I Padrini del Ponte

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Affari di mafia sullo Stretto

mercoledì 28 novembre 2012

Patto militare Italia-Israele. Un accordo scellerato e illegale


Il Medio oriente è in fiamme. La Siria è in ginocchio, migliaia di profughi fuggono in Libano, in Turchia, in Giordania. Tel Aviv mobilita le forze terrestri, aeree, navali. Minaccia d’intervenire in Golan e di lanciare i suoi missili e i suoi caccia contro decine di “obiettivi strategici” in Iran. Intanto cannoneggia la striscia di Gaza e schiera carri armati e blindati alla frontiera con il Libano. Scenari di guerra che non sembrano intimorire più di tanto le forze politiche e il governo italiano. Quest’ultimo, anzi, trova pure il tempo d’inviare a Gerusalemme una delegazione d’eccezione, il premier con sei ministri, per il terzo summit intergovernativo in meno di due anni. Per rafforzare la partnership politica e militare e moltiplicare affari e scambi commerciali. Il comunicato ufficiale emesso lo scorso 25 ottobre è come sempre laconico. “In occasione del vertice Italia-Israele, al quale ha partecipato il Presidente del Consiglio, Mario Monti, il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola ha incontrato il suo omologo dello Stato di Israele, Ehud Barak. A conferma dei solidi rapporti di amicizia e di collaborazione esistenti tra i due Paesi, sono stati approfonditi i temi inerenti alla cooperazione industriale nel settore della Difesa”.

Il faccia a faccia tra i ministri della guerra è stato preceduto da una serie d’incontri tra i massimi rappresentanti delle rispettive forze armate. Il 7 e l’8 febbraio 2012, il sottocapo di Stato maggiore israeliano, generale Nimrod Sheffer, ha incontrato a Roma i responsabili dell’Aeronautica italiana per “approfondire i processi di trasformazione in atto nelle due aeronautiche, le esperienze maturate nei rispettivi teatri di operazione e le future attività addestrative”. Il successivo 14 giugno è stato il comandante delle forze aeree israeliane, generale Ido Nehushtan, a giungere in Italia in missione ufficiale.

Meeting e visite di cortesia si sono sommate a tre importanti esercitazioni aeronavali bilaterali. Le prime due si sono svolte a fine 2011 in Sardegna (nome in codice Vega) e nel deserto del Negev (Desert Dusk). Durante i war games sono stati simulati combattimenti aerei tra cacciabombardieri F-15 ed F-16 israeliani ed “Eurofighter” e “Tornado” italiani; inoltre sono stati eseguiti veri e propri lanci di missili aria-terra e di bombe a caduta libera. Dal 3 all’8 novembre 2012, nelle acque prospicienti la città di Haifa, si è tenuta invece la prima edizione dell’esercitazione Rising Star a cui hanno partecipato i palombari artificieri del Gruppo operativo subacquei del COMSUBIN (Comando Subacquei ed Incursori) di La Spezia e i Divers (specialisti sommozzatori) della Marina israeliana.

L’accordo che disciplina la partnership militare tra Italia e Israele risale a sette anni fa ed è stato ratificato dal Parlamento italiano il 17 maggio 2005. Nella parte “pubblica” del testo (esisterebbe infatti un memorandum segreto mai sottoposto alla discussione e al voto dei parlamentari) si legge in particolare che la “cooperazione” fra i due paesi riguarderà in particolare “l’industria della difesa, l’importazione, l’esportazione e il transito di materiali militari, le operazioni umanitarie, l’organizzazione delle forze armate e la gestione del personale la formazione e l’addestramento, i servizi medici militari”. Sempre per l’accordo, le attività si svilupperanno grazie “alle riunioni dei ministri della Difesa, dei Comandanti in Capo e di altri ufficiali autorizzati, lo scambio di esperienze fra gli esperti delle due parti, l’organizzazione e l’attuazione delle attività di addestramento e delle esercitazioni, le visite di navi e aeromobili militari e ad impianti, lo scambio di informazioni, pubblicazioni e hardware, la ricerca, lo sviluppo e la produzione di sistemi d’armamento”. “Italia e Israele si adopereranno al massimo per contribuire, ove richiesto, a negoziare licenze, royalties ed informazioni tecniche, scambiate con le rispettive industrie”, recita l’articolo 3 dell’accordo di mutua collaborazione. E ancora: “Le Parti faciliteranno inoltre la concessione delle licenze di esportazione necessarie per la presentazione delle offerte o proposte richieste per dare esecuzione al presente Memorandum”.

Senza troppi giri di parole, l’import e l’export di sistemi d’arma devono essere l’essenza delle consolidate relazioni tra Roma e Tel Aviv, in palese violazione della legge italiana che disciplina il commercio di tecnologie belliche e che vieta le vendite a paesi belligeranti o i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali dei diritti umani. Israele riassume in sé tutte le caratteristiche per dover essere posta al bando dal complesso militare industriale italiano: le sue forze armate sono sistematicamente impegnate su più fronti di guerra e dal 1967 occupano ancora buona parte della West Bank. Inoltre il regime d’apartheid instaurato contro la popolazione palestinese e gli stessi cittadini israeliani di origine araba è stigmatizzato dalle principali organizzazioni non governative internazionali. Non ultimo, Tel Aviv non ha mai firmato il Protocollo di Non Proliferazione Nucleare e da tempo immemorabile, anche grazie la collaborazione tecnico-scientifica di Stati Uniti ed Unione europea, a Dimona, nel deserto del Negev, si costruiscono armi nucleari (secondo gli istituti di ricerca indipendenti Israele sarebbe già in possesso di più di 200 testate).

Nonostante la riesplosione della crisi mediorientale, proprio il 2012 ha rappresentato l’anno chiave nei trasferimenti di sistemi d’arma tra i due paesi. Il 19 luglio, in particolare, il Ministero della difesa italiano e l’omologo israeliano hanno ratificato la fornitura alle forze armate israeliane di 30 velivoli da addestramento avanzato M-346 “Master” prodotti da Alenia Aermacchi. La commessa ha un valore di poco inferiore al miliardo di dollari ma prevede vantaggiose contropartite per le industrie israeliane. Elbit Systems, azienda specializzata nella produzione di tecnologie avanzate, svilupperà il nuovo software che verrà caricato sugli addestratori. Il Virtual Mission Training System (Vmts) “ingannerà i sensori degli M-346 simulando le funzioni di un moderno radar di scoperta attiva capace di gestire numerose funzioni tattiche, nonché scelte d’armamento complesse”, riporta la World Aeronautical Press Agency. “Utilizzando il software una volta in volo, il pilota in addestramento potrà esercitarsi in scenari avanzati, quali la guerra elettronica, la caccia alle installazioni radar e l’uso di sistemi d’arma all’avanguardia”. Alle future guerre le forze aeree israeliane si addestreranno cioè con il made in Italy.

In cambio dei caccia, Tel Aviv ha anche imposto che l’aeronautica militare italiana si doti di due velivoli di pronto allarme “Gulfstream 550” con relativi centri di comando, controllo e sistemi elettronici, prodotti da Israel Aerospace Industries (IAI) ed Elta Systems (costo complessivo, 800 milioni di dollari circa). Selex Elsag, una controllata di Finmeccanica, s’incaricherà per conto delle aziende israeliane a fornire ai velivoli i “sottosistemi” di comunicazione e link tattici secondo gli standard Nato. Le forze armate italiane dovranno pure acquistare un sistema satellitare elettro-ottico ad alta risoluzione di seconda generazione “Ofeq”, anch’esso di produzione IAI ed Elbit Systems (245 milioni di dollari). Prime contractor degli israeliani sarà Telespazio, azienda controllata in parte da Finmeccanica, che assicurerà entro il 2015 la costruzione del segmento terrestre, il lancio e la messa in orbita del nuovo sistema satellitare.

Quest’anno, l’Aeronautica italiana ha pure deciso d’installare sugli elicotteri EH101 e sugli aerei da trasporto C27J “Spartan” e C130 “Hercules” un nuovo sistema di contromisure a raggi infrarossi, denominato Dircm - Directional infrared countermeasures, co-prodotto da Elettronica Spa di Roma ed Elbit Systems. Venticinque milioni e mezzo di euro la spesa, con consegne che saranno fatte entro la fine del 2013. Gli elicotteri d’attacco AW-129 “Mangusta” di AugustaWestland, in dotazione all’esercito italiano, dal prossimo anno saranno armati invece con i missili aria-terra a corto raggio “Spike” prodotti da un’altra importante azienda militare israeliana, Rafael. I missili, con una gittata tra gli 8 e i 25 km, potranno esseri equipaggiati con tre differenti tipologie di testata bellica a seconda dell’uso: anticarro, antifanteria e per la distruzione di bunker. Roma e Tel Aviv puntano infine a sviluppare congiuntamente nuovi velivoli a pilotaggio remoto UAV (i famigerati droni) e a cooperare nella produzione e nella “gestione logistica” del nuovo cacciabombardiere a capacità nucleare F-35, uno dei programmi più costosi della storia mondiale dell’aviazione da guerra.

Mentre i programmi di riarmo italo-israeliani sono condivisi e sostenuti da tutte le forze politiche presenti in Parlamentare, si sta rafforzando tra alcune forze sociali e no war la convinzione che la solidarietà al popolo palestinese non può essere disgiunta dalla mobilitazione per ottenere l’embargo militare nei confronti di Israele. Singoli cittadini, associazioni e comitati di base hanno dato vita alla Campagna BDS per “il boicottaggio, il disinvestimento e sanzioni nei confronti di Israele” fino a che esso “non porrà termine all’occupazione e alla colonizzazione di tutte le terre arabe e smantellerà il Muro; riconoscerà i diritti fondamentali dei cittadini Arabo-Palestinesi di Israele alla piena uguaglianza; rispetterà i diritti dei profughi palestinesi al ritorno nelle loro case e nelle loro proprietà come stabilito nella risoluzione 194 dell’ONU”.

Lo scorso 13 ottobre, di fronte allo stabilimento Alenia Aermacchi di Venegono-Varese, si è tenuta la manifestazione nazionale Nessun M346 a Israele per chiedere la revoca della vendita dei caccia addestratori alle forze armate israeliane, a cui hanno partecipato, tra gli altri, Pax Christi, la Commissione Giustizia e Pace dei Missionari Comboniani, Attac, Arci – Servizio Civile, Assopace e una serie di soggetti che sostengono il popolo palestinese. “Quella di Varese è stata una manifestazione anche contro lo scellerato accordo del 2005 di cooperazione militare, economica e scientifica tra il nostro Paese ed Israele”, ha spiegato Elio Pagani per il Comitato promotore. “Un accordo che non è stato scalfito neppure dall’Operazione piombo fuso del dicembre 2008 - gennaio 2009, che ha visto Israele colpire con il suo potere aereo la popolazione palestinese civile inerme (1.400 uccisi, di cui circa 400 bambini). Un’azione militare brutale, senza giustificazioni, nella quale sono state usate anche armi sconosciute o già vietate dalle Convenzioni internazionali (fosforo bianco, bombe D.I.M.E., uranio impoverito) e nella quale Israele ha commesso crimini di guerra e contro l’umanità”.

 
Articolo pubblicato in Adista, n. 43 dell’1 dicembre 2012

lunedì 26 novembre 2012

Deliri di morte


Accade in Sicilia: programmato a Niscemi il MUOStro. Un sistema di telecomunicazioni satellitari Usa per trasmettere ordini e informazioni per azioni militari in qualsiasi parte del mondo.


USAF Unmanned Aircraft Systems Flight Plan 2009-2047: s’intitola così il documento programmatico dell’aeronautica militare degli Stati uniti d’America che definisce gli obiettivi strategici e le linee guida da perseguire da qui ai prossimi 35 anni. Tre le tappe chiave: la prima, fissata per il 2020, vedrà la progressiva sostituzione dei cacciabombardieri e degli intercettori con gli aerei senza pilota. La seconda, nel 2030, in cui i droni saranno i padroni assoluti dei cieli, teleguidati in sciami da un manipolo di superefficienti tecnici militari. L’ultima data, quella che celebrerà la follia dell’apocalisse bellica, nel 2047, quando gli attacchi convenzionali, chimici, batteriologici e nucleari saranno decisi in assoluta autonomia da sofisticati computer che riprodurranno artificialmente l’intelligenza umana, l’intuito, la poliedricità e la flessibilità del pensiero, senza più dovere fare i conti con la coscienza, il dubbio, l’emotività, i sentimenti che indeboliscono anche i guerrieri più spietati e assetati di sangue.

Conflitti sempre più disumanizzati e disumanizzanti, una cesura irreversibile con la storia dell’uomo, con la visione cosmica della responsabilità, della concezione stessa della pace e della guerra, della vita e della morte. Se nel 2047 lo sforzo plurimiliardario del Pentagono e degli scienziati partner giungerà positivamente a termine, l’umanità sarà inevitabilmente condannata all’olocausto.

Nei deliri di morte degli apprendisti stregoni del XXI secolo c’è un luogo del pianeta che farà da battistrada al Flight Plan 2009-2047. La Sicilia. La stazione aeronavale di Sigonella, alle porte della città di Catania, è stata designata a capitale mondiale dei droni, i famigerati velivoli-spia “Global Hawk” e quelli di attacco missilistico “Predator” e “Reaper”, giunti segretamente un paio di anni fa e quotidianamente utilizzati per le azioni di guerra in Libia, Corno d’Africa, Uganda, Mali, Congo, Yemen, Iraq, Afghanistan, Pakistan e finanche contro i migranti che solcano il Mediterraneo. A Niscemi, in provincia di Caltanissetta, nel cuore di una riserva naturale, sta sorgendo invece uno dei quattro terminali terrestri mondiali del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari Usa che consentirà di trasmettere gli ordini e le informazioni necessarie per qualsivoglia azione militare ai sistemi operativi impiegati - caccia, unità navali, sottomarini, reparti, ma soprattutto droni - in qualsiasi parte del mondo essi si trovino. Il sistema satellitare, nelle intenzioni di Washington, dovrà ridurre enormemente i tempi di trasmissione e ricezione e aumentare di 10 volte il numero dei dati trasmessi nell’unità di tempo. Il pericolo che venga scatenato un conflitto globale per un mero errore tecnico diventa ancora più concreto.

Il terminale MUOS di Niscemi si comporrà di tre grandi antenne paraboliche dal diametro di 18,4 metri per le trasmissioni verso i satelliti geostazionari e due trasmettitori elicoidali in banda UHF (Ultra High Frequency), di 149 metri d’altezza, per il posizionamento geografico. Mentre le maxi-antenne trasmetteranno con frequenze che raggiungeranno valori compresi tra i 30 e i 31 GHz, i due trasmettitori elicoidali avranno una frequenza tra i 240 e i 315 MHz. Onde elettromagnetiche che penetreranno la ionosfera e i tessuti di ogni essere vivente che avrà l’ardire di sfidare frontalmente quello che ormai è noto come l’EcoMUOStro.

Contro il progetto si è alzata forte la protesta popolare, prima solo a Niscemi e nei comuni vicini, poi in tutta la Sicilia. Sono sorti più di una trentina di comitati No MUOS, sono stati organizzati incontri nelle scuole, nelle università, nelle piazze, nelle parrocchie, si è dato vita a festosi cortei davanti alla base militare. Sono state presentate decine d’interrogazioni parlamentari, firmate petizioni e appelli per la revoca delle autorizzazioni, decine di consigli comunali e tre consigli provinciali hanno votato delibere ed ordini del giorno contro il nuovo sistema a microonde. Il 6 ottobre scorso, Niscemi è stata letteralmente invasa dall’Altra Sicilia, quella che non si piega allo strapotere delle mafie e della militarizzazione e che sogna di trasformare l’Isola in ponte di pace e dialogo nel Mediterraneo. Cinquemila persone, donne, uomini, tantissimi giovani, i militanti delle organizzazioni della sinistra radicale e dei sindacati di base, gli scout cattolici, gli ambientalisti, i lavoratori precari della scuola, braccianti e piccoli produttori agricoli.

Alla vigilia di quella che è stata una straordinaria festa di popolo, simile a quelle di trent’anni fa a Comiso contro i missili Cruise a testata nucleare, una delegazione No MUOS è stata ospite del vescovo di Piazza Armenina, mons. Michele Pennisi, mentre da Caltagirone il vescovo Calogero Peri, al termine della Celebrazione eucaristica, ha invocato le istituzioni “a far chiarezza” sulla pericolosità del sistema, fornendo alla popolazione “le informazioni e le garanzie di tutela richieste”. “Auspico - ha concluso monsignor Peri - che dal cuore del Mediterraneo, culla di civiltà e di accoglienza, venga ancora una volta un’esortazione importante, e che tanto più sia condivisa, affinché le Istituzioni pongano, nuovamente, la salute dei cittadini, la promozione umana e la salvaguardia del creato fra i temi prioritari nell’agenda politica”.             

A metà settembre, dopo un’audizione a Roma con i sindaci e i Comitati No MUOS, anche il Comitato d’inchiesta sull’uranio impoverito del Senato della Repubblica ha fatto sentire la propria voce contro il progetto militare Usa. Con una risoluzione approvata all’unanimità, l’organo istituzionale ha chiesto al governo la moratoria per l’installazione del MUOS “in applicazione del principio di precauzione, da applicarsi anche per analoghi sistemi operanti negli insediamenti militari della Sardegna”. “Nessun impianto deve essere attivo fino a che non sia stato inequivocabilmente dimostrato che esso non comporta alcun danno per la salute e per l’ambiente”, ha concluso il Comitato d’inchiesta.

A determinare la presa di posizione dei senatori, le risultanze delle Analisi dei rischi del MUOS dei professori Massimo Zucchetti, ordinario di Impianti Nucleari del Politecnico di Torino e Massimo Coraddu, consulente esterno del dipartimento di Energetica del Politecnico. Lo studio ha rilevato come la costruenda stazione comporti “gravi rischi per la popolazione e per l’ambiente” in un’area geografica vastissima, già colpita pesantemente dalle emissioni elettromagnetiche del centro di trasmissione con i sottomarini nucleari che la US Navy ha attivato nella riserva naturale di Niscemi nel 1992.

“Con la realizzazione delle nuove antenne si verificherà un incremento medio dell’intensità del campo in prossimità delle abitazioni più vicine pari a qualche volt per metro rispetto al livello esistente, con un incremento del campo nettamente superiore”, scrivono Zucchetti e Coraddu. “C’è poi il rischio di effetti acuti legati all’esposizione diretta al fascio emesso dalle parabole in seguito a malfunzionamento o a un errore di puntamento. In questi casi verrebbero provocati danni gravi e permanenti alle persone accidentalmente esposte a distanze inferiori ai 20 Km., con necrosi dei tessuti colpiti. Ma le persone irraggiate accidentalmente potrebbero subire danni gravi e irreversibili anche per brevi esposizioni”.

Le onde elettromagnetiche avranno pericolosissimi effetti pure sul traffico aereo nei cieli siciliani e in particolare sul vicino aeroporto di Comiso, prossimo all’apertura. “La potenza del fascio di microonde del MUOS è senz’altro in grado di provocare gravi interferenze nella strumentazione di bordo di un aeromobile che dovesse essere investito accidentalmente”, aggiungono gli esperti del Politecnico. “Rischi ancora più grandi sono legati all’irraggiamento accidentale, a distanza ravvicinata, di un aereo militare, nel quale le interferenze generate possono arrivare a innescare accidentalmente gli ordigni trasportati”.

Senza essere entrato ancora in funzione il MUOS ha già prodotto danni irreversibili all’ambiente e al territorio. Il cantiere aperto all’interno della riserva hanno infatti devastato un’intera collina e la sua macchia mediterranea, deturpando il paesaggio. L’illegittimità delle autorizzazioni concesse dalla Regione siciliana e i danni durante l’esecuzione delle opere sono stati documentati e denunciati dal Comune di Niscemi, dai Comitati, da Italia Nostra e dal WWF. La notte del 5 ottobre, qualche ora prima del serpentone multicolore che avrebbe circondato la base Usa, con un provvedimento unico nella storia delle installazioni militari statunitensi e Nato in Italia, la Procura di Caltagirone ha ordinato lo stop dei lavori per violazione delle leggi di tutela ambientale. “Attraverso consulenze tecniche e documenti sono state accertate violazioni delle prescrizioni riguardanti il decreto istitutivo dell’area protetta e il relativo regolamento”, ha spiegato il procuratore Paolo Giordano.

L’intervento dei magistrati è stato accolto con soddisfazione dal Coordinamento regionale No MUOS, che ritiene però che solo in sede politico-istituzionale potrà essere messa la parola fine al dissennato progetto militare. “Adesso il governo deve assumersi le proprie responsabilità revocando le autorizzazioni all’installazione e imponendo lo smantellamento delle strutture della base Usa e la sua restituzione alla popolazione”, afferma il niscemese Vincenzo Cummaudo. “In caso contrario, il Movimento articolerà le adeguate forme di disobbedienza civile affinché siano ripristinati i principi di sovranità nazionale e del diritto a un futuro libero dalle guerre”. Per Sergio Soraci, uno dei fondatori della Rete No Ponte di Messina, la strada obbligata in caso di dissequestro dei cantieri sarà quella del blocco dell’operatività della base. “Come a Comiso, trent’anni fa, mettendoci i nostri corpi e i nostri volti, perché è in gioco la vita e il futuro nostro e dei nostri figli”.
Articolo pubblicato in Mosaico di pace, n. 10, novembre 2012.

giovedì 22 novembre 2012

Italia e Colombia, una relazione pericolosa


A partire dal prossimo anno i militari italiani verranno addestrati nella selva colombiana all’esecuzione di “operazioni speciali”. Ad annunciarlo è stato il ministro della difesa della Colombia, Juan Carlos Pinzón, rientrato a Bogotà dopo un tour in Europa nel corso del quale – lo scorso 5 novembre - ha avuto modo d’incontrare a Roma il ministro-ammiraglio Giampaolo Di Paola. Secondo una nota diffusa dal nostro governo, i due ministri hanno discusso, in particolare, sullo “sviluppo delle relazioni nel settore della Difesa e della collaborazione industriale tra Italia e Colombia”, anche in vista della firma di un accordo quadro di cooperazione fra le rispettive forze armate. Il ministro Pinzón ha rivelato che oltre alle esercitazioni nella selva dei corpi d’élite del paese partner, dal 2013 il personale militare colombiano sarà ospite delle scuole di guerra dello Stato maggiore italiano.

“Si tratta di una notizia di per sé inquietante, tanto più che il ministro colombiano, con l’avallo del governo, è seriamente intenzionato a portare avanti un’amnistia generalizzata per i crimini di lesa umanità perpetrati senza soluzione di continuità dalle forze armate”, ha commentato l’Associazione Nuova Colombia ricordando come nel paese sudamericano è in atto da mezzo secolo un sanguinoso conflitto interno e che le forze militari e di sicurezza si sono macchiate di una lunga serie di crimini e violazioni dei diritti umani. “Pinzón – ha aggiunto l’associazione - afferma di voler offrire le conoscenze e l’esperienza della forza pubblica colombiana a paesi come l’Italia, omettendo di aggiungere che tali conoscenze spaziano dal campo della tortura, quotidianamente praticata nelle carceri colombiane, a quello della corruzione e delle esecuzioni extragiudiziarie…”.

Già da qualche tempo si erano registrati incontri e scambi di cortesia di alti ufficiali e “osservatori” delle forze armate dei due paesi. Quest’anno, a maggio, il Segretariato generale della difesa e dello Stato maggiore dell’esercito aveva ospitato presso il Comando di artiglieria di Bracciano (Roma) una delegazione delle forze armate colombiane guidata dal generale Rubén Darío Alzate Mora. “Ai visitatori sono stati illustrati gli aspetti essenziali del Comando artiglieria e del neo costituito Centro Fires and Targeting e le caratteristiche tecniche di alcuni mezzi da combattimento, mostrati sia in mostra statica che durante una dimostrazione di mobilità tattica presso l’area addestrativa di Castel Giuliano”, si legge in una nota ufficiale dell’esercito italiano.

Il 30 settembre 2009, era stato l’allora sottosegretario alla difesa, on. Guido Crosetto a recarsi in visita in Colombia, accompagnato dal generale Aldo Cinelli (Segretario generale del ministero) e dall’ammiraglio Dino Nascetti (direttore generale degli armamenti navali). Momento clou, l’incontro con il controverso presidente colombiano di allora Álvaro Uribe che, come riportano le cronache del tempo, “non ha tralasciato di inviare un caloroso saluto al signor presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi”.

La delegazione italiana venne pure ricevuta dal ministro della difesa Gabriel Silva Lujan e dai capi delle forze armate colombiane. “Nel corso degli incontri sono stati affrontati diversi temi di discussione, tra i quali la sicurezza nel Paese, la prospettiva di collaborazione militare bilaterale, specie nel settore della Marina, di sviluppo dell’industria della Difesa e di intese specifiche in materia di scambio di informazioni ed attività congiunte”, riportava l’ufficio stampa del ministero della difesa italiano. “Il sottosegretario Crosetto – si legge ancora - ha sottolineato con viva soddisfazione la sintonia politica esistente tra i due Governi. Ha inoltre messo in evidenza un possibile ruolo internazionale delle forze armate colombiane in ambito Nato, al fine di trasmettere l’esperienza maturata sul terreno, nel quadro delle operazioni di pace in Afghanistan”.

L’on. Crosetto ha infine espresso il “profondo apprezzamento per l’impegno del Governo colombiano, teso a debellare il narcotraffico e la guerriglia in maniera risoluta e definitiva”, omettendo di ricordare che proprio l’opacità delle classi dirigenti colombiane nella “lotta” agli stupefacenti e alla criminalità organizzata ha minato la credibilità internazionale e la stessa legittimità democratica del paese (diversi analisti hanno definito la Colombia un “narco-stato”). Del tutto ignorati anche il ruolo e le responsabilità del paramilitarismo nell’escalation del narcotraffico e l’impunità assicurata dallo Stato colombiano alle Autodefensas responsabili di efferati crimini contro la popolazione civile, gli oppositori di sinistra e i sindacalisti.

Il riavvicinamento tra Italia e Colombia, prima con l’esecutivo Berlusconi, adesso con il duo Monti - Di Paola, ha consentito al complesso militare industriale italiano di aprirsi un varco nel mercato colombiano. Secondo quanto rivelato dall’Espresso nel maggio 2012 dopo la missione a Roma del generale Rubén Darío Alzate Mora, il consorzio Oto Melara – Iveco ha offerto alle forze armate del paese sudamericano una partita di nuovi mezzi da combattimento 8x8 “Freccia” e di carri Leopard con cannoni da 120 mm e cingolati VCC di proprietà dell’esercito italiano, “non più utilizzati anche se funzionanti”.

Invidiabili gli affari di Selex Sistemi Integrati, azienda elettronica del gruppo Finmeccanica. Secondo quanto riferito dai propri manager, circa l’80% dei sistemi radar operanti nel paese sarebbero stati forniti proprio dalla società italiana. Una presenza che si è ulteriormente rafforzata grazie ai sistemi di radioaiuto alla navigazione della controllata statunitense Selex Sistemi Integrati Inc., che ha venduto i propri apparati alla Colombia a partire dal 1991. Nell’ultimo triennio, Selex ha inoltre ricevuto un contratto del valore di una decina di milioni di euro dalla Unidad Administrativa de Aeronautica Civil de Colombia, per l’ammodernamento dei sistemi radar dell’aeroporto internazionale “El Dorado” di Bogotà e degli scali di Cerro Maco (Bolivar) e Cerro Santana (Cauca). “Il programma – secondo Finmeccanica – ha consentito di gestire un maggior numero di informazioni e di dati scambiati con gli aeromobili, aumentando le prestazioni”. Radar con duplice funzione, civile e militare, quelli installati da Selex, specie quello di Cerro Santana, in grado di controllare il traffico aereo nelle regioni meridionali e occidentali dove è in atto la controffensiva delle forze armate colombiane contro la guerriglia delle Farc. All’inizio del gennaio 2012, proprio questa installazione radar è stata distrutta durante un’azione militare dell’organizzazione guerrigliera.

Due contratti per circa 400 mila euro sono stati assegnati invece nel gennaio 2010 a Telespazio Brasil, una joint venture di Finmeccanica e della francese Thales, per la fornitura di immagini satellitari alle autorità colombiane. Ciò consentirà di effettuare il monitoraggio di un’area di circa 65.000 kmq con l’ausilio dei quattro satelliti radar della costellazione Cosmo-SkyMed, finanziata dall’Agenzia spaziale e dal ministero della difesa italiano.

Anomala “consulente” di fiducia del gruppo Finmeccanica in Colombia è stata sino a qualche tempo fa la modella Debbie Castañeda Rodriguez, agli onori della cronaca dopo la pubblicazione delle intercettazioni effettuate nell’ambito dell’inchiesta della procura di Napoli sui presunti ricatti su Silvio Berlusconi di Gianpaolo Tarantini e Valter Lavitola.

Originaria di Bogotà, Debbie Castañeda Rodriguez venne eletta Miss Colombia nel 1996. Dopo essere comparsa in alcune telenovelas, nel 2000 esordì su Italia1 con la trasmissione “Tribe Generation”, per transitare l’anno successivo a Canale 5 Italiani e, dal settembre 2003 al gennaio 2004, nel cast di “Torno sabato… e tre” su Raiuno.

“Ho venduto radar della Selex all’aviazione civile colombiana e radar e radioaiuti per il controllo aereo alla Difesa”, ha ammesso la consulente-modella in un’intervista. “Guadagnavo cinquemila euro al mese. Al terzo anno sono diventati diecimila, lordi. Mio zio ha un porto e collabora con la Marina colombiana nell’export di carbone. L’ex presidente della Colombia, Álvaro Uribe è un caro amico di famiglia. Silvio Berlusconi me lo presentò invece mio marito Marco Squatriti. Per me era un mito. Avere buone relazioni internazionali è fondamentale in questo come in ogni mestiere”.
Fu proprio al cavaliere-premier che miss Debbie si rivolse dopo aver ricevuto dal direttore commerciale di Finmeccanica, Paolo Pozzessere, la notizia della revoca del suo contratto di consulenza. “L’ex modella non gradisce”, annotano gli inquirenti di Napoli. “E alle 18,53 del 30 giugno 2011, cinque minuti dopo la telefonata con Pozzessere, la Castañeda chiama Marinella Brambilla, la segretaria personale di Berlusconi…”.

venerdì 16 novembre 2012

Di Paola va dove porta la guerra


Il pomeriggio del 16 novembre 2011 quando giurarono fedeltà alla Costituzione i ministri-tecnici del primo Governo Monti, lui non c’era. “L’ammiraglio Giampaolo Di Paola, alla difesa, è in missione in Afghanistan per conto dell’Alleanza atlantica”, giustificò il premier. Da quel momento in poi il ministro con le stellette non si è fermato un attimo, sempre in giro per il mondo a promuovere la grandeur dell’Italia e l’efficienza del suo complesso militare industriale.

La prima visita ufficiale dell’ex Capo di stato maggiore ed ex presidente del Comitato militare della Nato - tredici giorni dopo l’insediamento - era a Berlino nel nome del ritrovato asse italo-tedesco per lo sviluppo dei missili e dei droni. Poi, una dietro l’altra, le missioni in Mauritania, nuovamente in Afghanistan, Gran Bretagna, Libano, Albania, Tunisia, Belgio, Russia, Stati Uniti (faccia a faccia con il Segretario alla difesa, Leon Edward Panetta, per predisporre il supporto logistico italiano alla missione Onu in Siria e parlare di scudo antimissile Nato e Afghanistan), Giordania, Giappone, Filippine, Francia, una seconda volta in Germania e Libano, Algeria, Lituania, Lettonia, ancora Afghanistan, Cipro, il Comando Nato di Bruxelles per il vertice dei ministri dell’Alleanza, Armenia e, a fine ottobre, a Gerusalemme per il “terzo vertice intergovernativo Italia–Israele” a riprova di una partnership sempre più fatta di esercitazioni congiunte, in Sardegna e nel Tirreno, nel deserto del Negev e nel golfo di Haifa, e di import-export di caccia, missili, satelliti e velivoli spia. Infine, qualche giorno fa, i bis in Algeria e in Francia (più correttamente a Parigi per la riunione con i ministri della difesa e degli esteri di Germania, Francia, Polonia e Spagna).

Quando è rimasto a Roma, l’instancabile ammiraglio è stato disponibile a ricevere in pompa magna una lunga lista di omologhi ministri alla guerra e alti ufficiali Usa e Nato: nell’ordine di arrivo in Italia, quelli di Canada, Sud Africa, Serbia, Filippine, Somalia, Macedonia, il Segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen (all’ordine del giorno “l’impegno in Afghanistan al termine della fase di transizione, la situazione nei Balcani, la difesa missilistica e la riforma dei Comandi e delle Agenzie dell’Alleanza”), Libia, Polonia, Kazakhstan, Somalia bis, Russia, Montenegro, Lettonia, il generale James N. Mattis comandante dell’U.S. Central Command, Afghanistan, Senegal, Slovenia, Vietnam, Azerbaijan, Francia, Colombia. Ovviamente molti dei vertici si sono conclusi con la firma di memorandum e accordi di mutua cooperazione tra le forze armate, war games e addestramenti congiunti, sperimentazione e acquisizioni di sistemi d’arma e attrezzature tecnologiche di alto valore strategico.

Pur consolidando gli impegni nei principali teatri di conflitto internazionale intrapresi dai predecessori (Afghanistan, Libano, Balcani, Corno d’Africa, ecc.), Giampaolo Di Paola ha chiesto di estendere la proiezione militare italiana ai turbolenti scenari del continente africano: innanzitutto la “nuova Libia” uscita esangue dai bombardamenti Nato ed extra-Nato dello scorso anno e a cui già forniamo intelligence, addestratori e consulenti (senza dimenticare il consenso a Washington a lanciare, dalla base di Sigonella, stormi di droni contro Tripoli e Bengasi); il Maghreb (dove la priorità resta la lotta all’immigrazione “clandestina” nel Mediterraneo); l’Uganda (da fine agosto un team dell’esercito a Kampala addestra al combattimento i militari locali destinati al fronte somalo e alla caccia di “terroristi” nella regione dei Grandi Laghi); il Kenya, con cui l’esecutivo Monti ha avviato un’“intesa per consolidare le rispettive capacità difensive e migliorare la comprensione reciproca sulle questioni della sicurezza”; il martoriato Mali (l’Italia ha rassicurato l’Unione europea e gli stati africani che non farà mancare il suo supporto all’ormai prossimo intervento multinazionale d’occupazione).

L’Italia è pronta ad andare ovunque e comunque, è l’assunto del ministro, per difendere i valori e gli interessi del tricolore, specie se questi coincidono con quelli dei manager e degli azionisti delle grandi aziende produttrici di materiale bellico. “Il settore industriale italiano nel campo sicurezza e difesa è ad alta tecnologia e ad alta innovazione, di rilevante importanza per lo sviluppo economico di questo Paese”, ha dichiarato Di Paola durante l’’audizione con la Commissione difesa alla Camera dei deputati, lo scorso 6 novembre. Poi ha aggiunto: Finmeccanica, la più grande delle industrie italiane nel settore ed una tra le più grandi a livello globale, impiega circa 70.000 unità lavorative e ha un fatturato di oltre 16-17 miliardi di euro all’anno e di questo, l’80% viene dal settore sicurezza e difesa. Questa realtà tecnologica e industriale, importantissima anche per l’occupazione e la crescita a cui contribuisce, deve essere sostenuta con investimenti appropriati e collaborazioni internazionali importanti”. E per sostenere Finmeccanica e socie, Di Paola è capace a rimettersi in viaggio tra un meeting e l’altro, visitando le maggiori fiere internazionali degli strumenti di morte, come quella “aerea” di Farnborough, Gran Bretagna (12 luglio) o l’Euronaval di Parigi – Le Bourget (24 ottobre).

Encomiabile il pressing su Monti, media e Parlamento per risparmiare alla Difesa l’offesa dei tagli della spending review. “Lo strumento militare e le Forze armate italiane devono disporre di capacità operative e tecnologiche avanzate, tra le quali certamente rientrano quelle nel settore delle forze aeree, come la linea dei cacciabombardieri F-35”, ha spiegato Di Paola in Commissione difesa. “L’ammodernamento dello strumento militare, però, è molto più ampio ed articolato ed investe programmi di rinnovamento delle forze terrestri, quali la Forza NEC (Network Enabled Capabilities), delle unità navali, degli elicotteri, dei sistemi satellitari, di difesa missilistica, di comando, controllo e comunicazione e dei droni, che rappresentano il futuro di questo settore”. Un programma di ammodernamento ad ampio raggio, dunque, con un occhio particolare alla guerra cibernetica, “la nuova frontiera della minaccia”, secondo il ministro.

Così, per sostenere l’impeto riarmista e consolidare il trasferimento di ingenti risorse finanziarie pubbliche alle industrie militari anche in tempi di crisi, Di Paola ha rilanciato la trasformazione del modello “difesa”, dove i “risparmi” per la progressiva riduzione del numero di avieri, marinai e fanti si convertiranno in “investimenti” in caccia, sottomarini, carri armati, droni e apparati elettronici. Il tutto condito da qualche opportuno gioco di prestigio nella predisposizione dei bilanci. Come ad esempio quello di posticipare gli ordini di qualche anno, spalmando le spese su più annualità (i nuovi velivoli blindati “Freccia” di Iveco e Oto Melara sono così slittati dal 2013 al 2016, i due sottomarini U 212 invece del 2016 arriveranno l’anno successivo, gli elicotteri d’attacco NH90 di AugustaWestland dal 2018 al 2021, quelli AW101 dell’Aeronautica dal 2014 al 2017, l’adozione dei missili “Spike” a bordo dei famigerati “Mangusta” dal 2017 al 2014).
Di contro nel 2013 saranno acquistati sistemi di cui nessuno sino ad oggi aveva parlato: 40 blindati multi-uso e anti-mine del consorzio tedesco Iveco-Krauss (costo 120 milioni di euro ma c’è l’opzione per altri 40), un imprecisato numero di mortai da 81 mm (16 milioni), un “velivolo senza pilota tattico UAV” per la Marina militare da utilizzare “per la sorveglianza e le operazioni navali anti-pirateria”, ecc.. All’esordio pure lo “sviluppo” dell’MC-27J, la versione dotata di cannoniere dell’aereo da trasporto C-27J “Spartan” prodotto da Alenia Aermacchi. E che nessuno dica che a Palazzo Baracchini non si operi alacremente…

venerdì 9 novembre 2012

Incursori della Marina per rafforzare i legami con Israele


Blitz in Israele dei reparti d’élite della Marina militare italiana. Dal 3 all’8 novembre, nelle acque prospicienti la città di Haifa, si è tenuta la prima edizione dell’esercitazione bilaterale Rising Star 2012 a cui hanno partecipato i palombari artificieri del Gruppo operativo subacquei del COMSUBIN (Comando Subacquei ed Incursori) di La Spezia e i Divers (specialisti sommozzatori) della Marina israeliana. Obiettivo dell’addestramento, il “contrasto della minaccia costituita dagli ordigni esplosivi improvvisati (Improvised Explosive Devices)”, attraverso la “bonifica a bordo delle unità navali e subacquee”.

“Le minacce terroristiche o i fenomeni di pirateria stanno portando le Forze di sicurezza ed in particolare le Marine militari dei paesi occidentali a studiare assetti e procedure efficaci”, ha spiegato il Comando italiano nel comunicato di presentazione della missione in Israele. “L’intervento sugli IED a bordo delle unità navali, necessita di un continuo addestramento, materiali specifici e tecnologicamente moderni, ma soprattutto operatori altamente specializzati”. Come i sub italiani e gli omologhi israeliani, operativi da tempo nei principali teatri di guerra internazionali. A partire dagli anni ’90, ad esempio, i reparti del COMSUBIN di La Spezia sono intervenuti nei Balcani e in Albania, in Corno d’Africa, Rwanda, Libano e Golfo persico.

Prima dell’esercitazione navale ad Haifa, a fine 2011 le forze aeree di Italia ed Israele avevano dato vita a due importanti attività addestrative, la prima in Sardegna (nome in codice Vega) e la seconda nel deserto del Negev (Desert Dusk). Durante i war games furono simulati combattimenti aerei tra cacciabombardieri F-15 ed F-16 israeliani ed “Eurofighter” e “Tornado” dell’Aeronautica italiana e bombardati bersagli fissi e mobili nei poligoni militari.

Rising Star 2012 ha preso il via una decina di giorni dopo il terzo vertice intergovernativo italo-israeliano di Gerusalemme, a cui hanno partecipato, tra gli altri, il primo ministro Mario Monti e ben sei ministri del suo esecutivo. “L’Italia e Israele sono unite da un legame speciale ed oggi stiamo ponendo le basi per intensificare ulteriormente questa collaborazione e, allo stesso tempo, per avviarla in nuovi settori”, ha spiegato il professore Monti al termine del colloquio con il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Diversi gli accordi commerciali sottoscritti; tra i più importanti quelli in vista del “rafforzamento e la promozione della collaborazione sul fronte delle imprese innovative start-up e, più in generale, dell’hi-tech”, come si legge nel memorandum finale. All’orizzonte ci sono poi gli investimenti finanziari nel settore delle grandi infrastrutture (come ad esempio il collegamento ferroviario dal Mar Rosso al Mediterraneo) e, immancabilmente, per la cooperazione, la ricerca, lo sviluppo e la produzione nel settore militare.

Il 2012 è stato un anno chiave nelle relazioni tra i complessi militari industriali dei due paesi. A febbraio, il governo di Israele ha ufficializzato l’accordo preliminare per l’acquisto di 30 caccia-addestratori M-346 “Master” di Alenia Aermacchi (Finmeccanica). I velivoli saranno assegnati alle Tigri volanti del 102° squadrone dell’aeronautica militare; oltre alla formazione dei piloti e al supporto alla guerra elettronica, essi potranno essere utilizzati per attacchi al suolo con bombe e missili aria-terra o antinave. Il giro di affari della commessa si attesta intorno al miliardo di dollari ma comporterà per l’Italia una contropartita altrettanto onerosa. Tel Aviv, infatti, ha imposto che le forze armate italiane si dotino di un satellite elettro-ottico di seconda generazione “Ofeq”, prodotte dalle industrie israeliane IAI ed Elbit (costo 200 milioni di dollari) e di due velivoli di pronto allarme (Early warning and control - AEW&C) “Gulfstream 550” con relativi centri di comando, controllo e sistemi elettronici avanzati delle aziende IAI ed Elta Systems (800 milioni circa).
Nel corso dell’anno, l’Aeronautica italiana ha pure deciso di dotare i propri elicotteri EH101 e gli aerei da trasporto C27J “Spartan” e C130 “Hercules” con un nuovo sistema di contromisure a raggi infrarossi, denominato “Dircm - Directional infrared countermeasures”, che sarà co-prodotto da Elettronica Spa di Roma e dall’israeliana Elbit.Con il Dircm, l’Aeronautica militare sarà la prima forza armata europea a dotarsi di un sistema con tecnologia non americana per la difesa dai missili che possono essere lanciati con sistemi a spalla e che rappresentano una delle minacce più pericolose in fase di decollo ed atterraggio”, spiegano al Ministero della difesa. Venticinque milioni e mezzo di euro la spesa, con consegne che saranno fatte entro la fine del 2013. E sempre dal prossimo anno, i missili israeliani aria-terra a corto raggio “Spike” armeranno gli elicotteri d’attacco AW-129 “Mangusta” di AugustaWestland, altra azienda di punta del gruppo Finmeccanica. Tel Aviv farà la guerra con il made in Italy, noi la faremo con le armi d’Israele.

giovedì 8 novembre 2012

L’omicidio del prof. Bottari. La pista alternativa


Quindici anni fa assassinarono Matteo Bottari, noto gastroenterologo e docente del Policlinico universitario di Messina. Un omicidio eccellente, il secondo terremoto nello Stretto, quello mafioso. Le indagini non hanno ancora rivelato il movente né il volto degli esecutori e dei mandanti. Ma il Comandante dei Vigili Urbani, Calogero Ferlisi, al tempo alla Capitaneria di porto di Messina, esprime un timore: “Quel giorno, forse, potevo essere io l’obiettivo dei killer”.

 

Il prossimo 15 gennaio saranno trascorsi già quindici anni da quella maledetta sera in cui fu assassinato a Messina il professore Matteo Bottari, stimato gastroenterologo del policlinico universitario. Tre lustri, un tempo immenso. Un delitto efferato che stordì una città permeata di silenzi, omertà, luoghi comuni. A partire da quello di essere esente da qualsivoglia condizionamento della criminalità organizzata. I silenzi, le omertà e i luoghi comuni persistono come allora. E al povero professore Bottari continua ad essere negata memoria e giustizia. Perché Messina ha metabolizzato il sangue e ha scelto di continuare a vivere sotto il dominio della borghesia mafiosa. E perché gli inquirenti è come se avessero gettato la spugna, sconfitti, dopo aver brancolato quindici anni nel buio senza riuscire ad individuare i moventi, i mandanti, neanche l’ombra dei prezzolati angeli della morte del professionista.

Poco dopo le 21 del 15 gennaio 1998, il professore Bottari si era messo alla guida della propria auto, un’Audi 100 di colore nero a trazione integrale. Giunto all’incrocio tra il viale Regina Elena e il torrente Annunziata, nella zona residenziale a nord della città, l’auto rallentò, forse per il rosso del semaforo, forse per lo squillo del cellulare. Bottari era tallonato da un pezzo ma non si accorse di nulla. Superato il semaforo, la sua Audi venne raggiunta e affiancata da una moto. Scattò l’agguato. Uno dei killer imbracciava una lupara caricata a pallettoni calibro 45, quelli usati per la caccia al cinghiale. Erano rivestiti di rame. Rinforzati, indeformabili, per non dare scampo alla vittima. Poggiata l’arma sul finestrino della fiancata destra, fu fatto esplodere il caricatore. I proiettili devastarono la testa del professionista, che si accasciò agonizzante sul volante. L’auto, invece, finì contro un marciapiede del lungo stradone della Panoramica.

Titolare della cattedra di diagnostica e chirurgia endoscopica dell’Università e docente di numerose scuole di specializzazione della facoltà di Medicina, Matteo Bottari svolgeva l’attività chirurgica anche presso cliniche private della città di Messina e della Calabria. La sua non era però una vita confinata tra le aule universitarie e le sale operatorie. Genero dell’ex rettore dell’Ateneo Guglielmo Stagno d’Alcontres, antiche radici nobiliari nella penisola iberica, Bottari frequentava i circoli esclusivi della borghesia peloritana. Vantava pure un’affiliazione dal 1990 alla prestigiosa loggia “Giordano Bruno” del Grande Oriente d’Italia, quella frequentata dai docenti di punta dell’ateneo, compreso il futuro rettore Diego Cuzzocrea. Ed era membro del Rotary Club di Taormina insieme all’imprenditore Dino Cuzzocrea, il fratello di Diego, anch’egli massone e contitolare della clinica privata “Cappellani” presso cui il Bottari stesso operava da quattro mesi, due pomeriggi la settimana. Da quella clinica il gastroenterologo si era allontanato per raggiungere la propria abitazione la sera che venne assassinato.

Per trovare una spiegazione o un indizio, la polizia indagò a 360 gradi sulla vita e le relazioni umane e professionali della vittima. Scartata la pista dell’omicidio d’onore che avrebbe potuto fare le fortune dei rotocalchi rosa, si puntò il dito sugli inevitabili contrasti nel mondo accademico e sulle gelosie di qualche collega in competizione per una cattedra. Era scoppiata da poco l’inchiesta sulle megaforniture di farmaci e apparecchiature in campo sanitario, amici e colleghi del Bottari c’erano implicati fino al collo, ma anche questa pista si arenò per l’assenza di plausibili riscontri. Poi ci s’indirizzò inutilmente sugli appalti miliardari per la ristrutturazione e l’ampliamento del policlinico che avevano fomentato gli appetiti di avvoltoi e sciacalli. S’ipotizzò persino che il gastroenterologo fosse stato vittima di una vendetta trasversale, magari per uno sgarbo commesso dal potente congiunto. O che si fosse trattato di un tragico e imperdonabile “errore di persona”: lo suggeriva qualche cronista locale e l’allora direttore amministrativo del policlinico Salvatore Leonardi, ex presidente della provincia ed ex sindaco di Messina. “Un delitto di mafia, ma anche di soldi, tanti soldi e di affari”, spiegò l’allora superprocuratore antimafia Pierluigi Vigna, consentendo così che si accendessero finalmente i riflettori dei media nazionali sulla città babba, quella che in tanti credevano essere l’isola felice risparmiata dall’occupazione mafiosa. Dopo una lunga indagine della Commissione parlamentare antimafia, il suo vicepresidente, l’on. Nichi Vendola, l’etichettò invece come la “città verminaio”.

Oggi a quel delitto la stramaggioranza dei messinesi non ci pensa più e l’impunità non turba i sogni di amministratori e pubblici funzionari. Tutti, tranne il comandante del Corpo di polizia municipale, Calogero Ferlisi, che alla sera del 15 gennaio di quindici anni fa ci pensa spesso e con inquietudine. “Forse ero io, quel giorno, la vittima designata dalla criminalità mafiosa”, afferma Ferlisi. Pure lui teme che Matteo Bottari sia scomparso per un errore di persona. La sua persona.

Nell’ottobre 2010, Calogero Ferlisi ha deciso di presentare un esposto al procuratore della Repubblica e al prefetto di Messina per esporre i propri dubbi e timori, quelle oggettive “coincidenze” che lo legherebbero all’efferato delitto in cui Messina perse la sua equivoca innocenza. C’era innanzitutto la sua sorprendente somiglianza fisica con il professore Bottari e il possesso, al tempo, di un’autovettura Audi 100 di colore scuro, lo stesso modello cioè di quella in cui viaggiava il professionista quando fu raggiunto dai killer. E nel gennaio 1998 erano appena cinque le Audi 100 circolanti in tutta la città.

Il comandante del corpo di polizia municipale ha raccontato agli inquirenti che in quei mesi era solito percorrere quotidianamente il tragitto compreso tra la propria abitazione e quella della madre ubicata sulla Panoramica. Qualche tempo prima del delitto, inoltre, la sua autovettura era stata danneggiata ad opera di ignoti dopo essere stata parcheggiata sotto casa. “Il possibile scambio di persona da parte degli assassini potrebbe essere stato facilitato dal fatto che il luogo del delitto era poco illuminato e la visibilità era ulteriormente ridotta a causa di un acquazzone”, ha ricordato Ferlisi. “La vittima stava inoltre utilizzando un cellulare che potrebbe avergli coperto parzialmente il volto”.

Per il pubblico ufficiale, la criminalità organizzata aveva più di un buon motivo per decidere di liberarsi di lui con la violenza. Nel gennaio 1998, Ferlisi aveva 39 anni (10 in meno di Bottari), era capitano di corvetta della Marina militare e prestava servizio presso l’Ufficio demanio della Capitaneria di porto di Messina con l’incarico di responsabile della sezione demanio-contenzioso. Il reparto di Ferlisi si caratterizzò allora per l’instancabile e rilevantissima attività repressiva, concretizzatasi in particolare con la demolizione e il sequestro di casupole, piscine, esercizi commerciali, ristoranti, alberghi, ecc., insistenti sul demanio marittimo.

Nella sua relazione sull’attività di polizia giudiziaria svolta dall’1 luglio 1998 al 30 giugno 1999, la Capitaneria di porto di Messina segnalava di aver comunicato 192 notizie di reato per “violazione di norme in materia di demanio marittimo, polizia dei porti, sicurezza della navigazione, pesca e inquinamento marino”. Erano stati sottoscritti 704 verbali di accertamento per violazioni amministrative e ordinato il sequestro di 129 aree con relativi manufatti abusivi, 11 automezzi impiegati per discariche abusive, 56 reti ed attrezzature di pesca e un’imbarcazione da diporto. Nonostante l’esito favorevole delle operazioni, la Capitaneria lamentava tuttavia “la non tempestiva collaborazione” degli organi tecnici preposti all’elaborazione della documentazione tecnica necessaria per l’appalto dei lavori di demolizione ordinati.

Il reparto diretto da Calogero Ferlisi, nello specifico, si era messo in luce per l’azione di monitoraggio degli scarichi abusivi, per la mappatura di alcune chiusure abusive sull’accesso al mare e per le indagini sulle occupazioni abusive nelle spiagge della zona di Mortelle-Tono, tra le più belle dal punto di vista paesaggistico. Per occupazione abusiva di suolo demaniale era stata denunciata perfino l’Enel ed erano state aperte indagini sull’utilizzo dei padiglioni della Fiera di Messina per le feste private di facoltosi cittadini e sulle violazioni alle norme sulla sicurezza della navigazione nello Stretto, corridoio marittimo superaffollato e ad alto rischio di collisione. Erano stati avviati controlli a tappeto sulle attività degli stabilimenti balneari e sulla localizzazione dell’inceneritore di san Ranieri (oggi dismesso) all’interno delle strutture superstiti della cittadella-fortezza del seicento, nella centralissima zona falcata di Messina. A riprova della serietà dell’impegno nel contrasto alle illegalità, la Capitaneria di porto aveva pure istituito una sezione “ambiente” con compiti di tutela e valorizzazione della fascia costiera e aveva firmato un protocollo d’intesa con l’associazione Legambiente per una collaborazione nel controllo ambientale.

I provvedimenti emessi della Capitaneria generarono un introito record, per gli indennizzi, di circa 5 miliardi di vecchie lire, prelevati in parte dalle tasche della Messina bene, professionisti, imprenditori e persino elementi di spicco della criminalità mafiosa. Tra i manufatti attenzionati ci fu pure, in contrada Marmora-Rodia, la megavilla di 2.085 metri quadri con tanto di parco, piscina olimpionica e campi da tennis di proprietà di Michelangelo Alfano, ritenuto sino al suo misterioso “suicidio”, nel 2005, come l’“anello di congiunzione tra Cosa Nostra e la mafia messinese”. Nell’immobile si sarebbe nascosto per qualche tempo il superboss Totò Riina e dopo la recente confisca è entrato a far parte del patrimonio comunale. Fu lo stesso Calogero Ferlisi a guidare, nel 1998, i militari che effettuarono il sopralluogo alla villa che ricadeva in parte sul demanio marittimo. “Ci fece entrare il buttafuori dalla spiaggia e ci accolsero quasi gentilmente”, ricorda il comandante dei vigili. “Alfano era con alcuni suoi familiari e amici nella sauna. Ci ricevette lì, nella sauna stessa, ma noi eravamo in divisa. Andammo via madidi di sudore ma sequestrammo la parte della villa abusiva”.

Durante la campagna anti-abusivismo, Calogero Ferlisi ricorda pure di aver monitorato gli immobili di proprietà del presidente di sezione del Tribunale civile di Messina, Giuseppe Savoca, del costruttore Salvatore Siracusano e dell’ex sottosegretario al Tesoro, on. Santino Pagano. I tre vennero successivamente indagati (e prosciolti) nell’ambito dell’inchiesta Gioco d’azzardo su una presunta associazione mafiosa internazionale dedita al traffico di armi e riciclaggio di denaro sporco. “Trovandomi a leggere sulla stampa alcuni passi dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dai magistrati - racconta Ferlisi - mi sono imbattuto su un’intercettazione ambientale, avvenuta in un bar del centro di Messina nell’estate del 2001, in cui il dottore Savoca e il costruttore Siracusano si soffermavano sull’omicidio Bottari. Per gli interlocutori si sarebbe potuto trattare di un errore nell’individuazione della vittima. Proprio ciò che penso e temo di più”.

Ma, dopo che gli ha sparato gli ha detto: ma non credete che avete sbagliato vittima, direbbe il Siracusano nell’intercettazione. Loro erano andati ad ammazzarlo a domicilio - onestamente visto che non c’era nessuna possibilità di scelta, loro non sono andati, la replica di Savoca. Ci sono i figli di Bottari. Gli feriscono un figlio. Si sono accorti di una macchina della Polizia. Poi le voci si accavallano. No, se ne è accorto lui, spiega un “altro soggetto non individuabile”, come scrivono gli inquirenti. Poi è ancora Siracusano: Lui gli ha detto c’è ne andiamo sul sicuro. Allora hanno deciso che gli conveniva di farlo quando stava fuori, in mezzo alla strada. Ora è Lui che comanda. Per la cronaca, il magistrato e il costruttore hanno contestato la veridicità delle trascrizioni, accusando gli uomini della Direzione investigativa antimafia di averne manipolato il contenuto. Dopo una serie di perizie e controperizie, nel luglio 2011 il Giudice per le indagini preliminari di Lecco aveva messo un punto alla querelle emettendo la sentenza di proscioglimento nei confronti degli investigatori, ma la Cassazione l’ha annullata rinviando il fascicolo al Gip.

A rendere ancora più complessa la vicenda è quanto avvenuto un anno e mezzo dopo il delitto Bottari. Il 30 settembre 1999, Calogero Ferlisi fu improvvisamente trasferito da parte del comando generale delle Capitanerie di porto alla Capitaneria di Crotone. Dopo essersi inutilmente opposto all’anomalo provvedimento, il successivo 2 ottobre Ferlisi decise di rassegnare le proprie dimissioni dal corpo militare. Lo scalpore fu enorme e ci furono attestati di solidarietà da parte di associazioni e forze politiche peloritane. Il 7 ottobre 1999 fu presentata un’interrogazione da parte del sen. Giovanni Russo Spena (Prc). “Lo spostamento senza preavviso (di norma trascorrono quattro mesi) desta sconcerto per i tempi e i modi con i quali si è mosso il comando generale delle capitanerie di porto”, scrisse il parlamentare. “Si coglie il capo sezione nel pieno di un attacco senza precedenti contro l’illegalità che da decenni ha invaso e deturpato il patrimonio demaniale del Messinese. Chiediamo pertanto di sapere quali reali motivi abbiano spinto ad agire il Ministero della difesa, su cui gravano legittimi sospetti di aver voluto bloccare l’opera moralizzatrice, altamente meritoria, del Ferlisi”.

L’11 ottobre del 2001 fu il deputato leghista Dario Galli a presentare un’interrogazione al ministro delle infrastrutture e dei trasporti. La risposta, scritta, arrivò il 4 marzo successivo con la firma del sottosegretario Nino Sospiri. “Le motivazioni che hanno indotto il comando generale delle capitanerie di porto ad adottare il provvedimento di trasferimento sono state dettate dalla necessità di tutelare l’ufficiale, atteso che la presenza dello stesso nella sede di Messina, per sua stessa ammissione, aveva fatto emergere ipotesi di incompatibilità ambientale”. Tutelare. Da cosa e da chi? Questo il governo non lo ha spiegato, come non ha spiegato le ragioni di una supposta incompatibilità ambientale del Ferlisi. Che però a Messina c’è rimasto sino ad oggi in qualità di comandante del Corpo di polizia municipale.

“Ci siamo incrociati con il Ferlisi in occasione della campagna di Legambiente Messina contro le chiusure abusive degli accessi in spiaggia nella zona di Torre Faro-Mortelle”, ricorda Daniele Ialacqua, animatore della Rete No Ponte ed ex presidente del circolo ambientalista. “La Capitaneria era già intervenuta in passato, nel quadro di una serie d’interventi contro l’abusivismo costiero, ma grazie a Ferlisi l’azione questa volta fu più incisiva, arrivando a mettere in discussione anche la legittimità di una serie di ville di vip. La notizia del suo inopportuno e sospetto trasferimento d’ufficio in Calabria, in piena ed efficace azione repressiva delle varie illegalità perpetrate a danno del demanio marittimo, ci spinse ad una dura presa di posizione nei confronti dei vertici marittimi e a dar vita ad una campagna di solidarietà con sit-in, comunicati stampa e l’invio di lettere di protesta al Ministero. A tal riguardo ricordo che inaspettatamente quest’ultimo ci rispose respingendo le nostre accuse e adducendo motivazioni al trasferimento che sorpresero lo stesso Ferlisi quando lo mettemmo al corrente della risposta”.

Le vere ragioni di quell’allontanamento restano ancora ignote. E altrettanto ignote e inspiegabili, restano le ragioni che hanno spinto Cosa nostra ad uccidere, selvaggiamente, uno dei più quotati docenti dell’ateneo peloritano.
L’inchiesta è stata pubblicata con Enrico Di Giacomo in I Sicilia giovani, n. 9, ottobre 2012.

venerdì 2 novembre 2012

Da Comiso a Niscemi generazioni di pace


Ieri contro i missili, oggi contro il Muos. Chi l’ha detto che i giovani non s'’impegnano più? La folla colorata e pacifica di Niscemi, i comitati che sorgono dappertutto, sono un segnale preciso. Che i politici ignorano

 

Come ritrovarsi a vent’anni. Con le stesse energie, l’ingenuità di ritenere il mondo diviso in buoni e cattivi, noi i buoni, loro i cattivi. Con il sorriso dipinto nel volto, gli occhi luminosi. E belli. I colori, poi, sono ancora gli stessi. L’azzurro del cielo siciliano in ottobre e le campagne che dopo l’arida estate tornano a macchiarsi di verde. E quelli dell’iride, il ponte della rinnovata alleanza tra l’Uomo e l’Eterno. La natura. La speranza di pace. Noi che abbiamo ormai i capelli grigi abbiamo sentito di rivivere l’ansia, le gioie, l’allegria festosa di quando circondavamo con i nostri corpi il filo spinato di quella che sarebbe diventata la base della morte atomica, a Comiso, trent’anni fa. Stavolta però siamo a Niscemi, nel cuore dell’ultima sughereta di Sicilia. A destra le querce plurisecolari, a sinistra la selva di antenne di una delle stazioni di telecomunicazioni militari più grandi del mondo.

Sabato 6 ottobre, alla prima manifestazione nazionale contro l’Eco MUOStro che - nelle intenzioni di Washington - dovrà condurre sciami di droni ad invadere e disseminare il lutto nel pianeta, abbiamo ritrovato l’Altra Sicilia, quella che non vedevamo dalle lunghe marce contro i missili Cruise e i tragici cortei dopo l’attacco allo Stato da parte dello Stato con le bombe e gli artificieri di Cosa nostra e dell’eversione neofascista. Quella Sicilia che non ha diritto di cittadinanza nei consigli comunali e alla Regione ma che non si china al passaggio del potente. Quella Sicilia che ripudia le armi e la guerra, s’indigna per le carcerazioni e gli abusi sui migranti e i richiedenti asilo, che difende i territori dai saccheggi, le colate di cemento, le perforazioni. Giovani e studenti, i disoccupati e i precari per tutte le stagioni, i cassintegrati di Termini Imerese, quelli che nelle campagne e nelle serre la cassa integrazione non la vedranno mai. Le madri, le bambine, tantissime donne ed essere donna in Sicilia è due volte più duro che esserlo altrove. Il popolo dei No Muos incarna l’utopia dell’esserci e contare, del non delegare diritti e speranze. Un popolo che ringrazia quei magistrati in prima linea per la verità sulle Stragi e la Trattativa e quelli che han sfidato lo Zio Sam, mettendogli in catene a Niscemi la mostruosa creatura generatrice dell’apocalisse. Ma che sa bene che contro la Mafia e il MUOS non si vince nelle aule giudiziarie, perché è lotta politica, di piazza, nei quartieri, un confronto-scontro sociale. Un conflitto che deve essere per il cambiamento e la trasformazione delle relazioni umane e sociali, per la giustizia economica in difesa dei Beni Comuni, per l’affermazione dell’uguaglianza e la promozione dei diritti.

Oggi siamo più maturi di trent’anni fa, quando ritenevamo impossibili nuove guerre e ci nutrivamo dei miti del Progresso e della mobilità sociale. Sappiamo che la riconversione a uso collettivo delle basi di guerra non è un assunto etico ma è la scelta obbligata per assicurare la sopravvivenza a figli e nipoti. Bandire le armi è l’ultima opzione per garantirci pane e lavoro. Opporci al MUOS è riprenderci la Vita. Di fronte al muro di gomma e falsità innalzato dagli strateghi del Pentagono e dai servi sciocchi dei Monti boys, forse saremo costretti a distenderci supini sulle viuzze di contrada Ulmo e rendere inagibile e inoperativa l’enorme ordigno elettromagnetico made in U.S.A. che avvelena da oltre vent’anni i figli della terra di Niscemi. Dovremo assumerci le nostre responsabilità sino all’ultimo. Rischiando di offrire le nostre persone alla cieca e ottusa repressione dei corpi dello Stato. Ma è in gioco il senso stesso della storia umana, con le sue mille contraddizioni ma con il suo valore unico, supremo. Dovremo provarci. Insieme. In quest’ultimo autunno senza il MUOS e i suoi satelliti nello spazio.                   

 
Articolo pubblicato in I Siciliani giovani, n. 9, ottobre 2012.