I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

mercoledì 25 luglio 2012

No al Muos, no ai droni. Per la smilitarizzazione della Sicilia


A trent’anni di distanza dalla mobilitazione di Comiso, il popolo della pace è tornato. Ed è tornato in Sicilia. L’isola è, infatti, al centro di un brutale processo di militarizzazione che ha Sigonella come sede strategica principale.

Stiamo parlando del M.u.o.s. cioè un sistema di telecomunicazioni satellitari delle forze USA, un terminale terrestre costituito da mega antenne e satelliti che sta vedendo la luce su quella che era una sughereta. Ettari di riserva naturale lasceranno il posto a questi strumenti di morte: antenne che emettono onde elettromagnetiche con ricadute sulla salute della popolazione.

Da Sigonella si daranno direttive per attacchi missilistici e droni. Già, gli aerei senza pilota, ultima frontiera della guerra del 21 secolo che aprono la via verso l’automatizzazione dei conflitti. La base Usa ne sa qualcosa, infatti ospita già numerosi droni. Tutto questo, come sempre, sulla pelle della popolazione che rischia tanto (e troppo) in termini di salute e sicurezza per pagare il solito pegno di vassallaggio nei confronti di una potenza straniera.

Davanti a questo stato di cose, il popolo della pace ha deciso di darsi appuntamento domani a Catania per lanciare una campagna estiva e autunnale di mobilitazione contro la barbarie statunitense che risponde al nome di M.u.o.s. e droni. Tra i promotori dell’iniziativa (che si terrà domani alle cinque presso la Camera del Lavoro di Catania in via Crociferi) c’è il giornalista/ saggista ed ecopacifista, Antonino Mazzeo che Zenzero ha intervistato.

- Come e perché è nata l’iniziativa di domani?

Una serie di intellettuali, docenti universitari, militanti politici e sindacali, insegnati, rappresentanti del volontariato e del mondo dell’antimafia hanno colto enorme preoccupazione per l’escalation dei processi di militarizzazione in atto in Sicilia che la vedono, da una parte, sempre più proiettata come immensa portaerei avanzata per le operazioni di guerra all’interno di uno scacchiere geografico che va dall’Oceano Atlantico fino al Golfo Persico.

Dall’altra parte l’isola è l’ultima frontiera, l’ultimo baluardo armato per impedire i flussi migratori. Per coloro che invece riescono a superare, a proprio rischio, il Mediterraneo, di fatto, la Sicilia si trasforma in centro dove rinchiudere, in condizione di piena violazione dei diritti umani, migranti riceventi asilo.

Di fronte a questa preoccupazione abbiamo elaborato una piattaforma di base in cui si fa appello alla popolazione, innanzitutto siciliana, nella prospettiva di lanciare iniziative di mobilitazione e di controinformazione che tengano conto di quello che sta accadendo.

Esistono poi forti rischi per la popolazione, penso ad esempio agli aerei senza pilota che partono dalla base di Sigonella che già adesso comportano seri rischi per il traffico aereo isolano. Ci sono state profonde limitazioni negli aeroporti di Catania Fontanarossa e Trapani Birgi, questo con conseguenze enormi dal punto di vista ambientale, sociale ed economico. Per questo riteniamo indispensabile inserire nell’agenda politica del Paese il tema della pace.

Con questo filo conduttore alle grandi battaglie e mobilitazioni di massa di trent’anni fa a Comiso contro l’istallazione dei missili di una base militare che avrebbe dovuto accogliere 112 missili Cruise a testata nucleare. Un momento che ha lanciato a livello internazionale la centralità strategica della Sicilia.

- Come è cambiata la situazione dai giorni delle mobilitazioni di Comiso?

Purtroppo i tempi sono cambiati e sono cambiati negativamente. Trent’anni di politiche neoliberiste hanno in sicuramente mutato la forza del radicamento sociale di quel movimento contro i missili a Comiso che vedeva scendere nelle piazze decine di migliaia di militanti.

Oggi la situazione è cambiata in peggio, purtroppo (e paradossalmente) è mutato il ruolo strategico della Sicilia rispetto a trent’anni fa. In questi 30 anni i conflitti si sono moltiplicati, si sono estesi dall’area nord africana a tutto il continente africano e al medio oriente. Attraverso i processi di militarizzazione del Sud Italia si è intervenuti bombardando. Penso ai Balcani, alle guerre che si sono susseguite negli anni novanta.

L’escalation di oggi che parte dalla volontà di realizzare opere come il M.u.o.s. (uno dei quatto terminali terrestri parte di un programma gestito dal Dipartimento della Difesa USA: una rete di mega antenne e satelliti per telecomunicazioni veloci) e di trasformare Sigonella in capitale mondiale degli aerei senza pilota.

Di fatto c’è un ulteriore salto di qualità in negativo. Anche perché si punta di fatto alla piena automatizzazione dei conflitti. Una situazione che pone seri problemi da un punto di vista etico e della sicurezza e che di fatto può portare da qui a qualche anno anche alla possibilità che venga scatenato un nuovo caos nucleare.

Perché non possiamo dimenticare che accanto a questi processi si assiste a livello planetario a una corsa al riarmo nucleare. E la Sicilia si trova proprio al centro di tutte le operazioni di controllo e coordinamento e comando di queste nuove strategie militari.

Insomma di motivi per aderire all’iniziativa ce ne sono parecchi,

Articolo di Roberta Fuschi pubblicato il 24 luglio 2012 in Zenzero Quotidiano, http://www.zenzeroquotidiano.it/no-al-muos-no-ai-droni-per-la-smilitarizzazione-della-sicilia/



Di seguito trovate il testo dell’appello e l’indirizzo mail per aderire

“NO AL MUOS, NO AI DRONI –  PER LA SMILITARIZZAZIONE DELLA SICILIA”


Il 4 aprile del 1982 oltre centomila sicilian* e tantissime persone giunte da tutta Europa sfilarono a Comiso per dire no alla costruzione di una base militare che avrebbe dovuto accogliere 112 missili Cruise a testata nucleare: erano parte di un poderoso movimento che per un decennio lottò per liberare il mondo dal dominio delle superpotenze di allora, convinto della necessità di un’Europa “senza missili dall’Atlantico agli Urali”.



Nel 1982 al fianco delle manifestazioni di Comiso c’era Pio La Torre, che aveva intuito come la lotta e l’impegno per la pace, contro la militarizzazione della Sicilia, si intrecciava a doppio filo con un impegno più antico: quello antimafia e per la democrazia. Intuizione talmente profonda da armare la mano della mafia che, 26 giorni dopo quella straordinaria giornata, il 30 aprile a Palermo assassinava lui e Rosario Di Salvo.



 I missili a Comiso indicavano che il nuovo fronte del conflitto si stava spostando nel Mediterraneo. A distanza di 30 anni il Mediterraneo e la Sicilia costituiscono ancora fronte e centro degli interessi di guerra: il territorio di Niscemi sta per ospitare l’arma perfetta per i conflitti del 21° secolo: il MUOS, Mobile User Objective System, mentre la base Usa e Nato di Sigonella sta per trasformarsi nella capitale mondiale dei famigerati aerei senza pilota.



Il MUOS di Niscemi è uno dei quatto terminali terrestri parte di un programma gestito dal Dipartimento della Difesa Usa: una rete di mega antenne e satelliti per telecomunicazioni veloci. È un sistema per propagare e moltiplicare gli ordini di attacco convenzionale, chimico, batteriologico e nucleare, ad uso esclusivo delle forze armate degli Stati Uniti d’America. Tre terminali sono installati nel sud-ovest dell’Australia, nel sud-est della Virginia, e nelle isole Hawaii. Il quarto ha trovato “ospitalità” nella sughereta di Niscemi, dove sono già state devastate decine di ettari di riserva naturale e dove stanno per essere montate tre grandi antenne paraboliche dal diametro di più di 18 metri e due torri radio alte quasi 150 metri che guideranno, con le loro onde elettromagnetiche, missili e aerei senza pilota. Gli studiosi non allineati con il pensiero unico dominante ne denunciano il pesante impatto sull’ambiente, sulla salute delle persone, sul traffico aereo e hanno già definito il MUOS un pericolosissimo maxi forno a microonde.



A Sigonella sono già stati installati i primi droni del tipo Global Hawk, Predator e Reaper, gli stessi utilizzati quotidianamente in Afghanistan, Iraq, Pakistan, Somalia, Yemen, Libia, per colpire obiettivi civili e militari e assassinare anziani, donne e bambini. Nei piani dei Signori del Pentagono, entro la metà del secolo le Guerre saranno del tutto automatizzate. Decisioni, piani e ordini di attacco saranno esclusivamente demandati ai robot, ai computer, ai terminali terrestri e satellitari e ai droni. Per la prima volta nella storia dell’Umanità, vita e morte, pace e guerre non risponderanno alla volontà e alla coscienza dell’Uomo.



Già ora le evoluzioni dei droni sui cieli siciliani, eticamente immorali, comportano insostenibili pericoli per le popolazioni e il traffico aereo civile. Le operazioni sugli scali di Catania-Fontanarossa e Trapani Birgi sono sottoposti a pesanti limitazioni, i passeggeri subiscono ingiustificati disagi e l’economia e il diritto di mobilità vengono irrimediabilmente compromessi. Come è stato ipotizzato da più parti, l’iperattività dei droni di Sigonella potrebbe prefigurare un’azione di guerra in Siria e, più tardi, in Iran.        



Il dilagante processo di militarizzazione dell’Isola e di trasformazione in un’immensa portaerei di morte e prigione-ghetto per i migranti e richiedenti asilo che fuggono dalle guerre africane e mediorientali ha tuttavia risvegliato la coscienza di migliaia di siciliani. Nella Sicilia sud-orientale sorgono decine di comitati di lotta contro il MUOS, mentre in provincia di Catania cresce l’allarme per la base di Sigonella. A distanza di 30 anni le riflessioni e le azioni dei protagonisti di quella stagione di lotta trovano sponda in un composito movimento formato soprattutto da giovani e giovanissimi, da associazioni e singol* cittadin*, che rifiutano l’idea di una Sicilia come portaerei e avamposto armato nel Mediterraneo, e lavorano perché la nostra isola sia piattaforma di pace e dialogo, terra capace di valorizzare le proprie risorse naturali e culturali e perché il Mediterraneo non sia più un cimitero marino ma diventi un Ponte di Pace e di cooperazione fra i popoli.



Adesso è importante potenziare le iniziative di lotta e le azioni di denuncia e controinformazione ed estendere il movimento contro le guerre in tutta la Sicilia a partire dai luoghi dove sorgono i sempre più sofisticati apparati di morte (da Augusta, base dei sottomarini e delle unità navali a capacità e propulsione nucleare, alle grandi basi radar di Marsala e Noto-Mezzogregorio, allo scalo militare-civile di Trapani-Birgi, alla stazione radar antimigranti di Melilli, all’Arsenale di Messina proposto come megadiscarica delle unità navali Nato da rottamare, ecc.).    



Facciamo appello ai cittadini siciliani di



  • riaffermare con forza e costanza un impegno e una volontà di pace
  • denunciare la continua militarizzazione del nostro territorio (da Trapani a Lampedusa, da Sigonella a Niscemi, ecc.), lo sfruttamento e la distruzione del mare, delle coste, del territorio
  • ottenere il blocco immediato dei lavori del Muos a Niscemi
  • superare le ipocrisie di chi da una parte dice di voler sostenere l’ansia di libertà dei popoli arabi e che poi in realtà utilizza le bombe anche contro civili inermi per assicurarsi il controllo delle fonti di approvvigionamento energetico
  • sconfiggere chi pensa al Mediterraneo solamente come un unico immenso mercato dentro il quale solo le merci hanno diritto a muoversi e chi ha voluto blindare le nostre frontiere, trasformando porzioni della nostra isola in lager dove tenere segregate migliaia di persone (il megaCara di Mineo ne è un vergognoso esempio)
  •  sostenere in maniera attiva i processi di liberazione dei popoli dai regimi corrotti ed oppressivi nell’area mediterranea
  • promuovere una comunità mediterranea dei diritti, per uscire insieme dalla crisi economica, costruendo con la Solidarietà un nuovo internazionalismo fra i popoli
  • rilanciare l’impegno contro le organizzazioni criminali, la borghesia mafiosa e i poteri forti, per la democrazia e la libertà
sostenere la campagna per la smilitarizzazione di Sigonella e dell’aeroporto di Trapani e la loro trasformazione in scali civili internazionali
info-adesioni: siciliacontrolaguerra@yahoo.it

sabato 21 luglio 2012

Vent’anni. Falcone, Borsellino, le stragi e le guerre


Un viaggio lungo. Lacerante. Prima l’Istria e Rijeka, poi Zagabria e infine uno stop a Lubiana. Un’orgia di nuove bandiere e canti nazionalisti, i sacchi di sabbia sotto le vetrate di market e negozi, le schegge dei mortai lasciate impresse sui muri. A futura memoria. Una libertà già pagata a caro prezzo, famiglie divise, spezzate e l’angoscia di una guerra che da lì a qualche mese avrebbe devastato la Bosnia con Mostar e Sarajevo. Rientravo a Trieste con la consapevolezza di un’innocenza ormai perduta. Sì, c’era stato lo shock della guerra in Iraq qualche mese prima, ma Baghdad e Bassora erano comunque lontane. La Jugoslavia, anzi la ex Jugoslavia, era invece aldilà dell’Adriatico e l’estate prima ci avevo trascorso ancora una splendida vacanza. Sentivo che ci sarei tornato, forse presto, ma che non ne avrei più assaporato le acque dolci e salate. Sul binario, ad attendermi, c’era Gianfranco. Per essere luglio inoltrato, i colori del cielo mi sembravano troppo accesi e nitidi. Anche il suo volto era strano, tirato. Teneva più di un giornale sotto il braccio. “Ciao Antonio, andato bene il viaggio?” Iniziai a raccontare disordinatamente per liberarmi dall’oppressione delle morti che mi avevano accompagnato instancabili nella neonata Croazia. Avevo l’impressione che Gianfranco non mi ascoltasse, o che lo facesse con noia. Eppure era stato lui che mi aveva proposto la missione suggerendomi contatti e indirizzi. Gli parlai di Alina, giovane pacifista “jugoslava” in una Zagabria a tinte scure, dove migliaia di altri suoi coetanei facevano a gara per indossare i simboli dei deliri ustascia. E del fratello in carcere a Milano, corriere di droga per conto di chissà chi e per cosa, vicenda sin troppo ambigua, contraddittoria. Alina era stata reticente. Pareva a tratti che volesse confidarmi ben altre verità, i suoi dubbi, i suoi timori. Ma le uscirono solo mezze frasi. E allusioni. Dissi a Gianfranco di sospettare che il ragazzo potesse essere l’ingenua pedina di un giro internazionale di neofascisti e spacciatori. No, non mi sembrava proprio che gli interessasse. Poi si fermò. Fu diretto, brutale. “Senti Antonio, c’è stata ieri una tragedia. In Sicilia. La mafia… Hanno ammazzato Borsellino e la sua scorta…”.

Immagini in bianco e nero, l’immenso cratere sull’autostrada, nuvole di fumo, polvere e catrame, sirene, lampeggianti, auto in corsa, occhi sbarrati. Disgusto, orrore, rabbia, impotenza. Gli sputi e le monetine sui fantasmi della prima repubblica, pallidi nelle loro uniformi da funerale d’ordinanza. Neanche due mesi e tutto mi sembrava già sfuocato, lontano. Molto più vivo il corteo tra i vicoli di Taranto vecchia, in marcia contro l’ennesimo progetto di militarizzazione del Sud, l’ampliamento del porto per garantire l’attracco a portaerei e sottomarini a capacità nucleare. Il primo conflitto del Golfo ci aveva estenuati, sconfitti. E così a Taranto ci ritrovammo in pochi. Ma comunque contenti di esserci. Insieme. Ancora e nonostante tutto. Siamo fuori dalle antiche mura, nella piazza che ospita il palco per il comizio finale. Ma l’evento tarda ad iniziare. Un silenzio sospetto, irreale. Poi i sussurri e dopo ancora un tira e molla di notizie frammentate e contorte. A Palermo. No a Punta Raisi. Il giudice Falcone. Forse c’è anche la moglie. Un boato. Vicino all’aeroporto. Pare siano ancora vivi. No, solo la moglie. Sono morti anche l’autista e i poliziotti. Un attentato? Sì un attentato. Il corteo si sfilaccia. Si arrotolano gli striscioni contro la Nato e i signori delle guerre. “Sì, compagni, la radio ha appena confermato che il giudice Falcone e la sua scorta sono stati assassinati”. Di corsa in un bar a vedere la tv. La Sicilia come Baghdad, Beirut, Mogadiscio. In Iraq e in Libano c’eravamo già stati. Per la Somalia saremmo partiti a giorni. Sulla scia di avventurieri, gladiatori e piazzisti d’armi. Guerra costante, guerra permanente. Guerra preventiva. L’esercito ad ogni angolo di strada, ma le strade non saranno quelle delle vecchie e nuove colonie d’oltremare. I Vespri Siciliani, invenzione di un neoministro e due sottosegretari siciliani alla difesa, l’occupazione del territorio per far finta di fare la guerra alla mafia. Un carosello d’impotenza e d’arroganza. Inutile, diseducativo e costoso. Siciliani i generali e i comandanti, siciliani i capi dei servizi ancora più deviati. A impugnare a destra mitra e fucili e a sinistra il ramoscello d’ulivo. Per trattare la resa dello Stato davanti ai feroci boss di Cosa nostra e Cosa loro.

Guerre e mafia. Mafia e guerre. E la scoperta, progressiva, inarrestabile, che il non luogo in cui sono nato e cresciuto, la città del mito-ponte sullo Stretto, era da più di vent’anni crocevia di poteri occulti, fucina  e laboratorio di strategie e politiche liberticide e neoliberiste. Ex ordinovisti addestrati ad armeggiare esplosivi e detonatori; trafficanti di uranio, missili, elicotteri e carri armati; frammassoni commercialisti e finanzieri; politici gelliani di comprovata fede nordatlantica; cupole militari e dell’Arma dei Carabinieri. I rappresentanti di vertice d’una borghesia senza scrupoli e mafiosa. Spietati sacerdoti e custodi del contropotere. Vent’anni a disseminare bombe e morti nelle città d’Italia, annientando intellettuali, giornalisti, sognatori, gli utopisti di una democrazia che fosse finalmente sostanziale. Impedendo con i bagni di sangue che la fantasia e l’uguaglianza conquistassero il potere. Nella vicina Barcellona Pozzo di Gotto, i vampiri assetati d’affari a preparare il telecomando e il tritolo per il martirio di Capaci. A festeggiare poi con bottiglie di champagne l’immane bang e mediare i papelli per la trattativa con i futuri partner politici ed economici. Insinuandosi nel cuore del complesso militare industriale, italiano e straniero, perché i proventi di droga fossero reinvestiti in armi e i proventi delle armi in droga. Moltiplicando all’infinito fatturati, conflitti e vittime. L’Italia non sarebbe più rimasta la stessa. Le stragi di Palermo, Roma, Firenze e Milano hanno spianato la strada all’individualismo e all’egoismo, isolando e atomizzando donne e uomini, cancellando lo stato sociale e le socialità. Sono stati violati i diritti soggettivi e negate le libertà. E abbiamo per sempre ripudiato la pace. Dopo la Somalia ci siamo lanciati a bombardare i Balcani, poi abbiamo rioccupato l’Albania e il Kosovo, infine in volo ad incendiare irrimediabilmente Afghanistan, Iraq, Pakistan, Libia. La seconda repubblica sorta sulle ceneri di Tangentopoli e via d’Amelio è stata consacrata agli amplessi mortali e ai bunga bunga dei mandanti a viso coperto dell’uragano stragista. Vent’anni serviti ad accrescere squilibri e differenze, dilapidare risorse pubbliche e naturali, privatizzare l’acqua e l’istruzione, sprecare l’energia, consumare territori. Per riscoprirsi assai più poveri di padri e nonni, orfani di giustizia e legalità. La memoria di quei giorni però non è andata perduta. Resta la stessa indignazione di allora e la tenue speranza che un altro paese sia ancora possibile.

Pubblicato in Vent’anni (a cura di Daniela Gambino ed Ettore Zanca), Coppola editore, Trapani, 2012.

venerdì 20 luglio 2012

Mobile User Objective System… il MUOStro


Conflitti sempre più “virtuali”, computerizzati, disumanizzati, disumanizzanti.

Le forze armate USA stanno installando a Niscemi, in Sicilia, un sistema di controllo satellitare a scopi bellici. M.U.O.S.– Mobile User Objective System, che opera attraverso trasmissioni in UHF (Ultra High Frequency) e che ha una potenza di circa due milioni di Watt. Un sistema che viene utilizzato, anche, per dirigere i “droni”, nuovi aerei militari privi di pilota e contro il quale si sono più volte sollevate le proteste delle popolazioni locali. Ad uso esclusivo delle forze statunitensi, trasmetterà i comandi di guerra in ogni parte del mondo per qualsiasi tipo di guerra. Collegherà fra loro gli arsenali di morte sparsi in tutto il pianeta. La potenza del fascio di microonde del MUOS può provocare gravi interferenze nella strumentazione di bordo degli aerei investiti accidentalmente. L’entrata in funzione dei trasmettitori del MUOS avrà come conseguenza un incremento del rischio di contrarre vari tipi di disturbi e di malattie.


Sembrava cosa fatta a Washington. L’opposizione piegata, la partecipazione popolare espropriata, annullata. Ma a Niscemi, in provincia di Caltanissetta, e nelle università di mezza Italia si è formata, in silenzio, una nuova generazione di giovani niscemesi. Ingenui, sì, ma con voglia e bisogno di esserci, contare, esistere. E resistere. Contro i luoghi comuni, i parassitismi e i pessimismi dei padri, i deliri dei Guerrieri atlantici. Carlo bracciante agricolo. Vale laureanda in giurisprudenza. Sandro neoavvocato. Gianluca il disoccupato. Ernesto il meccanico. Lorena con il sogno di fare la maestra. Maria la chirurga. Giovanna che è madre e casalinga. E Gianfranco ingegnere ambientale e dunque “esperto”. L’estate 2011 si sono ritrovati al bar, davanti ad un aperitivo. A parlarsi e scoprire di condividere la rabbia e l’odio per il MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari che la Marina militare USA sta per installare nel cuore della riserva naturale “Sughereta”, oasi di querce e sugheri. E contro vento e maree, decidere di rimettersi in gioco, lanciarsi in una folle scommessa. Provare a fermare il nuovo MUOStro. O perlomeno visibilizzare, a Niscemi e fuori Niscemi, che non tutti si sono piegati alle logiche della sopraffazione.

Il MUOS è l’arma (im)perfetta per i conflitti del XXI secolo, quelli con i missili all’uranio impoverito, i famigerati aerei senza pilota come quelli di Sigonella e le armi nucleari in miniatura. Conflitti sempre più “virtuali”, computerizzati, disumanizzati, disumanizzanti. Il sistema satellitare, ad uso esclusivo delle forze armate statunitensi, consentirà di propagare universalmente gli ordini di guerra, convenzionale e/o chimica, batteriologica e nucleare. E finanche quelli per scatenare la guerra al clima e all’ambiente. Collegherà tra loro i centri di comando e controllo delle forze armate, i centri logistici e gli oltre 18.000 terminali militari radio esistenti, i gruppi operativi in combattimento e gli arsenali di morte sparsi in tutto il pianeta. La nuova rete di satelliti e terminali terrestri consentirà di moltiplicare di dieci volte il numero delle informazioni che saranno trasmesse nell’unità di tempo, accrescendo in modo esponenziale i rischi che venga scatenato l’olocausto per un mero errore tecnico.

Il MUOS incarna le mille contraddizioni della globalizzazione neoliberista. Elemento chiave delle future guerre stellari, avrà effetti devastanti sull’ambiente, il territorio e la salute delle popolazioni. Le tre mega-antenne emetteranno micidiali microonde che si aggiungeranno all’inquinamento elettromagnetico generato dalla stazione di telecomunicazione della marina militare USA presente da vent’anni in contrada Ulmo. In un recente studio sui rischi del nuovo sistema di telecomunicazioni a firma dei professori Massimo Zucchetti e Massimo Coraddu del Politecnico di Torino, si riporta che nel periodo compreso tra il dicembre 2008 e l’aprile 2010 «l’Arpa Sicilia ha effettuato una serie di rilievi sulle emissioni generate dalla stazione di radiotrasmissione di Niscemi che hanno consentito di rilevare valori di campo elettrico prossimi al valore di attenzione di 6 V/m». Le misurazioni hanno evidenziato in particolare «la presenza di un campo elettrico intenso e costante in prossimità delle abitazioni, mostrando un sicuro raggiungimento dei limiti di sicurezza per la popolazione e, anzi, un loro probabile superamento. In un caso il valore rilevato è risultato prossimo al limite di attenzione stabilito dalla normativa».

I lavori del MUOS hanno già compromesso irrimediabilmente l’habitat dell’area naturale “Sughereta”, Sito di Importanza Comunitaria (SIC). I crescenti processi di militarizzazione, con  i loro effetti deleteri sulle attività produttive ed economiche, stanno contribuendo allo spopolamento delle campagne e al massiccio esodo verso il Nord di centinaia di giovani niscemesi. E come se non bastasse, nello sfondo, l’inquietante presenza della criminalità organizzata. A eseguire una parte delle opere per il MUOS sarebbe stata chiamata un’impresa contigua alle “famiglie” mafiose locali.

Il Politecnico di Torino ha pure rilevato che il nuovo terminale per le Stars Wars avrà pesantissimi effetti sul traffico aereo nei cieli siciliani e in particolare sul vicino aeroporto di Comiso, riconvertito ad uso di civile dopo avere ospitato negli anni ’80 i 112 missili nucleari Cruise della NATO. «La potenza del fascio di microonde del MUOS è senz’altro in grado di provocare gravi interferenze nella strumentazione di bordo di un aeromobile che dovesse essere investito accidentalmente», scrivono i professori Zucchetti e Coraddu. «Gli incidenti provocati dall’irraggiamento accidentale di aeromobili distanti anche decine di Km. sono eventualità tutt’altro che remote e trascurabili ed è incomprensibile come non siano state prese in considerazione dagli studi progettuali della Marina militare USA. I rischi d’interferenza investono potenzialmente tutto il traffico aereo della zona circostante il sito MUOS. Nel raggio di 70 Km si trovano ben tre scali aerei: Comiso, a poco più di 19 Km dalla stazione di Niscemi, e gli aeroporti militare di Sigonella e civile di Fontanarossa (Catania), che si trovano rispettivamente a 52 Km e a 67 Km». Per gli studiosi del Politecnico, l’irraggiamento a distanza ravvicinata, di un aereo militare, potrebbe avere conseguenze inimmaginabili. «Le interferenze generate dalle antenne possono arrivare infatti a innescare accidentalmente gli ordigni trasportati. È quanto accaduto il 29 luglio 1967 nel Golfo del Tonchino alla portaerei US Forrestal, quando le radiazioni emesse dal radar di bordo detonarono un missile in dotazione ad un caccia F-14, causando una violenta esplosione e la morte di 134 militari. Tali considerazioni dovrebbero portare a interdire cautelativamente vaste aree dello spazio aereo sovrastanti l’installazione del MUOS».

Gli insostenibili pericoli per il traffico aereo del nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari sono del tutto noti ai tecnici statunitensi, al punto che sei anni fa fu deciso di dirottare a Niscemi il terminale MUOS destinato originariamente alla stazione aeronavale di Sigonella. A determinare il cambio di destinazione, le risultanze di uno studio sull’impatto delle onde elettromagnetiche generate dalle grandi antenne (Sicily RADHAZ Radio and Radar Radiation Hazards Model), eseguito da due aziende statunitensi, AGI - Analytical Graphics Inc. e Maxim Systems. Nello specifico, venne elaborato un modello di verifica dei rischi di irradiazione sui sistemi d’armi, munizioni, propellenti ed esplosivi (il cosiddetto HERO - Hazards of Electromagnetic to Ordnance), ospitati nella grande base siciliana. Appurato che le fortissime emissioni elettromagnetiche del MUOS potevano avviare la detonazione degli ordigni, AGI e Maxim Systems raccomandarono i militari statunitensi di non installare i trasmettitori a Sigonella.

Contro il devastante progetto militare - mai discusso in sede parlamentare – sono sorti numerosi comitati popolari, si sono pronunciati tre consigli provinciali (Catania, Ragusa e Caltanissetta) e quasi tutti i Comuni vicini all’installazione USA di contrada Ulmo. In un primo tempo anche il Presidente della regione siciliana, Raffaele Lombardo, si era dichiarato contro il MUOS, poi con un repentino e più che sospetto giro di valzer si è trasformato in uno dei suoi più convinti sostenitori. Ciononostante cittadini, istituzioni e associazioni politiche, sindacali e ambientaliste stanno moltiplicando gli sforzi per ottenere la revoca delle autorizzazioni concesse per l’installazione delle mega-antenne. Dopo un corteo di protesta a Niscemi il 31 marzo scorso e un presidio a Comiso il 4 aprile in occasione del trentennale della grande manifestazione contro i missili nucleari Cruise, i No MUOS siciliani si sono ritrovati a Niscemi per un meeting con incontri e spettacoli il 29-30 aprile e l’1 maggio, a Vittoria il 19 maggio per un grande concerto contro le mega-antenne e ancora a Niscemi il 4 giugno in occasione della principale tappa in Sicilia della Carovana Internazionale Antimafie organizzata da Arci, Libera e Avviso Pubblico. Una giornata di studio e mobilitazione anti-MUOS a Modica sabato 30 giugno, con il fisico Massimo Coraddu, il giornalista Giulietto Chiesa e i rappresentanti dei movimenti No Ponte e No TAV. E in estate si moltiplicheranno gli eventi di controinformazione nelle località balneari della Sicilia sud-orientale e, si spera, davanti alla base della morte di contrada Ulmo. 

«L’intero territorio dell’Isola ha già pagato altissimi costi sociali ed economici per le dissennate scelte di riarmo e militarizzazione», affermano gli attivisti della Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella. «Il recente conflitto in Libia ha consacrato il ruolo della Sicilia come grande portaerei per le operazioni di attacco USA, NATO ed extra-NATO in Africa e Medio Oriente. Dallo scalo “civile” di Trapani Birgi sono stati scatenati buona parte dei bombardamenti contro l’esercito e la popolazione civile libica. Sigonella è stata trasformata in capitale mondiale dei famigerati Global Hawk, le attività degli aeroporti di Catania Fontanarossa e Trapani Birgi sono soggetti a restrizioni per non disturbare le evoluzioni dei droni e prolifera ovunque l’installazione di radar per l’intercettazione delle imbarcazioni di migranti. Tutto ciò per perpetuare il modello di rapina delle risorse energetiche e arricchire i signori del complesso militare-industriale statunitense». Il MUOS, costato già più di sei miliardi di dollari, ha come principale contractor Lockheed Martin, il colosso a capo del dissennato programma dei cacciabombardieri F-35. Il dio di tutte le guerre ha sempre lo stesso volto di morte.



Articolo pubblicato in Casablanca, n. 25, luglio-agosto 2012

martedì 10 luglio 2012

MUOS e politica, vendesi salute dei siciliani agli Stati Uniti


Che cos’è il MUOS? “Il Mobile User Objective System (Sistema Oggetto ad Utente Mobile) è un sistema di comunicazioni satellitari (SATCOM) ad altissima frequenza (UHF) ed a banda stretta composto da quattro satelliti e quattro stazioni di terra, una delle quali è in fase di realizzazione in Sicilia, nei pressi di Niscemi. Il programma MUOS, gestito dal Ministero della Difesa degli Stati Uniti, è ancora nella sua fase di sviluppo e si prevede la messa in orbita dei quattro satelliti tra il 2010 ed il 2013.”

Intanto i lavori vanno avanti, incuranti della segnalazione e delle interrogazioni oltre che delle varie manifestazioni di protesta che si sono susseguite nel territorio di Niscemi da parte di residenti e persone che hanno sposato la causa NO MUOS. A quanto sembra fino ad ora la politica ha subordinato la salute dei suoi cittadini per favorire gli interessi degli Stati Uniti. Lo zio Tom d’America vuole la Sicilia e i nostri rappresentanti gliela stanno fornendo su un piatto d’Argento.



Intervista ad Antonio Mazzeo sul MUOS

Nel sito dell’ARS e nel sito openpolis sono presenti interrogazioni di deputati e senatori (bipartisan) che espongono i danni possibili sulla popolazione relativi al MUOS, il suo impatto ambientale, e si parla di inefficienza dei dati dell’ARPA, ma non si trovano risposte a queste interrogazioni, lei può darci qualche notizia in più?

Mazzeo: “Non mi risulta che ci siano risposte ufficiali, ci sono state poi dichiarazioni di Lombardo che giustifica le operazioni però non ci sono state risposte alle interrogazioni parlamentari. Soltanto ad un’interrogazione di alcuni parlamentari del PD all’ex Ministro La Russa (PDL) che ha rilasciato una dichiarazione in merito all’accordo tra Italia e Stati Uniti e che non c’era nessun problema dal punto di vista ambientale, una risposta penosa”

Dalle interrogazioni si evince che i dati dell’ARPA sono in contrasto con quelli del Politecnico di Torino che non li ritiene validi, esattamente come si è svolta la vicenda?

Mazzeo: “Il progetto che è stato presentato alla regione su cui poi la facoltà d’Ingegneria di Palermo ha fatto uno pseudo studio uguale identico a quello che era stato fatto dalla Marina militare (statunitense), ed è quello che poi viene praticamente duramente censurato dal Politecnico di Torino, che dice chiaramente che lo studio è privo di tutta una serie di informazioni, non si capisce come si possa fare una valutazione del progetto quando mancano tutta una serie di parametri importantissimi, in quanto non si può fare una valutazione di tipo elettromagnetico di un radar se ti mancano tutta una serie di elementi. Questo scrive il Politecnico ed è il motivo per cui il Ministero ha richiesto all’ARPA di rifare le valutazioni sia sull’esistente che sul progetto.”

Il senatore Lumia (PD) insieme all’ex sindaco di Comiso (Digiacomo) minacciano di incatenarsi a Roma per accelerare l’apertura dello scalo di Comiso, omettendo che lo scalo a 30 Km dal MUOS è ritenuto pericoloso per la sicurezza delle strumentazioni dei velivoli, non è un assurdo che Lumia non ne faccia mai parola?

Mazzeo : “Lumia ha presentato un’interrogazione rispetto alla vicenda dell’infiltrazione mafiosa dei lavori, però si è guardato bene da prendere posizione rispetto alla questione del MUOS.”

A che punto sono i lavori del MUOS?

Mazzeo : “I lavori sono quasi completi, però attenzione quando dico completi intendo, che sta per essere installato il terminale terrestre ma per essere operativo ci vorranno almeno altre due tre anni perché entri in collegamento con gli altri 5 satelliti di cui soltanto uno è stato inviato sino ad ora nell’atmosfera.”

Secondo quanto riportano alcuni articoli presenti in rete, le stazioni come il MUOS sono costruiti in zone desertiche, è realmente così?

Mazzeo: “Va fatta una precisazione, realmente in zona desertica è solo quello in Australia. Per quanto riguarda gli altri due, uno è presente alle Hawaii all’interno di una delle più grandi basi militari Americane, un’isola che è sacrificata completamente alle operazioni militari dove sorge uno dei più grossi aeroporti militari delle forze armate degli Stati Uniti, l’altro è in Virginia all’interno della più grande base militare della U.S. Navy in tutto l’oceano Atlantico, sono zone iper-militarizzate in cui le popolazioni non sono in conflitto.

I sindaci dei comuni limitrofi al MUOS sono scesi in piazza con la popolazione, penso sia un loro dovere, ma si sono anche rivolti alla magistratura?

Mazzeo: “Sono stati presentati esposti, è aperto un fascicolo per presunti reati ambientali presso la procura di Caltagirone, c’è un’inchiesta in corso che dovrebbe essere chiusa tra un po’. Ci sono stati una serie di esposti anche dal comune di Niscemi (ex amministrazione), e anche alcune cose sono finite agli atti della Procura della Repubblica di Caltagirone sulla modalità della realizzazione di lavori, sui danni ambientali enormi che sono stati commessi all’interno della riserva e sul tipo di autorizzazioni che sono state date.”

La normativa comunitaria e nazionale sanciscono il principio secondo cui l'interesse nazionale perseguito con la realizzazione dell'opera pubblica deve comunque essere compatibile con l'interesse pubblico prevalente, costituito dalla tutela della salute e dell'ambiente. Come mai l'Europa in questo caso invece non richiama l'Italia?

Mazzeo: “Gli europarlamentari se ne sono lavate le mani, però loro avevano il dovere di porre la questione al parlamento europeo, è un’area S.I.C. (sito d’interesse comunitario) e sono state date autorizzazioni per installare strutture che sono vietate dalla normativa europea e si poteva tranquillamente richiedere alla UE una commissione di valutazione d’inchiesta per esaminare le concessioni date dall’Italia all’interno della riserva.”

Leggendo gli atti pubblici presenti sul sito dell’ARS viene fuori un quadro criminale di questa politica che non sta considerando il danno che potrebbe arrecare alle popolazioni siciliane, ed è veramente assurdo che non sia diventato un tema discusso a livello nazionale, gli organi di stampa sembrano muti.

Mazzeo: “Purtroppo le responsabilità politiche sono a 360°.”


Intervista di Francesco Lupo pubblicata su www.beppegrillo.it l’8 luglio 2012 -http://www.beppegrillo.it/listeciviche/liste/palermo/2012/07/muos-e-politica-vendesi-salute-dei-siciliani-agli-stati-uniti.html

martedì 3 luglio 2012

A Messina le flotte navali NATO da rottamare


Un grande cimitero-pattumiera di tutte le navi da guerra che saranno dismesse dalle marine dei paesi membri della NATO. Prodotti chimici e idrocarburi, agenti inquinanti e cancerogeni, rifiuti tossici e speciali. Da stoccare, maneggiare, trattare e “bonificare” a due passi dal centro urbano. A Messina, nel cuore dello Stretto, lo storico Arsenale militare è destinato a divenire il Centro di eccellenza per la “demilitarizzazione e lo smaltimento” delle unità navali dell’Alleanza Atlantica fino a duemila tonnellate (il cosiddetto “naviglio sottile”). Lo hanno deciso a Roma i manager dell’Agenzia Industrie e Difesa, l’ente di diritto pubblico istituito nel 1999 per “razionalizzare” le strutture industriali del Ministero della Difesa in vista della loro privatizzazione.

Partner del progetto sarà la NATO Maintenance and Supply Agency (NAMSA), l’agenzia logistica dell’Alleanza con sede a Capellen (Lussemburgo) che assiste i paesi membri negli acquisti comuni e nella manutenzione dei sistemi d’arma, dal primo luglio di quest’anno sotto il controllo della neo costituita NATO Support Agency (NSPA). Secondo quanto rivelato dalla Gazzetta del Sud, entro la fine dell’estate una commissione NAMSA giungerà a Messina per verificare la tipologia degli impianti dell’Arsenale e autorizzare l’arrivo delle prime navi da rottamare. Per rendere pienamente operativo il nuovo Centro d’eccellenza sarà però necessario realizzare gli “impianti per garantire la sicurezza ambientale” e le “aree per l’accumulo di materiali da smaltire” per un importo di circa 25-30 milioni di euro, con fondi militari e sotto l’egida dell’Agenzia Industria e Difesa.

La trasformazione dell’infrastruttura peloritana in un centro d’élite NATO è stata confermata dall’ex ammiraglio Gian Francesco Cremonini, da una decina d’anni alla guida dell’Arsenale. “Lo start up del progetto è stato avviato una decina di giorni fa”, ha dichiarato. “Si tratta di una grandissima occasione per la città. Su Messina viene indirizzato un interesse internazionale e di questo non potrà non trarne un grande vantaggio anche in termini occupazionali. Una scommessa voluta dal direttore generale dell’AID, l’on. Marco Airaghi, che crede moltissimo nella nostra struttura e che rientra in un progetto più ampio che riguarda tutti gli otto ex stabilimenti militari, dismessi come tali e riconvertiti in enti privatistici…”. Commendatore dell’Ordine Militense dei Cavalieri di Malta e parlamentare Pdl dal 2001 al 2008, Airaghi è uno degli uomini più potenti del sistema nazional-militare. Oltre a dirigere l’Agenzia Industrie e Difesa, il politico lombardo è infatti presidente della Consulta Nazionale per l’Aerospazio e vicepresidente dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI).

“Per il primo anno arriveranno a Messina navi già bonificate, non avendo a disposizione da subito tutti gli impianti necessari, ma entro la prossima estate il progetto potrà essere a regime”, ha spiegato Cremonini. “Di fatto, nella nostra struttura verranno inviate, da tutti gli Stati che fanno parte della NATO, quelle unità navali che vanno distrutte o di cui alcuni strumenti andranno riconvertiti ad uso civile”. Successivamente, l’Arsenale di Messina - assieme agli stabilimenti di Torre Annunziata e Capua - potrebbe occuparsi della “demilitarizzazione” dei carri armati alleati, del “recupero” dei motori e della loro “conversione in sistemi eolici”. L’aspirazione a fare dei mezzi militari un’occasione di ecobusiness è stata confermata durante un recente incontro tra l’ex ammiraglio e i rappresentanti sindacali di base dell’Arsenale. “Secondo l’accordo fra l’AID e la NAMSA, le navi militari dell’Alleanza dovrebbero essere smontate nel bacino di Messina per utilizzarne i pezzi di ricambio nell’industria energetica, forse nel fotovoltaico”, ha dichiarato a Nettuno Press la segretaria provinciale della Fp Cgil, Clara Crocè. “Abbiamo chiesto però un incontro a Cremonini per avere notizie dirette sul progetto perché ci sono diversi punti da chiarire compreso il fatto che Messina, secondo le notizie approssimative che abbiamo, non si limiterebbe ad acquisire la commessa ma diventerebbe appoggio logistico per la NATO”.

Dal punto di vista occupazionale, il progetto è comunque visto con favore dal sindacato. In città è già scoppiata la guerra dei numeri: la riconversione a megacimitero delle navi militari dell’Alleanza comporterebbe tra i 200 e i 220 posti di lavoro. Ma nessuna illusione: non ci saranno nuove assunzioni anche perché all’Arsenale è in atto, da tempo, una drastica riduzione del personale impiegato. “Quella del progetto è una notizia positiva”, commenta la Crocè.  “Eravamo ad un passo dall’intavolare le trattative per il taglio di un minimo di 72 unità lavorative ad un massimo di 80. In questo modo il personale in esubero potrebbe trovare ricollocazione”.

A commentare positivamente il piano NATO anche il sindaco di Messina Giuseppe Buzzanca (Pdl), Confindustria e il segretario provinciale della Cisl, Tonino Genovese. Contro, ad oggi, solo i rappresentanti della Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella e della Rete No Ponte. “Il centro logistico NATO a Messina si aggiunge alla stazione satellitare MUOS della Marina USA di Niscemi e allo schieramento dei droni a Sigonella”, commenta per i No war, Alfonso Di Stefano. “Così la Sicilia rafforza la sua immagine di isola piattaforma di guerra e pericolosa discarica dei sistemi di morte obsoleti”.

“Sulla pelle dei cittadini, esattamente come accaduto con il Ponte sullo Stretto, viene imposto ancora una volta un programma dall’insostenibile impatto ambientale, sociale ed economico e dall’assai dubbia rilevanza occupazionale”, dichiara Gino Sturniolo dei No Ponte. “Per questo ci mobiliteremo contro la rimilitarizzazione della zona falcata di Messina, un’area d’importanza storico-urbanistica e di rilevante bellezza paesaggistica che deve essere invece tutelata e bonificata e divenire bene comune della città”.

Imprenditori, costruttori e speculatori puntano da tempo ad accaparrarsi le aree della centralissima zona falcata occupate dal Comando militare di Marisicilia (oggi trasferito ad Augusta) o da alcuni cantieri navali in via di dismissione. Nelle mire, ovviamente, anche il complesso dell’Arsenale che si estende su una superficie di circa 55.000 mq di cui quasi la metà coperta da officine, magazzini e uffici. Alle dipendenze dell’Agenzia Industrie e Difesa dal 2001, l’Arsenale opera attualmente nel settore della cantieristica navale, fornendo i servizi di carenaggio alle unità civili e militari e la riparazione di scafi, motori, macchinari ausiliari, impianti elettrici, armamenti nautici. Con circa 300 metri di banchine di ormeggio, un bacino in muratura e uno galleggiante, l’Arsenale annovera tra i principali clienti la Marina militare, la Guardia costiera e la Guardia di finanza, R.F.I. Spa e alcune società industriali e di navigazione (Fincantieri, Rodriquez Cantieri Navali, Gruppo Tirrenia Navigazione, Caronte & Tourist Lines, ecc.).

Negli impianti dell’Arsenale i lavoratori sono stati lungamente in contatto con materiali altamente pericolosi, inquinanti e nocivi per la salute. A partire dal famigerato amianto, la cui inalazione durante gli interventi alle unità navali avrebbe causato l’insorgenza del cancro tra alcuni dipendenti. Nell’aprile 2011 il Tribunale di Messina è stato chiamato a giudicare otto alti ufficiali della Marina militare accusati di responsabilità nella morte per carcinoma polmonare di un elettricista civile, Ignazio Siracusa, impiegato presso il Gruppo per natanti locali e scomparso nel 2005 dopo lunga agonia. A seguito della presentazione di due consulenze redatte per conto della difesa da esperti della “Cattolica” di Roma e del Politecnico di Torino che affermavano “l’impossibilità” di stabilire una stretta correlazione tra la forma tumorale riscontrata al Siracusa e l’assorbimento di fibre di amianto, il gup Daria Orlando ha però pronunciato la sentenza di non luogo a procedere contro gli imputati, “perché il fatto non sussiste”.
Dell’Arsenale di Messina si è tornati a parlare sulle prime pagine nazionali nel maggio di quest’anno. A conclusione di un anno di lavori di “revisione e rimodulazione”, quattro motovedette Classe 200/S della Guardia costiera italiana sono state consegnate al Governo di Panama in base agli accordi di cooperazione militare sottoscritti nel 2010 dal premier Silvio Berlusconi e dal presidente della repubblica centroamericana Martinelli. Le unità, utilizzate nella caccia ai migranti nel canale di Sicilia, erano state cedute a titolo gratuito alle autorità panamensi in cambio dell’acquisto di sistemi elettronici Selex ed elicotteri da guerra Agusta per il valore complessivo di 160 milioni di euro. Mediatore dell’affaire l’ex direttore dell’Avanti, Valter Lavitola, ricompensato da Finmeccanica con una più che sospetta “provvigione” che sfiorerebbe i sei-sette milioni di euro. Prima di lasciare i cantieri dell’Arsenale peloritano, le quattro motovedette sono state meta di una visita ufficiale dell’ambasciatore della Repubblica di Panama in Italia, Guido Martinelli Endara, già direttore del Banco Panamà e nipote dell’omonimo presidente centroamericano.

domenica 1 luglio 2012

Guerra ai siciliani con i droni di Sigonella


Un carosello in cielo, giù c’è Catania, il blu dello Ionio, l’Etna nera con il cocuzzolo perennemente innevato. Due, cinque, otto, dieci interminabili minuti, l’aereo che oscilla, vibra, scende, risale. E il cuore che accelera. Paura di volare? Mai. Ma perché ci sta tanto ad atterrare? E che cavolo! ogni volta la stessa storia. Arrivi in orario ma poi ti fanno girare per mezz’ora su Fontanarossa. E sudi freddo, senti una strana pressione sullo stomaco. Quasi sempre non ti dicono nulla. Non ti spiegano perché. Domenica all’una invece, sul Pisa-Catania, il comandante annuncia che straremo in aria un po’ sino a quando la torre di controllo non ci autorizzerà all’atterraggio. C’è un intenso traffico aereo militare sullo scalo di Sigonella.

Cazzo, ‘sti americani giocano alla guerra perfino all’ora di pranzo e nel giorno del Signore, sdrammatizza il vicino di poltrona già superabbronzato. Beh, sempre meglio di quanto è accaduto a mio zio la scorsa estate. Veniva da Venezia e gli hanno dirottato all’ultimo l’aereo a Punta Raisi. Allora c’erano i war games degli yankees e della NATO, gli ultimi fuochi sulla Libia da liberare. Le spregiudicate manovre dei famigerati aerei senza pilota, gli UAV-spia Global Hawk e i Predator stracarichi di missili e bombe a guida laser.

Da due anni il terzo aeroporto d’Italia come volume di traffico, oltre sei milioni e mezzo di passeggeri l’anno, è asservito alla dronomania della Marina e dell’Aeronautica militare degli Stati Uniti d’America. Atterraggi e decolli ritardati, le attività sospese in pista e nelle piattaforme, timetable che per effetto domino impazziscono in tutto il Continente, gli imprevisti e faticosi dirottamenti su Palermo. Volare da o su Catania vuol dire disagi che si sommano ai disagi, nuovi pericoli che si aggiungono a quelli vecchi. In futuro sarà peggio. Entro il 2015, la grande stazione aeronavale di Sigonella sarà consacrata capitale mondiale degli aerei senza pilota e ospiterà sino a venti Global Hawk e sciami di droni d’attacco e di morte. E Fontanarossa sarà soffocata, imprigionata, asservita alla guerra.

“Sì, il traffico civile subisce certe riduzioni e interferenze per l’attività militare del vicino scalo di Sigonella”, ammette Gaetano Mancini, presidente della Sac, la società che gestisce l’aeroporto etneo. “Tutto però è sotto controllo e mai ci sono stati problemi per la sicurezza dei passeggeri. Negli ultimi mesi la situazione si è poi fatta sicuramente meno pesante”. L’ordine di scuderia è tranquillizzare ed evitare allarmismi. Eppure dall’8 marzo di quest’anno a Fontanarossa sono state sospese tutte le procedure strumentali standard nelle fasi di accesso, partenza e arrivo degli aeromobili, “causa attività degli Unmanned Aircraft”, gli aerei senza pilota in dotazione alle forze armate statunitensi e alleate, come specificato da una nota ai piloti di aeromobili (NOTAM) emessa dalle autorità preposte al controllo del traffico. Le limitazioni dovevano durare sino allo scorso 5 giugno, ma un giorno prima della scadenza dei termini, tre NOTAM distinti dai codici B4048, B4049 e B4050 hanno prorogato la sospensione delle procedure standard sino al prossimo 1 settembre. Anche stavolta il transito dei voli civili, in piena stagione estiva, sarà subordinato alle evoluzioni dei droni. Semaforo giallo anche per i cacciabombardieri e gli aerei radar e da trasporto uomini e mezzi delle forze armate. Un altro avviso, codice M3066/12, ha ordinato infatti la sospensione di tutte le strumentazioni standard al decollo e all’atterraggio nel Sigonella Airport, dal 4 giugno all’1 settembre 2012, anche stavolta per le attività degli Unmanned Aircraft.

La Sicilia trampolino bellico si trasforma in laboratorio sperimentale del piano di iper-liberalizzare lo spazio aereo alle scorribande degli aerei senza pilota. La sicurezza delle popolazioni e dei passeggeri sacrificata all’altare degli interessi economici del complesso militare industriale USA. In Europa e aldilà dell’Atlantico, governi e organismi internazionali sembrano impotenti di fronte all’intollerabile pressing dei produttori di droni. Il business è enorme: secondo gli analisti economici, nei prossimi dieci anni la spesa annua per i sistemi senza pilota crescerà da 6,6 ad 11,4 miliardi di dollari e ci sarà pure un’ampia espansione anche in ambito civile. Solo in riferimento alla tipologia degli UAV ospitati pure a Sigonella (gli RQ-4 Global Hawk, gli MQ-9 Reaper e gli MQ-1 Predator), il Pentagono vuole portarli dagli attuali 340 a 650 nel 2021. Ognuno di essi ha costi insostenibili. Ogni falco globale di US Air Force, quello più vecchio, costa 50 milioni di dollari (in Sicilia ce ne saranno presto cinque). Gli altri cinque UAV previsti per Sigonella con il programma Allied Ground Surveillance (AGS) di sorveglianza terrestre della NATO, costeranno complessivamente 1,7 miliardi di dollari. Spesa record di 233 milioni a drone per la versione Global Hawk acquistata dalla Marina USA nell’ambito del programma Broad Area Maritime Surveillance (BAMS) che vedrà ancora la Sicilia piattaforma avanzata per i raid in Africa, Medio Oriente e sud-est asiatico.

Due anni fa, senza che sia stato ancora disciplinato l’impiego degli aeromobili a pilotaggio remoto nel sistema del traffico aereo europeo, l’Aeronautica militare e l’Ente nazionale per l’aviazione civile (Enac) hanno siglato un accordo tecnico per consentire l’impiego dei Global Hawk di Sigonella nell’ambito di spazi aerei “determinati” (terminologia del tutto nuova rispetto a quella in uso nei NOTAM dove gli spazi sono proibiti, pericolosi o limitati). In linea teorica si annuncia l’adozione di procedure di coordinamento tra autorità civili e militari “tese a limitare al massimo l’impatto sulle attività aeree civili” e “nel rispetto dei principi della sicurezza del volo”, anche se poi si ammette che per le operazioni “connesse a situazioni di crisi o di conflitto armato”, l’impiego dei droni non sarà sottoposto a limitazioni di alcun genere. Nel Mediterraneo cronicamente in fiamme è come dare illimitata libertà di azione ai falchi globali e ai predatori del cielo e del mare.

I velivoli telecomandati rappresentano un rischio insostenibile per il traffico civile e le popolazioni che risiedono nelle vicinanze degli scali utilizzati per le manovre di decollo e atterraggio”, denunciano gli attivisti della Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella. “Negli Stati Uniti d’America il tasso degli incidenti agli aerei senza pilota è nettamente superiore a quello dell’aviazione generale e di quella commerciale, come più volte sottolineato dalla Federal Aviation Administration, l’amministrazione responsabile per la gestione delle attività nello spazio aereo nazionale”. Il 15 luglio 2010, durante un’audizione alla Commissione per la sicurezza pubblica interna del Congresso, la vicepresidente della FAA ha espresso forti perplessità su una “rapida e piena integrazione” dei sistemi senza pilota nel traffico aereo generale, così come auspicato dal Pentagono e dal presidente Obama. “Molti dei dati a nostra disposizione arrivano solo dalla Customs and Border Protecion (CPB) che pattuglia i nostri confini”, spiega la Federal Aviation Administration. “Essi ci rivelano che i ratei di incidenti degli UAS sono molto grandi. Dall’anno fiscale 2006 alla data del 13 luglio 2010, ad esempio, la CPB ha riferito un tasso incidentale grave di 52,7 ogni 100.000 ore di volo, cioè oltre sette volte più alto di quello dell’aviazione generale e 353 volte più elevato di quello dell’aviazione commerciale. Non si deve poi dimenticare che il numero di ore di volo denunciato, 5.688, è molto basso rispetto a quello che viene solitamente considerato in aviazione per fissare i dati sulla sicurezza e gli incidenti…”.

Un recentissimo report di Bloomberg, la maggiore società statunitense di analisi del mercato economico e finanziario, ha messo il dito nella piaga droni. Da quando sono operativi con US Air Force, Global Hawk, Preador e Reaper hanno subito 129 incidenti in cui i danni hanno comportato una spesa superiore ai 500.000 dollari o è avvenuta la distruzione del velivolo in missione. “Questi tre tipi di UAV sono quelli con il maggior tasso d’incidente di tutta la flotta aerea militare”, scrive Bloomberg. “Insieme hanno cumulato 9,31 incidenti ogni 100.000 ore di volo, tre volte in più degli aerei con pilota”. Il Global Hawk, da solo, ha un tasso di 15,16.

“Effettivamente il rateo d’incidenti dei sistemi aerei senza pilota (UAS) non è incoraggiante”, ammette il maggiore dell’aeronautica, Luigi Caravita, autore di un approfondito studio sui droni pubblicato dal Centro Militare di Studi Strategici (Cemis). “La mancanza di una capacità matura di sense & avoid (senti ed evita) verso altro traffico può diventare ancor più critica se associata alla vulnerabilità o alla perdita del data link tra segmento di terra e segmento di volo: in più di un occasione un Predator è stato perso a seguito d’interruzione del data link”, spiega il maggiore. “Ad oggi gli UAS militari non sono autorizzati a volare, se non in spazi aerei segregati, perché non hanno una banda aeronautica protetta, non sono ancora considerati sufficientemente affidabili, non hanno ancora totalizzato un numero di ore di volo sufficiente da costituire un safety case rappresentativo e convincente, non è stata ancora dimostrata adeguata resistenza da attacchi di cyber warfare”.

Analoghe considerazioni sono state fatte dal comando generale di US Air Force nel documento che delinea la visione strategica sull’utilizzo di questi sistemi di guerra (The U.S. Air Force Remotely Piloted Aircraft and Unmanned Aerial Vehicle - Strategic Vision). “I velivoli senza pilota sono sensibili alle condizioni ambientali estreme e vulnerabili alle minacce rappresentate da armi cinetiche e non cinetiche”, scrivono i militari statunitensi. Per questo Eurocontrol, l’organizzazione per la sicurezza del traffico aereo a cui aderiscono 38 stati europei, ha stabilito nel marzo 2010 alcune linee guida per la gestione del traffico aereo dei falchi globali destinati allo scacchiere continentale. In particolare, si raccomanda d’isolare i droni-spia da altri usuari dello spazio aereo. “Dato che i Global Hawk non possiedono certe capacità, come il sense and avoid, è necessario che i decolli e gli atterraggi avvengano in spazi aerei segregati dai livelli normalmente utilizzati dai convenzionali aerei con pilota, mentre le missioni di crociera dovranno essere effettuate ad altitudini non occupate da essi”. Nel caso di Catania-Fontanarossa, scalo a meno di una decina di km in linea d’aria da Sigonella, le raccomandazioni di Eurocontrol sono solo carta straccia.  

Sulle scellerate scelte USA e NATO d’installare i Global Hawk in Sicilia è intervenuto uno dei massimi esperti dell’aviazione italiana, il comandante Renzo Dentesano, pilota per quarant’anni dell’Aeronautica ed Alitalia, poi consulente del Registro aeronautico e perito per diverse Procure nei procedimenti relativi ad incidenti aerei. “Questi aeromobili militari saranno in grado di partire e tornare alla base siciliana dopo aver compiuto missioni segrete e pericolose, delle quali nessuno deve saper nulla, onde poter effettuare con successo i loro compiti di sorveglianza e spionaggio”, scrive Dentesano. “È pur vero che nei loro piani d’impiego è previsto che il Comando che li utilizzerà abbia tutte le informazioni necessarie in merito al traffico che interessa lo spazio aereo nelle loro traiettorie, invece, le autorità civili non sapranno nulla di quanto programmato e qualche Controllore avvisterà sugli schermi radar del traffico che sarà etichettato come sconosciuto, del quale quindi ignoreranno sia le intenzioni che le manovre e le traiettorie”.

“Questo tipo di ricognitori, concepiti appunto per missioni troppo rischiose per essere affidate a mezzi con a bordo degli esseri umani, nonostante tutte le misure di security di cui sono dotati i loro ricevitori di bordo, possono essere interferiti da segnali elettronici capaci di penetrare nei loro sistemi di guida e controllo, in modo da causarne la distruzione”, aggiunge Dentesano. “Il Global Hawk, come pure il Predator, non risultano in grado di assicurare l’incolumità del traffico aereo civile. Essi non sono in grado di variare la loro traiettoria di volo in senso verticale, salendo o scendendo di quota, come la situazione per evitare una collisione prontamente richiederebbe. E la sola variazione della direzione di moto, rimanendo alla stessa altitudine, potrebbe non bastare ad evitare un disastro che coinvolga un traffico civile”.

L’allarme è stato lanciato da tempo ma Governo, Regione ed enti locali non vedono, non sentono, non parlano. Il DC 9 abbattuto da un missile nel cielo di Ustica, il 27 giugno di 32 anni fa, è un ricordo sbiadito. Con i droni liberi di planare sulle teste dei siciliani è scattato il count down per l’ennesima strage di stato.


Articolo pubblicato in I Siciliani giovani, n. 6, giugno 2012.