I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

mercoledì 25 aprile 2012

In Kosovo c’è sempre più NATO


Dopo tredici anni di amministrazione militare del Kosovo e la spesa di ingenti risorse finanziarie, la NATO riconosce di non essere più in grado, con le forze attuali, di evitare la degenerazione del conflitto tra la maggioranza albanese e la minoranza serba. Così, alla vigilia delle prossime elezioni politiche in Serbia, il comando generale dell’Alleanza atlantica annuncia che dal primo maggio verrà rafforzato il dispositivo di uomini e mezzi che presidiano strade e villaggi del Kosovo (KFOR – Kosovo FORce). Secondo Bruxelles, saranno quasi 700 gli uomini dei corpi di pronto intervento di Germania e Austria che raggiungeranno la mini-repubblica balcanica dichiaratasi indipendente dalla Serbia nel 2008.

“Nel valutare la situazione odierna, la NATO e l’Unione Europea si sono rese conto che le forze KFOR sul campo potrebbero non essere sufficienti per rispondere in modo appropriato a eventuali incidenti e scontri in Kosovo, legati alle elezioni in Serbia”, ha ammesso il portavoce del Comando centrale militare tedesco, Hauke Bunks.

Il dispositivo KFOR prevede dal 1° marzo 2011 due Multinational Battle Groups, di cui uno a conduzione italiana. Attualmente, la missione vede schierati 31 paesi con 5.500 uomini. La Germania è il paese impegnato con il maggior numero di militari, 1.300, più altri 550 che giungeranno nei Balcani tra meno di una settimana. Seguono poi l’Italia con meno di 1.000 uomini e gli Stati Uniti con 800. Alla forza d’intervento NATO si aggiungono poi i 3.200 uomini della missione EULEX dell’Unione europea (European Union Rule of Law Mission in Kosovo), con il compito di “monitorare e guidare le nascenti istituzioni del Kosovo nei campi della Polizia, della Giustizia e della Dogana”. La missione europea ha preso il via il 4 febbraio 2008 (tredici giorni prima, cioè, della dichiarazione unilaterale d’indipendenza) ed opera, sostanzialmente, sotto il comando e la direzione della NATO. Inizialmente a capo di EULEX venne chiamato il generale francese Yves de Kermabon, dal 2004 al 2005 Comandante dell’operazione KFOR. L’odierno responsabile EULEX è il connazionale gen. Xavier Bout de Marnhac, capo KFOR nel biennio 2007-2008.

Nel caso di un inasprimento del conflitto tra le comunità albanesi e serbe, l’Alleanza Atlantica potrebbe chiamare all’Italia un maggiore impegno in Kosovo per i prossimi 5-6 mesi. Le forze armate italiane sono di base a Pec-Peja, nella parte occidentale della repubblica. Personale dell’Aeronautica militare della cosiddetta Task Force “Air” opera invece nell’aeroporto AMIKo di Djakovica in supporto e assistenza ai velivoli dei partner NATO. Nello scalo di Djakovica è presente anche il Gruppo elicotteri dell’Aviazione dell’Esercito denominato Task Force “Ercole”.

Gli altri centri operativi delle forze KFOR sorgono a Lipljan, Novo Selo, Prizren e Urosevac. Sotto il comando e la direzione dell’US Army Corps of Engineers, sono stati completati di recente i lavori di costruzione della più grande e moderna installazione militare NATO in tutta l’area balcanica: si tratta di “Camp Bondsteel”, nella regione meridionale del Kosovo, quasi alla frontiera con la Macedonia. La struttura si estende in un’area di 955 acri (poco meno 4.900.000 metri quadri) ed è in grado di ospitare sino a 5.000 uomini tra militari, civili e contractors. Nuova sede del comando generale di KFOR, “Camp Bondsteel” è una vera e propria cittadella autosufficiente: ospita numerosi magazzini e depositi di armi e munizioni, caserme e aree residenziali per i familiari dei militari, scuole, centri sportivi e commerciali e un grande ed attrezzato ospedale militare.

La nuova base kosovara avrà il compito di proiettare le forze terrestri e aeree USA e NATO in un’area compresa tra l’Adriatico e il Caucaso. Come evidenziato da alcuni analisti, la sua localizzazione consente di porre sotto controllo due corridoi terrestri ed energetici di importanza strategica per l’Occidente: quello progettato dalle imprese tedesche (e lautamente finanziato dall’Agenzia europea per la ricostruzione) che congiunge, via Belgrado, il porto rumeno di Costanza ad Amburgo, e quello “statunitense” (con fondi USAID) sulla rotta Bulgaria-Macedonia-Albania.

Le azioni di guerra alleate in Kosovo si svilupparono nel corso della primavera 1999. Secondo il Comando supremo dell’Alleanza, in 78 giorni furono lanciate più di 38.000 sortite aeree; 900 i velivoli NATO impegnati, 600 dei quali di pertinenza delle forze armate USA. Buona parte degli strikes partirono da basi aeree italiane (Aviano, Gioia del Colle e Sigonella in primis) e da unità navali dislocate nell’Adriatico. A dirigere le operazioni, il Combined Allied Operations Center installato ad hoc all’interno dell’aeroporto “Dal Molin” di Vicenza, oggi al centro dei lavori di trasformazione nella base-comando della 173^ brigata aviotrasportata dell’esercito USA e delle forze terrestri di USAFRICOM destinate al continente africano.
Alla guerra parteciparono per la prima volta i cacciabombardieri stealth B-2, fatti decollare dalla base aerea di Whiteman (Missouri) e riforniti in volo da aerei cisterna USA e NATO provenienti da basi italiane. Battesimo di fuoco anche per i giganteschi aerei cargo C-17 Globemasters , che trasportarono in Albania e Macedonia gli oltre 5.000 militari e gli elicotteri d’assalto poi utilizzati per l’invasione e l’occupazione del Kosovo. Ad oggi è ancora ignoto il numero dei civili che furono uccisi durante le operazioni aeree alleate in Serbia e Kosovo. Secondo l’organizzazione non governativa statunitense Human Rights Watch le vittime dei caccia NATO sarebbero state tra 489 e 528. Anonimi “effetti collaterali” di un conflitto-pantano insensato, la cui risoluzione manu militari appare sempre più lontana.

lunedì 23 aprile 2012

Decollata da Brindisi la missione militare ONU in Siria


Al via in Siria la missione di supervisione delle Nazioni Unite (UNSMIS) per il “rispetto del cessate il fuoco tra le parti”, autorizzata il 21 aprile scorso dal Consiglio di Sicurezza (risoluzione n. 2042). A Damasco è giunto il primo team ONU composto da trenta “osservatori militari non armati” che verranno poi dislocati in una decina di località del paese. Da qui a 90 giorni, il numero degli “osservatori” crescerà a 300 unità, compresi “consiglieri politici ed esperti nel campo dei diritti umani, dell’informazione e della sicurezza pubblica”.

È questa una missione ad altissimo rischio: un suo fallimento potrebbe avere la conseguenza di aprire la strada  ad un intervento militare internazionale per spodestare il regime Assad. Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, non ha voluto attendere il voto del Consiglio di Sicurezza per lanciare l’intera operazione. Messosi in contatto con il governo italiano, ha ottenuto che dal 15 al 17 aprile, cinque velivoli C-130J della 46^ Brigata Aerea di Pisa venissero impiegati per trasportare a Beirut una decina di autoveicoli blindati, “materiali e altri mezzi” stoccati presso il Centro Servizi Globale delle Nazioni Unite (UNGSC) ospitato presso il distaccamento di Brindisi dell’Aeronautica Militare. Tutto il materiale inviato è destinato agli “osservatori” ONU.

Quella brindisina è un’installazione poco nota al grande pubblico, tuttavia sta assumendo sempre più un ruolo chiave a livello internazionale. Oltre a fornire il supporto alle attività di peacekeeping dell’ONU, lo scalo viene utilizzato come base di “pronto intervento umanitario” del World Food Program, per l’invio di aiuti di prima necessità in qualsiasi parte del mondo colpita da un evento calamitoso. La base di Brindisi è inoltre impiegata dall’Agenzia europea per la gestione della cooperazione alle frontiere esterne (Frontex) per le operazioni di pattugliamento aereo dell’Adriatico, del Canale di Sicilia e dei confini tra Grecia e Albania.

In una lettera inviata al Consiglio di Sicurezza, Ban Ki-moon ha reso noto che gli osservatori avranno il compito di “controllare la cessazione delle ostilità e l’applicazione degli altri punti del piano di pace” predisposto dall’inviato speciale delle Nazioni Unite e della Lega Araba, Kofi Annan. “Valuteremo sul campo gli sviluppi della situazione, prima di decidere se e quando espandere la missione”, ha aggiunto il Segretario generale ONU. L’accordo preliminare con le autorità siriane prevede che gli osservatori potranno spostarsi liberamente ovunque “a piedi o in auto”, fare fotografie e “utilizzare le apparecchiature tecniche necessarie a monitorare il rispetto del cessate il fuoco”. Potranno installare “temporaneamente” posti d’osservazione in città e villaggi, “monitorare” i convogli militari che si avvicinano ai centri abitati, indagare su ogni potenziale violazione degli accordi stipulati ed avere accesso ai centri di detenzione in coordinazione con la Croce rossa internazionale e le autorità siriane.

Gli “osservatori” saranno inizialmente messi a disposizione delle forze armate di Brasile, Belgio, Marocco, Norvegia, Russia e Svizzera. Anche l’Italia potrebbe fare la sua parte. Il 17 aprile, intervenendo in Parlamento, il sottosegretario alla Difesa, Gianluigi Magri, ha dichiarato che il governo è intenzionato “a trasferire un’aliquota delle forze già presenti in Libano nella vicina Siria”. Anche Olanda, Serbia, Cina, Croazia, Giordania, Pakistan, Egitto e Yemen hanno offerto la propria disponibilità ad inviare personale militare nel paese mediorientale.  

Ban Ki-moon ha chiesto all’Unione europea di mettere a disposizione degli osservatori alcuni elicotteri da trasporto, in modo da “assicurare mobilità e capacità di pronta risposta in caso d’incidenti”. Ad oggi, però, Damasco non ha autorizzato l’uso degli scali nazionali per le operazioni di volo ONU. “Il regime di Bashar Al Assad non ha ancora ottemperato ai suoi obblighi di ritirare truppe e armi pesanti dalle città”, ha dichiarato il Segretario generale delle Nazioni Unite. “C’è stata un’escalation di violenza, ma entrambe le parti hanno manifestato l’intenzione di rispettare la tregua”. Secondo l’ONU, sarebbero già più di 9.000 le persone assassinate in Siria dall’inizio delle manifestazioni anti-governative del marzo 2011. Secondo il governo, invece, il numero delle vittime sarebbe di molto inferiore.

Crescono intanto le pressioni a livello internazionale per un intervento più “duro” e deciso contro il regime siriano. Al vertice di Parigi dei cosiddetti “Amici della Siria” (Stati Uniti, Francia, Arabia Saudita e Qatar), la Segretaria di Stato, Hillary Clinton, ha preannunciato che il proprio paese chiederà all’ONU di decretare “l’embargo sui viaggi e sulle armi e sanzioni finanziarie”. Il Qatar punta invece ad una missione multinazionale di “interposizione” e peace inforcement. Più cauta la NATO, che per bocca del suo segretario generale, Anders Fogh Rasmussen, fa sapere che, allo stato attuale, l’alleanza non ha l’intenzione d’intervenire in Siria. Anche i capi del Pentagono, secondo l’agenzia Associated Press, si sarebbero dichiarati fortemente perplessi su un intervento militare USA. Durante una recente audizione al Congresso, il segretario alla Difesa Leon Panetta e il Capo di stato militare, gen. Martin Dempsey, hanno fatto sapere che le forze armate “sono pronte ad agire”, ma hanno aggiunto tuttavia che “ci sarebbero forti limiti” per un coinvolgimento diretto dei militari USA in un’altra guerra in Medio Oriente “dopo i lunghi conflitti in Iraq ed Afghanistan”. Panetta e Dempsey hanno comunque preannunciato il potenziamento delle attività d’intelligence e la fornitura di non meglio precisati “aiuti umanitari” alla popolazione siriana, per un valore di 25 milioni di dollari.

Mentre la maggioranza del Congresso si dichiara contraria ad un’opzione militare contro la Siria, il senatore repubblicano John McCain (ex candidato alle elezioni presidenziali del 2008) ha chiesto in Commissione difesa di inviare i caccia USA a bombardare le postazioni militari siriane, replicando l’intervento dello scorso anno in Libia. “Per cambiare gli equilibri militari all’interno del paese è necessario che gli Stati Uniti, in stretta collaborazione con i nostri alleati turchi ed arabi, forniscano all’opposizione siriana l’aiuto di cui essa ha bisogno per difendersi”, ha dichiarato McCain. “Ciò può includere l’addestramento e la fornitura di armi ed intelligence all’opposizione siriana, l’uso del potere aereo per colpire i centri di comando e di controllo del regime di Assad e l’aiuto necessario perché l’opposizione crei proprie zone di sicurezza all’interno della Siria”.
Intanto da Amman giunge a sorpresa la notizia che dal 7 al 28 maggio la Giordania ospiterà un’imponente esercitazione militare a cui parteciperanno oltre 8.000 militari di Stati Uniti ed altri 16 paesi Nato ed extra-Nato. L’esercitazione “area, navale e terrestre” si chiamerà Eager Lion 12 e sarà focalizzata sulle modalità di “gestione delle crisi” e sulle “tecniche di lotta al terrorismo”, secondo quanto dichiarato da un portavoce dal Pentagono.

mercoledì 18 aprile 2012

Studenti in gita alla base Nato che arricchì la camorra


Scuole italiane sempre più armate e militarizzate. Incontri e lezioni in classe con generali ed ammiragli, gemellaggi con i college per i figli dei militari Usa, attività didattiche sponsorizzate da forze armate e Finmeccanica, visite guidate a caserme e basi navali. L’educazione alla guerra è ormai una delle materie più gettonate dai licei, ma nessuno avrebbe mai immaginato che una delle basi radar ad alto impatto elettromagnetico, oggetto degli appetiti della camorra, sarebbe divenuta la meta delle gite primaverili di centinaia di studenti campani.   

A Giugliano (Napoli), grazie ad un accordo tra il sindaco Giovanni Pianese, l’assessora alla pubblica istruzione Angela Rispo ed il comandante del 22° Gruppo Radar dell’Aeronautica militare (GRAM) Sergio Cannas, i cancelli della stazione radar di Licola verranno aperti per tutto aprile agli studenti delle scuole secondarie di 2° grado del comune. “La convenzione – spiega il sindaco - prevede la realizzazione di una visita guidata gratuita per i ragazzi frequentanti l’ultimo anno presso la struttura che, sebbene poco nota, costituisce un’eccellenza nell’organizzazione della Difesa Aerea Nazionale”.

Complessivamente saranno circa 250 i ragazzi di Giugliano che raggiungeranno la base con bus messi a disposizione dai militari. L’accordo Comune-Aeronautica definisce nei particolari il programma delle visite: un briefing iniziale, un question time e il tour alle sale operative e al sistema radar. Infine, a mezzogiorno, un coffee break “offerto dal Comandante del 22° GRAM presso il Circolo Ufficiali del Reparto ed a seguire il saluto del Comandante per poi rientrare nella sede scolastica”. Di sicuro una giornata che non sarà facile dimenticare.

Base di rilevante importanza strategica quella di Licola, immancabile protagonista delle operazioni di guerra nei Balcani e più recentemente dei bombardamenti in Libia. Il 22° GRAM è un CRP - Control Reporting Post sotto il comando della Nato e concorre alla sorveglianza e alla “difesa” dello spazio aereo nazionale, alla conduzione di “azioni tattiche” e alla “diffusione delle informazioni sulla situazione aerea agli altri enti della catena di Comando e Controllo”.

Le operazioni di Licola sono garantite da una rete di sensori radar integrati con quelli degli altri paesi appartenenti all’Alleanza atlantica e facenti capo al Comando Operazioni Aeree di Poggio Renatico (Ferrara) e, per la parte in volo, dai caccia “Eurofighter” del 4° Stormo di Grosseto, dal 36° Stormo di Gioia del Colle (Bari), nonché dagli F-16 in forza al 37° Stormo di Trapani-Birgi. Secondo il Ministero della difesa, il 22° GRAM “esercita inoltre le funzioni di controllo tattico, comune a tutti i Gruppi radar dell’Aeronautica militare, dei sistemi d’arma assegnati e che si espletano, sostanzialmente, con il controllo dei velivoli in allerta Nato e delle missioni addestrative e con il contrasto alla minaccia aerea terroristica”.

La base radar è sorta nel dicembre 1955, quando l’Aeronautica decise di trasferire a Licola il Control and Reporting Post per la gestione del traffico aereo civile e militare del centro Italia, prima ospitato nell’aeroporto di Capodichino. Dal luglio 1972 il sito fu trasformato in Master Direction Center alle dipendenze operative del 3° S.O.C. di Martina Franca (Taranto). Nel 1983 ebbe inizio la fase di transizione dalla vecchia configurazione fonetico-manuale a quella semi-automatizzata NADGE (Nato Air Defence Ground Environment), il sistema di comando e controllo della difesa aerea che copre integralmente il territorio europeo della Nato, dalla Norvegia alla Turchia. Nella base, in particolare, fu installato un radar 2D del modello “Argos 10” della Selenia, oggetto di inchieste da parte di alcune Procure per le emissioni di pericolose onde elettromagnetiche ben aldilà dei limiti consentiti dalle normative.

Successivamente Licola passò dalla configurazione NADGE/CRC a quella definitiva di CRC/FNS (Full Naegis Site), acquisendo la capacità di scambiare informazioni con i velivoli radar “Awacs”, schierati dalla Nato in alcune basi europee, tra cui Trapani. Nel 1995 il sito fu oggetto di ulteriore ammodernamento con l’installazione del Radar Integration System (RIS) che consente di coordinare e gestire congiuntamente le operazioni di otto testate radar dislocate sull’intero territorio nazionale. Le apparecchiature furono ulteriormente potenziate: l’Argos 10 fu sostituito dal radar 3D “multimissione e a lunga portata” AN/FPS-117 della Lockheed-Martin, anch’esso ritenuto da tecnici indipendenti e ambientalisti come pericolosa fonte di inquinamento elettromagnetico. Quest’ultimo sistema sta per essere sostituito dal Fixed Air Defence Radar (FADR) RAT31-DL prodotto da Selex Sistemi Integrati, azienda del gruppo Finmeccanica. Il nuovo programma radar interessa Licola e altri undici siti radar italiani e comporterà una spesa di 260 milioni di euro circa. Per l’azienda produttrice, il RAT31-DL avrà “eccellenti capacità di scoprire e tracciare i segnali radio a bassa frequenza di aerei e missili balistici”, supportando diverse funzioni d’intelligence e guerra elettronica in ambito alleato. Il Fixed Air Defence Radar appartiene all’ultima generazione dei sistemi 3D a lungo raggio: con una portata sino a 500 km di distanza e 30 km in altezza, opera in una frequenza compresa tra 1,2 e 1,4 GHz (L-band) e con una potenza media irradiante di 2,5 kW. Ignoti, ovviamente, gli impatti che ne deriveranno sull’ambiente e la salute della popolazione residente nei pressi della base radar AMI.
Se “poco nota” in ambito militare, l’installazione di Licola è ben conosciuta tra i cronisti e gli inquirenti impegnanti sul fronte anti-camorra. Nel dicembre 2011, un’inchiesta della magistratura napoletana ha accertato che alcune ditte di riferimento del clan dei Casalesi avevano gestito in subappalto (tra il 2003 e il 2004) alcune delle opere di potenziamento infrastrutturale del 22° GRAM, ottenendo in particolare la fornitura di cemento e calcestruzzo. Secondo l’accusa, le imprese avrebbero impiegato “materiali qualitativamente e quantitativamente diversi e inferiori rispetto alle previsioni del capitolato”. Tra gli indagati, il boss Pasquale Zagaria e un colonnello dell’Aeronautica militare, direttore dei lavori per conto della Difesa. Quest’ultimo avrebbe ricevuto compensi non dovuti da una ditta d’impiantistica nella titolarità di Immacolata Capone, la donna ai vertici del clan Moccia di Afragola, uccisa in un agguato camorristico il 17 marzo 2004. Difficilmente qualcuno ricorderà l’episodio nei briefing con gli studenti di Giugliano, aggiungendo magari che Licola è al centro dei misteri e dei depistaggi sull’abbattimento del DC9 Itavia, la notte del 27 giugno 1980, ad Ustica…

giovedì 12 aprile 2012

Stretto di Messina a rischio sottomarini nucleari USA


Dall’antichità è ritenuto uno dei corridoi marittimi più pericolosi per la navigazione. Lo Stretto di Messina vanta un triste record d’incidenti e collisioni, eppure continuano ad attraversarlo annualmente più di quindicimila imbarcazioni. Si tratta di superpetroliere, traghetti, navi da crociera e pescherecci, unità container con a bordo rifiuti radioattivi, tossici e nocivi, imbarcazioni da guerra di Stati Uniti d’America ed alleati NATO. E le portaerei giganti e i sommergibili a capacità e propulsione nucleare.

Il 5 aprile scorso l’ultimo transito atomico. Mentre alcuni curiosi assistevano all’attracco nel porto di Messina della nave da crociera “Splendida”, a pochi metri dalla costa è improvvisamente emersa l’inquietante sagoma nera di un sottomarino USA. Stamani la foto dell’hunter killer atomico a passeggio nello Stretto è stata pubblicata in prima pagina dalla Gazzetta del Sud.

“Secondo i dati acquisiti dal registro del sistema Vts di Forte Ogliastri, nella disponibilità della Guardia costiera, si è trattato di un sottomarino nucleare presumibilmente della classe Virginia, l’ultima nata dalla modernissima tecnologia americana, che ha preso il posto degli obsoleti sottomarini della classe Los Angeles”, riporta il quotidiano. Costruiti a partire del 2005 nei cantieri di Newport dai colossi General Dynamics e Northrom Grumman, i sottomarini Virginia hanno un costo di quasi 2 miliardi dollari l’uno, sono lunghi 115 metri, larghi 10 e pesano 7.900 tonnellate. Ma imbarcano soprattutto un reattore atomico modello “9SG” (di nona generazione) e i famigerati missili da crociera BGM-109 “Tomahawk” con doppia capacità, convenzionale e nucleare. Le azzardatissime manovre del sottomarino, in uno specchio d’acqua assai trafficato, avrebbero potuto avere conseguenze a dir poco catastrofiche. L’eventuale collisione con altra unità in navigazione, lo scoppio di un incendio a bordo, uno spiaggiamento come quello verificatosi appena due mesi fa in località Ganzirri alla nave “Rubina” (quasi un “Concordia” bis), avrebbero potuto trasformare lo Stretto nella Fukushima del Mediterraneo.

“In Italia, siamo già andati vicino al disastro nucleare nel settembre 2003, quando il sottomarino nucleare “Hatford” si danneggiò gravemente per aver urtato contro il fondale marino, nella zona vicina alla base della Maddalena, in Sardegna”, ricorda il professore Massimo Zucchetti, ordinario di Impianti nucleari del Politecnico di Torino. “Poi la Maddalena è stata abbandonata, ma le misurazioni della radioattività diedero dati allarmanti. Noi riuscimmo a determinare la presenza di materiale radioattivo, ed in particolare plutonio, in certe alghe nella zona dell’arcipelago. Ciò ci permise di dimostrare, contrariamente a quanto sostennero le autorità militari, che era avvenuta una sia pur limitata immissione di inquinanti nelle nostre acque”.

I dati statistici sul numero d’incidenti avvenuti ai reattori nucleari navali sono inquietanti. Negli ultimi quarant’anni si sono avute ben oltre un centinaio di emergenze nucleari o radiologiche ad unità di Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna e Francia. “Purtroppo, la sicurezza dei reattori nucleari su navi a propulsione nucleare è secondaria rispetto ad altre ragioni, strategiche, di produzione e di presenza della flotta”, aggiunge Zucchetti. “Mentre in campo nucleare civile esistono sistemi di sicurezza che sono obbligatoriamente presenti e senza i quali l’impianto non ottiene il permesso di funzionamento da parte delle autorità, su un sottomarino, la presenza di questi sistemi di sicurezza è limitata, per ragioni di spazio, di peso e di funzionalità. Essendo vascelli militari, sono soggetti all’approvazione e alla responsabilità esclusivamente delle autorità militari. Ci ritroviamo quindi col paradosso di reattori nucleari che non otterrebbero la licenza di esercizio civile in nessun paese, e che circolano invece liberamente nei nostri mari”.

Tutt’altro che remota la possibilità di un surriscaldamento del nocciolo del reattore per il mancato funzionamento del circuito di raffreddamento e finanche la fusione parziale o totale del nocciolo. “La fusione del nocciolo è un evento ipotizzato dai piani di emergenza di Taranto e La Spezia, due dei porti italiani utilizzati per le soste di navi militari nucleari”, rileva il fisico Antonino Drago dell’Università di Napoli. “Esso potrebbe provocare un possibile cataclisma tipo maremoto, dovuto allo sfondamento dello scafo da parte del nocciolo che fonde o evapora a milioni di gradi fondendo anche tutto ciò che incontra; si leverebbe una nube radioattiva che spazzerebbe larghe zone seminando morte, provocando un inquinamento del mare in proporzioni inimmaginabili, e in definitiva, attraverso le piogge, dell’acqua potabile e dei prodotti agricoli”.

Un caso di avaria all’impianto di raffreddamento, con conseguente perdita di refrigerante è avvenuto il 12 maggio 2000 al sottomarino d’attacco britannico “HMS Tireless”, mentre transitava al largo della Sicilia. Dopo aver ha spento il reattore, il comandante chiese di potere fare ingresso in un porto italiano, ma il permesso gli fu negato dalle autorità competenti per motivi di sicurezza. Il sottomarino si diresse poi nel porto di Gibilterra; l’entità dei danni subiti dal reattore costrinse l’unità all’ormeggio per diversi anni, generando le proteste della popolazione e una querelle diplomatica fra Gran Bretagna e Spagna.

Una quindicina di anni fa il Comitato messinese per la pace e il disarmo unilaterale pubblicò un rapporto sui più gravi incidenti che hanno interessato navi militari in transito nello Stretto. “L’alba dell’1 novembre del 1971 si verificò una collisione tra la nave delle Ferrovie dello Stato “Villa” e il sommergibile statunitense “Uss Hardhead” con propulsori deseal”, riportavano i pacifisti. “Il 29 novembre 1975, a circa 25 miglia nautiche dallo Stretto di Messina, nel mar Ionio, l’incrociatore USA “Belknap” subì una notevole fuoriuscita di nafta durante le operazioni di rifornimento con una nave cisterna. Al tempo il “Belknap” ospitava i sistemi missilistici “Asroc” e “Terrier” in grado di montare testate nucleari del tipo W44 e W45 da un kiloton”.

Tre gli incidenti verificatosi nel corso del 1977. Il primo, l’11 gennaio, a due miglia a nord da Capo Peloro, vide la portaerei statunitense a propulsione nucleare “Theodore Roosvelt” speronare un mercantile liberiano. “L’unità da guerra proseguì verso il porto di Napoli, pur avendo riportato la fenditura di 5-6 metri sulla prura a tribordo”, scriveva il Comitato per la pace. “La “Roosvelt” utilizzava come generatori due reattori e imbarcava un centinaio di testate nucleari del tipo B43, B57 e B61, con una potenza variabile dal mezzo Kiloton ad un Megaton”. Il secondo incidente avvenne il successivo 23 agosto: la portaerei “USS Saratoga”, anch’essa con un centinaio di testate a bordo, subì un incendio nei pressi dell’hangar per il ricovero dei caccia, a seguito dell’esplosione di un fusto di aerosol. “La velocità e la reazione professionale dell’equipaggio e la decisione di chiamare a distanza il Quartier generale hanno permesso di ridimensionare il potenziale disastro”, fu il laconico commento del Comando generale della US Navy. Il 6 ottobre, mentre era ancora una volta in transito nello Stretto, la “Saratoga” fu speronata sulla fiancata di dritta da un mercantile austriaco. “L’urto fu talmente violento che da una falla fuoriuscì una grossa quantità di nafta, ma anche in questo caso la “Saratoga” continuò la sua rotta senza rispondere ai messaggi radio del mercantile e della Capitaneria di porto”.

La sera del 3 gennaio 1983 fu la volta dell’incrociatore a propulsione nucleare “USS Arkansas” ad entrare in collisione con il mercantile italiano “Megara Iblea” davanti a Punta Pezzo. Notevoli i danni registrati dalle due unità. L’“Arkansas”, classe Virginia, era dotato al tempo di due reattori atomici ed armato con missili antisottomarino “Asroc” (con testate nucleari W44 da un kiloton) e da crociera “Tomahawk” (con testate W80 con un potenziale esplosivo variabile dai 5 ai 150 kiloton).

Singolare quanto accadde invece nella tarda serata del 15 ottobre 1985. “Nei pressi di Capo Peloro venne evitata in extremis la collisione tra una nave militare americana e la nave da crociera Achille Lauro in transito nello Stretto per imbarcare alcuni magistrati responsabili dell’inchiesta sul sequestro dell’unità da parte di un commando palestinese”, segnala il report del Comitato per la pace. “L’imbarcazione statunitense si era avvicinata pericolosamente alla Achille Lauro per spiare l’arrivo dei giudici. Il mancato incidente fu denunciato dal comandante Giuseppe Floridia, responsabile dell’Ufficio navigazione nello Stretto, che era riuscito a dirigere via radio l’Achille Lauro verso una nuova rotta ed evitare la collisione. Il comandante Floridia riuscì ad identificare la sigla della nave USA, F96, presumibilmente corrispondente alla fregata “Valdez”, classe Knox, dotata al tempo di tre missili “Asroc” armati con testate W44 da un kiloton”.

lunedì 9 aprile 2012

Pakistan alleato strategico del governo Monti


Stati Uniti e Nato lo guardano con diffidenza per le troppe ambiguità nella lotta al terrorismo di matrice islamica. Potenza nucleare, una lunga guerra a bassa intensità con la vicina India, il “democratico” Pakistan è vigilato a vista dall’esercito e dagli onnipotenti servizi segreti. Ciononostante sta per divenire uno dei più affidabili partner politico-militari dell’Italia nel continente asiatico.

Alla vigilia delle feste pasquali, il consiglio dei ministri ha discusso e approvato un nuovo accordo di cooperazione con i militari pakistani. “La ratifica dell’accordo nel settore della difesa – riferisce il portavoce dell’esecutivo - si inquadra in una fase particolarmente positiva dei rapporti tra i due Paesi, confermata anche dal recente incontro tra il Presidente Monti e l’omologo pakistano Gilani, in Cina, a margine del Forum dell’Asia a Boao”. Obiettivo chiave del partenariato sarà quello di “sviluppare la cooperazione bilaterale tra le forze armate dei due Paesi, nell’intento di consolidare le rispettive capacità difensive e di migliorare la comprensione reciproca sulle questioni della sicurezza”. Sempre secondo il Governo, una volta in vigore, l’accordo assicurerà anche un’adeguata cornice giuridica e istituzionale per “l’ulteriore progresso di programmi di cooperazione industriale, a beneficio dei settori produttivi e commerciali d’Italia e Pakistan”.

Il paese asiatico è già un discreto cliente del complesso militare industriale italiano. Secondo l’ultimo rapporto della Presidenza del Consiglio sull’esportazione dei materiali da guerra, nel 2010 il valore delle operazioni con il Pakistan ha raggiunto i 53,3 milioni di euro ed ha interessato un variegato stock di strumenti di morte (munizioni, bombe, siluri, missili, apparecchiature elettroniche e per la direzione del tiro, veicoli terrestri, navi da guerra, aeromobili, software, ecc.).

L’affare più lucroso per Finmeccanica & socie riguarda la consegna di dieci batterie del sistema di difesa aerea “Spada 2000 Plus” prodotte da MBDA Italia, società per azioni con sede a Roma, interamente controllata dal consorzio europeo missilistico Matra BAE Dynamics Alenia – MBDA di cui la holding italiana detiene il 25% del pacchetto azionario. Dotato dei missili terra-aria a medio raggio Aspide 2000, con esplosivo a frammentazione e guida radar semiattiva, il sistema “Spada 2000” è in grado di funzionare in qualsiasi condizione climatica, sia di giorno che di notte. Opera congiuntamente con un radar di rilevamento tridimensionale, il RAC-3D prodotto da Selex Sistemi Integrati, altra azienda di Finmeccanica, capace di intercettare e tracciare sino a 100 bersagli simultaneamente dentro un raggio d’azione di 60 km.

Il valore della commessa supera i 415 milioni di euro più le spese di realizzazione a Karachi delle infrastrutture necessarie all’assemblaggio delle munizioni. “L’addestramento dei militari pakistani ha preso il via alla fine del 2009 e alcuni ufficiali hanno visitato in più occasioni le sedi di MBDA in Italia”, ha spiegato Antonio Perfetti, presidente del Cda di MBDA Italia. Le operazioni sono seguite passo dopo passo da personale specializzato dell’Aeronautica militare. L’efficienza del sistema è stato sperimentato con numerosi test nel poligono di Salto di Quirra (Sardegna), alla presenza di una delegazione delle forze armate pakistane, mentre una delegazione militare italiana ha seguito le prime prove di lancio in Pakistan (luglio 2010).

Un altro strumento di guerra “made in Italy” entrato a far parte degli arsenali del Pakistan è il sofisticatissimo aereo senza pilota “Falco UAV”. Realizzato dalle officine di Selex Galileo (già Galileo Avionica), il “Falco” è un velivolo che vola a medie altitudini, ha un raggio di azione di 230 km, un’autonomia superiore alle dodici ore e può trasportare carichi differenti come sensori radar ad alta risoluzione e bombe a caduta libera. L’ordine delle forze armate pakistane risale alla fine del 2008 e comprende venticinque velivoli senza pilota, un’unità di volo di riserva e le stazioni di controllo terrestri (GCS). Il battesimo sul campo è avvenuto in occasione della grande offensiva lanciata nella Swat Valley nell’autunno 2009: come ammesso dalle autorità militari locali, i “falchi” italiani sono stati lanciati per localizzare e bombardare “tutti i tipi di obiettivi, inclusi depositi munizioni, bunker, nascondigli e altre infrastrutture utilizzate dagli insorti”.

Selex Galileo ha in programma di vendere al Pakistan una versione più avanzata del velivolo (il “Falco Evo”) che consentirà un’autonomia di volo sino a 18 ore, una capacità di trasporto sino a 120 Kg e la possibilità di ospitare a bordo bombe e missili teleguidati. L’azienda del gruppo Finmeccanica ha inoltre prodotto i radar installati in alcuni dei cacciabombardieri in dotazione all’aeronautica militare pakistana. Si tratta dei “Grifo” nella versione 80 e 200, operativi in banda X e in grado di supportare il lancio dei missili aria-aria e aria-superficie sempre più utilizzati nelle azioni di guerra contro i gruppi anti-governativi.
La “guerra sporca” delle forze armate pakistane nella regione del nord-ovest e in Balucistan ha causato lo scorso anno la morte di centinaia di civili e oltre due milioni di sfollati. Amnesty International ha ripetutamente denunciato le gravi violazioni dei diritti umani perpetrati dai militari e le esecuzioni extragiudiziali di presunti insorti da parte delle milizie tribali “sostenute dall’esercito ma prive di un appropriato addestramento o controllo”. La Commissione per i diritti umani del Pakistan (Human Rights Commission of Pakistan – Hrcp), organizzazione non governativa, ha documentato il ritrovamento di 282 corpi di sospetti insorti, tra la fine delle operazioni militari nella Swat Valley, nel luglio 2009 e maggio 2010. Anche in questo caso le uccisioni sarebbero state eseguite dalle forze di sicurezza nazionali. “Molti attivisti impegnati in campagne contro le sparizioni forzate in Balucistan sono scomparsi o sono stati uccisi”, aggiunge Amnesty International. Vittime innocenti che non sembrano per nulla turbare i sogni dei mercanti d’armi e dei ministri-banchieri del governo Monti.

venerdì 6 aprile 2012

Il Ministero teme che la base Usa di Niscemi inquini


Anche senza il MUOS, il nuovo sistema satellitare a microonde della marina Usa, la stazione di telecomunicazioni militari di Niscemi è una pericolosa fonte d’inquinamento elettromagnetico. Così il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio ha chiesto alla direzione generale dell’Arpa, l’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, di avviare in tempi rapidi una campagna di rilevamento delle emissioni delle 41 antenne installate nella base statunitense di contrada Ulmo, all’interno della riserva naturale “Sughereta” e a pochi chilometri dal centro abitato di Niscemi.

Con una nota inviata il 29 febbraio 2012 all’Arpa e all’Assessorato del territorio e ambiente della regione siciliana, il direttore generale per le valutazioni ambientali del dicastero solleva più di un dubbio sul parere espresso a favore dell’installazione del MUOS dopo le simulazioni effettuate a Niscemi dell’agenzia regionale. “Dalla relazione istruttoria inviata dall’Arpa Sicilia - scrive il Ministero dell’ambiente – si evince che nelle aree circostanti la base radio della Marina militare Usa di Niscemi NRTF (Naval Radio Transmitter Facility), il contributo al campo elettromagnetico fornito dalle antenne paraboliche e dalle antenne elicoidali del MUOS sia trascurabile a condizione che vengano rispettati gli angoli di elevazione e le direzioni di puntamento di progetto”. Da un recentissimo studio sui rischi del nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari a firma dei professori Massimo Zucchetti e Massimo Coraddu del Politecnico di Torino, rileva la direzione generale del ministero, è tuttavia emerso che nel periodo compreso tra il dicembre 2008 e l’aprile 2010, “l’Arpa Sicilia ha effettuato una serie di rilievi sulle emissioni elettromagnetiche generate dalla stazione NRTF che hanno consentito di rilevare valori di campo elettrico prossimi al valore di attenzione di 6 V/m”. Le misurazioni hanno evidenziato in particolare “la presenza di un campo elettrico intenso e costante in prossimità delle abitazioni, mostrando un sicuro raggiungimento dei limiti di sicurezza per la popolazione e, anzi, un loro probabile superamento. In un caso il valore rilevato è risultato prossimo al valore limite di attenzione stabilito dalla normativa”.

Nel loro studio sui rischi elettromagnetici del terminale terrestre MUOS, i ricercatori del Politecnico di Torino hanno poi rilevato che la “situazione reale” a Niscemi “è però, con ogni probabilità, ancora peggiore di quella evidenziata dalle misurazioni Arpa”. “I misuratori utilizzati (centraline PMM 8055S, banda passante 100 Khz - 3 GHz in modalità Wide Band, 100 KHz-860 MHz in modalità Low Band), non sono sensibili alle emissioni dell’antenna in banda LF alla frequenza di 43 Khz”, spiegano Zucchetti e Coraddu. “Data la grande potenza dei trasmettitori LF, questo fatto può aver prodotto una sistematica sottostima del campo rilevato. La potenza di picco del trasmettitore VERDIN (VLF Digital Information Network, dedicato alle le comunicazioni con i sommergibili in immersione) utilizzato per le trasmissioni in banda LF a Niscemi, può variare infatti da 500 a 2000 KW, valori estremamente elevati che non consentono certo di trascurare questa componente nella valutazione complessiva”. Alla scarsa considerazione di questo tipo di emissioni, si aggiunge la “non conformità” alle norme legislative delle procedure di misurazione. “Le rilevazioni devono essere effettuate quando tutte le sorgenti siano in funzione alla potenza massima, cosa che in questo caso non e stato possibile realizzare”, ammoniscono Zucchetti e Coraddu. Tesi pienamente condivise dai dirigenti del Ministero dell’ambiente che, nella nota indirizzata all’Arpa e alla regione siciliana, ritengono sia necessario effettuare “ulteriori e più approfondite valutazioni” da parte delle autorità competentia salvaguardia della salute pubblica e dell’ambiente” e “al fine di fugare qualsiasi preoccupazione sui possibili rischi per la salute legati al funzionamento dell’impianto”.

Per il Ministero dell’ambiente dovrà così essere accertato il rispetto dei valori limite indicati dalla normativa vigente, garantendo la “corretta esecuzione del rilievo dei campi elettromagnetici in funzione sia della massima potenza di emissione di tutte le sorgenti che rimarranno operative anche dopo l’installazione della stazione terrestre MUOS sia della strumentazione utilizzata per la determinazione dei contributi alle diverse frequenze prodotte dagli apparati, rimandando a tali valutazioni il giudizio di conformità delle due installazioni (NRTF e MUOS) o la necessità di procedere ad azioni correttive”.

Intanto, comitati spontanei di cittadini, istituzioni e associazioni ambientaliste No MUOS moltiplicano i loro sforzi per impedire l’installazione del devastante sistema di guerra Usa in Sicilia. Dopo un corteo di protesta a Niscemi sabato 31 marzo e un presidio a Comiso il 4 aprile in occasione del trentennale della grande manifestazione contro i missili nucleari Cruise, i No MUOS hanno indetto per fine mese una tre giorni di eventi a Niscemi. Il 19 maggio sarà la volta della vicina città di Vittoria ad ospitare un grande concerto contro il sistema satellitare a cui parteciperanno importanti gruppi musicali nazionali.

Proprio il sindaco di Vittoria, Giuseppe Nicosia, ha inviato nei giorni scorsi una lettera al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della difesa e al Presidente della regione siciliana, per chiedere il loro intervento al fine di revocare o sospendere le autorizzazioni concesse per l’installazione del MUOS. “L’infrastruttura - scrive il sindaco - oggetto di un protocollo d’intesa siglato l’1 giugno 2011 tra il Ministero della Difesa e la Regione Siciliana, oltre a destare preoccupazioni per l’impatto ambientale e per le possibili interferenze con i sistemi di volo dello scalo aeroportuale di Comiso, che in linea d’aria dista appena quindici chilometri dalla stazione MUOS e la cui apertura è imminente, suscita allarme anche per i probabili danni alla salute, provocati dalla esposizione ai campi elettromagnetici”. “Sento il dovere di ricordare – conclude il primo cittadino – che questa terra, già afflitta dalla presenza della mafia oltre che da due impianti petrolchimici (Gela e Priolo), ha una forte vocazione pacifista, e negli anni Ottanta fu teatro di una massiccia azione di protesta – che vide impegnato in prima persona Pio La Torre – contro la base Nato di Comiso. La Sicilia non può e non deve diventare la pattumiera d’Italia; i nostri figli non possono vedere ipotecati il loro futuro e la loro salute”.

È da segnalare infine la presentazione di un’interrogazione parlamentare sul sistema Usa per le guerre stellari da parte dell’onorevole Fabio Giambrone di Italia dei Valori. Nel sottolineare i gravi rischi per la popolazione e l’ambiante degli impianti di Niscemi, l’on. Giambrone ricorda come le emissioni elettromagnetiche potrebbero avere pesanti conseguenze sul traffico aereo. “La potenza del fascio di microonde del MUOS sarebbe in grado di provocare interferenze nella strumentazione di bordo di un aeromobile che dovesse essere investito accidentalmente”, scrive il parlamentare. “Queste eventualità non sono assolutamente da considerarsi remote e trascurabili, visto che l’aeroporto di Comiso (Ragusa) verrebbe a trovarsi a poco più di 19 chilometri dal MUOS e gli effetti per il traffico aereo del nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari sarebbero noti ai tecnici della Marina americana già da alcuni anni”.

In un primo tempo, infatti, la stazione di telecomunicazione satellitare doveva essere realizzata nella grande base aeronavale di Sigonella, alle porte di Catania. Poi però i militari Usa decisero di dirottare il MUOS a Niscemi date le risultanze di uno studio sull’impatto delle onde elettromagnetiche eseguito da due società statunitensi, la AGI - Analytical Graphics Inc. di Exton in Pennsylvania e la Maxim Systems con sede a San Diego, in California. I contractor elaborarono un modello di verifica degli alti rischi di irradiazione sui sistemi d’armi, munizioni, propellenti ed esplosivi, raccomandando così di non installare i trasmettitori in prossimità di velivoli dotati di armamento e di trasferirli in una località alternativa.

“Il Presidente della Provincia di Ragusa ha incontrato a Palermo i rappresentanti dell’Aeronautica militare e dell’Assessorato regionale alle infrastrutture, i quali, stando a dichiarazioni di stampa, avrebbero negato l’esistenza di interferenze tra il MUOS e l’aeroporto di Comiso”, scrive l’on. Giambrone. “Il gruppo consiliare IdV alla Provincia di Ragusa ha chiesto formalmente gli atti comprovanti la compatibilità tra la stazione di telecomunicazioni MUOS e lo scalo di Comiso ma, ad oggi, nessun atto è stato prodotto. La normativa comunitaria e nazionale sanciscono il principio secondo cui l’interesse nazionale perseguito con la realizzazione dell’opera pubblica deve comunque essere compatibile con l’interesse pubblico prevalente, costituito dalla tutela della salute e dell’ambiente. Quali indagini intende porre in essere il Governo al fine di verificare l’effettiva compatibilità tra il MUOS e il funzionamento dell’aeroporto di Comiso?”.

lunedì 2 aprile 2012

Generazione Comiso. I ragazzi degli Anni Ottanta


“Renato A. e Renato C., Angelo, Alfredo, Turi, la piccola Giovannella, Alfredo, Angelo, Patrizia, Pippo, Enrico. E Alfonso da Catania e Teresa da Enna, e Tore e Morishita e Antonella. E Franz, Giuseppe e Giacomo e tu, Jochen...”



Mi ero proprio rotto. Due giorni a fare su e giù, Comiso-aeroporto, aeroporto-Comiso. Una Fiat 127 blu tutta ammaccata, scarrozzando inviati Rai e corrispondenti annoiati, persino tre grigi inviati della Pravda e di chissà quale altro quotidiano dell’URSS. Tutti gli altri, davanti ai cancelli, a cantare, giocare, ballare, condividere l’utopia che avremmo fermato i lavori, i missili. Così, la sera in assemblea, dissi che l’8, ultimo giorno di blocco, non avrei più fatto l’addetto stampa e che mi sarei unito ai siciliani in sit-in all’ingresso principale. Avvenne tutto in un attimo: il comandante dei CC col frustino, i suoi insulti, poi le sirene, i bengala, i lacrimogeni e gli assalti davanti e di dietro. Botte da orbi, il dolore pungente sulle spalle, il sangue, la fuga in un’immensa nube di polvere tra i vigneti. Insieme a Tullio che mi aveva raccontato, felice, che sarebbe presto andato in Nicaragua da cooperante. E quel maledetto elicottero che c’inseguiva, dappertutto, l’agente bastardo che rideva e fingeva di spararci addosso.

Riuscimmo a tornare all’IMAC. I primi soccorsi, un punto di sutura, a pulirci il fango, anestetizzando le lacerazioni dell’anima. Quella notte fu l’inferno. Ardevo di dolore e rabbia. Poi il crollo in un oceano d’incubi. Le immagini della carica in moviola, i volti di quei criminali che ci avevano rubato l’innocenza, la gioia, la speranza. E i manganelli. Ancora quel frustino. I bastoni di legno. Orrore a orrore. Infine, grazie al mixer di antidolorifici e vino, un insperato torpore, un senso di pace fatto di ricordi, flash back con loro, sorelle e fratelli di un anno di convivenza e lotte nel Campo internazionale della pace di Comiso.

La festa della luna piena con Marianne, narratore clown di un villaggio trasformato in industria di morte ma che come in tutte le fiabe, alla fine, prima del vissero tutti felici e contenti, il missile a multipla testata nucleare esplodeva in bon-bon e caramelle. Le pazienti lezioni di giornalismo di Marina, due anni negli States come stagista. “Hai talento, ma ti perdi in inutili fronzoli. Vai subito al sodo, sii anglosassone!”. Antonio, disoccupato, che aveva respinto a muso duro l’unica offerta di lavoro che gli avevano fatto. Quella di fare da muratore all’interno della base. L’incontenibile gioia di Iano di Avola, obiettore di coscienza in servizio civile, quando lo informammo che sarebbe andato a parlare di noi, una settimana, tra i metalmeccanici di Milano e di Varese. Le processioni a piedi scalzi di Turi, dietro il Vescovo che benedì nel nome di Cristo la prima pietra della chiesa all’interno del complesso atomico. Ed Enrico, sardo cocciuto e ribelle, sempre più capace di noi a tessere, abilmente, legami politici impossibili. La forza di Tore per continuare a vedere le cose belle della vita, leggere, scrivere, studiare, anche quando gli occhi ti hanno vigliaccamente tradito. L’incomparabile dolcezza di Antonella che aveva ammansito con una carezza i cani lupo che ci avevano scagliato contro i tutori dell’ordine di Sigonella. E le ballate a Sacco e Vanzetti e Pio La Torre, Give peace a change e Al Magliocco al Magliocco, tutti a fare il coro, stonati, di Fortunato cantastorie di Barcellona Pozzo di Gotto. La santità del reverendo Morishita, irraggiungibile nella sua imperturbabile pace interiore e proprio per questo intimamente nostro. Nostro davvero e di tutta Comiso. L’attesa, una settimana sì e una no, del furgone dei nonviolenti messinesi, Renato A e Renato C, la piccola Giovannella, Alfredo, Angelo, Patrizia, Pippo. E Alfonso da Catania e Teresa da Enna, l’amore che ha generato Irene, la pace. E quell’uomo spuntato chissà come e da dove, barba incolta e bastone. “Sono un giornalista di un mensile che verrà, parlatemi di voi pacifisti che voglio scrivere un pezzo”. Fui diffidente, quasi maleducato. Vedevo spie dappertutto e un giornalista di un giornale mai nato era sicuramente uno sbirro. Invece era Riccardo e quell’inchiesta sui giovani di Comiso uscì sul primo numero de I Siciliani. Missili e mafia, mafia e missili. Erano stati il pallino di Pio, lo sarebbero stati per il direttore-scrittore Fava, anche lui martire sacrificato all’altare dei Principi della morte. 

Con Giuseppe se ne sono andati via prima Giacomo, l’ex sindaco che sfidò il Partito, il suo Partito, che lo aveva lasciato solo contro gli Americani. Poi Franz dei comitati popolari veneti, che in una settimana aveva trasformato un terreno incolto in un camping autosufficiente per i mille compagni di tutta Europa, i protagonisti di quella splendida estate dell’83. L’anno scorso te, Jochen. Ti ricordi quando c’incapriolammo, caddi e mi spezzai il polso e ti dovetti abbracciare perché piangevi come un bambino, splendido nei tuoi lunghi capelli biondi e il volto d’angelo? Non ti ho più visto da quel maledetto giorno che ti arrestarono come un bandito. Gli facevi paura. Invincibile. Ma so che ci sei. E ci sarai. 

Picchiarono e picchiarono, con quei ba­stoni di cuoio, sopra teste, schiene nude, braccia dei ragazzi, chiusi, serrati fra due schiere… Vincenzo Consolo, Comiso, l’Unità, 7 settembre 1985.


Articolo pubblicato in I Siciliani giovani, n. 3, marzo 2012

Il lungo autunno dei patriarchi di Barcellona PG


Una cittadina di provincia destinata  a segnare la storia recente del paese: a Barcellona (Messina) ambienti massonici e paramassonici hanno creato un sistema di potere apparentemente inossidabile. Finora…



Trent’anni fa. Il muro di Berlino. La spada di Damocle dei missili nucleari da piazzare ad Est e ad Ovest. Le grandi manifestazioni di massa contro la logica dei Blocchi contrapposti. E il Mediterraneo che assumeva sempre più il ruolo di nuova frontiera tra Nord e Sud. Nella grande base di Sigonella, avamposto di guerra e di morte, fervono i preparativi per ospitare i primi Cruise destinati alla costruenda installazione di Comiso. Una base a stelle a strisce, de iure e de facto, con una sempre più difficile convivenza con il 41° Stormo dell’Aeronautica militare italiana. Al comando c’è il colonnello Franz Sidoti. L’estate del 1982 volge al termine e il soldato dell’aria viene raggiunto da una chiamata telefonica da Barcellona Pozzo di Gotto, la città dove è nato.

È Antonio Franco Cassata, vecchio amico d’infanzia, giudice istruttore a Patti e instancabile animatore del circolo culturale “Corda Fratres” del Longano. “Franzittu, il 17 ottobre ricorre il centenario della morte di Giuseppe Garibaldi, l’eroe dei due mondi, e noi della Corda vogliamo radunare un mondo, a Barcellona”. Il magistrato invoca la sinergia dell’arma azzurra per aggiungere fremito e modernità alla cerimonia che sta organizzando con il patrocinio della Regione Siciliana. “Ti chiedo, Franzittu, di far convergere, all’ora esatta della posa della corona ai caduti, tutta la potenza del cielo”. “Tutto doveva avvenire in quell’ombelico della volontà di Franco”, ricorda Sidoti. “Fu così concordato il passaggio su Barcellona di una pattuglia di Starfighter F.104F, cacciatori di stelle...”. E il 17 ottobre, puntuali come un treno svizzero, le bare volanti dell’Aeronautica sorvolarono la città del Longano. Urla di giubilo e lo sventolio di migliaia di bandiere tricolori. Cassata è commosso. L’omaggio a Garibaldi ha consacrato l’onnipotenza del circolo e dei suoi soci. Giudici, avvocati, insigni giuristi, poeti, scrittori, artisti, giornalisti, diplomatici, militari, liberi professionisti, parlamentari, sindaci e amministratori locali. Un vicepresidente del senato. Una saggia condivisione bipartisan, neo e post fascisti, cattolico-centristi-democristiani, socialisti e comunisti. L’élite di una cittadina di periferia destinata a segnare la storia recente del Paese.

Fédération Internazionale des Etudiants Corda Fratres Consulat de Barcellona (Sicilia) il nome dell’officina che ha forgiato i giovani rampolli della borghesia liberale locale. L’ultima sopravvissuta delle Corde goliardiche che animavano gli atenei italiani del dopoguerra, filiale di quella rifondata nel 1944 nell’Università degli Studi di Messina all’ombra del rettore-ministro-massone Gaetano Martino. Al tempo, tra gli studenti cordafratrini spiccavano le figure del figlio d’arte Antonio Martino, futuro ministro agli esteri e alla difesa dei governi Berlusconi (e una domanda in sonno di affiliazione alla loggia P2 di Licio Gelli); Enrico Vinci, poi segretario generale della Comunità europea; Francesco Paolo Fulci, prima ambasciatore a Washington e successivamente direttore del Cesis (il Comitato esecutivo a capo dei servizi segreti); Nicolò Amato, direttore generale degli istituti di pena. Nel Longano, il fior fiore dell’intellighenzia: il letterato Nello Cassata (padre del giudice), lo scienziato Nino Pino Balotta, i magistrati Carlo Franchina e Gino Recupero, il poeta Bartolo Cattafi, il prefetto Ettore Materia.

Quando a fine anni ’60 i principi tardo-ottocenteschi della Corda verranno messi all’angolo dai movimenti studenteschi ed operai, sarà proprio Antonio Franco Cassata a mantenere in vita il circolo di Barcellona, elevandola ad associazione culturale in grado d’interloquire su ogni tema della politica e della vita sociale nazionale. Con soci e dirigenti in buona parte giudici ed avvocati, l’attenzione al mondo della Giustizia e dell’ordine pubblico è stata una costante. Cassata è riuscito ad avere ai convegni fratrini, i magistrati Giancarlo Caselli, Aldo Grassi, Franco Providenti e Francesco Di Maggio. E ad annoverare tra i “soci onorari”, i magistrati Melchiorre Briguglio e Carmelo Geraci. Più due uomini di vertice dei Carabinieri, i generali Sergio Siracusa (già direttore del SISMI, il servizio segreto militare, ed ex comandante dell’Arma) e Giuseppe Siracusano (tessera n. 1607 della P2), indicato dalla relazione di minoranza dell’on. Massimo Teodori sulla superloggia atlantica come “un fedelissimo di Gelli da antica data”.

Non pochi i frammassoni dell’associazione barcellonese. Su 36 fratelli risultati iscritti nel 1994 alla loggia Fratelli Bandiera del Grande Oriente d’Italia, ben 14 sono risultati soci Corda Fratres; altri due, avvocati, nella loggia La Ragione di Messina. Compresenze che hanno spinto alcuni a definire il circolo come paramassonico, scatenando le ire dei presenti. “La storia della Corda Fratres di Barcellona testimonia, sotto molteplici aspetti, l’assoluta incompatibilità della stessa con qualsiasi forma di esoterismo di tipo massonico”, scrive il giudice Cassata. Eppure il volume pubblicato in occasione del sessantesimo compleanno del circolo riporta, testuale, che “l’originaria incontaminazione della Federazione fu destinata a vacillare nel ‘900, allorché la Corda Fratres, così come la maggioranza dei Club service di allora, subirono l’infiltrazione della Massoneria (il Grande Oriente d’Italia)”.

“Il programma - si spiega - basato su solidarietà, carità e pace, luce ed amore, era, del resto, tutto speculare a quello della Massoneria universale, così come affini erano alcuni obiettivi specifici, a partire della lotta contro l’oscurantismo clericale”. Salvo concludere che “la contaminazione massonica, però, si limitò a un periodo ben delimitato della vita della Corda”. Per il grande storico della massoneria italiana, Aldo Mola, l’interesse del Grande Oriente per i cordafratini fu “inevitabile”: una “reciproca attrazione” dovuta al fatto che l’associazione, “sostenitrice di una fratellanza universale, non poteva non giungere a utilizzare il cifrario liberomuratorio”. Un’attrazione fatale come quella per gli ordini cavallereschi. Si racconta di un Cassata presidente, nel 2004, di una commissione esaminatrice del premio “contro la violenza negli stadi”, promosso dall’Ordine dei Cavalieri Templari. Tra i commissari, pure il professore Santino Lombardo, allora presidente Corda Fratres.

Antonio Franco Cassata è l’odierno Procuratore generale di Messina. Inamovibile. Nonostante Il Fatto Quotidiano abbia scritto il 21 settembre 2011 che è sotto indagine a Reggio Calabria per concorso esterno in associazione mafiosa insieme ad altri magistrati rimasti ancora senza nome. Sempre a Reggio, il cordafratrino è sotto processo per “diffamazione aggravata in concorso con ignoti”, commessa con la diffusione di un dossier anonimo contro il docente universitario Adolfo Parmaliana, morto suicida l’1 ottobre 2008 dopo aver inutilmente lottato, in solitudine, contro l’illegalità nella vita politico-amministrativa del Comune di Terme Vigliatore. Anni prima, Parmaliana aveva inutilmente denunciato Cassata al Consiglio superiore della magistratura.

“Non si è mai visto in Italia un processo a un alto magistrato per un dossier ai danni di una persona defunta, per di più con lo scopo di tentare di ostacolare la pubblicazione di un libro”, afferma Fabio Repici, legale della famiglia Parmaliana. “Il volume che si tentò di non far giungere nelle librerie, Io che da morto vi parlo, di Alfio Caruso, è la storia di Adolfo, delle sue battaglie spesso solitarie, delle sue sconfitte, della sua morte e delle nefandezze compiute ai suoi danni”. Processo davvero singolare quello contro Cassata. Alla prima udienza, il magistrato Giandomenico Foti, capo dell’ufficio del Giudice di pace, ha dichiarato di astenersi in considerazione dei suoi “rapporti di amicizia e di frequentazione personale e familiare” con l’imputato. Altro colpo di scena alla seconda udienza: essendo prossimo a compiere 75 anni d’età, il nuovo giudice, Antonino Scordo, ha reso noto che non potrà portare a termine il processo. Tutto rinviato dunque al prossimo 29 marzo, quando le parti, forse, potranno conoscere l’identità del giudice giudicante.

“Con la nomina di Cassata – aveva scritto Alfio Caruso - diventa tangibile l’egemonia di Barcellona su Messina attraverso il sindaco Buzzanca, il procuratore generale e il politico più influente Domenico Nania. Tutti e tre provengono da Barcellona e dalla Corda Fratres, l’associazione della quale hanno fatto parte anche Pino Gullotti, il capo riconosciuto della famiglia mafiosa, e l’enigmatico Saro Cattafi…”.



Un boss mafioso fra i notabili della buona società


Dotti, borghesi, massoni e qualche presenza imbarazzante tra i cordafratrini di Barcellona PG. A iniziare da Giuseppe Gullotti, l’avvocaticchiu, una condanna passata in giudicato per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano. Del circolo culturale, nel 1989, il boss fu anche per breve tempo membro del direttivo. Fu ufficialmente allontanato solo nell’autunno del 1993, dopo la visita nella città del Longano della Commissione parlamentare antimafia presieduta dall’on. Luciano Violante. La relazione finale stigmatizzò il suo ruolo-guida all’interno della cosca locale. Nonostante in Corda Fratres nessuno avesse mai avuto dubbi sull’onorabilità di Gullotti, egli era incorso in passato in più di uno scivolone giudiziario. Il 27 dicembre 1982, era stato denunciato insieme ad alcuni pregiudicati barcellonesi per gioco d’azzardo all’interno del circolo “Famiglia Sicula”. Nel 1989, a Viterbo, Gullotti era stato sottoposto a indagine per truffa (poi prosciolto) a seguito dell’acquisto di una Volvo rivenduta al conterraneo Roberto Minolfi, cognato dell’imprenditore agrumario Giovanni Sindoni. Quel Sindoni fedele sottoscrittore d’inserzioni pubblicitarie sul periodico cartaceo della Corda, ritenuto dagli inquirenti “soggetto legato all’organizzazione mafiosa barcellonese”, in contatto con i catanesi del clan Santapaola.

L’efficienza criminale di Giuseppe Gullotti era nota invece tra i pezzi da novanta di Cosa nostra siciliana. “Venne ordinato uomo d’onore nel 1991, per intercessione del vecchio boss di San Mauro Castelverde, Giuseppe Farinella”, ha raccontato Giovanni Brusca. “Sempre il Gullotti si sarebbe dovuto occupare di reperire l’esplosivo necessario per l’attentato che venne progettato tra il ’92 e il ’93 contro il leader del Partito socialista Claudio Martelli, attraverso l’interessamento e la mediazione del clan di Nitto Santapaola”. Deponendo al processo Mare Nostrum, lo stesso Brusca ha dichiarato che il telecomando da lui adoperato per la realizzazione della strage di Capaci, gli era stato materialmente consegnato poco prima proprio da Gullotti. L’assegnazione al barcellonese di tale incarico, secondo Brusca, sarebbe stata patrocinata da Pietro Rampulla, l’ex ordinovista artificiere del tragico attentato del 23 maggio 1992 contro il giudice Falcone.

“Anch’io avevo rapporti con Gullotti”, ha raccontato nel giugno 1999 il controverso collaboratore Luigi Sparacio, già a capo dei gruppi criminali peloritani. “Mi era stato presentato da Michelangelo Alfano come persona vicina a Cosa nostra, e in tale ambito fornii al predetto uno-due telecomandi da utilizzare per attentati e che erano stati per me realizzati su commissione, da un dipendente dell’Arsenale militare di Messina…”. Sparacio ha aggiunto che tra le persone “vicine” al Gullotti c’era il costruttore Vincenzo Pergolizzi, il faccendiere Filippo Battaglia ed “una persona di Barcellona che era vicino al Battaglia con il quale trafficava in armi, tale Cattafi Rosario che era amico di Natale Sartori ed Antonino Currò”. Originari di Messina, Sartori e Currò erano stati arrestati nel marzo ’99 a Milano con l’accusa di associazione mafiosa. Titolari di società di pulizie, vantavano legami di altissimo livello: il manager Fininvest Marcello Dell’Utri e il factotum di Silvio Berlusconi, Vittorio Mangano, mafioso palermitano della “famiglia” di Porta Nuova. Un collaboratore, Vincenzo La Piana, ha raccontato di aver partecipato, a Milano, ad un pranzo con Dell’Utri, Currò e Sartori in cui venne richiesto al senatore un interessamento per il trasferimento carcerario del Mangano, al tempo ristretto a Pianosa.

Nome ancora più indigesto dell’albo soci della Corda Frates, quello di Rosario Pio Cattafi, professione avvocato, indicato da pentiti ed inquirenti come il capo dei capi della mafia barcellonese. Più di un anno fa il Tribunale di Messina gli ha sequestrato beni del valore di sette milioni di euro, compresi i terreni agricoli di contrada Siena intestati alla “DiBeca Sas”, che il miope consiglio comunale del Longano ha vincolato a megaparco commerciale. Un’operazione che è oggetto d’indagine della Procura e di un’ispezione della Prefettura e che potrebbe condurre allo scioglimento in extremis del Comune per infiltrazione mafiosa.

Nei primi anni ’90, il Gico della Guardia di Finanza di Firenze attenzionò alcune operazioni sospette del Cattafi. Nella nota informativa del 3 aprile 1996, un paio di passaggi sono dedicati ai rapporti fra Rosario Cattafi, il giudice Cassata e l’immancabile associazione cordafratrina. “Cattafi frequentava circoli e club sia a Milano che a Barcellona, potendo così incrementare il numero delle conoscenze utili”, scrivono gli uomini del Gico. “A Barcellona risultava interessato all’attività della Corda Fratres, il cui rappresentante, Antonio Franco Cassata, risulta rappresentante anche della Ouverture–Associazione Italia-Benelux e del Comitato Organizzativo Premio Letterario Nazionale Bartolo Cattafi”. Più avanti, “riprendendo l’esposizione dei rapporti tra il Cattafi e personaggi delle Istituzioni al fine di poter fornire elementi atti alla individuazione degli informatori del sodalizio”, il Gico ritorna sul magistrato. “Residente a Barcellona nella stessa via del Cattafi”, il dottor Cassata è “responsabile di alcuni circoli e associazioni costituite con dichiarato intento di perseguire scopi culturali”. Infine si segnala che nelle agende del Cattafi comparivano il numero telefonico dell’abitazione privata del magistrato, quello degli uffici giudiziari di Messina dove operava e quello dell’“associazione di cui risulta rappresentante legale…”.



Lo scorso 1 marzo, Rosario Cattafi si è dovuto presentare davanti a due ufficiali del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dei Carabinieri per un interrogatorio di oltre tre ore nell’ambito di un’inchiesta della DDA di Messina che lo vedrebbe indagato per associazione mafiosa. “Non si tratterebbe del primo e lungo faccia a faccia tra Cattafi e i carabinieri del Ros”, rivela la Gazzetta del Sud. “In questi mesi ci sarebbero stati altri interrogatori effettuati in gran segreto sempre alla Compagnia carabinieri di Barcellona, per un’inchiesta che praticamente corre parallela al nucleo forte di indagini che il procuratore capo di Messina Guido Lo Forte e i suoi sostituti stanno gestendo sulla geografia mafiosa barcellonese, all’indomani dei clamorosi pentimenti del boss dei Mazzarroti Carmelo Bisognano e del reggente Santo Gullo”.

La modalità investigativa ha però lasciato perplesso più di un osservatore. “Ancora una volta la Procura di Messina riserva i modi più gentili ai vertici della mafia barcellonese”, scrive l’eurodeputata di IdV Sonia Alfano. “In tutti gli altri distretti giudiziari d’Italia gli indagati per mafia vengono arrestati e solo dopo interrogati. Per Cattafi, invece, l’ufficio diretto da Lo Forte ha utilizzato l’inedita procedura, come a voler riconoscere a Cattafi una sorta di riguardo istituzionale. Mi chiedo quale sia la ragione, salvo dover pensare che Cattafi si sia pentito e stia vuotando il sacco, e che quindi a breve ci saranno gli arresti di due magistrati, di esponenti dei servizi segreti e di altri rappresentanti istituzionali”.

“Si rimane sconcertati – ha concluso Sonia Alfano – ad apprendere che la Procura ha delegato l’interrogatorio del pericolosissimo boss, legato a doppio filo a Benedetto Santapaola e ai servizi segreti, a quello stesso Ros che subito dopo l’assassinio di mio padre protesse la latitanza di Santapaola nel barcellonese”. Un’altra brutta storia per questa terra d’intrighi e di misteri.



Inchiesta pubblicata in I Siciliani giovani, n. 3, marzo 2012.