I Padrini del Ponte

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Affari di mafia sullo Stretto

lunedì 25 luglio 2011

Spade e Falchi d’Italia al Pakistan in guerra

Mai così critiche le relazioni politiche e militari tra Stati Uniti d’America e Pakistan. All’amministrazione statunitense non sono piaciute certe ambiguità delle autorità pakistane nella lotta ai Talebani e i report della Cia sulle presunte coperture dei servizi segreti locali alla latitanza di Osama bin Laden (assassinato dai marines Usa in un blitz “non autorizzato”), hanno creato una divisione profonda tra i due ex alleati di ferro nella cosiddetta “guerra al terrorismo” in Asia centrale. Così, sorprendendo gli analisti internazionali, Washington ha sospeso la consegna alle forze armate pakistane di sistemi d’arma per un valore di 800 milioni di dollari, aiuti previsti all’interno del piano speciale pro-Pakistan approvato lo scorso anno dal Congresso. Secondo quanto dichiarato al Times da un portavoce del Dipartimento della difesa, la decisione è stata determinata dalla “riduzione del numero dei visti rilasciati per il 2011 dalle autorità pakistane a favore dei consiglieri e degli addestratori militari Usa”, con l’effetto che un centinaio di ufficiali delle forze speciali di Us Army ha dovuto lasciare il paese nelle ultime settimane.
Buona parte degli aiuti congelati corrisponde a crediti per l’acquisto presso società produttrici statunitensi di equipaggiamenti militari, visori notturni, parti di ricambio per elicotteri, pistole, munizioni, giubbotti antiproiettile e dispositivi per il lancio di bombe. Trecento milioni di dollari erano invece destinati a rimborsare i costi sostenuti nella dislocazione di oltre 100.000 militari pakistani ai confini con l’Afghanistan.
La discussa fedeltà di Islamabad con l’Occidente nella lotta ad al-Qaeda e alle fazioni armate anti-governative afgane non sembra invece impensierire più di tanto il complesso militare industriale italiano che anzi spera di accrescere il proprio ruolo nell’export di sistemi d’arma. Gli affari sulla rotta Italia-Pakistan sono già imponenti. Entro la fine del 2013 dovrebbe concludersi la consegna di dieci batterie del sistema di difesa aerea “Spada 2000 Plus” prodotte da MBDA Italia, società per azioni con sede a Roma e stabilimenti a Fusaro e La Spezia, interamente controllata dal consorzio europeo missilistico Matra BAE Dynamics Alenia – MBDA di cui l’holding Finmeccanica detiene il 25% del pacchetto azionario.
Lo “Spada 2000” è la versione aggiornata del sistema missilistico “Spada” che l’Aeronautica militare italiana utilizza sin dai primi anni ’80. Dotato dei missili terra-aria a medio raggio Aspide 2000, con esplosivo a frammentazione e guida radar semiattiva, il sistema è in grado di funzionare in qualsiasi condizione climatica, sia di giorno che di notte. “Spada 2000” è integrato da una serie di shelter che, secondo i costruttori, “permettono mobilità tattica e strategica, incluso il trasporto su un aereo C-130”. La sua configurazione base, a livello di batteria, consiste in un centro di rilevamento e da due a quattro sezioni di lancio, ciascuna delle quali con due lanciatori di sei missili Aspide. Completa il sistema un radar di rilevamento tridimensionale, il RAC-3D prodotto dall’azienda Selex Sistemi Integrati (gruppo Finmeccanica) in grado di intercettare e tracciare sino a 100 bersagli simultaneamente dentro un raggio d’azione di 60 km.
Le batterie “Spada 2000” sono state ordinate dal Pakistan a fine 2007 e costano 415 milioni di euro più le spese per la realizzazione delle infrastrutture necessarie all’assemblaggio delle munizioni da parte d’imprese pakistane. Secondo Antonio Perfetti, alla guida del consiglio d’amministrazione di MBDA Italia, la società avrebbe già completato la costruzione a Karachi di due facilities, una per la manutenzione del nuovo sistema missilistico e la seconda per effettuare i test di guida degli Aspide. “L’addestramento dei militari pakistani ha preso il via alla fine del 2009 e alcuni ufficiali hanno visitato in più occasioni le sedi di MBDA in Italia”, ha spiegato Perfetti. Determinante l’apporto dell’Aeronautica militare italiana che ha sperimentato l’efficienza del sistema sin dal 2005 con otto test di lancio presso il poligono di Salto di Quirra (Sardegna), alla presenza di una delegazione delle forze armate pakistane. “I militari italiani stanno continuando a operare in stretto collegamento con gli acquirenti”, ha aggiunto il massimo dirigente di MBDA Italia. “E i primi test operativi sono stati eseguiti in Pakistan nel luglio 2010, dopo la consegna della prima batteria Spada 2000” . Per l’azienda italiana che vanta un fatturato annuo di 450 milioni di euro, la consegna del sistema missilistico “Spada 2000” al paese asiatico rappresenta il 25% circa del portafoglio ordini.
Recentemente, un altro gioiello di guerra “made in Italy” è entrato a far parte degli arsenali del Pakistan. Si tratta del sofisticatissimo aereo spia e senza pilota “Falco UAV”, realizzato dalle officine di Selex Galileo (già Galileo Avionica), altra società del comparto Finmeccanica. Il “Falco” è un velivolo che vola a medie altitudini, ha un raggio di azione di 230 km, un’autonomia superiore alle dodici ore ed è in grado di trasportare carichi differenti tra cui, in particolare, sensori radar ad alta risoluzione che sondano metro per metro il terreno inviando le immagini ai centri di comando terrestri per una loro elaborazione. Ma gli UAV possono essere definiti solo impropriamente come “aerei spia”: sotto le due ali, infatti, possono portare sino a 140 chili di bombe. Prodotto nello stabilimento Galileo di Ronchi dei Legionari (Gorizia), anche il “Falco” è stato sperimentato per la prima volta a Salto di Quirra. L’ordine da parte delle forze armate pakistane risale alla fine del 2008 ed è di venticinque velivoli senza pilota, un’unità di volo di riserva e delle stazioni di controllo terrestri (GCS). “I velivoli che sono stati trasferiti al Pakistan a partire dell’estate 2009 vantano un’autonomia di volo prolungata e maggiori capacità di carico del modello Falco UAV utilizzato oggi dalle forze armate in Afghanistan”, affermano i manager di Selex Galileo. Il battesimo sul campo è avvenuto in occasione della grande offensiva lanciata nella Swat Valley dalle forze armate pakistane nell’autunno 2009: come ammesso dalle autorità militari locali, i “falchi” prodotti in Italia furono lanciati per localizzare e bombardare “tutti i tipi di obiettivi, inclusi depositi munizioni, bunker, nascondigli e altre infrastrutture utilizzate dagli insorti”.
La consegna dei velivoli senza pilota non è stata assolutamente gradita da Washington, che in precedenza aveva posto il veto alla vendita al Pakistan di un modello UAV di fabbricazione statunitense per il timore che i servizi d’intelligence “alleati” potessero trasferire i dati raccolti durante le missioni ai leader delle organizzazioni ribelli. Ciononostante Selex Galileo, con il pieno sostegno del governo Berlusconi, ha continuato a fornire il “Falco” ai militari di Islamabad e oggi ne assicura in loco la manutenzione e l’aggiornamento.
I voli dei droni sui cieli di Pakistan e Afghanistan sono ritenuti di massima rilevanza strategica e nonostante la crisi nelle relazioni bilaterali, c’è la ferma intenzione del Pentagono e della Cia di continuare a utilizzare una pista d’atterraggio a Shamsi (Baluchistan) per i decolli degli UAV in dotazione alle forze armate Usa. “Continueremo i nostri voli di sorveglianza contro i ribelli che operano ai confini con l’Afghanistan nonostante la richiesta pakistana di abbandonare la base militare”, hanno dichiarato all’agenzia Reuters due ufficiali statunitensi. “Possiamo inoltre contare su adeguate infrastrutture fuori dal Pakistan, principalmente in Afghanistan, ma in futuro potremmo anche utilizzare unità navali per le necessarie operazioni dei droni contro obiettivi ribelli in Pakistan”. Intanto continuano gli attacchi missilistici dei “Predator” nelle regioni nord-occidentali del Pakistan, dove a metà luglio, in sole dodici ore, sono rimaste uccise almeno 38 persone, tutti guerriglieri secondo il Dipartimento della difesa, ribelli e civili inermi secondo fonti indipendenti pakistane. Il primo bombardamento è avvenuto nel villaggio di Gorvak, nel Waziristan settentrionale, e ha causato una ventina di vittime. Altri missili sono stati lanciati contro un’abitazione nell’area di Shawal (nord Waziristan), uccidendo dieci sospetti “militanti”. L’ultimo attacco statunitense è stato contro il villaggio di Dremala, Waziristan meridionale, un’area vicinissima al confine con l’Afghanistan. Otto le vittime, più alcuni feriti. I giochi di guerra Usa e Nato in Pakistan sono tutt’altro che virtuali.

domenica 24 luglio 2011

Il nodo strategico di Sigonella. Interventi in Africa e nuove tecnologie militari

Dal 1973 è una delle stazioni aeronavali chiave per gli interventi militari USA in Europa orientale, Africa, Medio Oriente e sud-est asiatico ed una delle infrastrutture  estere che ha assorbito i maggiori investimenti da parte del Pentagono (poco meno di un miliardo di dollari negli ultimi 15 anni). Si tratta di Sigonella, la grande base dell’US Navy che sorge nella piana di Catania, oggi trampolino di lancio degli attacchi della coalizione internazionale a guida NATO contro le forze armate libiche fedeli a Gheddafi.

Congiuntamente ad un’altra base siciliana (Trapani-Birgi), Sigonella sta funzionando da vero e proprio hub per la movimentazione di uomini, mezzi e sistemi d’arma destinati allo scacchiere di guerra libico. Operano in particolare dalla stazione aeronavale gli aerei senza pilota UAV MQ-1 Predator che il Pentagono sta utilizzando per bombardare caserme, aeroporti, postazioni radar e centri di telecomunicazione. Secondo l’International Institute for Strategic Studies (IISS) di Londra, nella base siciliana sono stati schierati due squadroni dell’US Air Force con velivoli Predator. Realizzati dalla General Atomics Aeronautical Systems Inc., i velivoli misurano 8,22 metri di lunghezza, raggiungono medie altitudini (sino a 9.000 metri sul livello del mare) e hanno un’autonomia di volo di 40 ore. I sensori ottici e i sistemi di video-sorveglianza possono individuare e fotografare qualsiasi target anche in condizioni di intensa nuvolosità. Ma più che aerei spia, i Predator sono un’arma letale in grado d’intercettare ed eliminare gli obiettivi con estrema precisione grazie ai missili aria-terra a guida laser AGM-114 “Helfire” di cui sono armati.

Per le missioni d’intelligence e per dirigere gli attacchi, il Pentagono utilizza pure un altro tipo di velivolo senza pilota, l’RQ-4 Global Hawk (“falco globale”), prodotto dalla Northrop Grumman. È il “grande fratello” teleguidato che intercetta ogni movimento sospetto in aree che si estendono per migliaia di chilometri quadrati, l’anello strategico delle catene di controllo e comando delle guerre del XXI secolo, quelle a costo zero – in termini di vittime - per gli eserciti che le scatenano, e dove restano invisibili i morti, civili e militari, dei paesi che le subiscono. Di dimensioni nettamente maggiori del Predator, i “falchi globali” godono di un’autonomia di volo di circa 30 ore e possono volare a 60.000 piedi di altezza in qualsiasi condizione meteorologica. Il viceammiraglio William Gortney, in un’intervista alla stampa statunitense, ha confermato che il Global Hawk “sta fornendo una sorveglianza continua del territorio libico, eseguendo missioni di volo dalla base aerea di Sigonella”. Dopo aver ingrandito con i propri visori di bordo le immagini captate e calcolate le coordinate geografiche dei potenziali obiettivi, il grande UAV invia le informazioni ai centri di analisi terrestri e agli aerei-radar AWACS della NATO (questi ultimi operativi da Trapani-Birgi) che stabiliscono i target da bombardare con i cacciabombardieri, i missili da crociera e i Predator.

Anche se il primo dei Global Hawk è giunto segretamente solo nell’ottobre del 2010, la base di Sigonella è destinata a divenire la “capitale internazionale” di questi velivoli destinati a coordinare i futuri attacchi, convenzionali e nucleari, contro ogni possibile obiettivo nemico in tre continenti (Europa, Asia ed Africa). Stando ai piani del Pentagono, nello scalo sarà pienamente operativo entro il 2012 un plotone di 4-5 Global Hawk, mentre altri cinque velivoli saranno consegnati entro il 2015 ai reparti della Marina USA di stanza in Sicilia. Anche per questo è in avanzata fase di realizzazione un complesso per la manutenzione generale dei “falchi globali” in dotazione alle forze armate statunitensi, un programma considerato di “altissimo valore strategico” dal Dipartimento della difesa, i cui lavori sono stati appaltati alla CMC di Ravenna (Legacoop). La NATO, da parte sua, ha scelto la stazione aeronavale quale “principale base operativa” dell’Alliance Ground Surveillance – AGS, il nuovo sistema di sorveglianza terrestre dell’Alleanza atlantica. Entro il 2014 giungeranno a Sigonella 800 militari, sei velivoli Global Hawk di ultima generazione e le stazioni fisse e trasportabili progettate per supportare il dispiegamento in tempi rapidi e in qualsiasi scenario internazionale delle unità terrestri, aeree e navali della Forza di Risposta (NRF) della NATO, divenuta operativa nel giugno 2006. “Grazie all’Alliance Ground Surveillance, la NATO acquisirà una considerevole flessibilità nell’impiego della propria capacità di sorveglianza di vaste aree di territorio in modo da adattarla alle reali necessità operative”, ha dichiarato Peter C. W. Flory, vicesegretario generale NATO per gli investimenti alla difesa. “L’AGS sarà un elemento chiave per assicurare l’assunzione delle decisioni politiche dell’Alleanza e la realizzazione dei piani militari”.

Il ruolo strategico di Sigonella nelle operazioni in Libia è consacrato pure dai velivoli per il pattugliamento marittimo P-3C “Orion”, gioielli dell’intelligence navale convertiti in aerei d’attacco: la US Navy ha dotato gli “Orion” dei missili aria-superficie AGM-65 “Maverick”, ampiamente utilizzati per distruggere le imbarcazioni libiche. Sigonella offre inoltre il supporto tecnico-logistico agli aerei a decollo verticale V-22 “Ospreys”, agli elicotteri CH-46 “Sea Knight” e CH-53E “Super Stallion”, e ai cacciabombardieri F-15 ed F-16 “Fighting Falcon” che l’US Air Force ha trasferito nel Canale di Sicilia. Da Sigonella partono inoltre i ricognitori Boeing RC-135 “Rivet Joint”, i velivoli di sorveglianza elettronica EP-3E “Aries II”, quelli per il rilevamento dei segnali radar EA-18G “Growlers” e gli aerei cisterna KC-130 e KC-135 utilizzati per il rifornimento dei velivoli impegnati nei raid, compresi i cacciabombardieri strategici B-2 (gli “aerei invisibili”) giunti direttamente dalla costa orientale degli Stati Uniti d’America. Nella base sarebbero pure schierati gli aerei A-10 “Thunderbolt” e AC 130 “Spectre”, infernali strumenti di morte dell’US Air Force. Il “Thunderbolt” è armato con un cannone lungo più di sei metri, il GAU-8/ “Avenger” (vendicatore), in grado di sparare fino a 4.200 colpi al minuto. I proiettili di 30 centimetri contengono ognuno 300 grammi di uranio impoverito per perforare blindati e carri armati. Conti alla mano, ad ogni raffica l’“Avenger” disperde nell’ambiente più di 15 chili di microparticelle radioattive. Lo “Spectre”, invece, può essere dotato alternativamente di un cannone da 105 millimetri o da cannoncini da 40 e 25 millimetri con proiettili perforanti anti-carro. Sempre secondo l’International Institute for Strategic Studies sono pure presenti a Sigonella sei cacciabombardieri F-16AM dell’aeronautica danese (armati di bombe GBU-49 da 500 libbre); otto cacciaintercettori JAS-39 e un aereo cisterna Tp-84 dell’aeronautica militare svedese; due pattugliatori marittimi Lockheed CP-140 “Aurora” (con missili MK-46 Mod V), canadesi; sei caccia F-16C e un aereo cisterna Boeing KC-135 “Stratotanker” dell’aeronautica militare turca.

L’African Connection della base USA di Sigonella non passa però solo dal conflitto libico. Organismi, reparti e mezzi di stanza in Sicilia operano da tempo remoto nel continente nero. Ufficiali del Naval Criminal Investigative Service (NCIS) vengono impegnati nell’addestramento “in tecniche di sicurezza marittime e portuali” dell’Africa Partnership Station (APS), la forza multinazionale che gli Stati Uniti hanno promosso con numerosi paesi dell’Africa occidentale e centrale. La maggior parte delle operazioni di rifornimento armi, munizioni e carburante delle unità impegnate in esercitazioni in ambito APS sono coordinate dal Naval Supply Center (NAVSUP) “Echelon IV”, il centro della US Navy che coordina da Sigonella la logistica dei reparti statunitensi nell’area mediterranea e mediorientale. Ufficiali della Combined Task Force 67 - CTF-67, partecipano invece alle sempre più numerose esercitazioni congiunte USA-forze armate africane. Il CTF-67 è il comando che sovrintende le operazioni nel Mediterraneo delle forze aeree della Marina militare ed è stato trasferito da Napoli a Sigonella nell’ottobre 2004 proprio per rafforzare la sua proiezione in Africa.

Il fiore all’occhiello delle nuove politiche interventiste USA nel continente è però rappresentato dalla Joint Task Force JTF Aztec Silence, la forza speciale creata dal Dipartimento della difesa per condurre missioni d’intelligence, sorveglianza terrestre, aerea e navale, nonché vere e proprie operazioni di combattimento in Africa settentrionale ed occidentale. Il generale James L. Jones, al tempo comandante delle forze armate USA in Europa (Eucom), in un’audizione davanti alla sottocommissione difesa del Senato (1 marzo 2005), ha spiegato che JTF Aztec Silence è stato istituita nel dicembre 2003 “per contrastare il terrorismo transnazionale nei paesi del nord Africa e costruire alleanze più strette con i governi locali”. “A sostegno di JTF Aztec Silente – ha aggiunto il gen. Jones - le forze d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento (ISR) della US Navy basate a Sigonella, Sicilia, sono state utilizzate per raccogliere ed elaborare informazioni con le nazioni partner. Questo robusto sforzo cooperativo ISR è stato potenziato grazie all’utilizzo delle informazioni raccolte dalle forze nazionali locali”.

Alla Joint Task Force Aztec Silence sono attribuite in particolare le missioni della Operation Enduring Freedom – Trans Sahara (OEF-TS), il complesso delle operazioni militari condotte dagli Stati Uniti e dai suoi partner africani nella vasta area del Sahara-Sahel. Per OEF-TS le forze armate USA hanno potuto contare sino ad oggi sulla collaborazione di ben undici paesi: Algeria, Burkina Faso, Libia, Marocco, Tunisia, Ciad, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria e Senegal. Più propriamente, OEF-TS è la componente militare della più ambiziosa Trans Sahara Counter Initiative (TSCTI), il piano a lungo termine degli Stati Uniti d’America per “prevenire i conflitti” nella regione, “attraverso un’ampia gamma di strumenti politici, economici e per la sicurezza”. All’iniziativa trans-sahariana sono stati destinati circa 100 milioni all’anno dal 2009 al 2013. Sino al dicembre 2007, la JTF Aztec Silence si basava sullo sforzo operativo di differenti squadroni di pattugliamento aereo della US Navy che venivano trasferiti in Sicilia per periodi di circa sei mesi da basi aeronavali statunitensi. In seguito, il Comando centrale degli Stati Uniti ha istituito il Patrol Squadron Sigonella (Patron Sig), assegnando in pianta stabile in Sicilia uomini e mezzi provenienti da tre differenti squadroni (VP-5, VP-8 e VP-16), più il personale del Consolidated Maintenance Organization di Jacksonville (Virginia), addetto alla manutenzione dei velivoli. L’elemento strategico per “individuare, attaccare e colpire” gli obiettivi nemici è rappresentato dall’aereo radar P-3C “Orion, nato per il pattugliamento marittimo e la guerra antisottomarini, ma che a partire dagli anni ‘90 è stato orientato sempre di più alle attività ISR e alla cosiddetta “lotta al terrorismo”, l’eufemismo di Washington per giustificare i programmi di guerra globale. Come abbiamo visto, oggi l’“Orion è anche un efficace strumento per bombardare obiettivi civili e militari in Libia.

Con la costituzione di AFRICOM, il comando USA per le operazioni terrestri, aeree e marittime nel continente africano, sta ulteriormente crescendo il traffico aereo a Sigonella, specie dei velivoli che trasportano i reparti e i mezzi statunitensi destinati ai teatri più “caldi” del nord Africa e dell’Africa sub-sahariana. Una sfida, quella rappresentata dalle nuove missioni nel continente, che ha costretto gli strateghi dell’Air Mobility Command (AMC), l’alto comando per la mobilità aerea, a pianificare investimenti multimilionari per potenziare le grandi infrastrutture militari presenti nell’area mediterranea. Secondo quanto pubblicato il 25 marzo 2008 dal quotidiano delle forze armate USA, Stars and Stripes, per rispondere ai bisogni di AFRICOM “sarà necessario che una parte del personale dell’Air Mobility Command ospitato in Gran Bretagna e Germania venga trasferito in alcune basi d’Italia, Spagna e Portogallo”. Il generale Duncan J. McNabb, la più alta autorità militare nel settore del trasporto aereo statunitense, in un’intervista rilasciata al periodico Air Forces Magazine (novembre 2008), ha spiegato che “per assicurare il successo dell’intervento in Africa”, è indispensabile “sviluppare le infrastrutture delle basi chiave, come Lajes Field, l’isola Ascensione nell’Atlantico e Sigonella, Sicilia”. “L’Air Mobility Command - ha aggiunto McNabb – sta lavorando con il comando dell’US Air Force in Europa per trasferire in queste installazioni, dalla base aerea di Ramstein, Germania, il traffico aereo di AFRICOM”.

I sempre più numerosi arrivi nella base siciliana dei giganteschi aerei cargo dell’US Air Force, congiuntamente al dispiegamento dei velivoli senza pilota del tipo Global Hawk e Predator, rischiano di rendere ancora più sovraffollati gli spazi aerei della Sicilia e di buona parte del sud Italia, con prevedibile peggioramento delle condizioni di sicurezza per il traffico civile e le popolazioni che vivono nelle aree vicine all’installazione aeronavale. Sono in particolare gli UAV a porre pesanti interrogativi sui pericoli futuri, ma le ripetute denunce degli attivisti della Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella non hanno condotto sino ad oggi a un serio dibattito pubblico sui rischi di questi sistemi a controllo remoto per le attività di decollo e atterraggio del vicino aeroporto civile di Catania-Fontanarossa, il terzo scalo in Italia come volume di passeggeri (oltre sei milioni di transiti all’anno). Diversamente era andata invece in Spagna, dove le autorità statali che in un primo tempo avevano candidato Zaragoza come “principale base operativa” del sistema AGS in alternativa a Sigonella, si erano poi ritirate perché “l’installazione dei velivoli senza pilota presentava molti inconvenienti al normale funzionamento del vicino aeroporto della città”, come dichiarato dal portavoce del governo Zapatero. “Dato che le aeronavi della NATO voleranno continuamente per catturare le informazioni, si potevano generare restrizioni al traffico aereo, saturazione nello spazio aereo e problemi durante gli atterraggi e i decolli”.

Sui pericoli rappresentati dalla proliferazione degli UAV non mancano gli studi e gli interventi scientifici anche dall’altra parte dell’Oceano. Nel documento The U.S. Air Force Remotely Piloted Aircraft and Unmanned Aerial Vehicle - Strategic Vision, in cui l’aeronautica militare statunitense delinea la “visione strategica” sul futuro utilizzo dei sistemi di guerra, si ammette che “i velivoli senza pilota sono sensibili alle condizioni ambientali estreme e vulnerabili alle minacce rappresentate da armi cinetiche e non cinetiche”. “Il rischio d’incidente del Predator e del Global Hawk è d’intensità maggiore di quello dei velivoli con pilota dell’US Air Force”, si legge ancora, anche se si aggiunge essere “al di sotto dei parametri stabiliti nei documenti di previsione operativa per questi sistemi. Il comandante Renzo Dentesano, pilota per quarant’anni dell’Aeronautica militate e di Alitalia (poi consulente del Registro aeronautico italiano e perito per diverse Procure della repubblica e studi legali in procedimenti relativi ad incidenti aerei) spiega che Global Hawk e Predator “non risultano in grado di assicurare l’incolumità del traffico aereo civile”, perché “sono stati progettati in modo tale che, pur disponendo a bordo di un sensore capace di “vedere”, secondo il principio ICAO di see and be seen, altro traffico in volo con il quale la loro traiettoria potrebbe interferire, non hanno la capacità completa di rispettare l’altro principio sul quale si basa la sicurezza dell’aviazione civile e cioè il protocollo see and avoid – vedi ed evita il traffico a rischio di collisione”. Per Dentesano, cioè, gli UAV “non sono in grado di variare la loro traiettoria di volo in senso verticale, salendo o scendendo di quota, come la situazione per evitare una collisione prontamente richiederebbe”.

Queste problematiche sono note alle autorità militari italiane. Durante un’ispezione compiuta nella base siciliana (31 marzo 2008) dal parlamentare di Sinistra Critica-PRC, Salvatore Cannavò, l’allora comandante del 41° Stormo dell’Aeronautica militare, colonnello Antonio Di Fiore, aveva negato l’ipotesi d’insediamento a Sigonella dei Global Hawk in quanto “la gestione di quel tipo di aerei non è compatibile col traffico civile del vicino aeroporto civile Fontanarossa”. Senza poi dimenticare che i velivoli decollano e atterrano a pochi chilometri in linea d’area dal cosiddetto “triangolo della morte” Augusta-Melilli-Priolo dove imperversano impianti chimici, raffinerie, depositi di carburante e munizioni per le unità navali USA e NATO, compresi i sottomarini e le portaerei a capacità nucleare.

Che Sigonella e dintorni siano ad altissimo rischio militare lo conferma la lunga lista d’incidenti verificatisi in questi anni: collisioni in volo, velivoli precipitati al suolo o nelle acque del basso Tirreno, atterraggi di fortuna su campi e strade siciliane, ecc.. Il peggiore dei disastri risale a ventisette anni fa. Il 12 luglio 1984, un quadrigetto C141B “Starlifter” dell’US Air Force precipitò in contrada Biviere, nel comune di Lentini (Siracusa), e nell’incidente morirono i nove membri dell’equipaggio. I militari statunitensi vietarono il soccorso ai mezzi locali e impedirono che giornalisti e fotoreporter si avvicinassero all’area. Massimo fu il riserbo sul carico trasportato dal velivolo e il segreto militare fu esteso pure alle cause di incidente. Per una quarantina di giorni, la strada statale 194 che collega Catania a Ragusa fu interdetta al traffico veicolare. Solo a seguito di uno studio del colonnello dell’US Air Force Paul M. Hansen sugli incidenti con oggetto i C141B (ottobre 2004), la Flight Safety Foundation di Washington ha pubblicato sul proprio data base una scheda di quanto accaduto a Lentini. La fondazione segnala che la destinazione del volo era la base aeronavale di Diego Garcia, Oceano indiano. “Immediatamente dopo il decollo da Sigonella – si legge nel report – il motore n. 3 del velivolo accusava una grave avaria. Il motore iniziava ad emettere dei rottami che causavano il danneggiamento del motore n. 4. I rottami entravano pure all’interno del compartimento di cargo, incendiando un pallet contenente vernici. L’incendio alle merci trasportate produceva uno spesso fumo velenoso che rendeva il controllo visivo dell’aereo estremamente difficoltoso. L’aereo finiva su un ripido terrapieno ed esplodeva ad appena 198 secondi dal decollo. Gli esami tossicologici effettuati dopo l’incidente indicavano che i membri dell’equipaggio avevano ricevuto potenzialmente livelli fatali di cianuro dal fumo assorbito prima dell’impatto”.

Dopo più di vent’anni, la Procura della Repubblica di Siracusa ha aperto un’inchiesta sull’incidente di Lentini facendo seguito alla denuncia dell’Associazione per bambini leucemici “Manuela e Michele” sull’altissimo tasso di malformazioni congenite e l’anomalo aumento di patologie leucemiche, tumori al cervello e alla tiroide, registrati tra il 1992 e il 1995 nel comprensorio dei comuni di Lentini, Carlentini e Francofonte. Secondo il Registro Tumori della Usl di Siracusa, infatti, il tasso di mortalità in quest’area è tre volte maggiore che nel resto d’Italia. A legare la vicenda del C-141B e lo sviluppo delle patologie oncologiche, l’ipotesi che a bordo del velivolo USA ci fosse un carico di centinaia di chili di uranio impoverito, utilizzato ancora sino a qualche tempo fa come contrappeso degli aerei da trasporto dell’US Air Force e di altri paesi NATO.


Pubblicato  in ScienzaePace - Rivista del Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace dell’Università degli Studi di Pisa, il 20 luglio 2011,  http://scienzaepace.unipi.it/index.php?option=com_content&view=article&catid=26:articoli-focus-n-22011&id=80:il-nodo-strategico-di-sigonella

sabato 23 luglio 2011

Rifugiati. Dimenticanza illegittima

Migranti nel centro di accoglienza anche dopo aver ottenuto il permessodi soggiorno. Scatta la richiesta di rinvio a giudizio per il responsabile del consorzio di cooperative “Sisifo” che gestiva il Cara di Sant’Angelo di Brolo (Me). L’accusa è di truffa aggravata e continuata

Truffa aggravata e continuata. È l’accusa formulata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Patti nei confronti di Cono Galipò, legale rappresentante del Consorzio di Cooperative Sociali “Sisifo” che per un anno e mezzo (dal settembre 2008 al maggio 2010) ha gestito il Centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) di Sant’Angelo di Brolo, comune della fascia tirrenica della provincia di Messina. Per Galipò, uno dei maggiori operatori nell’ambito dell’accoglienza migranti in Italia, è stato chiesto il rinvio a giudizio (l’udienza preliminare è fissata per il prossimo 19 ottobre). La Procuratrice Rosa Raffa è perentoria: “il rappresentante del consorzio – si legge nel dispositivo - si è procurato, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso” un illecito profitto. Secondo la Procura, Galipò si sarebbe appropriato “di 40 euro oltre Iva al giorno per ciascun cittadino comunitario, con pari danno della Prefettura di Messina e del Ministero dell’Interno”. Il sistema era semplice, bastava “non attivare immediatamente la procedura di dismissione dei rifugiati dal centro di accoglienza dopo il pronunciamento della commissione territoriale di Trapani e, comunque dopo il rilascio del permesso di soggiorno”.
Secondo i titolari dell’inchiesta, l’“illegittima permanenza al centro” di 248 richiedenti asilo provenienti da Africa, Medio oriente e sud-est asiatico sarebbe stata complessivamente di 11.707 giorni e, conti alla mano, avrebbe comportato l’“ingiusto” esborso di 468.280 euro (+ IVA) a favore del consorzio. Per alcuni dei rifugiati si sono toccati tempi record: 33 tra uomini e donne, sono stati trattenuti nel Cara di Sant’Angelo di Brolo per più di 100 giorni dalla concessione del permesso di soggiorno, con i casi estremi di Mahamuud A. (309 giorni), Semere A. (288), Abdullah A.M. (231). Negli atti d’indagine, le generalità degli “ospiti” sono incomplete e alcuni dei nomi trascritti in maniera errata. Nessuno di essi è stato di conseguenza individuato come parte offesa dagli inquirenti e non potrà costituirsi in sede di giudizio. Galipò intanto giustifica l’operato dell’ente gestore del Cara con l’assunto che “i profughi hanno semplicemente aspettato di essere trasferiti da un centro a un altro”. L’operatore gode della incondizionata solidarietà dei dirigenti di LegacoopSicilia e LegacoopSociali che in una nota hanno espresso “piena fiducia” nella magistratura che “certamente farà chiarezza confermando la correttezza della gestione del Centro da parte del Consorzio, in ogni ambito improntata a criteri di trasparenza, correttezza e professionalità, in special modo nell’assistenza agli immigrati che ha visto Cono Galipò agire con profondo amore e passione praticando i valori della solidarietà…”. A fianco dell’imputato (ex sindacalista Cgil) pure la Cisl siciliana convinta che il Cara di Sant’Angelo ha offerto “servizi eccellenti sia in termini efficienza sia in termini di qualità, registrando pure una integrazione sociale tra la popolazione residente e gli ospiti”.
In verità, dopo la decisione del ministro degli interni (settembre 2008) di utilizzare il piccolo centro “temporaneamente e comunque non oltre il 31 dicembre c.a.” per accogliere “per brevi periodi, cittadini stranieri provenienti dai centri di prima accoglienza, quindi già identificati e in attesa di essere regolarizzati”, una parte della popolazione aveva inscenato dure proteste anti-migranti, alimentate da amministratori e politici locali. Poi, con le assunzioni di alcuni residenti, il malumore si dileguò e il centro fu tenuto in vita dalla Prefettura di Messina a suon di proroghe sino al maggio 2010. La convenzione attribuiva al Consorzio “Sisifo” la gestione di “tutti gli interventi relativi all’accoglienza di n. 100 stranieri e più precisamente l’assistenza generica e sanitaria, la fornitura di pasti, posto letto completo di cambio biancheria, prodotti per l’igiene personale, vestiario, generi di conforto e servizi di pulizia”. Interventi che non sempre hanno lasciato soddisfatti gli ospiti della struttura. “Alcuni dei rifugiati si sono lamentati perché in qualche occasione non gli sono stati garantiti i kit giornalieri di tovaglie, sapone e sigarette”, racconta la sociologa delle migrazioni Tania Poguish. “Ancora più grave l’inidoneità della struttura che ha ospitato il Cara, un edificio di proprietà del ministero della Giustizia costruito per essere adibito a pretura. Il centro aveva la caratteristica di un luogo chiuso, inaccessibile. All’ingresso c’era un cancello blindato e l’area era vigilata da poliziotti. Gli ospiti, tra cui molte donne e bambini, potevano uscire solo in alcuni orari”. Ancora un non-luogo dove rendere invisibili rifugiati e migranti, ennesima occasione mancata per affermare i principi di solidarietà e il diritto all’accoglienza. Dopo la chiusura, il centro di Sant’Angelo di Brolo è stato convertito in residenza sanitaria assistenziale per anziani non autosufficienti e disabili e la gestione affidata alla cooperativa “Servizi sociali” di San Piero Patti, il cui rappresentante legale, manco a dirlo, è Cono Galipò, mentre direttore generale è il figlio Carmelo, consigliere comunale di minoranza a Capo d’Orlando.

Cono è operatore instancabile e dalle molteplici passioni olitiche. Ex iscritto Pci, consigliere comunale con il Psi e da indipendente con Forza Italia, poi Margherita e oggi Pd (area vicina al deputato Francantonio Genovese, ex sindaco di Messina), Galipò è attivo a Capo d’Orlando nel settore turistico-alberghiero ed è presidente di T Sanità, società Legacoop attiva a livello nazionale nel settore dell’assistenza sanitaria. L’incarico che più conta è però quello di vicepresidente del Consorzio “Sisifo”, costituito da 25 cooperative sociali con sedi in mezza Sicilia in grado di coprire il più ampio ventaglio di interventi sanitari e socio-assistenziali a favore di diversamente abili, anziani e malati terminali e di gestire alloggi per minori, asili nido, comunità terapeutiche e centri di accoglienza per immigrati.
È grazie a “Sisifo” che Cono Galipò è stato nominato amministratore delegato di Lampedusa Accoglienza, la società a responsabilità limitata costituita insieme a BlueCoop (Consorzio Nazionale Servizi di Bologna) che dal giugno 2007 gestisce il Centro di soccorso e prima accoglienza (CSPA) di Lampedusa. Oltre 44.000 ospiti nei primi due anni e mezzo di funzionamento a cui si aggiungono le decine di migliaia di transiti del primo semestre 2011. Omologato per ospitare 804 persone (ma ne sono state stipate sino a 2.000), Lampedusa genera introiti alla Srl per oltre due milioni e mezzo di euro l’anno. Per ogni migrante assistito, lo Stato versa giornalmente 33,42 euro, 16 euro in meno della gestione precedente. Lampedusa Accoglienza sbaragliò gli avversari con un ribasso di oltre il 30% che fece sollevare più di un’obiezione. “Gestiamo tutto attraverso grandi centri d’acquisto che ci permettono economie di scala”, ribatte Galipò. “Le carte telefoniche, ad esempio, le compriamo direttamente da Tim, hanno 5 euro di valore in telefonate, ma a noi costano meno. Usiamo poi contratti d’inserimento lavorativo e altre forme che permettono sgravi contributivi”. Più risparmi e più precarietà delle figure professionali occupate.
“Lo status del centro di Lampedusa è sempre meno definito”, commenta il giurista Fulvio Vassallo Paleologo dell’Università degli studi di Palermo. “Era un centro di prima accoglienza e dopo la breve parentesi nel febbraio del 2009, come Cie (centro d’identificazione ed espulsione) è stato di nuovo trasformato di fatto, dal 2 maggio 2011, in un centro di detenzione, con il trattenimento amministrativo di oltre 200 immigrati tunisini che attendevano che fossero espletate le procedure per il loro rimpatrio. Oggi si isolano le persone in strutture chiuse a tempo indeterminato, limitandone di fatto la libertà personale per settimane, solo per effetto di misure di polizia”.
Invivibilità, sospensione del diritto, sovraffollamento, sensazione diffusa di incertezza ed è così che esplodono nei centri “d’accoglienza” proteste, tensioni, autolesionismi. La memoria va a quanto accaduto il 21 febbraio nel centro di Lampedusa dopo un violento diverbio tra gli ospiti esasperati dalle lunghe file per i pasti. O al CSPA di Cagliari Elmas, quando  l’11 ottobre 2010 un centinaio di immigrati occuparono gli alloggi ricavati all’interno dell’area militare dello scalo aeroportuale mentre una decina di persone riuscivano a fuggire raggiungendo la pista poi chiusa al traffico aereo. La rivolta, tentativo estremo di impedire il trasferimento di alcuni immigrati in un altro centro italiano, fu brutalmente repressa dalle forze dell’ordine con cariche e lanci di lacrimogeni. “Elmas è peggio di una prigione, con sbarre, ringhiere alte 3 metri, telecamere di sorveglianza; dispone di spazi irrisori e anche l’ora d’aria, concessa ai detenuti nelle galere normali, qui è quasi impraticabile”, denuncia il coordinatore di Libera Sardegna, Giampiero Farru. Dall’agosto 2010 la gestione del centro semidetentivo cagliaritano è passata proprio al Consorzio “Sisifo” che ha pure tentato, con poca fortuna, di accaparrarsi il controllo dei famigerati Cie di Torino e Ponte Galeria (Roma), dell’ibrido Cie-Cara di Gradisca d’Isonzo e del centro di prima accoglienza di Borgo Mezzanone (Foggia).
Miglior sorte per le coop siciliane a Castroreale (Messina), dove nel febbraio 2011 è stato approvato un progetto triennale per ospitare all’interno della ex caserma dei carabinieri un paio di famiglie di profughi. Finanziato con 714.471 euro dal ministero dell’interno e 179.361 euro dal Comune, il centro affidato a “Sisifo” ha una disponibilità di 15 posti letto. Mini ospitalità dai costi maxi: Castroreale comporta infatti una spesa pro capite di 55,2 euro al giorno, 22 in più di Lampedusa e 15 del Cara di Sant’Angelo di Brolo finito sotto indagine. L’emergenza migranti, insomma, sembra sempre più un affare per chi lavora nel “sociale”.


Articolo pubblicato in Left Avvenimenti, n. 29 del 22 luglio 2011.

martedì 19 luglio 2011

Lo Sgarbi pensiero su mafia e antimafia

Antonio Mazzeo è un noto giornalista. Si è battuto a lungo contro le infiltrazioni mafiose nella costruzione del ponte di Messina e ha scritto un libro molto noto sull’argomento. Nei giorni scorsi ha avuto uno scontro con Sgarbi, il quale gli ha dato del mafioso. Noi abbiamo espresso la nostra solidarietà nei suoi confronti e abbiamo chiesto d’intervistarlo per capirne di più.

Lei è stato protagonista di uno spiacevole scambio di battute con Sgarbi. Qual è stata l'origine di tutto?
A scatenare la violenta reazione verbale di Vittorio Sgarbi è stata la mia vibrata protesta (“Vergogna! Lei non ha nessun diritto di fare queste dichiarazioni di fronte a centinaia di giovani studenti!”) per il lungo sproloquio su mafia e antimafia durante la master class alla 57^ edizione del Taormina Film Festival, argomento “la cultura in una società senza valori”, a cui il noto critico partecipava accanto al potente banchiere Emmanuele Emanuele, presidente della Fondazione Roma Mediterraneo main sponsor della kermesse cinematografica. Uno show, dunque, del tutto fuori tema e profondamente e pericolosamente mistificatorio sul reale potere oggi esistente, semipervasivo, delle organizzazioni criminali mafiose in Sicilia. Mi sono trattenuto sino a quando ho potuto, ma le affermazioni di Sgarbi sul pizzo, che possono interamente essere ascoltate dal video pubblicato su youtube (http://www.youtube.com/watch?v=yFD77aWRpxc), mi hanno gelato. Affermare che il pizzo non viene esercitato dai mafiosi, è del tutto falso. Al contrario è prioprio attraverso questo strumento che le mafie affermano la loro signoria”politica-militare” sui territori ed esercitano pesantemente il controllo di attività economiche e commerciali. In precedenza, il critico aveva più volte attaccato le istituzioni dello Stato in prima linea contro le mafie (Sgarbi ha espressamente elencato “prefetti, questori, giudici e altri professionisti antimafia”). Ciò, cosa ancora più grave, è avvenuto senza contraddittorio in una sala conferenza straripante di pubblico, prevalentemente studenti liceali e universitari, critici cinematografici, giornalisti italiani e stranieri, all’interno di un evento patrocinato dal Ministro della Gioventà e finanziato quasi interamente da denaro pubblico.

Che cosa ha provato, come uomo e come professionista, quando le è stato dato del “mafioso”?
Un dolore, profondo, per la delegittimazione del lavoro pluriannuale di denuncia e controinformazione sulla borghesia mafiosa, non solo mio ovvio, ma di centinaia di giornalisti, in buona parte giovani precari, che pagano quotidianamente per il loro impegno, sottoposti a minacce di ogni sorta e finanche attentati, costretti talvolta a dover abbandonare residenza e affetti e fuggire al Nord per continuare a scrivere. Se anche i giornalisti, come gli uomini dello Stato impegnati contro le mafie, sono “mafiosi”, vuol dire che “tutti sono mafiosi!”, che mafia e antimafia sono la stessa cosa e di conseguenza ha un senso e legittimità la cosiddetta “provocazione” di Sgarbi, quella della mafia che non esiste. E come ho cercato di spiegare in sala, ciò offende innanzitutto la memoria di persone come Peppino Impastato e Giuseppe Fava, straordinari giornalisti-militanti, guide e maestri di tutti coloro che cercano ogni giorno di testimoniare con coerenza il proprio impegno per la verità e la giustizia.    

Il pubblico ha applaudito sia lei che Sgarbi. Questo probabilmente perché si trattava in larga parte di studenti che non avevano sufficienti dati per valutare oggettivamente la gravità di quanto detto da Sgarbi, potrebbe spiegarci perché è tanto grave affermare che la mafia in Sicilia non esiste più?
Se la”mafia in Sicilia non esiste più” passa il principio che si può pensare ad altro, che si può allora abbassare la guardia, ridurre gli “sprechi” finanziari e i costi umani per controllare i territori, strapparli ai criminali e prevenire nuove illegalità. Da qui la conseguenza che non avrebbero più ragione di esistere norme che tipizzano i reati di mafia, l’aggravante dell’associazione mafiosa e del concorso esterno, le politiche emergenziali d’indurimento repressivo e detentivo per i mafiosi, la protezione e il sostegno di coloro che hanno deciso di rompere ogni legame con le organizzazioni criminali e le loro pratiche, finanche diverrebbe inutile o ingiustificato il sequestro e la confisca dei beni di proprietà mafiosa. Il percorso non può che condurre alla cancellazione del lavoro di contrasto al racket (che nello Sgarbi-pensiero è tutt’altro che un fenomeno criminale mafioso) e dell’usura, del riciclaggio del denaro sporco nella cosidetta economia legale. Del tutto inutili poi diventerebbero i progetti di educazione alla legalità democratica nelle scuole che hanno permesso in questi anni di contribuire alla formazione culturale anti-mafiosa di decine di migliaia di giovani. Credo che basti per affermare che le parole di Sgarbi rischiano di essere profondamente eversive e destabilizzanti.

Può farci un esempio che contraddice la tesi di Sgarbi secondo la quale la mafia non esisterebbe più in Sicilia?
“La mafia non esiste?” Chiedetelo voi ai commercianti dei piccoli comuni o delle grandi città siciliane se sono sottoposti periodicamente alla dazione di denaro per la messa in protezione delle loro attività economiche e chi siano i diretti destinatari di esse. Chiedetelo agli imprenditori se oggi è possiible operare liberamente nel mercato delle piccole e grandi opere infrastrutturali e/o residenziali, senza subire l’imposizione criminale di estorsioni e “messe a posto”, guardianie, forniture di cemento e calcestruzzo (sempre più spesso di pessima qualità),  ecc. Chiedetelo agli abitanti e ai giovani delle invivibili periferie metropolitane quanto sia pesante l’aria che si respira in termini di militarizzazione criminale, imposizione di modelli culturali di sopraffazione e violenza, ricatti, omertà, ecc. In Sicilia la mafia esiste, è presente con forza e autorità. Certo qualcosa è cambiato rispetto al passato, ma questo è solo il risultato delle pratiche repressive delle istuzioni e dei percorsi di antimafia sociale di associazioni, centri culturali, gruppi giovanili, parrocchie, ecc.. Questi interventi verrebbero cancellati se s’imponesse tra l’opinione pubblica il senso e la concezione che la “mafia è stata sradicata è abbattuta”, come vorrebbe Vittorio Sgarbi.

Negare l’esistenza della mafia è la solita omertà, ignoranza, o qualcosa di più?
Dipende dai soggetti e dalle persone che fanno simili affermazioni. C’è ancora un senso comune, autoassolutorio, che desidera di non confrontarsi con il sistema mafia, anche per non mettere in discussione privilegi e status. Ma c’è chi le utilizza per sferrare l’ennesimo attacco ai soggetti e alle persone che lottano concretamente contro la mafia, delegittimandione l’immagine, il ruolo e gli sforzi. Tra questi spiccano il presidente del Consiglio Silvio Berlsuconi e gli uomini del suo entourage, ai vertici del potere politico- economico e delle istituzioni in Italia. 
Tra i presenti, al momento delle affermazioni di Sgarbi, c’erano anche critici cinematografici e giornalisti? Se sì, come la fa sentire essere stato l'unico ad indignarsi?
Se ho sentito il dovere morale d’intervenire è stato inannzitutto per testimoniare che c’è ancora chi s’indigna e sente il dovere d’indignarsi quando vengono messi in gioco i valori fondamentali dell’agire comune e della verità. Sì, ho sofferto molto ad ascoltare le ovazioni del pubblico dopo alcuni pesanti e ingiusti passaggi dell’intervento di Vittorio Sgarbi e sinceramente ho sofferto per gli irresponsabili silenzi degli operatori dell’informazione presenti, ma soprattutto degli organizzatori dell’evento e di chi aveva il ruolo di moderatore del dibattito. Ma in fondo il Taormina festival è il paradigma della società e della politica italiana, ormai incancrenita. Fortunatamente all’orizzonte s’intravvedono i primi spiragli di luce: il risultato delle recenti elezioni amministrative a Milano e Napoli e lo straordinario successo referendario contro la privatizzazione dell’acqua bene comune, il nucleare e l’impunità per il premier, vanno in senso diametricalmente opposto all’atmosfera imperante nella sala conferenza del festival.

Agirà legalmente per difendersi dalla grave calunnia di cui dice di essere stato vittima?
Beh, il tenore della calunnia di Sgarbi è immortalata dalla regsitrazione audio e video. Ho dato mandato ai miei legali di agire contro il critico, ma auspico che l’intero intervento venga visionato dalle autorità giudiziarie competenti, dalla Prefettura di Trapani e dalle Commissioni parlamentari antimafia nazionale e regionale per accertare la gravità politica delle affermazioni di un uomo che riveste l’incarico istituzionale di sindaco del comune di Salemi.

Che cosa pensa di chi non ha fatto nulla per impedire che lei venisse apostrofato come mafioso?
Credo che essi debbanop assumersi pienamente la responsabilità morale di quanto accaduto e agire di conseguenza. Dimettendosi, cioè, dai profumati incarichi di direzione di quello che per anni è stato uno dei più importanti festival cinematografici nazionali e che oggi è stato declassato a fiera strapaesana della vanità e dei potenti dell’effimero (penso ad esempio al premio speciale riservato dal festival al finanziere e produttore franco-tunisino Tarak Ben Ammar, il socio-amico di Berlusconi e del latitante Bettino Craxi).

Ricordiamo che lei è l'autore de “I Padrini del Ponte”, può farci una breve sintesi o spiegare quali questioni  mira a portare alla luce questo libro?
Il libro “I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina”, edito da Alegre di Roma, con la prefazione di Umberto Santino del Centro di documentazione antimafia “Giuseppe Impastato” di Palermo, è il tentativo di sistematizzazione dell’immensa mole di documenti (inchieste giudiziarie, sentenze di tribunali, relazioni di commissioni parlamentari antimafia, ecc.) che ha provato l’interesse suscitato tra le organizzazioni mafiose locali e transnazionali dalla progettazione ed esecuzione del Ponte sullo Stretto di Messina, la Madre delle Grandi Opere e certamente una delle più concrete opportunità di riciclaggio di denaro sporco della storia criminale (come provato ad esempio dall’indagine della procura di Roma denominata “Brooklin” sull’infiltrazione nel finanziamento dell’opera da parte di una delle più potenti famiglie mafiose nordamericane, quella dei Rizzuto di Montreal). Abbiamo tentato inoltre di dare immagine e nomi ai tanti “padrini del Ponte”, quei soggetti che compongono la borghesia mafiosa (imprenditori, progettisti, gruppi finanziari e bancari, azionisti dei grandi media, ecc.) che hanno imposto il modello socio-economico del Ponte, consapevolmente o inconsapevolmente accanto ai rappresentanti delle cosche criminali. E come tentiamo di dimostrare, I Padrini del Ponte sono I Padrini della privatizzazione dell’acqua, i Padrini del complesso militare-industriale che impone la guerra globale e permanente, i padrini del nucleare e di tante delle nefandezze dell’universo neoliberista contemporaneo.   

La nostra è una rivista online che si concentra soprattutto sulla condizione dei giovani in Sicilia, che cosa si sente di dire alle nuove generazioni sul tema dell'antimafia?
Di continuare ad indignarsi, di non smettere di opporsi al pensiero unico imperante, di puntare alla trasformazione realmente democratica ed ugualitaria del mondo, dove siano abbattuti privilegi e muri, venga bandito l’apartheid e sia pienamente riconosciuto il diritto di cittadinanza a tutti. E di non credere mai agli affabulatori e ai giullari di sovrani e regimi, di esercitare sempre e comunque lo spirito critico. Di sperare o ricominciare a sperare, di lottare o ricominciare a lottare. Ne va del futuro nostro, dei nostri figli e della intera umanità.

Intervista a cura di Gianni Scifo pubblicata il 16 luglio 2011 sul sito web Generazione Zero http://www.generazionezero.org/blog/2011/07/16/1095/

venerdì 15 luglio 2011

L’Egitto in fiamme acquista elicotteri made in Italy

Nuovi affari in Egitto per i piazzisti d’armi mentre le forze armate continuano a reprimere brutalmente le manifestazioni per il pane, la libertà e la democrazia. Due elicotteri AW139 in configurazione ricerca e soccorso SAR della società AgustaWestland (gruppo Finmeccanica) saranno trasferiti all’aeronautica militare egiziana via Stati Uniti d’America. Il contratto, per un valore di 37,8 milioni di dollari, è stato sottoscritto dall’azienda italiana con U.S. Army Aviation and Missile Command (AMCOM), il comando aereo e missilistico dell’esercito USA che poi girerà all’Egitto i due mezzi attraverso il programma Foreign Military Sales (FMS). Una triangolazione per certi versi incomprensibile (e dunque sospetta) che ricalca quanto avvenuto un paio di anni fa con il trasferimento all’aeronautica militare afghana di 20 aerei da trasporto C-27A “Spartan” prodotti da Alenia Aeronautica (altra società Finmeccanica) e venduti in prima battuta all’US Air Force. Sempre Alenia Aeronautica aveva tentato inutilmente di ricorrere alle forze armate statunitensi per trasferire altri cargo “Spartan” a Ghana e Taiwan.

Con una velocità massima di crociera di 165 nodi (306 km/h) e un’autonomia superiore alle 570 miglia nautiche (1.060 km), gli elicotteri AW139 dispongono di una bassa traccia acustica e possono operare in tutte le condizioni meteo. Sono inoltre configurabili per il trasporto da 8 a 15 soldati e le grandi porte scorrevoli dell’abitacolo permettono di caricare e scaricare rapidamente truppe e materiali. Gli elicotteri destinati alle forze armate egiziane saranno prodotti negli stabilimenti di Philadelphia di AgustaWestland North America e saranno consegnati entro il novembre 2012. Il contratto prevede anche l’addestramento dei piloti e del personale di terra e la fornitura delle attrezzature e dei ricambi necessari per la messa in servizio e la manutenzione dei velivoli.

L’Egitto è il maggiore recettore al mondo degli aiuti militari USA dopo Israele. Nel 2010 il valore delle armi fornite da Washington è stato di 1,3 miliardi di dollari (più 250 milioni in non meglio specificati “aiuti economici”). Il bilancio di previsione dell’anno fiscale 2011 assegna all’Egitto un identico apporto finanziario in armamenti e apparecchiature strategiche. Tra le principali forniture di sistemi d’arma spicca in particolare quella di 20 cacciabombardieri F-16 (16 nella versione C e 4 in quella D) e di 10 elicotteri d’attacco “Apache”. E tra le beneficiarie dei principali contratti sottoscritti dal Pentagono negli ultimi due anni a favore del paese nordafricano compaiono proprio due aziende italiane del gruppo Finmeccanica: DRS C3 and Aviation Company (sede a Horsham, Pennsylvania) che nel dicembre 2010 ha venduto all’U.S. Army Communications and Electronics Command veicoli, hardware e servizi per la “sorveglianza delle frontiere egiziane” (valore della commessa 65,7 milioni di dollari); e AgustaWestland North America che nel novembre 2009 è stata chiamata da US Navy a riparare e potenziare le apparecchiature di tre elicotteri Mk-2 “Sea King” in dotazione al 7° squadrone dell’aeronautica militare di stanza a Borg El Arab (valore 17,35 milioni di dollari). Sei mesi prima, la stessa azienda elicotteristica aveva firmato un contratto con il ministero della difesa dell’Egitto per la forniture di tre velivoli AW109 “Power” da utilizzare in campo medico-militare (importo 24 milioni di euro), mentre un elicottero nella versione AW139 veniva venduto alla società petrolifera statale egiziana per consentire il trasporto del personale alle piattaforme offshore nel Mediterraneo e nel Mar Rosso.

Per il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs, la grave crisi politica e sociale scoppiata quest’anno in Egitto non comporterà alcuna riduzione negli aiuti militari USA. Non sembrano impensierire l’amministrazione Obama e i contractor statunitensi e internazionali le sempre più numerose denunce sulle violazioni dei diritti umani commesse dalla polizia e dai militari egiziani nel “nuovo corso” post-Mubarak. Secondo il quotidiano britannico The Guardian, dallo scoppio delle proteste di massa contro l’ex presidente ad oggi “le forze armate egiziane congiuntamente ai servizi d’intelligence hanno detenuto segretamente centinaia e forse migliaia di oppositori e molti di essi sono stati pure torturati”. Le organizzazioni non goverantive hanno documentato l’uso di scariche elettriche su alcuni dei detenuti, mentre Hossam Bahgat, direttore dell’Egyptian Initiative for Personal Rights del Cairo, denuncia la “sparizione” di decine di arrestati dopo il loro trasferimento in alcune strutture militari del paese. “Capita sempre più spesso – aggiunge Bahgat - che i partecipanti alle proteste in piazza Tahrir vengano condotti con la forza all’interno del vicino Museo dell’Antico Egitto e sottoposti ad abusi fisici da parte dei soldati che li accusano di essere agenti di gruppi o potenze stranieri come Hamas ed Israele”.

Amnesty International ha raccolto le testimonianze di persone arrestate che hanno denunciato di essere state torturate con vari metodi tra cui le frustate e costretti a fornire informazioni sulle proteste in programma. Due rappresentanti dell’organizzazione internazionale sono stati arrestati (e poi rilasciati) il 4 febbraio nel corso di un blitz delle forze dell’ordine negli uffici del Centro di studi giuridici Hishan Mubarak, al Cairo, insieme a 35 persone che si trovavano riunite (difensori dei diritti umani, avvocati e giornalisti). In un recente report sulle conseguenze della repressione contro il movimento popolare di Piazza Tahir, Amnesty International stima in 840 le persone rimaste uccise durante le rivolte, oltre a migliaia di feriti. “Molti civili sarebbero stati arrestati durante le proteste e processati da tribunali militari, una pratica che viola i diritti fondamentali della persona, primo fra tutto quello a ricevere un giusto ed equo processo”. Tra le pratiche più efferate quella di sottoporre le giovani donne arrestate a “test di verginità”. “Li abbiamo effettuati per proteggere l’esercito da possibili denunce di stupro”, l’allucinante ammissione del generale dell’esercito Abdel Fattah al-Sisi di fronte ai delegati di Amnesty International.

Nel tentativo di mitigare le accuse delle organizzazioni non governative, l’esecutivo egiziano ha deciso l’allontanamento o il pre-pensionamento di 699 tra funzionari di polizia e militari (compresi 505 generali). Secondo la tv di stato, 37 di essi sarebbero direttamente implicati nella morte di alcuni dei manifestanti di piazza Tahir. Per Magda Boutros, una delle attiviste del forum che ha lanciato la campagna per la riforma democratica dei corpi di polizia, si tratta però di una misura meramente simbolica. “Il nostro gruppo stima che siano almeno 200 gli ufficiali responsabili dei massacri di manifestanti”, spiega Boutros. “E comunque non basta rimuoverli dai loro incarichi se essi non vengono poi processati”.

lunedì 11 luglio 2011

Le folli spese di guerra dell’amministrazione Obama

L’amministrazione degli Stati Uniti d’America sfida l’opposizione repubblicana e una parte del Partito democratico e annuncia per il 2012 una manovra finanziaria “lacrime e sangue” per ridure lo spaventoso debito pubblico di oltre 14.000 miliardi di dollari. All’orizzonte si profilano nuove tasse sui consumi e tagli alla spesa sociale e sanitaria per 4.000 miliardi ma il complesso militare industriale e i signori del Pentagono potranno comunque dormire sogni tranquilli. Il Congresso, infatti, con 336 voti favorevoli e 87 contrari, ha varato per il prossimo anno un bilancio della difesa record: 649 miliardi di dollari in nuove armi e missioni di guerra, 8,9 miliardi in meno di quanto aveva richiesto il presidente Obama ma 17 miliardi in più di quanto previsto nel budget  2011. Restano fuori dalla difesa perché computate sotto altre voci del bilancio federale, le spese per la cosiddetta “sicurezza nazionale”, quelle per la ricerca e la sperimentazione di nuovi strumenti bellici e quelle per la realizzazione di installazioni militari nazionali e d’oltremare, per le abitazioni da assegnare al personale o per la produzione degli ordigni nucleari destinati ai cacciabombardieri strategici o ai missili a medio e lungo raggio imbarcati nei sottomarini.
Anche se il Congresso ha confermato in buona sostanza il piano finanziario approntato dal Dipartimento della difesa, sono stati approvati una serie di emendamenti che comportano il trasferimento di risorse da un programma militare all’altro, la cancellazione di alcuni progetti “chiave” del Pentagono e l’acquisizione di sistemi d’arma non richiesti dai militari ma offerti dalle generose e potenti lobby dei fabbricanti. I congressisti hanno decretato un incremento medio dell’1,6% degli stipendi del personale militare e delle spese per l’acquisto di unità navali, aerei da combattimento e velivoli da trasporto C-17, concedendo fondi straordinari per lo sviluppo dei bombardieri B-1 e di un nuovo prototipo di bombardiere strategico dell’US Air Force. Di contro, sono stati tagliati i programmi per alcuni aerei senza pilota, 114 milioni di dollari in meno per l’UAV MQ-9 “Reaper”, protagonista dei sanguinosi raid contro obiettivi civili e militari in Afghanistan e Pakistan e 115 milioni in meno per l’UAV MQ-8B “Fire Scout” della US Navy. Altro rilevante taglio è stato decretato al programma di acquisizione di un nuovo velivolo da guerra terrestre (Ground Combat Vehicle), mentre aumenta di 272 milioni l’importo destinato all’aggiornamento del carro armato M1A2 “Abrams” dell’US Army. Pienamente esaudite invece le richieste del Pentagono di finanziamento dei nuovi cacciabombarideri F-35, di una nuova classe di sottomarini nucleari dotati di missili balistici e dei velivoli per il pattugliamento marittimo P-8 (destinati in parte alla base siciliana di Sigonella).
Un “premio extra” di 335 milioni di dollari è stato concesso inoltre per l’acquisto di due satelliti del Wideband Global System, il sistema di telecomunicazioni satellitari che il Dipartimento della difesa sta sviluppando in cooperazione con le forze armate australiane (complessivamente il sistema assorbirà nel 2012 investimenti per 804 milioni di dollari). Inatteso stop invece al programma trilaterale Stati Uniti-Germania-Italia per la sostituzione dei missili Partiot e Nike Hercules con un nuovo sistema di “difesa anti-aerea e anti-missilili” denominato Medium Extended Air Defense System (MEADS).Il Congresso ha decurtato di 149 milioni di dollari l’apporto USA alla joint venture produttrice con sede ad Orlando (Florida) e composta dal colosso statunitense Lockheed Martin, dalla società tedesca Lenkflugkorpersysteme e da MBDA Missile Systems, consorzio europeo di cui l’italiana Finmeccanica detiene il 25% del capitale. Il programma MEADS, avviato nel maggio 2005, prevede investimenti finanziari per oltre 3,4 miliardi di dollari. Affari d’oro invece per le società impegnate nella realizzazione del sistema missilistico e “anti-aereo” Iron Dome: per il 2012 il Congresso ha infatti approvato una spesa di 205 milioni di dollari a favore del programma di sviluppo che vede insieme Stati Uniti d’America e Israele.
Centosettanta miliardi di dollari vengono destinati infine alle operazioni all’estero delle forze armate USA (4 miliardi in più del 2011), 119 dei quali per le guerre in Iraq, Afghanistan e Pakistan. Al Pentagono andranno inoltre 11,6 miliardi per l’addestramento delle forze armate afghane, 1,5 miliardi per quello delle forze di sicurezza irachene e 75 milioni di dollari per la formazione e l’equipaggiamento delle forze “anti-terorismo” yemenite. Poco chiaro invece quanto accadrà sul fronte libico. Anche se nessuno degli emendamenti approvati impone all’amministrazione Obama la revisione delle modalità d’intervento a fianco della coalizione dei volenterosi a guida NATO, la maggioranza dei congressisti ha chiesto al Dipartimento della difesa di “non utilizzare fondi per fornire equipaggiamento militare, addestramento o consulenze a favore di gruppi o singoli impegnati in attività all’interno o contro la Libia”. Il 20 aprile scorso, tuttavia, Washington ha concesso ai ribelli del Transitional National Council 25 milioni di dollari in “equipaggiamenti non letali” (apparecchiature mediche, uniformi, stivali, tende, impianti radio e molto probabilmente armi leggere) e altri 53 milioni in non meglio specificati “aiuti umanitari” a favore del popolo libico.
Secondo un recente studio pubblicato dall’Eisenhower Research Project della Brown University di Rhode Island, dall’11 settembre 2001 ad oggi le forze armate statunitensi hanno speso 4.400 miliardi di dollari per le operazioni in Afghanistan, Iraq, Pakistan e Yemen, una cifra di per sé stratosferica ma che non comprende gli interessi sui debiti contratti dalle autorità federali USA con le banche. Secondo il gruppo di ricerca “le guerre sono state finanziate quasi per intero con l’assunzione di prestiti; sino ad oggi sono stati pagati interessi per 185 miliardi di dollari, ma altri 1.000 miliardi potrebbero essere pagati per le spese di guerra da qui all’anno 2020”.
Solo il conflitto iracheno, scoppiato nel 2003, avrebbe comportato una spesa di 1.000 miliardi di dollari. Secondo quanto annunciato dal presidente Obama, entro la fine del 2011 tutti i 46.000 militari USA impegnati dovrebbero essere ritirati dall’Iraq, ma c’è chi al Pentagono sta già pensando a mantenere nel paese, almeno sino alla fine del 2012, un contingente di 8.500-10.000 uomini per  “continuare l’addestramento delle forze armate irachene”, come riporta l’agenzia The Associated Press. “L’estensione della presenza militare USA in Iraq avverrà solo dopo un’eventuale richiesta da parte della autorità di Baghdad e dipenderà dalla prontezza che le forze di sicurezza locali avranno acquisito contro i rinnovati attacchi delle milizie”, spiegano i portavoce della Casa Bianca. “Senza una richiesta formale, solo 200 uomini rimarranno in Iraq a disposizione dell’ambasciata USA in qualità di consulenti militari, un compito comune a quello di tutte le altre missioni diplomatiche all’estero”.