I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

mercoledì 27 giugno 2012

MUOS e droni, la Sicilia piattaforma delle guerre del XXI secolo


Il MUOS (Mobile User Objective System) incarna le mille contraddizioni della globalizzazione neoliberista. Uccide in nome della pace e dell’ordine sovranazionale. Devasta il clima, l’ambiente, il territorio. Dilapida risorse umane e finanziarie infinite. Rigenera le ingiustizie. Esautora ogni controllo dal basso. Espropria democrazia. Rafforza il blocco di potere transnazionale. Inquina irrimediabilmente la natura e la ragione. Viola il diritto alla salute di intere popolazioni.

È a Niscemi (Caltanissetta), nel cuore di un’importante riserva naturale, che fervono i preparativi per l’installazione di tre grandi antenne paraboliche dal diametro di 18,4 metri, funzionanti in banda Ka per le trasmissioni verso i satelliti geostazionari e due trasmettitori elicoidali in banda UHF (Ultra High Frequency), di 149 metri d’altezza, per il posizionamento geografico. Mentre le maxi-ante trasmetteranno con frequenze che raggiungeranno valori compresi tra i 30 e i 31 GHz, i due trasmettitori elicoidali avranno una frequenza di trasmissione tra i 240 e i 315 MHz. Onde elettromagnetiche che penetreranno la ionosfera e i tessuti di ogni essere vivente.

Il terminale terrestre di Niscemi sarà una delle quattro infrastrutture sparse per il mondo che assicureranno il funzionamento dell’ultima generazione della rete satellitare in UHF (altissima frequenza) che collegherà tra loro i Centri di Comando e Controllo delle forze armate Usa, i centri logistici e gli oltre 18.000 terminali militari radio esistenti, i gruppi operativi in combattimento, i missili Cruise e i Global Hawk (UAV-velivoli senza pilota), ecc..

Al progetto siciliano, la Us Navy ha destinato oltre 43 milioni di dollari, 13 dei quali per la predisposizione dell’area riservata alla stazione terrestre, del centro di controllo, dei megageneratori elettrici e di un deposito di gasolio; 30 milioni di dollari per gli shelter e l’acquisto delle attrezzature tecnologiche del sistema MUOS.

Star Wars made in Sicily

In realtà, originariamente la base prescelta per il terminal del nuovo sistema satellitare era quella di Sigonella, la principale stazione aeronavale della Marina militare degli Stati Uniti nel Mediterraneo. Poi, la Us Navy ha deciso di dirottare l’impianto terrestre presso la vicina stazione di Niscemi, che dal 1991 assicura le comunicazioni supersegrete e non, delle forze di superficie, sottomarine, aeree e terrestri e dei centri di comando ed intelligence Usa e Nato. Il cambio di destinazione è stato dettato dalle risultanze di uno studio sull’impatto delle onde elettromagnetiche generate dalle grandi antenne del MUOS, elaborato da AGI - Analytical Graphics, Inc., importante società con sede a Exton, Pennsylvania, in collaborazione con la Maxim Systems di San Diego, California. Lo studio, denominato “Sicily RADHAZ Radio and Radar Radiation Hazards Model”, è consistito nell’elaborazione di un modello di verifica dei rischi di irradiazione elettromagnetica sui sistemi d’armi, munizioni, propellenti ed esplosivi ospitati nello scalo aeronavale siciliano (HERO - Hazards of Electromagnetic to Ordnance). La simulazione informatica del modello ha condotto ad un inatteso “No” all’ipotesi di utilizzo della base di Sigonella.

“Il modello Radhaz Sicilia - si legge sul sito internet dell’AGI - è stato implementato con successo a Sigonella, giocando un ruolo significativo nella decisione di non usare il sito per il terminale terrestre MUOS e di trovare una nuova destinazione”. Anche Filippo Gemma, amministratore di Gmspazio Srl di Roma (società che rappresenta in Italia la statunitense AGI), ha confermato l’esito negativo dello studio sull’impatto elettromagnetico. Nel corso di un’intervista a RaiNews 24, trasmessa il 22 novembre 2007 durante lo speciale “Base Usa di Sigonella. Il pericolo annunciato”, Gemma ha dichiarato che “una delle raccomandazioni di AGI era che questo tipo di trasmettitore non dovesse essere installato in prossimità di velivoli dotati di armamento, i cui detonatori potessero essere influenzati dalle emissioni elettromagnetiche del trasmettitore stesso". I ricercatori hanno cioè accertato che le fortissime emissioni elettromagnetiche possono avviare la detonazione degli ordigni presenti nella base militare.

Con il trasferimento della stazione terrestre MUOS a Niscemi, la Us Navy ha dato per risolti i problemi ai sistemi d’arma e ai mezzi aerei ospitati a Sigonella, “eliminando” possibili rischi ai militari e civili statunitensi che vivono e lavorano nella base. Nessuna considerazione invece per gli effetti sulla salute e la sicurezza delle popolazioni che abitano nelle aree prossime alla stazione di telecomunicazione chiamata ad ospitare il nuovo sistema satellitare. La gravità e le incongruenze degli sudi che hanno spianato la strada alla concessione delle autorizzazioni del MUOS hanno spinto l’Amministrazione comunale di Niscemi ad affidare al Politecnico di Torino un’Analisi dei rischi del Mobile User Objective System presso il Naval Radio Transmitter Facility di contrada Ulmo.

Il rapporto, presentato il 4 novembre 2011 dai professori Massimo Zucchetti (ordinario di Impianti nucleari del Politecnico e research affiliate del MIT – Massachusetts Institute of Thecnology) e Massimo Coraddu (consulente esterno del Dipartimento di energetica), ha rilevato l’insostenibilità ambientale del nuovo impianto e le “gravi carenze” degli studi effettuati dagli statunitensi. “Nella valutazione redatta dalla US Navy nel 2008 - scrivono Zucchetti e Coraddu - non viene neppure esaminato quello che probabilmente è il peggiore dei rischi possibili: un incidente che porti all’esposizione accidentale al fascio di microonde, pericolosissimo e potenzialmente letale, anche per brevi esposizioni, a distanze inferiori a circa 1 Km».

Nonostante gli scarni dati disponibili – aggiungono i due ricercatori – con la realizzazione delle nuove antenne si verificherà un incremento medio dell’intensità del campo in prossimità delle abitazioni più vicine pari a qualche volt per metro rispetto al livello esistente, con la possibilità del verificarsi di punti caldi, con un incremento del campo nettamente superiore. C’è poi il rischio di effetti acuti legati all’esposizione diretta al fascio emesso dalle parabole MUOS in seguito a malfunzionamento o a un errore di puntamento. I danni alle persone accidentalmente esposte a distanze inferiori ai 20 Km saranno gravi e permanenti, con conseguente necrosi dei tessuti.

Incubo MUOS per l’aeroporto di Comiso

Le onde elettromagnetiche avranno pesantissimi effetti pure sul traffico aereo nei cieli siciliani e in particolare sul vicino aeroporto di Comiso, prossimo all’apertura. La potenza del fascio di microonde del MUOS è senz’altro in grado di provocare gravi interferenze nella strumentazione di bordo di un aeromobile che dovesse essere investito accidentalmente, spiegano Zucchetti e Coraddu. Gli incidenti provocati dall’irraggiamento di aeromobili distanti anche decine di Km. sono eventualità tutt’altro che remote e trascurabili ed è incomprensibile come non siano state prese in considerazione dagli studi progettuali. I rischi d’interferenza investono potenzialmente tutto il traffico aereo della zona circostante il sito d’installazione del MUOS. Nel raggio di 70 Km si trovano ben tre scali aerei: Comiso, a poco più di 19 Km dalla stazione di Niscemi, e gli aeroporti militare di Sigonella e civile di Fontanarossa (Catania), che si trovano rispettivamente a 52 Km e a 67 Km. Sigonella, tra l’altro, è oggetto delle spericolate operazioni di atterraggio e decollo dei velivoli da guerra senza pilota Global Hawk, Predator e Reaper a disposizione delle forze armate USA e NATO.

Un sistema-business per i mercanti di morte

Sino ad oggi, del “rivoluzionario” sistema MUOS si è visto ben poco. Il lancio in orbita del primo satellite è avvenuto solo lo scorso 24 febbraio, ventiquattro mesi in ritardo rispetto ai cronogrammi progettuali. Secondo quanto era previsto in origine, entro la fine del 2012 dovevano entrare in funzione i quattro terminali a terra: uno alle Hawaii; uno a Norfolk, Virginia; uno in Australia e il quarto a Niscemi. Inoltre, le gigantesche antenne dovevano essere puntate e comunicanti con due dei quattro satelliti geostazionari programmati. Si è però verificato un impressionante numero di “imprevisti” tecnici, sono falliti numerosi test, sono state aggiunte soluzioni alternative per le apparecchiature terrestri e spaziali ed è stato modificato il link con la più potente centrale di spionaggio planetario, la NSA - National Security Agency USA. Alla fine si è pure scoperto un macroscopico errore progettuale: i quattro satelliti previsti erano insufficienti a garantire la copertura di tutti i continenti. E i produttori si sono dovuti presentare al Congresso per chiedere un finanziamento straordinario di 340 milioni di dollari per realizzarne un quinto.

Stando ai programmi rivisti e corretti, le infrastrutture terrestri saranno pienamente funzionanti solo entro il primo trimestre 2013, mentre i satelliti verranno lanciati in ordine uno all’anno (il secondo entro la fine del 2012, il terzo nel 2013, il quarto nel 2014, l’ultimo entro l’ottobre del 2015). Ma c’è da credere che i tempi per la piena operatività del MUOS si dilateranno ulteriormente, come cresceranno ancora le spese di progettazione e realizzazione. Con gran gioia dei signori del complesso militare-industriale statunitense, unici beneficiari di un sistema la cui utilità e sempre più messa in dubbio da congressisti e analisti militari.

Il programma MUOS è stato affidato nel 2002 alla Lockheed Martin, la più potente delle compagnie USA del comparto difesa, produttrice dei famigerati cacciabombardieri F-35, oltre 126.000 dipendenti e un fatturato annuo di 45,8 miliardi di dollari. In qualità di prime contractor, la controllata Lockheed Martin Space Systems di Sunnyvale (California) ha il compito di progettare e realizzare quasi tutte le componenti e le apparecchiature dei sistemi terrestri e satellitari. Qualche briciola dell’affare MUOS va anche ad altre importanti società di armamenti: General Dynamics C4 Systems (Scottsdale, Arizona), chiamata ad installare le mega-antenne satellitari e a curare il collegamento tra i quattro distinti segmenti terrestri; Boeing Defense Space and Security (El Segundo, California), per la messa in funzione e la verifica di compatibilità del sistema; Harris Corporation (Melbourne, Florida) per la fornitura della rete dei riflettori; la filiale texana della svedese Ericsson per la costruzione di alcune porzioni del segmento integrato terrestre.

Il costo complessivo del MUOS? Ancora un mistero anche perché nei bilanci del Dipartimento della difesa le voci destinate al sistema satellitare si moltiplicano con gli anni e fare ordine tra i numeri è fatica di Sisifo. In alcuni documenti ufficiali si fa riferimento a una spesa complessiva di 3,26 miliardi di dollari. Un dato a cui non crede assolutamente il Government Accountaibility Office (GAO), la Corte dei Conti degli Stati Uniti d’America, che in un report del marzo 2011 sui sistemi d’arma in via di acquisizione dal Pentagono ha stimato un costo finale non inferiore ai 6 miliardi e 830 milioni di dollari, salvo altri colpi di scena.

La mafia del MUOStro

Ai danni ambientali si è aggiunto l’aggiramento dei protocolli istituzionali in tema di legalità e opere pubbliche. Con l’avvio dei lavori, è comparsa come subappaltatrice la “Calcestruzzi Piazza Srl”, società sotto osservazione da parte degli organi inquirenti per presunte contiguità criminali.

Secondo il senatore Giuseppe Lumia (Pd) che il 14 febbraio 2012 ha presentato una specifica interrogazione ai Ministri della difesa e dell’interno, la Calcestruzzi Piazza ha come amministratore unico Concetta Valenti, il cui marito convivente è Vincenzo Piazza, che, in base ad indagini della Direzione distrettuale antimafia (DDA) di Caltanissetta nonché ad altri elementi info-investigativi segnalati dalle Forze dell’ordine, apparirebbe fortemente legato al noto esponente mafioso del clan Giugno-Arcerito, Giancarlo Giugno, attualmente libero a Niscemi.

Il senatore Lumia rileva che nel corso dell’indagine Atlantide-Mercurio della procura antimafia di Caltanissetta (gennaio 2009) sono emersi contatti del Piazza con esponenti mafiosi» che «evidenziano ingerenze e condizionamenti di Cosa nostra nell’appalto per i lavori di recupero, consolidamento e sistemazione a verde dell’area sottostante il Belvedere, commissionati dal Comune di Niscemi. Il 7 novembre 2011, la Prefettura di Caltanissetta ha reso noto che dopo le verifiche disposte dalle normative in materia di certificazione antimafia, sono emersi elementi tali da non potere escludere la sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi della sopracitata società. Alla base del pronunciamento prefettizio, i contenuti di un rapporto della Divisione Polizia anticrimine della Questura di Caltanissetta del 6 ottobre 2011, e di quello della Sezione Criminalità organizzata della stessa Questura del 27 dicembre 2010.

A seguito dell’intervento prefettizio, il 25 novembre 2011 il dirigente dell’Area servizi tecnici della Provincia regionale di Caltanissetta ha sospeso la “Calcestruzzi Piazza” dall’Albo delle imprese per le procedure di cottimo-appalto. Venti giorni dopo anche il capo ripartizione per gli Affari generali del Comune di Niscemi ha disposto l’esclusione della società dall’elenco dei fornitori e dall’Albo delle imprese di fiducia. Contro i provvedimenti, i Piazza hanno presentato ricorso al TAR, minacciando querele contro il senatore Lumia e i giornalisti che hanno segnalato la presenza dell’azienda nei lavori del MUOS. La conoscenza o la frequentazione di Giancarlo Giugno da parte di Vincenzo Piazza non ha influenzato le scelte personali del secondo, che invece sono state di segno esattamente opposto rispetto alla vicinanza ad un comportamento mafioso, affermano i legali della “Calcestruzzi”. Non si comprende, dunque, secondo quale passaggio logico il primo avrebbe sul secondo un’influenza così profonda ed estesa, da fare ritenere probabile l’intromissione nella gestione della società, di cui peraltro il secondo non è socio né amministratore. Una tesi che ha convinto e tranquillizzato il Dipartimento della difesa, il Comando USA di Sigonella, l’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma e il Consorzio Team MUOS Niscemi. In questo modo, impunemente, l’azienda ha potuto concludere i suoi lavori. Una visita ai luoghi, in piena zona B della riserva naturale orientata “Sughereta” (area SIC), mostra dolorosi scenari di devastazione del territorio. A seguito delle denunce degli amministratori e delle associazioni ambientaliste, la Procura della Repubblica di Caltagirone ha aperto un fascicolo per “presunti” reati ambientali.

Le innumerevoli illegalità e l’arroganza dei potentati criminali hanno riportato Niscemi indietro di alcuni anni. Il Comune era stato sciolto per infiltrazione mafiosa due volte in meno di dodici anni, la prima il 18 luglio 1992, il giorno prima dell’assassinio del giudice Borsellino e della sua scorta, la seconda il 27 aprile 2004. Faticosamente erano poi stati riconquistati spazi di agibilità democratica e legalità, grazie innanzitutto al coraggio e al protagonismo delle nuove generazioni. Ma con il MUOS e i lavori in mano agli amici del boss, il clima è tornato a farsi pesantissimo.

Pericolo UAV nei cieli siciliani

Da due anni Catania Fontanarossa, il terzo aeroporto d’Italia come volume di traffico, oltre sei milioni e mezzo di passeggeri l’anno, è asservito alla dronomania della Marina e dell’Aeronautica militare degli Stati Uniti d’America. Atterraggi e decolli ritardati, le attività sospese in pista e nelle piattaforme, timetable che per effetto domino impazziscono in tutto il Continente, gli imprevisti e faticosi dirottamenti su Palermo. Volare da o su Catania vuol dire disagi che si sommano ai disagi, nuovi pericoli che si aggiungono a quelli vecchi. In futuro sarà peggio. Entro il 2015, la grande stazione aeronavale di Sigonella sarà consacrata capitale mondiale degli aerei senza pilota (UAV) e ospiterà sino a venti Global Hawk e sciami di droni d’attacco e di morte. E Fontanarossa sarà soffocata, imprigionata, asservita alla guerra.

Nonostante i tentativi della società che gestisce lo scalo di tranquillizzare l’opinione pubblica, negli ultimi mesi la situazione si è fatta sicuramente più pesante. Dall’8 marzo di quest’anno a Fontanarossa sono state sospese tutte le procedure strumentali standard nelle fasi di accesso, partenza e arrivo degli aeromobili, “causa attività degli Unmanned Aircraft”, gli aerei senza pilota in dotazione alle forze armate statunitensi e alleate, come specificato da una nota ai piloti di aeromobili (NOTAM) emessa dalle autorità preposte al controllo del traffico. Le limitazioni dovevano durare sino allo scorso 5 giugno, ma un giorno prima della scadenza dei termini, tre NOTAM distinti dai codici B4048, B4049 e B4050 hanno prorogato la sospensione delle procedure standard sino al prossimo 1 settembre. Anche stavolta il transito dei voli civili, in piena stagione estiva, sarà subordinato alle evoluzioni dei droni. Semaforo giallo anche per i cacciabombardieri e gli aerei radar e da trasporto uomini e mezzi delle forze armate. Un altro avviso, codice M3066/12, ha ordinato infatti la sospensione di tutte le strumentazioni standard al decollo e all’atterraggio nel Sigonella Airport, dal 4 giugno all’1 settembre 2012, anche stavolta per le attività degli Unmanned Aircraft. Disagi e limitazioni al traffico aereo per tutta l’estate a causa delle evoluzioni dei droni pure nell’aeroporto di Trapani Birgi: tre NOTAM simili a quelli di Catania, emessi la mattina dell’1 giugno, impongono la sospensione delle procedure standard per i piloti di aerei civili fino al 29 agosto 2012.

Affaire droni

La Sicilia trampolino bellico si trasforma in laboratorio sperimentale del piano di iper-liberalizzare lo spazio aereo alle scorribande degli aerei senza pilota. La sicurezza delle popolazioni e dei passeggeri sacrificata all’altare degli interessi economici del complesso militare industriale USA. In Europa e aldilà dell’Atlantico, governi e organismi internazionali sembrano impotenti di fronte all’intollerabile pressing dei produttori di droni. Il business è enorme: secondo gli analisti economici, nei prossimi dieci anni la spesa annua per i sistemi senza pilota crescerà da 6,6 ad 11,4 miliardi di dollari e ci sarà pure un’ampia espansione anche in ambito civile. Solo in riferimento alla tipologia degli UAV ospitati pure a Sigonella (gli RQ-4 Global Hawk, gli MQ-9 Reaper e gli MQ-1 Predator), il Pentagono vuole portarli dagli attuali 340 a 650 nel 2021. Ognuno di essi ha costi insostenibili. Ogni falco globale di US Air Force, quello più vecchio, costa 50 milioni di dollari (in Sicilia ce ne saranno presto cinque). Gli altri cinque UAV previsti per Sigonella con il programma Allied Ground Surveillance (AGS) di sorveglianza terrestre della NATO, costeranno complessivamente 1,7 miliardi di dollari. Spesa record di 233 milioni a drone per la versione Global Hawk acquistata dalla Marina USA nell’ambito del programma Broad Area Maritime Surveillance (BAMS) che vedrà ancora la Sicilia piattaforma avanzata per i raid in Africa, Medio Oriente e sud-est asiatico.

Due anni fa, senza che sia stato ancora disciplinato l’impiego degli aeromobili a pilotaggio remoto nel sistema del traffico aereo europeo, l’Aeronautica militare e l’Ente nazionale per l’aviazione civile (Enac) hanno siglato un accordo tecnico per consentire l’impiego dei Global Hawk di Sigonella nell’ambito di spazi aerei “determinati” (terminologia del tutto nuova rispetto a quella in uso nei NOTAM dove gli spazi sono proibiti, pericolosi o limitati). In linea teorica si annuncia l’adozione di procedure di coordinamento tra autorità civili e militari “tese a limitare al massimo l’impatto sulle attività aeree civili” e “nel rispetto dei principi della sicurezza del volo”, anche se poi si ammette che per le operazioni “connesse a situazioni di crisi o di conflitto armato”, l’impiego dei droni non sarà sottoposto a limitazioni di alcun genere. Nel Mediterraneo cronicamente in fiamme è come dare illimitata libertà di azione ai falchi globali e ai predatori del cielo e del mare.

I velivoli telecomandati rappresentano un rischio insostenibile per il traffico civile e le popolazioni che risiedono nelle vicinanze degli scali utilizzati per le manovre di decollo e atterraggio. Negli Stati Uniti d’America il tasso degli incidenti agli aerei senza pilota è nettamente superiore a quello dell’aviazione generale e di quella commerciale, come più volte sottolineato dalla Federal Aviation Administration, l’amministrazione responsabile per la gestione delle attività nello spazio aereo nazionale. Il 15 luglio 2010, durante un’audizione alla Commissione per la sicurezza pubblica interna del Congresso, la vicepresidente della FAA ha espresso forti perplessità su una “rapida e piena integrazione” dei sistemi senza pilota nel traffico aereo generale, così come auspicato dal Pentagono e dal presidente Obama. “Molti dei dati a nostra disposizione arrivano solo dalla Customs and Border Protecion (CPB) che pattuglia i nostri confini”, spiega la Federal Aviation Administration. “Essi ci rivelano che i ratei di incidenti degli UAS sono molto grandi. Dall’anno fiscale 2006 alla data del 13 luglio 2010, ad esempio, la CPB ha riferito un tasso incidentale grave di 52,7 ogni 100.000 ore di volo, cioè oltre sette volte più alto di quello dell’aviazione generale e 353 volte più elevato di quello dell’aviazione commerciale. Non si deve poi dimenticare che il numero di ore di volo denunciato, 5.688, è molto basso rispetto a quello che viene solitamente considerato in aviazione per fissare i dati sulla sicurezza e gli incidenti…”.

Incidenti, incidenti e ancora incidenti 

Un recentissimo report di Bloomberg, la maggiore società statunitense di analisi del mercato economico e finanziario, ha messo il dito nella piaga droni. Da quando sono operativi con US Air Force, Global Hawk, Preador e Reaper hanno subito 129 incidenti in cui i danni hanno comportato una spesa superiore ai 500.000 dollari o è avvenuta la distruzione del velivolo in missione. “Questi tre tipi di UAV sono quelli con il maggior tasso d’incidente di tutta la flotta aerea militare”, scrive Bloomberg. “Insieme hanno cumulato 9,31 incidenti ogni 100.000 ore di volo, tre volte in più degli aerei con pilota”. Il Global Hawk, da solo, ha un tasso di 15,16.

“Effettivamente il rateo d’incidenti dei sistemi aerei senza pilota (UAS) non è incoraggiante”, ammette il maggiore dell’aeronautica, Luigi Caravita, autore di un approfondito studio sui droni pubblicato dal Centro Militare di Studi Strategici (Cemis). “La mancanza di una capacità matura di sense & avoid (senti ed evita) verso altro traffico può diventare ancor più critica se associata alla vulnerabilità o alla perdita del data link tra segmento di terra e segmento di volo: in più di un occasione un Predator è stato perso a seguito d’interruzione del data link”, spiega il maggiore. “Ad oggi gli UAS militari non sono autorizzati a volare, se non in spazi aerei segregati, perché non hanno una banda aeronautica protetta, non sono ancora considerati sufficientemente affidabili, non hanno ancora totalizzato un numero di ore di volo sufficiente da costituire un safety case rappresentativo e convincente, non è stata ancora dimostrata adeguata resistenza da attacchi di cyber warfare”.

Analoghe considerazioni sono state fatte dal comando generale di US Air Force nel documento che delinea la visione strategica sull’utilizzo di questi sistemi di guerra (The U.S. Air Force Remotely Piloted Aircraft and Unmanned Aerial Vehicle - Strategic Vision). “I velivoli senza pilota sono sensibili alle condizioni ambientali estreme e vulnerabili alle minacce rappresentate da armi cinetiche e non cinetiche”, scrivono i militari statunitensi. Per questo Eurocontrol, l’organizzazione per la sicurezza del traffico aereo a cui aderiscono 38 stati europei, ha stabilito nel marzo 2010 alcune linee guida per la gestione del traffico aereo dei falchi globali destinati allo scacchiere continentale. In particolare, si raccomanda d’isolare i droni-spia da altri usuari dello spazio aereo. “Dato che i Global Hawk non possiedono certe capacità, come il sense and avoid, è necessario che i decolli e gli atterraggi avvengano in spazi aerei segregati dai livelli normalmente utilizzati dai convenzionali aerei con pilota, mentre le missioni di crociera dovranno essere effettuate ad altitudini non occupate da essi”. Nel caso di Catania-Fontanarossa, scalo a meno di una decina di km in linea d’aria da Sigonella, le raccomandazioni di Eurocontrol sono solo carta straccia. 

Sulle scellerate scelte USA e NATO d’installare i Global Hawk in Sicilia è intervenuto uno dei massimi esperti dell’aviazione italiana, il comandante Renzo Dentesano, pilota per quarant’anni dell’Aeronautica ed Alitalia, poi consulente del Registro aeronautico e perito per diverse Procure nei procedimenti relativi ad incidenti aerei. “Questi aeromobili militari saranno in grado di partire e tornare alla base siciliana dopo aver compiuto missioni segrete e pericolose, delle quali nessuno deve saper nulla, onde poter effettuare con successo i loro compiti di sorveglianza e spionaggio”, scrive Dentesano. “Questo tipo di ricognitori, concepiti appunto per missioni troppo rischiose per essere affidate a mezzi con a bordo degli esseri umani, nonostante tutte le misure di security di cui sono dotati i loro ricevitori di bordo, possono essere interferiti da segnali elettronici capaci di penetrare nei loro sistemi di guida e controllo, in modo da causarne la distruzione”, aggiunge Dentesano. “I Global Hawk, come pure il Predator, non risultano in grado di assicurare l’incolumità del traffico aereo civile. Essi non sono in grado di variare la loro traiettoria di volo in senso verticale, salendo o scendendo di quota, come la situazione per evitare una collisione prontamente richiederebbe. E la sola variazione della direzione di moto, rimanendo alla stessa altitudine, potrebbe non bastare ad evitare un disastro che coinvolga un traffico civile”.

L’allarme è stato lanciato da tempo ma Governo, Regione ed enti locali non vedono, non sentono, non parlano. Il DC 9 abbattuto da un missile nel cielo di Ustica, il 27 giugno di 32 anni fa, è un ricordo sbiadito. Con i droni liberi di planare sulle teste dei siciliani è scattato il count down per l’ennesima strage di stato.



Scheda elaborata in occasione dell’iniziativa per il trentennale del CEPES, Palermo 26 giugno 2012.
Antonio Mazzeo, peace-researcher e giornalista, ha realizzato numerose inchieste sui processi di riarmo e militarizzazione in Italia e nel Mediterraneo. Recentemente ha pubblicato i volumi I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo Stretto di Messina (Alegre Edizioni, Roma, 2010) e Un Eco MUOStro a Niscemi. L’arma perfetta per i conflitti del XXI secolo (Edizioni Sicilia Punto L, Ragusa, 2012). Nel 2010 ha conseguito il Primo premio “Giorgio Bassani” di Italia Nostra per il giornalismo. È membro della Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella e della Rete No Ponte. Per consultare articoli e pubblicazioni: http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/

lunedì 25 giugno 2012

Aerei senza pilota all’assalto dei cieli della Sicilia occidentale


Disagi e limitazioni al traffico aereo per tutta l’estate nell’aeroporto di Trapani Birgi, causa le supersegrete operazioni dei droni schierati a Sigonella dalle forze armate USA e NATO. Secondo quanto rilevato dall’associazione antimafie “Rita Atria”, la mattina dell’1 giugno sono state emesse tre notificazioni ai piloti di aeromobili (NOTAM) in transito dallo scalo trapanese che impongono la sospensione delle procedure strumentali standard nelle fasi di accesso, partenza e arrivo degli aerei, dall’1 giugno al 29 agosto 2012. I NOTAM, distinti rispettivamente con i codici B3990, B3991 e B3992, specificano che le sospensioni sono dovute all’“attività degli Unmanned Aircraft”, gli aerei senza pilota utilizzati per le operazioni di spionaggio, guida di attacchi aerei e lancio di bombe teleguidate e missili.

Proprio a causa dei pericolosissimi decolli ed atterraggi di Global Hawk, Predator e Reaper nella stazione aeronavale di Sigonella, dall’8 marzo scorso e fino all’1 settembre anche i piloti in transito dallo scalo di Catania-Fontanarossa, il terzo come volume passeggeri di tutta Italia, devono rispettare procedure molto più complesse per evitare il rischio collisione con i velivoli teleguidati. Forse per i sempre più impetuosi venti di guerra in Siria e Iran, forse per l’intensificazione dei voli-spia nel Tirreno, in nord Africa e in Somalia, il pericolo droni si estende ai cieli della Sicilia occidentale. E lo scalo di Trapani Birgi ne fa le spese.

“C’è bisogno di trovare ed inventare strade per portare efficacemente davanti all’Alta Corte Costituzionale, ultimo presidio a difesa della Democrazia, le leggi estranee alla natura e cultura della Costituzione, come quella n.178 del 14 Luglio 2004 che regola l’uso dei velivoli senza pilota militari nello spazio aereo nazionale”, commenta l’associazione “Rita Atria”. “Quella legge anzitutto mente, perché parla di droni che sarebbero di pertinenza delle nostre forze armate mentre tali tipi di armamenti sono gestiti direttamente ed esclusivamente dagli statunitensi. Con questa menzogna i legislatori hanno ritenuto di potersi sottrarre all’obbligo di concordare parità di condizioni per poter consentire a limitazioni alla propria sovranità, come recita l’art. 11 della Costituzione. E l’automatica limitazione dell’attività aerea civile, in aree impegnate da voli senza pilota, costituisce una insopportabile limitazione di sovranità ove non sia finalizzata con chiarezza alla costruzione di un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”.

Quello di Trapani Birgi è un aeroporto classificato come “militare aperto al traffico aereo civile”, così tutti i servizi di assistenza al volo agli aerei civili che atterrano e decollano dall’aerostazione “Vincenzo Florio” sono forniti dal personale dell’Aeronautica. La preponderante vocazione militare dello scalo risale comunque al 1° ottobre 1984, quando per rafforzare il fianco sud dell’Alleanza Atlantica, vi fu costituito il 37° Stormo dell’Aeronautica insieme  al 18° Gruppo volo dotato di cacciabombardieri F-104. Successivamente fu insediato anche l’82° Centro CSAR (Combat Search and Rescue), uno dei reparti del 15° Stormo CSAR di Cervia (Ravenna) equipaggiato con gli elicotteri HH-3F, con compiti di ricerca e soccorso degli equipaggi di volo in difficoltà e di dispersi in mare o in montagna, trasporto sanitario d’urgenza e soccorso di traumatizzati gravi. Dalla seconda metà degli anni Ottanta, Trapani Birgi è pure una delle basi operative avanzate (FOB) degli aerei-radar E-3A AWACS nell’ambito del programma multinazionale NATO Airborne Early Warning Force per la sorveglianza integrata dello spazio aereo, il cui comando generale è ospitato a Geilenkirchen (Germania).

Sino allo scorso 23 maggio, il 18° Gruppo dell’AMI ha operato da Trapani con i cacciabombardieri F-16 “Fighting Falcon”, ottenuti in leasing nel giugno 2003 dagli Stati Uniti con il programma Peace Caesar. “Il programma nasceva dalla necessità dell’Aeronautica di dotarsi di un velivolo caccia in attesa dell’ingresso in servizio del nuovo Eurofigther 2000 Typhoon”, spiega in una nota il Ministero della difesa italiano. Peace Caesar prese avvio il 15 marzo 2001 con la firma tra Italia e Stati Uniti del Foreign Military Sale, un contratto che prevedeva il pagamento delle sole ore di volo (45.000), fino al 2010, di 34 caccia F-16 di proprietà US Air Force. Il contratto imponeva inoltre il coinvolgimento nella manutenzione dei velivoli di personale italiano e statunitense e l’addestramento di piloti e tecnici dell’Aeronautica presso il 162nd Tactical Fighter Wing dell’Air National Guard a Tucson (USA). Nel 2009 il programma è stato prorogato sino al primo semestre 2012 e il totale delle ore di volo è stato esteso a 47.800. Con piena soddisfazione di Washington che ha rafforzato la sua posizione politica e finanziaria di fronte al partner-cliente italiano.  

“Durante i nove anni di attività in Italia, i caccia F-16 sono stati impiegati quotidianamente per la difesa dello spazio aereo nazionale”, afferma il Ministero della difesa. “I velivoli sono stati impiegati pure in occasione dei grandi eventi svolti in Italia negli ultimi anni come, ad esempio, durante l’inaugurazione del pontificato di Benedetto XVI (Operazione Jupiter, aprile 2005), in occasione delle olimpiadi invernali di Torino 2006 e nel 2009 durante l’operazione militare interforze Giotto per il dispositivo di sicurezza del summit G8 tenutosi a L’Aquila”.

Ancora più significativi gli interventi bellici dei mezzi e degli uomini del 37° Stormo di Trapani Birgi. Nel 1986, durante la prima crisi con la Libia, il reparto ha assicurato la “scorta degli aerei civili diretti nelle isole minori, nonché la protezione delle navi impegnate nell’area”. Gli F-16 del 18° Gruppo sono stati poi ampiamente utilizzati durante l’operazione Allied Force in Kosovo nel 1999 e, lo scorso anno, nelle azioni di guerra in Libia, prima sotto il comando di US Africom (Odyssey Dawn) e poi della NATO (Unified Protector). Nella prima fase del conflitto libico, nello specifico, sono stati assegnati al Gruppo di Trapani i compiti di “protezione e scorta delle missioni di soppressione delle difese aeree nemiche (SEAD)” e di “offensiva contro-aerea (OCA)”. Successivamente, sono giunte le missioni di “protezione di assetti di alto valore strategico (principalmente aerei rifornitori ed aerei radar AWACS), ricerca ed intercettazione di elicotteri e di aerei a bassa velocità, implementazione della No Fly Zone, difesa aerea”.

L’aeroporto di Trapani è stato sicuramente quello più impegnato nelle operazioni di guerra in Libia. Le attività alleate sono iniziate il 19 marzo 2011 e sono proseguite senza soluzione di continuità fino al 31 ottobre, anche se alcune componenti aeree sono rimaste operative a Birgi sino al successivo 14 dicembre, giorno in cui si è tenuta la cerimonia ufficiale di chiusura dell’operazione Unified Protector. “A Trapani sono confluiti tutti i supporti, uomini e donne, inviati dagli altri reparti dell’Aeronautica Militare per garantire la sostenibilità delle operazioni in modo continuo, e per questo è stato costituito il Task Group Air Birgi, un’unità dedicata alla gestione delle missioni della componente aerea italiana, che si è avvalsa del supporto tecnico e logistico del 37° Stormo per la preparazione e la condotta dei voli”, ricorda il Ministero della difesa. “I servizi e i supporti sono stati allo stesso modo assicurati anche alle altre componenti NATO rischierate sulla base e hanno compreso, sette giorni su sette, ventiquattro ore al giorno, l’assistenza tecnica a terra, il rifornimento di carburante, il controllo del traffico aereo, il servizio meteorologico, quello antincendio, l’assistenza sanitaria, il servizio di sicurezza, oltre all’alloggiamento e il vettovagliamento per tutto il personale presente”.

Nei sette mesi di attività, il Task Group Air Birgi ha totalizzato quasi 1.700 missioni per un totale di oltre 6.700 ore di volo operate con gli F-16 del 37° Stormo, i caccia intercettori Eurofighter del 4° Stormo di Grosseto e del 36° Stormo di Gioia del Colle (Bari), i cacciabombardieri Tornado IDS del 6° Stormo di Ghedi (Brescia) ed ECR del 50° Stormo di Piacenza e gli AMX del 32° Stormo di Amendola (Foggia) e del 51° Stormo di Istrana (Treviso). Nel corso delle operazioni, i velivoli AMI hanno sganciato in Libia più di 500 tra bombe e missili da crociera a lunga gittata. Dal Task Group Air Birgi è dipeso infine l’utilizzo degli aerei senza pilota Predator B schierati nello scalo pugliese di Amendola.

Per tutto il corso del conflitto, a Trapani sono stati schierati pure sette caccia F-18 Hornet, due velivoli tanker C-150T e due CP-140 Aurora per la guerra elettronica delle forze armate canadesi, tre velivoli E-3A AWACS della NATO e due AWACS e due aerei da trasporto VC-10 Vickers dell’aeronautica britannica. Dallo scalo siciliano sono transitati pure 300 aerei cargo e circa 2.000 tonnellate di materiale a disposizione della coalizione alleata. Stando alle stime ufficiali, la NATO avrebbe lanciato da Trapani quasi il 14% dei blitz aerei contro obiettivi libici. Un vero primato di morte.  
A causa delle prolungate operazioni belliche in nord Africa, il traffico civile di Trapani Birgi ha subito una drastica riduzione. Solo nel mese di maggio 2011, la compagnia aerea low cost Ryanair è stata costretta a cancellare 72 voli. “Nello stesso mese, la limitazione imposta dallo Stato Maggiore dell’Aeronautica si è tradotta in un 20% in meno nel traffico passeggeri e in un 16% in meno nei movimenti dei velivoli”, ha dichiarato AirGest, la società che gestisce lo scalo. Oltre agli enormi disagi per i passeggeri, la ipermilitarizzazione di Trapani Birgi dello scorso anno ha causato il crollo verticale dei profitti delle compagnie aeree e delle presenze turistiche e pesanti effetti sul fronte occupazionale. I 70 dipendenti a tempo indeterminato dello scalo hanno rischiato di essere messi in mobilità mentre ad alcuni dei lavoratori a tempo determinato ed interinali è stato negato il rinnovo dei contratti. Tagli pure tra il personale adibito ai servizi aeroportuali (bar e ristorazione, pulizia, noleggio auto, taxi, ecc.). Con i droni USA e NATO perennemente in rotta sui cieli del trapanese, le condizioni economiche e occupazionali di centinaia di lavoratori siciliani potrebbero ulteriormente peggiorare.

mercoledì 20 giugno 2012

Tutti contro la guerra. Il movimento per la pace nel sud Italia da Comiso ad oggi


Vista da fuori, la ex base Nato di Comiso, in provincia di Ragusa, appare identica a quando ospitava, vent’anni fa e oltre, i 112 missili nucleari “Cruise” puntati contro l’est Europa, la Libia, il Corno d’Africa e il Medio oriente. Una lapide, all’ingresso, ricorda l’intitolazione al generale Vincenzo Magliocco, “eroe” delle conquiste coloniali in Africa orientale grazie all’uso di gas ed armi chimiche. Le facciate delle villette e delle palazzine per i militari Usa portano solo lievi segni delle stagioni passate. Ad entrarci, però, scopri un mondo fatto di degrado ed abbandono: porte e persiane divelte, mura sfondate, bagni e impianti elettrici saccheggiati, rifiuti di ogni genere disseminati ovunque. Più in là, protetta dalla rete metallica, la moderna pista aerea dell’aeroporto civile che verrà, se mai verrà. L’anno prossimo sarà quello buono, dicono i politici, ma intanto dallo scalo non decolla nulla mentre la “riconversione” ha già ingurgitato 50 milioni di euro.

Adesso, sulla ex base atomica c’è la spada di Damocle di un altro terribile strumento delle guerre post-moderne, il MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari delle forze armate statunitensi. Un terminale lo stanno costruendo a pochi chilometri da Comiso, nella riserva naturale di Niscemi. Uno studio del Politecnico di Torino sull’impatto elettromagnetico delle maxi-antenne ne ha rilevato l’incompatibilità con il traffico aereo. Le emissioni potrebbero fare impazzire i computer di bordo e causare collisioni e incidenti. Se lo strapotere dei Signori di morte avrà la meglio sulla ragione dei giusti, il Mezzogiorno avrà la sua ennesima cattedrale degli sprechi.

Lo scorso 4 aprile oltre 60 associazioni e organizzazioni sociali si sono date appuntamento a Comiso per ricordare la straordinaria stagione di lotte per la pace e contro la militarizzazione che prese il via, lì, trent’anni prima. Il 4 aprile 1981, oltre centomila siciliani, giovani, studenti, disoccupati, impiegati e contadini, sfidarono in corteo l’orrore dell’olocausto nucleare. Tra gli animatori più convinti di quel meeting l’allora segretario regionale del Partito comunista, Pio la Torre. Meno di un mese dopo sarebbe caduto sotto il piombo politico-mafioso, altro omicidio eccellente delle centrali mondiali del terrore. Per contrastare ogni anelito di cambiamento e di speranza nel Sud martoriato dal sottosviluppo, i processi di militarizzazione, il dominio criminale.

Quella giornata consacrò Comiso in uno degli epicentri della protesta internazionale contro la follia nucleare. Divenne meta dei giovani di tutta Europa. Per condividere entusiasmi, sogni, presidi, digiuni, blocchi stradali e azioni dirette non-violente. Le mobilitazioni non impedirono l’arrivo dei missili e sino al 1990 le rampe mobili dei Cruise si spostarono impunemente nelle strade e nelle campagne della Sicilia. Ma le campagne antinucleari, alla fine, costrinsero le due superpotenze a smantellare le armi nucleari a medio raggio dal continente europeo. 

Il movimento pacifista dei primi anni ‘80 era composto da una pluralità di soggetti politici e sociali, comitati di base, militanti dei partiti della sinistra storica e della nuova sinistra, autonomi, comunità cristiane, antimilitaristi, nonviolenti, femministe, anarchici, ambientalisti, ecc.. Le lotte assunsero caratteristiche specifiche ed originali. L’interscambio di esperienze, l’accettazione delle differenze, il superamento di divisioni e frammentazioni ideologiche, il confronto e la dialettica tra realtà sociali e culturali sino ad allora contrapposte, le analisi e l’impegno etico-politico maturato in quegli anni, condizioneranno positivamente le successive lotte per la difesa della pace e per il disarmo, contro le spese militari e la criminalità organizzata, per la salvaguardia dell’ambiente e delle risorse del territorio, per la cooperazione dal basso e l’interposizione nonviolenta tra i belligeranti, in solidarietà con i popoli oppressi dalle ingiustizie. I contenuti, le forme di comunicazione e le pratiche di lotta sarebbero poi divenuti patrimonio dei successivi movimenti contro la globalizzazione dell’economia e/o altermondisti ed il nuovo ordine internazionale di matrice neoliberista.

Il movimento contro le guerre non sarebbe però più stato lo stesso soprattutto nel Sud Italia, dove intere aree sono state trasformate in avamposto per le “missioni” nazionali, Nato ed extra-Nato nei Balcani, in Caucaso, nel Golfo Persico e nel continente africano. Subito dopo Comiso ci sarebbero stati gli interventi in Libano e in Somalia, i raid contro Tripoli e Bengasi, la prima Guerra del Golfo, i bombardamenti in ex Jugoslavia, il Kosovo, l’Afghanistan, l’Iraq e, lo scorso anno, l’occupazione della Libia e i respingimenti in mare, manu militari, di migliaia di profughi scampati alle barbarie africane. Tranne che alla vigilia dei sanguinosi conflitti che hanno segnato la fine del secolo scorso e l’inizio del terzo millennio (mai durante, mai dopo), le mobilitazioni sono state intense e vissute come quelle della generazione di Comiso.

Deboli e sporadiche, invece, le campagne contro l’insediamento o l’ampliamento delle basi militari. Tra le esperienze da ricordare, nei primi anni ’90, quelle per contrastare l’arrivo dei cacciabombardieri F-16 dell’Aeronautica Usa a Crotone e Gioia del Colle, l’ampliamento della base navale di Taranto e dell’aeroporto di Sigonella in Sicilia. Nulla o quasi nulla di fronte alla crescente nuclearizzazione dei Golfi di Taranto, Napoli e Augusta; contro i pericolosissimi transiti di sottomarini e portaerei a propulsione nucleare dallo Stretto di Messina, l’insediamento a Napoli-Capodichino-Lago di Patria di un  gigantesco complesso aeronavale della marina Usa ed Africom, la trasformazione dell’aeroporto di Amendola (Foggia) in piattaforma di lancio dei famigerati aerei senza pilota Predator, ecc. Scandaloso e intollerabile il silenzio, a Gioia del Colle, Trapani, Pantelleria, Sigonella e finanche Catania-Fontanarossa, davanti al via vaia di caccia, velivoli cisterna, aerei killer senza pilota della coalizione multinazionale anti-Gheddafi.

In controtendenza, fortunatamente, sorgono in Sardegna comitati popolari contro l’insediamento di selve di antenne radar anti-migranti, mentre in Sicilia irrompe il movimento contro il MUOS di Niscemi, emblema dei crimini della globalizzazione (strumento di guerra planetaria, dilapidatore di ingenti risorse finanziarie, bomba elettromagnetica contro l’ambiente e la salute, opera criminogena).

La militarizzazione ha avuto una duplice effetto nel Sud Italia: il rafforzamento del controllo sociale, anti-democratico ed anti-popolare; l’arricchimento del blocco di potere che governa i territori. Due fenomeni che hanno radici antiche. La desecretazione dei documenti conservati negli archivi di Roma e Washington ha permesso di fare luce sul “peccato originale” da cui si è sviluppata la rete di alleanze tra gerarchie militari statunitensi, servizi segreti nazionali e stranieri, estremismo neofascista, ambienti massonici, gruppi economici dominanti e criminalità mafiosa. A partire dalla strage di Portella delle Ginestre, l’1 maggio del 1947, primo eccidio di Stato proprio dopo la vittoria del Blocco del popolo alle elezioni regionali siciliane. Le basi militari originate da accordi bilaterali Italia-Stati Uniti o in ambito alleato sono state funzionali a cementare l’illecita alleanza e limitare la sovranità popolare.

La partnership tra i poteri militari e la mafia è proseguita sino ai giorni nostri. Lo confermano l’omicidio di Pio La Torre e le inchieste giudiziarie che hanno provato l’attivismo delle cosche criminali negli appalti nelle basi di Sigonella, Crotone, Napoli e Niscemi. Anche per questo i movimenti anti-mafia, le realtà antirazziste e i soggetti no war devono ri-trovare linguaggi e pratiche comuni, saldare legami ed esperienze. Con l’odierna svolta autoritaria e bellicista è in gioco il futuro del paese. Per questo c’è bisogno di una nuova alleanza dal basso. Per ricostruire democrazia e riaffermare con forza che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.



Articolo pubblicato in Mosaico di pace, n. 6, giugno 2012

martedì 12 giugno 2012

Invasione di droni nei cieli della Sicilia


Droni, droni e ancora droni. Sarà intensissimo, in estate, il via vai di aerei militari senza pilota sui cieli siciliani. Decine di decolli ed atterraggi nella base USA e NATO di Sigonella che faranno impazzire il traffico aereo nel vicino scalo civile di Catania Fontanarossa. Grandi aerei spia del tipo Global Hawk e i Predator e i Reaper carichi di bombe e missili che sorvoleranno l’isola e solcheranno i mari, pregiudicando la sicurezza dei voli e delle popolazioni.

Le notificazioni ai piloti di aeromobili (NOTAM) emesse lo scorso 4 giugno lasciano presagire tragici scenari di guerra in Siria e nell’intero scacchiere mediterraneo e mediorientale. Tre riguardano lo scalo di Fontanarossa e sono distinti dai codici B4048, B4049 e B4050. Impongono la sospensione delle procedure strumentali standard nelle fasi di accesso, partenza e arrivo degli aerei, tutti i giorni sino al prossimo 1 settembre, “causa attività degli Unmanned Aircraft”, i famigerati aerei senza pilota in dotazione alle forze armate statunitensi e italiane. “Le restrizioni sopra menzionate verranno applicate su basi tattiche dall’aeroporto di Catania”, specificano i NOTAM. Che le operazioni dei droni riguardino la stazione aeronavale di Sigonella, lo si apprende da un altro avviso, codice M3066/12, che ordina la sospensione di tutte le strumentazioni standard al decollo e all’atterraggio nel Sigonella Airport, dal 4 giugno all’1 settembre 2012, “per l’attività di Unmanned Aircraft militari”. Il grande scalo delle forze USA e NATO subirà inoltre restrizioni al traffico aereo”, nei giorni 19 e 20 giugno, per una vasta esercitazione aeronavale nel Mediterraneo. Gli ennesimi giochi di guerra alleati che potrebbero annunciare l’attacco finale al regime di Assad.

“Quelle oggetto nei NOTAM relativi all’aeroporto di Catania, sono di aerei militari senza pilota italiani o americani a Sigonella?”, chiede l’Associazione Antimafie “Rita Atria” che per prima ha rilevato l’intensissima attività dei droni in Sicilia. “L’Amministrazione Obama usa questi velivoli anche per uccidere presunti terroristi e in queste missioni ci sono sempre i cosiddetti effetti collaterali: uccisioni di bambini, donne e uomini innocenti civili. Conta ancora qualcosa la volontà popolare in Italia? Noi non abbiamo dato mandato a nessuno in Parlamento di autorizzare gli aerei senza pilota a fare quello che vogliono in occasione di guerre come quella in Libia e in Afghanistan, volando nel nostro spazio aereo e ponendo gravi limitazioni al traffico aereo civile. Per questo dobbiamo mobilitarci contro i droni, per smilitarizzare i nostri territori e riprenderci la nostra sovranità che ci hanno dato i Padri Costituenti”.

“Con la trasformazione di Sigonella in capitale mondiale degli aerei senza pilota e l’installazione a Niscemi del terminale terrestre del MUOS, il nuovo sistema satellitare della marina militare USA, la Sicilia diviene l’epicentro delle guerre globali e permanenti del XXI secolo”, commenta Alfonso Di Stefano della Campagna per la smilitarizzazione. “Attualmente sono schierati a Sigonella due o tre Global Hawk dell’US Air Force. Entro il 2015, però, diverranno operativi l’AGS, il sistema di sorveglianza terrestre della NATO e il Broad Area Maritime Surveillance (BAMS) di US Navy e i grandi aerei-spia saranno più di una ventina. Che ne sarà allora del traffico aereo civile nell’isola che già oggi è pesantemente limitato dalle spericolate operazioni belliche dei droni italiani e stranieri?”.

Due anni fa, l’Aeronautica militare e l’ente nazionale per l’aviazione civile (Enac) siglarono un accordo tecnico per l’attività di aeronavigazione nello spazio aereo italiano dei Global Hawk schierati a Sigonella nell’ambito dell’accordo Italia-Stati Uniti del 2008. Senza attendere una normativa europea che disciplini in via definitiva l’impiego degli aeromobili a pilotaggio remoto nel sistema del traffico aereo generale, l’accordo ha consentito l’impiego dei droni nell’ambito di spazi aerei “determinati” e con l’adozione di procedure di coordinamento tra autorità civili e militari “tese a limitare al massimo l’impatto sulle attività aeree civili”. All’Aeronautica militare è stata attribuita la “predisposizione degli spazi aerei necessari all’impiego operativo ed addestrativo dei velivoli militari a pilotaggio remoto”, mentre l’Enac dovrebbe curare in coordinamento con l’Enav (ente nazionale per l’assistenza al volo) gli aspetti di gestione e controllo del traffico aereo generale.

Il testo del documento è simile a quello che era stato siglato nel novembre 2008 per le operazioni di volo dei Predator in dotazione al 32° Stormo Ami di Amendola (Foggia), utilizzati nella guerra in Afghanistan e più recentemente in Libia. Secondo gli accordi, i profili delle missioni, le procedure operative, le aree di lavoro e gli equipaggiamenti, dovrebbero essere stabiliti “nel rispetto dei principi della sicurezza del volo”, anche se è poi precisato che in caso di “operazioni connesse a situazioni di crisi o di conflitto armato” l’impiego dei droni non può essere sottoposto a limitazioni di alcun genere. E questo nonostante i velivoli telecomandati rappresentino un rischio insostenibile per il traffico civile e le popolazioni che risiedono nelle vicinanze degli scali utilizzati per le manovre di decollo e atterraggio.

“Effettivamente il rateo d’incidenti dei sistemi aerei senza pilota (UAS) non è incoraggiante per poter essere ottimisti sui tempi di integrazione di questi sistemi nello spazio aereo nazionale”, ammette il maggiore dell’aeronautica Luigi Caravita in una recente ricerca sui droni pubblicata per il Centro Militare di Studi Strategici (Cemis). “Da fonti ufficiali si apprende che nelle prime 100.000 ore di volo il tasso d’incidente del MQ-1 Predator ammontava a 28, oltre il doppio del cacciabombardiere F16. Altri sistemi a pilotaggio remoto come il Pioneer, l’Hunter e l’RQ-7 Shadow hanno invece un rateo di incidenti di almeno uno-due ordini di grandezza superiore”.

“La mancanza di una capacità matura di sense & avoid (senti ed evita) verso altro traffico può diventare ancor più critica se associata alla vulnerabilità o alla perdita del data link tra segmento di terra e segmento di volo: in più di un occasione un Predator è stato perso a seguito d’interruzione del data link”, aggiunge il maggiore  Caravita. “Ad oggi gli UAS militari non sono autorizzati a volare, se non in spazi aerei segregati, perché non hanno una banda aeronautica protetta, non sono ancora considerati sufficientemente affidabili, non sono dotati di una tecnologia sense & avoid matura, non hanno ancora totalizzato un numero di ore di volo sufficiente da costituire un safety case rappresentativo e convincente, non è stata ancora dimostrata adeguata resistenza da attacchi di cyber warfare”.

Analoghe considerazioni sono state fatte dal comando generale di US Air Force nel documento che delinea la visione strategica sull’utilizzo di questi sistemi di guerra (The U.S. Air Force Remotely Piloted Aircraft and Unmanned Aerial Vehicle - Strategic Vision). “I velivoli senza pilota sono sensibili alle condizioni ambientali estreme e vulnerabili alle minacce rappresentate da armi cinetiche e non cinetiche”, scrivono i militari USA. “Il rischio d’incidente del Predator e del Global Hawk è d’intensità maggiore di quello dei velivoli con pilota dell’US Air Force, anche se al di sotto dei parametri stabiliti nei documenti di previsione operativa per questi sistemi”.
In verità, gli incidenti che vedono protagonisti gli aerei senza pilota stanno crescendo in numero e gravità. In particolare si annoverano due collisioni nei cieli dell’Afghanistan, la prima nel 2004 tra un drone ed un Airbus 320 e più recentemente (agosto 2011) tra un aereo da trasporto militare C130 statunitense ed un RQ-7 Shadow. I Predator e i Reaper sembrano avere una certa predisposizione a perdere il controllo e precipitare rovinosamente al suolo o nei mari. E precipitano pure i Global Hawk: nel marzo 1999 un velivolo dell’US Air Force si è schiantato in California da un’altitudine di 12.500 metri dopo aver ricevuto un segnale spurio di “termine missione” dalla base aerea di Nellis. Ieri 11 giugno, è toccato a un dimostratore BAMS di US Navy ad essere inghiottito dalle acque del Nanticoke River, vicino l’isola di Bloodsworth, Maryland. Il velivolo, una versione modificata del Global Hawk RQ-4 operativo con l’aeronautica militare, era stato schierato nella stazione aeronavale di Patuxent River, nell’ambito del cosiddetto programma di sviluppo Broad Area Maritime Surveillance che prevede il trasferimento a breve di cinque aerei UAV di US Navy nella base di Sigonella.