I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

domenica 29 maggio 2011

CineFestival di Taormina all’ombra del Ponte

Padrini del Ponte e attori-promotori del mercato globale di scena al Taormina Film Festival. Alla 57^ edizione della rassegna che si terrà nella cittadina siciliana dall’11 al 18 giugno, non mancheranno i mecenati ultraconservatori con il pallino del collegamento stabile nello Stretto di Messina. Accanto ai loghi degli enti locali e del Ministero della gioventù, la kermesse cinematografica vedrà quello della Fondazione Roma Mediterraneo che per l’occasione istituirà il Premio Award per il cineasta che più ha contribuito allo “sviluppo del dialogo interculturale ed all’affermazione di una specifica identità mediterranea”.

Nata nel 2008 per iniziativa della “Fondazione Roma” (ex Fondazione Cassa di Risparmio di Roma, importante azionista del gruppo Capitalia poi Unicredit), la partner-sponsor del TaoFestival ha sede legale nella capitale e uffici di rappresentanza a Palermo e Rabat, ma riesce a muoversi con autorevolezza in tutta l’area mediterranea e finanche in Corno d’Africa. Sponsor del Romaeuropa Festival, la rassegna di spettacoli dell’autunno romano, la Fondazione Roma Mediterraneo finanzia il master in Politiche di pace e cooperazione realizzato dall’Università per stranieri “Dante Alighieri” di Reggio Calabria con i Rotary Club di Reggio Calabria Sud e Roma Cassia, più alcuni progetti allo sviluppo a Gibuti (bambini diversamente abili), Damasco (rifugiati iracheni), Aqaba ed Eilat (studenti giordani e israeliani). Impegni meritori a prima vista, ma dopo aver scorso nomi e curricula degli uomini che siedono nel consiglio di amministrazione della fondazione impossibile non nutrire qualche dubbio sulla sua reale vocazione “sociale ed umanitaria”.

Fondatore e presidente è l’avvocato-professore Emmanule Francesco Maria Emanuele, anche presidente della Fondazione Roma e una serie d’incarichi in passato nei Cda di aziende pubbliche e private, dall’Agusta S.p.A. (gruppo Finmeccanica), protagonista del mercato mondiale degli elicotteri da guerra, alla holding finanziaria Ferfina (gruppo Efibanca) o Condotte Immobiliare S.p.A., società di Condotte d’Acqua, importante gruppo di costruzioni controllato quasi per intero da Ferfina, attivo nel business delle Grandi opere (alta velocità ferroviaria, Mose di Venezia, autostrada Salerno-Reggio, ecc.). Condotte d’Acqua, in particolare, è socia di Eurolink, l’associazione temporanea d’imprese a guida Impregilo, general contractor per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina. Il professore Emanuele del Ponte è un profondo estimatore, al punto di aver fatto parte sino a pochi anni fa del Cda della Società Stretto di Messina, la concessionaria pubblica per la costruzione del manufatto.

A sostituirlo nel consiglio della S.p.A. del Ponte c’è oggi il cavaliere del lavoro Ercole Pietro Pellicanò, originario di Reggio Calabria e consigliere della Fondazione Roma Mediterraneo. Docente di Organizzazione aziendale presso la Libera Università Maria Santissima Assunta di Roma (Lumsa), Pellicanò ha ricoperto prestigiosi incarichi in istituti bancari e finanziari (presidente della Banca Popolare di Roma e di SIPAF - Società di Iniziative e Partecipazioni Finanziarie S.p.A.; membro del Comitato di consulenza di Banca d’Italia; consigliere di Meridiana Finanza, Cofiri S.p.A  e Banca Etruria; amministratore delegato e direttore generale di MAIA - Macchine Agricole Industriali Automezzi S.p.A., azienda leader nel Mezzogiorno, Albania e Malta nel settore delle macchine movimento terra).

Attualmente Ercole Pietro Pellicanò è presidente di Exvi Financial, società finanziaria del Gruppo DGPA di Milano per il sostegno alle imprese; amministratore unico di Futura 2000 S.r.l.; presidente di Ansaldo T&D, gruppo industriale con sede a Genova che progetta e realizza impianti per la trasmissione e distribuzione di energia elettrica. Presente particolarmente in paesi mediterranei e mediorientali (Algeria, Emirati Arabi, Libano, Libia, Kuwait, Qatar, Pakistan, Siria, Tunisia, Yemen), nel marzo 2010 Ansaldo T&D è stata acquisita al 67% dal colosso giapponese Toshiba, mentre il restante pacchetto è in mano al gruppo privato “TILI” di Roma (titolare della società di costruzioni Coinfra S.p.A., ex IRI).

Come se non bastasse, il cavaliere Pellicanò è membro del consiglio di amministrazione del Centro Elettronico Sperimentale Italiano (CESI), leader nel mercato delle prove e certificazioni di apparati elettromeccanici e delle consulenze sui sistemi elettrici. L’82,4% di CESI è in mano a Terna S.p.A ed ENEL; il resto è controllato da una serie di società private, tra cui Italcementi e Prysmian Cavi e Sistemi Energia. Ancora l’ombra dei signori del Ponte: Italcementi, tra i maggiori produttori di calcestruzzo e cemento a livello mondiale, è proprietà della famiglia Pesenti, azionista della società editrice della Gazzetta del Sud, il quotidiano dello Stretto sostenitore del manufatto tra Scilla e Cariddi (il direttore, Antonio Calarco, è presidente onorario della Stretto di Messina S.p.A.); Prysmian Cavi e Sistemi è un’azienda milanese ex Pirelli, controllata per il 4,8% dal fondo di gestione risparmio Fidelity Management and Research - FMR LLC del gruppo Fidelity Investments di Boston, presente pure tra gli azionisti “diffusi” di Impregilo, la società capofila per la progettazione e i lavori del Ponte.

Dulcis in fundo il cavaliere Pellicanò siede dal marzo 2003 alla presidenza del Comitato per lo Sviluppo del Sud dell’American Chamber of Commerce in Italy che ha come scopo di promuovere iniziative nelle regioni del Sud Italia attraverso gli investimenti diretti delle imprese americane. Del Comitato fanno pure parte il presidente della Fondazione Roma, Emanuele Emmanuele; il presidente ANAS e amministratore delegato della Società Stretto di Messina (nonché ex presidente Cofiri, ex vice Banca di Roma ed ex consigliere Finmeccanica) Pietro Ciucci; il presidente del Gruppo Acqua Marcia Francesco Bellavista Caltagirone; l’ex Ragioniere dello Stato e presidente di Infrastrutture S.p.A., Andrea Monorchio.

Nel consiglio di amministrazione della Fondazione Roma Mediterraneo compaiono poi i nomi di Guglielmo de Giovanni-Centelles (consigliere della Pontificia Insigne Accademia di Belle Arti e Lettere, docente di Economia italiana presso l’università “Mediterranea” di Reggio Calabria e Storia del Mediterraneo nell’università “Suor Orsola Benincasa” di Napoli) e Franco Parasassi (già consigliere di numerose fondazioni e dell’European Foundation Center, direttore generale della Fondazione Roma e membro del Cda di Sator S.p.A., società che gestisce diversi fondi d’investimento, nella titolarità di ex manager di Capitalia-Unicredit).

Il partner strategico del CineFestival di Taormina annovera infine un Comitato Scientifico d’Onore che annovera i nomi di Antonio Marzano, Carlos Abella Y Ramallo e Avi Pazner. Marzano è l’odierno presidente del CNEL già ministro forzista alle Attività produttive (governo Berlusconi 2001-05), noto per aver ideato la cosiddetta legge “sblocca centrali” per la realizzazione di nuove centrali energetiche (e nucleari). Abella Y Ramallo, avvocato e Gran Cancelliere del Sacro Ordine Costantiniano di san Giorgio, è un ex diplomatico spagnolo conosciuto in patria per il suo acceso ultraconservatorismo. Prima di essere nominato ambasciatore presso la Santa Sede e il Sovrano Ordine Militare di Malta, Carlos Abella Y Ramallo ha ricoperto il ruolo di console di Spagna a Miami negli anni in cui il governo “popolare” di Aznar flirtava con la colonia cubana anticastrista capitanata dal boss Jorge Mas Canosa. “La fratellocrazia Castro è la grande tragedia del popolo cubano” ama ripetere l’ex diplomatico, consigliere onorario della Fondazione “per lo sviluppo del dialogo interculturale”. 

Ancora più ingombrante la figura del professore Avi Pazner, ex ambasciatore di Israele in Italia ed ex portavoce del governo di Ehud Olmert (maggio 2006 – gennaio 2009), quello passato alla storia per aver condotto la tragica guerra dei 34 giorni in Libano e l’operazione “Piombo Fuso” a Gaza. Pazner è il presidente mondiale del Keren Hayesod - United Israel Appeal (letteralmente “Fondo per le fondamenta”), una delle agenzie ebraiche fondate in occasione del Primo congresso mondiale Sionista (1920) per agevolare l’immigrazione degli ebrei nei territori della Palestina e che oggi raccoglie i fondi per “sostenere” lo Stato di Israele e assicurare lo sviluppo di nuovi insediamenti illegali nei territori occupati della Cisgiordania. Nel 2009 Keren Hayesod ha scelto Roma per tenere la propria conferenza annuale, ospite d’onore il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

L’indigesta partnership Fondazione Roma Mediterraneo – CineFestival di Taormina resterà comunque scolpita nella memoria di cinofili, turisti e comuni cittadini della “perla dello Ionio”. Secondo quanto anticipato dalla Gazzetta del Sud, l’auditorium del PalaCongressi con oltre 800 posti sarà denominato “Sala Fondazione Roma Mediterraneo”. “Perché tale titolazione a una fondazione che vede tra i suoi animatori alcuni dei consiglieri della Società pubblica impegnata nella costruzione dell’ecomostro dello Stretto?”, domanda amaramente il critico cinematografico Citto Saija, storico esponente dei NoPonte. “Non è il Taormina FilmFest ad avere una identità mediterranea? E perché allora non intitolare la sala a un taorminese illustre o ai morti della rivoluzione dei gelsomini?” Nessuno degli amministratori siciliani ha sentito il dovere di rispondere.

mercoledì 25 maggio 2011

Task force nucleare USA a presidio del Mediterraneo

Acque del Mediterraneo sempre più armate e nuclearizzate. A partire da fine maggio, il basso Tirreno e il canale di Sicilia saranno presidiati dal George H.W. Bush Carrier Strike Group, la task force navale USA salpata una quindicina di giorni dalla Virginia nel nome del 41° Presidente degli Stati Uniti d’America, l’ambiguo petroliere-faccendiere che dichiarò guerra all’Iraq e agli Imperi del Male. Dopo aver attraversato l’Oceano Atlantico e condotto una vasta esercitazione militare a largo delle coste del Galles, il Carrier Strike Group ha fatto ingresso nell’area marittima posta sotto il comando di Napoli della VI Flotta.

“Durante la nostra presenza nel Mediterraneo, lavoreremo con i nostri alleati e le unità partner ponendo particolare enfasi alle operazioni di sicurezza marittima e mutua cooperazione che ci aiutino a mantenere le condizioni per una stabilità regionale”, ha dichiarato l’ammiraglio Nora Tyson, la prima donna nella storia a guidare una task force navale. “Le cinque unità e gli squadroni aerei imbarcati del George H.W. Bush Carrier Strike Group possono contare su circa 6.000 militari che si sono impegnati lo scorso anno in addestramenti ed esercitazioni intensivi, migliorando le capacità organizzative nella conduzione di una lunga serie di missioni globali, dalla lotta alla pirateria e le operazioni di supporto terrestre, all’assistenza umanitaria e in caso di disastri naturali”.

La flotta USA è attesa nella baia di Napoli a fine mese e nonostante il Pentagono mantenga il più stretto riserbo sulle future missioni, la spropositata potenza di fuoco lascia presagire un suo pronto impiego nelle operazioni di bombardamento alla Libia, almeno sino alla fine del 2011, quando la task force lascerà il Mediterraneo per dirigersi nelle acque del Golfo Persico sotto il comando della V Flotta (Bahrein).

A capo delle unità c’è la USS George H.W. Bush, l’ultima portaerei della classe “Nimitz” varata nei cantieri della Northrop Grumman di Newport News (Virginia). Costata oltre 6,2 miliardi di dollari, è una delle imbarcazioni da guerra più imponenti mai costruite: è lunga 333 metri e larga 77 e a pieno carico pesa 104.000 tonnellate. La sua propulsione è garantita da due reattori nucleari del tipo A4W con una potenza di 194 MW, dove A sta per Aircraft Carrier Platform, 4 per quarta generazione e W per Westinghouse Electric, la società statunitense produttrice. I reattori godono di un’enorme autonomia: possono operare senza rifornimenti di carburante nucleare per circa 20 anni.

Rispetto alle portaerei della stessa classe, la George H.W. Bush ha un design innovativo che include una torre radar protetta, sistemi di navigazione e di telecomunicazione di ultima generazione, sofisticati apparati di stoccaggio e distribuzione del carburante, servizi semi-automatici di rifornimento e più moderne ed efficienti aree di atterraggio, lancio e ricovero degli aerei. L’unità ospita una selva di radar che ne fanno una pericolosissima sorgente mobile di elettromagnetismo: si va dalle antenne di ricerca aerea SPS-48E ed SPS-49(V)5 ed acquisizione bersagli Mk 23 ai radar di controllo del traffico aereo SPN-46 ed SPN-43B, a quelli di aiuto all’atterraggio SPN-44 sino ai sistemi di guida dei lanciatori Mk 91 e Mk 95. Lo stemma-distintivo della portaerei di Bush il vecchio illustra invece le tipologie dei cacciabombardieri imbarcati: si tratta degli F/A-18 “Super Hornet” per l’attacco al suolo e dei nuovi monoposto di 5^ generazione F-35 Lightining II.

Per la trasferta mediterranea, il George H.W. Bush Carrier Strike Group può inoltre contare sul Carrier Air Wing (CVW) 8, il gruppo dell’US Navy con sede a Oceana (Virginia) composto da otto squadroni aerei (quattro per l’attacco con cacciabombardieri F/A-18; due per la guerra elettronica con velivoli E-2C “Hawkeye” ed EA-18G “Growler”; uno per le attività di supporto logistico con i cargo C-2A “Greyhound”; uno con elicotteri MH-60 “Knighthawk” e “Seahawk”). Ampissimo lo spettro delle missioni di guerra assegnate al Carrier Air Wing 8: l’intercettazione e la distruzione dei velivoli e dei missili nemici “in tutte le condizioni atmosferiche per stabilire e mantenere la superiorità aerea locale”; gli attacchi aria-superficie, la localizzazione e distruzione delle unità navali e dei sottomarini; le operazioni di intelligence, spionaggio aereo e contromisure elettroniche; il rifornimento in volo per “estendere il raggio operativo dei caccia” e le attività di ricerca e salvataggio.

Alla task force sono infine assegnati due incrociatori della classe Ticonderoga (USS Gettysburg e USS Anzio) e due cacciatorpediniere della classe Arleigh Burke (USS Truxtun e USS Mitscher). Si tratta di imbarcazioni chiave per gli attacchi missilistici e la guerra elettronica: imbarcano i sistemi a lancio verticale MK 41 e i siluri MK 32, più un cocktail micidiale di centinaia di missili MK26, RIM-66 “Standard”, RUR-5 ASROC, RGM-84 “Harpoon”, RIM-66M, RIM-161, RIM-174 “Eram” e finanche i famigerati BGM-109 “Tomahawk”, missili da crociera all’uranio impoverito. Nelle quattro unità sono stati installati i nuovi radar AM/SPY-1 multi-funzioni e i sistemi di combattimento navale “Aegis” che intercettano i bersagli nemici e teleguidano contro di essi gli intercettori anti-missile SM-3 che integrano l’apparato bellico.

Con una testata cinetica ad autoguida, l’SM-3 ha una gittata di 500 km e una velocità di 9.600 Km/h. e rappresenta la nuova frontiera del piano di “scudo stellare” varato dall’amministrazione Obama. Secondo quanto trapelato a Washington, il dislocamento dell’“Aegis” nel Mediterraneo segna la prima tappa del programma di sviluppo di un sistema anti-missili balistici a “difesa” del continente europeo e del Medio oriente. Agli apparati imbarcati sulle unità navali si affiancheranno a breve gli intercettori con base terrestre. Secondo il report “Options for Deploying Missile Defenses in Europe” (Opzioni per installare le difese missilistiche in Europa), pubblicato nel febbraio 2009 dal Congressional Budget Office (CBO), radar e sistemi anti-missili dovrebbero essere installati entro il 2015 in alcune basi USA dell’Europa centrale e meridionale, molto probabilmente nella Repubblica Ceca, a Ramstein (Germania) ed Incirlik (Turchia).

domenica 22 maggio 2011

Quattordici nuovi radar in Italia per le guerre NATO

Nuovi impianti radar per potenziare la rete operativa dell’Aeronautica militare italiana ed integrarla ancora di più nella catena di comando, controllo, comunicazione ed intelligence dell’Alleanza atlantica. Dodici sistemi Fixed Air Defence Radar (FADR) RAT31-DL sono stati commissionati alla Selex Sistemi Integrati, società del gruppo Finmeccanica, e sono in via d’installazione in altrettanti siti dell’AMI sparsi in tutta Italia. Ad essi si aggiungeranno anche due sistemi configurati nella versione mobile DADR (Deployable Air Defence Radar) che saranno consegnati entro il 2013. 

“Si tratta di un progetto dall’alta valenza tecnica, importante per la sicurezza aerea nazionale e necessario per migliorare la nostra efficienza militare”, ha spiegato il generale Mario Renzo Ottone, comandante del COA, il Comando Operazioni Aeree nazionali e del Combined Air Operations Center della NATO, di stanza a Poggio Renatico (Ferrara). “Il FADR costituisce la struttura portante del programma con cui l’Aeronautica militare ha avviato la sostituzione dei propri sistemi di sorveglianza aerea per rendere disponibili le frequenze necessarie all’introduzione della nuova tecnologia Wi-MAX (Worldwide Interoperability for Microwave Access) di accesso internet ad alta velocità in modalità wireless”.

Molto più espliciti sulle finalità belliche del nuovo sistema radar i manager della società produttrice. “Il RAT31-DL è stato sviluppato per rispondere ai futuri bisogni della difesa, dove la superiorità delle informazioni e dei comandi giocherà un ruolo sempre maggiore”, recita la brochure di Selex Sistemi Integrati. “Il sistema ha eccellenti capacità di scoprire e tracciare i segnali radio a bassa frequenza di aerei e missili, può supportare diverse funzioni come la difesa da missili anti-radiazione e da contromisure elettroniche. In Italia, il FADR consentirà di controllare anche la presenza dei missili balistici, comunicherà con gli altri punti di controllo nazionali e della NATO e apporterà grandi elementi di innovazione, tra cui un migliorato telecontrollo e telediagnosi, riducendo quindi la necessità di personale, con un occhio anche alla riduzione dei costi di gestione”.

Il primo impianto entrato in funzione è quello installato presso la 112^ Squadriglia Radar Remota di Mortara (Pavia). Si tratta di una stazione dell’Aeronautica che nel periodo di massima espansione – anni 50-60 - era arrivata a contare fino a 700 avieri (300 militari di leva e 400 in servizio permanente), ma che dopo il 1998 è stata drasticamente ridimensionata sino a ospitare oggi solo una trentina di militari. Gli altri undici radar RAT-31DL stanno per essere installati presso il centro meteorologico dell’Aeronautica di Borgo Sabotino (Latina), a Capo Mele - Savona (115^ Squadriglia Radar Remota), Crotone (132^ Squadriglia), Jacotenente - Foggia (131^ Squadriglia), Lame di Concordia - Venezia (13° Gruppo Radar GRAM), Lampedusa (134^ Squadriglia), Marsala (35° GRAM), Mezzogregorio – Siracusa (34° GRAM), Otranto (32° GRAM), Poggio Renatico (Comando Operazioni Aeree) e Potenza Picena – Massa Carrara (14° GRAM). Come per Mortara, alcune di queste stazioni radar erano state ridimensionate negli ultimi quindici anni.  

Dal punto di vista prettamente tecnico, il Fixed Air Defence Radar (FADR) appartiene all’ultima generazione dei sistemi 3D a lungo raggio: ha una portata sino a 500 km di distanza e 30 km in altezza, una potenza media irradiante di 2,5 kW  e una potenza dell’impulso irradiato di 84 kW. L’antenna opera in una frequenza compresa tra 1,2 e 1,4 GHz (L-band), all’interno dello spettro delle cosiddette “microonde”, le onde molto corte estremamente pericolose per l’uomo, la fauna e la flora. Il radar può essere controllato anche da centri posti a notevole distanza e la configurazione meccanica con cui è stato disegnato consente facilità di assemblaggio e smontaggio nei campi di battaglia. 

La progettazione e la costruzione delle torri radar e degli impianti ausiliari e l’installazione dei nuovi sistemi nelle dodici basi dell’Aeronautica è stata affidata alla Vitrociset S.p.A. di Roma, una delle maggiori aziende private operanti nel campo della sicurezza, pure vincitrice della gara per il sistema multiradar ARTAS di Eurocontrol, l’agenzia europea per il controllo aereo. Il nome di Vitrociset è stato per anni legato al nome del suo fondatore, Camillo Crociani, uno dei protagonisti dello scandalo delle tangenti per l’acquisto negli anni ‘70 dei velivoli C130 prodotti dalla statunitense Lockheed. Il pacchetto azionario della società è ancora oggi interamente controllato dalla vedova Edoarda Vessel Crociani con una presenza più che simbolica della holding Finmeccanica (1,4%). Presidente del consiglio di amministrazione è invece il generale Mario Arpino, capo di Stato Maggiore della difesa fino al 2001, direttore generale l’ammiraglio Lorenzo D’Onghia, amministratore delegato Antonio Bontempi, ex ad di Alenia Marconi Systems poi Selex Sistemi Integrati.

Il radar RAT31-DL sta progressivamente conquistando sempre maggiore spazio nel mercato internazionale. Il sistema è stato sinora acquistato da nove paesi, sette dei quali membri della NATO, per un totale di 34 esemplari. Tra essi spiccano Germania, Grecia, Polonia, Repubblica Ceca, Turchia e Ungheria. Altri esemplari starebbero per essere ordinati dalle aeronautiche militari di Austria, Danimarca e Malesia. Una conferma che il business di guerra non consoce crisi.

sabato 21 maggio 2011

Sicilia US Navy, piattaforma nel Mediterraneo

Sembra essere forgiato all’inferno il cacciabombardiere A-10 “Thunderbolt” in dotazione all’US Air Force. Sul velivolo è montato un cannone lungo più di sei metri, il GAU-8/ “Avenger” (vendicatore): un’arma spietata, in grado di sparare fino a 4.200 colpi in un minuto. I proiettili di 30 centimetri contengono ognuno 300 grammi di uranio impoverito per perforare blindati e carri armati. Conti alla mano, ad ogni raffica “Avenger” disperde nell’ambiente più di 15 chili di microparticelle radioattive. Il “Thunderbolt” è stato impiegato nel 1991 durante la prima guerra del Golfo; poi è stata la volta dei conflitti in Bosnia, Serbia-Kosovo, Afghanistan ed Iraq. Il Pentagono ha ammesso di utilizzarlo adesso in Libia contro i mezzi delle truppe filo-Gheddafi. Come è stato ammesso l’uso di un altro strumento di morte, l’AC 130H “Spectre”, una versione modificata del C 130 “Hercules” da trasporto. Può essere dotato, alternativamente, di un cannone da 105 millimetri o da cannoncini da 40 e 25 millimetri. Anch’essi sparano proiettili perforanti anti-carro.

Cosa c’entrino con l’interdizione aerea e la no fly zone voluta dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU per “difendere” la popolazione libica dall’ira del rais è un mistero. Ma la guerra è guerra, inutile porsi domande o scrupoli di sorta, specie quando essa rappresenta un’occasione irripetibile per sperimentare armi e tecnologie sempre più distruttive in una Sicilia trasformata ormai in una vera e propria piattaforma militare al centro del Mediterraneo. I velivoli da pattugliamento P-3C “Orion”, ad esempio, un gioiello dell’intelligence navale, sono stati convertiti in aerei d’attacco anti-nave. Per la US Navy, il 28 marzo 2011 è una data storica: l’“Orion”, armato per la prima volta di missili AGM-65 “Maverick”, è stato dirottato sul porto di Misurata per distruggere l’unità della Guardia coste “Vittoria” e due piccole imbarcazioni militari libiche. A individuare gli obiettivi e dirigere le operazioni ci pensano, dall’alto, i “Global Hawk” (falco globale), temibili aerei senza pilota UAV con un’apertura alare uguale a quella dei grandi velivoli passeggeri. Con un’autonomia di volo superiore alle 30 ore, i “Global Hawk” sono in grado di raggiungere i 60.000 piedi di altezza, in qualsiasi condizione meteorologica. Sono i “grandi fratelli” che spiano ogni movimento sospetto in aree che si estendono per migliaia di chilometri quadrati, teleguidati da terra, anelli chiave delle catene di controllo e comando delle guerre del XXI secolo, quelle a costo zero – in termini di vittime - per gli eserciti che le scatenano, e dove restano invisibili i morti, civili e militari, dei paesi che le subiscono.   

C’è una cosa che accomuna “Thunderbolt”, “Orion” e “Global Hawk”: la condivisione degli stessi hangar e delle piste di volo. Gli angeli sterminatori della nuova crociata atterrano e decollano da Sigonella, la grande stazione aeronavale USA e NATO che sorge nella piana di Catania, negli ultimi quarant’anni trampolino di lancio degli attacchi contro una miriade di obiettivi planetari. I caccia e i pattugliatori ci stazionano permanentemente. I “falchi globali”, invece, sono al loro esordio bellico nel Mediterraneo: il primo di essi è giunto segretamente a Sigonella solo nell’ottobre dello scorso anno, ma la base è destinata a divenire la “capitale internazionale” di questi UAV utilizzati per lo spionaggio e la direzione degli attacchi, convenzionali e nucleari, contro ogni possibile obiettivo nemico in Europa, Asia ed Africa. Stando ai piani del Pentagono, nella base siciliana dovrebbe divenire pienamente operativo entro il 2012 un plotone di 4-5 “Global Hawk”, mentre altri 5 velivoli saranno consegnati entro il 2015 ai reparti della Marina USA di stanza in Sicilia. Anche per questo è in avanzata fase di realizzazione un complesso per la manutenzione generale dei “Global Hawk”, un programma considerato “strategico” dal Dipartimento della difesa, i cui lavori multimilionari sono stati appaltati alla CMC di Ravenna (Legacoop). La NATO, da parte sua, ha scelto la stazione aeronavale quale “principale base operativa” dell’Alliance Ground Surveillance – AGS, il nuovo sistema di sorveglianza terrestre dell’Alleanza atlantica. Entro il 2014, giungeranno a Sigonella 800 militari, sei velivoli “Global Hawk” di ultima generazione e le stazioni fisse e trasportabili progettate per supportare il dispiegamento in tempi rapidi e in qualsiasi scacchiere internazionale delle unità terrestri, aeree e navali della Forza di Risposta (NRF) della NATO.

La base siciliana funziona da vero e proprio hub per la movimentazione di uomini, mezzi e sistemi d’arma destinati agli scacchieri di guerra in Africa, Medio oriente e sud-est asiatico. Per il conflitto libico sta offrendo il supporto tecnico-logistico agli aerei a decollo verticale V-22 “Ospreys” (in dotazione all’unità  anfibia USS Kearsarge, nave-comando del gruppo navale d’assalto dislocato nel Mediterraneo), agli elicotteri CH-46 “Sea Knight” e CH-53E “Super Stallion” del Corpo dei marines, e alle decine di cacciabombardieri F-15 ed F-16 che l’US Air Force ha trasferito nel Canale di Sicilia. Da Sigonella partono anche i velivoli di sorveglianza elettronica EP-3E, quelli per il rilevamento dei segnali radar EA-18G “Growlers” (determinanti per annientare le postazioni della contraerea libica) e gli aerei cisterna KC-130 e KC-135 utilizzati per il rifornimento in volo dei velivoli impegnati nei raid, compresi i cacciabombardieri strategici B-2 (gli “aerei invisibili”) dell’US Air Force.

Nella base sono stati schierati pure sei caccia F-16 dell’aeronautica danese e otto caccia JAS-39 delle forze armate svedesi, per la prima volta operative in una missione di guerra da cinquant’anni a questa parte. Agli svedesi appartiene pure l’aereo cisterna che fa la spola con l’aeroporto di Catania-Fontanarossa per rifornirsi di carburante, dato che quello in dotazione ai mezzi USA di Sigonella non è omologato per i caccia prodotti dall’industria nazionale. Al micidiale cocktail bellico sull’asse Catania-Sigonella non fa mancare il suo contributo l’aeronautica militare italiana: a nove pattugliatori “Atlantic” del 41° Storno antisommergibile è affidato infatti il controllo dello spazio aereo e marittimo del Mediterraneo centrale.

Scalo di dimensioni più ridotte ma di uguale importanza strategica per la guerra alla Libia è quello di Trapani-Birgi. Sede dal 1984 della NATO Airborne Early Warning and Control Force, la forza alleata di controllo e pronto intervento aereo dotata dei velivoli radar Awacs, Trapani-Birgi ospita i cacciabombardieri F-16 del 37° Stormo dell’Aeronautica militare, disponibili per le intercettazioni aeree e il bombardamento di obiettivi terrestri. La riluttanza USA a concedere agli alleati le infrastrutture di Sigonella, unitamente a misteriosi motivi di “sicurezza” addotti dal ministero della difesa italiano, hanno determinato che la “coalizione dei volenterosi” a guida NATO concentrasse nello scalo occidentale buona parte del dispositivo aereo impegnato nelle operazioni anti-Gheddafi. Così, oltre a quattro cacciabombardieri F-18 delle forze armate del Canada, sulla base aerea di Trapani Birgi sono stati fatti confluire i “gioielli” di morte dell’Aeronautica italiana: i cacciabombardieri Eurofigher 2000 e Tornado. Gli Eurofigher, in numero di quattro alla volta, sono quelli del 4° Stormo di Grosseto e del 36° Stormo di Gioia del Colle. Si tratta di velivoli con una bassa superficie riflettente al radar, armati di missili aria-aria a guida infrarossa “DiehIris” per l’attacco ravvicinato ed AIM 120 per bersagli a 40 km di distanza. I Tornado schierati a Trapani sono quelli nella configurazione IDS del 6° Stormo di Ghedi per le attività di ricognizione mediante l’utilizzo di un Pod fotografico in grado di acquisire immagini ad altissima risoluzione da rendere immediatamente disponibili ai comandi alleati; e quelli del tipo ECR del 50° Stormo di Piacenza, specializzati nella guerra elettronica e nella neutralizzazione delle difese aeree nemiche (SEAD - Suppression of Enemy Air Defense). Essi sono in grado di rilevare le emissioni dei sistemi radar che poi sono distrutti grazie all’impiego di missili aria-superficie AGM-88 HARM. I “Tornado” possono essere armati pure con i missili aria-aria AIM-9 e con gli aria-suolo “Storm Shadow”, questi ultimi con caratteristiche Stealth e una testata esplosiva in grado di distruggere bunker protetti ed una gittata di circa 500 km.. Da Trapani operano inoltre i Tornado modificati per il rifornimento in volo e i velivoli cisterna KC-130J della 46^ Brigata Aerea di Pisa. Nello scalo è stata schierata infine una batteria di missili “Spada” in dotazione al 2° Stormo di Rivolto (Udine). Lo “Spada” è un sistema per la cosiddetta “difesa antiaerea di punto”, che viene dispiegato in aree specifiche sensibili alle minacce aeree a bassa e bassissima quota, integrando il sistema di difesa svolto dai caccia intercettori.

Tutti i velivoli impegnati in quella che è stata denominata “Missione Unified Protector” utilizzano inoltre l’aeroporto dell’isola di Pantelleria, la postazione più avanzata per i raid contro la Libia. L’infrastruttura è dotata di un mega-hangar ricavato all’interno di una collina, capace di ospitare sino ad una cinquantina di aerei da guerra. Grazie ai recenti lavori di ampliamento delle due piste, Pantelleria ha pure assunto un ruolo chiave nelle attività di controllo del Canale di Sicilia da parte dei velivoli delle forze amate italiane destinate al “contenimento” degli sbarchi di migranti.

Ad assicurare le operazioni di rifornimento delle navi da guerra e dei sottomarini statunitensi, italiani e dei paesi partner è la base navale di Augusta (Siracusa), posta in una delle aree a più alto rischio ambientale d’Italia per la presenza di raffinerie, industrie chimiche, depositi di armi, ecc.. Augusta è classificata in ambito militare quale NATO facility ed è utilizzata dall’Alleanza atlantica e dalla VI Flotta USA per lo stoccaggio delle munizioni e come deposito POL (petrolio, nafta e lubrificanti). Con la guerra alla Libia il via vai delle unità militari si è fatto ancora più intenso ed è sempre meno raro osservare nel golfo le minacciose sagome dei sottomarini nucleari che mettono ancora più a rischio la sicurezza e la salute della popolazione locale, ignara di trovarsi di fronte a mezzi che imbarcano reattori del tutto simili a quelli della famigerata centrale di Chernobyl. I mezzi subacquei approdati in questi mesi ad Augusta appartengono alle classi “Los Angeles” e “Ohio”. I primi sono stati realizzati nella prima metà degli anni ’80, sono lunghi 110 metri, pesano 6.184 tonnellate, imbarcano 110 uomini e dispongono di un imponente arsenale di morte (siluri Mk48 ADCAP, missili anti-nave “Harpoon”, missili per attacco a terra “Tomahawk” block 3 SLCM all’uranio impoverito). La loro spinta è assicurata da un reattore ad acqua pressurizzata S6G, dove la S sta per Submarine platform, il 6 per Sixth generation e la G per General Electric, la società realizzatrice dell’impianto nucleare con una potenza di 165 MW. Ancora più imponenti i mezzi della classe “Ohio”: varati nei primi anni ’80, sono lunghi 170 metri e pesano 18.750 tonnellate, mentre i reattori nucleari sono indicati con il codice S8G PWR (di ottava generazione) con una potenza di 26,1 MW. Il loro carburante è l’uranio arricchito nell’isotopo U235, sostituito di norma ogni 7-8 anni invece dei 18 mesi previsti per i reattori degli impianti “civili” di terra.

Sulle acque del golfo di Augusta si specchiano i monti Climiti: al loro interno i fiumi carsici hanno scavato nei secoli numerose grotte naturali. In una di esse, Cava Sorciara, la Marina Militare ha occultato uno dei suoi maggiori depositi di munizioni in tutta Italia. Per oltre mezzo secolo, secondo fonti parlamentari, l’area è stata pure utilizzata per immagazzinare le armi chimiche in dotazione alle forze armate nazionali e statunitensi. Inutile chiedersi se e quando essa sia mai stata bonificata. Cava Sorciara è ancora un’installazione top secret, come lo è il grande centro di telecomunicazione della vicina località di Palombara (sede alternata al Centro di comando operativo della Marina Militare di Santa Rosa, Roma), pienamente integrato nella rete C3I (comando, controllo, comunicazioni e intelligence) dell’Alleanza atlantica.

Di analoga importanza strategica pure alcuni degli impianti radar disseminati in Sicilia, come ad esempio il centro di Mezzogregorio (Siracusa), a cui è assegnato il compito di elaborare le informazioni raccolte da aerei, unità navali e dalle squadriglie radar dell’Aeronautica militare presenti nell’isola di Lampedusa e a Marsala. I dati elaborati dal 34° GRAM di Mezzogregorio vengono poi trasferiti al Comando operativo delle forze aeree (COFA) di Poggio Renatico (Ferrara), il più grande centro di intelligence delle forze armate in Italia. Il Dipartimento della difesa USA può contare invece sui sofisticati sistemi di telecomunicazione di Sigonella e sulla stazione di Niscemi (Caltanissetta). In quest’ultima sono state installate una quarantina di antenne di trasmissione HF (alta frequenza) ed una LF che trasmette su una frequenza di 39,9-45,5 kHz, contribuendo alle comunicazioni supersegrete delle forze di superficie, sottomarine, aeree e terrestri e dei centri C4I (Command, Control, Computer, Communications and Intelligence) di Stati Uniti ed alleati NATO. A partire dalla fine degli anni ’90, la stazione di Niscemi è stata pure dotata del sistema di trasmissione LF “AN/FRT-95”, che ha consentito alle forze armate USA di accrescere la copertura nelle regioni del Nord Atlantico e del Nord Pacifico. Nel dicembre 2006, a seguito della chiusura della stazione di Keflavik (Islanda), sono state assegnate a Niscemi tutte le funzioni di collegamento in bassa frequenza con i sottomarini strategici operanti nella regione atlantica. La centralità di Niscemi nell’assetto delle comunicazioni belliche è destinato a crescere: la base è stata prescelta per ospitare una delle quattro stazioni mondiali del nuovo sistema di telecomunicazione satellitare USA, il cosiddetto “MUOS”, la cui emissione di microonde comporterà insostenibili rischi per la salute e la sicurezza della popolazione locale.

Quasi all’estrema punta meridionale della Sicilia sorge una delle installazioni più segrete delle forze armate statunitensi: si tratta del cosiddetto Target Range di Pachino, in provincia di Siracusa, centro di supporto per le esercitazioni aeree e navali USA e NATO nel Mediterraneo centrale. Il poligono consta di una serie d’infrastrutture realizzate all’interno di una delle aree naturali e paesaggistiche più belle della Sicilia, tra Isola dei Porri, Punta delle Formiche e Grotticelle (dove sorgono torri e piloni di segnalazione), Punta Castellazzo (dove la US Navy ha realizzato un deposito, un pontile per le imbarcazioni e una piattaforma per l’atterraggio di elicotteri) e Marza (depositi, magazzini e una torre di controllo). Epicentro del Pachino Range Target una boa ancorata in mare aperto, posta a 36° 39’ 19” di latitudine nord e 15° 00’ 52” di longitudine est, da cui si estende con un raggio di 2.700 metri l’“area di impatto” delle attività addestrative USA. Esse comprendono, secondo quanto riportato dall’Accordo tecnico tra il Ministero della difesa italiano e il Dipartimento della difesa riguardante le installazioni in uso alle forze armate USA di Sigonella, “lo sganciamento di bombe e mine inerti da parte di aerei, elicotteri e dello squadrone di pattugliamento navale P-3; le operazioni speciali di US Navy e Marina militare italiana con munizioni e dispositivi esplodenti (EOD - Esplosive Ordnance Disposal); simulazioni di atterraggio di elicotteri, diurni e notturni; lanci in acqua di paracadutisti; detonazione di materiale esplodente con peso inferiore ai 10kg”. Il complesso di Pachino viene utilizzato anche per le esercitazioni dei velivoli dell’US Air Force. Nel giugno 1995, esso permise al cacciabombardiere strategico Rockwell B-1 Lancer di sperimentare la sua potenza distruttiva contro obiettivi navali nel suo primo volo no stop dalla base aerea di Dyess (Texas) verso l’Europa. La missione, denominata “Coronet Bat”, si concluse nelle acque siciliane con lo sganciamento di decine di bombe a caduta libera BDU-50 “Mark 82” da 500 libbre. Al tempo, il B-1 era pure armato con 24 missili da crociera AGM-86 e AGM SRAM in grado di trasportare bombe nucleari del tipo B-61 e B-83.

La decisione di impedire con tutti i mezzi il flusso di migranti in Italia e nell’Unione europea ha dato ulteriori spinte ai processi di militarizzazione della Sicilia. Dopo i recenti sbarchi d’immigrati tunisini, il ministro della difesa Ignazio la Russa ha ordinato l’invio nella regione di 200 uomini dell’esercito per concorrere con le forze di polizia “alla vigilanza e alla sicurezza delle strutture e delle aree impiegate per l’emergenza clandestina”. Nello specifico, sono stati assegnati 100 militari al prefetto di Agrigento per il centro di identificazione ed espulsione (CIE) di Lampedusa e 50 militari al prefetto di Catania per la vigilanza dell’ex residence dei militari USA di Mineo (Catania), di proprietà della Pizzarotti Spa di Parma, dove sono stati deportati manu militari i duemila richiedenti asilo provenienti da diversi centri di accoglienza in Italia. Cinquanta uomini sono invece impegnati per la vigilanza e la custodia delle aree di stoccaggio delle imbarcazioni degli immigrati che hanno raggiunto Lampedusa e Linosa. L’esercito ha pure inviato nelle isole Pelagie una decina di militari del Genio. Attualmente a Lampedusa operano 133 uomini dell’esercito e 28 dell’aeronautica. Sul fronte migrazione, un ruolo importante è svolto inoltre dalle unità della Marina militare dislocate nel Canale di Sicilia per la “sorveglianza e il monitoraggio” (leggi respingimento) delle imbarcazioni che tentano di raggiungere l’isola. In applicazione dell’intesa sottoscritta di recente dai governi di Italia e Tunisia, sono state trasferite in prossimità delle acque territoriali tunisine la nave anfibia “San Giorgio”, una corvetta e alcuni pattugliatori d’altura.

Per contrastare gli sbarchi è attiva pure la Guardia di finanza, che ha dato il via all’installazione di una Rete costiera di sensori radar di profondità che sarà integrata al proprio sistema di comando, controllo, comunicazioni, computer ed informazioni (C4I). Grazie alle risorse del “Fondo europeo per le frontiere esterne”, il Comando generale della forza armata ha acquistato cinque sofisticati EL/M-2226 ACSR (Advanced Coastal Surveillance Radar) realizzati da Elta Systems, società controllata dalla Israel Aerospace Industries Ltd. (IAI). I radar hanno una portata di oltre 50 chilometri e, posti a livello del mare, sono in grado di scoprire uno scafo veloce a 10 miglia o un gommone a 7. “Il riconoscimento dei gommoni impiegati nell’immigrazione clandestina avviene con l’analisi, per ogni natante avvistato, della velocità, rotta, provenienza, dimensioni, riconoscimento del numero di persone a bordo”, spiegano i manager della società israeliana produttrice. “Il sistema è in grado di mantenere sottocontrollo oltre cento bersagli contemporaneamente ed opera 24 ore al giorno, 365 giorni all’anno, anche in condizioni climatiche particolarmente avverse, in network con altri tipi di sensori installati su imbarcazioni navali, aerei ed elicotteri. Le immagini ad alta risoluzione vengono utilizzate per prevenire l’immigrazione e la pesca illegale, il traffico di droga, gli attacchi terroristici e il contrabbando; per realizzare missioni di ricerca e salvataggio; per individuare target aerei, navali, sottomarini e segnali emessi da antenne radar”. L’EL/M-2226 trasmette tra gli 8 e i 12.5 GHz di frequenza, all’interno dello spettro delle cosiddette “microonde”, le onde molto corte estremamente pericolose per l’uomo, la fauna e la flora. La località siciliana prescelta per installare uno dei nuovi radar anti-migranti è Capo Murro di Porco, presso la stazione di sollevamento fognario del Comune di Siracusa, zona sottoposta a vincolo paesaggistico ed archeologico e prospiciente l’oasi marina protetta del Plemmirio, istituita nel 2005. In Sicilia, la guerra contro coloro che esercitano il diritto di fuga dalle guerre e dalle dittature è soprattutto guerra all’ambiente e alle risorse naturali del territorio.


Articolo pubblicato in I Quaderni de L’Ora, n. 4, maggio 2011.

mercoledì 18 maggio 2011

Partnership Italia-Israele nel nome delle armi

Peggior giorno non poteva scegliere il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per recarsi in Israele a ricevere il Dan David, il premio da un milione di dollari che il finanziere a capo del colosso internazionale delle apparecchiature fotografiche per fototessera (Photo-Me International Plc), riconosce annualmente ai vip distintisi nella “difesa dei valori universali della giustizia, della democrazia e del progresso”. La consegna del mini Nobel è avvenuta il 15 maggio a Tel Aviv nell’intervallo tra un incontro con il presidente Shimon Peres e quello con il premier Benjamin Netanyahu, mentre alla frontiera di Israele con il Libano e la Siria era in atto la feroce repressione dei manifestanti che commemoravano la Nakba, il giorno della “catastrofe” del 1948 quando con la creazione dello stato d’Israele, decine di migliaia di palestinesi furono costretti ad abbandonare la regione nativa. Almeno una ventina le persone uccise dall’esercito, ancora una strage che per l’ennesima volta non ha turbato l’élite politica ed economica italiana che insegue lucrosi affari con le imprese israeliane.

Il core business dell’asse Roma-Tel Aviv è rappresentato dal mercato delle armi e specie con Berlusconi, l’Italia si è distinta nel tessere sempre più proficue relazioni nel campo della “difesa” e della “sicurezza”. Oltre alla recente visita di Silvio B. in Israele, le tappe del riavvicinamento armato comprendono gli incontri del novembre 2009 tra il ministro della difesa Ignazio La Russa, l’omologo israeliano Ehud Barake e Netanyahu, la visita a Roma nel luglio 2010 del Capo di stato maggiore delle forze armate israeliane, generale Gabi Ashkenazi e il vertice a settembre tra il sottosegretario alla difesa, on. Guido Corsetto e l’ambasciatore di Israele in Italia, Ghideon Meir, per verificare appunto, “l’opportunità di eventuali e future collaborazioni nel campo militare”, come recita il comunicato ufficiale emesso a fine colloqui. Tre mesi più tardi, dicembre 2010, è stata la volta del Capo di stato maggiore della difesa italiano, generale Vincenzo Camporini, a recarsi in visita a Tel Aviv per discutere sul “rafforzamento della collaborazione strategica a livello politico, militare e tecnico-industriale; il consolidamento della conoscenza dei reciproci apparati militari e lo sviluppo di strumenti di raccordo e coordinamento delle attività di pace italiane nelle aeree d’interesse per lo stato israeliano”.

Le linee guida della cooperazione militare Italia-Israele sono tracciate dalla legge n. 94 del 17 maggio 2005 che ratifica l’accordo sottoscritto nel 2003 dall’allora ministro della difesa Antonio Martino. Roma e Tel Aviv s’impegnano nello specifico a collaborare nel campo dell’importazione, esportazione e transito di materiali militari, ad organizzare attività di addestramento ed esercitazioni e la “visita di navi ed aerei”, a coordinare la “partecipazione alle operazioni umanitarie”, a sviluppare “la ricerca e la produzione militare, la politica degli approvvigionamenti e l’industria per la difesa” e a “interscambiare materiali d’armamento”. Non si attese comunque il voto parlamentare per accendere i motori della nuova alleanza. Il 18 novembre 2004, dopo un summit a Roma tra il ministro della difesa del governo Sharon, Shaul Mofaz, l’omologo italiano Martino e il presidente del consiglio Berlusconi, venne annunciato lo stanziamento congiunto di 181 milioni di dollari per “lo sviluppo di un nuovo sistema di guerra elettronica progettato per inabilitare i velivoli nemici”. Da allora gli affari si sono fatti sempre più fitti: secondo una ricerca dell’Archivio Disarmo basata su dati ISTAT, nel 2005 il governo italiano autorizzò contratti di vendita ad Israele, in base alla legge 185, per circa 1,3 milioni di euro. Più recentemente, come evidenzia la Rete Italiana per il Disarmo, le vendite autorizzate al governo di Tel Aviv superano complessivamente i due milioni di euro l’anno, e riguardano in particolare “armi di calibro superiore ai 12,7mm e aeromobili, sistemi d’arma ad energia diretta e apparecchiature elettroniche”. Tra le imprese italiane coinvolte spiccano i nomi di Simmel Difesa, Beretta, Northrop Grumman Italia, Galileo Avionica, Oto Melara ed Elettronica.

A ciò vanno poi aggiunti i contratti stipulati all’estero dalle società controllate dalle holding nazionali, non considerati nei rapporti del governo. Nel dicembre 2007, ad esempio, DRS Technologies Inc., azienda  del gruppo Finmeccanica con sede a Parsippany, New Jersey, ha sottoscritto un  contratto di 6 milioni di dollari con l’U.S. Army’s Tank-Automotive and Armaments Command (TACOM) per produrre autoarticolati da 80 tonnellate per il trasporto dei carri armati “Merlava” in dotazione alle forze armate israeliane. Finmeccanica che con ElsagDatamat si è recentemente aggiudicata in Israele un appalto da 10 milioni di euro per la fornitura di un sistema automatico di smistamento della posta, punta ad una maggiore visibilità nel mercato armato e spera di entrare nella megacommessa autorizzata a fine 2010 da Washington per la fornitura di 20 cacciabombardieri stealth di nuova generazione F-35A Lightning II. I caccia sono prodotti dalle industrie statunitensi Lockheed Martin, Northrop Grumman e BAE Systems con il modestissimo contributo di Alenia Aeronautica. Il valore dell’accordo è stimato in 2,75 miliardi di dollari, ma potrebbero essere superati i 10 miliardi se venisse esercita un’opzione per l’acquisto di altri 55 cacciabombardieri. Le consegne avverranno a partire dal 2016 con la partecipazione di Israel Aerospace Industries e Elbit Systems.

Altrettanto significativi i numerosi progetti di “cooperazione scientifica e tecnologica” che i ministeri italiani per l’Industria e la Ricerca scientifica hanno sottoscritto in questi anni con Israele e i cui riflessi nel settore militare vengono opportunamente mascherati. Nel dicembre 2005, l’allora ministra per l’istruzione e l’università, Letizia Moratti, ha firmato un decreto con il quale sono stati finanziati 52 progetti con Stati Uniti e Israele, per un ammontare complessivo di 18 milioni di euro, in aree di rilevante interesse strategico quali “bioinformatica, bioingegneria, neurobiologia, chimica-farmaceutica, gnomica-proteomica, nanotecnologia, biotecnologia, Ict e linguistica computazionale”. Il sostegno ai programmi è avvenuto attraverso il Fondo per gli investimenti della Ricerca di Base del ministero mentre le attività scientifiche sono state realizzate dalle università di Milano, Roma (“La Sapienza”), Napoli (“Federico II”), Torino, Bologna, dagli atenei israeliani di Haifa e Tel Aviv, dalla Hebrew University, dal Weizmann Institute e dall’Istituto tecnologico “Technion”.

Attingendo sempre dai fondi del Ministero per l’istruzione e la ricerca scientifica, è stato co-finanziato il programma bilaterale “Shalom” per il lancio di due satelliti dotati di sensori iperspettrali in grado di captare emissioni. I due satelliti saranno collocati nella stessa orbita della costellazione italiana d’intelligence COSMO-SkyMed e “integreranno le osservazioni radar con osservazioni nell’infrarosso visibile e ultravioletto per numerose applicazioni, compresi monitoraggio ambientale, mappatura geologica, sicurezza e gestione dei rischi ambientali”, come afferma l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), partner italiano del programma.

Finalità militari ha pure il progetto di ricerca nel campo della fotonica finanziato dalla Regione Lazio attraverso Sviluppo Lazio che vede coinvolte l’Università di Tor Vergata, Selex Communications (società del gruppo Finmeccanica specializzata nelle “comunicazioni militari e protette”) e l’azienda israeliana Lynx Photonic Network. L’Università di Tor Vergata compare pure nel programma di sviluppo della rete di telecomunicazione satellitare “Savion” (Satellite Autoconfigurable Voice Image data Overlay Network) per il coordinamento degli interventi in “situazioni di sicurezza ed emergenza”. Il nuovo sistema, sperimentato nel maggio 2006 a Riva del Garda dalle società Telespazio e Maxtech, è finanziato dall’Unione europea e dai ministeri degli esteri di Italia ed Israele.

Il nostro paese, più che un esportatore di armamenti è un cliente preferenziale di Israele: negli ultimi due anni le importazioni di tecnologie militari hanno superato il valore complessivo di 50,7 milioni di euro. Tra le principali acquirenti l’industria Simmel che si rifornisce in Israele di componenti per bombe e la Beretta (componenti per armi automatiche, pistole e mitragliatori). Ci sono poi le acquisizioni di materiale bellico realizzate con fondi non provenienti dal ministero della difesa, come avvenuto ad esempio con una decina di radar fissi e mobili  EL/M-2226 ACSR (Advanced Coastal Surveillance Radar) realizzati da Elta Systems, società controllata dalla Israel Aerospace Industries Ltd. (IAI). I radar entreranno a far parte della nuova Rete di sensori di profondità per la sorveglianza costiera che la Guardia di finanza sta implementando per contrastare gli sbarchi dei migranti. Acquistati grazie alle risorse del “Fondo europeo per le frontiere esterne”, programma quadro 2007-08 contro i flussi migratori, le apparecchiature hanno una portata di oltre 50 chilometri e sono appositamente progettate per individuare imbarcazioni veloci di piccole dimensioni. Gli EL/M-2226 fanno parte della famiglia di trasmettitori Linear Frequency Modulated Continuous Wave (LFMCW) in X-band (dagli 8 ai 12.5 GHz di frequenza)”, che operano emettendo microonde estremamente pericolose per l’uomo, la fauna e la flora. Per la loro installazione saranno sacrificate alcune aree protette e riserve naturali di Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna.

L’altro pilastro della partnership è rappresentato dalle esercitazioni dei reparti d’élite delle forze armate italo-israeliane. Buona parte di esse si tengono da alcuni anni nei grandi poligoni militari della Sardegna e nell’aeroporto di Decimomannu (Cagliari). Gli ultimi giochi di guerra in grande scala risalgono al novembre 2010, quando 38 aerei da guerra e oltre 600 militari italiani ed israeliani si sono dati appuntamento a Decimomannu per l’esercitazione “Vega”. Per diversi giorni sono stati simulati duelli aerei ed eseguiti bombardamenti con missili aria-terra. Protagonisti gli squadroni con caccia F-15 della base di Tel Nof (a sud di Tel Aviv) ed F-16 della base di Nevatim (Neghev) e un velivolo senza pilota “Eitam” G550, il drone di maggiori dimensioni sino ad ora costruito in Israele, al suo esordio in un campo di battaglia. In prima linea per l’Italia i cacciabombardieri Tornado ECR del 50° Stormo, gli F-16 del 37° Stormo, gli Amx ”Ghibli” del 32° Stormo e gli Eurofighter ”Typhoon” del 4° Stormo. Proprio i reparti che quattro mesi più tardi - con la benedizione del presidente Napolitano - sarebbero stati destinati da Berlusconi e La Russa alle operazioni di bombardamento in Libia.

mercoledì 11 maggio 2011

Ponte di Messina, dieci miliardi di euro nelle mani dei “padrini”

Sabato 14 maggio, il movimento No Ponte torna in piazza contro quello che è per tutti il nuovo “Mostro sullo Stretto”, il devastante progetto di collegamento stabile tra Calabria e Sicilia. Lo farà a Messina con un corteo gioioso e colorato che avrà come temi centrali l’utilizzo delle risorse finanziarie destinate alla grande infrastruttura (10 miliardi di euro secondo le stime più recenti) per la messa in sicurezza sismica e idrogeologica del territorio, il potenziamento dei trasporti pubblici nello Stretto, la riqualificazione dei centri urbani a partire dall’edilizia scolastica.

Le ragioni del No al Ponte non sono solo di natura ambientale”, spiega Luigi Sturniolo, attivista della Rete dei cittadini in lotta contro il megaprogetto. “L’opera è fortemente impattante dal punto di vista sociale, si caratterizza per gli insostenibili costi economici e possiede un ritorno bassissimo in termini di posti di lavoro. Urgono invece interventi che mettano i territori al riparo dai rischi idrogeologici. Ma i soldi, secondo il governo, non ci sono. Eppure 1.300 milioni di euro provenienti dai fondi dell’Unione europea per le aree più svantaggiate sono stati congelati in vista dell’avvio dei lavori del Ponte. Messina è stata colpita l’1 ottobre 2009 da frane e smottamenti che hanno causato una tragedia senza precedenti con 37 morti. Episodi calamitosi si susseguono ormai costantemente nei monti Peloritani e nei Nebrodi e in buona parte del territorio della provincia di Reggio Calabria. Non intervenire è un crimine, stiamo mettendo a rischio la vita di decine di migliaia di persone”. Per la Rete No Ponte, la messa in sicurezza dei territori avrebbe effetti positivi anche dal punto di vista occupazionale, specie in un’area del Mezzogiorno dove si registrano alti tassi di disoccupazione. “Le azioni di prevenzione e contrasto del rischio idrogeologico e gli interventi per garantire la sicurezza antisismica alle strutture pubbliche e alle abitazioni private avrebbero un saldo occupazionale nettamente superiore a quanto previsto per i cantieri del Ponte”, aggiunge Sturniolo. “Secondo Eurolink, General Contractor per la progettazione e la realizzazione dell’opera, nel periodo di massima attività dei cantieri, saranno impiegati 4.500 lavoratori. Per gli interventi nei paesi colpiti dalle frane più recenti, con soli 40 milioni d’investimenti verrebbero occupati oltre 250 addetti e per periodi molto più lunghi”.

Gli attivisti No Ponte denunciano come la mera prospettiva dell’avvio dei lavori del Ponte abbia già determinato la perdita di oltre mille posti di lavoro nel settore della navigazione nello Stretto di Messina. “È in atto da anni un processo di dismissione del trasporto pubblico, rappresentato bene dalla soppressione di numerosi treni a lunga percorrenza e dalla riduzione del numero di navi utilizzate”, afferma Mariano Massaro, rappresentante dell’organizzazione sindacale di base OrSA Navigazione. “Risultato di queste scelte è una forte contrazione occupazionale. E il futuro è ancora più nero. Centotrenta lavoratori dell’Officina Grandi Riparazioni di Messina saranno licenziati da Trenitalia entro 30 mesi, il tempo previsto che le aree oggi occupate dalla struttura siano utilizzate per le opere legate al Ponte sullo Stretto”.

L’iter della megaopera prosegue intanto con lo sperpero di enormi risorse finanziarie. Ai 500 milioni di euro spesi sino ad oggi per tenere in vita il carrozzone della Società Stretto di Messina Spa, concessionaria pubblica per la realizzazione del Ponte, si aggiungono i 110 milioni spesi lo scorso anno per predisporre i primi cantieri e pagare profumate parcelle a progettisti, esperti e consulenti. “Soldi che sarebbero bastati a pagare tutti i cantieri attualmente gestiti dal Genio Civile di Messina per i danni causati dall’alluvione del 1° marzo scorso e avviare, magari, l’auspicata riqualificazione urbana”, commenta Santino Bonfiglio, altro esponente storico dei No Ponte.

Ma al “Mostro sullo Stretto” guardano, soprattutto, le cosche mafiose siciliane e calabresi che puntano ad intercettare gli investimenti che si riverserebbero nell’area e gestire il grande business della movimentazione di milioni di metri cubi d’inerti e le decine di cave e discariche che sorgeranno all’interno dei centri abitati. “La penetrazione criminale nei grandi lavori pubblici è un fenomeno strutturale nei territori ad alta densità mafiosa, ma il Ponte ha caratteristiche criminogene di per sé uniche”, commenta il giornalista Tonino Cafeo. “La recente inchiesta Brooklyn sul tentativo d’infiltrazione della mafia italo-canadese nei lavori del Ponte ha evidenziato l’interesse di alcuni settori criminali di operare direttamente come soci finanziatori dell’opera sin dalla sua progettazione, accreditandosi in tal modo come soggetti di riferimento di istituzioni e grandi società di costruzioni e come indispensabili attori economici e sociali”.
Una lotta impari quella dei Nopontisti contro i Padrini del Ponte, ma anche qui, tra Scilla e Cariddi, sono in ballo i principi base della democrazia, della sovranità popolare e della partecipazione. Proprio per questo ci si prepara alla mobilitazione di massa, oggi con un corteo-concerto, domani con il blocco nonviolento dei cantieri e il boicottaggio dei gruppi e delle cricche finanziarie che siedono al grande banchetto dello Stretto.


Articolo pubblicato l'11 maggio 2001 da www.letteraviola.it.

venerdì 6 maggio 2011

Mineo. Il diritto alla fuga per salvarsi la vita

Nel “Villaggio della solidarietà” di Mineo, filo spinato, telecamere e forze armate hanno fatto capire ai rifugiati che non si trattava di una “villeggiatura” ma di una nuova forma di reclusione senza diritti. Che non favorisce l’integrazione, ma remunera molto bene privati e “cricca”.

Fuggono. Li vedi in fila indiana tra i campi e gli aranceti. Alcuni persino sulla carreggiata della trafficata superstrada Catania-Gela, in direzione nord. Una bottiglia d’acqua minerale e uno zainetto con qualche indumento e un pacco di biscotti. È tutto quello che portano con sé, ma vanno avanti con determinazione, dignità, speranza. Chi esercita il diritto alla fuga ha un progetto di vita chiaro. Raggiungere fratelli, cugini, amici, quella rete di solidarietà che sanno bene che in Italia gli sarà negata. Decine, forse centinaia di giovani. Richiedenti asilo di nazionalità curda, somala, eritrea, deportati manu militari dai centri di accoglienza sparsi in mezza Italia. E i tunisini scampati all’inferno di Lampedusa, dichiarati d’autorità “richiedenti asilo” per mascherare i trasferimenti forzati con le unità della Marina militare.

Il residence “a quattro stelle” di Mineo (Catania), abitato un paio di mesi fa dai militari USA di Sigonella, doveva essere la vetrina internazionale dell’accoglienza made in Italy, il progetto-pilota per rendere felici e invisibili rifugiati e migranti. Quattrocentoquattro villette indipendenti, uffici, mense, palestre, campi da tennis e football, sale per l’intrattenimento e le funzioni religiose e 12 ettari di spazi verdi. Un paradiso per chi ha conosciuto guerre e carceri nel continente africano, ma l’assedio di poliziotti, carabinieri e militari dell’esercito, le telecamere e le recinzioni sorte in ventiquattrore, lasciano presagire chissà quali nuove forme di detenzione. E allora è meglio andare, lasciarsi dietro il deserto ambientale, sociale e culturale del “villaggio della solidarietà” imposto da Berlusconi e Maroni per fare un favore ai legittimi proprietari della struttura, la Pizzarotti S.p.A. di Parma. Sì, perché alle origini dell’intera operazione di riconversione dell’ex villaggio USA nel mega-centro di accoglienza per richiedenti asilo c’è la ferma intenzione di continuare a spremere milioni di euro all’anno da una struttura che rischiava di restare per sempre abbandonata.

Quando alla Pizzarotti fu comunicata l’intenzione di Washington di non rinnovare il contratto d’affitto che sarebbe scaduto il 31 marzo 2011, i manager della società si affannarono ad individuare nuovi possibili locatari del villaggio. Dopo aver giocato inutilmente la carta del “sociale”, proponendo a destra e manca il suo utilizzo come “luogo di detenzione alternativo al carcere per le detenute madri” o come “centro accoglienza per immigrati e tossicodipendenti”, si tentò di rifilare la struttura all’Università di Catania per adibirla a polo di ricerca e cittadella dello studente. Alla Regione Siciliana e ai comuni del comprensorio fu presentato un progetto di “nucleo sociale polifunzionale” con case in affitto a canone agevolato e spazi per le attività sociali di enti pubblici e cooperative. Il programma di sviluppo immobiliare prevedeva pure la realizzazione di un centro commerciale e di sale cinematografiche, ma naufragò per lo scarso interesse degli operatori economici e dei politici locali. L’ultima spiaggia fu quella di proporre l’affitto direttamente alle famiglie dei militari USA, 900 euro al mese a villetta - 160 metri quadri di superficie più giardino – incluso l’uso gratuito degli spazi comuni e il trasporto in bus verso la base di Sigonella, parecchio distante. Saldi di fine stagione: quasi la metà di quanto il Dipartimento della difesa versava alla Pizzarotti, otto milioni e mezzo di dollari all’anno più le spese per la gestione dei servizi all’interno del villaggio. Fallito anche questo tentativo ci avrebbero pensato le rivolte per la libertà e il pane in nord Africa a fornire l’occasione per riaprire i cancelli del residence e consentire al governo di stiparvi oltre duemila tra richiedenti asilo, residenti da tempo in Italia, ed immigrati dell’ultima ora.

La portata finanziaria dell’affaire è top secret, ma è possibile spingersi in una stima di massima. Se venisse applicato il canone concordato con gli americani, per i 10 mesi dal decreto di “requisizione” (2 marzo 2011) del Commissario straordinario per l’emergenza immigrazione, il prefetto di Palermo Giuseppe Caruso, il governo dovrebbe dare alla Pizzarotti non meno di 5 milioni e 500 mila euro. La legge parla chiaro: anche nel caso di espropri e requisizioni per pubblica utilità gli indennizzi non possono essere inferiori ai valori di mercato. Ma quello di Mineo non sarà un centro legato all’emergenza di questi mesi, e nei disegni di Berlusconi e Maroni dovrà avere vita illimitata. Il dottor Caruso ha ammesso che nei piani del governo e dei proprietari, c’è l’intenzione di sottoscrivere un contratto d’affitto per non meno di cinque anni. In questo modo verrebbero ad essere trasferiti altri 30 milioni di euro dalle casse dello stato al privato. Pensare che ad una quarantina di chilometri in linea d’area sorge l’ex base missilistica NATO di Comiso (Ragusa), la cui titolarità è passata in mano all’ente locale. Ospita centinaia di alloggi per oltre 7.000 persone, abbandonati all’incuria e ai saccheggi dei vandali. Accoglienza a costo zero, in una realtà che ha sperimentato in passato, con ovvie contraddizioni, il sostegno ai profughi del conflitto in ex Jugoslavia e Kosovo. Ma come per le grandi opere è la lobby del cemento a dettare le regole. Sulla pelle dei migranti e sulle tasche dei contribuenti.      
         

Pizzarotti SPA: Grandi Opere militari/nucleari

La Pizzarotti è impegnata nella realizzazione di grandi opere infrastrutturali in Italia e all’estero. Alcune di esse hanno generato enormi impatti socio-ambientali: il deposito delle scorie radioattive di Caorso, la centrale nucleare di Montalto di Castro, la tratta ferroviaria ad alta velocità Milano-Bologna, due lotti dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria. La società ha pure partecipato con poca fortuna alla gara per la progettazione ed esecuzione del Ponte sullo Stretto di Messina. In Sicilia ha però ottenuto dall’ANAS lo status di general contractor per i lavori dell’autostrada Catania-Siracusa, una commessa di 473,6 milioni di euro.

La Pizzarotti è inoltre una delle aziende di fiducia delle forze armate degli Stati Uniti d’America. Nell’ultimo decennio ha fatturato per conto del Dipartimento della difesa 134 milioni di dollari. Nel 1979 le era stata affidata la realizzazione a Sigonella del centro destinato alla Rapid Deployment Force, la Forza d’Intervento Rapido USA. A metà anni ‘80 la Pizzarotti partecipò pure alla costruzione di numerose infrastrutture nella base di Comiso. Quindici anni dopo, la società realizzò a Belpasso (Catania) il villaggio “Marinai” per i militari di Sigonella, 42 ettari d’estensione e 526 unità abitative, fratello maggiore del “Villaggio degli Aranci” di Mineo. Successivamente ha eseguito i lavori di ristrutturazione ed ampliamento delle banchine della base navale e sottomarini atomici di Santo Stefano (arcipelago de La Maddalena), e realizzato una piccola tratta ferroviaria ed alcuni depositi all’interno della base di Camp Darby (Livorno). Nell’aeroporto di Aviano (Pordenone), Pizzarotti ha ampliato i locali adibiti a servizi e casermaggio, mentre a Camp Ederle (Vicenza) ha costruito un complesso residenziale per 300 marines e il nuovo polo sanitario US Army. Non altrettanto bene è andata a Quinto Vicentino, dove nonostante un accordo con il Comando dell’esercito statunitense per la creazione di un residence con oltre 200 abitazioni per i militari della 173^ Brigata Aviotrasportata (valore stimato 50 milioni di dollari), gli amministratori locali hanno scelto d’imporre il veto al progetto.

La società di Parma ha stipulato un contratto con le ferrovie israeliane per la costruzione di un lotto della linea ad alta velocità Tel Aviv–Gerusalemme, relativo ad un tunnel che attraversa i villaggi di Beit Surik e Beit Iksa, all’interno dei territori della Cisgiordania occupati illegalmente da Israele nel 1967. Come denunciato da decine di associazioni internazionali attive nella difesa dei diritti umani, il progetto viola le norme della IV Convenzione di Ginevra, che vietano alla potenza occupante l’esproprio di proprietà private per la costruzione di infrastrutture permanenti inaccessibili alla popolazione locale.


Croce Rossa Italiana: Niente bando per favore

L’altro grande business di Mineo riguarda la gestione dell’“accoglienza” dei circa 2.000 richiedenti asilo presenti. Le organizzazioni siciliane antirazziste hanno già fatto le prime stime. Agli enti che gestiscono i CARA sparsi sul territorio nazionale, il governo versa un contributo che oscilla dai 40 ai 52 euro al giorno per persona. Conti alla mano a Mineo si spenderà mensilmente dai 2 milioni e 400 mila ai 3 milioni di euro. È la Croce Rossa Italiana l’ente individuato dalle autorità di governo senza l’indizione di un bando ad evidenza pubblica. “Sino al 30 giugno 2011, la CRI impiegherà fondi propri destinati alla gestione delle situazioni di emergenza”, ha precisato il prefetto Caruso. Per i restanti sei mesi coperti dal decreto anti-sbarchi ci penserà lo Stato. A fine anno la spesa potrebbe così toccare i 18 milioni di euro. L’accoglienza soft nei Comuni di mezza Italia, grazie alle reti solidali di enti e associazioni (il cosiddetto sistema Sprar), pesa invece per non più di 20-22 euro al giorno per rifugiato. Con il vantaggio che le esperienze hanno forti ricadute sull’economia e l’occupazione locale, come ad esempio accade a Riace, paesino della provincia di Reggio Calabria, uno dei modelli d’integrazione cittadini-migranti a livello internazionale.

Intanto, il presidente della Provincia di Catania e coordinatore regionale del Pdl, Giuseppe Castiglione, invita la Croce Rossa ad affidare alcuni servizi del centro di Mineo alle cooperative locali in buona parte riconducibili al potente consorzio Sol.Co. di Catania. Una piccola tassa in cambio del consenso dei politici e degli amministratori del luogo. Il ghetto per rifugiati e deportati nel cuore dell’isola è pronto a trasformarsi in una moderna fabbrica di soldi e di voti.
Inchiesta pubblicata in Valori. Mensile di economia sociale, finanza etica e responsabilità, Anno 11, n. 89, maggio 2001.