I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

mercoledì 24 agosto 2011

La Mafia non esiste! A Milazzo....

Il testo integrale scritto e interpretato da Antonio Mazzeo in occasione dello spettacolo "La mafia non esiste!" tenutosi il 23 agosto 2011 a Milazzo (Messina) e organizzato dal Presidio di Libera "Rita Atria"


“Sindaco, non mollare, questo paese ha ancora molto bisogno di voci libere che sappiano anche pensare… Forza, c’è tanta gente come me che ti stima e ti vuole bene…”. Mittente: Salvatore Cuffaro, Casa Circondariale di Rebibbia, via Raffaele Maietti, Roma.
Il Sindaco, quello di Salemi, ha prontamente risposto al detenuto che sconta una condanna definitiva a sette anni per favoreggiamento aggravato di Cosa Nostra e rivelazione di segreto istruttorio. “Totò, lo considero un amico…”, spiega ai giornalisti. “Per me è innocente. C’è una certa tendenza da parte della magistratura a considerare mafia anche ciò che non lo è”.
La mafia non esiste!
A Milazzo, perlomeno. Così, nel maggio 2006, Totò Cuffaro, governatore di Sicilia plurindagato, candidato alle elezioni regionali, giunge in città per partecipare accanto a prelati, frati, amministratori e consiglieri comunali alla processione del compatrono San Francesco di Paola. Poi in posa, sorridenti, per la foto di rito. Dopo la benedizione, i sacerdoti gli affidano il saluto ai fedeli e la preghiera al Santo dei marinai e dei naviganti. Cuffaro fa richiesta di intercessione per la città e la regione. Vince le elezioni ma non può evitare il doloroso cammino che lo ha condotto sino ai portoni di Rebibbia. 
Ma la mafia non esiste
In quegli stessi mesi, dei temerari dipingono lo sprovveduto centro tirrenico come “importante snodo” e “possibile terminale d’investimento in attività commerciali dei proventi dei traffici illeciti della mafia barcellonese”. La Relazione di minoranza della Commissione parlamentare antimafia traccia l’impietosa immagine di Milazzo cassaforte finanziaria delle cosche stragiste, riserva di caccia di riciclatori affamati di negozi, bar, pub, porticcioli, lidi balneari, discoteche, sale gioco e bische più o meno clandestine. 
Milazzo feudo post-coloniale di una borghesia scaltra, dinamica, imprenditrice, mafiosa. Generatrice di un’insperata mobilità sociale: i pescivendoli che diventano imprenditori, industriali e operatori turistici; gli spacciatori ristoratori; i sorvegliati speciali costruttori e pasticceri; i muratori con il grembiulino architetti, primari o manager sanitari; i paramedici consigliori e capo-consiglieri a vita; gli sponsor dei vecchi boss onorevoli regionali. E il suo ospedale, inossidabile centro di potere, dispensatore di carriere, denaro e pacchetti di voti.
Ma la mafia non esiste
Sin dalla metà degli anni ’90 gli inquirenti avevano identificato l’esistenza a Milazzo di una “base” operativa del boss dei boss Bernardo Provenzano. La cellula mamertina, in stretto contatto con le famiglie barcellonesi e catanesi, era stata creata per gestire traffici di droga ed estorsioni da Gino Ilardo, corriere di fiducia del fantasma di Corleone sino al suo assassinio a Catania il 10 maggio ‘96, qualche giorno prima dell’ufficiale inizio della sua collaborazione con l’Autorità giudiziaria. Gino era figlio di Calogero Ilardo, uomo d’onore di Vallelunga, e cugino del boss nisseno Giuseppe Madonia. Al tempo, un cognato del Madonia era il gestore dei bar situati all’interno delle nuove stazioni ferroviarie di Milazzo e Barcellona.
Ma la mafia non esiste
La città del Capo zona franca per le latitanze dorate di padrini, spietati killer, narcotrafficanti e gregari di mafia. Primo fra tutti, ovviamente, frà Bitto della Cattiva Morte, come potremmo in fondo chiamare Provenzano che preferiva celarsi dentro a un saio durante i suoi pellegrinaggi ai santuari del malaffare della provincia di Messina. O tali Pietro Aglieri e Benedetto Santapaola. Don Nitto, il catanese, fu arrestato in conseguenza di una soffiata partita da Milazzo nei giorni in cui, in un prestigioso hotel cittadino, alloggiavano i suoi congiunti.
Ma la mafia non esiste
Quando Santapaola latitava in uno stabile di Barcellona a due passi dall’abitazione del giornalista Beppe Alfano, erano frequenti i tour siciliani del Gran Maestro della P3, l’amico-socio di Silvio B., pregiudicato per mafia e co-indagato per le stragi di stato che sancirono la fine della prima Repubblica italiana. Gli inquirenti hanno accertato che tra il 1990 e il ‘93, Marcello Dell’Utri realizzò 58 viaggi aerei tra Roma e la Sicilia, di cui ben 34 da e per Catania. Un collaboratore di giustizia, Maurizio Avola, ha riferito di avere accompagnato nel ‘92 a Barcellona il boss etneo Marcello D’Agata per un appuntamento con Dell’Utri. Avola ha pure accennato ad un incontro, sempre a Barcellona, tra Marcello P3, Aldo Ercolano e Nitto Santapaola. “Si era creata una grande amicizia tra l’imprenditore Michelangelo Alfano, rappresentante di Cosa nostra nel messinese e il Dell’Utri, tramite Vittorio Mangano”, ha spiegato un altro collaboratore, Luigi Sparacio. “Una sera mi trovavo a casa Alfano e passò da lì Dell’Utri. Loro si appartarono e fu stappata una bottiglia di champagne. Si festeggiavano gli attentati a Falcone e Borsellino”.
Ma la mafia non esiste come non esistono le stragi di Stato
Un grosso affare stava tanto a cuore al clan Berlusconi: realizzare un ipermercato nell’ex stabilimento Montecatini di Milazzo, un investimento di 24 miliardi di vecchie lire. La trattativa venne avviata nell’estate del ‘92 e il contratto preliminare fu sottoscritto il 30 aprile dell’anno dopo. Poi il progetto si arenò per le resistenze degli amministratori. Oggi quell’area è nelle mani dei Franzantonio. All’orizzonte c’è l’ennesimo centro commerciale con tanto di parcheggi, multisala cinematografica e chi più ne ha più ne metta. Il business è seguito passo dopo passo da un legale della santissima trinità (padre, figlio e spirito santo): factotum dei traghettatori a Milazzo; assessore ai lavori pubblici a Messina; portavoce di chi sogna di trasformare Lipari in un immenso porto turistico, fra tutte una società romana, co-contraente generale del Ponte sullo Stretto, a cui un ministro-sceriffo ebbe l’ardire di sospendere il certificato antimafia per sospette contiguità con le ‘ndrine calabresi. Polo commerciale anomalo quello dell’ex Montecatini, al confine con un’area di due ettari e mezzo sotto sequestro perché c’è chi l’ha trasformata in discarica di rifiuti speciali pericolosi e un occhio puntato all’autoporto e al preannunciato “cantiere remoto” del Ponte di Messina, padre di tutte le Grandi Opere criminali e criminogene. Più che un cantiere, un’immensa pattumiera per milioni di metri cubi di inerti e di scarti dei lavori che devasteranno i profili di Scilla e di Cariddi.  Destinazione finale le antiche cave d’argilla di Venetico e Valdina. Milazzo capitale dei padrini del Ponte senza ponte.
Ma la mafia non esiste
Al punto che nessuno ha il coraggio di chiamare col suo nome completo - al massimo un sospiro, “Saro C” - l’avvocato onnipresente a Milazzo sin dal suo rientro in Sicilia, a fine anni ’90, dopo un soggiorno in un carcere di Milano per una pesante condanna per traffico di droga poi annullata. L’innominabile, origini barcellonesi e neofasciste, solo nel luglio 2005 ha finito di scontare la misura di prevenzione antimafia della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, irrogatagli nel massimo (5 anni), “per la sua pericolosità, comprovata dai costanti contatti, particolarmente intensi proprio nella stagione delle stragi, con personaggi del calibro di Santapaola, Pietro Rampulla (l’artificiere di Capaci) e Giuseppe Gullotti (capomafia barcellonese condannato definitivamente per l’omicidio Alfano)”. Un personaggio in odor di servizi e massoneria. Il Gico della Guardia di finanza di Firenze ha tracciato l’identikit di alcuni buoni conoscenti di Saro C.: un ex sottosegretario alla difesa con delega all’Arma dei carabinieri, noti politici regionali, amministratori, un prefetto, funzionari di questura, alti magistrati compreso l’odierno procuratore generale di Messina, i soci di un sodalizio culturale che ha raccolto a sé boss, parlamentari, generali, un piduista e un ex capo dei servizi segreti militari.
Ma la mafia non esiste 
Saro C. è l’anima grigia di quella che è la peggiore speculazione nel messinese degli ultimi anni, la realizzazione nella contrada frontiera tra Barcellona e Milazzo di un Parco commerciale di 18 ettari e quasi 400.000 metri cubi di cemento. Un ecomostro votato all’unanimità (e un’astensione) dal consiglio comunale del Longano, insabbiatosi dopo le denunce delle assoziazioni antimafia e il sequestro preventivo dei beni (7 milioni di euro) dei più stretti congiunti dell’avvocato. Ma cambi di destinazione d’uso e concessioni non sono stati ancora revocati. Né ci pare sia stata avviata un’indagine contro gli amministratori e i consiglieri consenzienti. La auspichiamo. E consentiteci di dire che sarebbe stato pure opportuno (ri)avviare l’iter per lo scioglimento del consiglio comunale di Barcellona per infiltrazione mafiosa.
Ma la mafia non esiste
C’è un nuovo collaboratore di giustizia, Carmelo Bisognano, già a capo della cosca dei “mazzarroti”, che ha riconosciuto in don Saro C. il “capo dei capi” di Cosa nostra messinese. Bisognano tesseva un sistema impositivo del 3%, quanto le imprese dovevano versare nelle casse criminali per la pax sociale nei cantieri. Meglio ancora se gli si affidava la fornitura di cemento e calcestruzzo. Il pozzo di san Patrizio dei clan e dei politici sodali era però la mega-discarica di Mazzarrà Sant’Andrea, dove continuano a giungere impunemente da mezza Italia rifiuti di tutti i tipi. Una bomba ecologica a cielo aperto che espande miasmi e liquami sino al residence di Portorosa. “Ad aggiudicarsi l’appalto nel 2000 per la discarica è stata la Ca.Ti.Fra. di Tindaro Calabrese, ma la gara è stata pilota”, ha raccontato il Bisognano. “Io stesso mi recai da chi voleva presentare ricorso e dissi: Non ce n’è bisogno, questa cosa ci interessa come rappresentanti barcellonesi di Cosa Nostra…”.
Azienda piglia tutto la Ca.Ti.Fra. di Barcellona PG. Meno di due mesi fa, il ministero delle Infrastrutture e l’Autorità portuale le hanno affidato i lavori di costruzione del nuovo pontile di attracco per natanti veloci di Milazzo. Settecentomila euro d’incasso. Una boccata d’ossigeno in un periodo di profonda crisi economica.  
Ma la mafia non esiste
Specie a Milazzo, dove nulla sembra turbare o scandalizzare e dove può accadere che a riqualificare la riviera di Ponente sia chiamato un costruttore che sei anni prima aveva patteggiato a Palermo una condanna per associazione mafiosa. Una presenza ingombrante che non ha però spaventato gli estortori che hanno festeggiato l’avvio dei cantieri con attentati incendiari. Un’inchiesta ha voluto far luce sull’affare, ponendo più di un interrogativo sulla professionalità di ex amministratori e anchorman televisivi. Come sia andata a finire non lo sappiamo ancora. Scorci di Ponente hanno sempre più l’aspetto dei vicoli di letame di certe favelas brasiliane; sgomitano per farsi intervistare da un indagato deputati, senatori, sindaci e pubblici funzionari.
Ma la mafia non esiste
Corpi torturati, straziati, mutilati, macellati, sgozzati, scannati, cremati, ceneri disperse nel fango dei torrenti, ossa tritate e mescolate nell’immondizia. Le discariche cimiteri senza croci e senza fiori, dove privare del lutto madri, padri, spose, figli. Dal 1983 al ‘92 tra Barcellona, Falcone e Milazzo si sono contati più di un centinaio di omicidi ed una ventina di sparizioni forzate. Una guerra di mafia scatenata dall’avvio dei lavori del raddoppio ferroviario, un morto a chilometro, 100 chilometri 100 morti. Un’interminabile sequela di stragi, omicidi eccellenti, lupare bianche, attentati per accaparrarsi subappalti e commesse, le complicità di alcuni settori istituzionali, l’oblio della memoria e della ragione, l’ipocrita indignazione dei politici, dei media, della chiesa, della borghesia rampante e parassitaria. Perché la mafia non esiste. Anche quando recide le vite degli innocenti, dei bimbi, degli adolescenti.   
E se la mafia non esiste non sono mai morti Giuseppe, Graziella, Rosario, Ignazio, Giovanni, Francesca, Rocco, Antonino, Vito, Paolo, Agostino, Eddie, Emanuela, Vincenzo, Claudio, Rita, Beppe, Pino, Attilio, Adolfo.
E se non sono morti, vuol pure dire, forse, che non sono mai esistiti. Che vaghino allora nel limbo, che si oscurino le apparizioni dei congiunti, che si serrino le nostre coscienze nell’ambiguità, nelle incertezze, nell’omertà, nella paura. Ma se ancora avvertiamo un’energia interiore, se vogliamo vivere, respirare, sperare, resistere, allora indigniamoci, ribelliamoci, invochiamo memoria e giustizia, urliamo che la “mafia esiste, esiste, esiste”. E giuriamoci che sino a quando la mafia esisterà non avremo pace e continueremo a lottare, ad opporci. A difesa della libertà e della dignità, la libertà e la dignità nostra e delle nostre sorelle e fratelli barbaramente assassinati.
Per ascoltare il monologo: http://www.youtube.com/watch?v=kpWs0XDQaok 

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