I Padrini del Ponte

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Affari di mafia sullo Stretto

martedì 30 ottobre 2012

Traffico civile su Sigonella a rischio droni


Tutto pronto o quasi per il cosiddetto Piano Sigonella 2012: da lunedì 5 novembre sino a mercoledì 5 dicembre il più grande scalo militare Usa e Nato del Mediterraneo ospiterà il traffico aereo civile del vicino aeroporto internazionale di Catania Fontanarossa dove saranno effettuati i lavori di rifacimento delle piste e di realizzazione delle strip di sicurezza. Settantadue voli al giorno con quattro movimenti l’ora tra partenze e ritorni, dalle ore 6 a mezzanotte, grazie all’accordo sottoscritto tra l’Aeronautica militare italiana, l’ente nazionale di aviazione civile (Enac) e Sac, la società di gestione dello scalo etneo.

“Grazie a Sigonella 2012, l’aeroporto di Fontanarossa, per tutta la durata dei lavori straordinari di riqualificazione della pista, eccezionalmente resterà aperto al pubblico, proprio in considerazione dell’importanza che esso riveste per i siciliani”, spiegano i dirigenti Sac. Lo scalo catanese è oggi il più grande del Sud Italia ed occupa il sesto posto fra quelli nazionali quanto a volume di traffico, con circa 7 milioni di passeggeri l’anno. Secondo la società di gestione, il trasferimento dei voli su Sigonella causerà solo “difficoltà di ordine logistico” per gli utenti. Essi dovranno raggiungere l’aeroporto di Catania per le operazioni di check-in e controllo sicurezza almeno tre ore prima della partenza prevista, mentre le operazioni di accettazione si chiuderanno 90 minuti prima della partenza.

“Dopo il passaggio ai varchi di sicurezza e le eventuali operazioni di dogana e frontiera i passeggeri, ormai in area sterile, verranno trasportati a bordo di bus navetta nella base di Sigonella, scortati da personale della security”, spiega la Sac. I bagagli, invece, giungeranno a bordo di furgoni blindati. “Non è consentito l’accesso autonomo a Sigonella da parte di passeggeri e/o eventuali accompagnatori”, avvertono i gestori. “All’interno della base non sarà consentito fare foto o riprese video e i trasgressori saranno puniti secondo quanto previsto dal Codice penale”. Disagi pure all’atterraggio: per lo sbarco e il trasporto con bus navetta a Fontanarossa ci vorrà non meno di un’ora dall’arrivo a Sigonella. La Sac però mette in guardia sulla possibilità di ulteriori ritardi “in considerazione della complessità delle operazioni di sbarco e di trasferimento a Catania dei bus per i passeggeri e dei furgoni per i bagagli”. Sempre per ragioni di “sicurezza”, i passeggeri disabili e a ridotta mobilità dovranno raggiungere Sigonella a bordo di “mezzi di trasporto speciali” e senza i loro accompagnatori.

Il Piano Sigonella con relativo vademecum per i passeggeri è stato approvato dalla società di gestione lo scorso 28 settembre. La Sac si farà carico dei costi aggiuntivi per il trasporto da e per Sigonella e di quelli per attrezzare lo scalo militare all’attività del traffico civile, condizione richiesta da Enac e ministero della Difesa per autorizzare l’uso delle piste.

L’accordo che consentirà di coprire il 60% circa del traffico massimo ospitato a Fontanarossa ha sollevato perplessità e interrogativi tra gli attivisti della Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella che da un decennio invocano la riconversione ad uso civile dell’infrastruttura e la sua trasformazione in hub mediterraneo. “Dalla grande stazione aeronavale di Sigonella decollano quotidianamente i famigerati droni, gli aerei senza pilota utilizzati dalle forze armate statunitensi per la sorveglianza e i bombardamenti in Africa e in Medio oriente”, afferma Alfonso Di Stefano. “Oltre ad essere strumenti di morte, i velivoli telecomandati rappresentano un rischio insostenibile per il traffico civile e le popolazioni che risiedono nelle vicinanze dello scalo utilizzato per i loro decolli e atterraggi. A questo punto è d’obbligo chiedersi se si potrà volare da Sigonella solo con qualche disagio in più per i passeggeri oppure in condizioni di sicurezza insufficienti. Chi ha voluto che si utilizzasse la grande stazione Usa per il traffico aereo civile è a conoscenza che l’intensità operativa dei droni crescerà in modo esponenziale proprio il prossimo mese di novembre?”.

Gli attivisti No war siciliani rilevano in particolare come lo scorso 3 settembre, prima che venisse varato il Piano Sigonella, sono state emesse tre notificazioni a tutti i piloti di aeromobili (i cosiddetti “NOTAM”), distinti dai codici B6164, B6166 e B6167, che hanno prorogato sino al 30 novembre 2012 i provvedimenti che impongono la sospensione delle procedure strumentali standard nelle fasi di accesso, partenza e arrivo degli aerei a Catania Fontanorssa, “causa attività degli Unmanned Aircraft”, gli aerei senza pilota delle forze armate statunitensi e Nato. “Tre NOTAM con identiche prescrizioni sono stati emessi pure per lo scalo di Trapani Birgi nel periodo compreso tra il 31 agosto e il 28 novembre 2012 a riprova che il traffico dei droni sarà intensissimo e riguarderà buona parte dello spazio aereo siciliano”, aggiungono i portavoce della Campagna per la smilitarizzazione.

A determinare l’ennesima escalation nell’uso dei velivoli senza pilota, oltre all’acutizzarsi delle crisi in Corno d’Africa, nella regione dei Grandi Laghi, in Yemen e in Siria, la decisione della Casa Bianca di autorizzare un blitz militare in Libia contro i presunti responsabili dell’attacco jihadista dell’11 settembre scorso al consolato di Bengasi, nel quale furono uccisi l’ambasciatore Chris Stevens, un agente dei servizi segreti e due contractor statunitensi. Secondo alcuni quotidiani Usa, le attività d’intelligence per individuare i potenziali obiettivi sono state affidate proprio ai droni ospitati in Sicilia. E come accaduto lo scorso anno durante la guerra in Libia, è presumibile che saranno ancora una volta gli aerei telecomandati di Sigonella ad assumere un ruolo centrale nei bombardamenti. Il Pentagono, congiuntamente alla Cia e al Dipartimento di Stato, hanno predisposto piani di attacco con droni pure contro le milizie di al-Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqmi) che hanno assunto il controllo del Mali settentrionale.

Due anni fa, l’Aeronautica militare e l’Enac siglarono un accordo tecnico per le attività di aeronavigazione nello spazio aereo italiano dei Global Hawk, gli aeri senza pilota di grandi dimensioni schierati a Sigonella da Washington. Senza attendere una normativa europea che disciplini in via definitiva l’impiego degli aeromobili a pilotaggio remoto nel sistema del traffico aereo generale, è stato consentito che essi operino nell’ambito di spazi aerei “determinati” e con l’adozione di procedure di coordinamento tra autorità civili e militari “tese a limitare al massimo l’impatto sulle attività aeree civili”. Secondo l’accordo, i profili delle missioni, le procedure operative, le aree di lavoro e gli equipaggiamenti dovrebbero essere stabiliti “nel rispetto dei principi della sicurezza del volo”, fermo restando che in caso di “operazioni connesse a situazioni di crisi o di conflitto armato” l’impiego dei droni non può essere sottoposto a limitazioni di alcun genere.

La pericolosità di questi nuovi sistemi d’arma è documentata in numerosi studi. “Effettivamente il rateo d’incidenti dei sistemi aerei senza pilota (UAS) non è incoraggiante per poter essere ottimisti sui tempi di integrazione di questi sistemi nello spazio aereo nazionale”, ammette il maggiore dell’aeronautica Luigi Caravita, autore di una ricerca sui droni pubblicata per il Centro Militare di Studi Strategici (Cemis). “Da fonti ufficiali si apprende che nelle prime 100.000 ore di volo il tasso d’incidente del MQ-1 Predator ammontava a 28, oltre il doppio del cacciabombardiere F16. Altri sistemi a pilotaggio remoto come il Pioneer, l’Hunter e l’RQ-7 Shadow hanno invece un rateo di incidenti di almeno uno-due ordini di grandezza superiore (…) Ad oggi gli UAS militari non sono autorizzati a volare, se non in spazi aerei segregati, perché non hanno una banda aeronautica protetta, non sono ancora considerati sufficientemente affidabili, non sono dotati di una tecnologia sense & avoid (senti ed evita) matura, non hanno ancora totalizzato un numero di ore di volo sufficiente da costituire un safety case rappresentativo e convincente, non è stata ancora dimostrata adeguata resistenza da attacchi di cyber warfare”.

Nel marzo 2010, l’agenzia europea per il controllo del traffico aereo (Eurocontrol) ha indicato le linee guida a cui gli stati membri dovrebbero attenersi per la gestione dei Global Hawk nello spazio europeo, considerato il fatto che “sino a 20 velivoli Uav di questo tipo saranno schierati a Sigonella dalle forze armate statunitensi o entreranno in funzione con la Nato con il nuovo programma di sorveglianza terrestre AGS”. Eurocontrol raccomanda di prevedere “normalmente rotte specifiche” evitando che i droni “sorvolino aree densamente popolate aree o uno spazio aereo congestionato o complesso”. In considerazione che i droni “mancano delle capacità di sense & avoid e di prevenzione delle collisioni con altri velivoli che potrebbero incrociare le proprie rotte”, Eurocontrol ha chiesto inoltre d’isolare i Global Hawk nelle fasi di ascensione ed atterraggio (le più critiche) e durante le attività di volo in crociera che “devono avvenire in alta quota al di fuori dello spazio aereo riservato all’aviazione civile”. Sigonella è tutt’altro che un aeroporto isolato e gli aerei che atterrano a Fontanarossa eseguono rotte che sfiorano il perimetro della base militare. Come sia stato possibile autorizzare la trasformazione del grande scalo Usa in “capitale mondiale” dei droni è un interrogativo sino ad oggi senza risposta. Che oggi si appresti a far convivere il traffico civile con le evoluzioni belliche di Global Hawk e Predator sembra quasi una follia.

Che l’uso dei droni fosse incompatibile con l’ipotesi di trasferire a Sigonella il traffico aereo di Fontanarossa, lo aveva ripetutamente dichiarato il comando del 41° Stormo dell’Aeronautica militare italiana nel corso della prima decade di settembre. In un articolo pubblicato l’8 settembre sul quotidiano La Sicilia, il noto giornalista Tony Zermo, citando fonti militari, aveva rilevato come il vero problema per il trasferimento degli aerei di linea nella base militare fosse rappresentato proprio dai velivoli senza pilota “che quando atterrano e decollano non possono avere vicini aerei civili”. Tre giorni dopo, il capo ufficio stampa dell’Aeronautica, colonnello Cazzaniga, pubblicava su La Sicilia una nota per spiegare le ragioni che “impedirebbero il regolare flusso del traffico civile e commerciale da e per l’aeroporto di Sigonella”: la presenza dei cavi di arresto installati sulla pista per l’atterraggio dei caccia utilizzati nel 2011 durante la guerra in Libia e – testuale - le operazioni dei velivoli senza pilota (droni).
Ciononostante, sotto il pressing dei parlamentari, degli industriali e degli operatori turistici siciliani e dopo un vertice tra i ministri Corrado Passera (sviluppo economico) e Giampaolo Di Paola (difesa), il 13 settembre veniva istituito un tavolo tra l’Enac, l’Ami e la Sac per trovare una soluzione alle “criticità” evidenziate e consentire di trasferire a Sigonella il traffico civile di Fontanarossa. Giorno 16, era ancora Tony Zermo ad annunciare il raggiungimento dell’accordo per l’utilizzo da parte degli aerei di linea di “entrambe le piste di volo” di Sigonella. “I Global Hawk destinati a controllare dall’alto le emergenze certamente si muoveranno, ma a Sigonella sono soltanto tre”, aggiungeva l’editorialista. “L’unica difficoltà che ci può essere è che quando questi grandi aerei dall’apertura alare di 40 metri stanno per atterrare o stanno per partire dalla base hanno bisogno di avere tutti gli spazi aerei: e quindi gli aerei commerciali dovranno stare in stand by consumando più benzina del solito. È un costo che le compagnie sosterranno”. Come dire che pur di non perdere affari e profitti si è sempre pronti a tutto…

lunedì 29 ottobre 2012

MUOS: parla Antonio Mazzeo


Il MUOS di Niscemi. L’eco-mostro, in parole povere, che ha infiammato gli animi e i dibattiti dell’attivismo siciliano degli ultimi tempi. A svelarci i segreti del MUOS-TRO e a dirci di più in merito a questo argomento scottante questo mese è il giornalista Antonio Mazzeo, di cui abbiamo già parlato in precedenza nell’incresciosa contesa ancora aperta a suo danno dal comune di Falcone (ME).

 

Se dovesse spiegarne la natura ad una persona che non ne ha mai sentito parlare, cosa direbbe sul Mobile User Objective System (MUOS)?

Si tratta di un segmento chiave dei nuovi piani di riarmo e di guerra delle forze armate Usa per consolidare la loro leadership a livello planetario. Il MUOS è il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari che si articolerà su 4 terminali terrestri e 5 satelliti geostazionari e che consentirà di trasmettere gli ordini e le informazioni necessarie per qualsivoglia azione di guerra, convenzionale, chimica, batteriologica, nucleare ai sistemi operativi impiegati (cacciabombardieri, unità navali, sottomarini, reparti militari, ecc.), in qualsiasi parte del mondo si trovino. Il sistema satellitare, nelle intenzioni del Pentagono,  dovrà ridurre enormemente i tempi di trasmissione e ricezione e aumentare di 10 volte il numero dei dati trasmessi nell’unità di tempo. L’applicazione del Muos risponderà inoltre alle strategie militari future, quelle che puntano sulla totale automatizzazione della gestione dei conflitti, a partire innanzitutto dall’uso intensivo degli aerei senza pilota, come i Global Hawk già installati nella stazione aeronavale siciliana di Sigonella, destinata a fare da vera e propria capitale mondiale dei droni.     

Gli attivisti lo hanno ribattezzato emblematicamente "il MUOS-TRO". Molti, a Niscemi, lottano da tempo contro questa struttura e spesso e volentieri sono stati accusati di rispondere a mere logiche NIMBY. Stesso trattamento riservato, ad esempio, a coloro che protestano in Val di Susa contro la TAV. Qual è il suo parere in merito a questa diatriba?

Sono fermamente convinto che si tratti di un’accusa falsa e del tutto pretestuosa. Il Movimento No Muos, come del resto tutti i soggetti che localmente si battono contro i processi di militarizzazione del territorio o i devastanti megaprogetti infrastrutturali (Tav, Ponte sullo Stretto, Mose, ecc.), pone al centro delle proprie iniziative il rifiuto del modello neoliberista basato sulla supremazia della guerra, la distruzione dell’ambiente, lo sperpero di risorse pubbliche e il loro trasferimento in mano ai gruppi finanziari privati, l’annullamento dei principi di democrazia e di autodeterminazione. Si tratta di un soggetto con identità realmente glocal: opera localmente pensando al generale e al globale.      


Quali sono, dunque, le rivendicazioni del movimento NO-MUOS?

Il movimento chiede innanzitutto la revoca di tutte le autorizzazioni concesse a livello nazionale e regionale alle forze armate Usa per installare in Sicilia questo pericolosissimo sistema d’arma e lo smantellamento delle 41 antenne militari esistenti a Niscemi da più di vent’anni che assicurano le telecomunicazioni con le unità di superficie e i sottomarini a capacità e propulsione nucleare che solcano gli oceani e che costituiscono una bomba elettromagnetica che avvelena le popolazioni, la flora e la fauna locali. I No Muos, contestualmente, si oppongono a tutte le guerre e ai crimini ambientali, invocano relazioni tra i popoli basati sulla giustizia e la fratellanza, sognano un Mediterraneo mare di pace, smilitarizzato e denuclearizzato, dove nessuno debba più morire attraversandolo per sfuggire ai conflitti, alla fame, allo sfruttamento e ai disastri “naturali”.

Il 6 Ottobre la magistratura ha emanato un ordine di sequestro, con motivazioni di violazione di leggi a tutela dell'ambiente, per il sopra citato eco-mostro della provincia nissena. Secondo lei siamo di fronte ad una svolta, alla parola fine sulla questione o ad un ennesimo succedaneo di giustizia che spinge la vicenda in un infinito eterno ritorno dell'uguale?

Sicuramente si tratta di una vittoria importante del Movimento che da più di un anno denuncia come le autorizzazioni concesse dalla Regione siciliana violino apertamente le norme ambientali europee, nazionali e regionali e come i lavori già eseguiti abbiano devastato irrimediabilmente l’habitat della riserva “Sughereta” di Niscemi, un sito naturale d’interesse comunitario. Purtroppo, ancora una volta, a dimostrazione di come si siano interrotti tutti i circuiti democratici nel nostro paese e in particolare quelli tra i governanti e i cittadini, si è dovuto attendere l’intervento di una Procura per ristabilire la giustizia, la legalità e il rispetto dei diritti soggettivi sanciti e protetti dalla Costituzione. Il Movimento è però consapevole che non è possibile delegare alla via giudiziaria la risoluzione della questione MUOS. Per questo, forte del successo della manifestazione di sabato 6 ottobre, è pronto a moltiplicare i propri sforzi. Si continuerà a informare la popolazione e ad allargare il consenso alla propria lotta su tutto il territorio nazionale. Se come immagino l’esecutivo continuerà nella sua politica del muro di gomma, disattendendo la volontà popolare, spero vivamente che i Comitati diano vita ad una vasta campagna di disobbedienza civile e ad azioni dirette nonviolente che ostacolino l’iter del folle progetto di morte e ne impediscano l’entrata in funzione.        

In una Sicilia data in pasto alle mafie e corrosa da un sistema di corruttela pervasivo, la lotta in difesa dell'ambiente (e di conseguenza in difesa del cittadino) è spesso etichettata come "stupida propaganda dei verdi". Preso atto della stupidità di questa logica, a suo parere qual è la panacea a questo male esistenziale che affligge la nostra sventurata regione? La smilitarizzazione dell'isola e l'epurazione da sistemi deleteri come quello del MUOS potrebbe essere il primo passo per trovare o ritrovare un'identità perduta nell'animo dei nostri afflitti conterranei?

L’esserci in prima persona, con i propri corpi e i propri volti, esprimere una nuova soggettività e conflittualità, rifiutare le logiche di delega, possono invertire lo stato attuale delle cose e ridare vita alla speranza di cambiamento e trasformazione sociale. I 5.000 manifestanti del 6 ottobre sono la Sicilia più autentica, quella che non si rassegna di fronte la militarizzazione, la mafia, le clientele politiche, il modello economico dominante che moltiplica e riproduce le disparità, le disuguaglianze, la disoccupazione, l’emigrazione forzata. Se si riuscirà a far comunicare e mettere in rete tra loro le esperienze di lotta dal basso, i No Muos, i No Ponte, le associazioni dell’antimafia sociale, l’ecologismo militante, i comitati di cittadini contro le discariche, l’elettromagnetismo, la dismissione dei beni comuni, i sindacati di base, i lavoratori, i precari e i disoccupati autorganizzati, un’altra Sicilia potrà essere possibile. Davvero. E presto.

 
Intervista a cura di Simone Bellitto, pubblicata in Generazione Zero Reloaded, ottobre 2012.

giovedì 25 ottobre 2012

Reattori nucleari da rottamare in visita nel Golfo di Napoli


Un ultimo approdo a Napoli per tre giorni prima d’incrociare l’Atlantico e raggiungere Norfolk, in Virginia. Dal 19 al 21 ottobre le acque del capoluogo campano hanno ospitato la USS Enterprise, la più vecchia delle portaerei a propulsione nucleare della marina militare Usa, nella sua ultima missione operativa. Dopo 50 anni di guerre e tantissimi morti, entro la fine di dicembre l’unità sarà smontata pezzo per pezzo e verranno inattivati i suoi otto reattori atomici. A omaggiare la Enterprise nella sua sosta a Napoli sono intervenute le massima autorità militari nazionali, l’ambasciatore Usa in Italia David Thorne e l’ammiraglio Bruce Clingan, comandante delle forze navali statunitensi in Europa e in Africa.

Nell’agosto del 1962, il Golfo di Napoli e la base Usa e Nato di Gaeta furono meta del viaggio inaugurale di quella che sino ad oggi è stata la più imponente delle unità da guerra (342 metri di lunghezza e un dislocamento di 93.000 tonnellate). Qualche mese dopo, la USS Enterprise venne trasferita nei Caraibi per stringere l’assedio contro Cuba durante la crisi dei missili nucleari sovietici. Da allora in poi la portaerei nucleare è stata la protagonista di tutte le operazioni di guerra scatenate da Washington a livello planetario: dal Vietnam al primo conflitto del Golfo, dai Balcani e il Kosovo sino alle odierne operazioni belliche in Afghanistan e in Iraq. Quella iniziata nel marzo di quest’anno in Medio Oriente è stata la venticinquesima e ultima missione della Enterprise: in meno di sei mesi e con un equipaggio di 3.000 marinai e 1.800 aviatori, ha attraversato lo Stretto di Hormuz una decina di volte e la settantina di caccia imbarcati hanno effettuato 8.800 sortite nell’area del Golfo persico, contribuendo a far crescere pericolosamente la tensione tra Stati Uniti-Israele e l’Iran.

Con la dismissione della portaerei, il Pentagono risparmierà in un anno perlomeno 85 milioni di dollari, 30 in manutenzione e 55 in costi operativi. Originariamente era stato previsto di pensionare l’Enterprise tra il 2014 e il 2015, quando sarà varata la nuova USS Gerald R. Ford, ma sia per motivi di bilancio che per l’errata previsione sulla durata di vita dei reattori nucleari, il comando generale di Us Navy è stato costretto ad anticipare l’uscita di scena dell’unità navale. In conseguenza, il numero delle portaerei statunitensi nei prossimi due-tre anni si ridurrà da undici a dieci.

Il regolare funzionamento e la tipologia degli apparati nucleari dell’Enterprise sono stati problemi ardui e costosissimi per la marina Usa. Essa è infatti l’unica portaerei al mondo dotata di più di due reattori: la propulsione è assicurata da quattro impianti dotati ognuno di due reattori atomici A2W di seconda generazione, dalla potenza di 210 MW, prodotti dall’industria statunitense Westinghouse. Gli impianti consentono alla portaerei di navigare ad una velocità di 33 nodi (60 km/h) con la possibilità di raggiungere anche per brevi tratti i 35 nodi (65 Km/h). I reattori sono ad acqua pressurizzata e vengono alimentati da uranio-235 altamente arricchito (intorno al 93%). Proprio la pericolosità di questi obsoleti impianti e gli insostenibili costi per la loro messa in sicurezza hanno reso impossibile il sogno dei veterani della Marina di trasformare l’Enterprise in un gigantesco museo di guerra navale. “Questa portaerei viene smantellata  perché i reattori sono già stati riforniti tre volte e richiedono troppi uomini”, ha spiegato l’ammiraglio Ted Carter, al comando del gruppo di battaglia condotto dalla grande imbarcazione atomica.

Il commiato dell’Enterprise nel Golfo di Napoli ha riproposto all’attenzione pubblica la questione dell’utilizzo dei porti italiani per l’approdo e il transito di unità navali a propulsione nucleare e/o dotati di armamenti e testate atomici. Secondo quanto ammesso dal governo, attualmente sono ben undici le località adibite a porti nucleari: oltre Napoli, ci sono Augusta, Brindisi, Cagliari, Castellamare di Stabia, Gaeta, La Maddalena, La Spezia, Livorno, Taranto e Trieste. Per la presenza in Campania dei maggiori comandi navali Usa e Nato nel Mediterraneo, Napoli è una della città più visitate dalle unità nucleari. Nel giugno 2011, proprio quando i cittadini italiani si recavano alle urne per ribadire il loro “No” all’installazione di centrali nucleari civili sul territorio nazionale, nel porto partenopeo approdavano provocatoriamente le unità componenti il George H.W. Bush Carrier Strike Group, la task force navale proveniente dai bombardamento in Libia e comandata dalla USS George H.W. Bush, portaerei della classe “Nimitz” con a bordo due pericolosissimi reattori nucleari A4W con una potenza di 194 MW.

“Quello di Napoli e degli altri dieci porti italiani è un inaccettabile paradosso”, commenta Angelica Romano, peace researcher e curatrice del volume Napoli chiama Vicenza. Disarmare i territori, costruire la pace (Gandhi edizioni, Pisa, 2008). “Negli Stati Uniti i mezzi navali nucleari non possono attraccare ai porti civili. Una precauzione per evitare che un solo terrorista, con estrema facilità, vi spari contro un razzo e provochi un disastro. Da noi invece tutto è permesso. A Napoli non esistono norme di sicurezza, o perlomeno non sono ancora divulgate, tantomeno piani di prevenzione e conoscenza dei rischi dovuti al passaggio di sommergibili o portaerei a propulsione e/o con armi nucleari. Né, tantomeno, sono presi in considerazione gli effetti legati alle operazioni di manutenzione o di semplice passaggio, che possono creare danni all’ambiente. Siamo una metropoli di oltre tre milioni di persone, con una densità di 8.566 abitanti per kmq, altissima rispetto ad altre città. Come ci potremmo salvare da un incidente nucleare?”.

Angelica Romano ricorda che negli ultimi anni sono state presentate al prefetto diverse interrogazioni in merito al cosiddetto Piano di Emergenza Esterna per i porti di Napoli e Castellammare di Stabia. “Le risposte sono state alquanto evasive”, aggiunge la peace researcher. “Si è sostenuto che i piani esistono, ma che si attendono i pareri dagli organi centrali e la valutazione tecnica della Commissione della Sicurezza e protezione sanitaria. A oggi però, non si è registrato nessun atto formale”.

Comportamenti omissivi in aperto contrasto con le norme sulla protezione dei cittadini dalle radiazioni ionizzanti. Il decreto legislativo n. 230 del 17 marzo 1995 all’art. 129 prevede “l’obbligo d’informazione alle popolazioni che possono essere interessate da emergenza radiologica”. L’articolo successivo impone come tale informazione, di competenza dei sindaci interessati, debba comprendere almeno la “natura” e le “caratteristiche” della radioattività e suoi effetti sulle persone e sull’ambiente; i “casi di emergenza radiologica” presi in considerazione; il “comportamento” da adottare in tali eventualità; le autorità e gli enti responsabili degli “interventi d’informazione, protezione e soccorso” in caso di emergenza radiologica. L’assenza di questi interventi ha indotto l’associazione nazionale Verdi Ambiente e Società, presieduta dall’ex parlamentare Guido Pollice, a presentare l’11 aprile 2011 una diffida al Sindaco di Napoli per violazione del decreto legislativo suddetto, con invito a provvedere, entro 90 giorni, a predisporre un progetto finalizzato per l’informazione della popolazione.

“Al fine di evidenziare il pericolo del nucleare militare, il successivo 12 luglio, abbiamo organizzato un’assemblea pubblica sul tema Napoli Porto di Pace, a cui abbiamo invitato i rappresentanti istituzionali locali”, afferma Flavia Lepre del Comitato pace, disarmo e smilitarizzazione del territorio di Napoli. “All’incontro è intervenuto pure il dottore Alessio Postiglione, assicurando l’adesione all’iniziativa del sindaco De Magistris e la sua intenzione di provvedere quanto prima ad una formale notifica alla cittadinanza dell’emergenza derivante dalla presenza nel porto di natanti militari nucleari e della necessità di redigere e diffondere, successivamente, un apposito Piano particolareggiato”. Disatteso l’impegno, nel maggio 2012 Verdi Ambiente e Società ha presentato un esposto alla Procura della repubblica di Napoli. “Con due lettere successive - in data 6 dicembre 2010 e 3 gennaio 2011 - abbiamo fatto richiesta alla Prefettura di Napoli di avere accesso al Piano di Emergenza Esterna del Porto di Napoli, ottenendo però solo una parziale documentazione, consistente nell’allegato G9 (Piano particolareggiato per l’informazione della popolazione)”, denunciano i rappresentanti dell’associazione. “Il documento ricevuto è risultato molto generico, privo dei riferimenti richiesti e quindi della specifica situazione di emergenza che ha motivato la redazione del Piano relativo (…) Il Sindaco, e per esso i preposti responsabili, persistono da anni nell’omettere l’adempimento di cui sopra, in quanto nessuna informazione preventiva è stata mai fornita alla cittadinanza interessata ad un’eventuale emergenza radiologica dovuta ad incidente che possa occorrere ad un’unità a propulsione nucleare, nonostante le precedenti sollecitazioni ad esso indirizzate. Tale inadempienza, oltre a contravvenire alle disposizioni di legge, potrebbe di fatto vanificare l’attuazione di provvedimenti, preventivi e protettivi, finalizzati alla pubblica incolumità, o quanto meno comprometterne l’efficacia”.
Per il professore Massimo Zucchetti, ordinario di Impianti nucleari presso il Politecnico di Torino, la presenza di unità militari nucleari non è assolutamente ammissibile, per motivi di sicurezza, in nessuno degli attuali porti italiani. “Nell’ambito della localizzazione e del licensing di reattori civili terrestri – spiega Zucchetti - le normative impongono intorno ad essi la previsione di un’area con un raggio di 1.000 metri in cui non sia presente popolazione civile (la cosiddetta zona di esclusione), mentre è richiesta, in una fascia esteriore più ampia - di non meno di 10 km di raggio - una scarsa densità di popolazione per ridurre le dosi collettive in caso di rilasci radioattivi, sia di routine che incidentali. Cosa del tutto diversa nel caso dei reattori nucleari a bordo di unità navali militari, dato che molti dei porti si trovano in aree metropolitane densamente popolate e i punti di attracco e di fonda delle imbarcazioni sono, in alcuni casi, posti a distanze minime dall’abitato. La presenza di reattori in zone densamente popolate provoca poi, in caso di incidente, evidenti difficoltà di gestione dell’emergenza”. Un rischio ambientale insostenibile, dunque, che continua però a non turbare il sonno delle autorità statali e dei sin troppo compiacenti amministratori locali.

lunedì 22 ottobre 2012

Sughereta e MUOS? Eco-incompatibile


Avevano deciso, lì avrebbero fatto il MUOS. Ma è un Sic (Sito Interesse Comunitario) Non importa. Oggi, la foto è eloquente.“La collina sventrata, voragini ampie come i crateri di un vulcano, il terreno lacerato dal transito dei mezzi pesanti, ruspe, betoniere, camion. Recinzioni di filo spinato, tralicci di acciaio. Una selva di antenne, terrazzamenti, gli uni sugli altri, per centinaia e centinaia di metri. In cima, tre piattaforme in cemento armato… (denuncia Italia Nostra). La Marina militare statunitense non si è preoccupata nemmeno di presentare una benché minima, seria, valutazione degli impatti… Ma si sa gli americani qui da noi in Sicilia in particolare, possono fare quello che vogliono. Distruggere l’ambiente, fare affari, fregarsene delle nostre regole… Non tener conto del certificato antimafia. Tutto ciò che hanno fatto nella sughereta di Niscemi è contro legge, ma il governatore Lombardo ha autorizzato! Le leggi? L’impatto ambientale? Il rischio per le persone, le piante, gli animali? Chi se ne f...

 

Come una favola di altri tempi. Un don Chisciotte di provincia che con il fedele scudiero si lancia contro il gigante che imperversa nei boschi millenari, l’EcoMUOStro di Niscemi, lo chiamano. Una lotta impari, ma alla fine il cavaliere innamorato di principessa Natura disarciona l’essere repellente. Poi lo impacchetta, lo sigilla e lo rispedisce al mittente. Al di là dell’Atlantico, in Virginia, Stati Uniti d’America.

Nella realtà tutto è accaduto in poche d’ore. A Caltagirone, la sera del 5 ottobre, il consiglio comunale vota un ordine del giorno contro l’installazione all’interno della riserva naturale “Sughereta” di Niscemi del terminale terrestre del Muos, il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari della marina militare Usa. Per il giorno successivo, sabato 6, il coordinamento dei comitati siciliani No Muos ha convocato la prima manifestazione nazionale per chiedere la revoca delle autorizzazioni ai lavori e lo smantellamento delle antenne esistenti a Niscemi da oltre vent’anni. Sarà un chiassoso serpentone di due chilometri dalle mille bandiere e striscioni colorati. Nessuno ancora immagina il successo straordinario di quell’evento. E nemmeno che nelle stesse ore i cantieri del Muos sono stati raggiunti dai carabinieri e dagli agenti di polizia chiamati ad eseguire l’ordine di sequestro preventivo e l’apposizione dei sigilli ai manufatti per violazione delle leggi di tutela ambientale.

A emettere il provvedimento, il primo nella storia ai danni di un’arma strategica delle forze armate statunitensi in territorio italiano, il Gip presso il Tribunale di Caltagirone, Salvatore Acquilino, su richiesta del procuratore Paolo Giordano. “Attraverso consulenze tecniche e documenti sono state accertate violazioni delle prescrizioni riguardanti il decreto istitutivo dell’area protetta e il relativo regolamento”, ha spiegato il dottor Giordano. La Procura ha anche emesso cinque avvisi di garanzia – ancora top secret i nomi – contestando la violazione dell’art. 181 del testo unico sui beni culturali del gennaio 2004 che sanzionachiunque, senza la prescritta autorizzazione o in difformità di essa, esegue lavori di qualsiasi genere su beni paesaggistici”. Le indagini erano state avviate nel luglio del 2011 a seguito di un esposto del Comune di Niscemi e si sono avvalse delle perizie e delle testimonianze di tecnici e ambientalisti.

Dal punto di vista formale, l’installazione del terminale Muos (3 antenne paraboliche di 18,4 metri di diametro e 2 torri radio di 149 metri d’altezza) era stata autorizzata, l’1 giugno 2011, dall’Assessorato Territorio ed Ambiente della Regione siciliana, in palese violazione delle norme di attuazione previste dal Piano territoriale paesistico della Provincia di Caltanissetta per la riserva di Niscemi, approvato dalla stessa Regione nel maggio 2008. Il Piano aveva inserito l’area naturalistica all’interno del cosiddetto “livello di tutela 3”, limitando gli interventi alla mera conservazione del patrimonio naturale esistente, alla “rinaturalizzazione” e alla “sostituzione delle specie vegetali alloctone con specie autoctone” ai fini del potenziamento della biodiversità e della salvaguardia idrogeologica. Il Piano territoriale vietava invece espressamente la “realizzazione di infrastrutture e reti, tralicci, antenne per telecomunicazioni, impianti per la produzione di energia, nuove costruzioni e l’apertura di strade e piste”. Proprio quanto autorizzato dalla Regione dopo la repentina conversione pro-Muos del governatore Raffaele Lombardo.

La riserva naturale “Sughereta” è un Sito di Interesse Comunitario di Natura 2000 (SIC) ed è il residuo una vasta area boschiva (sugheri e lecci) che copre le ultime propaggini collinari dei monti Iblei, degradanti verso la costa della piana di Gela. Comprende un’area complessiva di quasi 3.000 ettari, di cui 1179 in zona A (riserva propriamente detta) e il resto in zona B (preriserva). Dichiarata area naturale protetta con il Decreto Assessoriale n. 475 del 25 luglio 1997, è stata affidata in gestione all’Azienda Regionale Foreste Demaniali.

La riserva di Niscemi costituisce un biotopo di notevole interesse naturalistico e scientifico, ed è stata designata per la presenza di quattro habitat, di cui uno prioritario. Ricca e di amplia distribuzione la flora esistente nell’area interessata dal nuovo programma militare. Si tratta di circa 200-250 specie diverse, il 40% delle quali esclusive del bacino del Mediterraneo, con alcune già sottoposte a tutela internazionale (orchidacee, liliacee, iridacee e cistacee). L’area si trova lungo le linee di migrazione dell’ornitofauna ed ospita ben 122 specie diverse di uccelli, 8 delle quali tutelate da direttive e convenzioni internazionali, 3 classificate come “vulnerabili” e 2 “minacciate”. Delle 11 specie di anfibi e 27 di rettili che vivono in Sicilia, sono presenti nel SIC di Niscemi, rispettivamente, 4 e 14 specie. Nella riserva s’incontrano infine 16 specie di mammiferi, 5 delle quali a rischio di estinzione.

Uno straordinario patrimonio di flora e fauna che non è stato preso in considerazione né dai progettisti dell’impianto Usa né dai funzionari della Regione siciliana, che pure erano in possesso di uno studio sui possibili impatti del Muos sull’habitat a firma di tre professionisti siciliani, Donato La Mela Veca, Tommaso La Mantia e Salvatore Pasta. La relazione, acquisita dal Comune di Niscemi il 10 ottobre 2009, documentava in particolare l’“inadeguatezza” e la “scarsa attendibilità” della valutazione d’incidenza ambientale presentata dalla Marina militare statunitense. Manca una benché minima valutazione degli impatti che l’infrastruttura avrà sulla fauna in fase d’esercizio e le considerazioni sugli impatti su flora e vegetazione in fase di cantiere sono a dir poco scorrette e inconsistenti, scrivono gli esperti. “Relativamente allo studio della vegetazione, sono stati del tutto trascurati gli elementi di maggiore pregio. Eppure nell’area destinata ai lavori resta appurata la presenza di lembi sensibili di habitat d’interesse comunitario e prioritario e la potenziale presenza di specie tutelate dalle normative vigenti a livello nazionale ed internazionale”.

Le opere eseguite dalle imprese aggiudicatrici hanno però avuto effetti ancora più devastanti di quanto era possibile prevedere in fase progettuale. “L’area in cui è in corso l’installazione del Muos si presenta come un paesaggio da incubo”, scrive Italia Nostra nel dossier Paesaggi sensibili 2012, dove la “Sughereta” di Niscemi compare tra le 10 aree protette nazionali in serissimo pericolo di sopravvivenza. “La collina sventrata, voragini ampie come i crateri di un vulcano, il terreno lacerato dal transito dei mezzi pesanti, ruspe, betoniere, camion”, denuncia Italia Nostra. “Recinzioni di filo spinato, tralicci di acciaio. Una selva di antenne, terrazzamenti, gli uni sugli altri, per centinaia e centinaia di metri. In cima, tre piattaforme in cemento armato… Una storia che viene da lontano, dove insipienza e superficialità hanno permesso di infierire ancora sulla Sicilia e il suo corredo di basi americane, dove lo Stato Italiano cede sovranità di pezzi di territorio, addirittura in aree protette. Dove le leggi di tutela ambientale non hanno più efficacia e non si rispetta il principio di precauzione che il danno alla salute dei cittadini può provocare con la presenza di potentissimi radar, con onde nocive che nessuno potrà misurare quando l’impianto sarà terminato”.

“Sughereta e Muos rappresentano un binomio eco-incompatibile”, commenta lapidario il professore Salvatore Zafarana, presidente del Centro di Educazione e formazione Ambientale di Niscemi. “In passato si era riusciti a ridare continuità alle aree boschive mediante la rinaturalizzazione delle aree degradate, l’acquisizione al demanio di terreni privati e di 150 ettari di bosco gravato da servitù militare. In direzione opposta va, purtroppo, la costruzione del famigerato nuovo sistema satellitare. È stato stroncato un processo di successione ecologica positivo che aveva portato alla colonizzazione dei suoli sabbiosi e steppici con specie cespugliose di gariga mediterranea. La superficie destinata ad accogliere il Muos, unita a quella occupata dalle 41 antenne di telecomunicazioni Usa erette a partire dagli anni ‘90, hanno vanificato ogni possibilità di collegamento delle aree boscate più meridionali con quelle più a nord e con il residuo bosco ad est. Ad essere compromessi sono dei lotti già degradati come quelli di Mortelluzzo e Valle Porco di limitate estensioni, ma di indiscusso pregio naturalistico e paesaggistico”.

Zafarana lamenta infine che gli interventi autorizzati dalla Regione erano “assolutamente stridenti” con gli strumenti di tutela della riserva. “Durante i lavori del Muos si è assistito a ingenti movimenti di terra e ad enormi colate di cemento. All’occhio esperto non sfugge che l’entità delle trasformazioni in atto travalica quanto espressamente previsto dal progetto originario, denotando una gravissima manomissione dell’ambiente con l’aggravante di esplicarsi a danno di un’area protetta di interesse internazionale”. Adesso però i rilievi degli ambientalisti sugli scempi causati dal nuovo sistema militare, inascoltati o disattesi in sede politica-amministrativa, approdano negli uffici di una procura.

“Il sequestro preventivo attuato dai magistrati di Caltagirone è il primo grande risultato, che non deve fare cantare vittoria, ma che invece deve servire a dare ancora più forza a tutte le azioni che d’ora in poi seguiranno, e che non si fermeranno fino a quando non saremo sicuri che il Muos non si farà”, dichiara l’avvocata Paola Ottaviano, esponente No Muos di Modica. “La grande manifestazione del 6 ottobre a Niscemi ha dimostrato che anche in Sicilia è possibile mettere in atto delle lotte che partono dal basso, in difesa del territorio, dell’ambiente, della salute, contro l’imposizione folle di strumenti di morte. La nascita dei comitati rappresenta la volontà di tanta gente a non piegarsi alla rassegnazione, davanti a fatti che riguardano tutti noi e il futuro. Futuro di cui la classe politica attuale, gretta e corrotta, non ha alcuna considerazione e cura”.

La fiaba sull’incontro-scontro tra gli ultimi eredi dei cavalieri erranti e il mostro-strumento delle future guerre planetarie è appena all’inizio.

 
Articolo pubblicato in Casablanca, n. 26, ottobre-novembre 2012.

venerdì 19 ottobre 2012

Le grandi manovre d’autunno di Stati Uniti ed Israele


Prenderà il via tra la fine di ottobre e i primi giorni di novembre, durerà non meno di tre settimane e, secondo il Pentagono, sarà la “più grande esercitazione nella storia della lunga relazione militare tra Stati Uniti d’America e Israele”. Mentre le potenze occidentali con i paesi partner del Golfo scalpitano per intervenire militarmente in Siria e si acutizza lo scontro tra la Nato, l’Unione europea e l’Iran, le coste e il deserto israeliano stanno per ospitare un imponente war game in cui saranno simulati attacchi con missili balistici contro obiettivi terrestri e navali.

Austere Challenge 2012, il nome dell’esercitazione congiunta, vedrà il coinvolgimento di 3.500 militari statunitensi ed un migliaio di israeliani. Solo un terzo circa del personale Usa sarà però distaccato direttamente in Israele. Il resto opererà da alcune basi in Europa e nelle unità navali che stazioneranno nel Mediterraneo orientale.

Austere Challenge 2012 sarà l’ultima di una serie di esercitazioni che il Comando Usa in Europa, EUCOM, ha tenuto con Israele a partire dagli anni ‘90”, ha dichiarato il generale delle forze armate statunitensi, Craig Franklin. “Quest’esercitazione consentirà di dare ad entrambe le nazioni partecipanti un’ulteriore chance per costruire forti capacità di cooperazione militare e di relazioni strategiche, di promuovere la stabilità regionale ed aiutare Israele a mantenere una difesa nazionale di qualità”. Ai giornalisti, il generale Franklin ha negato che Austere Challenge sia stata pianificata in relazione “con eventuali eventi attualmente in corso a livello mondiale”, come ad esempio la “crisi nucleare in Iran” o in altre aree del Medio oriente, o “le elezioni negli Stati Uniti e in Israele”.

Nel corso dell’esercitazione bilaterale Stati Uniti ed Israele testeranno i nuovi sistemi di “difesa anti-aerea” acquistati dalle rispettive forze armate. Tra essi, in particolare, l’Iron Dome prodotto dalle industrie israeliane per “intercettare” i razzi a corto raggio e i proiettili di artiglieria da 155 e 180 mm che potrebbero essere lanciati da paesi confinanti; l’ultima generazione del sistema anti-missile Patriot di fabbricazione Usa e le batterie del sistema anti-missili balistici Arrow di produzione Usa-Israele. Le funzioni di comando, controllo e comunicazione durante Austere Challenge saranno fornite dall’incrociatore della marina militare statunitense dotato del nuovissimo sistema di difesa da missili balistici Aegis. Saranno inoltre predisposti in alcune aree “remote” del territorio israeliano i “centri operativi tattici” per il comando e il controllo dei sistemi missilistici, che saranno assegnati agli uomini del 10th Air and Missile Defense Command di Us Army, provenienti dalla base di Kaiserslautern (Germania).
La grande esercitazione missilistica era stata programmata in origine per la scorsa primavera, ma su richiesta del governo di Tel Aviv il Pentagono ha poi deciso di posticiparla per l’autunno. Non sono mai state spiegate le ragioni del rinvio, ma diversi commentatori hanno posto l’accento sulle tensioni sorte tra l’amministrazione Obama e Israele relativamente alle reiterate minacce di attacco contro potenziali “obiettivi nucleari” in Iran, fatte in questi mesi dai comandi delle forze armate israeliane. “Dopo che è stato deciso di spostare l’esercitazione – ha spiegato il portavoce di US Air Force in Europa, capitano John Ross – gli Stati Uniti hanno notificato ad Israele che a causa delle operazioni militari in corso, verrà messo a disposizione per Austere Challenge un numero minore di uomini e di equipaggiamenti di quello che era stato predisposto originariamente”. In effetti, a gennaio, la stampa statunitense aveva preannunciato l’invio in Israele di più di 5.000 militari Usa. Nonostante la riduzione dei militari che parteciperanno ai nuovi giochi di guerra in Medio Oriente, è stato previsto che Austere Challenge comporterà la spesa finale di 38 milioni di dollari circa, 30 dei quali saranno messi a disposizione da Washington. Una follia in tempi di crisi economica globale.

mercoledì 10 ottobre 2012

La Magistratura ferma i lavori: prima vittoria dei No Muos


Un anno fa per i superguerrieri del XXI secolo sembrava cosa fatta. Dopo qualche patimento, avevano strappato dal governatore di Sicilia, Raffaele Lombardo, le autorizzazioni per innalzare nel cuore della riserva naturale di Niscemi (Cl) tre maxi-parabole del famigerato MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazione satellitare, per trasmettere ai cinque continenti gli ordini delle guerre globali. Così i militari della Marina Usa avevano affidato i lavori ad una associazione d'imprese con sede nella militarizzatissima Vicenza. Amministratori, partiti, sindacati, la gente comune, aveva allargato le braccia. “Non c'è più nulla da fare. Onnipotente la triplice alleanza di Obama, La Russa e del Governo trasversale dell'Isola!!”. Un centinaio di giovani ribelli, studenti, disoccupati, qualche bracciante, avevano passato però intere notti in bianco della scorsa fine estate per coltivare la Speranza e l'Utopia. E dare un'ultima chance alla pace.

Prima il porta a porta in città, poi i sit in di fronte l'immensa base militare che ha desertificato una delle aree di importanti per la sosta degli uccelli migratori da e per il continente africano. Infine lo sciopero della procreazione, 50 coppie di fidanzati che di fronte al pericolo di generare piccoli mostri per effetto dei bombardamenti elettromagnetici, annunciano la diserzione dal matrimonio. Una provocazione-choc che cattura l'attenzione mediatica e di altre migliaia di giovani siciliani che chiedono di sapere e capire cosa stia accadendo a Niscemi. In pochi mesi sorgeranno comitati No MUOS ovunque: dibattiti, convegni, banchetti e petizioni on line, il popolo di Facebook che si mobilita in ogni angolo dell'isola, poi i concerti-azione, i flash mob, il teatro dell'oppresso e i cortei, tanti cortei. Quelli delle befane, il 6 gennaio 2012, per portare il carbone agli americani, quelli per visitare le querce ultrasecolari e le colline stuprate dalle ruspe delle aziende pro-MUOS, finanche la carovana antimafia e una contro la militarizzazione. I primi momenti con poco meno di un centinaio di persone. Poi un po' di più, infine l'esplosione sabato 6 ottobre, 5.000 persone con bandiere e striscioni multicolori, i tamburi, le casseruole e i fischietti, una festa di popolo come non se ne vedeva da decenni nelle strade siciliane. “I volti e le espressioni di questi ragazzi sono identici a quelli delle loro madri e dei loro padri quando trent'anni fa a Comiso ci battevamo contro l'installazione dei missili nucleari Cruise”, ricorda Gino Sturniolo, leader storico dei No Ponte di Messina. Solo che Niscemi non è Comiso, il movimento di quegli anni era fortissimo in tutta Italia e in Europa e al tempo c'era l'ingenuità diffusa che la guerra non apparteneva più alla storia e alla nostra cultura. Un'innocenza poi perduta con le guerre nei Balcani, l'Iraq, l'Afghanistan, lo scorso anno la Libia. Domani la Siria, forse l'Iran. La rabbia e la voglia di contare e decidere sono però le stesse di allora. E i piccoli David di Niscemi con i loro amici di Modica, Ragusa, Enna, Piazza Armerina, Vittoria, Catania, Palermo, ecc., hanno messo tre volte in ginocchio i signori della guerra e della morte. Una ventina di giorni fa hanno violato in piena notte la zona rossa, il confine invisibile che divide il territorio sotto sovranità nazionale da quello “di proprietà ed uso esclusivo della Marina Usa”. Poi hanno costretto un organo d'inchiesta del Senato della Repubblica a notificare la richiesta di moratoria dell'installazione dell'EcoMUOStro per non pregiudicare la salute delle popolazioni. Infine, a qualche ora dalla grande marcia del 6 ottobre tra le trazzere che si snodano accanto la base di telecomunicazioni militari, i No MUOS hanno ottenuto quello che richiedevano da mesi: il sequestro dei cantieri da parte dell'autorità giudiziaria con conseguente stop dei lavori agli impianti satellitari, per la palese violazione delle normative di tutela ambientale e gli irreparabili danni recati al patrimonio naturale. 

“Insieme alle associazioni ambientaliste e ad alcune amministrazioni comunali abbiamo denunciato, filmato e documentato gli scempi commessi dalle imprese aggiudicatarie dei lavori”, spiega Sandro Rinnone del comitato No Muos di Niscemi. “Abbiamo pure fortemente contestato le modalità con cui la Regione siciliana ha autorizzato l'esecuzione di opere formalmente vietate dai decreti istitutivi della Riserva naturale orientata “Sughereta”. Ma in quei cantieri sono state violate pure le normative antimafia, consentendo a una impresa locale di effettuare gli sbancamenti e la costruzione delle piattaforme del MUOS nonostante fosse stata privata del posseso del certificato antimafia perché ritenuta contigua alle organizzazioni criminali locali”.

“Dopo l'intervento dell'autorità giudiziaria e lo straordinario successo della manifestazione di sabato – prosegue Rinnone - il Governo deve assumersi le proprie responsabilità revocando le autorizzazioni all’installazione e imponendo alle forze armate statunitensi lo smantellamento delle strutture già esistenti, restituendo l'area alla popolazione per fini di pace. Se ciò non dovesse avvenire, il Movimento No MUOS darà vita ad una campagna nazionale di disobbedienza civile affinché siano ripristinati i principi di sovranità nazionale e del diritto a un futuro libero dalle guerre”.

 
Articolo pubblicato in Arcireport, n. 33 del 9 ottobre 2012

martedì 9 ottobre 2012

Barcellona PG e la trattativa Stato-Mafia


Un immenso cratere in autostrada, allo svincolo per Capaci. Il gran botto in via d’Amelio, carcasse d’auto e corpi straziati. Poi le bombe e le stragi a Roma, Firenze, Milano. L’offensiva mafiosa, la direzione strategica delle centrali del terrore. E la trattativa degli apparati infedeli dello Stato. Sino alla capitolazione: la seconda repubblica di matrice neoliberista, il colpo di spugna sul carcere duro per boss e gregari. Vent’anni di segreti e veleni, una tragedia infinita su cui indagano senza sosta tre Procure. Per inchiodare i mandanti dal volto coperto, esecutori e protettori, spie e doppiogiochisti.

Sui presunti registi e intermediari della trattativa tra Stato e Antistato girano nomi eccellenti. Alcuni sono deceduti e non potranno fornire chiarimenti, né difendersi. I pm nutrono forti sospetti sull’allora capo della polizia Vincenzo Parisi e sull’ex capo dei Ros dei Carabinieri Mario Mori, imputato di favoreggiamento del superboss Bernardo Provenzano. O sull’ex ministro Calogero Mannino che - secondo gli inquirenti - avrebbe esercitato “indebite pressioni finalizzate a condizionare in senso favorevole a detenuti mafiosi la concreta applicazione del 41bis”. Nel novembre ’93, l’allora guardasigilli Giovanni Conso decise di non rinnovare il carcere duro a 326 mafiosi, 45 dei quali ai vertici di Cosa nostra, ‘ndrangheta, Camorra e Sacra corona unita.

Al vaglio della Procura l’ipotesi che tra i consiglieri dell’ammorbidimento del regime detentivo ci fosse pure l’allora vicecapo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) Francesco Di Maggio, il magistrato scomparso prematuramente nel 1996, noto per aver fatto arrestare Angelo Epaminonda, il re delle bische e della droga di Milano convertitosi in collaboratore di giustizia. Dopo un breve periodo all’Alto commissariato antimafia, Di Maggio aveva preferito trasferirsi a Vienna per fare da consulente giuridico in un’agenzia delle Nazioni Unite. Poi, nel ’93, inaspettatamente, era stato chiamato a Roma per assumere l’incarico di supervisore delle carceri italiane.

Di Maggio era originario di Barcellona Pozzo di Gotto, il maggiore centro tirrenico della provincia di Messina. Come il giornalista de La Sicilia Beppe Alfano, assassinato dalla mafia nel gennaio ’93, in piena stagione stragista. Ed è a Barcellona che convergono e s’incrociano gli attori, i programmi eversivi, gli esplosivi e telecomandi di uno dei più funesti periodi della storia dell’Italia repubblicana.

Sino al suo arresto e alla condanna in via definitiva quale mandante dell’omicidio di Beppe Alfano, a guidare le cosche di Barcellona c’era Giuseppe Gullotti. “Il barcellonese si sarebbe dovuto occupare di reperire l’esplosivo necessario per l’attentato che venne progettato tra il ’92 e il ’93 contro il leader del Partito socialista Claudio Martelli, attraverso l’interessamento e la mediazione del clan Santapaola”, ha raccontato Giovanni Brusca. Deponendo al processo Mare Nostrum contro la mafia peloritana, lo stesso Brusca ha dichiarato che il telecomando da lui adoperato per la realizzazione della strage di Capaci, gli era stato materialmente consegnato poco prima proprio da Gullotti. L’assegnazione al barcellonese di tale incarico, secondo Brusca, sarebbe stata patrocinata da Pietro Rampulla, l’artificiere del tragico attentato del 23 maggio ‘92 contro il giudice Falcone.

Ancora più inquietante la figura del professionista subentrato a Gullotti alla guida dei mafiosi del Longano, l’avvocato Rosario Pio Cattafi. “Una figura quanto mai sfuggente ed enigmatica, dotata di sorprendenti attitudini relazionali e di non comuni abilità”, lo definiscono i magistrati della DDA di Messina, nell’ordinanza di custodia cautelare nei suoi confronti di due mesi fa. L’ultimo “principe nero” dell’apocalisse mafiosa, genio della finanza e del riciclaggio, in contatto con le maggiori organizzazioni criminali siciliane, la massoneria e i servizi segreti deviati.

Da giovanissimo, Rosario Cattafi aveva militato nelle file della destra eversiva rendendosi protagonista nell’ambiente universitario messinese di alcuni pestaggi (unitamente all’allora ordinovista Pietro Rampulla), risse aggravate, danneggiamento, detenzione illegale di armi. Trasferitosi in Lombardia a metà degli anni ’70, Cattafi fu sospettato di essere stato uno dei capi di una presunta associazione operante a Milano, responsabile del sequestro, nel gennaio 1975, dell’imprenditore Giuseppe Agrati, rilasciato dopo il pagamento di un riscatto miliardario. Nei primi di maggio del 1984, Cattafi fu raggiunto da un mandato di cattura firmato dall’allora pm di Milano, Francesco Di Maggio.

Cattafi, al tempo, risiedeva in Svizzera e ciò gli consentì di sfuggire all’arresto. Giorni dopo però fu la Procura di Bellinzona ad emettere un’ordinanza cautelare nei suoi confronti per reati in materia di stupefacenti. Il 30 maggio ‘84, Cattafi fu raggiunto in carcere nel Cantone Ticino dal giudice Di Maggio per un interrogatorio il cui verbale fu trattenuto dalle autorità elvetiche. Ottenuta l’estradizione in Italia per l’inchiesta sul rapimento Agrati, Cattafi fu prosciolto nel 1986 su richiesta del giudice Di Maggio.

Il magistrato e Cattafi s’incrociarono ancora durante le indagini sull’efferato omicidio del procuratore capo di Torino, Bruno Caccia, avvenuto il 26 giugno 1983. Lo ha raccontato al Corriere della sera (8 giugno 1995), l’allora sostituto procuratore di Barcellona Olindo Canali, condannato in primo grado a due anni per falsa testimonianza commessa nel corso del processo Mare Nostrum. “Fu Di Maggio ad arrestare Cattafi nell’85 per l’inchiesta sull’omicidio Caccia a Torino. Fu il giudice istruttore ad assolverlo, ma rimase dentro per un anno”. In verità, Cattafi non venne arrestato a seguito dell’assassinio del magistrato, però fu interrogato in carcere dai pubblici ministeri milanesi titolari dell’inchiesta.

Un oscuro passaggio sui rapporti tra i due personaggi di origini barcellonesi fu riportato in uno dei dossier anonimi fatti circolare ad arte per screditare la figura del giudice Antonio Di Pietro e finiti nelle mani del leader Psi Bettino Craxi, latitante ad Hammamet. “Cattafi - vi si legge - a Milano, dove aveva iniziato un’attività nel campo dei farmaceutici e sanitari, rivede e frequenta il giudice Francesco Di Maggio, che ha passato la sua giovinezza fra Milazzo e Barcellona, dove ha frequentato le scuole, compreso il liceo (il padre era appuntato dei carabinieri), e dove ha conosciuto Cattafi, di cui è coetaneo. Di Maggio introduce Cattafi nell’ambiente dei magistrati, dove pare Cattafi abbia conosciuto Di Pietro (allora sconosciuto) e la sua donna, poi divenuta sua moglie”. Quella su Di Pietro è una bufala, quella su Di Maggio una mezza verità. “Il giudice Di Maggio l’ho visto un paio di volte e sono stato anche inquisito e poi prosciolto per una vicenda relativa ad un conto corrente bancario con sede in Svizzera…”, ammetterà in un’intervista al settimanale Centonove lo stesso Cattafi, tornato in libertà (a fine anni ’90) dopo l’annullamento della sua condanna a 11 anni e sei mesi nell’ambito del processo sull’autoparco di Milano, centro degli affari di droga e armi delle cosche siciliane trapiantate in nord Italia.

A rendere ancora più ambigui i “contatti” tra Cattafi e Di Maggio quanto trapelato qualche giorno fa dal carcere di Messina Gazzi. Nel corso di un interrogatorio con il procuratore Guido Lo Forte e i due suoi sostituti della Dda, Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo, Rosario Cattafi avrebbe rivelato di aver ricevuto nei primi anni ’90, quando era agli arresti a Milano per il processo sull’autoparco, un “incarico specifico” dall’allora vicecapo del Dap Di Maggio, per agevolare la trattativa post-stragista tra Stato e mafia. Il “principe nero” avrebbe lasciato intendere di essere pure in possesso di alcuni audionastri con una sere di colloqui registrati con il magistrato-concittadino. Le ultime carte dell’avvocato barcellonese per tentare di sfuggire alla condanna definitiva e al 41bis, in una partita con uno Stato che stenta a far luce sul terrorismo politico-mafioso del biennio 1992-93.

 
Articolo pubblicato in Ombre Rosse, n. 14 del 6 ottobre 2012.

lunedì 8 ottobre 2012

La marcia vittoriosa dei No Muos


In migliaia contro il sistema satellitare della Marina Militare Usa. E la procura sigilla il cantiere: è abusivo. Il «mostro» fermato per violazione delle leggi ambientali sempre denunciate dai comitati locali

Per chi ha più di cinquant'anni è stato come fare un tuffo nel passato. I lunghi cortei tra le antiche trazzere, gli alberi di ulivo e i carrubi, dal centro della città di Comiso all'ex aeroporto Magliocco destinato ad ospitare i missili nucleari Cruise della Nato. Trent'anni dopo ancora tanti striscioni colorati e le bandiere delle pace, i tamburi, le pentole e le casseruole, i fischietti e 5.000 donne, uomini, studenti medi e universitari, bambine e bambini giunti con i pullman e le auto da ogni angolo della Sicilia. Proprio come allora per lottare contro la militarizzazione, il delirio della guerra globale e permanente e invocare un Mediterraneo mare di pace. Solo che qui nelle campagne di Niscemi, in provincia di Caltanissetta, il paesaggio è assai diverso. Lasciate alle spalle le querce ultracentenarie e le ultime sugherete dell'Isola, tutto è arido, lunare. Chilometri di reti e filo spinato e una selva di antenne e ancora antenne. Quarantuno in tutto a sparare onde elettromagnetiche, l'installazione di telecomunicazione della Marina militare Usa più grande d'Europa, per il collegamento con le unità navali e i sottomarini a propulsione e a capacità nucleare.

Il 6 ottobre, decine di comitati popolari, le associazioni e i militanti delle organizzazioni politiche e sindacali no war si sono dati appuntamento per manifestare contro il dissennato progetto di costruzione, all'interno della riserva naturale di Niscemi, di uno dei quattro terminali terrestri del Muos, il nuovo sistema di telecomunicazione satellitare delle forze armate Usa. “Il Muos sarà lo strumento con cui si condurranno le future operazioni di guerra, quelle che avranno come protagonisti gli aerei senza pilota e i missili telecomandati a distanza, che partiranno in buona parte dalla grande base aerea siciliana di Sigonella”, spiega Enzo Traina dei No Muos di Niscemi. “Oggi, l'altra Sicilia, quella che si batte contro il controllo mafioso e militare dei territori, è tornata ad incontrarsi, a protestare, a sperare, con il sostegno dei movimenti fratelli della Val di Susa e dei No radar sardi e del Presidio No Dal Molin di Vicenza».
Un lungo corteo ha circondato la base Usa di contrada Ulmo festosamente e rumorosamente. «Noi siamo la vita, loro la morte”. E la consapevolezza di avere fatto un piccolo passo avanti nella campagna contro l'EcoMUOStro delle guerre del XXI secolo. A rendere ancora più gioiosi i girotondi di fronte i celerini, la notizia battuta dalle agenzie in mattinata: la procura della repubblica di Caltagirone ha ordinato il sequestro dei cantieri dei lavori delle piattaforme del MUOS per violazione delle normative ambientali. Cinque persone sono indagate. “Alcuni mesi fa avevamo denunciato l'illegittimità degli atti della Regione Siciliana che avevano autorizzato l'avvio delle opere all'interno dell'area protetta”, spiega Eduardo Parlagreco del Comitato di Niscemi. “Abbiamo documentato veri e propri crimini ambientali, la distruzione della macchia mediterranea e lo sbancamento di intere colline, richiedendo l'intervento dell'autorità giudiziaria. Finalmente è stato imposto lo stop e ci auguriamo che chi ha permesso questi scempi paghi in sede penale e civile. Adesso attendiamo anche l'intervento della Direzione investigativa antimafia perchè si è permesso che i lavori di sbancamento fossero eseguiti da un'impresa locale priva del certificato antimafia perché ritenuta contigua alla criminalità organizzata”.

Come a Taranto, l'assenza della politica di governo viene colmata a Niscemi dalla magistratura. “Monti e Di Paola sono sordi, l'esecutivo ha scelto il muro di gomma”, commenta Enzo Traina. “Anche questa vicenda conferma come in Italia si siano drammaticamente interrotti gli indispensabili circuiti democratici, tra i cittadini, le istituzioni locali, il potere legislativo e il governo. Niscemi oggi lancia un appello-ultimatum. Il Muos è illegittimo, incostituzionale ed è uno strumento di guerra che avvelena l'uomo e l'ambiente. Roma deve assumersi la responsabilità e imporre il suo smantellamento. Noi siamo pronti ad assumerci le nostre, lanciando una campagna di disobbedienza civile per riaffermare il diritto nostro e dei nostri figli alla vita e a un futuro di pace”.
Articolo pubblicato in Il manifesto del 7 ottobre 2012.

giovedì 4 ottobre 2012

Il Comune dismette, gli amici degli amici ringraziano


Il centro storico di Messina sta per essere sfregiato dall’ennesimo palazzaccio-casermone di cemento, metà parcheggio e metà residence, un numero imprecisato di negozi commerciali e finanche un ristorante panoramico all’ultimo piano. Avrà un’invidiabile vista sulla Stretto e la zona falcata e sorgerà a due passi dalla stazione marittima, nell’area che ospita gli ex Magazzini generali di proprietà del Comune. Un paio di giorni fa il vecchio edifico di dodicimila metri cubi è stato dismesso e svenduto alla ditta “4V di Vincenzo Vinciullo”, attiva nel settore immobiliare, delle costruzioni e dei lavori forestali e ferroviari.

Il piano di dismissione comunale è stato vincolato al cambio della sua destinazione d’uso, da magazzini ad attività commerciali e/o direzionali e residenziali. Così il fabbricato a due elevazioni fuori terra ed uno interrato potrà essere demolito per fare spazio ad un palazzo di sette piani (più uno seminterrato), sul quale la Commissione edilizia, il 21 ottobre 2010, ha già espresso parere favorevole di conformità allo strumento urbanistico. Il 3 novembre 2010 il progetto è stato approvato in via amministrativa dalla Giunta municipale, con delibera n. 1039, rendendo appetibile ed imperdibile l’affaire per i privati.

Eppure al pubblico incanto si è presentata solo la ditta di Vincenzo Vinciullo che ha acquisito l’immobile con un’offerta di pagamento vantaggiosissima per saldare i 4.890.000 di euro richiesti dal Comune. Alla fine, verrà versato in contanti appena il 10% della base d’asta (489.000 euro), mentre il 29,73% dell’importo sarà coperto con la permuta di alcuni appartamenti di proprietà della 4V. L’immobiliare si avvarrà di una modifica del regolamento delle alienazioni approvata dal consiglio comunale lo scorso mese di febbraio, che consente ai privati di acquisire i beni presentando offerte miste, in parte con denaro e il resto con immobili in permuta.

Per il responsabile del Servizio dismissioni del Comune di Messina, l’ingegnere Armando Mellini, quella degli ex Magazzini generali è un’operazione che “è anche di valorizzazione urbanistica e la cui valutazione “è confortata dal mercato”. Di diverso parere alcuni operatori immobiliari che rammentano come solo tre anni fa il vecchio edificio fu inserito nel piano di dismissione comunale ad un valore di 5,3 milioni di euro. Il ricercatore in Economia aziendale dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, Carlo Vermiglio, ha rilevato sul quotidiano Gazzetta del Sud, le “contraddizioni” emerse con l’alienazione dei magazzini. “La città ha definitivamente perso un bene del suo patrimonio immobiliare, per quanto in disuso e non valorizzato, a fronte di una somma di denaro del tutto irrisoria che verrà destinata, per espressa previsione del bando al ripianamento di debiti fuori bilancio. Una prassi inaccettabile sul piano finanziario e censurabile in chiave strategica”.     

Per il segretario provinciale della Cgil, Lillo Oceano, appare “singolare” che alla gara si sia presentata una sola azienda “nonostante le modalità decise dal Comune consentissero di partecipare con un impegno finanziario modesto, poco più del valore di un appartamento di medie dimensioni”. Oceano ha pure espresso perplessità per la “bassa percentuale di permuta rapportata al particolare pregio dell’area, in pieno centro, sulla cortina del Porto”. “Ancora una volta – conclude il segretario Cgil – si aumenta a Messina il volume costruito per finalità residenziali, assecondando un’idea di città la cui vocazione è quella di costruire appartamenti uno sopra l’altro, a ridosso di aree, quelle portuali e ferroviarie, dall’elevato potenziale produttivo”.

L’anomalia più grave è rappresentata però dalla figura dell’acquirente dei vecchi magazzini, l’imprenditore Vincenzo Vinciullo.  Si tratta di uno dei più facoltosi operatori peloritani, titolare oltre che dell’Immobiliare 4V, della “Vinciullo Corporate”, attiva nel settore siderurgico e dell’edilizia privata e residenziale. Da una vecchia informativa dell’Arma dei Carabinieri,  il Vinciullo risulterebbe interessato pure ad altre società, come la CO.GE.IM. Srl (acquisto e vendita di immobili), la Residence Villa Dante Srl (costruzioni e lavori edili in genere), la Dr. Enzo Vinciullo & C. sas (rappresentanza prodotti siderurgici).

“L’imprenditore è stato protagonista di un’operazione di compravendita di terreni destinati ad essere espropriati in vista della realizzazione del Ponte sullo Stretto ed è stato citato dalla Commissione antimafia perché legato in qualche modo a importanti esponenti criminali della provincia”, denunciano gli attivisti della Rete No Ponte che hanno dato vita a un presidio spontaneo dell’immobile dismesso. In effetti il nome di Vinciullo compare in due relazioni della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa della XIV legislatura, risalenti entrambe al gennaio 2006.

Soffermandosi sulla “silente” e “scientifica” colonizzazione del territorio messinese da parte di Cosa Nostra, il relatore di maggioranza, senatore Ronerto Centaro, rilevava l’entità delle attività di reinvestimento di capitali di provenienza illecita nel tessuto economico della città capoluogo. “Questo obiettivo appare programmato da tutti questi nuovi soggetti ai quali si fa riferimento, individuati in Michelangelo Alfano, Santo Sfameni, Salvatore Siracusano e Vincenzo Vinciullo”, specificava il parlamentare. “Sfameni è altresì risultato in collegamento attivo, direttamente e per tramite del figlio Antonino, con l’imprenditore Vincenzo Vinciullo, soggetto rientrante in quel novero di affaristi (come i già ricordati Siracusano, Pagano e Giostra) risultati a disposizione – personalmente e con le loro strutture aziendali e societarie – degli interessi di gruppi mafiosi, permettendo il comodo reinvestimento in attività imprenditoriali apparentemente lecite di capitali di provenienza illecita”.

“Il Vinciullo risulta godere a Messina fama di solidissimo imprenditore ed appare in grado di gestire, mediante i suoi saldi legami con la famiglia Sfameni e con Michelangelo Alfano, affari di rilevante portata nei quali l’autorità giudiziaria messinese sospetta l’inserimento di pesanti interessi di tipo mafioso”, prosegue la relazione. “In particolare, dalle informazioni fornite dalla D.D.A. di Messina risulta che Vinciullo sia stato indicato nominativamente addirittura da Bernardo Provenzano in persona a Luigi Ilardo, cugino del boss Piddu Madonia, nella corrispondenza fra i due che costituisce oggetto dell’informativa ROS/DIA denominata Grande Oriente del 30 luglio 1996 (come è noto, Ilardo fu ucciso poco prima di formalizzare la sua collaborazione con la Giustizia ma dopo aver reso importanti dichiarazioni confidenziali ad un ufficiale dei Carabinieri, anche in relazione ai pizzini inviati da Provenzano e con i quali il boss impartiva disposizioni), come il soggetto di riferimento per la composizione delle controversie insorte fra le famiglie palermitane e catanesi di Cosa Nostra sulla destinazione dei proventi dell’estorsione posta in essere in danno delle acciaierie Megara di Catania”.

Sull’imprenditore peloritano si è soffermato l’estensore della relazione di minoranza della stessa Commissione d’inchiesta, l’on. Giuseppe Lumia. “Sui legami fra Michelangelo Alfano e una congerie di imprenditori che sarebbero stati creati o, comunque, coltivati, da Cosa Nostra, durante le audizioni effettuate a Messina, è emerso anche il nome di tale Vincenzo Vinciullo, il quale rivestirebbe un ruolo di sicuro rilievo nelle sponde imprenditoriali di Cosa Nostra”, scriveva Lumia. “Vinciullo, agente di commercio di prodotti siderurgici in relazione con la Megara, avrebbe svolto il ruolo dell’amico buono per conto di Cosa Nostra. È significativo che la vicenda dell’estorsione alle acciaierie, oggetto dell’interlocuzione Ilardo-Provenzano, abbia coinvolto le famiglia di Cosa Nostra di Bagheria, di Caltanissetta e di Catania, tutte sotto l’egida di Provenzano (…) Si vede in trasparenza, cioè, il profilo di un assetto interno a Cosa Nostra che potremmo definire come mafia del ferro e che, non a caso, interloquisce felicemente, oltre che con lo stesso Michelangelo Alfano, con uomini, come Vincenzo Vinciullo, strettamente legati a Michelangelo Alfano”.

La lettura dei pizzini ha consentito agli inquirenti di accertare come la quota parte dell’estorsione alla Megara venne trattenuta per intero dagli uomini del clan nisseno dei Madonia. Ciò spinse i mafiosi catanesi a lamentarsi con Bernardo Provenzano. “Mi dicono che il Vinciullo ci dici, che i Catanesi, avevano presi alcuni impegni poi, non mantenuti”, scriveva il boss latitante. “Cioè i Sindacati per non fare sciopero, ecc. e non è stato mantenuto, è stato molestato, con telefonate, persone che, non si comportano bene, sciacalli, ecc. e ha questo punto il Vinciullo dice, che le cose ci sono andate mali”. Il Vinciullo, cioè, si era lamentato che i catanesi non avevano mantenuto l’impegno di controllare i sindacati della Megara, per cui vi erano stati scioperi, minacce e tentativi di estorsioni da parte di altre persone. L’imprenditore si era però dichiarato disponibile a dare il denaro richiesto, ma necessitava di un contatto stabile per ogni eventualità. Per sanare i contrasti, Provenzano delegò i fratelli Leonardo e Nicolò Greco (uomini d’onore di Bagheria) per i contatti con il Vinciullo, mentre Francesco Tusa, genero del Greco e nipote di Giuseppe “Piddu” Madonia, fu invitato a “seguire” i catanesi.

Il capo dei capi ordinò a Ilardo di chiedere alla “famiglia” etnea di fissare una somma di denaro per saldare il debito del passato e un’altra somma come anticipo per il futuro. Sempre secondo Provenzano, la risposta dei catanesi doveva essere riportata all’imprenditore messinese mediante l’intermediazione di Nicolò Greco, “persona che era già in contatto con il Vinciullo e che aveva già raccolto le sue lamentele e riportato la sua disponibilità al pagamento”, come scrivono i ROS dei Carabinieri. Infine, Provenzano comunicò al suo interlocutore i nominativi di due persone suggerite dai clan etnei allo scopo di mettersi in contatto con il Vinciullo, tali Motta e Di Stefano. Il compito dell’Ilardo fu quello di verificare se le persone proposte erano idonee allo scopo e gradite al Vinciullo”, concludono gli inquirenti. La vicenda estorsiva ai danni delle acciaierie (l’importo richiesto fu di 500 milioni di vecchie lire), ebbe un tragico epilogo: il 31 ottobre 1990, vennero assassinati a Catania Alessandro Rovetta, amministratore delegato della Megara, e Francesco Vecchio, direttore del personale dell’azienda. Un duplice omicidio su cui non si è fatta ancora luce.
“La vicenda dell’alienazione degli ex magazzini generali ci appare di estrema gravità e per questo abbiamo chiesto un incontro con il nuovo commissario del Comune, il dottore Luigi Croce, già a capo della Procura di Messina dal 1992 al 2002 e che conosce il tessuto economico-criminale della città”, annunciano Renato Accorinti e Luigi Sturniolo, storici attivisti del movimento No Ponte. “Nei prossimi giorni organizzeremo un incontro pubblico con ricercatori, architetti, urbanisti, economisti e le associazioni ambientaliste e antimafie per costituire un ampio fronte di opposizione alla dismissione degli immobili comunali. Essi sono un bene comune e per questo vanno messi a servizio dei bisogni della collettività e difesi da ogni tentativo di speculazione privata”. Saro Visicaro del comitato La nostra città ha invece annunciato la presentazione di un esposto al Prefetto e al Procuratore della repubblica di Messina.