comunicazioni radio di superficie) e le ELF, le VLF e le LF (le frequenze estremamente basse e bassissime, in grado di penetrare in profondità le acque degli oceani e contribuire alle comunicazioni con i sottomarini a capacità e propulsione nucleare). Un cocktail micidiale che sovrespone gli abitanti e la variegata fauna e flora locale all’inquinamento elettromagnetico di cui solo negli ultimi mesi è stato possibile conoscerne i gravissimi ed insostenibili livelli.

Nel corso del convegno sui “rischi MUOS”, promosso dalle associazioni che si oppongono al nuovo programma militare-satellitare, il sindaco di Niscemi, Giovanni Di Martino, ha presentato gli ultimi dati sulle emissioni rilevate dall’ARPA, l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente. «Nel periodo compreso tra il 22 marzo e il 19 aprile 2010, la centralina posta in un’abitazione privata di contrada Ulmo, nei pressi della Stazione USA, ha registrato l’emissione, costante, di valori leggermente superiori ai 6 V/m (volt per metro), il limite di attenzione fissato dalle normative italiane per l’esposizione ai campi elettromagnetici», ha dichiarato Di Martino.

«Si tratta di valori estremamente preoccupanti, anche perché ci troviamo all’interno di un territorio già colpito da complesse emergenze ambientali. Abbiamo chiesto all’ufficio legale del Comune di Niscemi di verificare se esistono le condizioni per procedere in sede giudiziaria contro la Marina militare degli Stati Uniti. Intanto abbiamo inviato una diffida perché i responsabili della base intervengano per bloccare l’inquinamento elettromagnetico».

I nuovi rilievi dell’ARPA sono ancora più allarmanti di quanto verificato nella precedente attività di monitoraggio (tra il dicembre 2008 e il marzo 2009), quando in contrada Ulmo la centralina aveva registrato una «media di esposizione di circa 6 V/m», con «picchi settimanali di superamento» del valore soglia, probabilmente dovuti all’intensificarsi delle attività di teletrasmissione. Già allora, però, le misurazioni avevano lasciato fortemente perplesso il Comitato No Muos che aveva denunciato come al tempo erano in funzione appena il 50% circa delle antenne della base di Niscemi.

«Non si è poi tenuto conto che una delle caratteristiche delle trasmissioni militari è la non continuità delle emissioni, nonché la variabilità della potenza con cui esse vengono irradiate», aggiungevano gli esponenti della Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella. «Va poi ricordato che gli esperti in tema d’inquinamento elettromagnetico stimano in un 10-15% l’incertezza relativa delle misurazioni delle frequenze. Ciò significa che le abitazioni a ridosso della base di Niscemi potrebbero già essere sottoposte costantemente ad emissioni con valori che superano i 7 V/m. E numerosi ricercatori di fama internazionale chiedono da tempo di ridurre sensibilmente i cosiddetti “limiti di attenzione” previsti dalle normative, dato che i 3-4 V/m sono già considerati ad altissimo rischio per la salute umana».

Ad accrescere i timori delle organizzazioni no-war i risultati di uno studio di Massimo Coraddu (ricercatore dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare - INFN di Cagliari) sulle emissioni della Stazione di Niscemi e sulle rilevazioni realizzate dall’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente. «La strumentazione e la procedura utilizzate dall’ARPA per la misurazione dell’elettromagnetismo non sono del tutto adeguate al rilievo del tipo di emissioni dovute alla NRTF, il che può aver portato a una sistematica sottostima del campo rilevato», afferma il dottor Coraddu.

«Sono state utilizzate centraline per la rilevazione in continuo con due modalità di funzionamento, Wide Band (con banda passante 100 KHz-3 GHz) e Low Band (con banda 100 KHz-860 MHz), ma non è stato specificato quale delle due modalità sia stata effettivamente utilizzata. Confrontando poi le caratteristiche dello strumento di misura con le caratteristiche delle emissioni delle antenne ci si accorge immediatamente che la centralina non era in grado di rilevare le emissioni VLF e LF di bassissima frequenza della grande antenna radiatore verticale della base USA, operante tra i 3 e i 300 KHz e una lunghezza d’onda da 1 a 100 Km. Si tratta cioè di frequenze in gran parte o del tutto al di sotto della soglia inferiore rilevabile dalle sonde utilizzate da ARPA Sicilia».

Nella stazione NRTF di Niscemi, secondo il Submarine Communication Master Plan prodotto nel dicembre 1995 dalla Marina USA, è presente infatti un dispositivo VERDIN (VLF Digital Information Network) per le comunicazioni con i sommergibili in immersione che utilizza frequenze tra i 14 e i 60 KHz in versione US Navy e tra i 14 e i 150 KHz in versione NATO.

Nel suo studio, Massimo Coraddu pone l’attenzione pure sul costruendo centro MUOS che sarà dotato di due trasmettitori UHF della potenza di 105 W e tre grandi parabole che opereranno nella banda Ka delle microonde (18-40 GHz). «La valutazione di impatto ambientale del nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari, presentata dalla US Navy, risulta gravemente carente e inadeguata sotto molteplici aspetti e non consente in alcun modo di valutare la gravità dei problemi e dei rischi legati alla sua installazione», spiega il ricercatore dell’INFN.

«Non vengono rese note le principali caratteristiche dei trasmettitori e delle antenne utilizzate (frequenze, caratteristiche del segnale, etc.) e neppure viene spiegata la metodologia di calcolo. I risultati sono tra loro incoerenti e contraddittori: come distanza di sicurezza per l’emissione di microonde dalle parabole, vengono presentati due differenti valori, entrambi spaventosamente alti, 38,9 Km alla tabella 6.5 e 135,7 Km alla tabella 6.7. Gravi le omissioni per ciò che riguarda i rischi dell’impianto. La valutazione delle distanze di sicurezza e del livello di campo è stata realizzata verificando, una alla volta, l’emissione delle singole antenne, e non, come prescrive la normativa, l’emissione simultanea di tutti gli apparecchi, al massimo livello di potenza. Non viene neppure esaminato quello che probabilmente è il peggiore dei rischi possibili: un incidente o un errore di puntamento che porti all’esposizione accidentale al fascio di microonde, pericolosissimo e potenzialmente letale, anche per brevi esposizioni, a distanze inferiori a circa 1 Km».

Massimo Coraddu lamenta inoltre come sia stata omessa ogni considerazione riguardo l’impatto delle emissioni sull’ambiente naturale circostante, «quando è ben noto come le microonde risultano nocive per molteplici specie, come le api, fortemente disturbate anche da bassi livelli di campo, o gli uccelli che potrebbero essere feriti o uccisi in volo se attraversano accidentalmente il fascio emesso».

In assenza di studi scientifici specifici sul rischio elettromagnetico del MUOS, si potrà attingere solo a quanto già accertato per le onde generate dagli impianti della telefonia cellulare che operano tra i 900 Mhz e i 2 GHz, lo stesso range del nuovo sistema satellitare delle forze armate USA. È il sistema nervoso centrale, in particolare, ad essere colpito dall’esposizione alle microonde. Come rilevato nel febbraio 2006 dalla Commissione Internazionale per la Sicurezza ElettroMagnetica - ICEMS (tra i componenti, scienziati, ricercatori ed oncologi di Italia, Stati Uniti, Russia, Cina, Brasile, Svezia e Canada), «è stata accumulata evidenza epidemiologica che indica un aumentato rischio di tumori al cervello per l’uso prolungato di telefoni mobili».

Articolo pubblicato su Liberazione il 18 giugno 2010

venerdì 25 febbraio 2011

A Siracusa il primo radar anti-migranti prodotto in Israele

Il traliccio alto 36 metri è stato installato in tempi record e si attendono le ultime autorizzazioni per accendere il potente radar che darà la caccia alle imbarcazioni dei migranti nel mar Mediterraneo. L’ultimo strumento di vigilanza anti-sbarchi sorge nel cuore di una delle aree più pregevoli della Sicilia sotto il profilo ambientale, paesaggistico ed archeologico, Capo Murro di Porco, all’interno dell’area marina “protetta” del Plemmirio di Siracusa. Il radar è stato acquistato dal Comando generale della Guardia di finanza utilizzando un fondo speciale dell’Unione europea per il contrasto dei flussi migratori. Sarà integrato nella nuova Rete di sensori di profondità per la sorveglianza costiera che la Gdf sta attivando nel sud Italia e in Sardegna con scarsa attenzione per l’ambiente, la salute e la difesa dei diritti umani. Come nel caso di Siracusa, le aree dove installare i radar ricadono all’interno di parchi e riserve naturali. E i potenti dispositivi a microonde sono prodotti dalla Elta Systems, società interamente controllata dal colosso industriale militare ed aerospaziale israeliano IAI.

Il nome in codice EL/M-2226 ACSR (Advanced Coastal Surveillance Radar) ed il sistema è stato progettato appositamente per individuare imbarcazioni veloci di piccole dimensioni sino ad una distanza dalla costa di 50 chilometri. “Il radar è in grado di mantenere sottocontrollo oltre cento bersagli contemporaneamente”, affermano i manager di Elta Systems. “Il riconoscimento dei gommoni impiegati nell’immigrazione clandestina avviene con l’analisi, per ogni natante avvistato, della velocità, rotta, provenienza, dimensioni, numero di persone a bordo. Opera 24 ore al giorno, 365 giorni all’anno, anche in condizioni climatiche particolarmente avverse, in network con altri tipi di sensori installati su imbarcazioni navali, aerei ed elicotteri”. Tutti i dati raccolti verranno poi inviati al Centro di comando e controllo generale della Guardia di finanza che darà il via alle operazioni aeree e navali di respingimento con le modalità sperimentate in questi giorni di crisi umanitaria nel Canale di Sicilia. Ne sanno qualcosa i 64 migranti a bordo del peschereccio battente bandiera egiziana intercettato tra Caucana e Capo Scalambri, a Marina di Ragusa, la notte tra il 14 e il 15 febbraio. Secondo quanto documentato dai reporter de Il Clandestino di Modica, uno dei militari a bordo dei mezzi della Gdf avrebbe sparato “in aria” durante l’inseguimento dell’imbarcazione egiziana, colpendo ad un braccio un giovane migrante di 25 anni. “Si è trattato di un evento accidentale causato del mare forza 5”, ha spiegato il maggiore Massimiliano Pacetto che non ha inteso chiarire come mai, in un primo momento, la vittima fosse stata pure accusata, ingiustamente, di essere uno dei piloti del peschereccio. Per i media niente più di un insignificante incidente collaterale della crociata anti-sbarchi.

Sono anche le vicende antecedenti alla costruzione del traliccio-radar nel Plemmirio che la dicono lunga sul modus operandi delle autorità militari. L’associazione Plemmyrion di Siracusa che ha richiesto, inutilmente, la sospensione dei lavori, denuncia che “gli enti preposti, con iter burocratico di sorprendente velocità ed autorizzazioni concesse in meno di dieci giorni, hanno consentito l’istallazione di un mostro ad altissima frequenza che sprigiona onde elettromagnetiche, reputate pericolosissime per la salute umana, che con un movimento di 360 gradi attraverseranno tutto il territorio della Penisola Maddalena, di Ortigia, cuore della città di  Siracusa, della Fanusa, dell’Arenella, dell’Ognina, zone residenziali e balneari”. Nonostante nella zona esistesse da tempi remoti un Centro logistico della Guardia di finanza (località Massolivieri), l’8 luglio 2010 il Comune di Siracusa, con determina dirigenziale, autorizzava il Reparto tecnico logistico amministrativo Sicilia della Gdf ad occupare “a titolo gratuito” un’area di proprietà comunale di mq 88 presso la stazione di sollevamento fognario di Capo Murro di Porco, vicino al faro di segnalazione al Plemmirio, per installare il nuovo impianto radar. La relativa convenzione tra il Comune e i militari veniva firmata il successivo 2 settembre e il 21 ottobre, a soli 8 giorni dalla richiesta di costruzione dell’impianto, l’ingegnere capo del Comune informava il Comando della Gdf che per l’intervento non erano necessari i provvedimenti autorizzativi, riconoscendone il “carattere di opera destinata alla difesa nazionale”. Sempre secondo i funzionari comunali, l’area rientrava già nella disponibilità dei militari che l’avevano utilizzata per anni per localizzarvi un’antenna radio. Solo che di quest’altro impianto militare non c’è traccia negli archivi dell’ente locale.

Mentre la Commissione urbanistica veniva tenuta all’oscuro del progetto del radar al Plemmirio, nessun rilievo veniva sollevato dal Genio Civile di Siracusa e dalla SAI 8, consegnataria per la gestione del pubblico acquedotto. “Quest’ultima però ha permesso alla Guardia di finanza di costruire il manufatto in contrada Casevacche, in un luogo difforme alla convenzione del Comune che invece faceva riferimento all’impianto di sollevamento fognario di Capo Murro di Porco, distante 2 km”, denuncia l’associazione Plemmyrion. “L’impianto è stato inoltre realizzato non rispettando né l’area stabilita di 88 mq né le distanze dai confini riscontrabili sulla pianta del progetto. In tutta la documentazione non vengono riportate, per individuare inequivocabilmente la sua destinazione, le indicazioni catastali di numero di mappa e particella. Quelle prodotte in alcuni elaborati ed ad alcuni enti vengono indicate in modo approssimativo e risultano essere di proprietà di terzi e non del Comune di Siracusa”. Del rimescolamento di luoghi e piantine non se n’è accorta invece la locale Soprintendenza ai beni culturali e ambientali, che ha autorizzato l’impianto il 29 ottobre 2010 “ai fini della difesa strategica del territorio nazionale”.

Gli ambientalisti sottolineano invece come la scelta di posizionare il radar presso le vasche d’acqua dell’acquedotto sia “estremamente pregiudizievole per la comunità residenziale, in quanto l’intero abitato del Plemmirio verrebbe a trovarsi, di fatto, fra la sorgente del fascio elettromagnetico generato dal radar ed il mare da sorvegliare, dove presumibilmente potrebbero essere superati i limiti d’esposizione ai campi elettromagnetici previsti dal decreto 10 settembre 1998, n. 381”. Con l’entrata in funzione dell’antenna si andrebbe a vanificare indiscutibilmente l’intero sviluppo della zona. “Il PRG - aggiunge Plemmyrion - prevede la realizzazione di una strada di collegamento tra l’acquedotto e le aree adibite a campeggio, ma non si possono di certo realizzare strutture frequentate da turisti, scolaresche e dove si preservano esemplari viventi della fauna e della flora accanto a manufatti ad alto impatto elettromagnetico”.

L’effetto visivo della torre del radar, proprio in prossimità della linea costiera, fa a pugni con la singolare bellezza dei luoghi. Intorno a Capo Murro di Porco sono state individuate importanti testimonianze del passato, come la “Grotta Pellegrina”, abitata sin dalla preistoria, o le cisterne per l’acqua piovana probabilmente risalenti al secolo XIX. A punta della Mola esiste una necropoli dell’età del bronzo con tracce del villaggio annesso e lungo la costa esistono ben sei cave estrattive di età greca (le cosiddette “latomie”) e i resti dell’antico quartiere sub-urbano del Plemmyriom. Uno studio dell’Università degli studi di Catania, riportato nella Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana del 20 febbraio 1993, ha descritto il patrimonio naturale del Plemmirio. “La flora di questa zona è quella delle aree rocciose a clima subtropicale arido con essenze tipiche del bacino del Mediterraneo”, vi si legge. “Prevale la gariga a palma nana (specie protetta), che qui è rappresentata con il palmeto più esteso della provincia (quasi un chilometro quadrato). Nelle zone meno esposte a sud, più umide, è possibile imbattersi in residui lembi di macchia a lentisco e mirto”. Sono pure presenti importanti specie arbustive come il Sarcopoterium spinosum (spinaporci) che nel territorio italiano esiste esclusivamente in piccole aree della Sardegna e della Puglia. La Penisola della Maddalena è un importante punto di osservazione dei passeriformi migratori e degli uccelli marini. Tra gli animali rari si contano il discoglosso dipinto, il biacco, la testuggine, l’istrice, la volpe e la donnola. I fondali di Capo Murro di Porco consentono l’osservazione dei grandi pesci pelagici come tonni, ricciole, squali e dei mammiferi marini come delfini, balene e capodogli. Nei fondali più bassi è possibile incontrare vaste praterie di Posidonia con giganteschi esemplari di Pinna nobilis, la conchiglia più grande del Mediterraneo, e colonie di coralli come l’Astroides calycularis. Numerose le grotte sommerse “ricche di vita bentonica e nectonica con coralli solitari, spugne, briozoi, cicale di mare e nudibranchi”.

Nonostante il Plemmirio sia dal 2005 un’area marina “protetta”, il progetto d’installazione della torre e del radar anti-migranti non è stato sottoposto a valutazione dell’incidenza, come previsto dalla direttiva 92/43/CEE del 21 maggio 1992, relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche. Manca inoltre uno studio sull’impatto elettromagnetico dell’impianto. Eppure l’EL/M-2226 ACSR fa parte della famiglia di trasmettitori in X-band (dagli 8 ai 12.5 GHz di frequenza), quelli che operano cioè emettendo microonde. “L’ARPA Sicilia, da noi interpallata, ha ribadito che non è stato fornito alcuno studio da parte dell’amministrazione militare, anche se non dovuto, facendo notare che manca, di fatto, una valutazione sui potenziali effetti elettromagnetici sugli organismi vegetali ed animali e sull’ecosistema della riserva oltre che sul personale addetto ed ai visitatori”, affermano i responsabili del gruppo ambientalista siracusano.

Con la dichiarazione di guerra ai migranti non è possibile andare per il sottile con studi e valutazioni d’incidenza; i radar sono poi un grande affare, per chi li produce (gli israeliani) e per chi l’installa, l’AlmavivA di Roma. A quest’ultima, il Comando generale della Guardia di finanza ha appaltato lavori per 5.461.700 di euro in vista della nuova Rete di cinque sensori di profondità EL/M 2226, quasi un milione e 100 mila euro ad antenna. E questo senza l’indizione e la pubblicazione del bando di gara nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, con la motivazione ufficiale che “i lavori e i servizi possono essere forniti unicamente da una determinata fornitrice, la AlmavivA SpA, che possiede le prescrizioni di natura tecnica e i diritti esclusivi dei materiali”.

Importante contractor nel settore delle nuove tecnologie di NATO e forze armate italiane, la società di Roma vanta un fatturato annuo di 865 milioni di euro e manager di altissimo livello. Presidente e azionista di maggioranza di AlmavivA è l’ingegnere Alberto Tripi, già manager IBM ed ex consigliere IRI, poi fondatore di COS S.p.A., società leader nella fornitura di servizi informatici e call center. Attualmente Alberto Tripi fa parte del consiglio direttivo di Confindustria ed è pure presidente di InItalia, il consorzio per l’informatica costituito da AlmavivA, Engineering ed Elsag Datamat (Finmeccanica). Amministratore delegato del gruppo è il figlio Marco Tripi, ex dirigente della Banca Nazionale del Lavoro; vicepresidente è invece Giuseppe Cuneo, sino al 2004 amministratore delegato di Elsag. Un business tra civile e militare quasi tutto in famiglia.

mercoledì 23 febbraio 2011

E Frontex sbarca a Lampedusa

Frontex, l’Agenzia Europea per la Gestione della Cooperazione Operativa alle Frontiere, lancia la sua guerra ai migranti nordafricani nel Canale di Sicilia. Quattro aerei, due navi e due elicotteri militari messi a disposizione da sei paesi membri opereranno sin dai prossimi giorni per presidiare le coste di Lampedusa. “A seguito di una richiesta formale da parte del ministro degli Interni italiano, ricevuta lo scorso 15 febbraio, Frontex e l’Italia hanno avviato l’operazione congiunta Hermes 2011 che interesserà l’area centrale del Mediterraneo”, recita il comunicato emesso dal quartier generale Frontex di Varsavia. “Originariamente Hermes 2011 era stata programmata per il mese di giugno, ma è stato deciso di anticiparla a febbraio. La missione dovrebbe concludersi il 31 marzo ma potrebbe essere estesa oltre il termine previsto”. Il costo preventivato per le operazioni è di due milioni di euro e sarà interamente coperto dalla Commissione europea.

Un team di pronto intervento dell’agenzia europea è già stato inviato a Lampedusa per operare a fianco delle autorità militari italiane nel “monitoraggio sul campo di quanto accade” e nel “rafforzamento della sorveglianza dei confini esterni dell’Unione europea”. Sempre secondo Frontex, “l’agenzia è attenta alla situazione migratoria di Lampedusa e il monitoraggio viene effettuato in stretto collegamento con il Frontex Operational Office del Pireo, Grecia”.

Sarà comunque l’Italia a guidare Hermes 2011 e a fornire tutte le unità navali e gli equipaggi che pattuglieranno il Canale di Sicilia per “individuare e prevenire l’attraversamento illegale delle frontiere per le isole Pelagie, la Sicilia e la penisola italiana”. Gli aerei e gli elicotteri per “accrescere la sorveglianza delle frontiere e le capacità di ricerca e salvataggio” saranno messi a disposizione da Francia, Germania, Italia, Malta, Spagna e Olanda. È inoltre prevista una “seconda linea” di controllo grazie al trasferimento a Lampedusa di una trentina di super esperti di Frontex nell’“identificazione delle nazionalità di provenienza dei migranti” e delle eventuali “reti dei trafficanti di persone”. Il passo successivo dello staff Ue sarà quello di dare assistenza all’Italia “nell’organizzazione delle attività di rimpatrio verso i Paesi di origine”. Gli esperti Frontex di Lampedusa forniranno - su richiesta dalle autorità italiane - le “analisi dei rischi specifici” relativi ai possibili scenari “sull’accresciuta pressione migratoria nella regione alla luce dei recenti sviluppi politici in nord Africa e sulla possibilità che si apra un ulteriore fronte migratorio nell’area centrale mediterranee” (vedi Libia n.d.a.). Il team d’intelligence sarà composto da 007 provenienti da Austria, Belgio, Francia, Germania, Italia, Malta, Olanda, Portogallo, Romania, Spagna, Svezia e Svizzera, paese quest’ultimo “extracomunitario”.

A Lampedusa sarà pure installato un ufficio mobile di Europol che fornirà il proprio supporto tecnico alla Hermes 2011 Joint Operation. Dall’ottobre 2009, l’agenzia anti-crimine dell’Unione europea è divenuta una dei principali partner di Frontex nel campo della sicurezza e dello screening-migrazioni. Al rafforzamento del dispositivo militare concorrono inoltre un centinaio di militari dell’esercito (trasferiti nell’isola grazie al “decreto d’emergenza immigrati” del presidente del Consiglio dei ministri), due corvette della classe “Minerva” (Chimera e Fenice) con 226 membri d’equipaggio e la nuova nave di “supporto logistico ed elettronico interforze” Elettra. Le unità sono dotate di sofisticati sistemi d’arma: cannoni da 76/62 mm. compatti, lanciamissili “Albatros” a otto celle, lanciasiluri A/S MK 32, lanciarazzi multipli “Barricade” e mitragliere Alenia OtoBreda-Oerlikon KBA 25/80. In posizione più avanzata, di fronte alle coste libiche, opereranno il cacciatorpediniere lanciamissili Mimbelli che terrà i collegamenti elettronici con i Comandi della Marina militare e i cacciabombardieri Eurofighter ed F-16 in “massima allerta operativa” nelle basi di Trapani-Birgi e Gioia del Colle e le unità anfibie San Giorgio e San Marco, con a bordo i marines del Reggimento San Marco e gli incursori del gruppo “Comsubin”.

Imponente anche lo schieramento della Guardia costiera. Secondo quanto annunciato dal comandante Alessandro Nicastro, sono state dirottate a Lampedusa due motovedette classe 800, specializzate nella ricerca e soccorso costiero, e due della classe 300 “realizzate per le emergenze connesse al fenomeno migratorio e dedicate al soccorso in alto mare”. Il dispositivo è integrato dagli aerei Piaggio P-166 ed ATR 42-MP operativi dalla base aeromobili di Catania Fontanarossa. A largo delle isole Pelagie sono inoltre presenti le motovedette classe 2000 e classe 200, impegnate nel pattugliamento costiero e d’altura, e i pattugliatori della classe 900, con un’autonomia di diversi giorni. Complessivamente il personale della Guardia costiera impegnato nell’emergenza-sbarchi è di un centinaio di uomini di equipaggio, una cinquantina a terra e una decina per il supporto aereo. Secondo il quotidiano la Repubblica, il ministero della difesa avrebbe autorizzato lo spostamento in Sicilia di elicotteri dell’Aeronautica e della Marina “da utilizzare in supporto al lavoro delle navi della Guardia costiera e della Guardia di finanza”.

Intanto il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha comunicato che si recherà a Catania lunedì 28 febbraio per incontrare il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, e alcuni sindaci siciliani per illustrare il piano di utilizzo del Residence degli Aranci di Mineo (proprietà della società di costruzioni Pizzarotti Parma) come “sede temporanea” dei richiedenti asilo politico. Secondo quanto anticipato dal sindaco del piccolo comune etneo, Giuseppe Castania, di ritorno da un incontro al Viminale, nella struttura saranno trasferiti “un massimo di 2.000 rifugiati, sopratutto famiglie con donne e bambini”. I richiedenti asilo “rimarranno all’interno del villaggio per sei mesi; trascorso questo tempo sarà lo stesso governo e le organizzazioni umanitarie ad adoperarsi per trovare un lavoro in Italia ed in Europa”. La conversione dell’ex villaggio dei militari USA di Sigonella a centro semi-detentivo per rifugiati sarà formalizzata con un contratto a tempo indeterminato tra il ministero degli Interni e la Pizzarotti S.p.A..

martedì 22 febbraio 2011

Grand Hotel di Mineo “Deportati & C.”

Sulla strada statale Catania-Gela ci sono decine di cartelloni pubblicitari che ritraggono il “Mineo Residence” di proprietà della società Pizzarotti Parma. “Offriamo dal 1° aprile 2011 appartamenti confortevoli a 900 euro”, riportano le scritte rigorosamente in lingua inglese. Il prezzo è ottimo, davvero, si tratta di villette unifamiliari di 160 metri quadri di superficie, più giardino e barbecue, all’interno di un complesso residenziale di 25 ettari con tanto di campi da tennis, baseball e parco giochi per bambini. Sino allo scorso mese di dicembre il villaggio ospitava una parte del personale militare USA di stanza nella base aeronavale di Sigonella. Il Dipartimento della difesa ha deciso però di non rinnovare il contratto di leasing e pur di non chiudere il villaggio, Pizzarotti S.p.A. ha provato di affittare le 404 unità direttamente ai militari a canoni semi-stracciati, offrendo incluso un servizio navetta gratuito sino alla base. Conti alla mano, piazzando tutte le villette, dopo un anno sarebbero entrati in cassa poco meno di 4 milioni di dollari, un bel gruzzolo, ma meno della metà di quanto la società di Parma aveva strappato in passato al Pentagono. Gli americani a Mineo però non ci vogliono più stare e la super-offerta viene disertata. Mai disperare, però. Con l’“emergenza” sbarchi migranti ecco l’occasione per nuovi lucrosi affari. Quello che sino a ieri era il “Residence degli Aranci” viene ribattezzato “Villaggio della solidarietà” e il duo Berlusconi-Maroni concorda con Pizzarotti la conversione della struttura in “centro a quattro stelle” per immigrati-clandestini-richiedenti asilo, ecc. ecc.. Il battesimo è per domani 23 febbraio quando si avvierà la deportazione a Mineo di molti dei migranti che hanno raggiunto Lampedusa nei giorni scorsi e - nelle intenzioni del governo - finanche dei rifugiati e dei richiedenti asilo ospiti nei centri di prima accoglienza di tutta Italia.

Con un’ordinanza di protezione civile firmata dal presidente del Consiglio, il prefetto di Palermo, Giuseppe Caruso, è stato nominato commissario straordinario per l’emergenza immigrazione: potrà contare su 200 militari delle forze armate da impiegare sino al 30 giugno per la “vigilanza e la sicurezza” anti-migranti e su un milione di euro in cash per “l’avvio dei primi interventi” nel centro di Mineo. Un’impresa privata è già stata contatta per rafforzare i sistemi di controllo all’ingresso dell’ex “Villaggio degli Aranci”. In barba alle normative, non è stato esposto alcun cartello ad indicare la tipologia dell’opere, l’importo e il committente. Gli operai, debitamente sforniti di caschi, hanno lavorato pure per tutta la giornata di domenica, guardati a vista da quattro Marines USA e da una pattuglia della Military Police.

È ai militari statunitensi che è affidata ancora la vigilanza del residence. “La Marina lascerà il complesso di Mineo utilizzato dalle truppe di stanza a Sigonella, il prossimo 31 marzo, data in cui scadrà il contratto d’affitto”, spiega il portavoce regionale di US Navy, Timothy Hawkins. “Da parte del governo italiano o dei proprietari, non abbiamo ricevuto alcuna richiesta ufficiale di lasciare il villaggio prima del 31 marzo. Siamo impegnati a cooperare con i nostri partner italiani nel modo migliore e stiamo adempiendo ai nostri obblighi contrattuali con il locatore. Diversi tentativi di ottenere informazioni da parte del ministro degli Interni e da Pizzarotti & Co. sono rimasti senza risposta. Sebbene gli alloggi di Mineo siano stati svuotati, la polizia militare continuerà a controllare gli ingressi del complesso sino alla cessazione del contratto. La US Navy è incorsa in costi minimi per evacuare il complesso, buona parte dovuti alla movimentazione di attrezzature e materiali o per completare i servizi che vi svolgeva”. Sino a fine marzo, dunque, a controllare i deportati di Mineo, oltre alle forze dell’ordine e all’esercito italiano, ci penseranno pure i marines USA.

“Ancora una volta è l’opzione militare a governare tragedie e dinamiche sociali internazionali a cui l’Italia contribuisce con le proprie scelte economiche dissennate”, è il commento di Alfonso Di Stefano della Rete Antirazzista Catanese. “Alla ri-trasformazione di Lampedusa in una fortezza-prigione, all’invio di nuovi reparti militari lì come a Pantelleria, al rafforzamento dei dispositivi navali e di pattugliamento aereo si aggiunge adesso la “conversione” dei villaggi residenziali a centri di massima vigilanza. E se ciò non bastasse, spuntano come i funghi in Sicilia le stazioni radar fisse e mobili della Guardia di finanza in funzione anti-sbarco. Acquistati con fondi dell’Unione europea dalle aziende chiave del complesso militare industriale israeliano, i radar vengono installati all’interno di riserve e parchi marini, come è successo ad esempio a Capo Murro di Porco, Siracusa. Anche la proliferazione degli aerei senza pilota a Sigonella, a partire dai famigerati “Global Hawk”, risponde in parte alle logiche di repressione dei flussi di migranti nel Mediterraneo”.

Tra i tanti “meriti” del governo anche quello di avere bypassato le comunità e gli amministratori interessati al piano “accoglienza”. Il Consiglio comunale di Mineo ha votato un ordine del giorno in cui denuncia la “mancata trasparenza delle istituzioni sovracomunali per il non coinvolgimento degli Enti Locali” e chiede spiegazioni al ministro Maroni “attraverso un rapporto dettagliato sulle reali finalità del probabile centro, sulla tempistica di adeguamento delle abitazioni e sui flussi dei migranti destinati al Villaggio della Solidarietà”. L’odg si conclude però invocando “tutte quelle misure necessarie a fugare i timori per i rischi di ordine pubblico conseguenti all’insediamento di migliaia d’immigrati, al fine di salvaguardare le esigenze della popolazione locale, delle attività produttive e degli imprenditori locali”. Il sindaco, Giuseppe Castania, dichiara di non essere mai stato informato né sul numero né sullo status delle persone che il governo trasferirà a Mineo e amplifica l’allarme sicurezza. “Il governo deve chiarire cosa intende fare per far convivere all’interno di un’unica struttura persone di provenienza, lingue e religioni differenti”, spiega Castania. “Ammassare migliaia di immigrati in quel posto, potrebbe rivelarsi una scelta scriteriata, che creerebbe una grandissima sacca di emarginazione in un territorio già di per sé tormentato dall’elevato tasso di disoccupazione e di povertà”. Secondo il sindaco, a Roma ci sarebbe l’intenzione ad apportare modifiche strutturali all’interno del residence, in modo da ricavare 2.000 abitazioni ed ospitare fino a 7.000 persone. “Una situazione insostenibile, se si considera che il nostro Comune conta appena 5.000 abitanti”, aggiunge Castania. “Nel villaggio è possibile insediare invece fino ad un massimo di 1.938 abitanti, in rispetto delle norme sui volumi previsti dal piano d’insediamento”.

Il complesso residenziale fu realizzato a fine anni ’90 con variante allo strumento urbanistico, autorizzata dalla Regione Siciliana, che prevedeva un vincolo di destinazione esclusiva per “insediamento residenziale a ambito chiuso per le famiglie del personale militare USA della base aeronavale di Sigonella”, come ricorda l’amministrazione di Mineo in una lettera di diffida inviata alla Pizzarotti e Banca Intesa San Paolo, l’istituto di credito che ha finanziato il progetto. “Il provvedimento esclude esplicitamente il cambio di destinazione d’uso e il nuovo piano regolatore adottato nel 2002 dal Comune ha mantenuto il vincolo per l’area”, aggiungono gli amministratori. “Qualora si addivenisse alla scelta di una destinazione diversa del residence si dovranno attivare le procedure occorrenti per ottenere dagli organi competenti le autorizzazioni dovute”.

Da registrare infine l’ennesimo giro di valzer del governatore Raffaele Lombardo. Dopo il “sì” e il “nì” al “piano Mineo”, nelle ultime ore è giunto un “no” deciso. “Migranti e richiedenti asilo vanno ospitati in un territorio e in un ambiente nel quale ci sono opportunità di lavoro. Come la Lombardia o il Veneto”, afferma Lombardo. “Maroni mi ha comunque parzialmente rassicurato, confermandomi che al villaggio di Mineo non saranno destinati gli immigrati giunti nelle ultime settimane sulle sponde siciliane. Si prevede, invece, di ospitare i richiedenti asilo, per il tempo necessario alla valutazione dell’istruttoria. Nel residence non ci saranno militari, ma la Caritas e la Croce Rossa”. L’ennesimo gioco delle parti. Con la bugia, enorme, che a presidiare i richiedenti-detenuti ci saranno i volontari e non le forze armate.    

Mentre buona parte dell’associazionismo siciliano pro-migranti assiste in silenzio agli osceni sviluppi della vicenda, dal Friuli Venezia Giulia è giunta la dura posizione della Tenda della pace e dei Diritti. “Il residence di Mineo sorge in un’area isolata e si pone quindi come perfetta congiunzione nella guerra globale, dal sostegno ai conflitti, alla gestione dei flussi migratori attraverso politiche di detenzione e ghettizzazione”, scrive l’organizzazione. “Si tratta di un enorme business creato ad arte sulla pelle, la vita e la morte delle persone. Ancora una volta il governo potrebbe cogliere l’occasione di sfruttare lo “stato di emergenza” per perseguire i propri fini. La costruzione dei CpT ora Centri di identificazione ed espulsione (CIE) ha eluso le normali procedure di realizzazione di opere pubbliche riferendosi ad una legge sullo stato di emergenza. Forse riferendosi all’orda dei tunisini che ci stanno invadendo il governo riuscirà ad ottenere con tempi rapidi l’apertura di nuovi CIE, basterà girare la chiave alle porte dei CARA, i Centri di accoglienza rifugiati e richiedenti asilo”.

Perplessità e preoccupazioni sulla decisione di trasferire nel piccolo centro siciliano i richiedenti asilo ospitati nei vari centri di protezione disseminati in quasi 100 comuni italiani sono state espresse pure dall’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) e dal Consiglio italiano rifugiati (CIR). “Una soluzione del genere significherebbe sradicare persone e famiglie che hanno già avviato un percorso di integrazione e trasferirle in un luogo dove queste condizioni non sussistono”, ha dichiarato la portavoce UNHCR, Laura Boldrini. “È sorprendente che per far posto agli ultimi immigrati arrivati dalla Tunisia, che sono per lo più migranti economici, si vada a intaccare e a mettere in discussione l’intero sistema di asilo, che, sia pur con dei limiti, è funzionante. Si finirebbe inoltre per stravolgere l’equilibrio dei centri di accoglienza, rallentando ancor di più il lavoro di accertamento che precede la concessione dell’asilo da parte delle “Commissioni Territoriali”.

In una lettera inviata al ministro Maroni, il CIR sottolinea come il “concentramento” di rifugiati o richiedenti asilo in una grande struttura “rappresenterebbe il contrario dell’attuale sistema di protezione coordinato dall’Anci in accordo con il ministero dell’Interno che prevede decentramento, ospitalità in piccoli centri, coinvolgimento degli enti locali e delle associazioni”. “Già una volta, nella primavera del 1999, 5.000 sfollati kosovari furono ospitati nella ex base Nato di Comiso in Sicilia e inevitabilmente in poco tempo la situazione divenne totalmente ingovernabile”, scrivono ancora i rappresentanti del CIR. “Chiediamo un ripensamento sull’utilizzo del Villaggio degli Aranci di Mineo che potrebbe effettivamente servire come centro di smistamento e prima identificazione delle persone solo per un limitatissimo periodo di accoglienza in caso di arrivi massicci dal nord-Africa, caso che non è affatto da escludersi considerando anche l’attuale situazione in Libia”.

Contro le accoglienze-detenzioni dei cittadini africani in fuga si schierano invece la Commissione episcopale per le migrazioni (Cemi) e la Fondazione Migrantes. Ponendo la necessità di imboccare “percorsi strutturali politici e sociali di integrazione” per chi arriva in Italia, le due organizzazioni chiedono di valutare la possibilità di “un decreto flussi straordinario per offrire regolarmente un lavoro agli immigrati”. Una richiesta semplice e sostenibile che minerebbe gli interessi dei profittatori dell’Emergenza Migranti S.p.A..

lunedì 21 febbraio 2011

Affari e misteri sulla rotta Italia - Libia

Sono ancora tante le zone d’ombra nella storia delle relazioni politiche e militari tra Italia e Libia. Il 31 ottobre scorso, il ministro degli Esteri libico Abdurrahman Shalgam, ha ulteriormente complicato il lavoro di storici ed analisti, rivisitando gli eventi di guerra della primavera 1986, quando l’allora presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, diede l’ordine di bombardare Tripoli e Bengasi. La notte del 14 aprile decine di cacciabombardieri F-111 schierati in due basi britanniche e gli aerei della VI Flotta di stanza nel Mediterraneo distrussero caserme militari e abitazioni civili, causando la morte di 37 persone. Obiettivo del blitz Usa l’assassinio del colonnello Muammar Gheddafi, accusato – senza prove - di finanziare il terrorismo internazionale.

“Avvisate il colonnello!”
 
“Gheddafi si salvò – ha dichiarato Abdurrahman Shalgam – perché due giorni prima dell’aggressione Craxi mi mandò un amico comune italiano per dirmi: ‘Attenti, il 14 o il 15 aprile ci sarà un raid americano contro di voi’. In quell’occasione gli Stati Uniti utilizzarono la base di Lampedusa, ma contro la volontà del governo italiano, perché Roma era contraria all’uso dei cieli e dei mari nazionali per l’aggressione”.
Per il ministro libico, l’Italia faceva il doppio gioco. Nel nome dei comuni interessi (principalmente le forniture petrolifere all’Eni), l’allora presidente del consiglio Bettino Craxi avrebbe chiesto al proprio consigliere diplomatico, l’ambasciatore Antonio Badini, di preavvertire il governo libico delle intenzioni di guerra del partner Nato. Allo stesso tempo Palazzo Chigi sosteneva l’intervento “anti-terrorismo” di Washington. Un equilibrismo sul filo del rasoio. Se è pur vero, infatti, che in occasione dell’attacco Usa del 14 aprile 1986 l’Italia non autorizzò i bombardieri Usa a sorvolare lo spazio aereo nazionale, gli aerei cisterna per rifornire in volo gli F-111 partirono da una base Usa in Italia (probabilmente Sigonella), mentre tutti i porti civili e militari siciliani ospitarono le soste tecniche delle unità navali della VI flotta, alla vigilia e dopo i bombardamenti su Tripoli e Bengasi.
 
“Quell’attacco americano fu un’iniziativa impropria, un errore di carattere internazionale”, ha commentato Giulio Andreotti, al tempo ministro degli Esteri del governo Craxi. “E credo proprio che dall’Italia partì un avvertimento per la Libia”, ha aggiunto il senatore a vita, confermando le “rivelazioni” libiche. Ancora più esplicita la vecchia guardia del partito socialista italiano. “Gheddafi salvato da Craxi?”, ha dichiarato Gianni De Michelis, più volte alla guida della Farnesina e ministro del lavoro nei giorni del conflitto Usa-Libia. “Si sapeva da tempo che i rapporti tra Roma e Tripoli erano più che buoni. Se c’è un filo conduttore tra la Prima e la Seconda Repubblica è senza dubbio il rapporto tra Roma e Tripoli. Da Andreotti a Craxi fino a Berlusconi, Prodi e D’Alema, si è sempre mantenuto saldo il rapporto. La Libia è quasi parte d’Italia e noi non abbiamo fatto mai mistero delle nostre idee e dei nostri contatti coi libici (…) Craxi fece avvertire il governo libico e anche gli americani subito dopo cercarono agganci, tant’è che alla fine hanno trovato una composizione anche per la strage di Lockerbee”. Anche l’allora responsabile esteri del Psi, Margherita Boniver, ha confermato l’“aiuto” di Bettino Craxi: “L’operazione militare non era condivisa e per questo il governo italiano mise in guardia Gheddafi. Ed usò tutti i mezzi a sua disposizione...”.
 
La rivisitazione storica di quegli eventi era già iniziata, sempre in casa dell’(ex) garofano, durante la campagna di beatificazione del defunto leader socialista. “Fu Craxi a informare Gheddafi dell’imminente blitz americano, permettendo al leader libico di salvarsi”, rivelò nel 2003 Cesare Marini, senatore Sdi. Non è stato dunque uno scoop quello di Abdurrahman Shalgam. Del doppio canale diplomatico si sapeva da tempo.
 
 
Giochi di guerra nel Mediterraneo
 
Ecco perché le dichiarazioni dell’alto rappresentante dell’esecutivo libico hanno prodotto forti perplessità e qualche risentimento tra alcuni dei protagonisti politici che nel biennio 1985-86 si opposero alla campagna di guerra nel Mediterraneo, denunciando altresì l’asfissiante processo di militarizzazione della Sicilia che ne derivò. Gli esponenti dell’allora forte movimento pacifista siciliano ricordano che l’Italia era in prima linea contro la Libia a fianco di Washington e che proprio Bettino Craxi e l’intero partito socialista erano tra i più accesi denigratori dei pacifisti, accusati tutti di essere manovrati e finanziati da Gheddafi. L’on. Agostino Spataro, ex componente Pci delle Commissioni Affari esteri e Difesa della Camera dei Deputati, ricorda su Aprile che nonostante l’“avviso”, sotto le bombe statunitensi morì la figlioletta adottiva di tre anni del colonnello libico. “In realtà – spiega l’ex parlamentare - quella notte è accaduto quello che da tempo si temeva, e si sapeva, ovvero che l’amministrazione Reagan aveva già pianificato l’attacco alla Libia”.
Spataro aggiunge che a seguito dell’attacco, il 15 aprile 1986, la Libia rispose con il lancio di due missili Scud contro la stazione Loran dell’Us Guard Coast ospitata nell’isola di Lampedusa. “Gheddafi, infuriato per la vile, indiscriminata aggressione, non indirizzò la rappresaglia verso uno dei tanti possibili obiettivi Usa, ma scagliò i suoi missili contro l’Italia ovvero contro il paese-amico il cui capo del governo l’aveva avvisato dell’imminente pericolo. Ma quei due missili partirono dal suolo libico e soprattutto raggiunsero effettivamente Lampedusa? Già allora affiorarono seri dubbi, sia per la scarsa potenzialità ed efficienza della tecnologia militare libica e sia per fatto, non secondario, che i lampedusani non si accorsero dell’arrivo dei due potenti ordigni. Ancora oggi si sconosce il punto esatto dell’impatto. Nessuno è in grado di dimostrare che i due missili siano arrivati a Lampedusa e o nelle sue immediate vicinanze”.
 
Per il socialista Cesare Marini si trattò di mera “finzione”: il lancio dei missili su Lampedusa fu solo un espediente depistante, “utilizzato per coprire l’amico italiano” d’avanti agli Stati Uniti. “Di certo io non mi sono spaventato”, ha dichiarato l’immancabile Giulio Andreotti. “La mia sensazione è che i missili furono lanciati ma volutamente fuori bersaglio: non c’era nessuna volontà di causarci dei danni”. Una vera e propria fiction di guerra, dunque.
 
Il pomeriggio del 15 aprile 1986, gli abitanti di Lampedusa avvertirono due boati a largo dell’isola. Il primo dispaccio di agenzia parlò di “cannonate sparate da una motovedetta libica”. Qualche minuto dopo si parlò del “Bang” dovuto al passaggio a bassa quota di aerei supersonici. Intorno alle 18 le autorità americane informarono il ministro della Difesa italiano, Giovanni Spadolini, del lancio di due missili contro l’isola. Gli ordigni però erano caduti a un paio di chilometri dalla costa. Il giorno successivo l’ambasciatore libico a Roma confermò l’attacco: “I missili sono venuti dalla Libia. Ma non abbiamo cercato di colpire l’Italia ma una base Usa”.
 
 
Due missili che si sono persi nel nulla
 
Ma che accadde realmente quel giorno? A rendere più torbidi i contorni della vicenda ci ha pensato l’ex generale, Basilio Cottone, siciliano originario del comune di Raccuia (Messina), capo di stato maggiore dell’Aeronautica militare dal 1983 al 1986. In un’intervista al quotidiano Pagine di Difesa del 20 settembre 2005, Cottone, si è detto scettico del lancio dei missili libici. “Sono stato responsabile dell’approntamento della reazione italiana al lancio dei missili su Lampedusa”, ha esordito l’ex militare. “Personalmente non ho mai creduto che siano stati lanciati missili da parte libica contro il territorio italiano. Ma, poiché allora tutti lo credevano, ho ritenuto di operare di conserva. La notizia del lancio dei missili per me era falsa e le azioni messe in atto volevano accreditarla. Molte organizzazioni extranazionali erano allora interessate al fatto che il governo italiano adottasse una politica di più forte chiusura nei confronti della Libia. È da tener presente che negli anni ‘70 e gli inizi degli ’80, gli attentati terroristici contro obiettivi occidentali erano numerosi. Tra questi: dirottamenti di aerei passeggeri, abbattimenti di velivoli commerciali, strage alla Olimpiade di Monaco del ‘72 e attentato di Fiumicino della fine del ‘73. In questo quadro si inserisce la missione in Libia di Argo-16 con la quale sono stati fatti rientrare i terroristi palestinesi arrestati a Fiumicino mentre preparavano un attentato a un velivolo di linea israeliano. Questi, e altri eventi successivi, portarono a un irrigidimento politico da parte degli occidentali verso la Libia di Gheddafi”. Basilio Cottone sostiene che “qualcuno” tentò di creare le condizioni per incrinare irrimediabilmente le relazioni Roma-Tripoli. “Da qui alle notizie dei missili su Lampedusa la strada fu breve. Penso, sia stata un’azione di ‘servizi’ che hanno montato la cosa, però il fatto ha assunto credibilità internazionale ed è rimasto nell’immaginario collettivo il lancio concreto”.
 
Alle parole dell’ex capo di stato maggiore, hanno fatto seguito quelle del generale Mario Arpino, successore di Cottone alla guida dell’Aeronautica. In un’intervista a L’Espresso (25 novembre 2005), Arpino ha ammesso che le forze armate non raccolsero mai nessuna prova evidente dell’attacco missilistico. “I nostri radar non erano in grado di scoprire missili di quel genere”, ha aggiunto il generale. “Avevamo chiesto alla Nato di fornirci degli Awacs, radar volanti molto potenti, ma ci furono concessi mesi dopo. Io ero responsabile della sala di crisi e gli americani non mi comunicarono nulla. Se informavano qualcuno, lo facevano a livello politico. So con certezza che non venimmo nemmeno avvisati del raid contro Tripoli. Ricordo la sorpresa quella notte quando i nostri radar scoprirono gli aerei diretti in Libia”.
Prima della nomina ai massimi vertici dell’AMI, Basilio Cottone era stato comandante della 5° Ataf di Vicenza, la forza aerotattica della Nato, e successivamente rappresentante militare italiano presso il Comitato dell’Alleanza Atlantica di Bruxelles. Dimessosi dalle Forze Armate, l’alto ufficiale fu nominato, il 14 aprile 1993, presidente del consiglio d’amministrazione dell’Agusta Spa, società leader nella produzione di elicotteri da guerra. Ai vertici dell’industria di elicotteri, Cottone ci resterà ininterrottamente per sette anni, per poi divenirne consigliere. L’ingresso del generale in Agusta avvenne quattordici giorni prima della caduta del primo governo di Giuliano Amato (Psi), ministro della difesa il siciliano Salvo Andò (Psi) e sottosegretari due potenti politici della provincia di Messina, Salvatore D’Alia (Dc) e Dino Madaudo (Psdi). La nomina del generale Cottone fu adottata dall’allora commissario liquidatore dell’Efim, Alberto Predieri, dopo l’arresto del manager Roberto D’Alessandro, ex presidente Agusta - poi prosciolto - nell’ambito dell’inchiesta sul pagamento di tangenti a favore del Partito socialista per la fornitura di 12 elicotteri alla Protezione civile (ministro, allora, Nicola Capria, Psi e anch’egli messinese).
L’1 settembre 1993, un’altra inchiesta, “Arzente Isola”, avrebbe coinvolto l’Agusta relativamente ad una transazione di armi gestita da alcuni faccendieri messinesi sulle rotte Italia-Antille Olandesi-Perù-Siria. Nello specifico, nella primavera del 1992 fu avviata la trattativa per il trasferimento di dodici elicotteri CH47 “Agusta” alla Guardia nazionale dell’Arabia Saudita. Tra gli intermediari dell’affaire, il noto trafficante d’armi arabo Adnan Kashoggi ed imprenditori vicini all’entourage dell’odierno presidente del consiglio italiano. Alla fine, però, l’inchiesta giudiziaria si arenò nelle sabbie mobili della Procura di Messina.
 
 
Armi e cemento per i partner nordafricani
 
L’Agusta, oggi AgustaWestland, è con l’Eni una delle prime società italiane tornate ad operare in Libia dopo il riavvicinamento Roma-Tripoli. Nel gennaio del 2006 sono stati forniti alle forze armate libiche, 10 elicotteri A109 Power, valore 80 milioni di euro, destinati al “controllo delle frontiere”. La società italiana ha pure sottoscritto un accordo con la Libyan Company for Aviation Industry per costituire una joint venture (la Libyan Italian Advanced Tecnology Company - Liatec), per lo sviluppo di attività nel settore aeronautico e dei sistemi di sicurezza. L’anno successivo è stata la volta di Finmeccanica, la holding che detiene il controllo di AgustaWestland, a firmare un accordo con il governo libico per la creazione di una joint venture nel campo dell’elettronica e dei sistemi di telecomunicazione per la difesa, con target il mercato libico e parte del continente africano. Nel gennaio 2008, Alenia Aeronautica, altra società del gruppo Finmeccanica, ha siglato con il ministero dell’Interno libico un contratto del valore di oltre 31 milioni di euro per la fornitura del velivolo da pattugliamento marittimo ATR-42MP “Surveyor”.
 
L’industria bellica italiana attende trepidante la ratifica del Trattato di cooperazione italo-libico sottoscritto da Silvio Berlusconi e dal colonnello Gheddafi. All’articolo 20 del Trattato si prevede infatti “un forte ed ampio partenariato industriale nel settore della Difesa e delle industrie militari”, nonché lo sviluppo della “collaborazione nel settore della Difesa tra le rispettive Forze Armate”, mediante lo scambio di missioni di esperti e l’espletamento di manovre congiunte (anche se è dal 2001 che le marine militari di Italia e Libia effettuano annualmente l’esercitazione “Nauras” nel Canale di Sicilia). I due paesi s’impegnano altresì a definire “iniziative, sia bilaterali, sia in ambito regionale, per prevenire il fenomeno dell’immigrazione clandestina nei Paesi di origine dei flussi migratori”.
 
Non è stata certo una coincidenza che le dichiarazioni del ministro Shalgam sul pre-avvertimento del bombardamento Usa nel 1986 siano coincise con il convegno organizzato a Roma dalla fondazione guidata dall’ex ministro Beppe Pisanu, presenti Giulio Andreotti, il ministro degli Esteri Franco Frattini, il figlio primogenito del leader libico, Saif El-Islam, e il gotha dell’imprenditoria italiana (Eni, Enel, Telecom, Unicredit, Trenitalia, Bnl, Fondiaria-Sai, Impregilo, ecc.). In cantiere ci sono opere “compensatorie” dei crimini coloniali italiani per 5 miliardi di dollari da realizzare in Libia nei prossimi 20 anni. Il Trattato di cooperazione Italo-libico prevede espressamente che saranno le aziende italiane a realizzare i progetti infrastrutturali.
Intanto il capitale libico fa incetta di pacchetti azionari delle maggiori società italiane. Acquisito il 4,9% di Unicredit, la Central Bank of Libya starebbe per rilevare una quota tra l’1 e il 2% di Terna, la società che gestisce la rete elettrica nazionale. I libici starebbero pure per fare ingresso in Impregilo, il colosso delle costruzioni italiane, general contractor per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina, del Mose di Venezia e di importanti tratte della TAV ferroviaria. I libici punterebbero ad acquistare circa il 5% del capitale, ottenendo pure un posto nel consiglio d’amministrazione d’Impregilo. In Libia, del resto, il gruppo italiano ha costituito qualche mese fa una joint venture per realizzare tre università nelle città di Misuratah, Tarhunah e Zliten (valore del contratto, 400 milioni di euro).
 
Al convegno di Roma del 31 ottobre, l’amministratore delegato d’Impregilo, Massimo Ponzellini, è comparso accanto a Saif El-Islam. Cresciuto all’ombra dell’ex presidente del consiglio Romano Prodi, dopo aver ricoperto l’incarico di direttore generale del centro studi Nomisma e dirigente superiore dell’IRI, Massimo Ponzellini passò a sedere nel consiglio d’amministrazione di Finmeccanica. Amministratore delegato della holding di controllo del complesso militare industriale italiano è stato pure Alberto Lina, amministratore delegato d’Impregilo sino al 2007.
Armi e cemento segnano la strategia di penetrazione in nord Africa del capitale finanziario nostrano. “Italiani? Brava gente…”.
 
Articolo pubblicato in Agoravox.it il 5 novembre 2008

giovedì 17 febbraio 2011

Arriva in Sicilia l’Emergenza Migranti S.p.A.

Grandi affari all’orizzonte con l’emergenza migranti di Lampedusa. Dopo il blitz in Sicilia del presidente del consiglio Berlusconi e del ministro Maroni, dal cilindro del governo è uscita una proposta senza precedenti in Italia. Quella di trasformare l’ex “residence degli aranci” di Mineo (Catania) nel “villaggio della solidarietà” per rifugiati e immigrati. Non si tratta della solita caserma dell’esercito abbandonata ma di un complesso con 404 villette indipendenti, dotato di strutture commerciali, palestre, campi da tennis e football, un asilo nido, una sala per le funzioni religiose e 12 ettari di spazi verdi. Sino a qualche mese fa era uno dei tanti villaggi della piana di Catania destinati ai militari di stanza nella base USA di Sigonella. In futuro potrebbe diventare un “centro residenziale a 4 stelle” per stranieri, ma aldilà dei pronunciamenti, pare che le idee non siano del tutto chiare e concordi. Il governatore della Sicilia, Raffele Lombardo, si dice d’accordo con il ministero dell’Interno sulla “possibilità di ospitare temporaneamente gli immigrati giunti in questi giorni a Lampedusa”. Il 14 febbraio, alla fine della riunione del Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza, Roberto Maroni conferma l’ipotesi di Lombardo, ma 24 ore dopo cambia la destinazione d’uso del villaggio. “L’idea del governo è quella di ospitare a Mineo tutti i richiedenti asilo, anche quelli oggi distribuiti nei centri di accoglienza di tutto il territorio nazionale”, dichiarerà il ministro dopo il sopralluogo nell’ex residenza dei militari di Sigonella. “L’idea di realizzare un villaggio della solidarietà è venuta al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. L’ex base NATO è in ottime condizioni, è dotata di strutture sanitarie, di pronto intervento, di una mensa. È inutilizzata e sarebbe sprecata come ricovero per i clandestini, ma sarebbe utile per i rifugiati in giro per l’Italia. Sono nuclei familiari, donne, bambini. Mineo potrà essere la sistemazione ottimale e diventare un modello di assistenza e solidarietà di grande efficienza, con il coinvolgimento di associazioni, della Croce rossa ed Enti locali”. Il “temporaneo” diventa permanente, i “clandestini” richiedenti asilo.

È la sociologa delle migrazioni Tania Poguish a stigmatizzare i valzer del Viminale in materia di accoglienza. “Non convince proprio il buonismo del governo che appoggiava i dittatori come Ben Alì e Mubarak e che ha costruito prima socialmente e poi tradotto in legge una serie di norme disumane per difendere l’Occidente dai clandestini criminali che giungevano dal mare”, afferma Poguish. “In un contesto socio-politico scandito da una retorica securitaria che si è espressa nella cosiddetta legge sulla sicurezza, appaiono incredibili le parole del ministro Maroni sui richiedenti asilo, chiamati fino a qualche giorno fa clandestini e con cui bisognava mostrare i denti ed essere cattivi. Come non ricordare il lungo elenco di tragedie e dolori, la politica violenta ed arrogante che da più di un anno non consentiva a nessuno di raggiungere le varie sponde del Sud Mediterraneo, perché l’Italia aveva inviato navi da pattugliamento in Libia, guidate dai militari libici, pronte a mettere in campo i famosi accordi con Tripoli?” “Quello stesso capo del Viminale – aggiunge la sociologa siciliana - sbandiera adesso l’intenzione di voler accogliere creando il villaggio della solidarietà in un angolo deserto della Sicilia. Un’area che si offre a diventare un nuovo ghetto recintato e che non riconoscerà dignità umana e desiderio di libertà a tutti coloro che non necessariamente sono i richiedenti asilo, che piuttosto sono quei giovani con alti titoli di studio e formazione scesi nelle piazze del Mediterraneo arabo con una profondità di coscienza politica che lo stesso civile ed avanzato Occidente ha perso”. Per Tania Poguish, la proposta di utilizzo del centro di Mineo “mortifica ancora una volta la generazione di giovani donne e uomini che hanno un loro diritto di fuga e che le politiche securitarie travestite da un obsoleto volto umano vogliono imbrigliare nelle maglie del bieco sfruttamento”.

È altrettanto forte il sospetto che nel villaggio di Mineo si voglia confinare i migranti lontano da occhi indiscreti, secondo le logiche governative di militarizzazione e rafforzamento dei dispositivi di sicurezza. “Il ministro Maroni si è guardato bene dal chiarire se si ha l’intenzione di utilizzare stabilmente l’ex complesso USA per accogliere profughi e/o i richiedenti asilo o come ennesimo centro di detenzione ed espulsione per migranti”, affermano i rappresentanti della Rete Antirazzista Catanese e della Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella.  “Dietro il proclama del villaggio della solidarietà non si capisce come i migranti tunisini possano essere realmente accolti, quando da anni, con i respingimenti in Libia, si continua a calpestare il diritto d’asilo (negato anche a Catania ai 68 migranti deportati in Egitto nell’ottobre scorso)”. In realtà, lasciando volutamente incerta la destinazione finale della struttura, per le organizzazioni antirazziste “c’è il rischio che essa diventi un non luogo polifunzionale, contestualmente centro di detenzione e centro per i richiedenti asilo, dove polizia ed esercito fanno la guardia anche a donne e bambini, ed in generale a persone in attesa che venga riconosciuto il loro status di rifugiati o la protezione internazionale”. Un non luogo inverosimilmente superaffollato: nei piani del governo si parla di “accogliere” a Mineo sino a 7.000 persone, quando la capacità recettiva del “residence degli aranci” è di massimo 2.000.

La proposta di Berlusconi e Maroni ha avuto intanto il pregio di dividere le forze politiche siciliane della sinistra. Mentre i circoli del Prc di Caltagirone e Mineo si dicono “favorevoli all’apertura di un centro di accoglienza non militarizzato” purché ne sia dichiarata “la natura civile, democratica, aperta all’ingresso e al controllo del mondo dell’informazione, del volontariato, dell’associazionismo che opera a sostegno dei diritti dei migranti”, Sinistra Ecologia e Libertà ritiene che la decisione di utilizzare il residence sia una “scelta scellerata che testimonia ancora una volta l’incapacità del governo Berlusconi di intervenire sulle grandi questioni che investono il paese”. “Questa decisione folle, con il silenzio complice del Governo Lombardo – aggiunge SEL Sicilia - è l’ennesimo regalo agli appetiti xenofobi e razzisti della Lega che pensa di nascondere il problema, impedendo a migliaia di migranti di varcare lo Stretto, concentrando tutto in un solo territorio”. Sulla stessa lunghezza d’onda il sindaco di Caltagirone, Francesco Pignataro (centro-sinistra). “Il problema dell’immigrazione non è della Sicilia, ma dell’Italia e dell’Europa, altrimenti diventa un problema difficilmente gestibile se non con interventi di ordine pubblico”, dichiara Pignataro. “Il potenziale arrivo di migliaia di migranti a Mineo è una bomba a orologeria che rischia di essere un esempio di ulteriore marginalizzazione e un attentato alla dignità delle persone. Di fronte all’emergenza Lampedusa, il Comune di Caltagirore è stato tra i primi a dichiararsi disponibile. Stiamo costruendo col Viminale un centro di accoglienza per 88 minorenni immigrati, un progetto è in corso per accogliere decine di rifugiati politici. L’accoglienza funziona se è diffusa, non se si concentrano immigrati in una zona avulsa dal contesto territoriale”. Contrario pure il sindaco Pd di Mineo, Giuseppe Castania. Per quest’ultimo, però, la preoccupazione maggiore va alla “sicurezza nelle campagne” e al rischio furto ad abitazioni e centri agrituristici. Anche qui nessuno è immune dal falso sillogismo migrazione - clandestinità – criminalità.

Il colpo più riuscito a Berlusconi e Maroni è però quello di aver imposto l’idea-immagine che il “villaggio della solidarietà” di Mineo sorgerà nelle “case di proprietà degli Stati Uniti” o nell’“ex base USA e NATO”, secondo quanto riportato dai maggiori organi di stampa nazionali e locali. Eppure il residence non è assolutamente di proprietà delle forze armate italiane o statunitensi, ma bensì di una grande impresa di Parma, la Pizzarotti S.p.A., che lo ha affittato per dieci anni, dietro canoni milionari, al Dipartimento della Marina Militare USA. Quando il 26 gennaio 2010 Washington ha deciso di revocare il contratto, la Pizzarotti si è lanciata nella ricerca di nuovi possibili locatari del villaggio. Inizialmente si è provata la carta del “sociale”, proponendo l’utilizzo di “alcuni spazi per le ex detenute”, la riconversione “a luoghi di detenzione alternativi al carcere per le detenute madri”, a “centro accoglienza per immigrati e tossicodipendenti”, finanche a polo di ricerca dell’Università di Catania. Poi si è tentato il business immobiliare proponendo alla Regione Siciliana e ai comuni del comprensorio un progetto di “nucleo sociale polifunzionale”, mettendo cioè a disposizione “case in affitto a canone agevolato nonché spazi per le attività sociali di enti pubblici e cooperative”. I tentativi non devono però essere andati a buon fine e un paio di mesi fa la società ha lanciato una campagna pubblicitaria con tanto di cartelloni in lingua inglese invitando le famiglie dei militari USA a non abbandonare Mineo. “A sbloccare l’empasse ci pensa adesso la nuova emergenza sbarchi”, commentano i rappresentanti della Rete Antirazzista e della Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella. “Ancora una volta le “emergenze” umanitarie servono a favorire gli interessi dei privati. Come mai non si è pensato di utilizzare in Sicilia altre infrastrutture di proprietà pubblica, a partire ad esempio dalle centinaia di villette che gli statunitensi realizzarono a Comiso alla vigilia dell’installazione dei missili nucleari Cruise e che dopo il ritiro dei contingenti USA sono state abbandonate alla mercè di vandali e occupanti abusivi?”

La Pizzarotti S.p.A. è una delle più importanti società di costruzioni ed è impegnata nella realizzazione di grandi opere infrastrutturali e centri abitativi in Italia e all’estero. In Sicilia ha ottenuto dall’ANAS lo status di general contractor per i lavori della nuova autostrada Catania-Siracusa, una commessa di 473,6 milioni di euro. Ma la S.p.A. di Parma è soprattutto una delle aziende di fiducia delle forze armate USA. Nell’ultimo decennio ha fatturato per conto del Dipartimento della difesa qualcosa come 134 milioni di dollari. Già nel 1979 le era stata affidata la costruzione a Sigonella di un centro destinato alla Rapid Deployment Force, la Forza d’Intervento Rapido statunitense. A metà anni ‘80 la Pizzarotti partecipò pure alla costruzione di numerose infrastrutture nella base nucleare di Comiso. Quindici anni dopo la società realizzò a Belpasso (Catania) il villaggio “Marinai” destinato ai militari di Sigonella, con 526 unità abitative e 42 ettari di estensione. La società ha pure eseguito lavori di ristrutturazione ed ampliamento delle banchine della base navale di Santo Stefano (arcipelago de La Maddalena), e realizzato una piccola tratta ferroviaria ed alcuni depositi all’interno della base US Army di Camp Darby (Livorno). Nell’aeroporto di Aviano (Pordenone), la Pizzarotti è stata chiamata ad ampliare i locali adibiti a servizi e casermaggio, mentre a Camp Ederle (Vicenza) ha costruito un complesso residenziale per 300 marines e il nuovo polo sanitario US Army. Non altrettanto bene è andata a Quinto Vicentino, dove nonostante un pre-accordo con il Comando dell’esercito statunitense per la realizzazione di un villaggio di oltre 200 abitazioni per i militari della 173^ Brigata Aviotrasportata (valore stimato 50 milioni di dollari), è giunto inatteso lo stop al progetto da parte degli amministratori locali.

Dopo i flop di Mineo e Quinto Vicentino, il 19 gennaio 2011 i manager di Pizzarotti hanno affidato i loro affari con il Pentagono nel settore del Military Housing ad uno dei principali gruppi-lobby di Washington, la Fabiani & Co.. Fondato nel 2002, Fabiani & Co. ha come obiettivo primario quello di “fornire a un gruppo ristretto di clienti strategie innovative e creative per rappresentarli concretamente di fronte al Governo federale degli Stati Uniti d’America, creando in particolare partnership per programmi con i Dipartimenti della difesa, degli Affari dei veterani e della Sicurezza interna, nel campo dei servizi e delle tecnologie avanzate che rispondono alle necessità belliche del 21° secolo e alle priorità della difesa nazionale”, come riportato nella brochure della lobby-compagnia. “I nostri clienti hanno fornito al governo USA tecnologie nel settore d’intelligence e sistemi d’arma in Afghanistan, Alaska, California e Florida, ottenendo contratti per più di sei miliardi di dollari”. I profili e le biografie dei membri dello staff della Fabiani & Co. consentono di comprenderne la portata persuasive su segretari, sottosegretari e congressisti USA. Il suo fondatore è Jim Fabiani, già direttore repubblicano del sottocomitato per il bilancio della Camera dei Rappresentanti ed ex governatore USO, l’organizzazione del Dipartimento della difesa che sostiene i familiari del personale militare. Importanti soci-manager di Fabiani sono pure Stephen R. Conafay (già vicepresidente di due colossi farmaceutici, “Pfizer” e “Glaxo Inc.” ed ex marine pluridecorato per la guerra in Vietnam) e i tre lobbisti chiamati a rappresentare Pizzarotti S.p.A., Bradford Foley, Bruce Navarro e Jeffrey Wiener. Foley, in particolare, vanta un’esperienza di tre lustri con il Pentagono: ex pilota dell’U.S. Air Force Special Operations Command (AFSOC) con “114 missioni di combattimento in Afghanistan ed Iraq”, è stato poi il responsabile del Pentagono nel campo dell’intelligence e dell’anti-terrorismo. Bruce Navarro, già consulente dei presidenti Ronald Reagan e George H.W. Bush, è stato rappresentante di numerose società produttrici o fornitrici di applicazioni militari nell’“area delle nanotecnologie, dell’intelligenza artificiale e dei sensori”. Jeffrey Wiener vanta invece una lunga esperienza come consulente dei senatori del partito democratico all’interno del Comitato per le forze armate, lavorando per “far crescere il budget riservato alla costruzione di navi da guerra e all’acquisto di sistemi d’arma destinati ai Comandi operativi speciali, alla Guardia nazionale  e alle forze della riserva”. A Roma come a Washington, di meglio la Pizzarotti non poteva certo trovare.

mercoledì 16 febbraio 2011

Debutto in Mali per Africom, il comando militare USA per l’Africa

Dal 3 novembre 2008 la Repubblica del Mali, in Africa occidentale, è sede di un’imponente esercitazione militare (“Flintlock 2008”) che sancisce l’esordio operativo del comando per le operazioni delle forze armate statunitensi in Africa (Africom), insediatosi a Stoccarda (Germania). All’esercitazione, oltre a Stati Uniti e Mali, partecipano militari di alcuni paesi africani alleati della regione; è inoltre previsto lo schieramento nell’aeroporto di Bamako, degli aerei da trasporto C-130 “Hercules” e dei nuovissimi velivoli a decollo verticale CV-22 “Osprey” del Comando per le Operazioni Speciali dell’Us Air Force, già sperimentati in Iraq. L’esercitazione si concluderà il 20 novembre.
Flintlock è la principale delle esercitazioni militari che gli Stati Uniti realizzano nell’ambito del Programma Trans-Sahara Counterterrorism Partnership (TSCTP), l’iniziativa del Dipartimento di Stato e del Pentagono per “prevenire i conflitti” ed “assistere i governi islamici moderati e le popolazioni della regione nella lotta contro l’ideologia estremista ed il terrorismo”. Secondo il Comando Africom, “il principale scopo di Flintlock 2008 sarà quello di assistere le nazioni partner a stabilire e sviluppare l’interoperabilità militare e il rafforzamento delle relazioni regionali, in supporto di future congiunte operazioni umanitarie, di peacekeeping ed intervento in caso di disastri”.
 
Già lo scorso anno, nei mesi di agosto e settembre, il Mali aveva ospitato l’edizione 2007 di “Flintlock” condotta dal 3° Special Force Group dell’Us Army con sede a Fort Bragg (Nord Carolina), a cui avevano partecipato militari di Algeria, Burkina Faso, Ciad, Francia, Gran Bretagna, Marocco, Mauritania, Niger, Nigeria, Olanda, Senegal e Tunisia. Flintlock 2007 doveva limitarsi all’addestramento preventivo ma uno strano “incidente” avvenuto il 13 settembre ha rivelato come le forze armate statunitensi siano invece il direttamente coinvolte nel conflitto che vede contrapporsi nella regione settentrionale del Mali, l’esercito nazionale ed i movimenti Tuareg della cosiddetta “Alleanza per il cambiamento”. Allora un velivolo Usa C-130, “utilizzato per sostenere le unità anti-insorgenti del Mali” – secondo quanto poi ammesso dal Pentagono – ingaggiò un combattimento contro le forze Tuareg”. L’Hercules fu pure colpito alla carlinga, ma poté fare rientro a Bamako. Non si trattò di un evento isolato: proprio nei giorni della grande esercitazione multinazionale, i militari del Mali sferrarono diversi attacchi contro i ribelli Tuareg nella regione desertica al confine tra Algeria e Niger. Vere e proprie operazioni di guerra dunque, giustificate dalla lotta a tutto campo contro il “terrorismo islamico”, anche se l’Alleanza al cambiamento dei Tuareg è un’organizzazione che in più di un’occasione ha operato d’accordo con il governo di Algeri contro il Gruppo Salafista per la Predicazione e il Combattimento (GSPC), ritenuto da Washington e dai partner Nato come l’entità pro-al Qaeda più pericolosa nella regione.
 
 
Il Mali trampolino di guerra degli Stati Uniti
 
L’asse militare Usa-Mali è uno tra i più consolidati nel continente africano. Negli ultimi due anni, il Pentagono ha trasferito al paese tecnologie militari per un valore di 7.727 milioni di dollari, mentre grazie al programma “ATA Anti-Terrorism Assistance”, la polizia del Mali è stata equipaggiata con armi leggere per un valore di 564.000 dollari. Dal 2006 lo scalo aereo di Senou, Bamako, è stato messo a disposizione delle forze armate statunitensi come “base operativa avanzata per il combattimento, la sorveglianza ed altre operazioni militari”.
 
I primi contingenti degli Stati Uniti sono giunti in Mali nel 1992, dopo la fine della prima Guerra del Golfo: si trattò allora della Guardia Nazionale dell’Alabama e del Tennessee che fu impiegata nell’addestramento delle forze armate locali. L’anno di svolta fu il 1997 quando gli Stati Uniti effettuarono in Mali due esercitazioni bilaterali e la prima esercitazione multinazionele “Flintlock”, sotto il coordinamento del 96° battaglione Us Army di Fort Bragg. Nello stesso anno, l’Us Air Force assicurò il trasporto di 680 soldati maliani in Liberia nell’ambito della controversa operazione di “peacekeeping” nel paese lacerato dal conflitto civile.
Nel 2000, grazie ad un contratto sottoscritto dal Pentagono con un contractor statunitense privato, furono consegnati i primi aiuti militari alle forze armate del Mali (armi e componenti elettroniche per gli aerei DC3). L’anno successivo, il Mali ospitò l’edizione annuale di Flintlock, a cui parteciparono ancora una volta i reparti speciali dell’esercito Usa e una componente dell’Us Navy inviata dal Comando navale Usa di Napoli. Nel marzo 2004, militari del 10° Gruppo Aviotrasportato delle Forze Speciali dell’Us Army (di stanza a Fort Carson, Colorado e Stoccarda), addestrarono in tre località del paese (Bamako, Gao e Timbouctu) le forze armate di alcuni paesi del Sahel, in operazioni “guerra al terrorismo”. Quanto appreso fu messo immediatamente in pratica in occasione di un’azione congiunta sferrata nell’aprile 2004 dalle truppe di Ciad, Mali e dalla “Joint Task Force JTF Aztec Silente” (la forza Usa d’intelligence, sorveglianza terrestre, aerea e navale con sede a Sigonella, Sicilia), contro il Gruppo Salafista per la Predicazione e il Combattimento. Nei combattimenti al confine tra Algeria e Mali persero la vita 43 presunti salafisti.
 
È stata realizzata in Mali quella che è considerata come la più imponente delle esercitazioni eseguite dagli stati Uniti nel continente africano dopo la seconda guerra mondiale. Nel giugno 2005, ancora una volta sotto le insegne di “Flintlock”, oltre 700 militari del 20° Gruppo Speciale della Guardia Nazionale (Alabama) e delle forze speciali dell’esercito giunti direttamente dall’Iraq, conducevano l’addestramento delle truppe d’elite di Algeria, Ciad, Mali, Marocco, Mauritania, Niger, Nigeria, Senegal.
 
Nel novembre 2006, la località di Kali ha pure ospitato un training di tre settimane del 10° Gruppo delle Forze Speciali dell’Us Army e dei reparti di volo del 352° Special Operations Group dell’Us Air Force di base a Mildenhall (Gran Bretagna). Si tratta, quest’ultimo, del gruppo che potrebbe essere trasferito a medio termine in Spagna o in Italia a supporto delle future operazioni di Washington nel continente africano. 
 
 
Neoliberismo ed economie di guerra
 
Agli interventi militari di routine in Mali, l’amministrazione Bush ha affiancato un milionario piano di “aiuti allo sviluppo” coordinato da USAID, l’agenzia per la cooperazione degli Stati Uniti che riveste il ruolo di componente “civile” del Comando Africom. Oltre ad operare nella prevenzione e nella lotta all’Aids e alla malaria, USAID finanzia la costruzione di scuole e centri sanitari e l’installazione di centinaia di emittenti radio. Tutte infrastrutture gestite da privati, ovviamente, nel nome del neoliberismo più sfrenato. “Sul fronte economico – scrive soddisfatto Alex Newton, direttore USAID in Mali – l’economia sta crescendo di circa il 5% l’anno, in larga parte grazie alle politiche di alleggerimento incoraggiate da USAID, come lo smantellamento di molte grandi imprese statali e l’introduzione di nuove varietà di riso e più recentemente di grano e sorgo”.
 
“Sotto il nuovo programma IICEM di USAID – aggiunge Newton - stiamo lavorando con piccoli imprenditori e il governo per sviluppare in nuove aree le coltivazioni destinate all’esportazione, come ad esempio fatto con il mango destinato principalmente all’Europa, la cui produzione è raddoppiata. Con la recente impennata mondiale nel prezzo del cibo, cosa positiva per i produttori nazionali, e lo stimolo che ciò può dare alla produzione, il Mali potrebbe divenire un esportatore di vertice di cereali alla regione”.
 
Il Mali è inoltre tra i paesi prescelti da Washington per il Millennium Challenge Corporation, il piano per “l’affermazione della libertà economica in Africa”, e sta ricevendo 461 milioni di dollari per un dissennato programma d’irrigazione di circa 15.000 ettari di terreno convertiti alla produzione intensiva di riso, congiuntamente all’ammodernamento dello scalo aereo di Bamako per consentire il trasferimento della produzione risicola al mercato internazionale.
 
Aiuti vincolati allo smantellamento dell’industria statale e alle monocolture per l’esportazione dunque, in un paese che è già il trampolino avanzato delle forze armate (e del capitale) statunitense in Africa occidentale, mentre il 60% della popolazione è condannata alla morte per fame.

Articolo pubblicato in Agoravox.it il 6 novembre 2008

martedì 15 febbraio 2011

L’Italia in guerra contro i pirati somali

Autorizzate all’uso della forza le unità della flotta Nato inviate in Somalia per proteggere gli aiuti alimentari del World Food Program, ma nei fatti impiegate contro possibili attacchi alle petroliere e alle navi cargo che transitano nell’area. Lo rende noto il Dipartimento di Stato Usa attraverso il proprio sito internet America.gov.
“La Risoluzione n. 1838 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite invita le nazioni interessate a usare i propri strumenti per contrastare la pirateria lungo la costa della Somalia”, si legge nella nota a firma di Jacquelyn S. Porth. “Le acque somale stanno diventando sempre più pericolose per gli assalti dei pirati alle navi commerciali che trasportano cibo, armi e munizioni. Più di 60 navi sono state attaccate nel 2008, e il riscatto in denaro pagato ai pirati ogni volta, è cresciuto a più di 100 milioni di dollari”.
 
Guerra ai pirati nel nome della libertà di navigazione quella lanciata dalla forza multinazionale Standing Naval Marittime Group 2 (SNMG2) della Nato. Si tratta di sette unità “dall’elevata prontezza operativa, mobile e flessibile” appartenenti a Germania, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Turchia e Stati Uniti, e sotto il comando dell’ammiraglio italiano Giovanni Gumiero. Top secret le regole d’ingaggio e le modalità operative per impedire gli assalti nel Golfo di Aden. In verità il tono della risoluzione 1838, presentata da Francia e Stati Uniti e approvata dal Consiglio di Sicurezza il 7 ottobre 2008, è abbastanza generico, ma proprio per questo pericolosamente ambiguo. Il Consiglio di Sicurezza fa “appello agli Stati le cui unità navali e gli aerei militari operano in alto mare e nello spazio aereo prossimo alle coste della Somalia ad usare le misure necessarie, in conformità con la legge internazionale, per la repressione degli atti di pirateria”. “Misure necessarie”, dunque, che nell’assenza di regole rigide, lasciano a chicchessia ampie facoltà d’interpretazione ed azione. Nel caso della flotta Nato, la potenza di fuoco delle unità non promette nulla di buono. Ci sono cinque fregate, una nave appoggio e un cacciatorpediniere, l’italiano “Durand de la Penne”, fornito, quest’ultimo, di sistemi missilistici Standard SM-1MR, Aspide e Teseo MK2, siluri MU90, cannoni Super Rapido e Compatto dell’Oto Melara (più due elicotteri AB-212 ASW).
In che modo la “guerra alla pirateria” risponda al dettato dell’articolo 11 della Costituzione italiana è proprio difficile da comprendere e non sarebbe male che il ministro della Difesa spiegasse alle Camere e ai cittadini chi, come, quando, perché e con quali regole, ha deciso che il nostro Paese si lanciasse al comando dell’odierna crociata contro gli assaltatori somali. La Marina Militare non è nuova a operazioni di protezione di mercantili in transito nei mari più pericolosi del mondo, ma sino ad oggi gli interventi sono stati circoscritti alla mera prevenzione armata. Quando nel luglio 2005 l’allora ministro Antonio Martino decise l’invio nel Golfo di Aden di una fregata e di un pattugliatore in chiave anti-pirateria, esse si limitarono alla “sorveglianza, dissuasione ed alla scorta dei mercantili nazionali”.
Trattandosi poi di un’operazione solo “italiana”, non si rischiò di essere coinvolti in un’eventuale operazione di guerra decretata da paesi terzi. Stavolta invece, per la sospetta genericità del testo della Risoluzione ONU, un’unità militare in transito nelle coste somale potrebbe sentirsi legittimata a sferrare, unilateralmente, un attacco contro qualsiasi obiettivo considerato “pirata”. Con conseguenze imprevedibili che potrebbero investire gli altri attori che operano nell’area, creando perfino le condizioni per l’escalation bellica in Corno d’Africa a cui tanti oggi aspirano.
 
La Risoluzione 1838 non definisce inoltre possibili catene di comando nelle operazioni, ma si limita ad un invito ai singoli paesi e alle organizzazioni regionali in lotta contro la pirateria, “a coordinare le loro azioni”. In realtà quanto sta accadendo rassomiglia più ad una disordinata e, per certi versi competitiva rincorsa internazionale alla militarizzazione delle acque e dei cieli del Corno d’Africa. Oltre alle unità della Flotta Nato, dal maggio 2008 sono presenti nel Golfo di Aden navi e sottomarini di Canada, Francia, Germania, Gran Bretagna, Pakistan e Stati Uniti (il cacciatorpediniere Uss Howard). A ottobre sono giunte una fregata lanciamissili russa, una portaelicotteri indiana e un’unità da guerra keniana. Da Bruxelles l’Unione Europea ha fatto sapere che entro il mese di dicembre sarà inviata in Somalia una task force composta da unità navali ed aerei di Belgio, Cipro, Francia, Germania, Gran Bretagna, Lituania, Olanda e Svezia. Anche la Lega Araba dovrebbe decidere a giorni la costituzione di una forza aeronavale anti-pirateria.
 
Per l’Unione Europea si tratta della prima missione militare congiunta extra-area. Decisa senza il coinvolgimento del Parlamento di Strasburgo, la missione agirà sotto la supervisione del comando Nato, a conferma della subalternità dell’Unione Europea alle politiche militari di Washington.
 
Il Pentagono ha sviluppato in questi anni una pericolosa visione geostrategica degli interessi da difendere nel quadro della cosiddetta “libertà di navigazione”, enfatizzando una nuova minaccia per il XXI secolo, quella della cosiddetta “pirateria”. L’ammiraglio Michael Mullen, a capo delle forze congiunte della Us Navy, ha descritto la pirateria come “un problema globale a causa dei sui profondi legami con la rete criminale internazionale e l’interruzione del commercio vitale”. La nuova “Cooperative Strategy for the 21st Century” che ridisegna le strategie d’intervento delle forze navali Usa, include la “lotta alla pirateria” tra le principali “azioni di mitigazione delle minacce marittime”. Il 24 agosto 2008, il Comando Centrale dell’Us Navy ha così creato la “Maritime Security Patrol Area” (MSPA), una task force con aerei, elicotteri, navi e velivoli senza pilota per il pattugliamento delle acque somale. Anche in questo caso lo strumento militare è divenuto operativo prima che le Nazioni Unite formalizzassero la richiesta di adozione di “misure necessarie” contro i pirati.
 
La MSPA ha assunto configurazione internazionale, dato che alle unità degli Stati Uniti si sono aggiunte quelle del Canada. Secondo quanto dichiarato dall’ammiraglio Jane Campbell del Comando della V Flotta con base in Bahrein, “il numero della presenza militare nelle acque del Golfo di Aden sarà variabile”. Inoltre le operazioni si coordineranno con il Combined Joint Task Force-Horn of Africa (CJTF-HOA), il dispositivo di 2.000 militari insediato dagli Stati Uniti a Camp Lemonier, Gibuti.
 
A conferma del colpo d’acceleratore impresso da Washington al piano di penetrazione militare in Corno d’Africa, a fine novembre lascerà la base navale di Mayport, Florida, la fregata lanciamissili Uss Robert G. Bradley, per operare a tempo indeterminato agli ordini del nuovo Comando Africom di Stoccarda. La fregata è destinata ad operazioni che includono “la ricerca e l’abbordaggio di navi sospette, l’intelligence, la detenzione di persone d’interesse e la lotta alla pirateria”. Imponente la sua dotazione di armi: due elicotteri SH-60 Sea Hawk-Lamps 3, otto cannoni e decine di lanciatori di misisili anti-nave ed anti-aerei. E sempre in funzione anti-pirateria opereranno le unità dell’Us Guard Coast che il Pentagono ha deciso di trasferire stabilmente nelle acque del continente africano.

Articolo pubblicato in Agoravox.it il 7 novembre 2008