I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

sabato 29 settembre 2012

Il principe nero del Duemila


Mafia, eversione nera, contatti coi servizi deviati; cannoni fra Svizzera e Arabia, Santapaola, armi per gli attentati... Di tutto questo si parla quando si parla di Rosario Cattafi, il “boss dei boss” con capitale Barcellona

 
Una figura inquietante, quanto mai sfuggente ed enigmatica, dotata di sorprendenti attitudini relazionali e di non comuni abilità. Un soggetto che, anche a cagione della sua qualità professionale di avvocato ed uomo d’affari, nonché dell’ampia e di certo ambigua rete relazionale sviluppata, si è attivato, con manifesta sistematicità, a tutela delle istanze criminali del sodalizio di appartenenza (la “famiglia” barcellonese) e delle congreghe mafiose alleate…”.

I magistrati della Direzione distrettuale antimafia hanno le idee chiare sullo spessore dell’uomo-guida della più potente delle organizzazioni criminali della provincia di Messina. Rosario Pio Cattafi, l’avvocato imprenditore proprietario terriero investitore finanziario e astuto riciclatore della mafia di Barcellona Pozzo di Pozzo, la più nera e stragista, in costante contatto con i vertici di Cosa nostra catanese e palermitana.

L’operazione-blitz delle forze dell’ordine “Gotha 3” e per Cattafi si sono (ri)aperti i cancelli del carcere, frantumando sapienti accordi politico-istituzionali e lucrosissimi affari, discariche di inerti e rifiuti a Mazzarrà Sant’Andrea, prestigiosi hotel a cinque stelle a Portorosa di Furnari, un megaparco commerciale nella città del Longano, chissà quale altro ecomostro ancora a Milazzo. Sembrava intoccabile. Invincibile. Innominabile. Oggi appare come un patriarca sconfitto, piegato, smascherato, tradito. Il re-boss, forse, è nudo. E Barcellona torna a respirare. Finalmente.       

Numerosi i collaboratori di giustizia e i testimoni che hanno delineato le caratteristiche e le funzioni di quello che è stato per anni dominus incontrastato della mafia messinese. “Cattafi è il cassiere della “famiglia” barcellonese”, ha raccontato l’ex affiliato al clan catanese Alfio Giuseppe Castro. “Era la persona di assoluta fiducia che aveva il compito di ricevere tutti i proventi delle attività illecite. Mi si fece capire come quella persona che si presentava così distinta ed apparentemente al di fuori di ogni sospetto in realtà gestiva l’intera organizzazione…”.

“Nino Santapaola, fratello di Benedetto, mi disse che Saro Cattafi si era interessato con la sua famiglia a delle operazioni di smaltimento di rifiuti tossici che dovevano essere interrati”, ha rivelato Eugenio Sturiale, altro collaboratore etneo. “Mi disse esplicitamente che il barcellonese era per l’organizzazione un veicolo per riciclare denaro sporco. I Santapaola guadagnavano una montagna di soldi provento delle loro attività illecite. Consideravano Cattafi non organico alla loro famiglia dal momento che non vi era stata una formale affiliazione, ma in ogni caso per loro era un soggetto su cui potevano contare al 100%, altrimenti non gli avrebbero mai affidato i loro soldi. Nino Santapaola mi disse anche che Saro Cattafi era in ottimi rapporti con la famiglia Madonia di Caltanissetta e che stava bene con i palermitani ed in particolare con i Corleonesi, quindi con Vitale e Bagarella”.

Per Carmelo Bisognano, già ai vertici della “famiglia” criminale dei cosiddetti mazzarroti, Cattafi è il “numero uno” dell’organizzazione barcellonese ed è “il contatto diretto con le istituzioni deviate, la politica, la pubblica amministrazione, la magistratura e le forze dell’ordine”. Un cassiere-riciclatore in grado di agganciare le istituzioni e i potentati politici, giudiziari ed imprenditoriali, la borghesia mafiosa siciliana e quella con salde radici nel nord Italia. Una specie di jolly, lo ha definito Eugenio Sturiale, forte dei “suoi rapporti con i servizi segreti” e gli apparati deviati dello Stato e appunto per questo stimato e riverito dai fratelli Santapaola e dal loro fedele alleato a Catania, Aldo Ercolano.

A riferire delle contiguità del boss barcellonese con i Servizi, ci aveva già pensato molti anni prima il collaboratore Maurizio Avola, già spietato killer delle “famiglie” etnee. In un’intervista rilasciata al settimanale Sette del Corriere della Sera nel maggio 1998, Avola si era soffermato sugli incontri al vertice che Cosa nostra teneva settimanalmente in un autogrill dell’autostrada Catania-Palermo alla vigilia delle stragi di Capaci e via d’Amelio. “C’erano i rappresentanti delle varie province”, ha raccontato. “E c’era Cattafi che era uno molto potente, per noi era più importante degli altri uomini d’onore perché eravamo convinti che fosse legato ai servizi segreti e anche alla massoneria. Rappresentava l’anello di congiunzione tra la mafia e il potere occulto”.

Due mesi più tardi, Avola ritornò sull’argomento nel corso di un interrogatorio con la sostituta procuratrice di Barcellona, Silvia Bonardi, e il commissario Paolo Sirna. “So, per quello che mi ha detto Calogero Campanella, che Cattafi apparteneva ai servizi segreti, che scambiava favori con personaggi dei servizi”, ha dichiarato Avola. “Ci faceva dei favori, degli omicidi e loro ci facevano passare della droga, coprivano i reati diciamo. I favori li faceva ai servizi segreti. E loro in compenso, se lui passava delle armi o grossi quantitativi di droga, non lo arrestavano. Davano il passaggio libero”.

Bisogna fare ancora qualche passo indietro nel tempo per comprendere come, quando e perché il rampollo di una delle più onorate famiglie della borghesia barcellonese decise di varcare il limes tra il lecito e l’illecito, il legale e l’illegale, il Bene e il Male. La zona d’ombra risale ai primi anni ’70, quando Cattafi si muoveva con disinvoltura all’interno del variegato arcipelago neofascista e neonazista che mise sotto scacco la vita dell’Ateneo di Messina tessendo diaboliche alleanze con gli affiliati alle ‘ndrine calabresi, le prime “famiglie” del messinese, i circoli esoterici più reazionari e i doppi e tripli agenti segreti delle cellule militari e paramilitari filo-atlantiche. Rosario Cattafi, al tempo studente di giurisprudenza e militante della destra eversiva, fu protagonista di azioni squadriste, pestaggi di giovani di sinistra, risse aggravate e danneggiamenti.

La prima denuncia nei suoi confronti risale al 7 dicembre 1971: insieme ad alcuni camerati barcellonesi appartenenti ad Ordine nuovo, ai calabresi Pasquale Cristiano (vicesindaco di Ferruzzano e presidente del Fuan di Messina, l’organizzazione universitaria del Msi-Dn) e Francesco Prota (vicino agli ambienti di Avanguardia Nazionale e del Fronte nazionale di Junio Valerio Borghese), al mistrettese Pietro Rampulla (oggi all’ergastolo quale artificiere della strage di Capaci), Cattafi fu accusato dell’aggressione di cinque studenti innanzi alla Facoltà di lettere. Otto mesi di reclusione (pena sospesa) la condanna emessa dal Tribunale di Messina per aver cagionato “lesioni personali e volontarie lievi e continuate”. Il 21 febbraio 1972, Rosario Cattafi venne denunziato per un altra grave aggressione ai danni di un giovane universitario. Un anno più tardi, nel corso di una perquisizione notturna della polizia alla Casa dello studente, il barcellonese fu identificato insieme a Basilio Pateras, militante delle organizzazioni neofasciste greche Esesi e Quattro Agosto, occupante abusivo degli alloggi universitari. Il 22 marzo 1973, Cattafi, Pateras, Pietro Rampulla e un’altra trentina di militanti neri invasero con la forza i locali del Magistero.

Tollerate e protette dalle forze dell’ordine e dai vertici accademici, le organizzazioni neofasciste decisero di radicalizzare i mezzi e le forme di lotta. Dalle spranghe e le catene si passò alle armi e agli attentati incendiari. Il 27 aprile 1973, Rosario Cattafi venne coinvolto in una misteriosa sparatoria all’interno della Casa dello studente. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, egli si era recato in compagnia del calabrese Prota nell’alloggio occupato da Pasquale Cristiano per provare un mitra “Stern” contro alcune suppellettili. Consequenziale una seconda condanna, un anno e otto mesi di reclusione per detenzione e porto d’arma illegali. Il successivo 3 maggio, durante una perquisizione dell’abitazione di Cattafi fu rinvenuta una pistola calibro 7,65 di fabbricazione spagnola. Arrestato e processato per direttissima, ricevette una mitissima ammenda di 200 mila lire.

Le due ultime sentenze di condanna furono appellate dall’allora procuratore generale della Repubblica, Aldo Cavallari, che denunciò pubblicamente lo “stato di extraterritorialità” in cui era caduto l’ateneo di Messina. “C’è una mafia universitaria irriducibile, selvaggia, ladra, prevaricatrice, che impone la sua volontà e la legge della violenza, che vive e prospera per l’omertà generale dell’atterrita classe studentesca, dei dirigenti, degli impiegati amministrativi e anche dei rappresentanti del corpo accademico”, scrisse il dottor Cavallari. “Le forze che potrebbero porre un valido argine al dilagare di questo potere mafioso nella Casa dello studente sarebbero la magistratura e la polizia, ma l’una e l’altra non avvertirono, nei confronti della classe studentesca, quell’esigenza di repressione e prevenzione che pure si avverte nei confronti dei delinquenti appartenenti ad altra classe sociale”. Solo dopo la requisitoria del magistrato, il 27 febbraio 1976, il Senato accademico decise di sospendere gli studenti coinvolti in episodi di squadrismo, primo fra tutti il Cattafi che dovrà attendere più di vent’anni per completare gli studi di giurisprudenza e divenire avvocato.

Lasciate l’università e Barcellona Pozzo di Gotto, Rosario Cattafi raggiunse prima Milano e poi la Svizzera, dimostrando un’invidiabile conoscenza delle leggi e dei mercati finanziari. Ma anche una innata capacità di districarsi tra le differenti fazioni criminali, tra i vincitori e i vinti, gli astri nascenti e le stelle cadenti del firmamento di Cosa nostra. Gli inquirenti sospettano che sin dalla seconda metà degli anni ’70, il barcellonese potrebbe essere stato uno dei capi di una presunta associazione riconducibile a Benedetto Santapaola, operante nel capoluogo lombardo e in altre città del territorio nazionale ed estero, “finalizzata alla commissione di estorsioni, omicidi, corruzioni, detenzioni di armi da guerra”. Un’organizzazione che avrebbe pure trafficato in stupefacenti e gestito case da gioco illegali, autrice finanche del sequestro, nel gennaio 1975, dell’imprenditore Giuseppe Agrati, rilasciato dopo il pagamento di un riscatto di due miliardi e mezzo di vecchie lire. Nel maggio 1984, Cattafi e gli altri presunti appartenenti alla cellula in odor di mafia furono raggiunti da un mandato di cattura firmato dal pm Francesco Di Maggio, anch’egli originario di Barcellona PG e figlio dell’ex maresciallo della locale stazione dei Carabinieri.

Cattafi, al tempo, risiedeva in Svizzera e ciò gli consentì di sfuggire all’ordine di arresto del Tribunale di Milano. Qualche giorno dopo però fu la Procura di Bellinzona ad emettere un’ordinanza cautelare nei suoi confronti per reati in materia di stupefacenti. Ma durante l’inchiesta spuntò pure un documento attestante una mediazione operata dal Cattafi per la cessione di una partita di cannoni prodotti dalla “Oerlikon Suisse” all’emirato di Abu Dhabi. La prima grande operazione d’export di armi da guerra del barcellonese. 

Il successivo 30 maggio, Cattafi fu raggiunto in carcere nel Cantone Ticino dal giudice Di Maggio. Impossibile sapere, ancora oggi, quali furono le domande e cosa rispose l’indagato. Il verbale dell’interrogatorio fu trattenuto dalle autorità elvetiche. Da una relazione di servizio a firma di tale “Oliver” della Sezione Speciale Anticrimine di Torino, si evince tuttavia che Cattafi ammise di essere l’intestatario di un conto corrente sospetto aperto tra il ‘77 e il ‘78 presso il Credito Svizzero di Bellinzona, denominato Valentino. Lo stesso conto di cui aveva parlato ai giudici uno stretto conoscente del barcellonese, Giovanni De Giorgi, operatore finanziario milanese dedito ai trasferimenti di valuta da e per l’estero.

“Lavoravo per conto del signor Shammah e il mio compito era di tenere la contabilità e di prendere il danaro dai clienti importanti tra i quali c’erano il costruttore romano Caltagirone e Boatti Petroli”, spiegò De Giorgi. “Io stesso e in più occasioni, ho prelevato danaro proveniente dalla Svizzera per conto del Cattafi, che non voleva comparire”. Per effettuare questi prelievi, il barcellonese telefonava ad un funzionario di banca che prima prelevava le somme dal conto e poi faceva un bonifico all’operatore milanese. Dopo essere entrato in possesso del denaro contante, De Giorgi lo consegnava direttamente al Cattafi. Una parte di esso serviva al periodico mantenimento dei latitanti dei clan catanesi.

“Cattafi si recava spesso nei casinò di Saint Vincent e Campione d’Italia e in vacanza in Costa Azzurra; ben presto mi resi conto di come costui fosse un giovane appartenente ad organizzazioni di tipo mafioso e che disponeva di amicizie e denaro della mafia”, ha aggiunto De Giorgi. “Cattafi riferiva tranquillamente, anzi si vantava, della sua appartenenza al clan mafioso facente capo all’allora latitante Nitto Santapaola, per il quale svolgeva mansioni di consulente e operatore finanziario. In pratica si occupava del reinvestimento in attività pulite del denaro proveniente dai crimini commessi dal Santapaola e dai suoi affiliati, nonché svolgeva il ruolo di garante in casi in cui l’organizzazione doveva trattare affari con altre organizzazioni o con qualche soggetto esterno”. Sempre secondo l’operatore, “Santapaola lo onorava della sua presenza in Milano, in più occasioni anche da latitante. Si fidava a tal punto tanto da farsi accompagnare da lui quando doveva fare shopping. Cattafi mi riferiva della cosa come onore riservato a pochi membri dell’organizzazione”.

Le autorità elvetiche concessero l’estradizione in Italia di Rosario Cattafi solo il 18 settembre 1884 e con esclusivo riferimento al reato di concorso nel sequestro Agrati. Il 30 aprile 1986, il giudice Di Maggio avanzò però richiesta di sentenza di proscioglimento. Quattro mesi più tardi il giudice istruttore del Tribunale di Milano, Paolo Arbasino, dichiarò non doversi procedere contro l’indagato per “insufficienza di prove”.

Francesco Di Maggio e Rosario Cattafi s’incrociarono ancora durante le indagini sull’efferato omicidio del procuratore capo di Torino, Bruno Caccia, avvenuto il 26 giugno 1983. Lo ha raccontato al Corriere della sera (8 giugno 1995), l’allora sostituto procuratore di Barcellona Olindo Canali, condannato in primo grado a due anni per falsa testimonianza commessa nel corso del processo Mare Nostrum. “Fu Di Maggio ad arrestare Cattafi nell’85 per l’inchiesta sull’omicidio Caccia a Torino. Fu il giudice istruttore ad assolverlo, ma rimase dentro per un anno”. In verità, Cattafi non venne arrestato a seguito dell’assassinio del magistrato, però fu interrogato in carcere dai pubblici ministeri milanesi titolari dell’inchiesta.

È ancora Giovanni De Giorgi a offrire elementi inediti sull’ambiguo ruolo assunto da Rosario Cattafi nell’indagine sui mandanti e gli esecutori dell’attentato mortale al procuratore di Torino. “Ad un certo punto riferii al Cattafi che Enrico Mezzani, persona che frequentavamo a Milano, era un agente dei servizi e che da lui in cambio di notizie avremmo potuto ottenere vantaggi”, ha spiegato l’operatore finanziario. “Inizialmente il Cattafi provò a cavalcare la cosa, più che altro dando notizie inerenti organizzazioni mafiose avversarie della sua; è in questo contesto che indicò come autori dell’omicidio del giudice Caccia i Ferlito”. Informazioni sugli acerrimi nemici di Santapaola dunque, in cambio di vantaggi e favori, primo fra tutti l’impegno (poi disatteso) del Mezzani, sedicente agente del Sisde, alla concessione del porto d’armi al barcellonese. E in piena guerra tra spioni e controspioni, il 17 aprile 1984 Enrico Mezzani rivelò al giudice Di Maggio di aver appreso da Cattafi che il medesimo nell’estate del 1983 aveva partecipato ad una riunione, “presenti tra gli altri Nitto Santapaola ed un parlamentare democristiano”, in cui si era parlato di una fornitura di armi destinate all’esecuzione di un attentato ai danni dell’allora giudice istruttore Giovanni Falcone.

Secondo De Giorgi, Cattafi avrebbe informato Mezzani pure su Angelo Epaminonda, il personaggio di punta della malavita milanese negli anni ’80. Grosso trafficante di stupefacenti, Epaminonda si era inserito con successo nel controllo delle case da gioco del nord Italia, alleandosi con le famiglie mafiose siciliane e con i clan aventi la loro sede operativa nell’autoparco di Milano. Epaminonda fu il primo a descrivere l’escalation criminale in Lombardia del giovane Cattafi. Interrogato nel dicembre 1984 da Francesco Di Maggio, Epaminonda raccontò che qualche tempo prima si erano presentati al suo cospetto il catanese Salvatore Cuscunà inteso Turi Buatta e Rosario “Saro” Cattafi, per proporgli di cogestire un’attività di cambio assegni presso il casinò di Saint Vincent. “Dopo i primi convenevoli, nel corso dei quali Saro mi spiegò di essere legato strettamente a Nitto Santapaola, mi feci indicare i termini del progetto. Saro disse che agiva in società con altra persona ben introdotta nei casinò. Trattai gli interlocutori con sufficienza per far intendere che la proposta non era di mio interesse, almeno nei termini della società tra noi. Rammento ancora che Saro mi disse di essere in buoni rapporti con la Guardia di finanza, che era stata messa una taglia per la mia cattura e che avrebbe potuto interferire per avere notizie su come la Finanza si muoveva. Risposi che la cosa non mi interessava, che la Finanza avrebbe potuto fare il suo lavoro tranquillamente, anche perché io avevo da vedermela con altre forze di Polizia. Io temevo che gli emissari del gruppo Santapaola, e tra questi Saro, tendessero a stringere rapporti con me, per poi farmi catturare”.

A Milano, Cattafi poté pure contare sulla fiducia dei rappresentanti delle ‘ndrine (per il collaboratore Franco Brunero il barcellonese era legato ai calabresi facenti capo ai Ruga, “collegati a loro volta a Santapaola tramite tale Paolo Aquilino”) e, contestualmente, degli esponenti di punta della vecchia e nuova mafia palermitana. Sin dai primi anni ’70, il capoluogo lombardo era stato scelto quale base operativa e finanziaria dai boss Gaetano Fidanzati, Alfredo e Giuseppe Bono, Gerlando Alberti senior, Enrico e Antonino Carollo. Milano e la Svizzera erano tappe delle missioni d’oltre Stretto di Stefano Bontate, il “principe di Villagrazia”, un’ossessione malcelata per la caccia e le macchine di grossa cilindrata, alla guida della Cupola sino alla sua morte, il 23 aprile 1981, quando fu assassinato dai Corleonesi di Riina e Provenzano.

Nel dicembre 1997, il falsario Federico Corniglia ammise davanti ai pubblici ministeri Alberto Nobili e Antonio Ingroia di essere entrato in contatto con numerosi esponenti della mafia siciliana. Conobbi in particolare il capo mafia Stefano Bontate, al quale consegnai due false carte d’identità svizzere”, ha raccontato. “In quella stessa occasione notai che il Bontate era in compagnia di uno studente di Barcellona, che si chiamava Saro Cattafi. Era un uomo di fiducia del mafioso palermitano, tanto che si occupò di gestire in qualche modo, un grosso debito che tale Gianfranco Ginocchi aveva contratto nei confronti di quel capo mafia”. Il Ginocchi, ucciso il 15 dicembre 1978, era un agente di cambio con importanti relazioni con gli istituti di credito svizzeri e aveva compiuto operazioni di riciclaggio per conto della stesso Bontate. “Ginocchi aveva gli uffici in via Cardinal Federico, proprio alle spalle della Borsa. Cattafi addirittura, si installò a casa di questo Ginocchi perché doveva una cifra a Bontate. Non poteva assolvere però a questo debito e lui era proprietario di una terra edificabile nel comune di Milazzo, dove adesso è stato edificato un grande albergo, e gli cedettero questa terra, cioè sotto minacce, ma proprio fu l’uomo che fu mandatoIl Cattafi era uno di quei soggetti che ho visto poi arrivare delle volte col denaro, nel senso che aveva il compito specifico di trasferire materialmente i soldi all’estero; si trattava, in sostanza, di uno spallone”.

Gli inquirenti accertarono che Gianfranco Ginocchi era interessato a due società finanziarie, la Royal Italia S.p.a. e l’Euro management Italia S.p.a. - International Selective, i cui nomi erano emersi nell’ambito delle indagini sull’omicidio di un altro boss del firmamento di Cosa nostra, Giuseppe Di Cristina, eseguito a Palermo il 30 maggio 1978. Al momento della morte, Di Cristina era in possesso di due assegni circolari di 10 milioni di lire ciascuno che erano stati negoziati sul conto corrente delle predette società assieme ad una partita di altri assegni circolari per un importo complessivo di tre miliardi di lire. L’allora giudice di Palermo, Giovanni Falcone, appurò che il denaro proveniva da un vasto traffico di droga svolto tra Malta, la Sicilia e gli Stati Uniti d’America dal gruppo mafioso Inzerillo–Spatola-Bontate.

Negli anni del boia chi molla e degli assalti dei calabro-barcellonesi all’Ateneo e alla Casa dello studente di Messina, Stefano Bontate e la “famiglia” di Santa Maria del Gesù, così come i Santapaola e gli Ercolano, erano di casa nella città dello Stretto. Il collaboratore Francesco Marino Mannoia riferì delle preziose amicizie in loco di Stefano Bontate. Il padre, don Francesco Paolo Bontate, fu ricoverato dal 22 agosto 1973 al 25 febbraio 1974, data del decesso, presso la divisione di neurologia dell’ospedale “Regina Margherita” di Messina, di cui era primario il professore Matteo Vitetta e presso la quale lavorava come tecnico Santo Sfameni, il mammasantissima di Villafranca Tirrena. Alla masseria di don Santo bivaccava la borghesia mafiosa peloritana: giudici, docenti universitari, medici, professionisti, militari, carabinieri, politici del pentapartito, fascisti di vecchia data e ordinovisti. E pure qualche amico e sodale dell’avvocato Rosario Pio Cattafi.

 
Inchiesta pubblicata in I Siciliani giovani, n. 8, settembre 2012.

domenica 23 settembre 2012

Centomila pistole Beretta per l’esercito Usa

Maxi-commessa negli Stati Uniti d’America per l’azienda leader italiana produttrice di armi da guerra leggere. Il dipartimento di U.S. Army ha comunicato l’affidamento a Beretta USA Corporation, la società controllata dalla holding con sede negli States, di un contratto per il valore di 64 milioni di dollari per la fornitura di 100.000 pistole M9 calibro 9mm, la versione americana della famosa 92FS Parabellum. L’intera produzione avverrà nei prossimi cinque anni negli impianti Beretta di Accokeek, Maryland, dove sono attualmente impiegati 300 lavoratori.
“Questo ordinativo è un’ulteriore conferma dell’interesse e del supporto delle forze armate americane per la nostra pistola”, ha dichiarato Ugo Gussalli Beretta, presidente di Beretta Holding. “La M9 rimane l’arma di riferimento di U.S. Army e supporterà le truppe sul campo per i prossimi anni”. Entusiasta pure Gabriele de Plano, vicepresidente di Beretta USA Corporation, che ha dichiarato di “non vedere l’ora” di poter lavorare con l’esercito statunitense “per personalizzare l’attuale configurazione della pistola M9 con le soluzioni a disposizione per i nuovi modelli 92A1 e 96A1”, ampliando l’offerta e i business.
Ad oggi, sono oltre 600.000 le Beretta M9 già consegnate alle forze armate e di polizia Usa. Il Dipartimento della difesa è uno dei clienti esteri più consolidati della holding fondata quasi cinquecento anni fa a Gardone Val Trompia (Brescia). La prima importante commessa risale al 1979, quando fu consegnata una partita di pistole modello 92 al reparto d’assalto speciale “SEAL Team 6” della Marina militare. Nel 1985 fu invece sottoscritto un contratto del valore di 75 milioni di dollari per la fornitura di 315.930 pistole M9 ai reparti dell’esercito, della marina, dell’aeronautica militare, del Corpo dei marines e della U.S. Coast Guard. Per avviare la produzione in serie delle pistole d’ordinanza, i Beretta dovettero costituire nel 1987 la corporation sussidiaria con sede negli Usa.
Due anni più tardi, giunse un ulteriore ordine di 50.000 pistole 92FS da parte della polizia federale e delle unità assegnate al pattugliamento e controllo delle frontiere. Altre 18.744 pistole modello 92FS furono consegnate nel 2002 alla U.S. Air Force, mentre tre anni più tardi Beretta Usa Corporation sottoscrisse 13 differenti contratti con il Pentagono, tra cui quelli per la fornitura di 60.000 pistole M9 all’aeronautica e all’esercito Usa e 3.500 pistole modello M9A1 e 140.000 special al Corpo dei marines. Nel settembre del 2007, U.S. Army e U.S. Navy fecero un nuovo ordine di 10.576 pistole 92FS.
Nel febbraio 2009, Beretta Usa Corporation ricevette dal Pentagono una commessa di 450.000 pistole M9 e relative munizioni, per un valore complessivo di 220 milioni di dollari, “il maggiore contratto d’acquisto di pistole dalla fine della Seconda Guerra Mondiale”, come fu rilevato dalla stampa statunitense. Ventimila di quelle pistole furono poi trasferite da U.S. Army al ricostituito esercito iracheno.
La produzione di Beretta Holding S.p.a. copre ormai quasi tutta la gamma delle armi leggere: rivoltelle, doppiette e fucili a canne sovrapposte, fucili da caccia e sportivi, carabine, fucili d’assalto, pistole mitragliatrici e ad azione semiautomatica. Il noto Gruppo della Val Trompia dichiara di occupare 2.600 unità e controlla direttamente altre aziende che operano nel settore delle armi portatili (Sako, Uberti, Stoeger, Benelli Armi e Franchi). Il bilancio per l’esercizio 2011 di Beretta Holding ha evidenziato un utile netto consolidato di 31,2 milioni di euro (27 milioni nell’esercizio 2010). Il fatturato è stato pari a 481,8 milioni di euro con un +7% rispetto all’anno precedente. “Al conseguimento di questo risultato hanno principalmente contribuito le vendite al settore civile e sportivo, ma il settore difesa ed ordine pubblico conferma al 18% circa la propria incidenza sul giro d’affari complessivo”, scrivono i manager nell’ultima relazione annuale. “Per quanto riguarda la distribuzione geografica del giro d’affari, i mercati esteri continuano a pesare per circa il 90% del fatturato consolidato; oltre il 45% del totale è riferibile al Nord America”.
Le armi Beretta sono in dotazione alle forze armate e di polizia di innumerevoli paesi al mondo. In Italia, Polizia di stato, Carabinieri e Guardia di finanza sono armati con le 92SB. Nella confinante Francia, la Gendarmerie Nationale e l’Armée de l’Air hanno adottato invece il modello 92G (110.000 pistole consegnate a partire del 1987). In Spagna è stata la Guardia Civil a sottoscrivere nel 2002 un accordo con Beretta per la fornitura di 45.000 pistole 92FS. Quarantamila le pistole dello stesso genere consegnate invece alla polizia nazionale turca.  Nell’aprile del 2007, la holding italiana ha pure firmato un contratto per la fornitura alla polizia di frontiera canadese delle pistole semiautomatiche Px4 Storm. Il fucile d’assalto Beretta ARX 160 è stato adottato di recente da alcune unità dell’esercito del Turkmenistan, mentre il fucile a pompa semiautomatico Benelli M3 è andato ad armare i militari neozelandesi. “La nuova fornitura all’esercito statunitense, il più importante del mondo, rappresenta per noi una sorta di passaporto per ottenere commesse di moltissimi altri paesi”, ha dichiarato Carlo Ferlito, direttore generale di Fabbrica d’Armi Pietro Beretta. L’annuncio-speranza di chissà quali nuovi affari per gli insaziabili produttori e mercanti di strumenti di guerra “leggeri” delle valli bresciane.

venerdì 21 settembre 2012

MUOS e militarizzazione della Sicilia. Intervista ad Antonio Mazzeo

Con le basi militari esistenti sul suo territorio, la Sicilia sembra essersi progressivamente trasformata in “un'area di conquista degli Usa”. Quali conseguenze comporta per i cittadini siciliani e per l'ambiente la militarizzazione dell'isola? Ne abbiamo parlato con il giornalista e scrittore Antonio Mazzeo, rappresentante del Comitato No MUOS.


La Sicilia è sempre più armata e militarizzata e progressivamente nei decenni sembra essersi trasformata in un’area di conquista degli USA, che foto prenderesti oggi dell’isola in questo senso?.

L’immagine che più mi viene in mente è quella di un’immensa portaerei superarmata nel cuore del Mediterraneo, in grado di lanciare terribili strumenti di morte (cacciabombardieri, missili, droni e testate persino nucleari) contro obiettivi civili e militari in Est Europa, Caucaso, Africa, Medio oriente e sud est asiatico. Un’isola soffocata da basi e porti militari per le forze armate italiane, Usa, Nato ed extra-Nato, dove le poche oasi naturali vengono sacrificate per ospitare selve di radar e antenne di telecomunicazione. Ma contemporaneamente un territorio di frontiera dove s’innalzano gigantesche mura per negare l’accoglienza ai profughi e ai migranti che fuggono dalle guerre e dalla miseria. Per i pochi scampati ai tragici naufragi, la Sicilia si trasforma in un grande centro di detenzione, con decine di Cie e Cara che violano impunemente i diritti umani.

In pochissimi sono al corrente di tutte le infrastrutture militari esistenti in questa regione italiana…

Sì è vero, eppure in Sicilia proliferano e vengono ampliate le basi di guerra. Alle porte di Catania c’è la metastasi di Sigonella, la maggiore stazione aeronavale delle forze armate degli Stati Uniti d’America, destinata a fare da vera e propria capitale mondiale degli aerei senza pilota. Nel golfo di Augusta approdano le unità della VI flotta e i sottomarini a propulsione nucleare zeppi di missili e bombe atomiche. Più a sud, in contrada Testa dell’Acqua del comune di Noto, sorge una delle maggiori installazioni radar della Nato, per spiare l’intero bacino mediterraneo e concorrere a dirigere i blitz e gli attacchi militari. A Niscemi, all’interno di una pregevole riserva naturale, la “sughereta”di contrada Ulmo, da più di vent’anni la marina militare Usa ha installato 41 antenne per le comunicazioni con le unità di superficie e subacquee. E nonostante il lungo bombardamento elettromagnetico contro le comunità che vivono nella vicinanze della base, a Niscemi fervono adesso i lavori di costruzione di uno dei quattro terminali terrestri al mondo del nuovo sistema di telecomunicazione satellitare Usa, il MUOS, un ecomostro per condurre le guerre sempre più disumanizzate e disumanizzanti del XXI secolo. Ci sono poi gli scali aerei di Trapani-Birgi, Pantelleria e Lampedusa, utilizzati dai reparti Nato ed extra-Nato in caso di crisi e conflitto in nord Africa; gli aeroporti “civili” di Palermo Punta Raisi e Catania Fontanorossa dove atterrano con sempre più frequenza i giganteschi aerei per il trasporto truppe e munizioni; il pericolosissimo radar di Marsala e i sempre più numerosi radar che le forze armate e di polizia italiane installano nelle coste della Sicilia e delle isole minori per fare la guerra alle imbarcazioni dei migranti. Ma è prevedibile che nei prossimi mesi il processo di militarizzazione si faccia ancora più soffocante.               

In un intreccio di accordi, consensi, assensi silenziosi ed affari tra la classe politica governante a livello regionale e nazionale, le organizzazioni mafiose e le forze armate statunitensi, la Sicilia è divenuta inoltre un territorio geo-politicamente e militarmente strategico, quali sono le conseguenze e le ripercussioni di tutto ciò per i cittadini e per il paese?

La diabolica alleanza tra forze armate alleate e organizzazioni criminali mafiose siciliane alla vigilia dello sbarco del ’43 ha avuto come prima conseguenza storica quella d’impedire, anche con il sangue, che nella Sicilia del dopoguerra venisse riconosciuta piena legittimità e cittadinanza alle forze politiche e sociali realmente democratiche e che si riconoscessero le giuste istanze sociali di libertà, uguaglianza e ridistribuzione della ricchezza delle classi popolari. Abbiamo pagato in termini di agibilità democratica, siamo stati per tutti questi decenni un’isola a sovranità più che limitata. La mafia è stata, accanto alla borghesia parassitaria dell’isola, il gendarme privato, una specie di contractor ante litteram, per assicurare il pieno controllo politico e sociale del capitale. La partnership con i poteri militari transatlantici è stata una costante. La mafia ha assicurato il controllo del territorio, impedendo con le stragi e gli omicidi selettivi di sindacalisti, giornalisti e leader politici di sinistra lo sviluppo di una coscienza democratica collettiva, ostacolando ogni forma d’opposizione contro l’uso e l’occupazione della Sicilia a fini di guerra. E la borghesia mafiosa è stata ricompensata con milioni e milioni di dollari grazie agli appalti di edificazione delle installazioni di morte o alla vendita o all’affitto dei villaggi-residence per i militari Usa e le loro famiglie.
       
Grazie alla vostra protesta, la faccenda MUOS è finalmente approdata in Parlamento proprio in questi giorni, ci daresti maggiori dettagli?

Finalmente, a seguito di decine di manifestazioni, incontri e dibattiti, in cui abbiamo denunciato l’insostenibilità socio-ambientale del MUOS e che la decisione di localizzarlo a Niscemi è stata presa bypassando del tutto il circuito parlamentare, l’11 settembre scorso una delegazione dei sindaci e dei Comitati No MUOS è stata ricevuta in audizione dalle due Camere. Il primo incontro si è svolto davanti alla Commissione difesa della Camera dei deputati, mentre il secondo, sicuramente più proficuo, davanti al Comitato d’inchiesta sull’uranio impoverito del Senato della Repubblica. Tutti i membri di quest’organo si sono dichiarati d’accordo a convocare prima possibile il presidente della regione siciliana e il ministero della difesa per chiedere la moratoria del progetto d’installazione delle tre maxi-antenne radar del nuovo sistema militare Usa.   

C’è da sperare in un miracoloso risveglio della politica italiana e in una “controffensiva” al potere militare ed affaristico?

Pur condividendo la soddisfazione di tutti i membri della delegazione No MUOS in trasferta a Roma credo che non ci si debba fare molte illusioni sulle reali volontà di fermare il progetto da parte di una classe politica da sempre asservita agli interessi geo-strategici Usa e Nato e del complesso militare-industriale transnazionale. Per questo bisognerà continuare a sviluppare azioni di lotta il più possibile partecipate e radicali, rafforzando la mobilitazione e l’auto-organizzazione dei comitati popolari di base in tutta la Sicilia. Credo che sarà fondamentale riuscire a legare i temi dell’opposizione alla guerra e alla militarizzazione a quelli della difesa dello stato sociale, del diritto all’istruzione e alla sanità per tutti i cittadini, contro l’ondata neoliberista e di dissoluzione della Costituzione che ha investito l’Italia a partire dalla fine degli anni ’80.     

Della protesta pacifica contro i MUOS e dei Comitati NO MUOS non c’è molta risonanza su scala nazionale quasi si trattasse di una faccenda relegabile a livello regionale e locale, vogliamo ricordare cosa rischiano gli abitanti della zona colpita e perché deve essere considerata una problematica scottante riguardante l’intero paese?

Il MUOS è una bomba ambientale i cui effetti elettromagnetici saranno devastanti per le popolazioni, la flora e la fauna dell’isola. Le microonde impediranno il regolare funzionamento dei sistemi di bordo degli aerei in rotta nei pressi della stazione di Niscemi e non consentiranno l’attesissima apertura dell’aeroporto di Comiso, ex base missilistica nucleare della Nato. Ancora una volta i processi bellici ostacoleranno ogni possibilità di sviluppo economico e occupazionale e genereranno nuove povertà. Ma il MUOS è soprattutto un sistema di guerra ad uso esclusivo delle forze armate statunitensi, programmato per riaffermare la superiorità militare e strategica di Washington e consentire di colpire e uccidere a migliaia di chilometri di distanza, con gelido anticipo sui potenziali e sospetti avversari. I futuri conflitti ipertecnologizzati esautoreranno qualsivoglia presenza decisionale dell’Uomo, annullando la ragione e l’assunzione di responsabilità innanzitutto etiche. Il MUOS risponde alle logiche di morte degli odierni apprendisti stregoni del Pentagono che puntano ad annientare gli antichi paradigmi dell’umanità sulla Vita e sulla Morte, sulla Pace e sulla Guerra. Per questo la sua installazione non va vissuta solo come un problema locale, ma innanzitutto come un Problema globale.      

Quali sono le prossime mosse dei Comitati NO MUOS?

Dopo le audizioni a Roma, il Movimento si è dato appuntamento per una manifestazione  nazionale No MUOS a Niscemi, sabato 6 ottobre. Stiamo raccogliendo le prime adesioni d’oltre Stretto e sappiamo già dell’arrivo in Sicilia di una delegazione delle donne del Presidio No dal Molin di Vicenza e di attivisti No TAV della val di Susa. All’appuntamento giungeremo con un fitto calendario d’iniziative in tanti Comuni siciliani e con azioni di protesta di fronte ai maggiori santuari di guerra dell’isola. Sarà importantissimo rafforzare i legami con i territori a partire dalle vertenze più drammatiche che riguardano soprattutto la mobilità e i trasporti, i settori maggiormente colpiti dall’asfissiante processo di militarizzazione. Sarà opportuno così sostenere la mobilitazione perché venga utilizzata Sigonella per i voli di linea che dovranno lasciare Fontanarossa a novembre per consentire i lavori di ampliamento e messa in sicurezza delle piste (un primo passo per la riconversione a uso civile della stazione aeronavale Usa) o quella per l’apertura dello scalo di Comiso, il cui funzionamento sarà impossibile se malauguratamente dovessero essere attivate le antenne MUOS. Ma penso anche alla lotta contro il Ponte sullo Stretto e per impedire la trasformazione del porto di Messina in megadiscarica delle unità navali Nato da rottamare o a quella contro l’uso a fini militari dello scalo di Trapani-Birgi, da dove sono stati scatenati lo scorso anno, quasi il 70% degli attacchi contro la Libia.      

Da un lato, c’è una parte della società civile, attiva, che cerca di fare emergere certe verità, dall’altra una maggioranza di cittadini italiani ignari probabilmente vittime passive di alcune forze d’interessi, in primis quelle politiche e quelle dell’informazione, che spesso spingono per insabbiare. In questa Italia a due livelli, qual è la strada da percorrere per svegliare il paese? 

Bisogna tornare a riconquistare le piazze, le strade e ogni spazio dove poter denunciare i crimini dei poteri finanziari transazionali e riconquistare agibilità, fiducia, speranza di cambiamento e trasformazione democratica. Un’azione generale, in prima persona, senza deleghe, con la convinzione che i tempi per impedire l’olocausto mondiale si sono fatti strettissimi. 

Il paese non è spento e non vuole cedere alla rassegnazione, è così?  

Sì, nonostante le amplificazioni generali del pensiero unico neoliberista, sono tantissime le coscienze che non si sono piegate, specie tra le fasce di popolazione più giovane. Come generazione, siamo stati pessimi padri e pessimi maestri. Mi auguro che riusciremo almeno ad essere buoni osservatori e buoni ascoltatori e che saremo in grado di star loro accanto con passione e profondo rispetto quando nei prossimi mesi, ne sono certo, ragazze e ragazzi  torneranno a riprendersi la vita e il presente-futuro che gli sono stati sino ad ora negati.  


Intervista a cura di Dario Lo Scalzo, pubblicata il 20 settembre 2012 in Ilcambiamento.it, http://www.ilcambiamento.it/territorio/muos_militarizzazione_sicilia_intervista_antonio_mazzeo.html

venerdì 14 settembre 2012

Lettera aperta di Santi Cirella, Antonio Mazzeo risponde


Ospite, sabato 1 settembre, alla presentazione del libro di Olivero Beha, nell’ambito del Festival del giornalismo di Modica, Antonio Mazzeo. Giornalista free lance e ambientalista, Mazzeo è stato querelato dalla Giunta del Comune di Falcone (Messina), lo scorso agosto, per un’inchiesta riguardo le presunte infiltrazioni mafiose nella politica e nella società della realtà cittadina di Falcone. E, come se non bastasse, è il destinatario di una lettera aperta scritta da Santi Cirella, sindaco della cittadina messinese. Quattordici pagine di se e di ma pubblicate sul sito ufficiale del Comune. E di accuse. Ma cosa ne pensa il giornalista?

Santi Cirella, nella sua lettera, ti accusa di avere scritto delle informazioni false. Cosa ne pensi?

“Se non mi dice cos’è falso, non posso controbattere. In quattordici pagine elenca una serie di fattori di cui, secondo lui, non sono informato. Mi auguro che le cose, scritte nella lettera, siano state portate alle autorità competenti perché, a mio parere, ci sono elementi molto gravi. E l’esistenza di questi elementi, mi pare che confermi quello da me sostenuto nell’articolo. Ovvero, che la situazione dell’agibilità politica e delle infiltrazioni criminali, nel tessuto sociale, economico e politico del Comune di Falcone, richiederebbe una maggiore attenzione da tutte le istituzioni. A partire dalla stessa Giunta”.

E il sindaco non si ferma a questo. Sempre nella lettera, ti accusa di disinformazione perché nel tuo articolo non hai accennato alla rimozione delle barriere frangiflutti poste a protezione del litorale marino di Falcone…

“Ne prendo atto. Ma non capisco perché un cronista, quando fa un’inchiesta sulle infiltrazioni criminali, debba fare l’elenco di tutte le attività svolte, bene o male. E da ambientalista ci tengo a dire che odio le barriere frangiflutti di qualsiasi tipo. E anche la dissennata creazione di porti e porticcioli che in quel pezzo di costa ha portato alla scomparsa di chilometri e chilometri di spiaggia.

Cirella scrive: “Ci dica, anzi dica alle forze dell’Ordine, chi sono questi latitanti. Indichi, alle autorità preposte, malavitosi e favoreggiatori”. Come ti senti di rispondere?

“Io non ho fatto altro che ricostruire alcune vicende storiche, alcune avvenute anche durante la sua amministrazione, che hanno rappresentato il grande salto di qualità della criminalità organizzata a Falcone. E nell’area di Furnari e Mazzarrà sant’Andrea. Vicende risalenti alla fine degli anni settanta. Di questi fatti, ricostruisco dei passaggi chiave, particolarmente eclatanti. Faccio, nonostante il sindaco dica tutto il contrario, i nomi anche di chi ha vissuto da latitante. E non mi pare che nessuno, in quel periodo, si sia vergognato di sapere che, in quel territorio, si nascondessero e vivessero boss del calibro di Gerlando Alberti Junior, condannato per aver assassinato, nel 1985, la diciassettenne Gra­ziella Campagna di Saponara. Forse uno degli omicidi più efferati della storia della criminalità organizzata. Ho ricostruito queste vicende riportando le denunce degli ex amministratori di quella realtà che a me, personalmente, preoccupa. Trovo che queste vicende rappresentino un buco nero nella storia di Cosa Nostra.

Come stai affrontando quello che ti è capitato dal punto di vista professionale. Ma anche da quello umano?

Professionalmente, quello che mi è accaduto rappresenta uno dei tanti test che confermano le ragioni per cui in Italia meritiamo uno degli ultimi posti riguardo la libertà di stampa. In molti altri paesi la querela è regolamentata in maniera molto rigida. Cosa che non accade in Italia. Spero che tutto questo sia un’opportunità per i miei colleghi di alzare ancora di più la voce. E di chiedere la regolamentazione dell’accesso alla querela. Umanamente, sono contento della solidarietà ricevuta perché mi fa sentire più protetto. E sono anche, dal punto di vista politico, contento di sapere che esistono ancora persone che sentono il dovere di prendere una posizione, scrivendo per esempio mail all’amministrazione del Comune di Falcone. O esprimendo la loro solidarietà sui social network. Questo significa che un’altra Italia è ancora possibile.

 
Intervista di Nelly Gennuso pubblicata il 7 settembre 2012 in Reporteggiando e non solo, http://reporteggiandoenonsolo.tumblr.com/post/31049546859/letteraapertadisanticirellaantoniomazzeorisponde

giovedì 13 settembre 2012

Il Muos e le infrastrutture militari. Ecco gli “affari" di Lombardo


L’isola-trampolino per proiettare le forze aeree, navali e terrestri nazionali e quelle di Stati Uniti e Nato negli scacchieri di guerra in Medio oriente, Africa ed est Europa. Soffocata da una miriade d’infrastrutture, aeroporti e porti militari, poligoni, sistemi satellitari e di trasmissione degli ordini d’attacco. I maggiori corridoi marittimi solcati da unità navali e sottomarini a propulsione e capacità nucleare. Una selva di antenne radar per fare la guerra ai migranti. E per chi è scampato ai naufragi mediterranei, la detenzione nei cie-cara-lager disseminati ormai ovunque.

La Sicilia è sempre più armata, militarizzata, nuclearizzata. Aggressiva, bellicista e a sovranità dimezzata. Territorio di frontiera e di conquista, laboratorio di spregiudicate alleanze politiche e strategiche. A partire del patto diabolico sottoscritto alla vigilia dello sbarco alleato del ’43 dalle organizzazioni criminali-mafiose e dalle forze armate a stelle e strisce. Poi, nel dopoguerra, la controffensiva reazionaria contro i movimenti politici, sociali e sindacali della sinistra, la strage di Portella delle ginestre, le bombe contro le sezioni del Pci e le Camere del lavoro, gli omicidi selettivi di sindacalisti. Il piombo mafioso e le coperture dei servizi e degli apparati repressivi dello Stato, la supervisione, le armi e i soldi di Washington, la protezione delle centrali spionistiche e dei corpi diplomatico-militari Nato infiltratisi nel tessuto siciliano. Un duplice scambio di favori e complicità: prebende, affari di droga e armi, gli appalti alla borghesia mafiosa locale; piena libertà di azione, occupazione e intervento intra ed extra-regionale alle forze armate statunitensi dislocate nelle sempre più numerose basi isolane.

Il processo di riarmo e militarizzazione della Sicilia si è sviluppato progressivamente a partire dalla Guerra fredda, all’insegna dello scontro Est-Ovest. Poi, dopo la crisi energetica di metà anni settanta e il trasferimento del baricentro conflittuale verso il Sud del mondo, il ruolo strategico dell’isola è esploso dirompente. L’installazione dei missili nucleari a Comiso, le forze di rapido intervento Usa inviate dalla base di Sigonella nel Golfo Persico, in Libano e in Corno d’Africa, la prima guerra del Golfo, le tragedie balcaniche e i bombardamenti in Serbia e in Kosovo, l’11 settembre e le sanguinose campagne in Afghanistan, Iraq e Pakistan, l’uragano di bombe, missili e droni contro la Libia nel 2011, hanno irrimediabilmente trasformato il volto della regione. Con drammatiche ripercussioni socio-economiche, paesaggistiche ed ambientali. Le classi politiche dominanti, tuttavia, in perfetta continuità con il passato anche quando a parole la continuità veniva dichiarata “interrotta” (vedi la squallida esperienza del governo regionale di centro-sinistra a fine anni ’90 che ha spianato la strada al modello cuffaristico-lombardiano), hanno sostenuto i piani e le strategie di morte dei partner d’oltreoceano. Anche quando calpestavano selvaggiamente diritti e interessi dei cittadini. E non poteva essere altrimenti: il potenziamento infrastrutturale Usa e Nato ha rafforzato le cosche e il dominio mafioso sul territorio. Gli appalti in mano ai cavalieri del lavoro di Catania (Costanzo, Graci, Rendo e Finocchiaro) per l’ampliamento della rete aeroportuale civil-militare dell’isola a metà anni settanta, l’infiltrazione criminale nella realizzazione della base nucleare di Comiso nei primi anni ottanta, le inchieste della procura di Catania che hanno accertato lo strapotere della “famiglia” di Benedetto Santapaola nella gestione di servizi e forniture nella stazione aeronavale di Sigonella, gli intrecci e le contiguità con la mafia nissena di certe imprese chiamate alla costruzione del grande centro di telecomunicazione Us Navy di Niscemi, segnano le tappe-chiave più recenti del binomio mafia-militarizzazione.

Le leadership dei partiti al governo hanno apertamente alimentato questo processo dirottando ingenti risorse finanziarie pubbliche a favore delle nuove infrastrutture belliche. Contemporaneamente gli amministratori degli enti locali hanno autorizzato dissennate varianti ai PRG per insediare megacomplessi abitativi per i militari e i familiari Usa. Le speculazioni immobiliari sono state linfa vitale per i clan mafiosi consentendo di rinnovare i legami tra politica, mafia e imprenditoria. “Per quanto riguarda l’acquisto della tenuta di Sigonella devo precisare che ero stato stimolato, dopo un primo acquisto in quella zona, ad estendere la proprietà da Stefano Bontate, questi infatti attraverso Pippo Calò e personaggi di Roma a me sconosciuti aveva la possibilità di avere contatti con gli americani”, ha raccontato il collaboratore di giustizia Angelo Siino, noto alle cronache come il ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra ed (ex) importante anello di congiunzione tra mafia, massoneria, partiti politici e costruttori. Un affare, quello della più grande stazione aeronavale Usa nel Mediterraneo che vedeva operare congiuntamente vecchia e nuova mafia siciliana. “Il Bontate mi mostrò una planimetria di ampliamento dell’aeroporto militare che doveva includere la mia proprietà che iscriveva l’intera base di Sigonella. Allorché fu presa la decisione di portare avanti l’affare e avere una maggiore presenza nel territorio di Catania prendevo contatti con Nitto Santapaola e con esponenti mafiosi catanesi.

Vent’anni dopo sono cambiati i protagonisti ma le dinamiche e gli interessi filo-atlantici sono rimasti identici e penetranti. Per realizzare a Belpasso (Ct) un nuovo villaggio per i militari di Sigonella, un’azienda romana (la SAFAB) si è affidata a un faccendiere siciliano personalmente e politicamente amico dei fratelli Lombardo, il governatore Raffaele e il deputato Angelo. L’intera operazione, ovviamente, è stata seguita e benedetta dal reggente di Cosa Nostra a Catania, Vincenzo Aiello. Quella del villaggio Usa di Belpasso è una delle vicende più emblematiche documentate dall’operazione Iblis, l’inchiesta giudiziaria antimafia che ha tracciato il capolinea della parabola lombardiana ai vertici della Regione siciliana.

Raffaele Lombardo, più dei democristiani della prima repubblica e del predecessore Totò Cuffaro, ha incarnato il ruolo di fedele interprete degli interessi politici e strategici d’oltre-atlantico, nonostante quanto scritto contro di lui dai diplomatici Usa in Italia. Da presidente della provincia di Catania ha autorizzato e finanziato la bretella stradale riservata ai residenti del villaggio Usa di Mineo. Da governatore, dopo aver urlato nelle piazze il proprio No all’Eco MUOStro di Niscemi, ha inspiegabilmente mutato opinione autorizzando la realizzazione del terminale terrestre del nuovo sistema satellitare all’interno della riserva naturale “Sughereta”. Per la prima volta della storia d’Italia, un comando Usa aveva chiesto il pass ad un’istituzione locale. E invece di un atto d’orgoglio, in difesa del sacrosanto diritto di tutti alla pace, al lavoro e alla salute, il governatore “autonomista” ha consentito lo sventramento di un territorio protetto. Un’opera impattante, devastante, criminale e criminogena. Anche i lavori del MUOS, infatti, sono stati cosa loro. In violazione della legge La Torre approvata dopo il sacrificio dell’allora segretario regionale del Pci in lotta contro i missili e la criminalità organizzata, essi sono stati subappaltati ad un’impresa privata del certificato antimafia perché ritenuta contigua alla “famiglia” dominante a Niscemi. Ad affidare l’opera un consorzio guidato da un’impresa veneta che nel 2008 aveva finanziato con 15.000 euro la campagna elettorale dell’MPA, il movimento-partito di Lombardo.

Il mal governo e l’ipermilitarizzazione del territorio hanno goduto della pressoché impunità giudiziaria e della desistenza o piena accondiscendenza (secondo i casi) delle forze politiche della sinistra “moderata”. Contro le finalità di distruzione e morte delle basi di Augusta, Sigonella, Niscemi, Pantelleria, Lampedusa, Trapani-Birgi, Noto-Mezzogregorio, Pachino, Marsala, Messina, mai si è levata una voce del Pds, poi Ds oggi Pd e delle organizzazioni-associazioni d’area. I singoli iscritti e i circoli del partito-democratico che hanno sposato le ragioni dei No war sono stati derisi, isolati, delegittimati. Mai una denuncia sui conflitti d’interesse del padre-padrone della stampa e dell’informazione radiotelevisiva siciliana, Mario Ciancio Sanfilippo, direttore-editore de La Sicilia, imprenditore-costruttore di villaggi e residence Usa, azionista della società di gestione dello scalo di Catania-Fontanarossa, ostaggio degli spericolati decolli degli aerei senza pilota di Sigonella, e del non-aeroporto di Comiso, vittima eccellente dei bombardamenti elettromagnetici del MUOS di Niscemi. Ciancio Sanfilippo è il cultore del consumo di territorio e delle mega opere. E le basi militari Usa e Nato sono grandi infrastrutture create in regime di extraterritorialità, fuori dalle leggi del libero mercato. La “sinistra” governista lo sa bene. Per trasformare Sigonella in una delle principali stazioni Usa d’oltremare, il Pentagono ha speso negli ultimi 15 anni poco meno di un miliardo di dollari. Una cifra enorme, appannaggio in buona parte della società leader di Lega Coop, la CMC di Ravenna, quella del Dal Molin di Vicenza, dei tunnel della val di Susa e del Ponte sullo Stretto di Messina.  I business di guerra hanno generato ecomostri cancellando l’identità e la soggettività di chi era nato per rimettere in discussione come, quando, perché e in favore di chi produrre. La Sicilia-portaerei è anche l’isola dei trasformismi e delle irreversibili mutazioni genetico-politiche.

 
Articolo pubblicato in Ombre Rosse, n. 10 dell’8 settembre 2012, http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2012/9/8/26074-il-muos-e-le-infrastrutture-militari-ecco-gli-affari-di/

mercoledì 12 settembre 2012

Scheda informativa sul sistema MUOS della Us Navy in via d’installazione in Sicilia


La stazione di telecomunicazioni di Niscemi (Caltanissetta) è attiva dal 1991. Si tratta di una delle infrastrutture militari più estese del territorio italiano: 1.660.000 metri quadri di terreni boschivi e agricoli, entrati nel settembre 1988 nella disponibilità del Demanio pubblico dello Stato – Ramo Difesa Aeronautica Militare, dopo l’acquisizione dalla Olmo S.p.A. di Catania.

La Naval Radio Transmitter Facility di Niscemi assicura le comunicazioni supersegrete delle forze di superficie, sottomarine, aeree e terrestri e dei centri C4I (Command, Control, Computer, Communications and Intelligence) della Marina militare Usa. Un’infrastruttura ad uso esclusivo delle forze armate statunitensi, come scritto nell’Accordo tecnico tra il Ministero della difesa e il Dipartimento della difesa degli Stati Uniti d’America riguardante le installazioni in uso alle forze USA di Sigonella, firmato a Roma il 6 aprile del 2006 dall’ammiraglio N. G. Preston, comandante US Navy per la regione europea e dal generale Mario Marioli dell’esercito italiano. Come si legge nell’accordo, l’uso esclusivo «significa l’utilizzazione dell’infrastruttura da parte della forza armata di una singola Nazione, per la realizzazione di attività relative alla missione e/o a compiti assegnati a detta forza dallo Stato che l’ha inviata». A esplicitare ulteriormente la piena sovranità di Washington, la tabella annessa all’accordo con l’elenco delle infrastrutture di «proprietà ed uso esclusivo» USA a Niscemi: il sito di trasmissione e l’antenna a microonde; l’Helix House e l’antenna a bassa frequenza LF; un magazzino di stoccaggio; un edificio per la protezione antincendio; un serbatoio d’acqua; un’officina di manutenzione elettronica; 37 antenne ad alta frequenza HF.

Le onde emesse dalle stazione coprono tutto lo spettro compreso tra le UHF e le VHF (Ultra and Very High Frequency – ultra e altissime frequenze, dai 30 MHz ai 3000 MHz, utilizzate per le comunicazioni radio con aerei  e satelliti), alle ELF – VLF – LF (Extremely and Very Low Frequency – frequenze estremamente basse e bassissime, dai 300 Hz a 300kHZ), queste ultime in grado di penetrare in profondità le acque degli oceani e contribuire alle comunicazioni con i sottomarini a capacità e propulsione nucleare. A seguito della chiusura della stazione di Keflavik (Islanda), nel settembre 2006 è stato installato a Niscemi un Sistema “addizionale” di processamento e comunicazione automatico e integrato (ISABPS) che consente tutte le funzioni di collegamento in bassa frequenza con i sottomarini strategici (Atlantic Low Frequency Submarine Broadcast).

Attualmente all’interno dell’infrastruttura fervono i preparativi per l’installazione di uno dei quattro terminali terrestri al mondo del nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari MUOS (Mobile User Objective System) della Marina militare degli Stai Uniti d’America (US Navy). Il terminale si comporrà di tre grandi antenne paraboliche dal diametro di 18,4 metri, funzionanti in banda Ka per le trasmissioni verso i satelliti geostazionari e di due trasmettitori elicoidali in banda UHF (Ultra High Frequency), di 149 metri d’altezza, per il posizionamento geografico. Mentre le maxi-ante trasmetteranno con frequenze che raggiungeranno valori compresi tra i 30 e i 31 GHz, i due trasmettitori elicoidali avranno una frequenza di trasmissione tra i 240 e i 315 MHz.

Il terminale terrestre di Niscemi, nelle intenzioni del Pentagono, dovrà assicurare il funzionamento dell’ultima generazione della rete satellitare in UHF (altissima frequenza) che collegherà tra loro i Centri di Comando e Controllo delle forze armate Usa, i centri logistici e gli oltre 18.000 terminali militari radio esistenti, i gruppi operativi in combattimento, i missili Cruise e i Global Hawk (UAV-velivoli senza pilota), ecc..

Al progetto siciliano, la Us Navy ha destinato oltre 43 milioni di dollari, 13 dei quali per la predisposizione dell’area riservata alla stazione terrestre, del centro di controllo, dei megageneratori elettrici e di un deposito di gasolio; 30 milioni di dollari per gli shelter e l’acquisto delle attrezzature tecnologiche del sistema MUOS.

Originariamente la base prescelta per il terminal del nuovo sistema satellitare era quella di Sigonella, la principale stazione aeronavale della Marina militare degli Stati Uniti nel Mediterraneo. Poi, la Us Navy ha deciso di dirottare l’impianto terrestre presso la vicina stazione di Niscemi. Il cambio di destinazione è stato dettato dalle risultanze di uno studio sull’impatto delle onde elettromagnetiche generate dalle grandi antenne del MUOS, elaborato da AGI - Analytical Graphics, Inc., importante società con sede a Exton, Pennsylvania, in collaborazione con la Maxim Systems di San Diego, California. Lo studio, denominato “Sicily RADHAZ Radio and Radar Radiation Hazards Model”, è consistito nell’elaborazione di un modello di verifica dei rischi di irradiazione elettromagnetica sui sistemi d’armi, munizioni, propellenti ed esplosivi ospitati nello scalo aeronavale siciliano (HERO - Hazards of Electromagnetic to Ordnance). La simulazione informatica del modello ha condotto ad un inatteso “No” all’ipotesi di utilizzo della base di Sigonella.

“Il modello Radhaz Sicilia - si legge sul sito internet dell’AGI - è stato implementato con successo a Sigonella, giocando un ruolo significativo nella decisione di non usare il sito per il terminale terrestre MUOS e di trovare una nuova destinazione”. Anche Filippo Gemma, amministratore di Gmspazio Srl di Roma (società che rappresenta in Italia la statunitense AGI), ha confermato l’esito negativo dello studio sull’impatto elettromagnetico. Nel corso di un’intervista a RaiNews 24, trasmessa il 22 novembre 2007 durante lo speciale “Base Usa di Sigonella. Il pericolo annunciato”, Gemma ha dichiarato che “una delle raccomandazioni di AGI era che questo tipo di trasmettitore non dovesse essere installato in prossimità di velivoli dotati di armamento, i cui detonatori potessero essere influenzati dalle emissioni elettromagnetiche del trasmettitore stesso". I ricercatori hanno cioè accertato che le fortissime emissioni elettromagnetiche possono avviare la detonazione degli ordigni presenti nella base militare.

La gravità e le incongruenze degli sudi che hanno spianato la strada alla concessione delle autorizzazioni del MUOS hanno spinto l’Amministrazione comunale di Niscemi ad affidare al Politecnico di Torino un’Analisi dei rischi del Mobile User Objective System presso il Naval Radio Transmitter Facility di contrada Ulmo. Il rapporto, presentato il 4 novembre 2011 dai professori Massimo Zucchetti (ordinario di Impianti nucleari del Politecnico e research affiliate del MIT – Massachusetts Institute of Thecnology) e Massimo Coraddu (consulente esterno del Dipartimento di energetica), ha rilevato l’insostenibilità ambientale del nuovo impianto e le “gravi carenze” degli studi effettuati dagli statunitensi. “Nella valutazione redatta dalla US Navy nel 2008 - scrivono Zucchetti e Coraddu - non viene neppure esaminato quello che probabilmente è il peggiore dei rischi possibili: un incidente che porti all’esposizione accidentale al fascio di microonde, pericolosissimo e potenzialmente letale, anche per brevi esposizioni, a distanze inferiori a circa 1 Km».

Nonostante gli scarni dati disponibili – aggiungono i due ricercatori – con la realizzazione delle nuove antenne si verificherà un incremento medio dell’intensità del campo in prossimità delle abitazioni più vicine pari a qualche volt per metro rispetto al livello esistente, con la possibilità del verificarsi di punti caldi, con un incremento del campo nettamente superiore. C’è poi il rischio di effetti acuti legati all’esposizione diretta al fascio emesso dalle parabole MUOS in seguito a malfunzionamento o a un errore di puntamento. I danni alle persone accidentalmente esposte a distanze inferiori ai 20 Km saranno gravi e permanenti, con conseguente necrosi dei tessuti.

Le onde elettromagnetiche avranno pesantissimi effetti pure sul traffico aereo nei cieli siciliani e in particolare sul vicino aeroporto di Comiso, prossimo all’apertura. La potenza del fascio di microonde del MUOS è senz’altro in grado di provocare gravi interferenze nella strumentazione di bordo di un aeromobile che dovesse essere investito accidentalmente, spiegano Zucchetti e Coraddu. Gli incidenti provocati dall’irraggiamento di aeromobili distanti anche decine di Km. sono eventualità tutt’altro che remote e trascurabili ed è incomprensibile come non siano state prese in considerazione dagli studi progettuali. I rischi d’interferenza investono potenzialmente tutto il traffico aereo della zona circostante il sito d’installazione del MUOS. Nel raggio di 70 Km si trovano ben tre scali aerei: Comiso, a poco più di 19 Km dalla stazione di Niscemi, e gli aeroporti militare di Sigonella e civile di Fontanarossa (Catania), che si trovano rispettivamente a 52 Km e a 67 Km. Sigonella, tra l’altro, è oggetto delle pericolosissime operazioni di atterraggio e decollo dei velivoli da guerra senza pilota Global Hawk, Predator e Reaper a disposizione delle forze armate USA e NATO.

Ad oggi, del sistema mondiale MUOS si è visto ben poco. Il lancio in orbita del primo satellite è avvenuto solo 24 febbraio 2012, ventiquattro mesi in ritardo rispetto ai cronogrammi progettuali. Secondo quanto era previsto in origine, entro la fine dell’anno in corso dovevano entrare in funzione i quattro terminali a terra: uno alle Hawaii; uno a Norfolk, Virginia; uno in Australia e il quarto a Niscemi. Inoltre, le gigantesche antenne dovevano essere puntate e comunicanti con due dei quattro satelliti geostazionari programmati. Si è però verificato un impressionante numero di “imprevisti” tecnici, sono falliti numerosi test, sono state aggiunte soluzioni alternative per le apparecchiature terrestri e spaziali ed è stato modificato il link con la più potente centrale di spionaggio planetario, la NSA - National Security Agency USA. Alla fine si è pure scoperto un macroscopico errore progettuale: i quattro satelliti previsti erano insufficienti a garantire la copertura di tutti i continenti. E i produttori si sono dovuti presentare al Congresso per chiedere un finanziamento straordinario di 340 milioni di dollari per realizzarne un quinto.

Stando ai programmi rivisti e corretti, le infrastrutture terrestri saranno pienamente funzionanti solo entro il primo trimestre 2013, mentre i satelliti verranno lanciati in ordine uno all’anno (il secondo entro la fine del 2012, il terzo nel 2013, il quarto nel 2014, l’ultimo entro l’ottobre del 2015).  Il programma MUOS è stato affidato nel 2002 alla Lockheed Martin, la più potente delle compagnie USA del comparto difesa, produttrice dei famigerati cacciabombardieri F-35, oltre 126.000 dipendenti e un fatturato annuo di 45,8 miliardi di dollari. In qualità di prime contractor, la controllata Lockheed Martin Space Systems di Sunnyvale (California) ha il compito di progettare e realizzare quasi tutte le componenti e le apparecchiature dei sistemi terrestri e satellitari. Alla realizzazione del sistema MUOS partecipano pure General Dynamics C4 Systems (Scottsdale, Arizona), chiamata ad installare le mega-antenne satellitari e a curare il collegamento tra i quattro distinti segmenti terrestri; Boeing Defense Space and Security (El Segundo, California), per la messa in funzione e la verifica di compatibilità del sistema; Harris Corporation (Melbourne, Florida) per la fornitura della rete dei riflettori; la filiale texana della svedese Ericsson per la costruzione di alcune porzioni del segmento integrato terrestre.

Il costo complessivo del MUOS è ancora un mistero. In alcuni documenti ufficiali si fa riferimento a una spesa complessiva di 3,26 miliardi di dollari. Un dato a cui non crede assolutamente il Government Accountaibility Office (GAO), la Corte dei Conti degli Stati Uniti d’America, che in un report del marzo 2011 sui sistemi d’arma in via di acquisizione dal Pentagono ha stimato un costo finale non inferiore ai 6 miliardi e 830 milioni di dollari, salvo altri colpi di scena.

L’iter di realizzazione del terminale terrestre MUOS a Niscemi prende il via il 27 settembre 2005, quando l’Ambasciata USA di Roma invia al Ministero della difesa italiano la richiesta del Comando di NAVFAC Europe and South West Asia (Napoli-Capodichino) d’installare nella grande stazione aeronavale di Sigonella uno dei terminali terrestri del nuovo sistema satellitare. Nonostante si tratti di un programma altamente strategico, di proprietà delle forze armate statunitensi, le caratteristiche e le implicazioni del sistema MUOS non vengono discusse in Consiglio dei ministri, né il Ministero della difesa sente il dovere di presentarlo in Parlamento. A valutare la scarna documentazione è chiamato il III reparto – Politica militare e pianificazione dello Stato Maggiore della difesa (Roma) che il 9 marzo 2006 dà la propria autorizzazione.

Intanto la Marina degli Stati Uniti, preoccupata dei possibili effetti negativi delle microonde del MUOS sul traffico aereo militare, aveva deciso di dirottare il nuovo impianto di telecomunicazioni nella stazione NRTF - Naval Radio Transmitter Facility di Niscemi e informava il comandante del 41° Stormo dell’Aeronautica italiana di stanza a Sigonella, che a sua volta inoltrava a Roma la scheda relativa al nuovo progetto di Niscemi, annotando che l’Aeronautica non aveva «nulla contro per quanto concerne il posizionamento del MUOS, fermo restando le opportune verifiche di impatto tecnico-strumentale ed ambientale». Il 31 ottobre 2006 la Direzione generale dei lavori e del demanio del Ministero della difesa approvava in via definitiva la richiesta del Comando US Navy, precisando che «lo Stato Maggiore della Difesa ha espresso il non interesse delle Forze Armate italiane alla futura acquisizione delle opere in caso di dismissione statunitense». Restava solo da ottenere le autorizzazioni da parte della Regione Siciliana, in quanto i lavori per l’installazione delle nuove antenne avrebbero interessato un’area di 2.509 m2 ricadente in zona B della riserva naturale “Sughereta” di Niscemi, Sito di Importanza Comunitaria (SIC), rientrante - secondo il manuale delle linee guida per la gestione dei Siti Natura 2000 del Ministero dell’ambiente - nella tipologia «a dominanza di querceti mediterranei».

Il 24 gennaio 2007, il comando dell’Aeronautica militare di Sigonella inoltrava il progetto MUOS all’Assessorato regionale territorio e ambiente. Dopo il rilascio di un’autorizzazione di massima da parte del Servizio per i beni paesaggistici naturali ed urbanistici della Regione, nell’attesa del progetto esecutivo e dalla relazione paesaggistica, il 14 giugno 2007 l’Assessorato competente inviava copia del documento all’allora sindaco di Niscemi, Giovanni Di Martino.

Il 3 aprile 2008, l’Assessorato territorio e ambiente della Regione provvedeva a trasmettere al Comune di Niscemi copie dei progetti del sistema di trasmissione satellitare e per un «nuovo impianto per mitigazione dei problemi di erosione superficiale e protezione dagli incendi nell’area della postazione radiotrasmittenti della Marina Statunitense». Un mese e mezzo più tardi, il Comune riceveva dall’Aeronautica militare la relazione paesaggistica e la valutazione di incidenza ambientale predisposta dal Comando US Navy. Il 9 settembre 2008, fu convocata a Palermo una conferenza di servizi, a cui parteciparono pure due funzionari del Comune di Niscemi, che espresse all’unanimità parere favorevole sulla compatibilità ambientale del MUOS.

Sotto la spinta delle crescenti mobilitazioni popolari, l’Amministrazione comunale affidò a tre professionisti siciliani (Donato La Mela Veca, Tommaso La Mantia e Salvatore Pasta), l’incarico di studiare i possibili impatti del MUOS sulla flora e la fauna dell’importante area protetta “Sughereta”. La relazione fu consegnata il 10 ottobre 2009 e convinse il sindaco di Niscemi a disporre l’annullamento in autotutela dell’autorizzazione ambientale rilasciata l’anno prima. La relazione tecnica definì incompleta e di scarsa attendibilità la valutazione d’incidenza ambientale presentato dalla Marina militare statunitense, mentre la documentazione allegata fu bocciata perché discordante, insufficiente e inadeguata e nel progetto furono individuate gravi lacune ed omissioni.

Ciononostante i lavori furono affidati sin dalla primavera del 2008 ad un consorzio d’imprese denominato Team MUOS Niscemi, guidato dalla Gemmo S.p.A. di Arcugnano (Vicenza), ma sono iniziati solo dopo il parere favorevole dell’Assessorato regionale al territorio ed ambiente, emesso l’1 giugno 2011 senza tenere minimamente conto delle norme di attuazione previste dal Piano territoriale paesistico della Provincia di Caltanissetta per la riserva naturale di Niscemi. «Abbiamo rilevato alcune problematiche sulla conduzione delle opere di sbancamento», denunciano i rappresentanti del Movimento No MUOS. «Negli elaborati grafici del progetto, la dislocazione delle piattaforme per le antenne non corrisponde con quelle in costruzione. Nelle tavole le basi erano disposte lungo una direttrice nord-sud, mentre la loro realizzazione è in direzione est-ovest. Non sappiamo se siano mai state approvate varianti in corso d’opera al progetto. Se non è così, i lavori non sono coerenti con le autorizzazioni rilasciate. Di sicuro questa modifica, per il profilo del terreno, ha comportato un maggiore volume di terra movimentata e di conseguenza un più pesante impatto sull’ambiente e il territorio. È perfettamente visibile, poi, la distruzione di essenze arboree tutelate. La scomparsa di parte della macchia mediterranea è provata anche dalle foto satellitari in nostro possesso, scattate prima dell’inizio dei lavori».

«L’entità delle trasformazioni in atto denotano una gravissima manomissione dell’ambiente con l’aggravante di esplicarsi a danno di un’area protetta di interesse internazionale», commenta amaramente il responsabile del C.E.A. di Niscemi, Salvatore Zafarana. «Nei suoli interessati dalla megastruttura è stato stroncato un processo di successione ecologica positivo che aveva portato alla colonizzazione dei suoli sabbiosi e steppici con specie cespugliose di gariga mediterranea. La superficie destinata ad accogliere il MUOS, unita a quella occupata dalle 41 antenne erette a partire dagli anni ‘90, hanno vanificato ogni possibilità di collegamento delle aree boscate più meridionali di contrada Pisciotto con quelle più a nord di Apa, Ulmo e Vituso e con il residuo bosco di Carrubba ad est. Ad essere definitivamente compromessi sono i lotti boscati di Mortelluzzo e Valle Porco, di limitate estensioni ma di indiscusso pregio naturalistico e paesaggistico».

Ai danni ambientali si è aggiunto l’aggiramento dei protocolli istituzionali in tema di legalità e opere pubbliche. Con l’avvio dei lavori, è comparsa come subappaltatrice la “Calcestruzzi Piazza Srl”, società sotto osservazione da parte degli organi inquirenti per presunte contiguità criminali.

Secondo il senatore Giuseppe Lumia (Pd) che il 14 febbraio 2012 ha presentato una specifica interrogazione ai Ministri della difesa e dell’interno, la Calcestruzzi Piazza ha come amministratore unico Concetta Valenti, il cui marito convivente è Vincenzo Piazza, che, in base ad indagini della Direzione distrettuale antimafia (DDA) di Caltanissetta nonché ad altri elementi info-investigativi segnalati dalle Forze dell’ordine, apparirebbe fortemente legato al noto esponente mafioso del clan Giugno-Arcerito, Giancarlo Giugno, attualmente libero a Niscemi.

Il senatore Lumia rileva che nel corso dell’indagine Atlantide-Mercurio della procura antimafia di Caltanissetta (gennaio 2009) sono emersi contatti del Piazza con esponenti mafiosi» che «evidenziano ingerenze e condizionamenti di Cosa nostra nell’appalto per i lavori di recupero, consolidamento e sistemazione a verde dell’area sottostante il Belvedere, commissionati dal Comune di Niscemi. Il 7 novembre 2011, la Prefettura di Caltanissetta ha reso noto che dopo le verifiche disposte dalle normative in materia di certificazione antimafia, sono emersi elementi tali da non potere escludere la sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi della sopracitata società. Alla base del pronunciamento prefettizio, i contenuti di un rapporto della Divisione Polizia anticrimine della Questura di Caltanissetta del 6 ottobre 2011, e di quello della Sezione Criminalità organizzata della stessa Questura del 27 dicembre 2010.

A seguito dell’intervento prefettizio, il 25 novembre 2011 il dirigente dell’Area servizi tecnici della Provincia regionale di Caltanissetta ha sospeso la “Calcestruzzi Piazza” dall’Albo delle imprese per le procedure di cottimo-appalto. Venti giorni dopo anche il capo ripartizione per gli Affari generali del Comune di Niscemi ha disposto l’esclusione della società dall’elenco dei fornitori e dall’Albo delle imprese di fiducia. I Piazza hanno presentato ricorso al TAR di Palermo che ha però confermato la legittimità dei provvedimenti adottati dagli enti locali.

 
Scheda preparata dal peace researcher Antonio Mazzeo per conto della Delegazione di sindaci e rappresentanti dei Comitati No MUOS in audizione a Roma (11 settembre 2012) davanti alla Commissione Difesa della Camera dei Deputati e del Comitato d’inchiesta sull’uranio impoverito del Senato della Repubblica.