I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

sabato 24 marzo 2012

L’inamovibile preside del Liceo Bisazza di Messina


Una condanna per truffa aggravata ai danni dello Stato a 10 mesi di reclusione e 400 euro di multa, poi la richiesta di trasferimento per incompatibilità ambientale da parte dell’organizzazione sindacale, ma la dirigente scolastica Anna Maria Gammeri resta intoccabile alla guida del Liceo “Bisazza” di Messina. Secondo i magistrati peloritani, “con più azioni esecutive di medesimo disegno criminoso”, la preside Gammeri avrebbe consentito che il collaboratore scolastico Nicola Gennaro “fuoriuscisse dal luogo di lavoro, senza avere chiesto ed ottenuto alcun atto autorizzativo e senza essere in congedo”. Al processo pure il Gennaro ha subito una condanna a 7 mesi, ma per i due dipendenti pubblici è scattato il condono grazie all’applicazione dell’indulto. E il Ministero della pubblica istruzione lascia trascorrere l’anno scolastico scegliendo di non intervenire.

Una “vicenda incredibile” l’ha definita l’onorevole Alessandra Siragusa del Pd che ha presentato un’interrogazione parlamentare al ministro Francesco Profumo. “Il 14 febbraio 2012 il Corriere della Sera pubblica un articolo, a firma di Gian Antonio Stella, dal titolo La preside e quel bidello trasformato nel suo autista”, scrive la parlamentare. “Dall’articolo si evince che nel 2005 i magistrati messinesi ricevono un esposto anonimo. La Guardia di Finanza, come spiegherà la sentenza, si apposta e nel giro di qualche giorno accerta che la preside Anna Maria Gammeri utilizza il collaboratore scolastico come fosse un servitore personale messo dallo Stato a sua completa disposizione. Nicola Gennaro, come accertano gli investigatori, va a prendere la Preside a casa la mattina e la riaccompagna al pomeriggio. Le fa la spesa e gliela porta a casa, le sbriga commissioni in banca e al supermercato. Lo stesso, dalle tabelle degli straordinari dell’Istituto risulta essere uno stakanovista infaticabile. E accumula ore su ore”.

Dopo sei anni dalla prima denuncia e cinque dopo il rinvio a giudizio, aggiunge l’onorevole Siragusa, arriva finalmente la sentenza. “È il 24 ottobre 2011. Il giudice monocratico Bruno Sagone condanna i due imputati ricordando che tutte le deposizioni dei testimoni “appaiono perfettamente sovrapponibili, concordando univoche nello stigmatizzare questa cosa un po’ curiosa che appariva prassi costante (li vedevo sempre, tutte le mattine, era un’abitudine) e sancisce che la donna ha compiuto artifici e raggiri finalizzati a conseguire, tramite l’uso privatistico dei propri poteri e delle proprie funzioni, un ingiusto profitto”.

Nella sua interrogazione, l’on. Siragusa ricorda che al processo contro la dirigente e il collaboratore scolastico, il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca non si è costituito parte civile. “E nonostante la condanna, scrive Gian Antonio Stella, essi sono sempre al loro posto mentre tutti i professori e i collaboratori che avevano testimoniato a carico della preside, sentendosi a torto o a ragione esposti ad ogni genere di ripicca, chiedono uno dopo l’altro il trasferimento in un’altra scuola”. “Chiedo di sapere – conclude la parlamentare - se il Ministro non ritenga, nell’interesse pubblico e per la serenità dell’Istituto scolastico “Bisazza”, di dover intervenire con urgenza per il ripristino della legalità”.

Il 2 febbraio scorso anche il Coordinamento nazionale della Gilda insegnanti si era rivolto al Dirigente generale del personale del MIUR chiedendo il trasferimento per “incompatibilità ambientale” della dirigente. Appellandosi al decreto legislativo 150/09 che prevede che in caso di condanna penale di un dipendente pubblico, il dispositivo della sentenza venga trasmesso all’Amministrazione di appartenenza entro trenta giorni dalla data del deposito (nel caso in esame l’1 dicembre 2011), la Gilda, stigmatizza “che a tutt’oggi nessun provvedimento risulta adottato”. “Chiediamo l’immediato allontanamento da scuola della Gammeri essendo prioritaria la tutela dell’interesse pubblico che si concretizza nel ripristino della legalità e della serenità nell’ambiente del Liceo”, concludeva l’organizzazione sindacale ricordando pure di aver inutilmente invocato i provvedimenti disciplinari fin dal 2007 quando la dirigente era in attesa di giudizio.

Il 15 febbraio 2012 anche l’Osservatorio “Lucia Natoli”, pool di associazioni ed enti messinesi operanti sui temi e i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, aveva indirizzato un esposto al ministro della Pubblica Istruzione, al Direttore dell’Ufficio Scolastico di Messina e all’Assessorato alla P.I. della Regione Siciliana. “Siamo profondamente preoccupati per le conseguenze di questa storia deprimente”, scrive l’Osservatorio. “L’illegalità, l’uso spregiudicato dei poteri e delle funzioni, la prassi consolidata di comportamenti arroganti costituiscono danni irreversibili per gli studenti. L’irreparabilità del modo di comportarsi della dirigente scolastica, reiterato ormai da oltre cinque anni, non è più tollerabile. I segnali e le testimonianze negative degli adulti (ancora di più se educatori) risultano pesantemente nocivi nella formazione quotidiana. Per questo chiediamo di intervenire scrupolosamente e urgentemente per ristabilire legalità e serenità in tutto il contesto scolastico, allontanando la dirigente condannata”.

La condanna penale, gli articoli stampa e gli interventi del sindacato e delle associazioni non sembrano però aver minimamente turbato la professoressa Anna Maria Gammeri. Così il 25 febbraio scorso, si è presentata, sorridente, accanto agli studenti del “Bisazza”, alla cerimonia di premiazione della V giornata dell’Educazione alla Legalità. L’iniziativa, organizzata dall’Università della Terza Età e dal club Unesco di Messina e patrocinata dal Senato della Repubblica e dalla Camera dei Deputati, ha visto pure la partecipazione dell’ex europarlamentare Dc Dario Antoniozzi, del Comandante dell’Arma dei Carabinieri, del Questore, del Prefetto e di alcuni magistrati del distretto peloritano. Lo spaccato di una provincia dove i potenti e lo Stato non brillano certo per memoria.
Relatrice in importanti convegni nazionali della famiglia massonica del Supremo Consiglio d’Italia e San Marino del 33° ed Ultimo Grado del Rito Scozzese Antico ed Accettato, la dirigente Anna Maria Grammeri è Commendatore del Sovrano Ordine Imperiale Bizantino di San Costantino il Grande. A rappresentare in Italia l’ordine cavalleresco il professore Giuliano Di Bernardo, ex Gran maestro del Grande Oriente d’Italia e della Gran Loggia Regolare d’Italia. A Messina continua ad essere di scena l’impunità. E un pizzico di buona massoneria.

venerdì 23 marzo 2012

I lavori del MUOS un crimine contro l’ambiente


Un paesaggio da incubo. La collina stuprata, sventrata. Voragini ampie come i crateri di un vulcano. Il terreno lacerato dal transito dei mezzi pesanti, ruspe, betoniere, camion. Recinzioni di filo spinato, tralicci di acciaio. Una selva di antenne. E poi ancora e solo antenne. Terrazzamenti, gli uni sugli altri, per centinaia e centinaia di metri. Uno di essi mostra già evidenti segni di cedimento. Forse per la pioggia dell’ultima coda d’inverno. In cima, tre piattaforme in cemento armato. E un primo blocco di casermette, container in alluminio e i box per i generatori di potenza. Non conoscono soste i lavori di realizzazione, all’interno della riserva naturale “Sughereta” di Niscemi, del terminale terrestre del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari della Marina militare USA. Scempi che si sommano ad altri scempi, l’elogio della follia della guerra, l’estrema profanazione del paesaggio e dell’ambiente.

“Abbiamo fatto un sopralluogo in contrada Ulmo per seguire i lavori del MUOStro di Niscemi rilevando alcune problematiche sulla conduzione delle opere di sbancamento”, denunciano i rappresentanti del Movimento No MUOS. “Negli elaborati grafici del progetto, la dislocazione delle piattaforme su cui saranno montate le mega-antenne non corrisponde con quelle in corso di costruzione. Nelle tavole le basi erano disposte lungo una direttrice nord-sud, mentre adesso le stanno realizzando in direzione est-ovest. Non sappiamo se siano mai state approvate varianti in corso d’opera al progetto autorizzato la scorsa estate. Se non è così, i lavori non sono coerenti con le autorizzazioni rilasciate. Di sicuro questa modifica, per il profilo del terreno, ha comportato un maggiore volume di terra movimentata e di conseguenza un più pesante impatto sull’ambiente e il territorio”.

“È perfettamente visibile, poi, la distruzione di essenze arboree tutelate”, aggiungono i No MUOS. “La scomparsa di parte della macchia mediterranea è provata anche dalle foto satellitari in nostro possesso, scattate prima dell’inizio dei lavori. Il minimo che ci si aspetti è un intervento chiarificatore dell’Ente Forestale di Trapani, il soggetto interessato alla vigilanza degli interventi in atto nella riserva”.

L’installazione delle tre antenne paraboliche del MUOS di 18,4 metri di diametro e di due torri radio di 149 metri d’altezza sta avendo conseguenze assai più devastanti di quanto era possibile prevedere dalla lettura del progetto del Comando US Navy di Sigonella. Originariamente si accennava solo all’esecuzione di opere di recinzione del perimetro interessato al sistema satellitare, alla realizzazione di un impianto di illuminazione e di un sistema di drenaggio delle acque meteoriche, al “livellamento superficiale” del terreno e al suo “consolidamento”, a “sistemi di viabilità” e “collegamenti dell’area con le esistenti reti idriche, elettriche e telefoniche mediante tubazioni interrate”. Interventi di per sé impattanti che l’allora ministro della difesa Ignazio la Russa si era ripromesso di mitigare e compensare. “Entro sei mesi dall’inizio dei lavori del MUOS sarà realizzata all’interno dell’area naturalistica una infrastruttura ecocompatibile per il controllo, la gestione ed accoglienza della Riserva, adeguata a supportare l’attività di unità ippomontate e di sistemi per la vivibilità del parco”, riporta il protocollo sottoscritto lo scorso anno dal dicastero della Difesa e dal presidente della Regione, Raffaele Lombardo. Di mesi ne sono trascorsi dieci e le uniche strutture realizzate nella “Sughereta” di Niscemi sono quelle adeguate a supportare il nuovo sistema per le future guerre teleguidate del XXI secolo.

I lavori del MUOS erano stati autorizzati, l’1 giugno 2011, dall’assessorato territorio ed ambiente della Regione siciliana, senza tenere minimamente conto delle norme di attuazione previste dal Piano territoriale paesistico della Provincia di Caltanissetta per la riserva naturale di Niscemi, approvato dalla stessa Regione nel maggio 2008. Il Piano inseriva l’area naturalistica all’interno del cosiddetto “livello di tutela 3”, limitando gli interventi alla mera conservazione del patrimonio naturale esistente “in un’ottica integrata di consolidamento delle funzioni ecologiche e protettive”, alla “rinaturalizzazione” e alla “sostituzione delle specie vegetali alloctone con specie autoctone” ai fini del potenziamento della biodiversità e della salvaguardia idrogeologica. Di contro, il Piano territoriale per la “Sughereta” (Sito di Importanza Comunitaria - SIC), vietava espressamente la “realizzazione di infrastrutture e reti, tralicci, antenne per telecomunicazioni, impianti per la produzione di energia anche da fonti rinnovabili; nuove costruzioni e l’apertura di strade e piste”. Proprio quanto è stato invece autorizzato per il terminale terrestre dell’EcoMUOStro di Niscemi.

Ai danni ambientali si è aggiunto poi l’aggiramento dei protocolli istituzionali in tema di legalità e opere pubbliche. Dopo che la Marina USA ha affidato l’esecuzione dei lavori al consorzio d’imprese “Team MUOS Niscemi” di Arcugnano (Vicenza), in contrada Ulmo è comparsa come subappaltatrice la “Calcestruzzi Piazza Srl”, società sotto osservazione da parte degli organi inquirenti per presunte contiguità criminali. Secondo il senatore Giuseppe Lumia (Pd) che il 14 febbraio 2012 ha presentato una specifica interrogazione ai Ministri della difesa e dell’interno, “la Calcestruzzi Piazza ha come amministratore unico Concetta Valenti, il cui marito convivente è Vincenzo Piazza, che, in base ad indagini della Direzione distrettuale antimafia (DDA) di Caltanissetta nonché ad altri elementi info-investigativi segnalati dalle Forze dell’ordine, apparirebbe fortemente legato al noto esponente mafioso del clan Giugno-Arcerito, Giancarlo Giugno, attualmente libero a Niscemi”.

Il 7 novembre 2011, la Prefettura di Caltanissetta ha reso noto che dopo le verifiche disposte dalle normative in materia di certificazione antimafia e delle più recenti direttive impartite dal Ministero degli interni, “sono emersi allo stato degli attuali accertamenti e dagli atti esistenti presso questa Prefettura-U.T.G. elementi tali da non potere escludere la sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi della sopracitata società”. Alla base del pronunciamento prefettizio, i contenuti di un rapporto della Divisione Polizia anticrimine della Questura di Caltanissetta del 6 ottobre 2011, e di quello della Sezione Criminalità organizzata della stessa Questura del 27 dicembre 2010.

A seguito delle verifiche della Prefettura, il 25 novembre 2011 il dirigente dell’Area servizi tecnici della Provincia regionale di Caltanissetta ha sospeso la “Calcestruzzi Piazza” dall’Albo delle imprese per le procedure di cottimo-appalto. Venti giorni dopo anche il capo ripartizione per gli Affari generali del Comune di Niscemi ha disposto l’esclusione della società dall’elenco dei fornitori e dall’Albo delle imprese di fiducia. Contro i provvedimenti, i Piazza hanno presentato ricorso al TAR, minacciando pure di querelare il senatore Lumia e i giornalisti che avevano segnalato la presenza dell’azienda nei lavori del MUOS. “La conoscenza o la frequentazione di Giancarlo Giugno da parte di Vincenzo Piazza non ha influenzato le scelte personali del secondo, che invece sono state di segno esattamente opposto rispetto alla vicinanza ad un comportamento mafioso”, affermano i legali della società. “Non si comprende, dunque, secondo quale passaggio logico il primo avrebbe sul secondo un’influenza così profonda ed estesa, da fare ritenere probabile l’intromissione nella gestione della società, di cui peraltro il secondo non è socio né amministratore”. La tesi deve aver lasciato tranquilli e soddisfatti il Dipartimento della difesa, il Comando USA di Sigonella, l’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma e il Consorzio Team MUOS Niscemi. Non risulta, ad oggi, che qualcuno sia infatti intervenuto per revocare il subcontratto all’azienda sfiduciata dal Prefetto e dagli Enti locali.

Nonostante stiano per essere completati i lavori del MUOS, continuano in buona parte della Sicilia le iniziative di mobilitazione e di protesta contro il nuovo sistema di telecomunicazioni militari. Il comitato dei Sindaci dei Comuni del comprensorio interessato (Niscemi, Comiso, Riesi, Acate, Butera, Gela, San Cono, Mazzarrone, Mirabella Imbaccari, Chiaramonte Gulfi, Vittoria, Piazza Armerina, Caltagirone, San Michele di Ganzaria e Mazzarino) ha indetto un corteo per il prossimo 31 marzo a Niscemi, a cui dovrebbero partecipare movimenti e comitati No MUOS, studenti ed associazioni ambientaliste. I sindaci, in un appello congiunto, chiedono alla Regione Siciliana e al Consiglio dei Ministri di adottare “ogni utile provvedimento finalizzato alla revoca delle rispettive autorizzazioni rilasciate per l’inizio dei lavori del MUOS”, alla luce dei rischi per la salute della popolazione evidenziati in un recente studio dei ricercatori del Politecnico di Torino, prof. Massimo Zucchetti e Massimo Coraddu.“Le gigantesche antenne inizialmente erano destinate a Sigonella, ma la vicinanza con l’aeroporto civile di Catania ed il rischio di detonazione delle armi presenti nella vicina base NATO ne sconsigliarono l’ubicazione”, scrivono gli amministratori. “A pochi chilometri da Niscemi, invece, a breve entrerà in funzione l’aeroporto civile di Comiso, e di questo nessuno si preoccupa adeguatamente sulle conseguenze negative che avrebbe l’attività del MUOS”.
Per fine aprile, il Movimento No MUOS di Niscemi ha indetto invece un happening di tre giorni con sit-in, incontri, concerti e proiezioni, a cui interverranno artisti ed esponenti dei comitati no war siciliani. Perché la lotta contro la militarizzazione del territorio continui.

martedì 20 marzo 2012

Le nuove guerre dei militari USA di Vicenza


Torneranno presto nell’inferno afgano i soldati USA di stanza a Vicenza. Il Dipartimento della difesa ha reso noto che a partire della primavera 2012, due brigate di US Army verranno inviate in Afghanistan per sostituire alcuni reparti impegnati da mesi nelle operazioni di guerra. Si tratta della 173^ brigata aviotrasportata attualmente ospitata a Camp Ederle (Vicenza) e della 12th Combat Aviation Brigade di Katterbach, Germania. In vista della nuova missione bellica, oltre 3.600 uomini della 173^ brigata hanno completato un complesso ciclo addestrativo nel poligono tedesco di Hohenfels. Saranno invece 2.400 gli uomini della 12^ brigata da combattimento di US Army che raggiungeranno l’Afghanistan.

I militari USA di Vicenza sono impegnati pure in due sanguinosi fronti di guerra del continente africano: in Somalia, in qualità di consiglieri della forza multinazionale dell’Unione africana intervenuta contro le milizie degli shebab; in Uganda, nella guerra scatenata contro gli ultimi gruppi ribelli del Lord’s Resistance Army di Joseph Kony. Appartengono tutti ad US Army Africa (USARAF), il comando di US AFRICOM che coordina gli interventi dei reparti di terra nel continente nero. Lo scorso mese di febbraio, alcuni ufficiali di US Army Africa Vicenza, congiuntamente alla Guardia nazionale del Tennessee, hanno addestrato una trentina di membri dell’esercito e dell’aeronautica ugandese nel quadro delle attività dell’Africa Deployment Assistance Partnership Teams (ADAPT), il programma di assistenza del Pentagono per potenziare la prontezza operativa dei paesi partner africani (per interventi militari, peacekeeping, emergenze sanitarie, ecc.). Il training, secondo l’ufficio stampa di US Army, “ha consentito di introdurre in Uganda una serie di elementi operativi come la pianificazione del movimento delle unità, l’uso di materiale pericoloso e la preparazione del personale, degli equipaggiamenti e dei velivoli per il carico e il trasporto aereo”.

Nell’aprile 20011, US Army Africa Vicenza ha coordinato nel nord Uganda una vasta esercitazione militare con lancio di paracadutisti, a cui hanno partecipato militari ugandesi, il 21st Special Troops Battalion dell’esercito USA con sede a Kaiserslautern (Germania) e la 197th Special Troops Company della Guardia nazionale dell’Utah. “USARAF continua ad operare in partnership con le forze armate di Uganda, Rwanda, Burkina Faso, Botswana, Ghana, Burundi e Togo e punta in futuro ad estendere il programma di cooperazione ad altri paesi”, spiegano al quartier generale di Vicenza.

Un contributo per conoscere meglio la storia, gli obiettivi, le finalità e l’organizzazione del nuovo comando giunge dal recente saggio pubblicato dal generale Willian B. Garret, già comandante delle truppe statunitensi di stanza a Vicenza, e dal colonnello Stephen Mariano, alle dipendenze di USARAF. I due militari analizzano in particolare la trasformazione del Comando di US Army in Europa (SETAF) in componente terrestre del nuovo Comando degli Stati Uniti d’America per le operazioni in Africa. “Il 5 dicembre 2008, l’Ambasciatore americano in Italia, Roland P. Spogli, di concerto con il Ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, annunciò ufficialmente che la Forza Tattica dell’Esercito degli Stati Uniti del Sud d’Europa (SETAF) era stata designata quale componente terrestre del Comando AFRICOM”, scrivono Garret e Mariano. “La SETAF, di stanza e con sede a Vicenza dal 1955, ha una lunga storia costellata di iniziative portate a termine nel continente africano, nonché di rapporti di collaborazione con le nazioni dell’Africa. Negli ultimi 15 anni, è intervenuta sul suolo africano in numerose occasioni: dalle operazioni di risposta a situazioni di crisi, alle operazioni di assistenza umanitaria, a quelle di soccorso in occasione di calamità naturali”. Tra le principali operazioni, Garret e Mariano segnalano il dispiegamento di reparti a Entebbe, Etiopia (Support Hope nel 1994) e in Congo (marzo 1997), con l’evacuazione di “personale non combattente” dallo Zaire (Guardian Retrieval).

“Dopo aver preso parte alle operazioni di guerra in Iraq e Afghanistan, il Comando USA di Vicenza si ristruttura focalizzando la propria attenzione al continente africano”, aggiungono Garret e Mariano. “Oggi, la SETAF-USARAF rappresenta una squadra senza paragoni nell’ambito del settore militare statunitense, il primo contingente in seno alle Forze Terrestri dedito a operare in Africa per cambiarne in meglio il futuro”. Alla componente di AFRICOM sono stati assegnati i compiti di supporto alle operazioni e alle attività della Combined Joint Task Force Horn of Africa, la forza di pronto intervento USA con sede a Camp Lemonier (Gibuti) - la più grande sul suolo africano – e alle esercitazioni periodiche multinazionali di Enduring Freedom Trans-Sahara.

Oltre ad assistere tutto il personale dell’esercito degli Stati Uniti schierato nel continente nero, US Army Africa Vicenza ha assunto il compito di “sviluppare il potenziale africano in termini di rapporti tra e con le istituzioni per la sicurezza, le organizzazioni regionali e quelle sub-regionali”. Questo nuovo impegno si concretizza con un aumento delle attività di “cooperazione” nel settore dell’addestramento e della formazione delle forze terrestri africane, “l’organizzazione di conferenze e seminari, le vendite di attrezzature, tecnologie informatiche, ecc.”.

Sempre secondo i due alti ufficiali dell’esercito statunitense, l’impegno di USARAF è di “diventare un partner affidabile e sicuro per le controparti militari africane, le forze di sicurezza locali, i nostri alleati, tutte le componenti di AFRICOM, nonché per le altre organizzazioni governative statunitensi e organizzazioni internazionali operanti in Africa”. In quest’ottica, il Comando di Vicenza vede operare una componente mista, “civile-militare”, dove però la prima è ovviamente subordinata alla seconda. “Gli Stati Uniti – scrivono Garret e Mariano - sono fermamente convinti che mediante una nuova organizzazione civile-militare, i 250 milioni di dollari spesi all’anno per l’assistenza militare possano raggiungere i 9 miliardi e possano essere spesi annualmente in maniera più efficiente a favore della tutela della salute, del buon governo e della promozione del commercio”.

Nel loro saggio, i militari statunitensi annunciano che le dimensioni del comando di US Army Africa sarà il doppio di quello della vecchia SETAF; di conseguenza, saranno modificati anche i profili professionali del personale impiegato al Quartier Generale di Vicenza. Dalla sua costituzione (2008) ad oggi, il contingente è già cresciuto tantissimo, passando da un centinaio a più di 450 uomini. “Un’altra importante trasformazione è data dal fatto che il Comando non disporrà di un contingente militare proprio”, aggiungono Garret e Mariano. “Ciò non significa che taglierà tutti i ponti con la 173^ Brigata di fanteria aviotrasportata combattente; significa però che il Comandante di USARAF non potrà ordinare unilateralmente ai reparti della 173^ di partire per una missione in Africa”.

Con US Army Africa si sono pure rafforzati i rapporti di collaborazione con le forze armate italiane, utilizzando soprattutto le attività del Centro di Eccellenza per le Stability Police Units (CoESPU), la “scuola” dell’Arma dei carabinieri destinata alla “formazione” delle forze di polizia militare africane ed asiatiche, ospitata nella caserma “Chinotto” di Vicenza. “Il CoESPU, sancito dal G8 e fondato dall’Italia, rappresenta un esempio emblematico di un nuovo partenariato basato su solide fondamenta”, aggiungono Garret e Mariano. “Esso ricade all’interno del più ampio spettro di progetti della Comunità Internazionale atti a portare assistenza tecnica e finanziaria alle forze dell’ordine delle Nazioni in via di sviluppo, al fine di sviluppare il proprio potenziale per supportare operazioni di mantenimento della pace. L’attenzione principale del CoESPU è rivolta all’Africa, e l’obiettivo della USARAF è quello di andare oltre la semplice risoluzione dei conflitti o semplici operazioni di coordinamento; l’obiettivo finale è invece quello di sincronizzare e contribuire agli interventi di sviluppo del potenziale locale. Complessivamente, questo partenariato coinvolgerà un’ampia gamma di ufficiali di collegamento, interscambi di risorse umane, tavole rotonde interne, ecc.”

Intanto prosegue frenetico il processo di ipermilitarizzazione del territorio comunale. Il colonnello David Buckingham, comandante di US Army Garrison-Vicenza, ha formalizzato la conclusione della seconda fase dei lavori di realizzazione delle facilities destinate ai reparti statunitensi all’interno dell’ex aeroporto Dal Molin. La trasformazione dello scalo in megacaserma della 173^ brigata aviotrasportata è uno dei principali progetti di potenziamento infrastrutturale delle forze armate USA a livello mondiale. I lavori, per un importo di 245 milioni di euro, sono stati affidati nel marzo 2008 a due aziende leader di LegaCoop, la Cooperativa Muratori Cementisti di Ravenna (CMC) e il Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna (CCC). “Questa seconda tranche è consistita nella costruzione degli uffici e delle infrastrutture di servizio del 173rd Airborne Brigade Combat Team e delle abitazioni per circa 1.200 soldati single”, ha spiegato il colonnello Buckingham. Lo scorso mese di gennaio, al Dal Molin sono stati trasferiti i primi reparti di US Army Africa, mentre il personale restante del comando raggiungerà la base entro il giugno del 2014. “Prevediamo invece che entro il giugno 2013 si completi il trasferimento al Dal Molin dei circa 2.000 militari e delle rispettive famiglie attualmente ospitati a Bamberg and Schweinfurt, in Germania. Il programma ha subìto solo qualche mese di ritardo a causa delle cattive condizioni meteorologiche, della bonifica delle munizioni non esplose ritrovate all’interno dell’aeroporto (49 bombe italiane e britanniche risalenti alla Seconda guerra mondiale) e degli scavi archeologici”. A conclusione dei lavori, il Dal Molin ospiterà quattro battaglioni e il quartier generale della 173^ brigata, mentre due battaglioni dell’esercito resteranno nella vicina Camp Ederle. “Vicenza sarà la città italiana con la più alta presenza di militari USA in termini di popolazione, con circa 5.000 uomini distribuiti tra il Dal Molin e l’Ederle”, ha concluso Buckingham.
Ai lavori nel vecchio scalo si sono aggiunti quelli all’interno del Villaggio Housing di Vicenza per la costruzione di un nuovo liceo per i figli del personale militare. La struttura sorgerà accanto agli edifici che ospitano la scuola media e comporteranno una spesa di 41.864.000 dollari sul bilancio Military Construction Family Housing 2012 del Dipartimento della difesa. I lavori saranno completati entro l’agosto 2014. Oltre alle aule scolastiche, ikl nuovo liceo avrà una palestra coperta, un campo di calcio e uno per il basket, campi da tennis, una multisala per incontri e proiezioni, una caffetteria, una mensa scolastica, alcuni laboratori scientifici e sale computer, un magazzino e i relativi uffici amministrativi.

giovedì 15 marzo 2012

Missili, satelliti e aerei d’Israele per le forze armate italiane


Può essere equipaggiato con tre differenti tipologie di testata bellica a seconda dell’uso: anticarro, antifanteria e per la distruzione di bunker. Lo “Spike” è l’ultimo gioiello di morte prodotto da Rafael, una delle più importanti industrie militari israeliane. Si tratta di un missile aria-terra a corto raggio destinato agli elicotteri d’attacco. La prima versione, denominata “Er”, è capace di colpire bersagli fino a una distanza di 8 chilometri. Gli israeliani però hanno in produzione un modello con una gittata superiore ai 25 chilometri, lo “Spike Nlos”, dotato di un sensore elettro-ottico e infrarossi e di un apparato di ricerca laser.

Secondo la World Aeronautical Press Agency i nuovi missili made in Israele saranno utilizzati dagli Eurocopter Tiger e Puma e dagli AW-129 Mangusta prodotti da AgustaWestland (gruppo Finmeccanica). I Mangusta sono quelli dei raid dell’esercito italiano nei principali teatri di guerra (prima in Iraq, adesso in Afghanistan). Gli elicotteri, in numero di 60, sono in dotazione al 5° reggimento AVES “Rigel” di Casarsa della Delizia (Pn) e del 7° “Vega” di Rimini, inquadrati nella Brigata Aeromobile “Friuli”. I Mangusta vantano già una terribile potenza di fuoco: mitragliatrici FN da 12,5 mm, cannoni da 200 mm a canne rotanti e missili AGM-114 “Hellefire”, BGM-71 “Tow” anti-carro, FIM-92 Stinger” ed MBDA “Mistral” antiaerei. Con gli “Spike” si amplierà il ventaglio operativo degli elicotteri d’assalto mentre ne uscirà ulteriormente rafforzato l’interscambio bellico Roma-Tel Aviv e la partnership strategica tra le rispettive forze armate.

Dopo le recenti esercitazioni in Sardegna e nel deserto del Negev in compagnia dei cacciabombardieri d’Israele, l’Aeronautica militare italiana ha deciso d’installare a bordo degli elicotteri EH101 e degli aerei da trasporto C27J Spartan e C130 Hercules un nuovo sistema di contromisure a raggi infrarossi, denominato “Dircm - Directional infrared countermeasures”. Il sistema sarà sviluppato e prodotto dalla società Elettronica Spa di Roma assieme all’israeliana Elbit e comporterà una spesa di 25,4 milioni di euro. “Le prime consegne sono previste per la fine del 2013”, spiegano al ministero della difesa.Con il Dircm, l’Aeronautica italiana sarà la prima forza armata europea a dotarsi di un sistema con tecnologia non americana per la difesa dai Manpads (Man-portable air-defense systems), missili che possono essere lanciati con sistemi a spalla e che rappresentano oggi una delle minacce più pericolose in fase di decollo ed atterraggio”.

Il contratto con Elettronica-Elbit ha preceduto di qualche mese l’ordine del governo israeliano di 30 caccia-addestratori “avanzati” M-346 Master di Alenia Aermacchi (altra azienda Finmeccanica). I velivoli sostituiranno entro il 2015 i vecchi A-4 Skyhawk utilizzati dalle Tigri volanti del 102° squadrone dell’aeronautica israeliana per formare i nuovi piloti dei cacciabombardieri e come mezzo di supporto alla guerra elettronica. L’M-346 potrà essere utilizzato pure per attacchi al suolo con bombe e missili aria-terra o antinave e comporterà un giro d’affari di circa un miliardo di dollari. La manutenzione dei velivoli, per una durata di venti anni, sarà invece affidata alla joint venture TOR costituita dall’industria aerospaziale israeliana IAI e da Elbit Systems.

Secondo quanto trapelato sui media statunitensi, per l’acquisizione dei caccia-addestratori italiani, Washington potrebbe offrire ad Israele una somma pari al 25% del valore della commessa nell’ambito degli aiuti militari previsti dal fondo US foreign military financing (FMF). Il Pentagono avrebbe confermato che l’Agenzia statunitense per la cooperazione alla difesa e alla sicurezza avrebbe avviato colloqui ufficiali con il ministero della difesa israeliano per concordare che alcune componenti degli M-346 Master prodotte negli USA (come ad esempio i motori turbo F124 di Honeywell e altri sistemi avionici) siano acquisite con i fondi FMF. Un “aiuto”, dunque, condizionato a favorire il complesso militare industriale statunitense.

Non altrettanto vantaggioso per l’Italia il contratto firmato tra il governo israeliano ed Alenia Aermacchi. Esso prevede infatti come contropartita che il nostro paese acquisti materiali bellici in Israele per un valore non inferiore al miliardo di dollari, in particolare sistemi satellitari spia e aerei radar. Per il memorandum of agreement che sarà firmato entro la fine del mese tra il premier Monti e le autorità israeliane, in cambio degli M-346, l’Italia si doterà innanzitutto di due satelliti elettro-ottici di seconda generazione “Ofeq” il cui costo è stimato in 200 milioni di dollari. dovrebbero essere lanciati entro il 2014. Gli Ofeq, prodotti dalle Israel Aerospace Industries (IAI) ed Elbit, “verranno lanciati entro il 2014, saranno al 100% italiani e verranno gestiti da una stazione terrestre italiana”, scrivono in Israele.
Alle forze armate italiane giungeranno poi due velivoli di pronto allarme (Early warning and control - AEW&C) Gulfstream 550 con relativi centri di comando e controllo, prodotti dalle aziende IAI ed Elta Systems. Il costo complessivo dei due velivoli è stimato in 760 milioni di dollari, più del doppio di quanto era stato previsto nel 2009 dall’allora ministro della difesa Ignazio La Russa per la messa a punto del sistema “multi-sensore e multi-missione” JAMMS (Joint airborne multisensor multimission system), incentrato sui Gulfstream 550. “Il costo stimato del programma ammonta a 280 milioni di euro a valere sul bilancio ordinario della difesa e avrà durata di sette anni”, aveva spiegato La Russa ai parlamentari della Commissione difesa alla vigilia del voto (unanime) a favore del JAMMS. “Esso supporterà le operazioni delle forze nazionali e alleate impegnate in operazioni militari in Patria e fuori dai confini nazionali nel controllo e nella sorveglianza dello spazio aereo”. Dei 760 milioni previsti, quasi 500 andranno all’acquisto dei due velivoli AEW&C e i restanti 260 per finanziarne i costi logistici e la manutenzione per un periodo di 15 anni dalla loro consegna, fissata tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015.

lunedì 12 marzo 2012

Finmeccanica è sempre più NATO


Le società produttrici di armi controllate da Finmeccanica si confermano importanti contractor dell’Alleanza Atlantica. Selex Elsag, specializzata nella progettazione e nello sviluppo dei sistemi di comunicazione militare, si è aggiudicata in collaborazione con il colosso statunitense Northrop Grumman, un contratto di circa 50 milioni di euro per l’implementazione e la gestione del programma Computer Incident Response Capability (NCIRC) - Full Operating Capability (FOC) dell’agenzia NC3A della NATO.

“Il programma NCIRC consentirà di monitorare e rispondere rapidamente ed efficacemente alle minacce e ai problemi di vulnerabilità alla cyber security, in linea con gli obiettivi stabiliti dai capi di Stato dei paesi NATO nel novembre 2010 a Lisbona”, spiegano i manager di Finmeccanica. “Il contratto riguarda un servizio completo per garantire la sicurezza delle informazioni a oltre 50 tra comandi e siti in 28 paesi dell’Alleanza”. Alla commessa è prevista la partecipazione di Vega, la società con sede in Gran Bretagna acquistata da Finmeccanica nel 2008, attiva nella consulenza ingegneristica e tecnologica nei settori della difesa e aerospaziali.

 “Questo risultato dimostra chiaramente la capacità di Finmeccanica di integrare le migliori competenze del Gruppo per fornire soluzioni avanzate di protezione da attacchi cyber a un’organizzazione internazionale di tale importanza”, ha commentato Giuseppe Orsi, presidente e amministratore delegato della holding. Particolarmente soddisfatto per la partnership con Finmeccanica si è dichiarato Mike Papay, vicepresidente di Northrop Grumman Information Systems, società dell’omonimo gruppo leader nella produzione di cacciabombardieri, sistemi missilistici convenzionali e nucleari e dei famigerati velivoli senza pilota “Global Hawk” che le forze armate Usa e NATO stanno dislocando principalmente nella base siciliana di Sigonella.

“Northrop Grumman – ha dichiarato Papay - è lieta di contribuire a questo programma con le proprie risorse ed un’esperienza pluridecennale nella realizzazione e gestione di centri di cyber security management, sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito, al fine di proteggere le reti della NATO da minacce di natura cyber”. Northrop Grumman, insieme a MCAfee Security, ha pure firmato contratti per 189 milioni di dollari con il Dipartimento della difesa e la Defense Information Systems Agency (DISA) per lo sviluppo dell’Host Based Security System (HBSS), un software destinato alla protezione della rete dei terminali militari Usa.

Sempre in ambito NATO, un paio di mesi fa, la filiale britannica di Selex Elsag aveva sottoscritto un contratto dell’ordine di decine di milioni di euro per gestire l’ammodernamento dei centri di telecomunicazioni satellitari e delle infrastrutture collegate. Il contratto, in particolare, prevede l’installazione di un centro per le comunicazioni via satellite in Belgio, l’ammodernamento delle stazioni di terra ad antenna multipla di Kester (Belgio) e Lughezzano (Verona) e dei siti ad antenna singola di Oglaganasi (Turchia) e Atalanti (Grecia). I tecnici dell’azienda italiana sono pure chiamati alla formazione e all’addestramento del personale militare dell’Alleanza presso la NATO Communications & Information Systems School di Borgo Piave, Latina.

Nel maggio 2011, a Selex era andato un altro importante contratto della NACMA - NATO Air Command and Control System Management Agency, del valore di circa 30 milioni di euro, per la fornitura e l’installazione di sistemi di comunicazione in diversi siti terrestri, nell’ambito della cosiddetta “Rete Link 16” che consentirà lo scambio dati con i vettori aerei a 29.000 piedi di altitudine nello spazio aereo europeo, migliorando il sistema di “difesa missilistica” della NATO. I terminali saranno consegnati a partire di quest’anno a quattordici paesi (Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Norvegia, Olanda, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Spagna, Turchia e Ungheria).

Con NACMA, Selex Sistemi Integrati (altra controllata Finmeccanica), aveva siglato nel 2011 un contratto del valore di 10 milioni di euro per lo sviluppo del programma interalleato Air Command and Control System (ACCS). L’azienda curerà la progettazione e la realizzazione entro il 2015 di due siti ACCS (uno in Ungheria e l’altro in Norvegia) per la gestione delle operazioni aeree. Le attività prevedono l’installazione di 173 posti operatore e l’integrazione con i sistemi nazionali e gli altri centri ACCS NATO. Nel febbraio 2010, ancora l’agenzia NACMA della NATO aveva affidato a Selex Sistemi Integrati i lavori d’“integrazione di 230 sensori per tutti gli undici siti di replica ACCS” (valore 14,5 milioni di euro).

Sempre nel 2010, Selex Sistemi Integrati ha ottenuto un contratto del valore di circa 5 milioni di euro dalla NATO Consultation, Command and Control Agency (NC3A) per fornire alle forze armate polacche tre sistemi radar secondari del tipo IFF (Identification Friend or Foe). La società italiana dovrà garantire anche il supporto logistico e l’addestramento degli operatori.
“Con questo nuovo contratto, Selex Sistemi Integrati conferma la sua posizione di fornitore di riferimento nel mercato dei sistemi radar per la difesa aerea in Europa ed in particolare per la NATO”, hanno dichiarato i responsabili di Finmeccanica. “Il sistema radar IFF incrementa la capacità di trasmissione dei dati tra aeromobili e centri di controllo a terra, migliorando le tecniche di riconoscimento ed aumentando la sicurezza del sistema e la protezione delle informazioni”. I nuovi radar saranno integrati con i tre sistemi per la difesa aerea RAT 31DL che la stessa Selex Sistemi ha recentemente installato in Polonia.

venerdì 9 marzo 2012

I ministri banchieri delle Grandi Opere


Tagli draconiani a pensioni e stipendi, annunci di “massimo rigore” nella spesa pubblica, ma il nuovo governo non sembra intenzionato ad abbandonare il modello delle Grandi Opere di Berlusconi & soci. Il primo appuntamento del nuovo CIPE, il Comitato interministeriale per la programmazione economica, ha autorizzato il finanziamento di 4,8 miliardi di euro per il rilancio dei cantieri di alcune delle più controverse infrastrutture programmate dai precedenti esecutivi. Tra esse spiccano il secondo lotto della linea ferroviaria ad alta velocità Genova-Tortona (il cosiddetto “Terzo valico”, 1,1 miliardi); la tratta Av Treviglio-Brescia (919 milioni); il Mose di Venezia (600 milioni). Opere che trasferiscono ancora una volta ingenti risorse pubbliche a favore della ristretta cricca di società di costruzioni e istituti bancari nazionali. Con gli immancabili conflitti d’interesse che però non sembrano turbare l’unanimismo pro-Monti di forze politiche e media.       

“Quindici miliardi per le infrastrutture e lo sviluppo. È il nostro modo di essere banca”, recitava l’inserzione pubblicata qualche tempo fa nelle maggiori testate nazionali da Intesa Sanpaolo, il grande gruppo bancario di cui è stato amministratore delegato il neo-superministro dell’Economia, delle infrastrutture e dei trasporti, Corrado Passera, nonché vicepresidente del consiglio di sorveglianza, la responsabile al Welfare Elsa Fornero. “Tanti progetti avviati anche grazie a BIIS, la banca del nostro Gruppo dedicata alle infrastrutture, l’innovazione e lo Sviluppo”, chiariva la manchette.

Proprio la BIIS ha avuto come Ad e direttore generale Mario Ciaccia, chiamato a ricoprire il ruolo di viceministro del collega-banchiere Passera. È proprio sotto la sua direzione che BIIS-Intesa è divenuta la principale banca finanziatrice delle Grandi Opere in Italia. “Abbiamo erogato finanziamenti all’Anas per la realizzazione della terza corsia del Grande Raccordo Anulare di Roma, per un importo di 390 milioni di euro; e del secondo lotto della Salerno-Reggio Calabria, per oltre 430 milioni di euro”, ha dichiarato Ciaccia in un’intervista a Specchio Economico. “Siamo presenti nel Passante di Mestre con un investimento di 800 milioni di euro e abbiamo favorito la realizzazione di parcheggi in varie città per un importo di 130 milioni. Abbiamo attuato il collocamento e la sottoscrizione di parte dell’emissione obbligazionaria della ex società Infrastrutture Spa per la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Milano-Napoli, per un importo di 320 milioni di euro. Siamo i consulenti per la realizzazione e gestione delle autostrade Brescia-Bergamo-Milano e delle Tangenziali esterne di Milano, rispettivamente per 1,6 e 1,4 miliardi di euro”. Per la cronaca, Intesa Sanpaolo è azionista per il 39,7% di Autostrade lombarde, soggetto promotore della BreBeMi, mentre BIIS è tra gli arranger del project financing da oltre 1,9 miliardi per i lavori autostradali. Banca Intesa, poi, controlla il 5% del capitale di Tem, a cui si aggiunge uno 0,25% di azioni in mano direttamente a BIIS.

La banca amministrata da Ciaccia è attiva nel settore ferroviario anche attraverso il controllo diretto di Cofergemi, la società che si occupa della linea Genova-Milano (proprio quella “premiata” dal CIPE). BIIS è inoltre advisor dell’autostrada regionale Cremona-Mantova (project financing da 430 milioni) e della Pedemontana Veneta, l’autostrada che collegherà le province di Bergamo, Monza, Milano, Como e Varese. La stessa banca per le infrastrutture controlla il 6,03% della società di gestione della Pedemontana e contestualmente si occupa dell’arranging del debito, stimato in circa 3 miliardi di euro su un costo complessivo dell’opera di 4,7 miliardi. Nell’agosto 2010, BIIS ha poi concesso un credito di 15,7 milioni ad Invester, la finanziaria dell’imprenditore lombardo Rino Gambari, primo socio privato della Brescia-Padova, ricevendo in pegno le quote di proprietà della società autostradale. Della “Serenissima”, Intesa Sanpaolo già detiene il 6% del capitale attraverso la controllata Equiter.

In Liguria, la banca di Ciaccia, Passera e Fornero ha intrapreso una partnership con Regione e amministrazione comunale di Genova per lo sviluppo di grandi progetti come la Gronda di Ponente, il rafforzamento delle infrastrutture portuali e l’immancabile “Terzo valico” (oltre 7 miliardi di investimenti). BIIS ha pure sottoscritto crediti per un miliardo di euro a favore delle imprese impegnate nei lavori della nuova Fiera di Milano ed è arranger di alcuni dei più detestabili programmi destinati alla Sicilia, come il “miglioramento dell’adozione idrica” di Siciliacque Spa (investimenti per 564 milioni) e la realizzazione dei termovalorizzatori da parte di un pool d’imprese a guida Falck (1,2 miliardi) e Sicil Power (450 milioni).

Dulcis in fundo, il mostro del Ponte sullo Stretto di Messina, celebrato da tempi immemorabili da Ciaccia e dalle banche di riferimento. BIIS è un polmone finanziario importante dei Signori del Ponte. Divenuta capofila del pool di banche che ha rilasciato la garanzia fideiussoria per la partecipazione alla gara ad Eurolink, il consorzio d’imprese aggiudicatario dell’appalto (linee di credito per 350 milioni di euro), il 21 luglio 2009, Banca Infrastrutture Innovazione e Sviluppo ha fatto sapere per bocca del suo amministratore delegato di essere pronta a intervenire direttamente nel finanziamento dei lavori del Ponte. “Sono stati stanziati 1,3 miliardi e noi siamo pronti a mettere quello che serve e poi eventualmente a sindacarlo”, ha spiegato Ciaccia.

Il neoviceministro non nutre dubbi sul potere taumaturgico del dirottamento di massicce risorse pubbliche a favore delle grandi opere consacrate dalla legge Obiettivo. Il 3 febbraio 2010, intervenendo al convegno dell’Istituto latino-americano su “La cooperazione economica pubblico-privato”, Ciaccia l’ha sparata più grossa di Berlusconi: “Investendo 50 miliardi di euro l’anno così da coprire un fabbisogno infrastrutturale di 250 miliardi, il minimo per far fronte alla crisi economica ed energetica e riprendere lo sviluppo, si potrebbero ipotizzare nell’arco di un quinquennio circa 3,5 milioni di nuovi posti di lavoro”. Come dire che con i 5 miliardi stanziati dal CIPE di Monti potrebbero essere generati 350mila occupati…

Pubblicato su Bollettino – Italia Nostra, n. 467, novembre 2011

mercoledì 7 marzo 2012

Il Da Vinci gemellato al MUOStro di Niscemi


Come rafforzare l’alleanza politico-militare tra Italia e Stati Uniti e nel contempo indebolire il fronte del No all’installazione del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari delle forze armate Usa? Per il Dipartimento di Stato basta gemellare un liceo siciliano con una high school d’oltreoceano e il gioco è fatto. Così, lo scorso 15 febbraio, il Public Affairs Office del Consolato generale degli Stati Uniti di Napoli ha inviato una lettera all’Associazione americana degli insegnanti d’italiano (AATI), istituzione fondata in Canada nel 1924 per promuovere lo studio della lingua e della letteratura italiana nei college e nelle università nordamericane. Oggetto, lo sviluppo di un Sister School Program a Niscemi, la cittadina in provincia di Caltanissetta dove sta per essere installato uno dei quattro terminali terrestri del famigerato MUOStro per le guerre stellari.

“Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America è interessato a stabilire un’interessante opportunità di scambio educativo”, scrivono i funzionari del Consolato di Napoli. “Noi saremmo particolarmente grati di un vostro aiuto nell’identificazione di una scuola superiore statunitense da gemellare con il Liceo scientifico Leonardo da Vinci di Niscemi. Questo legame ha la possibilità di fornire una forte base per la programmazione culturale ed educativa di cui beneficeranno enormemente le due istituzioni oltre a migliorarne la reciproca conoscenza. La cosa bella di questo programma è la sua flessibilità; voi potete modellarlo per adattarlo alle necessità della vostra scuola. Il vostro livello di comunicazione può andare dalla semplice spedizione di lettere alla sponsorizzazione di scambi internazionali di studenti”.

Il consolato Usa espone con chiarezza i fini e gli obiettivi perseguiti dal Sister School Program. “Si tratta di un’iniziativa individuale e diretta che è stata disegnata dal Dipartimento di Stato per migliorare le odierne relazioni USA-Italia riguardo a specifici sforzi militari e diplomatici”. In caso di successo del programma, si aggiunge, “non solo ci saranno importanti benefici dal punto di vista culturale ed accademico per ambo le parti, ma da quello diplomatico, gli interessi statunitensi ed italiani saranno favoriti grazie all’accresciuto contatto”. Le scuole dunque non solo come fabbriche di consenso ma anche laboratorio per sviluppare sforzi e interessi politico-militari interalleati. All’ombra, magari, delle industrie di guerra e della armi.

Ad una partnership pro-MUOS tra scuole e studenti siculo-statunitensi ci avevano pensato in verità anche l’ex ministro della difesa Ignazio La Russa e il governatore dell’isola Raffaele Lombardo. Tra le effimere compensazioni previste dal protocollo d’intesa Governo-Regione per gli enti locali che saranno investiti dalle emissioni elettromagnetiche del nuovo sistema satellitare, compaiono infatti “la promozione e l’istituzione di summer schools in gemellaggio con centri d’eccellenza americani” e “la costituzione di borse di studio per gli studenti niscemesi per lo svolgimento di attività di studio/ricerca presso gli Stati uniti d’America”. Adesso che le antenne del MUOS sono pronte, dalle parole si è passati evidentemente ai fatti.

A Niscemi, però, del gemellaggio in itinere e delle sue conclamate finalità diplomatico-militari sono all’oscuro proprio gli insegnanti e gli studenti dell’Istituto d’istruzione superiore “Leonardo Da Vinci”. Solo il dirigente, prof. Fernando Cannizzo, ammette che nel liceo “è in corso un’iniziativa, ancora allo stato embrionale, finalizzata a creare scambi di natura culturale con studenti statunitensi, assolutamente non collegata con la vicenda del MUOS”.

Il “Da Vinci” è una vera e propria spina nel fianco dei programmi di militarizzazione del territorio niscemese. Nell’istituto si sono formati molti dei giovani che animano le campagne di mobilitazione popolare contro il nuovo sistema di guerra Usa. Lo scorso anno, mentre le forze politiche locali capitolavano sotto l’offensiva pro-MUOS di Raffaele Lombardo e del governo italiano, erano gli studenti dell’istituto a mantenere viva l’attenzione contro i lavori d’installazione delle antenne satellitari all’interno della riserva naturale “Sughereta” di contrada Ulmo. Il 28 febbraio 2011, in particolare, essi si autoconvocavano in assemblea, dando vita ad incontri di approfondimento, seminari e proiezione di filmati e, il successivo 12 marzo, ad un colorato corteo nelle vie cittadine. Le iniziative studentesche hanno consentito di riaccendere le proteste contro il MUOStro in Sicilia.

Perché allora l’interesse al Sister School Program da parte dei funzionari del Dipartimento di Stato e del Consolato generale Usa di Napoli? Forse la risposta sta in un incidente di percorso, l’organizzazione da parte del liceo “Da Vinci” di una “conferenza scientifica” in cui furono fortemente ridimensionati gli impatti ambientali e sulla salute umane delle onde elettromagnetiche del MUOS. L’iniziativa fu duramente stigmatizzata dai no war. “Non ci risulta che la Conferenza sia mai stata deliberata dal Collegio dei docenti né che esso sia stato mai chiamato anche informalmente ad esprimersi sulla sua organizzazione”, denunciò il Comitato No MUOS. “Ci sembra poi scorretto che i volantini, consegnati solo ad una stretta elite di invitati, siano stati stampati a colori all’interno ed a spese dell’istituto”. Ancora più infelice la decisione di affidare le relazioni “scientifiche” a tre docenti della facoltà di Ingegneria dell’Università degli Studi di Catania, sin troppo “amica” delle forze armate statunitensi ed italiane.

Negli anni fiscali 2001, 2002 e 2005, il Dipartimento di ingegneria elettrica, elettronica e dei sistemi (DIEES) dell’ateneo catanese ha sottoscritto tre contratti con il Pentagono per complessivi 118.750 dollari per non meglio specificati progetti di “ricerca”. Sempre il DIEES compare tra i partecipanti al Renewable Hydrogen R&D Projects Lab (IDRILAB) per la realizzazione d’impianti di generazione da fonti rinnovabili e produzione d’idrogeno, accanto ad Ecoenergy - LAGECO Costruzioni di Catania, società chiamata ad eseguire proprio i lavori di realizzazione delle piattaforme delle antenne del MUOS. La LAGECO vanta tra i principali committenti lo stesso DIEES, la Marina militare Usa e il 41° Stormo dell’Aeronautica militare italiana.

Nel novembre 2008, proprio il 41° Stormo Antisom di stanza nella grande stazione aeronavale di Sigonella è stato onorato della visita di una delegazione ufficiale della facoltà d’Ingegneria meccanica dell’Università di Catania, composta dai professori Massimo Oliveri, Gabriele Fatuzzo e Gaetano Sequenza. “Durante il colloquio con il comandante della base di Sigonella, colonnello Antonio Di Fiore”, recita il dispaccio emesso dall’Aeronautica militare, “i docenti hanno inoltrato la richiesta di formalizzare un rapporto di collaborazione fra le due istituzioni, con l’obiettivo precipuo di organizzare degli stages di formazione per gli universitari presso le strutture della base e con la possibilità nel contempo di riconoscere dei crediti ad eventuali studenti militari”.
Negli ultimi due anni accademici, l’Università di Catania è pure riuscita a strappare 475.000 dollari allo SPAWAR - Space and Naval Warfare Systems Center Pacific, il centro di ricerca spaziale della Marina di guerra statunitense, per programmi top secret nel campo dell’elettronica e delle telecomunicazioni. E allo SPAWAR, guarda caso, fa capo il miliardario programma di realizzazione della rete MUOS…

lunedì 5 marzo 2012

L’eterno e immobile limbo del Cara di Mineo

È già trascorso un anno e l’emergenza si è fatta quotidianità. Un albergo-prigione trasformato in una trappola di precarietà. Spazio dove tutto è lento. Non luogo eterno. Ieri è oggi, oggi domani. Il Centro di accoglienza richiedenti asilo di Mineo è ancora lì, nella piana di Catania, l’Etna imbiancata lontana, un deserto di arance e relazioni sociali. Cinquemila persone, cinquemila vite, cinquemila storie di dolori, dubbi e speranze ci hanno trascorso interminabili mesi nell’attesa di un imperscrutabile giudizio divino. “Resti!” “Te ne vai!” “Dentro!” “Fuori!”. Mille e seicento ci stanno ancora. E tanti ci resteranno almeno sino alla fine dell’anno. Sì, perché, nell’assenza di un dibattito generale sul diritto d’asilo e su quale accoglienza, lo status emergenziale migranti e richiedenti è stato prorogato d’ufficio al 31 dicembre 2012. Ma le lobby del business migranti Spa sono fameliche e instancabili. Tramano già per il SuperCara 2013 e 2014. Meglio ancora se 2015. Sono il partito unico, coop e aziende di destra e di sinistra a dividersi la torta plurimilionaria della supervigilanza dei corpi-altri, donne, uomini, bambine, bambini.
Solo per l’affitto dell’ex villaggio di Mineo, la Pizzarotti Parma – proprietaria - riceverà qualcosa come sei milioni di euro all’anno. I dirigenti della grande società di costruzioni non lo ritengono un rimborso congruo, ma è il “valore di mercato” stimato dall’Ufficio tecnico erariale di Catania. Certo è meno di quanto pagavano i militari americani di Sigonella. Ma a fine 2010 i marines hanno preferito abbandonare la struttura per affittare alloggi più vicini alla grande stazione aeronavale. Comunque è tutto oro colato: senza i rifugiati d’oltre mediterraneo il residence sarebbe andato precipitosamente in rovina, le villette saccheggiate, il mobilio trafugato. Proprio come è accaduto a Comiso dopo lo smantellamento dei missili Cruise a testata nucleare, nel villaggio-fratello realizzato anche allora dagli operai di Pizzarotti, poi smilitarizzato e trasferito integralmente agli enti locali.
C’è poi il mare di soldi versato per la gestione diretta del Cara, nutrizione, vestizione e scansione dei tempi vuoti degli ospiti-semidetenuti. Poco meno di un mese fa, la Provincia regionale di Catania, soggetto attuatore per decreto del governo, ha confermato l’affidamento della struttura al Consorzio siciliano di cooperative sociali Sisifo (LegaCoop), capofila di un raggruppamento composto pure da Sol.Co Calatino, pool di coop politicamente trasversali con sede a Caltagirone, la coop-azienda di ristorazione Cascina di Roma e Domus caritatis. Prenderanno 29,56 euro al giorno più Iva per ogni richiedente asilo per dieci mesi (sino ad oggi erano 24,69 euro), oltre a 30.450 euro “per oneri di sicurezza”. Con il Cara a pieno regime, duemila ospiti, fatturerebbero complessivamente 17.736.000 euro più Iva e oneri di security. Con i mille e seicento di oggi, un po’ più di 14 milioni di euro. Più le spese per la manutenzione generale del residence, acqua, luce, eventuali danni alle infrastrutture, i costi per le trasferte delle Commissioni territoriali per la concessione del diritto d’asilo e gli stipendi del personale della Croce rossa di guardia al presidio di salute. E gli stipendi e i benefit per lo spropositato numero di vigilantes, poliziotti, carabinieri, guardia di finanza ed esercito chiamati ad imporre l’ordine pubblico nel “campo d’accoglienza” di Mineo.
Il capitolato di gara per l’affidamento è parecchio esigente. Sisifo e Soci dovranno predisporre cucine e celle frigorifere di dimensioni X e Y, tutte le attrezzature e gli utensili per fornire 2.000 pasti tre volte al giorno, banchi, panche e tavoli mensa. Ancora più minuzioso il menù, pasta o riso tutti i giorni, 100 o 150 grammi “secondo il condimento”, un secondo di “carne rossa o bianca”, max 200 grammi, contorno di verdura, un frutto. E un litro di acqua minerale al giorno. Ci sarà poi da consegnare ad ognuno un paio di scarpe, un pigiama, quattro slip, due magliette, pantaloni, giaccone, coperte, lenzuola e kit igienico-sanitario. Il personale delle coop dovrà poi garantire i servizi di “assistenza generica alla persona”, la mediazione linguistica-culturale, l’informazione sulle norme italiane in tema d’immigrazione, il sostegno socio-psicologico, l’organizzazione del tempo libero e l’insegnamento della lingua italiana. Anche il numero di operatori e assistenti-educatori dovrà rispondere ai parametri e alle tabelle predisposte dal soggetto attuatore. Per le assunzioni e i contratti è stata creata ad hoc la società cooperativa “CARA Mineo”. Centocinquanta i dipendenti, buona parte provenienti dal comprensorio del calatino, altri perfino da Catania, Acireale e Giarre.
Con l’arrivo dei nuovi gestori è stato finalmente attivato il pocket money del valore di 3,5 euro al giorno per l’acquisto nello spaccio interno al Cara di sigarette e schede telefoniche. Niente denaro in cash, ovviamente, ma solo una carta magnetica con nome, cognome e numero d’identificazione che sconta l’importo ad ogni acquisto e che vale anche per registrare ingressi e uscite dal campo e il consumo dei pasti in mensa. Dall’11 gennaio la carta del grande fratello vale anche come “ticket restaurant” per acquistare beni di consumo (alcolici e alimenti da cucinare esclusi) in una quarantina di supermarket Despar e Sigma di Mineo, Caltagirone, Grammichele e Catania. Nel campo vige ancora il divieto di prepararsi i pasti da soli, per “motivi di sicurezza” si spiega. Per non indurre in tentazione si è pensato bene di smantellare cucine e fornelli dalle abitazioni. Ma in tanti, sia per rifiuto dell’omologazione e amore del gusto e dell’esistenza, sia per la scarsa qualità del cibo, preferiscono disertare le code alla mensa generale. E in qualche modo si arrangiano. E resistono.
Girare nel Cara è come muoversi in un limbo ovattato, asettico, distante. Come distanti e lontani sono le persone che lo abitano, che ci vivono. Corpi estranei. Barriere invisibili tra te e loro, noi e gli altri. Si ignorano. Superata l’ostilità e le diffidenze degli operatori, ne riconosci le enormi differenze per umanità e professionalità. I buoni, i brutti, i cattivi. Il paternalismo e la caritas di mediatori socio-culturali e psicologici, l’affabilità del manager che conosce da Lampedusa i drammi dell’esodo, l’indifferenza dei più, i pregiudizi razziali e razzisti di più di un kapò. E’ piovuto tantissimo, pozzanghere dappertutto, esprimiamo perplessità sul drenaggio del campo. “Il fango lo hanno fatto loro, perché gli piace stare nel fango”, commenta la nostra body guard. Meglio far finta di non sentire. E di non vedere le ronde armate degli agenti di Polizia in tenuta antisommossa e nuovo supergiubbotto antiproiettile con impresso gruppo sanguigno personale. Piombano come avvoltoi tutte le volte che si forma una fila, davanti all’infermeria, davanti alle convocazioni dei colloqui con le commissioni territoriali, davanti allo spaccio, davanti alla mensa, davanti al nulla. Accorrono nel loro cellulare blindato e schermato pure se dall’altra parte del viale, l’Intrepid Lane, c’è chi urla di gioia per avere ottenuto l’asilo. “Adesso sono molto meno invasivi”, ci dicono. “In passato era peggio. Ma abbiamo chiesto loro di lasciarci operare tranquillamente, che ci avremmo pensato noi a risolvere eventuali conflitti e discussioni interne”. Con l’avvento di Sisifo & C. l’obiettivo è quello di “aprire, per quanto possibile” il campo all’esterno. “Organizzeremo un torneo di calcio con squadre miste di tutte le nazionalità presenti e squadre dilettantistiche del calatino”, annuncia la direzione. “A Natale abbiamo lavorato ad un Presepe vivente a Mineo, realizzando qui i vestiti. Abbiamo moltiplicato i corsi d’italiano e vogliamo avere gruppi di cucina e di cucito e stage e tirocini professionali nelle aziende per favorire l’avviamento al lavoro. Stiamo pure raccogliendo i curricula degli ospiti per creare una banca dati con Italia Lavoro”. I bambini, finalmente, frequentano la scuola in paese. Ma è a più di dieci chilometri dal campo. Lontana. Tanto lontana. Come le case dei loro compagnetti. Lontane e inavvicinabili. Loro lì, noi qui. Meglio non farsi illusioni. Mai. Perché si è diversi. Perché a Catania, Roma o Bruxelles hanno deciso che si sarà diversi.
“Il territorio non è mai stato favorevole al Cara”, spiega il direttore di Sisifo, Ianni Maccarrone. “Da quando siamo qui non abbiamo mai ricevuto la vista di un esponente politico nazionale o locale, né da parte di alcun assessore o funzionario della regione Siciliana. Solo noi abbiamo richiesto a fine dicembre un incontro con le forze politiche del calatino per mostrare cosa stiamo facendo e ragionare su possibili collaborazioni future”. Tutti rivendicano, a parole, piena autonomia dalla politica. Ma al Cara di Mineo il cuore è saggiamente bipartisan. Quello di Sisifo batte per il variopinto arcipelago del Pd siciliano; quello di Sol.Co. Calatino per gli uomini di punta del Pdl. Macchine di voti, incarichi e prebende. Un gradino più in alto la figura di Giuseppe Castiglione, politico uno e trino: Presidente della Provincia di Catania, Soggetto attuatore del Centro d’accoglienza di Mineo, Portavoce siciliano del Popolo della Libertà. L’1 marzo 2012, giornata mondiale di mobilitazione e sciopero dei migranti, è lui a presentare l’esperienza del megacara al convegno su Multietnicità ed integrazione sociale, organizzato in pompa magna alle Ciminiere di Catania dal Pdl e dall’Associazione per lo sviluppo dell’imprenditorialità femminile immigrata (ASIFI). A condurre i lavori il suocero-senatore Giuseppe Firrarello.  
I gestori sono particolarmente orgogliosi di avere attivato nel campo la raccolta differenziata dei rifiuti. “Abbiamo abbattuto di più del 40% i costi della raccolta e sono già in tanti ad avvalersi economicamente dei materiali riciclabili”. Il verde tuttavia lascia parecchio a desiderare. Molte palme sono state irrimediabilmente segate. Chiediamo se anche qui c’è la piaga del punteruolo rosso. “No, sono state tagliate tempo fa per ragioni di sicurezza, lo ha chiesto la Polizia”. Forse anche le staccionate divisorie tra le villette sono state divelte per poter spiare chiunque dovunque. Ma il campo è come se restasse a compartimenti stagni, separato e separante. Loro, i “neri”, anche se neri non lo sono tutti. Che non fanno nulla, non possono far nulla, non devono far nulla. A tutto ci pensano gli altri, i “bianchi”, anche se bianchi non lo sono in tanti. Poliziotti, carabinieri, militari, medici, giardinieri, psicologi, sociologi, traduttori, avvocati, giudici, guardiani, cuochi, inservienti, operatori ecologici. “Facciamo il nostro meglio per farli stare meglio”. Sì sicuramente meglio di chi ha avuto la sfiga di finire nelle fauci di qualche pseudo-imprenditore che ha trasformato in “centro d’accoglienza” un appartamento condannato ad essere sfitto e che invece è profumatamente pagato dallo Stato in nome dell’emergenza migranti. Mini-mini Cara nascosti in campagna o nelle periferie dei centri siciliani, altra grande vergogna del sistema Italia dello spreco e dell’esclusione, su cui Prefetti e sindaci non esercitano alcun tipo di controllo. Perlomeno a Mineo, sulla carta, qualche regola c’è. E pure qualche vantaggio. Per questo c’è chi ha chiesto ed ottenuto di lasciare quegli appartamenti-ghetto per approdare nel grande villaggio-fantasma di Mineo. È per questo che quattrocento, forse cinquecento persone che hanno ottenuto il permesso di soggiorno hanno scelto di non lasciare Mineo. Avvalendosi della circolare ministeriale del 4 ottobre 2011 che allunga l’emergenza-sbarchi sino alla fine del 2012 e autorizza soggetti attuatori e gestori a consentire a tutti di permanere nei centri sino ad allora. Con spese aggiuntive per i contribuenti ma benefici aggiuntivi per i consorzi-coop dei soliti noti. Più l’effetto di doppie e triple dipendenze che, c’è da scommetterci, creeranno all’infinito ulteriore dipendenza. Moltiplicando il business. E gli appetiti.
Ancora una volta a restar fuori dall’affaire Mineo, l’altro grande consorzio siciliano detieni-migranti, Connecting People di Castelvetrano (Tp). Alla gara del 3 febbraio aveva offerto un prezzo di 19,99 + Iva al giorno per richiedente asilo, con un ribasso del 41,21% sul valore base fissato nel bando. Insufficiente tuttavia a ribaltare il punteggio ottenuto da Sisifo con l’offerta tecnica e con l’aggravante di essere ritenuto “anormalmente basso” dalla Commissione aggiudicatrice. Connecting People però non demorde e minaccia di presentare ricorso, così come aveva fatto davanti al Tar di Catania lo scorso mese di ottobre dopo l’esito negativo della prima gara per la gestione del Cara. Allora, i responsabili del consorzio trapanese avevano denunciato “l’illegittimità” dei provvedimenti adottati dalla Provincia di Catania perché “gravemente lesivi” dei propri diritti ed interessi. In particolare si segnalava che “dopo aver fatto trascorrere oltre un mese dalla propria nomina”, il soggetto attuatore aveva invitato il Consorzio a partecipare alla gara solo il venerdì 12 agosto 2011, con termine ultimo per presentare l’offerta le ore 12 del 17 agosto. “Il Consorzio ha avuto a disposizione solo sabato 13, domenica 14, lunedì 15 (ferragosto) e martedì 16, un lasso di tempo così ristretto che risulta assolutamente ingiustificato e non motivato”, spiega l’esposto. E per poter permettere al soggetto attuatore (nominato il 28 giugno) di indire una regolare procedura ad evidenza pubblica e non con procedura d’urgenza, alla Croce Rossa era stato consentito di avere in gestione il Cara sino al successivo 30 settembre. Nel ricorso al Tar, Connecting People lamentava pure disparità di trattamento e la “violazione della par condicio” tra i concorrenti. “Mentre noi abbiamo ricevuto l’invito alla gara solo il 12, la ditta aggiudicataria lo ha ricevuto il 9 agosto, usufruendo così di un tempo quasi doppio del nostro”.  Infine, “nonostante Sisifo avesse ottenuto sia in  merito all’offerta economica, sia all’offerta tecnica un punteggio superiore ai 4/5 dei corrispondenti punteggi massimi previsti dalla lex specialis la commissione non ha ritenuto anomala l’offerta”. Anomalia riscontrata invece nella recentissima offerta del potente consorzio coop siciliano.
"Nulla lascia presagire qualcosa di buono per il futuro dei richiedenti asilo di Mineo”, commenta Alfonso Di Stefano della Rete Antirazzista Catanese “Da mesi la situazione langue nell’incertezza dei tempi di  definizione delle domande d’asilo. La Commissione territoriale, attivata più di due mesi dopo l’apertura del campo, esamina poche decine di casi a settimana. Per accelerare i procedimenti, era stata poi prevista la costituzione di una sub-commissione da affiancare a quella di Siracusa, ma dall’autunno scorso si è tornati ad una sola operativa, dimezzando i casi esaminati settimanalmente. Così vi sono richiedenti che attendono di essere sentiti da oltre un anno. Mentre sono molte le testimonianze del pessimo servizio d’interpretariato convenzionato con il ministero degli Interni e aumentano le denunce di truffa contro gli interpreti che richiedono denaro per ammorbidire la commissione. Intanto, per ottenere il permesso di soggiorno, ci volevano fino all’estate scorsa 20 giorni circa, adesso ci vogliono anche 2 mesi”.
“Da tempo – aggiunge - denunciamo la disumana scelta di segregare migliaia di richiedenti asilo in aperta campagna, interrompendo così i percorsi d’inserimento sociale già avviati in precedenti Cara ubicati all’interno delle città. Purtroppo però troppe associazioni del cosiddetto terzo settore non si fanno scappare il business sia che si tratti d’accoglienza sia che si tratti di detenzione di persone che hanno il diritto ad una urgente soluzione per la costruzione del proprio futuro”. La Rete Antirazzista ha aderito alla campagna nazionale “Diritto di scelta” perché sia riconosciuto un titolo di soggiorno umanitario ai richiedenti asilo provenienti dalla Libia. “Non possiamo permettere che nelle nostre città sia ancora una volta alimentato lo spazio d’ombra della clandestinità, consegnando migliaia di donne e uomini allo sfruttamento”, spiega Di Stefano. “È una sacrosanta questione di dignità, di democrazia e di giustizia”.