I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

venerdì 31 agosto 2012

Base Pluto, i conti non tornano: la denuncia del reporter Mazzeo


Al Festival No Dal Molin si parla del problema a monte dello stesso Dal Molin e della base Pluto tornata agli onori della cronaca: le servitù militari, che in Italia equivalgono agli insediamenti delle forze armate statunitensi e Nato. Relatore Antonio Mazzeo, giornalista siciliano che, oltre a indagare sulle collusioni fra mafia politica ed economia specialmente degli appalti e opere pubbliche (è autore di “I Padrini del Ponte” sullo Stretto, di questi giorni è la querela dal Comune messinese di Falcone per un articolo di denuncia), da quando era volontario pacifista nel Campo per la Pace di Comiso nel 1983 e cominciava a pubblicare i suoi primi pezzi sul Manifesto s’interessa del tema della militarizzazione del territorio (suo è anche un altro libro, “Sicilia armata”, sulle installazioni italiane, americane e Nato nell’isola).

A Vicenza c’è una delle sedi nevralgiche della suddivisione del mondo in zone geopolitico-militari da parte degli Usa: l’US Africom. Partiamo da qui.

Nei processi di ristrutturazione delle forze degli Stati Uniti nel mondo, a Vicenza nel 2008 è stato stabilito il comando di quelle terrestri per lo scacchiere africano, mentre la base centrale è in Germania. La decisione discende dalla trasformazione della vecchia Setaf, che aveva come quadrante l’Est, nell’ottica del trasferimento dell’attenzione verso il Sud del globo, partita ancor prima della fine della Guerra Fredda, nel 1974. A Napoli c’è il comando delle forze navali e a Sigonella le unità di pronto intervento dei Marines.

In pratica, per quanto riguarda le truppe di terra, quando scoppia una guerra nel continente africano gli ordini partono da Vicenza.

Esatto, il comando è già operativo, ad esempio in Somalia dove gli Stati Uniti forniscono consiglieri e addestramento alla forza internazionale, e nella zona dei Grandi Laghi dove opera qualche centinaio di unità. A Vicenza vengono anche addestrati i militari dei contingenti africani.

Le servitù militari, stando al titolo del dibattito di stasera, sono considerate una polveriera, una potenziale minaccia. In cosa consiste concretamente questa minaccia?

L’Italia è la punta di lancia di un sistema militare che nel nostro paese ha visto un’escalation a fronte di una de-militarizzazione negli altri paesi europei, e il suo territorio vede dei veri e propri “poli”, non più semplici basi singole: c’è Vicenza-Aviano, c’è il polo pugliese, c’è Sigonella-porto di Augusta-Niscemi, c’è la Sardegna, che è una discarica e un laboratorio di armi, c’è la Toscana con Pisa-Livorno, c’è Napoli. Questo significa che siamo proiettati su tutti i conflitti militari della zona africana e non solo, siamo in prima linea com’è già successo per i bombardamenti in Libia, e come reazione potremmo essere vittime del terrorismo internazionale. Poi ci sono anche pericoli per la sicurezza: per esempio la Sicilia è la capitale mondiale delle esercitazioni di aerei senza pilota, e questo comporta rischi per i voli civili, che tra l’altro vengono pure limitati di numero. Infine pensiamo all’impatto urbanistico, ambientale e idrico, a Vicenza come a Pisa. E non dimentichiamo il problema storico della sovranità limitata, che vuol dire democrazia limitata.

La sovranità nazionale menomata è un argomento-tabù, infatti.

Io credo che il fatto che non se ne parli sia dovuto ad una scelta trasversale, è scientifico. Se la gente avesse piena coscienza non ci sarebbero solo nuclei di resistenza, ma la lotta alle basi sarebbe un obbiettivo della politica. La responsabilità è di quest’ultima e del complesso militar-industriale italiano che con gli Stati Uniti, e penso in particolare a Finmeccanica, ha un patto: accondiscendenza in cambio della possibilità per le nostre imprese di esportare negli Usa.

A Vicenza si trova pure la sede della Gendarmeria Europea (Eurogendfor) nella caserma Chinotto. L’Europa è in stato di sudditanza rispetto agli Stati Uniti?

Non c’è più uno scenario da anni ’50 con gli Stati Uniti che dominano e gli altri paesi servi, le cose sono più articolate. Si è visto in Libia come ci siano conflitti interni all’Alleanza Atlantica, lo si vede oggi per Siria e Iran. In Africa, Washington deve contrastare la concorrenza di Cina e Russia, e anche una certa ricolonizzazione di Gran Bretagna e Francia. Sulla Gendarmeria bisogna far chiarezza: non è dell’Unione Europea, ma una polizia militare che nasce per un accordo fra pochi Stati europei. Il suo trattato istitutivo, approvato in Italia all’unanimità, conferisce poteri spropositati e in violazione dei principi costituzionali. Per capirci, se un magistrato italiano volesse verificare eventuali abusi non potrebbe neanche entrare nella Chinotto. Lì dentro si addestrano le unità di polizia per reprimere i conflitti sociali: laboratori in questo senso, ad esempio, sono l’Iraq e l’Afghanistan.

Esiste un legame fra Eurogendfor e US Africom?

Esiste: la Chinotto è gestita dai Carabinieri con i finanziamenti dell’Africom.

Il Pentagono non solo costruisce la nuova base al Dal Molin, ma nel Vicentino potenzia il sito Pluto di Longare, dove sorgerà un centro per l’addestramento di 5 mila metri quadrati. Così la stampa locale, che, evidentemente su fonti statunitensi, attribuisce al nuovo edificio un costo di 26,2 milioni di dollari. A Mazzeo quest’ultimo dato non convince.

Nel 2000 doveva essere convertito a uso civile, dal 2007 a oggi è stato pienamente operativo e quindi si tratta di un’accelerazione di un processo già avviato. Nel budget di previsione 2013, e cito dati ufficiali del Congresso, sono presenti due stanziamenti: “Camp Ederle Barracks”, ossia nuove caserme nella Ederle, che viene tutt’altro che dismessa o ridimensionata, del valore di 36 milioni di dollari, e “Army Italy Vicenza Simulations Center”, di 32 milioni di dollari (mentre ad Aviano andranno 9 milioni e 400 mila dollari per un centro di addestramento per gli F16). Il Simulations Center potrebbe corrispondere al nuovo centro di Longare, ma non combaciano le cifre. Un altro, ennesimo mistero di Site Pluto.

Articolo-intervista di Alessio Mannino, pubblicata su NuovaVicenza.it il 29 agosto 2012, http://www.nuovavicenza.it/2012/08/base-pluto-i-conti-non-tornano-la-denuncia-del-reporter-mazzeo/

lunedì 27 agosto 2012

Il nuovo volto aggressivo di US Army Africa Vicenza


Passa da Vicenza la tappa clou del processo di ammodernamento strategico dell’esercito degli Stati Uniti d’America. Con l’obiettivo di disporre di truppe sempre più versatili, flessibili, rapide ed efficienti, il Comando centrale di U.S. Army ha annunciato che nel marzo 2013 verrà attivata una brigata di tremila uomini per operare in Africa nell’ambito di un programma pilota denominato regional alignment concept. Si tratterà di un primo test del nuovo modello strutturato su basi rotatorie, che - secondo il Pentagono - consentirà di predisporre di un adeguato numero di soldati pronti ad intervenire per “brevi missioni principalmente finalizzate all’addestramento e alla formazione militare”. La “rotazione” della nuova brigata allineata regionalmente sarà condotta da U.S. Army Africa, la componente terrestre del comando statunitense per le operazioni nel continente africano (Africom), di stanza a Vicenza. Secondo quanto specificato dal portavoce Africom di Stoccarda, dalla prossima primavera, i militari della nuova task force saranno impegnati in diversi “tour” in Africa “per addestrare a sostenere le truppe locali”. I singoli interventi dureranno “da un paio di settimane a qualche mese” e “includeranno missioni multiple in luoghi differenti”. Il concetto strategico relativo alle regionally aligned forces verrà poi esteso alla regione mediorientale e al Pacifico.

La 2^ brigata da combattimento della fanteria, denominata Dagger Brigade (“brigata pugnale”) sarà la principale unità che verrà utilizzata per le missioni “pilota” di U. S. Army Africa. “Gli uomini della Dagger Brigade 2/1ID, per buona parte del tempo che saranno assegnati ad Africom rimarranno a Fort Riley, Kansas”, ha dichiarato Andrew Dennis, un colonnello britannico che sta lavorando per l’esercito statunitense come capo-divisone per le “politiche di difesa e cooperazione”. “I team che andranno in Africa potrebbero essere molto piccoli, a livello di compagnia, ad esempio. Essi potrebbero essere coinvolti in missioni di basso livello o con un’organizzazione più strutturata, e partecipare pure a vere e proprie esercitazioni”.

La nuova visione operative e strategica dell’esercito statunitense è stata commentate da Lesley Anne Warner, analista di questioni africane per il Centro per gli Studi Strategici di Washington. “Per la prima volta da quando  è stato costituito il comando unificato per il continente africano nell’ottobre 2008, ad Africom verranno assegnate a rotazione forze da combattimento che verranno trasferite dalle basi continentali Usa a luoghi prescelti in Africa”, scrive la Warner. “L’applicazione della Regionally Aligned Brigade indica che i militari riconoscono la necessità di sviluppare un più efficiente sistema di gestione della forza e di sperimentare un più ridotto e leggero concetto operativo. Così facendo, si tenterà di mantenere una presenza globale rivolta contro le minacce transnazionali tenendo ben presente le lezioni apprese dal lavoro con le forze di sicurezza locali in Iraq e in Afghanistan nell’ultimo decennio”.

Il concetto relativo alla nuova brigata regionale consentirà inoltre al Comando Africom di espandere le piccole missioni attualmente in corso, prime fra tutte quelle dirette dallo Special Forces Command - Africa (SOCAFRICA) e dall’U.S. Marine Forces - Africa (MARFORAF). “Un esempio di queste operazioni include lo schieramento di cento uomini delle forze speciali per l’addestramento e la consulenza della task force composta da quattro paesi, Uganda, Repubblica Centroafricana, Repubblica democratica del Congo e Sud Sudan, che opera per catturare il leader del Lord’s Resistance Army, Joseph Kony”, aggiunge l’analista del Centro di Studi Strategici. “L’altro esempio è rappresentato dal Marine Corps Special Purpose - Air Ground Task Force, la componente specializzata aerea e terrestre del Corpo dei marines, composta da poco più di 200 uomini e organizzata in piccole unità, che viene impegnata dalla base di Sigonella, in Italia, nella conduzione di interventi di cooperazione alla sicurezza e nel potenziamento delle capacità di risposta per crisi limitate”.

L’attivazione della nuova brigata Usa si accompagna al rafforzamento delle capacità di pronto intervento e proiezione delle unità di U.S. Army Africa di stanza a Vicenza. Qualche mese fa, nella cittadina veneta è stata attivata una piccola unità, l’Headquarters and Headquarters Battalion, per fornire i servizi di supporto logistico a tutto il personale dell’esercito impegnato nel continente africano. Nel corso della prima settimana di giugno, a Vicenza e nella base aerea di Aviano, è stata sperimentato per la prima volta l’impiego del Contingency Command di U.S. Army Africa (CCP), il comando mobile destinato a dirigere i futuri strumenti di coordinamento e comunicazione per assicurare “risposte flessibili e variegate” alle richieste di “dislocamento dei reparti, di assistenza umanitaria o di evacuazione di non-combattenti”. “Le versioni del CCP possono essere configurate sia su un team di collegamento di una decina di persone che in un vera e propria task force di comando congiunto a supporto di oltre cento persone per un’operazione di U.S. Africom”, ha spiegato il sergente maggiore David Brasher, a capo del CCP. “L’esercitazione realizzata a Vicenza ed Aviano ha certificato la capacità del Contingency Command di U.S. Army Africa nel dislocare un comando avanzato con il relativo equipaggiamento grazie all’impiego di un aereo cargo C-17. Il CCP adesso è pronto ad operare ovunque sia necessario, in tutto il continente africano. Ci toccherà poi certificare la giusta combinazione aerea per imbarcare i nostri rifornimenti in modo da pianificare e realizzare le nuove missioni con la massima efficienza”.

Il potenziamento operativo di U.S. Army Africa è stato sottolineato dal generale David R. Hogg, a capo delle forze terrestri di stanza a Vicenza sino allo scorso mese di agosto. “Con sempre più soldati, U.S. Army Africa continuerà a rafforzare i propri legami con i militari e i governi della regione, insegnando tattiche di guerra, formando nel campo della logistica e della sanità, così come combattendo la fame, le malattie e il terrorismo”, ha dichiarato Hogg. “L’esercito statunitense consente attualmente ai propri soldati d’intervenire solo in 46 dei 54 stati africani a causa dei pericoli alla loro sicurezza. In occasione di una recente esercitazione, i militari Usa hanno addestrato le forze armate ugandesi a rifornire per via aerea i commandos che nelle foreste incalzano i ribelli del Lord’s Resistance Army, milizia accusata di aver commesso atrocità in Africa centrale. Oggi, con l’autorizzazione del governo dell’Uganda, un centinaio tra militari e civili statunitensi, inclusi due team da combattimento, comando, comunicazioni e logistica, forniscono informazioni, consulenze e assistenza alle forze armate partner che lottano sul campo contro Joseph Kony”.

Grazie al finanziamento del Dipartimento di Stato, i militari di U.S. Army Africa stanno pure assicurando l’addestramento delle truppe dei paesi africani destinate alle controverse missioni di peacekeeping in Somalia e alla “protezione dei convogli” e al “contrasto di dispositivi esplosivi improvvisati” in Corno d’Africa. Nel prossimo futuro, sempre secondo il generale Hagg, l’esercito statunitense “dovrà partecipare a corsi militari in Africa, nella scuola francese di sopravvivenza nel deserto di Gibuti e nella jungla di Ghana e Gabon”.

Da Stoccarda, i comandanti Africom precisano tuttavia di non avere intenzione, a medio termine, di stabilire “basi permanenti” nel continente. Oggi, gli Stati Uniti possiedono in Africa un Forward Operating Site “semipermanente” a Camp Lemonnier (Gibuti), dove sono stati schierati più di 2.000 uomini della Combined Joint Task Force-Horn of Africa (CJTF-HOA). L’infrastruttura è utilizzata per le operazioni militari Usa in Corno d’Africa, nel Golfo di Aden e in Yemen ed è stata concessa in leasing dal governo locale sino al 2015 con la possibilità di proroga sino al 2020. Un’altra base operativa avanzata di AFRICOM è presente nell’isola dell’Ascensione, possedimento britannico nell’Atlantico meridionale. Tra le proprie facility logistiche e di supporto, il Comando di Stoccarda annovera poi le stazioni aeronavali di Rota (Spagna) e Sigonella (Sicilia), Aruba (Antille olandesi), Souda Bay (Grecia) e Ramstein (Germania).

Le forze armate statunitensi hanno inoltre libertà di accesso a un imprecisato numero di basi aeree e porti in Africa e hanno stabilito una serie di facility pronte ad essere occupate in caso di necessità e gestite normalmente dagli eserciti locali. Denominate dal Dipartimento della difesa Cooperative Security Locations (CSL), esse si trovano in Algeria, Botswana, Gabon, Ghana, Kenya, Mali, Namibia, Sao Tomé e Principe, Sierra Leone, Tunisia, Uganda e Zambia. Africom mantiene pure uffici di rappresentanza e collegamento  nei quartier generali dell’Unione Africana in Etiopia, di Ecowas in Nigeria, del Kofi Annan International Peacekeeping Training Center in Ghana e dell’International Peace Support Training Center in Kenya. Secondo un’articolata inchiesta pubblicata di recente dal Washington Post, i militari Usa disporrebbero in Africa pure di alcune basi aeree per il decollo di velivoli-spia con e senza pilota. Il centro d’intelligence che coordina il sistema d’intelligence si troverebbe in Burkina Faso: sotto la copertura di un programma segreto di sorveglianza denominato in codice Creek Sand, una decina di militari e contractor statunitensi opererebbero stabilmente all’interno della zona militare dell’aeroporto internazionale di Ouagadougou. Gli aerei-spia decollerebbero pure dal Mali, dalla Mauritania, dall’Etiopia, da Gbuti, dal Kenya, dall’Uganda e dall’arcipelago delle Seychelles (Oceano Indiano). Un’altra base top secret dovrebbe essere attivata prossimamente pure in Sud Sudan.
L’eccellenza bellica di U.S. Army Africa Vicenza è confermata dal profilo del nuovo comandante nominato poco meno di un mese fa. Si tratta del generale Patrick J. Donahue, in arrivo dal Training and Doctrine Command di Langley-Eustis, Virginia. L’alto ufficiale ha diretto numerose unità di assalto aviotrasportate e di fanteria meccanizzata; è stato membro dell’equipe che ha pianificato le operazioni di guerra in Iraq e, dopo aver lasciato Baghdad nel maggio 2003, ha assunto il comando della 1^ Brigata della 82^ divisione aviotrasportata a Kandahar, Afghanistan, in supporto dell’Operazione Enduring Freedom. Dopo un’ulteriore missione in Iraq nel 2004, nel biennio 2005-05 il generale Donahue ha ricoperto l’incarico di Comandante della regione orientale della forza multinazionale in Afghanistan, dirigendo sanguinose operazioni di “contro-insorgenza” nell’area di Khost. Adesso per il militare è giunta l’ora d’intervenire nel “caldo” continente africano.

giovedì 23 agosto 2012

Marina italiana per le campagne di guerra USA in Africa


Tour estivo in Africa orientale per la fregata “Scirocco” della Marina militare italiana. Dal 14 al 20 agosto, l’unità della classe Maestrale con 225 uomini di equipaggio, svariati sistemi missilistici e due elicotteri AB-212 ha sostato nel porto di Dar Es Salaam in Tanzania, per condurre un corso di addestramento a favore di una cinquantina di ufficiali tanzaniani. Le attività, svolte in parte a bordo dell’unità e in parte nella locale Scuola navale, sono state finalizzate a migliorare la conoscenza dei militari africani nel settore della navigazione e della condotta d’imbarcazioni, della “difesa passiva”, della “proliferazione degli ordigni esplosivi improvvisati” e del pronto soccorso. Al corso hanno partecipato pure due ufficiali della marina di Gibuti, il piccolissimo stato del Corno d’Africa che ospita la maggiore installazione da guerra delle forze armate Usa nel continente africano.

Il comunicato emesso dallo Stato maggiore della Marina militare italiana spiega che la missione in Tanzania rientra nel progetto Africa Partnership Station “che ha lo scopo di rafforzare i rapporti di collaborazione con alcuni Paesi africani, attraverso molteplici attività di supporto e formazione, dirette ad incrementare e sviluppare le capacità operative nel campo della Difesa e della Sicurezza marittima”. Nella nota, gli ammiragli omettono però di ricordare che l’Africa Partnership Station (APS) è uno dei programmi chiave di AFRICOM, il Comando Usa per le operazioni in Africa. Sotto la direzione dell’U.S. Naval Forces Europe-Africa (NAVAF), il comando navale con sede a Napoli, l’APS ha preso il via nel 2008 nel Golfo di Guinea per poi estendersi a tutti mari del continente africano. Attualmente coinvolge più di una trentina di paesi del continente nero, dell’Europa e dell’America latina con il principale obiettivo di “favorire lo sviluppo delle nazioni africane nel campo della sicurezza marittima e del contrasto al fenomeno del terrorismo internazionale, della pirateria, del traffico di droga e di altre attività criminali”.

Sempre secondo gli strateghi di U.S. AFRICOM, l’Africa Partnership Station si è “progressivamente evoluto da una serie di visite di unità navali statunitensi nei porti africani ad un insieme di operazioni addestrative regionali a terra e in mare”. L’APS, aggiungono i militari, “s’ispira sul principio che una reale sicurezza marittima beneficerà tutte le nazioni e contribuirà allo sviluppo e alla prosperità economica e contribuirà a fare da deterrente alle violente ideologie estremiste nel continente”. Ancora uno strumento da guerra dunque per assicurare la penetrazione politica, militare e finanziaria nordatlantica in Africa sotto la direzione di Washington.    

Attualmente i principali elementi operativi di APS includono l’Africa Maritime Law Enforcement Program (AMLEP), una missione condotta congiuntamente da U.S. Naval Forces Europe-Africa NAVAF – Napoli, dal Comando atlantico della Guardia coste degli Stati Uniti e da diverse marine militari e guardiacoste africane e da una serie di esercitazioni multilaterali annuali denominate “Express” (Obangame Express, Saharan Express, Cutlass Express e Phoenix Express). L’ultima edizione di Phoenix Express (E12), in particolare, si è tenuta nel maggio 2012 nelle acque del mar Ionio e del Mediterraneo orientale e ha visto la partecipazione delle marine militari di Algeria, Croazia, Egitto, Grecia, Italia, Libia, Marocco, Spagna, Tunisia, Turchia e Stati Uniti d’America. L’esercitazione è stata supervisionata dalla Task Force 68 della VI Flotta, dal 1st Fleet Anti-terrorism Security Team del Corpo dei Marines schierato sulla fregata missilistica “USS Simpson” e da altri reparti specializzati Usa inviati per l’occasione presso il NATO Maritime Interdiction Operations Center di Souda Bay, nell’isola di Creta.

“L’esercitazione marittima multinazionale PE12 con le forze navali del sud Europa e del nord Africa è stata voluta per accrescere la cooperazione tra le nazioni partecipanti e migliorare la sicurezza nell’area mediterranea”, ha spiegato il Comando di U.S. NAVAF. “Le attività di addestramento hanno incluso procedure di abbordaggio, l’utilizzo corretto di armi e munizioni, la raccolta e l’elaborazione d’informazioni e intelligence, il rifornimento in mare, la ricerca e il soccorso, le operazioni di elicotteri”.
Per il 2013, AFRICOM prevede d’incrementare ulteriormente le iniziative e i paesi partner di Africa Partnership Station. Secondo quanto deciso all’ultima conferenza di pianificazione APS di Garmisch (Germania), il prossimo anno verranno coinvolte le marine da guerra di Australia, Belgio, Benin, Camerun, Canada, Finlandia, Francia, Gabon, Gambia, Ghana, Gibuti, Kenya, Mauritania, Mauritius, Marocco, Mozambico, Nigeria, Repubblica del Congo, Sao Tomé e Principe, Senegal, Seychelles, Sierra Leone, Spagna, Tanzania, Togo, Tunisia, Uganda e dell’immancabile Italia.

venerdì 17 agosto 2012

Falcone colonia di mafia fra Tindari e Barcellona Pozzo di Gotto

 
Nel cuore di una delle zone nevralgiche della nuova mafia, una tranquilla cittadina di provincia che tanto tranquilla non è…

Poteva essere il paradiso. Invece è cemento, cemento, cemento. A destra ci sono la rocca con le rovine e il santuario di Tindari e la straordinaria riserva naturale dei laghetti di Marinello. Dalla parte opposta si scorgono il promontorio di Milazzo e i Peloritani. Di fronte l’azzurro del Tirreno e nello sfondo, nitide, le sette isole Eolie. Falcone, cittadina della provincia di Messina con meno di 3.000 abitanti, poteva essere una delle perle turistiche, ambientali e paesaggistiche della Sicilia. Il territorio, però, è irrimediabilmente deturpato da orribili complessi abitativi, alverari-dormitori per i sempre più pochi turisti dei mesi estivi. Del peggiore, risalente all’inizio degli anni ’80, nessuno ricorda più il nome originale. Lo si conosce come il “Casermone”, una miriade di miniappartamenti di appena 50 mq, a due passi dal mare. Vicine alle spiagge sempre più erose dalle correnti e dalla moltiplicazione di porti e porticcioli sorgono altre strutture soffocanti e impattanti. Ma alla furia di progettisti e costruttori non sono scampate neppure le colline, sventrate da strutture talvolta simili a vere e proprie prigioni per villeggianti.

A colpire ulteriormente il centro abitato e le frazioni collinari ci hanno pensato pure un terremoto nel 1978 e, l’11 dicembre 2008, l’alluvione generata dallo straripamento del torrente Feliciotto. Gli interventi post-emergenza hanno fatto il resto: ulteriori colate di asfalto e cemento senza che mai si mettesse in sicurezza un territorio ad altissimo rischio idrogeologico, fragilissimo e dissestato. E le speculazioni hanno richiamato la mafia, quella potentissima e stragista di Barcellona Pozzo di Gotto e delle “famiglie” affiliate di Terme Vigliatore, Mazzarrà Sant’Andrea e Tortorici. E Falcone, sin troppo debole dal punto di vista sociale, è divenuta facile preda del malaffare.

Sin dai primi anni ’70, l’economia agricola e il vivaismo erano sotto l’assedio della cosca di Giuseppe “Pino” Chiofalo (poi controverso collaboratore di giustizia). Fu proprio a causa di una tentata estorsione ai vivaisti falconesi che egli venne arrestato per la prima volta nel febbraio 1974, unitamente a Filippo Barresi, uno dei suoi più fedeli affiliati del tempo. Poi l’ecomafia poté ingrassare con i lavori autostradali e ferroviari, le megadiscariche di rifiuti di ogni genere, i piani di urbanizzazione selvaggia, i complessi turistico-immobiliari che volevano scimmiottare il disordinato residence di Portorosa della confinante Furnari. E come Portorosa, ville e villini di Falcone sono stati utilizzati come rifugio per le latitanze dorate di boss e gregari di mafia, palermitani e catanesi. Nel comune hanno risieduto stabilmente criminali e killer efferati, come Gerlando Alberti Junior, condannato in via definitiva per aver assassinato, nel dicembre del 1985, la diciassettenne Graziella Campagna di Saponara, testimone inconsapevole degli affari di droga e armi della borghesia mafiosa peloritana.

Ovvio che il  territorio che non poteva restare indenne dalla guerra tra cosche che tra Barcellona e i Nebrodi farà più di un centinaio di morti tra la fine degli anni ’80 e la prima metà degli anni ’90. Un bagno di sangue per accaparrarsi appalti e sub-appalti di opere pubbliche, gestire cave e discariche, cementificare la costa e i torrenti. Omicidi efferati. Eccellenti. Il 14 dicembre 1987, ad esempio, a Falcone vennero assassinati Saverio e Giuseppe Squadrito, rispettivamente padre e figlio, entrambi pregiudicati e vicini alla criminalità barcellonese. Saverio svolgeva la professione di pescatore, mentre Giuseppe risultava titolare di un’impresa di bitumi. A giustiziare i due, un commando guidato da Pino Chiofalo, giunto nel comune tirrenico qualche ora dopo aver consumato a Barcellona Pozzo di Gotto un altro duplice omicidio, quello di Francesco Gitto, facoltoso commerciante ai vertici della vecchia mafia del Longano, e Natale Lavorini, suo dipendente.

Era originario di Falcone Vincenzo Sofia, inteso “Cattaino”, ucciso il 7 novembre 1991 dopo essere stato sequestrato in un deposito di materiale inerte di Mazzarrà Sant’Andrea. “L’omicidio fu deciso dal mio gruppo per rispondere alla morte di Giuseppe Trifirò “Carrabedda””, ha raccontato il neocollaboratore di giustizia Carmelo Bisognano, già a capo delle “famiglie” di Terme e Mazzarrà. “Ci eravamo convinti che “Cattaino” fosse vicino ai Chiofaliani ed avesse svolto la funzione di sorvegliare i movimenti di “Carrabedda” nel periodo precedente la sua uccisione”. Sofia fu condotto in una chiesa abbandonata nelle campagne di Novara di Sicilia, dove fu finito con un colpo di pistola calibro 7.65 sparatogli in fronte. Il corpo fu poi occultato nel greto del torrente Mazzarrà, in quello che per anni è stato il cimitero della mafia locale. Il 21 maggio del 1992 fu la volta del falegname Angelo Squatrito a cadere vittima di un agguato mafioso mentre si trovava al lavoro a Terme Vigliatore. Domenico Tramontana (grande estortore- gestore di bar e ristoranti a Portorosa, poi assassinato il 4 giugno 2001) e Filippo Barresi, al tempo latitanti, lo avevano scambiato per errore per Nicolino Amante, un amico di Lorenzo Chiofalo, il figlio di don Pino. Il destino di Amante era tuttavia segnato: verrà assassinato in pieno centro a Falcone diciassette giorni dopo.

Il 5 marzo 1996, ad essere ucciso sul lungomare cittadino, fu il barcellonese Felice Iannello, precedenti per truffa e ricettazione e imputato in un procedimento per furto a un deposito di acque minerali. E originari di Falcone furono pure due vittime di lupara bianca: Francesco Micari, fatto sparire la notte del 12 febbraio 1991 e Vincenzo Bertilone, scomparso il 16 maggio 1996.

Il conflitto modificherà l’organigramma delle cosche locali sino a consacrare leader Santo Gullo. Fu Pino Chiofalo, nei primi anni ’90, a rivelare agli inquirenti l’importanza assunta dal malavitoso falconese. “C’era la guerra di mafia con i barcellonesi e il nostro clan necessitava sempre più di armi efficienti e di qualità. Fu quindi per tale ragione che ci portammo a Lesa, in provincia di Novara, dove risiedeva Filippo Barresi. Costui era in stretti rapporti con un tale che risiedendo in quelle zone, era ben introdotto nel giro del grande traffico di armi dalla Svizzera e da altri paesi europei. Costui è originario di Falcone ed è in stretti rapporti con Rosario Cattafi personaggio tra i più influenti nel grande traffico di armi e di valuta, dedito al riciclaggio di denaro a livello internazionale… Se mal non ricordo tale persona si chiama Santino Gullo e nel suo paese d’origine espletava l’attività di lattoniere. So che lo stesso mantiene frequenti contatti con personaggi malavitosi del milanese ove per frequenti periodi ha anche abitato”.

Gullo era legato pure al boss Domenico Tramontana, insieme a cui fu arrestato nel 1997 per una serie di atti estorsivi perpetrati ai danni dei gestori del cantiere navale e della piscina di Portorosa. Condannato in primo grado a 8 anni di reclusione al processo scaturito dall’operazione “Pozzo” e poi assolto in appello, da qualche mese Santo Gullo ha scelto di collaborare con la giustizia. “Ho militato nel gruppo dei mazzarroti e ho commesso una lunga serie di estorsioni ed omicidi”, ha ammesso. “Io ero il responsabile di Falcone e Oliveri e mi relazionavo con il mafioso barcellonese Carmelo D’Amico”. Gullo ha pure parlato dei suoi rapporti criminali con il boss di Mazzarrà, Tindaro Calabrese, e dell’appoggio di quest’ultimo alla latitanza a Portorosa dei palermitani Salvatore e Alessandro Lo Piccolo, i luogotenenti di Bernardo Provenzano poi finiti in manette nel novembre 2007.

A sostituire Gullo a capo delle cosche operanti tra Patti, Montalbano, Falcone e Oliveri, secondo quanto raccontato da Carmelo Bisognano, ci sarebbe oggi Salvatore Calcò Labruzzo, un allevatore originario di Tortorici, ma residente – sino al suo arresto nel giugno 2011 - nella frazione Belvedere di Falcone. “Costui ha due figli, uno di nome Antonino, di professione veterinario, l’altro di nome Francesco, che dovrebbe svolgere la professione di ballerino”, ha raccontato Bisognano. “Anche Salvatore Calcò Labruzzo è stato organico al gruppo dei mazzarroti dal 1989, quando era ancora in vita Giuseppe Trifirò, detto “Carebbedda”. Quando sono uscito dal carcere, mi sono accorto che anche costui era in una posizione apicale e si occupava in particolare di estorsioni, attentati, contatti con i pubblici amministratori. Gullo e Calcò Labruzzo abitavano e operavano nel medesimo territorio ed erano da sempre in buoni rapporti. Dunque è stato del tutto naturale che, una volta che Gullo fu arrestato, il secondo abbia preso il suo posto”.

Bisognano ha pure accennato alle frequentazioni del tortoriciano con i referenti di punta dei mazzarroti, Tindaro Calabrese e Ignazio Artino: “Calcò Labruzzo è in posizione sostanzialmente paritaria con Artino. So che spesso i due si consigliano e che hanno sempre avuto dei buoni rapporti e li hanno tuttora. Si sono suddivisi il territorio. Volendo fare un esempio, per ciò che riguarda il campo dell’eolico, Artino si occupa della messa a posto nei confronti della società Maltauro tramite un ingegnere originario di Montalbano, il quale si è occupato degli espropri. Salvatore Calcò Labruzzo, invece, si occupa della messa a posto nei  confronti delle imprese Cannizzo e Gullino, che operano sempre nell’eolico, in regime di sub-appalto nei confronti della Maltauro”.

L’attivismo di Calcò Labruzzo nel settore del racket è stato rilevato dalla recente inchiesta “Gotha” sullo strapotere delle cosche della fascia tirrenica della provincia di Messina. Secondo gli inquirenti, in concorso con Enrico Fumia, cognato di Carmelo Bisognano, nella primavera del 2008 egli avrebbe imposto il pizzo alla Italsystem Srl di Petralia Sottana, impegnata nei lavori di consolidamento della strada statale 113, nel tratto tra Patti e Falcone. Il presunto boss si sarebbe pure interessato al grande affaire dello smaltimento dei rifiuti. Secondo quanto riferito dal collaboratore Santo Gullo, fu proprio grazie a Salvatore Calcò Labruzzo che intorno al 2000 egli entrò in contatto con l’imprenditore barcellonese Michele Rotella, padre-padrone dei lavori nella megadiscarica dei rifiuti di Mazzarrà Sant’Andrea, condannato qualche mese fa al processo “Vivaio” a 12 anni per associazione mafiosa. “Calcò Labruzzo mi spiegò che Rotella era un amico in tutto e per tutto”, ha raccontato Gullo. Ma stando a Carmelo Bisognano, Santo Gullo e Calcò Labruzzo avevano posto sotto estorsione anche le aziende interessate ai lavori di un’altra importante discarica di rifiuti, quella di contrada Formaggiara, Tripi.

A Falcone, però, si sospetta che Salvatore Calcò Labruzzo possa aver condizionato pure l’esito delle elezioni comunali del 29 e 30 maggio 2011, che hanno riconfermato sindaco l’avvocato Santi Cirella (ex An e Forza Italia, poi Mpa), con una coalizione di ex socialisti, Pdl e Udc (corrente del sen. Giampiero D’Alia). È di questo avviso il candidato a sindaco sconfitto, il bancario Marco Filiti, presidente del Comitato Rinascita Falconese, sostenuto elettoralmente da Sel, Fli ed ex Pdl. E lo sono pure i consiglieri del gruppo d’opposizione Falcone città futura che in un documento inviato il 3 agosto 2011 al Ministero degli interni e al Prefetto di Messina, affermano che “da notizie di stampa maturate a seguito di indagini giudiziarie, si è avuta conferma che elementi che hanno partecipato attivamente e fattivamente alla determinazione dell’esito elettorale amministrativo, risultano coinvolti in tali fatti criminali”.

Malavitosi, per lo più sconosciuti agli ambienti falconesi, avrebbero percorso il paese, casa per casa, per fare incetta di voti. Alcuni di essi sarebbero stati successivamente riconosciuti nei volti comparsi sugli organi di stampa del 25 giugno 2011, con gli arresti delle operazioni antimafia “Gotha” e “Pozzo 2”. “Durante i giorni della campagna elettorale - dichiara Marco Filiti - ho personalmente segnalato sia alla locale Stazione dei Carabinieri di Falcone che alla Questura di Barcellona, il ripetersi di atti vandalici e intimidatori nei nostri confronti, con il danneggiamento sistematico del nostro materiale elettorale e con la comparsa di scritte ingiuriose sui  nostri manifesti: il tutto è evidentemente verificabile dagli atti depositati”.

A destare inquietudine, poi, la vicenda di Maria Calcò Labruzzo, nipote di Salvatore Calcò Labruzzo (è figlia del fratello, anch’esso allevatore), da anni residente a Milano, ma candidatasi con successo alle amministrative in una lista pro-Cirella. Con ben 159 presenze, è risultata la consigliere comunale più votata di tutti i 36 candidati delle tre liste partecipanti. In paese c’è chi ricorda come Maria Calcò Labruzzo abbia fatto da madrina al battesimo della figlioletta di uno dei figli di don Salvatore. Il di lei fratello, Antonio Calcò Labruzzo, il giorno del suo matrimonio, fu invece accompagnato all’altare dalla moglie del boss. “Il fratello di Maria Calcò Labruzzo è pure titolare di una ditta che sino a pochi mesi prima le elezioni è stata beneficiaria di più determinazioni per svariati interventi sul territorio comunale”, ricorda Rinascita Falconese. Alla stessa azienda furono affidati direttamente i lavori di ripristino della vecchia strada a mare per circa 60.000 euro, tra i primi provvedimenti adottati nel 2006 dall’allora neosindaco Cirella. Parte delle opere vennero però eseguite dall’imprenditore di Castroreale, Salvatore Campanino, cognato del consigliere comunale di maggioranza Francesco Paratore (ha sposato la sorella). Il Campanino ha pure eseguito i lavori di demolizione di alcuni fabbricati fatiscenti, affidati per somma urgenza (valore 31.000 euro) alla cooperativa “Aurora” e di cui sarebbero soci alcuni familiari dei Calcò. Per la cronaca, Salvatore Campanino è stato condannato a 8 anni di reclusione al processo “Vivaio” contro le organizzazioni criminali operanti tra Barcellona, Terme Vigliatore e Mazzarrà Sant’Andrea, mentre compare tra gli indagati eccellenti del recentissimo procedimento “Gotha3”, insieme al boss dei boss Rosario Pio Cattafi, Salvatore Calcò Labruzzo, Tindaro Calabrese, ecc. ecc.

Il sindaco Santi Cirella respinge ogni addebito. “Del presunto clima elettorale inquinato, i consiglieri di minoranza non hanno fatto riferimento alcuno né in campagna elettorale, né tantomeno nella fase post elettorale”, spiega nella querela presentata contro gli estensori del documento pubblico. “Lo stesso Filiti, nel suo blog, ha ringraziato la cittadinanza per l’alto senso civico che ha consentito il regolare svolgimento delle elezioni. Ed è comunque destituito di qualsivoglia fondamento che l’elezione della signorina Maria Calcò Labruzzo sia stata determinata da interventi esterni. Persona dotata di alto senso civico, è dottoressa in giurisprudenza, laureata all’Università Bocconi di Milano, ha superato gli esami per l’abilitazione alla professione di avvocato e intende cimentarsi nel concorso in magistratura”.

Per Cirella, la “gestione della cosa pubblica è stata, sempre, caratterizzata dal massimo rispetto delle norme e ispirata ai principi di legalità e trasparenza”. “La passata amministrazione - aggiunge - si è contraddistinta per aver assunto provvedimenti contro la criminalità organizzata, quali l’adesione nel 2007 al protocollo di legalità Carlo Alberto dalla Chiesa. L’attuale, invece, come primo atto ufficiale, ha disposto che la cosiddetta informativa antimafia sia estesa a tutte le gare ad evidenza pubblica, qualunque sa l’importo delle stesse”.

Rinascita Falconese non è d’accordo e segnala la possibilità di un conflitto d’interessi tra l’amministrazione e l’attività di uno dei maggiori imprenditori di Falcone, Sebastiano Sofia. “Dagli atti delle inchieste in corso emerge con evidenza il ruolo del Bisognano nel favorire l’assegnazione ad imprenditori amici delle opere di metanizzazione nei comuni del comprensorio: e proprio in quegli anni il Sofia Sebastiano eseguì tali interventi non solo a Falcone, ma anche in altri paesi vicini” sottolinea Marco Filiti.

Dopo le elezioni amministrative del 2011, il figlio, Giuseppe Sofia, è stato nominato assessore comunale. “Durante la prima legislatura dell’avvocato Cirella, i più stretti congiunti del Sofia hanno ricevuto alcune concessioni edilizie, una delle quali, nel febbraio 2009, su una porzione di territorio collinare della frazione Sant’Anna dichiarata a rischio di dissesto idrogeologico ed, appena tre mesi prima, evacuata nei giorni dell’alluvione del dicembre 2008”, segnala Rinascita Falconese. Alla ditta dei Sofia sono stati affidati pure i lavori di realizzazione del cosiddetto lungomare per la somma di circa 125.000 euro, circostanza oggetto di denuncia di nove consiglieri nella scorsa legislatura. “È inoltre notoria l’amicizia di Sebastiano Sofia con consiglieri e assessori comunali”, aggiunge il comitato. Alcune foto della scorsa primavera, postate su facebook, ritraggono in posa e sorridenti il costruttore accanto al padre e al fratello della neoconsigliere Maria Calcò Labruzzo e all’assessore in carica Giuseppe Battaglia (delega allo sport, turismo, spettacolo, commercio, settori produttivi, sviluppo economico ed occupazione), ex vicepresidente del consiglio comunale di Falcone.

A gettare ombre sulla gestione delle opere pubbliche ci sono pure i collaboratori di giustizia. Deponendo al processo d’appello “Sistema” sul tavolino mafioso degli appalti nel barcellonese, Santo Gullo si è soffermato sulle modalità con cui le imprese di fiducia dei clan vincevano le gare nei “comuni di riferimento” di Oliveri, Falcone e Mazzarrà. “Parlavano col tecnico, si mettevano d’accordo con lui… quando non c’era il tecnico si portavano tante buste e chi vinceva lo dava in subappalto. Poi si facevano regali sostanziosi ai tecnici comunali”.

Ancora più esplicito l’ex boss Carmelo Bisognano al processo “Vivaio”. “Ad occuparci degli appalti eravamo io e i barcellonesi Sem Di Salvo e Maurizio Marchetta”, ha raccontato Bisognano. “Per pilotare alcune gare, si avvicinavano alcuni funzionari pubblici, come i capi degli uffici tecnici di Falcone, tale Fugazzotto e di Mazzarrà Sant’Andrea, geometra Roberto Ravidà”. E sempre relativamente ad Antonio Fugazzotto, responsabile dell’ufficio tecnico di Falcone dalla seconda metà degli anni ’70, Bisognano ricorda di averlo raggiunto in ufficio, intorno al 2000, per discutere dell’appalto dei lavori di canalizzazione delle acque. “Mi sedetti di fronte la sua scrivania e gli dissi senza mezzi termini che l’appalto doveva essere vinto dall’impresa Mastroeni Carmelo, riconducibile alla famiglia barcellonese ed a Sem Di Salvo che mi diede l’incarico di andare dal tecnico comunale. Ovviamente Fugazzotto acconsentì alla mia richiesta perché conosceva la mia fama di personaggio autorevole sul territorio”.

Gli inquirenti hanno potuto verificare che la gara per il rifacimento dei torrenti venne vinta nell’agosto 2002 dall’associazione temporanea tra le imprese barcellonesi N.C.S. Costruzioni sas (di proprietà di Santa Ofria, moglie del mafioso Sem Di Salvo) e CO.GE.CAL. srl, con un ribasso di appena lo 0,2% sull’importo di gara di 471.000 euro. I lavori vennero poi affidati alla Sud Edil Scavi Srl di Merì, rappresentata da Carmelo Mastroeni, a seguito delle rinunce delle aziende vincitrici e dopo che la stessa N.C.S. era stata rilevata dalla CODIM srl di Barcellona Pozzo di Gotto, nella titolarità di Rosa Carpone, moglie di Carmelo Mastroeni.

“Dopo una prima fase di attrito col sindaco Cirella in cui venne esautorato con la nomina a responsabile di un tecnico esterno, dopo la tragica alluvione che colpì Falcone nel 2008, il geometra Fugazzotto è tornato a fare da regista degli interventi che le imprese hanno messo in opera durante e dopo l’emergenza alluvionale”, spiega Marco Filiti. La tragedia fu trasformata da alcune aziende contigue alla criminalità organizzata in occasione per moltiplicare gli affari. Qualche lavoro finì nelle mani dell’immancabile Salvatore Campanino (anch’egli arrestato nell’ambito dell’operazione “Gotha3”) o dell’imprenditore barcellonese Carmelo Trifirò, finito anch’egli in carcere per associazione mafiosa, ma ciò, secondo il Comitato Rinascita Falconese, “non avrebbe impedito all’attuale amministrazione di liquidargli le somme richieste per gli interventi emergenziali”. Nell’ambito dell’inchiesta “Torrente” gli investigatori hanno avuto modo di accertare che in data 18 dicembre 2008, anche la ditta individuale facente capo a Nunzio Siragusano è stata assegnataria dell’esecuzione di lavori di somma urgenza. Nelle carte dei magistrati, l’imprenditore viene definito “soggetto dai numerosi precedenti giudiziari sofferti” e dall’“acclarata contiguità alla consorteria storicamente retta da Bisognano Carmelo”.

L’ultima sorpresa nel piccolo comune tirrenico sa di squadrette, compassi, cappucci e grandi architetti dell’universo. L’odierno vicesindaco di Falcone, Pietro Bottiglieri, è risultato appartenere infatti alla loggia massonica “Ausonia” di Barcellona Pozzo di Gotto, sotto inchiesta dal 2009 per presunta violazione della legge “Spadolini-Anselmi” che vieta la costituzione di associazioni segrete. “Gli obiettivi che si prefiggono non appaiono riconducibili alla conduzione di studi filosofici ed approfondimenti culturali bensì all’acquisizione ed al consolidamento di posizioni di vertice, nei contesti professionali e lavorativi in cui operano, ed incarichi presso strutture sanitarie che forniscono un bacino elettorale a cui attingere di volta in volta nelle competizioni amministrative e politiche, dietro cui staglierebbe, quale promotore e artefice ideatore, la figura del senatore Domenico Nania”, scrivono i magistrati della DDA di Messina nella richiesta di autorizzazione alla perquisizione della superloggia.

Pietro Bottiglieri, dopo aver prestato servizio trentennale quale ragioniere del Comune di Falcone, ha espletato il ruolo di esperto contabile nei Comuni di Terme Vigliatore e Furnari (entrambi poi sciolti per infiltrazioni mafiose). Infine l’ingresso nella politica attiva, prima da candidato a sindaco di Falcone nel 2006 e, dopo la sconfitta, da assessore della prima giunta diretta da Cirella. Con le amministrative 2011, Bottiglieri è divenuto il braccio destro del sindaco rieletto. Ciò nonostante sia divenuta pubblica la deposizione di Santo Gullo su un intervento del barcellonese Carmelo Messina, presunto affiliato al gruppo di Carmelo D’Amico, per comporre un rapporto estorsivo che le cosche locali intendevano imporre alla tabaccheria di proprietà dell’odierno amministratore. “Nel 1995 io ed il Calcò Labruzzo abbiamo avvicinato Pietro Bottiglieri”, ha esordito Gullo. “Egli temporeggiò e contattò tale Mida Nunzio, soggetto che si occupava di estorsioni ed amico dei fratelli Ofria… Sem Di Salvo contattò Carmelo Messina e gli disse di comunicare al Bottiglieri di pagare a me ed a Calcò Labruzzo, dal momento che era sempre la stessa cosa. Ricordo che Di Salvo disse o a Barcellona o a Falcone non cambia niente, tanto i soldi vanno a finire sempre alla stessa famiglia”.        

“Proprio quest’ultima circostanza evidenzia in maniera inconfutabile che all’interno della coalizione a sostegno del Cirella c’è chi è pienamente consapevole del ruolo di primo piano del Calcò nell’ambito della malavita organizzata” sottolinea Rinascita Falconese. “Abbiamo chiesto all’on. Rita Borsellino di sollecitare il Prefetto di Messina ad attenzionare con urgenza la vita amministrativa della cittadina”, spiega il presidente. “L’europarlamentare ci ha assicurato che il caso-Falcone verrà inserito nel quadro delle iniziative di Sicilia bene comune. L’unico modo per sottrarre il Comune alla cappa asfissiante sotto cui attualmente giace è quella di procedere, nel minor tempo possibile, all’invio di una Commissione prefettizia che accerti le condizioni per lo scioglimento del consiglio comunale e la decadenza dell’attuale sindaco per evidenti e costanti infiltrazioni di stampo mafioso nella gestione dell’amministrazione pubblica”. Con la speranza che a Falcone non si ripeta quanto accaduto nella vicina Barcellona Pozzo di Gotto, due volte graziata dal Governo in meno di cinque anni, nonostante i gravissimi rilievi delle commissioni prefettizie d’inchiesta.


Articolo pubblicato in I Siciliani giovani, n. 7 luglio-agosto 2012



LETTERA APERTA AL GIORNALISTA ANTONIO MAZZEO DEL SINDACO DI FALCONE
Egr. dott. Mazzeo, in riferimento Al Suo articolo dal titolo “Falcone colonia di mafia fra Tindari e Barcellona P.G”, apparso su numerosi siti web, si impongono alcune doverose precisazioni, dettate, soprattutto, dalla vasta eco assunta dalla vicenda e dai commenti acriticamente negativi che pretendono far passare l’Amministrazione Comunale di Falcone come liberticida e para-mafiosa.

Per leggere il testo integrale della lettera aperta:
http://www.scomunicando.it/dal-palazzo/il-caso-mazzeo-lettera-aperta-al-giornalista-da-parte-del-sindaco-di-falcone