I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

venerdì 24 febbraio 2012

Un MUOStro di mafia a Niscemi

Un’intera collina sventrata nel cuore della riserva naturale “Sughereta” di Niscemi. Centinaia di metri di terrazzamenti, la macchia mediterranea sradicata. In cima, gli scheletri delle future casermette e tre enormi basamenti di cemento. Mancano solo le parabole e l’installazione del terminal terrestre del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazione satellitare della Marina militare Usa, sarà completo. I lavori, autorizzati nel giugno 2011 dalla giunta regionale di Raffaele Lombardo (unico politico filo-Muos di tutta la Sicilia), procedono con celerità sorprendente. Inesorabili. Laceranti. Sfidando le piogge e i rigori dell’inverno.
L’immensa base di Niscemi, 144 ettari di terreni ricadenti in zona A e B della riserva, è attraversata da auto di servizio, camion pesanti, ruspe, betoniere. Nessun cartello segnaletico sulla tipologia dei lavori, l’importo, gli esecutori. Su un automezzo che impasta cemento è però ben impresso il logo della “Calcestruzzi Piazza Srl”. Più di due mesi fa, le amministrazioni locali sono state informate che la Prefettura di Caltanissetta ha negato all’azienda il certificato antimafia. Il sindaco di Niscemi, Giovanni Di Martino, l’ha già depennata dall’elenco delle imprese di fiducia del Comune, in ottemperanza alla circolare ministeriale sulla cosiddetta white list che punta ad impedire l’infiltrazione criminale negli appalti pubblici. Ma per il MUOS e la stazione di telecomunicazione Usa più grande del Mediterraneo, le normative italiane antimafia sono invece carta straccia.
I lavori di realizzazione del megaimpianto satellitare sono stati affidati dal comando US Navy ad un consorzio d’imprese denominato “Team MUOS Niscemi”, costituito dalla Gemmo S.p.A. di Arcugnano (Vicenza), società leader nella costruzione d’impianti elettrici e dalla LAGECO (Lavori Generali Costruzioni) di Catania. Due aziende particolarmente attive nel business delle infrastrutture militari. La Gemmo, in associazione con un importante contractor statunitense, ha in affidamento il trasporto di armamenti, la gestione dei servizi ambientali e la raccolta dei rifiuti nello scalo aereo di Sigonella e nella base navale di Augusta. La LAGECO, in passato, ha eseguito i lavori di recinzione e la bonifica ambientale dei terreni del centro di radiotrasmissione di Niscemi.
Il subappalto relativo alla movimentazione terra e alla fornitura di cemento è stato affidato invece alla Calcestruzzi Piazza Srl. La commessa è trapelata sui mezzi d’informazione grazie al giornalista Giovanni Tizian. In un documentato articolo pubblicato il 2 novembre 2011 su l’Espresso, Tizian ha denunciato che l’impresa che stava realizzando i basamenti per le antenne del MUOS era riconducibile all’imprenditore Vincenzo Piazza, “persona associata al boss Giancarlo Giugno, ritenuto dagli inquirenti il referente di Cosa Nostra a Niscemi”. “E il nome di Giugno – aggiungeva Tizan - compare persino nell’istruttoria sui telefonini usati per la strage di Capaci: fino al 2003 ha scontato una pena definitiva al carcere duro, poi è stato protagonista di un surreale caso di soggiorno obbligato nelle Marche - dove non è riuscito a trovare casa - e di un lungo divieto di soggiorno in Sicilia”. Nel 2009, Piazza ha lasciato le cariche ricoperte nella società di calcestruzzi. “Al suo posto due donne: la più giovane è socia di Francesco Piazza, figlio di Vincenzo, in un’altra società di costruzioni”.
Del titolare-ombra dell’azienda subappaltatrice del MUOS, l’Espresso ricordava il coinvolgimento nell’indagine “Atlantide-Mercurio” della procura antimafia di Caltanissetta (gennaio 2009), relativa agli affari illegali della “famiglia” Madonia nel comprensorio Gela-Niscemi. L’inchiesta giornalistica destò parecchio scalpore. La Prefettura formalizzò la non concessione del certificato antimafia, ma come è stato possibile verificare, la Calcestruzzi Piazza Srl non si schioda dai lavori del MUOS all’interno della base Usa di Niscemi.
Sulla vicenda, il 14 febbraio 2012, il senatore Giuseppe Lumia (Pd e sostenitore della giunta Lombardo) ha presentato un’interrogazione ai Ministri della difesa e dell’interno. “Il Governo regionale ha più volte sollecitato le autorità americane a mettersi in relazione con le autorità italiane, in particolar modo con la Prefettura di Caltanissetta, per monitorare dettagliatamente la presenza di eventuali imprese mafiose in quest’importante opera, di fatto pubblica, e per far rispettare la normativa antimafia”, scrive Lumia.Risulta tuttavia che nei lavori sia coinvolta la Calcestruzzi Piazza Srl, con sede a Niscemi ed avente come amministratore unico Concetta Valenti, il cui marito convivente è Vincenzo Piazza, che, in base ad indagini della Direzione distrettuale antimafia (DDA) di Caltanissetta nonché ad altri elementi info-investigativi segnalati dalle Forze dell’ordine, apparirebbe fortemente legato al noto esponente mafioso del clan Giugno-Arcerito, Giancarlo Giugno, attualmente libero a Niscemi”.
Il senatore Lumia rileva che nel corso di alcune indagini “sono emersi contatti del Piazza con esponenti mafiosi” che “evidenziano ingerenze e condizionamenti di Cosa nostra nell’appalto per i lavori di recupero, consolidamento e sistemazione a verde dell’area sottostante il Belvedere, commissionati dal Comune di Niscemi”. Vincenzo Piazza, insieme a Giancarlo Giugno, è stato inoltre denunciato per il reato di associazione mafiosa nell’ambito dell’operazione “Triskelion”, eseguita nel febbraio 2010 dalla DDA e dal GICO della Guardia di finanza di Caltanissetta, contro una “cellula” di Cosa nostra della provincia di Enna operante in Lombardia e in Belgio. “Nell’ambito della citata indagine - scrive il parlamentare - il monitoraggio dell’utenza in uso a Antonino Tramontana (soggetto affiliato al clan di Pietraperzia) dava modo di riscontrare plurimi contatti che costui intratteneva con alcuni personaggi pluripregiudicati, tra cui Giancarlo Giugno; quest’ultimo veniva contattato proprio tramite l’utenza in uso a Piazza. Sempre tramite Vincenzo Piazza, altro soggetto mafioso di Pietraperzia, tale Nino Tramontana, il 24 agosto 2006, incontrava Giancarlo Giugno ed era per mezzo del suo cellulare che parlava con Giugno quando si trovava presso l’impianto di calcestruzzo, il 3 settembre 2006, e rintracciava gli operai”. Agli atti dell’inchiesta “Atlantide-Mercurio”, pure la trascrizione di una successiva conversazione telefonica tra Piazza e Giugno, mentre quest’ultimo si trovava in Milano ancora in compagnia di Antonino Tramontana. L’imprenditore si era rivolto al boss per sapere la fine di un assegno di 3.500 euro. Giugno preferì glissare la domanda, riservandosi di parlarne al suo rientro a Niscemi.
Sono proprio le intercettazioni ambientali eseguite durante l’importante operazione antimafia a delineare l’intensità dei legami tra Vincenzo Piazza e Giancarlo Giugno. Quando nel 2006 il boss è in carcere a Tolmezzo, l’imprenditore è in contatto con la moglie Giuseppa Patti. In un’occasione i due parlano di un assegno che Piazza avrebbe dovuto ricevere da tale “Peppe”. Ho parlato con lui, ma non l’ha ancora posto all’incasso, riferiva l’imprenditore. Quindi ritarderò a recapitarle la somma di denaro di una settimana. Il 22 agosto 2006, Vincenzo è tra i pochissimi amici ad essere avvisato dalla Patti della scarcerazione del marito. “Il Piazza promette che il giorno seguente si sarebbe recato presso la sua abitazione sia per salutare Giancarlo Giugno, che per consegnarle qualcosa, verosimilmente la somma di denaro che le aveva promesso in precedenza”, scrivono gli inquirenti.
I contatti tra il boss e l’imprenditore si faranno sempre più frequenti. Il 23 ottobre, essi vengono intercettati mentre parlano di una gara d’appalto per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani nel territorio di Niscemi. Per chi fa la gara per questa immondizia, si deve giocare la meglio si deve giocare!, commenta Piazza. Puoi portare quaranta dipendenti Giancarlo, possono essere i più stupidi del mondo… E più stupidi sono meglio è! Giugno lo incalza: Quaranta no, quaranta amici te li sei fatti, te li trovi quaranta famiglie, quando ci sono le elezioni o quando ci sarà qualche cosa te li trovi… Prima del commiato, il boss ricorda all’interlocutore che dovrà ritirare del denaro. Una parte, 15.000 euro, “sarà trattenuta per se stesso”, una quota sarà destinata al Piazza e i rimanenti 25.000 euro “saranno destinati ad altri”.
Il 5 novembre 2006, i due tornano ad incontrarsi per discutere dell’assunzione di due operai all’interno di un cantiere per la realizzazione di gallerie autostradali. Io ho parlato con Michele, ma mi ha detto che può assumere solo le persone che hanno il patentino, spiega Giugno. Il 13 novembre si torna a parlare di somme di denaro da riscuotere, presumibilmente riconducibili all’attività imprenditoriale del Piazza. “La conversazione in disamina evidenzia cointeressenze del Giugno nell’attività espletata dal Piazza: non a caso, infatti, egli utilizza il plurale nelle richieste che formula al Piazza, per il recupero dei crediti”, scrivono gli inquirenti. Di circa quindicimila me ne ha dati tremila!... si duole Vincenzo. Già deve dare ancora dodicimila! Gli ho detto: male che vada, tu porta quegli assegni e ti do un paio di mila euro in contanti e quattro li diminuiamo, qualche altro lavoro te lo faccio fare! Meno di un mese dopo, Vincenzo Piazza comunica a Giugno di essere in possesso di due assegni, ma teme che siano scoperti. Inizialmente si pensa di versarli in banca per farli protestare, ma successivamente si opta per concedere al creditore il tempo necessario a recuperare il denaro. Il 27 dicembre 2006, Giugno e Piazza vengono intercettati mentre effettuano dei conteggi su alcuni assegni nella loro disponibilità. “Dal tenore del dialogo si ricavano cointeressenze tra i due”, ribadiscono gli inquirenti.
Condividono pure un chiodo fisso i due, quello di avere i cellulari e perfino i computer sotto controllo. Quando un giorno si recano nell’impianto della Calcestruzzi Piazza Srl e notano qualcosa di anomalo all’ingresso, Piazza e Giugno si convincono che è stata installata una telecamera dalle forze di polizia. E il boss manifesta pure la preoccupazione per l’eventuale presenza di una microspia a bordo dell’autovettura del Piazza. I comportamenti dell’imprenditore non sono però del tutto lineari. Da una parte teme le indagini dell’autorità giudiziaria, dall’altra stringe relazioni confidenziali con un paio di agenti di Polizia di Stato niscemesi. A uno di essi, Marco Crescimone, Vincenzo Piazza rivela nell’ottobre 2006 che Giugno, preoccupato di essere nuovamente arrestato, evita di farsi notare in compagnia di altri pregiudicati proprio per timore dei controlli di polizia. Lui se ne vuole andare… vuole squagliare di qua.. Dice <<perché… dicembre non passa… che mi attaccano a me!... me ne devo andare e basta!... ormai non è più terra per me qua!..>>
Piazza e Crescimone si soffermano poi sui diversi atti intimidatori verificatisi negli ultimi tempi a Niscemi. I due “temono che la situazione possa ulteriormente aggravarsi”, scrivono gli inquirenti. “Il Piazza riferisce che Francesco Amato, alias Ciccio Pistola e Salvatore Blanco, alias Turi Paletta sono diventati oramai esponenti di spicco del sodalizio mafioso di Cosa Nostra; aggiunge che costoro sono entrati in contrasto con Giancarlo Giugno”. Qualche giorno c’è il botto Marco!... qualche giorno c’è il botto… perché non mi pare che questo Paletta e il Pistola,  troppo potere si sono presi…
Il 3 novembre 2006, è il poliziotto Nuccio Gallo a ricevere alcune confidenze dal Piazza. Oggetto, il danneggiamento del Ristorante “Green Hilly”, gestito dall’imprenditore del calcestruzzo. Ieri sera... Hanno rotto i vetri, ho girato attorno, e ho visto la porta d’ingresso principale rotta pure, dei vetri con quella barra pure… Ho una collera che prenderei a qualche figlio di buttana, e trenta anni non me li toglierebbe nessuno… E meno male che sono appoggiato compare! ti immagini se non sarei appoggiato!
Tanto ben appoggiato e protetto che la Piazza Srl continua ad essere un’ingombrante presenza nei lavori pro-MUOStro di Niscemi.

giovedì 23 febbraio 2012

Le guerre future con l’AGS e i droni di Sigonella

La Sicilia sacrificata sull’altare del dio di tutte le guerre. Quelle di oggi e quelle future. Negli oceani, in cielo, in terra. Guerre satellitari, spaziali, stellari. Disumanizzate e disumanizzanti. Da combattere su un monitor a migliaia di chilometri distanti. Con aerei senza pilota e bombe teleguidate. Ordigni di ogni tipo, forma e dimensione. Al laser o all’uranio impoverito, killer elettromagnetici o nucleari. Target “virtuali” ma terribilmente reali: bambini, donne, anziani di cui nessuno conoscerà mai volti e identità. Corpi da spezzare, stuprare, dilaniare. Continenti da affamare. Popoli da sterminare.
I signori e i marcanti di morte hanno ipotecato ruolo e funzioni dell’isola: trampolino di guerra per colpire regimi disobbedienti e perpetuare ingiustizie e disuguaglianze planetarie; enorme centrale di spionaggio per incunearsi nelle vite di ognuno, dall’Atlantico agli Urali, dall’Africa all’estremo oriente. Il territorio siciliano è divorato dal cancro Sigonella, la più grande base militare Usa, Nato ed extra-Nato nel Mediterraneo. E le metastasi hanno pervaso Niscemi, Birgi, Augusta, Pantelleria, Lampedusa, Marsala, Noto-Mezzogregorio, Pachino, sedi di supersegrete installazioni militari e laboratori sperimentali dell’olocausto del terzo millennio.
A Bruxelles, l’ultimo summit dei ministri della difesa della Nato ha ufficializzato la scelta di Sigonella come “principale base operativa” dell’AGS (Alliance Ground Surveillance), il nuovo sistema di sorveglianza terrestre dell’Alleanza: un Grande Orecchio per monitorare il globo 24 ore al giorno, individuare gli obiettivi e scatenare il first stike, convenzionale o nucleare, in nome della guerra globale e permanente, preventiva e distruttiva. Entro cinque anni, nella grande stazione aereonavale saranno ospitati i sistemi di comando e di controllo dell’AGS che analizzeranno le informazioni intercettate da migliaia di sistemi radar satellitari, aerei, navali e terrestri. Per poter poi pianificare e ordinare gli attacchi, ovunque e comunque. Senza vincoli e regole morali.
Strumento cardine del nuovo sistema Nato, il più grande e sofisticato velivolo senza pilota mai progettato, l’RQ-4 “Global Hawk”, un falco globale di 13 metri e mezzo di lunghezza e un’apertura alare di oltre 35, in grado di volare a circa 600 chilometri all’ora a quote di oltre 20.000 metri. Con un’autonomia di 36 ore, è in grado di perlustrare un’area di 103.600 chilometri quadrati, in qualsiasi condizione meteorologica, grazie ad un potentissimo radar e all’utilizzo di telecamere a bande infrarosse. La sua rotta è fissata da mappe predeterminate, un po’ come accade con i famigerati missili da crociera “Cruise”, ma da terra gli operatori possono cambiare le missioni in qualsiasi momento. Un velivolo a tecnologia avanzata che tra ricerca, sviluppo e produzione comporta un costo unitario di 125 milioni, sperimentato proprio da Sigonella in occasione del recente conflitto alla Libia.
Per gli strateghi del Pentagono, la Sicilia dovrà fare da vera e propria caput mundi di falchi e predatori teleguidati: una decina i “Global Hawk” che l’aeronautica e la marina militare Usa si apprestano a dislocare; ancora più numerosi i “Predator” e i “Reaper” lanciamissili e lanciabombe. Per l’AGS di Sigonella, i “Global Hawk” dovrebbero essere ufficiosamente quattro, forse cinque e magari sei. O perfino otto, come riferì in Parlamento il 12 giugno 2009 l’allora ministro della difesa Ignazio La Russa. “L’Alleanza atlantica acquisterà un sistema di sorveglianza aerea basato su una flotta di otto velivoli a pilotaggio remoto e un segmento terrestre di guida e controllo, da integrare nell’ambito del sistema C4ISTAR della Nato”, annunciò il ministro che più si è battuto per fare di Sigonella la centrale strategica del nuovo sistema di sorveglianza.
Di otto falchi globali ha parlato pure Ludwig Decamps, caposezione dei programmi di armamento della Nato. “Il sistema AGS sarà fondamentale per le missioni alleate nell’area mediterranea ed in Afghanistan, così come per assistere i compiti della coalizione navale contro la pirateria a largo delle coste della Somalia e nel Golfo di Aden”, ha dichiarato. “L’AGS fornirà un preciso quadro della situazione operativa soprattutto per tutti i responsabili della Nato Response Force, la forza d’intervento rapido alleata, accrescendo le capacità di sorveglianza aerea. Il sistema consentirà inoltre di supportare i crescenti requisiti operativi anche per la gestione delle crisi, la sicurezza nazionale e gli aiuti umanitari”.
Per comprendere appieno la vocazione umanitarista degli odierni apprendisti stregoni bisogna dare un’occhiata alla nuova dottrina strategica dell’Alleanza, denominata NCW Network Centric Warfare. “L’AGS è un programma di vitale importanza per poter applicare sul campo la NCW e puntare all’integrazione in tempo reale delle forze militari in un’unica rete informativa globale”, spiegano a Bruxelles. “La NCW prevede un radicale cambiamento nei rapporti tra piano strategico, operativo e tattico e un diverso modo di comunicare, pianificare ed operare tra Comandi e forze militari”. Per farla breve, stabiliti gli obiettivi prioritari “senza limiti geografici”, gli interventi vengono demandati alle componenti spaziali, aeree, navali e terrestri che operano “in piena autonomia” nei teatri di guerra. Un network dunque che azzererà le tradizionali catene di comando-decisionali e impedirà qualsivoglia forma d’interferenza da parte delle autorità politiche sulle scelte e l’operato delle forze armate. Un modello ritenuto “indispensabile” perché “il campo di battaglia è ormai indefinito, la minaccia è asimmetrica e il nemico è invisibile, onnipresente e capace di colpire ovunque”. Un’orgia di follia, mentre cresce l’assuefazione dei giusti e dei pii all’odore acre della morte. Come in Iraq, Afghanistan, Pakistan, Libia, Somalia. E il sonno della ragione genera nuovi e più terribili mostri.
AGS, affare Usa sulle tasche Nato
Come dare torto al segretario della difesa USA, Leon Panetta. È sicuramente un “ottimo accordo” quello raggiunto tra i paesi Nato per l’AGS a Sigonella. Ottimo per i massimizzare i profitti delle industrie chiave del complesso militare industriale degli Stati Uniti d’America e trasferire ai partner europei gli oneri finanziari e gli insostenibili impatti ambientali e sociali.
Merita essere rammentata la storia che ha portato a fare della Sicilia la patria-colonia dei falchi globali per le missioni di guerra del XXI secolo. Maturata la decisione di dar vita a quello che per voce di Bruxelles è il più “ambizioso e costoso” programma della storia dell’alleanza atlantica, l’ultimo governo Prodi candidò l’Italia quale main operating base del sistema AGS, negli stessi mesi in cui offriva segretamente l’ex scalo Dal Molin di Vicenza alle truppe aviotrasportate dell’esercito USA e la riserva naturale “Sughereta” di Niscemi al MUOStro per le telecomunicazioni spaziali della Us Navy.
Il 19 e 20 febbraio 2009, durante il vertice dei ministri della difesa Nato, venne raggiunto un accordo di massima per assegnare a Sigonella i comandi e gli aerei senza pilota AGS, dopo una lunga e lacerante trattativa che aveva visto ridurre progressivamente a 13 il numero dei paesi disposti a contribuire economicamente al programma (Stati Uniti, Italia, Bulgaria, Repubblica ceca, Estonia, Germania, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Romania, Slovacchia e Slovenia).
Originariamente, il piano di sviluppo del sistema di sorveglianza vedeva associate 23 nazioni. Tutte determinate a dividersi le ultramilionarie commesse per allestire aerei e centri d’intelligence. “C’erano in gara due consorzi d’industrie che proponevano piattaforme diverse, la Transatlantic Industrial Proposed Solution (TIPS) ed il Cooperative Transatlantic AGS System (CTAS)”, ha riferito l’esperto John Shimkus all’Assemblea Parlamentare della Nato. “Tutti e due i consorzi proponevano di utilizzare lo stesso sistema radar di base. La principale differenza era il tipo di piattaforma aerea suggerita. TIPS prospettava una combinazione del velivolo europeo Airbus A321 e dell’aereo senza pilota Global Hawk di produzione statunitense, mentre CTAS prevedeva un’associazione di piccoli aerei Bombardier e Predator. Quest’ultima proposta sarebbe risultata meno costosa per l’acquisto del velivolo, ma avrebbe presupposto il doppio di stazioni a terra rispetto al sistema TIPS (49 contro 24)”.
Fu così che il vertice Nato di Istanbul dell’aprile 2004 attribuì al consorzio TIPS la ricerca e la progettazione delle apparecchiature terrestri e aeree dell’AGS. La scelta accontentava quasi tutti i maggiori protagonisti dell’industria bellica transatlantica: dai colossi Usa Northrop Grumman e General Dynamics, al gruppo aerospaziale franco-tedesco-olandese EADS, ai francesi di Thales, agli spagnoli di Indra sino alle italiane Selex e Galileo (gruppo Finmeccanica). Nel novembre 2007, l’inatteso colpo di scena. Senza consultarsi con gli alleati, l’amministrazione degli Stati Uniti annunciò l’abbandono della soluzione “mista” e affidò in esclusiva la realizzazione dell’intero sistema AGS alla Northrop Grumman, produttrice dei “Global Hawk”. La delusione degli europei fu incontenibile e, uno dopo l’altro, Belgio, Francia, Ungheria, Olanda, Portogallo, Grecia e Spagna ritirarono il proprio appoggio finanziario ed industriale, con la conseguenza che aumentò l’onere a carico dell’Italia.
In cambio di una subfornitura delle due aziende Finmeccanica di apparecchiature destinate alle stazioni terrestri e alle comunicazioni e la trasmissione dei dati, il governo italiano si accollò una spesa di 177,23 milioni di euro, pari al 12,26% del costo globale del programma (stimato in 1.335 milioni di euro). Nel settembre 2009, il memorandum sottoscritto in sede Nato per definire il quadro giuridico, organizzativo e finanziario dell’AGS ha tuttavia stimato i costi finali del programma a non meno di 2 miliardi di euro. Ciò significherà per il nostro paese un esborso di 245 milioni circa, a cui si aggiungeranno i costi per le trasformazioni infrastrutturali necessarie ad ospitare a Sigonella il personale Nato preposto al funzionamento del sistema, 800 militari circa, secondo l’ex ministro La Russa. Con la conseguente spinta ad accrescere la già asfissiante pressione militare sui territori della regione.
Le ombre più funeste riguardano però il futuro del traffico aereo in Sicilia. Quando le autorità spagnole che in un primo tempo avevano candidato Zaragoza come base operativa dell’AGS decisero di ritirarsi, spiegarono che i velivoli senza pilota avrebbero pregiudicato il normale funzionamento del vicino aeroporto della città. “Dato che le aeronavi della Nato voleranno continuamente per catturare le informazioni, si potevano generare restrizioni al traffico aereo, saturazione nello spazio aereo e problemi durante gli atterraggi e i decolli”, dichiarò un portavoce dell’allora governo Zapatero. Una valutazione dei rischi per la sicurezza dei sei milioni e mezzo di passeggeri in transito annualmente dallo scalo di Catania-Fontanarossa che i governi Prodi, Berlusconi e Monti non si sono sentiti di dover fare.
Il 31 marzo 2008, l’allora comandante del 41° Stormo dell’Aeronautica militare italiana, colonnello Antonio Di Fiore, aveva assicurato un parlamentare e i rappresentante della Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella che mai sarebbero stati trasferiti nella base siciliana i Global Hawk in quanto “la gestione di quel tipo di aerei senza pilota non è compatibile col traffico civile del vicino aeroporto civile Fontanarossa”. Oggi, però, nella base ci sono attivi perlomeno tre falchi globali e il Congresso ha approvato un piano di 15 milioni di dollari per installarvi una selva di antenne e generatori di potenza per supportare le telecomunicazioni via satellite dell’Unmanned Aircraft System (il sistema degli aerei senza pilota) e gestire le operazioni dei droni.
“Nel nuovo centro sorgeranno dodici ripetitori con antenne, attrezzature e macchinari, con la possibilità di aggiungere altri otto ripetitori della stessa tipologia”, è riportato nella scheda progettuale del Dipartimento della difesa. Intanto procedono celermente i lavori di realizzazione del Global Hawk Aircraft Maintanance and Operations Complex, il complesso che consentirà ai militari Usa di eseguire a Sigonella la manutenzione dell’intera flotta degli aerei senza pilota schierata in Europa e Medio oriente. L’appalto per 16 milioni e mezzo di euro è stato assegnato dal Pentagono alla CMC - Cooperativa Muratori Cementisti di Ravenna, società di costruzioni leader della “rossa” Lega Coop. Rossa di vergogna per aver disseminato l’Italia di basi e infrastrutture Usa e Nato. E gestire da mercenaria i centri-prigione per migranti, rifugiati e richiedenti asilo.

Articolo pubblicato in I Siciliani giovani, n. 2, febbraio 2012

domenica 19 febbraio 2012

Aeronautica in volo a Singapore per vendere caccia

Sono decollati dall’aeroporto romano di Pratica di Mare lo scorso 8 febbraio. Uno scalo in Grecia, un altro in Egitto, poi gli Emirati Arabi, Oman, India e Thailandia. Infine, lunedì 13, sono atterrati a Singapore per fare da star al locale Air Show, il più prestigioso salone aeronautico dell’Estremo Oriente, meta dei mercanti e dei piazzisti d’armi mondiali. Si tratta dei due caccia addestratori T-346 di Alenia Aermacchi, da poco consegnati all’Aeronautica militare italiana per formare i piloti dei bombardieri di nuova e futura generazione, gli “Eurofighter”, i “Gripen”. i “Rafale”, gli F-22 e i supercostosi Joint Striker Fighter F-35. I velivoli ripartiranno da Singapore al termine della kermesse per rientrare in Italia non prima del 25 febbraio. Un lungo tour alla conquista di nuovi mercati per le produzioni belliche di Finmeccanica, tutto a spese dei contribuenti italiani, nonostante i “tagli” e i proclami anti-sprechi del governo Monti-Passera-Di Paola.
“Il trasferimento dei velivoli T-346”, spiega il comunicato dell’Aeronautica militare, “oltre a consentire di esporre presso un Paese di grande interesse aeronautico l’ultimo prodotto dell’industria italiana, ha permesso di valutare la capacità del velivolo di poter svolgere un’intensa attività di volo continuativa, contando solo sul supporto tecnico minimo fornito da una squadra tecnica imbarcata su un C-27 a seguito della missione”. Oltre ai caccia addestratori, dunque, al Singapore Air Show, l’AMI mette in mostra anche il grande aereo da trasporto prodotto da Alenia Aeronautica. “Il C-27 è un velivolo ottimale per efficienza, alta operatività, flessibilità, migliori performance in ogni condizione e interoperabilità con altri velivoli più pesanti”, spiega la brochure distribuita ai potenziali nuovi clienti. “Il C-27 è in grado di portare a termine molte missioni come il trasporto di truppe, equipaggiamenti e medicine, il lancio di paracadutisti, il search and rescue (SAR), il rifornimento logistico, l’assistenza umanitaria, il combattimento a fuoco e il supporto alla homeland security”. In altre parole, fa la Guerra.
Proprio a Singapore, un anno e mezzo fa, era stato premiato il crescente impegno della partnership forze armate - aziende del sistema Italia. Alenia Aermacchi si era aggiudicata una commessa di 250 milioni di euro per la fornitura all’aeronautica singaporiana di 12 caccia addestratori dell’identico modello T-346 oggi in mostra all’Air Show. “Il successo del T-346 è anche il risultato di una stretta collaborazione tra il Governo italiano e l’industria della difesa”, fu il commento di Pier Francesco Guarguaglini, al tempo presidente e amministratore delegato di Finmeccanica. “La scelta del velivolo da parte di Singapore apre la strada a nuovi successi in altri mercati mondiali dove sono già in corso importanti campagne”.
In verità, il “successo” è stato solo in piccola parte italiano: la produzione degli aerei è in mano infatti ad un consorzio internazionale guidato da ST Aerospace Singapore Technologies Aerospace (società aerospaziale controllata della transnazionale ST Engineering), con la compartecipazione della statunitense Boeing e di Alenia-Aermacchi. Il contratto, perfezionato solo nel giugno 2011, prevede la consegna dei primi esemplari entro il 2012 e la gestione dei servizi di assistenza tecnica, riparazione e revisione dei velivoli. L’addestratore sarà configurato anche per l’attacco grazie alla dotazione di bombe e missili aria-terra o antinave.
Dopo l’assemblaggio nello stabilimento Alenia di Venegono Superiore (Varese), le aziende internazionali parteciperanno alle attività di addestramento integrato dei piloti. Nello specifico, i T-346 saranno schierati sulla base francese di Cazaux, dove l’Aeronautica militare di Singapore addestra periodicamente il proprio personale. Le lezioni conclusive verranno espletate invece nella scuola volo dell’Aeronautica militare di Galatina (Lecce). Il consorzio sta inoltre negoziando un pacchetto aggiuntivo che prevede di estendere per 20 anni l’addestramento, la manutenzione e il supporto logistico della flotta singaporiana, clausola che porterebbe il valore della commessa a 460 milioni di euro.
I tempi e le modalità di addestramento all’uso dei caccia sono stati discussi dall’Aeronautica militare italiana e dalla Republic Singapore Air Force (RSAF), in occasione di un expert meeting tenutosi a Roma il 18 e 19 ottobre 2011. L’incontro tra le due delegazioni, spiega l’Ufficio stampa dell’AMI, “ha messo in luce la possibilità di perseguire molteplici interessi che porteranno a rafforzare la cooperazione tra l’Aeronautica Militare e l’aeronautica singaporiana sia nel campo dell’addestramento al volo, sia nell’ambito dello scambio di esperienze operative, il cui obiettivo è formare piloti che dovranno operare sui futuri velivolo da caccia di 4^ e 5^ generazione”. L’Aeronautica italiana, prosegue il comunicato ufficiale, “ha accolto la richiesta singaporiana di partecipare con proprio personale, in qualità di osservatore, alle attività Initial Operational Test and Evaluation sul velivolo T-346A, che saranno svolte nei prossimi mesi a Pratica di Mare presso il Centro Sperimentale di Volo. Nell’ambito dell’addestramento al volo, sono state avviate e concordate le azioni per l’invio presso il 61° Stormo di Lecce di allievi piloti singaporiani per la relativa frequenza ai corsi di volo da svolgersi nell’anno 2012”.
L’Italia ha ordinato un primo lotto di sei caccia addestratori T-346 alla fine del 2009 (costo complessivo 280 milioni di euro) e si è riservata l’opzione per ulteriori nove velivoli. Le consegne sono iniziate alla fine dello scorso anno e si completeranno entro il 2012. Alenia Aermacchi e soci devono assicurare altresì il supporto logistico, l’addestramento del personale militare e la realizzazione di una parte della piattaforma logistico-infrastrutturale per l’addestramento e le operazioni di terra. Anche il ministero della difesa israeliano ha annunciato qualche giorno fa di aver scelto i T-346 per addestrare i piloti dei cacciabombardieri dell’Israel Air Force. La firma ufficiale del contratto è prevista per la metà del 2012 e i velivoli saranno consegnati a partire dalla metà del 2014. L’ordine riguarderebbe 30 velivoli per un valore record di un miliardo di dollari. A sovrintendere ai corsi di formazione e volo sarà chiamata ancora una volta l’Aeronautica militare italiana. I legami con le forze aeree israeliane sono già intensissimi: negli ultimi tre mesi, gruppi di cacciabombardieri dei due paesi hanno eseguito imponenti esercitazioni congiunte nei poligoni della Sardegna e del deserto del Negev.

venerdì 17 febbraio 2012

Noto Mezzogregorio, grande occhio Nato del Mediterraneo

Panorami mozzafiato, a nord l’Etna innevata, da est a sud il mare azzurro smeraldo dello Ionio e del Canale di Sicilia. Intorno, le innumerevoli cave di calcare dell’altopiano ibleo, i voli dei falchi, i carrubi, i mandorli, gli ulivi. le antichissime necropoli lambite dai letti di fiumi e ruscelli. I ruderi di eremi e chiese bizantine, i resti di quella che fu l’antica Noto spazzata dal funesto terremoto del 1693. Più a valle, la Noto nuova, città-gioiello del barocco siciliano. Su per i tornanti, ad una decina di chilometri in direzione nord-ovest, contrada Mezzogregorio, 639 metri sul livello del mare. Un balcone con vista su mezza Sicilia e il Mediterraneo. Dalla fine del 1983, ospita una delle stazioni radar più importanti e meno conosciute dell’Alleanza Atlantica. Un enorme fungo-pallone bianco si erge a fianco di edifici e casermette. Più a lato, su una torretta, un radar che si muove incessante. Ad un centinaio di metri, separata da una stradina, una seconda area sottoposta a servitù militare, con sette alte antenne per le telecomunicazioni.
E’ domenica, ma i camion e le ruspe si alternano all’ingresso dei cancelli della base del “34° Gruppo Radar GRAM dell’Aeronautica Militare di Siracusa”. Accanto al fungo-pallone, alcuni operai lavorano ad una nuova grande torre in cemento armato. Altri sono impegnati a scavare e posare lunghi cavi di acciaio. Le opere di ampliamento della telestazione di guerra sono iniziati qualche mese fa. “A Mezzogregorio è in atto l’ammodernamento delle strutture operative e tecniche nell’ambito del progetto Air Command and Control System (ACCS), che prevede il progressivo trasferimento delle funzioni di controllo radar presso un unico centro operativo nazionale”, spiegano i portavoce dell’Aeronautica militare. L’ACCS è uno dei più recenti programmi della Nato (2009), costo complessivo due miliardi di euro, per potenziare la rete strategica di comando e controllo alleato in Europa.
Nella grande torre in costruzione verrà installato uno dei dodici sistemi Fixed Air Defence Radar (FADR) RAT31-DL commissionati dal ministero della Difesa italiano a Selex Sistemi Integrati, la società fino a poco tempo fa amministrata da lady G, Marina Grossi, moglie dell’ex presidente ed ad Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini. Una supercommessa da 260 milioni di euro che interessa altri undici siti radar sparsi in tutto il territorio nazionale, a cui partecipa anche la Vitrociset S.p.A. di Roma, il cui presidente è il generale in pensione Mario Arpino, capo di Stato Maggiore della difesa fino al 2001.
“Il FADR costituisce la struttura portante del programma con cui l’Aeronautica militare ha avviato la sostituzione dei propri sistemi di sorveglianza aerea per rendere disponibili le frequenze necessarie all’introduzione della nuova tecnologia Wi-MAX (Worldwide Interoperability for Microwave Access) di accesso internet ad alta velocità in modalità wireless”, ha spiegato il generale Mario Renzo Ottone, comandante del Centro per le operazioni aeree nazionali e Nato (COA-CAOC) di Poggio Renatico (Ferrara). Per i manager di Selex-Finmeccanica, il nuovo sistema radar “ha eccellenti capacità di scoprire e tracciare i segnali radio a bassa frequenza di aerei e missili balistici”, supportando diverse funzioni d’intelligence e guerra elettronica in ambito alleato. Il Fixed Air Defence Radar appartiene all’ultima generazione dei sistemi 3D a lungo raggio: con una portata sino a 500 km di distanza e 30 km in altezza, opera in una frequenza compresa tra 1,2 e 1,4 GHz (L-band) e con una potenza media irradiante di 2,5 kW.   
Il 34° GRAM concorre oggi alla sorveglianza dello spazio aereo italiano e di buona parte di quello della regione sud-europea della Nato, “funzione primaria del sistema di difesa aerea che vede operativi, 24 ore su 24, i caccia-intercettori dei gruppi di volo dell’Aeronautica ed i sistemi missilistici Spada ed Hawk”. “Il Gruppo radar di Mezzogregorio” – aggiunge il Comando dell’Aeronautica - è sottoposto ad una doppia dipendenza, una in linea gerarchica da parte del Comando di squadra aerea “Drago” di Milano, ed una operativa Nato/Nazionale, rappresentata dal CAOC 5 (per la parte Nato) e dal co-ubicato comando COFA (per la parte nazionale) di Poggio Renatico”.
Al 34° GRAM convergono, per la loro elaborazione, le informazioni raccolte dalle due Squadriglie radar dell’AMI operanti in Sicilia, la 134^ di Lampedusa e la 135^ di Marsala. Il centro assicura pure l’interscambio informativo con le unità navali Usa e Nato in navigazione nel Mediterraneo. “Il 34° Gruppo radar è uno dei due siti italiani in possesso del sistema SSSB (Ship-Shore-Ship Buffer), attraverso il quale è possibile ricevere e trasmettere, in tempo reale, alle navi militari impegnate nelle attività di pattugliamento e sorveglianza marittima e dotate di particolari apparati elettronici, l’immagine della situazione aerea d’interesse”, aggiunge l’AMI. Anche l’SSSB è uno dei programmi più rilevanti dal punto di vista strategico avviati in sede Nato.
La stazione nel territorio di Noto (20 ettari di terreno espropriati a partire del 1977) fu inaugurata ufficialmente l’1 gennaio 1984, assorbendo le funzioni e parte dei sistemi di rilevamento dell’allora centro radar AMI di contrada Belvedere, nel comune di Siracusa. “Per l’assolvimento della missione assegnata, il 34° Gruppo radar si avvarrà di due distinte sedi, distanti tra loro circa 40 Km, la sede operativa di Mezzogregorio e la sede logistica di Siracusa che utilizza il sedime e parte delle strutture dell’ex-idroscalo militare “Arnaldo De Filippis” e dell’adiacente idroscalo civile che a partire dal 1955 furono restaurati e riconvertiti per divenire un’unica sede di supporto logistico”, spiegò l’Aeronautica. Nella base furono installati un radar 2D del modello “Argos 10” della Selenia e le apparecchiature “semiautomatizzate” integrate nel NADGE (Nato Air Defence Ground Environment), il sistema di comando e controllo della difesa aerea che copre integralmente il territorio europeo della Nato, dalla Norvegia alla Turchia.
Nella seconda metà degli anni ’90, le apparecchiature furono ulteriormente potenziate: l’Argos 10 fu sostituito dal radar 3D “multimissione e a lunga portata” AN/FPS-117 della Lockheed-Martin, in funzione in sedici paesi Nato ed extra-Nato. Nel 2003, il 34° GRAM ricevette il “Multi AEGIS Site Emulator” (M.A.S.E.), sensore Nato per l’elaborazione dati, la gestione delle operazioni di difesa e attacco e il “mantenimento della superiorità aerea”.
Nonostante la potenza dei trasmettitori e dei dispositivi radar ospitati, scarsissima attenzione è stata prestata dalle autorità civili e militari ai possibili effetti dell’inquinamento elettromagnetico sulla popolazione residente nella vicinissima frazione di Testa dell’Acqua. In passato, alcuni professionisti locali avevano denunciato “il cattivo funzionamento dei sistemi d’allarme, delle apparecchiature elettriche e degli elettrodomestici”. “Mi accorsi una volta che un giocattolo di mio figlio si accendeva improvvisamente nei pressi del radar”, racconta uno di loro. “Allertammo il sindaco di Noto e chiedemmo l’intervento dell’ARPA, l’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente. Fu pure denunciato il caso di un bambino che abitava a poche centinaia di metri dalla base che si ammalò di leucemia. I vertici dell’Aeronautica militare ci assicurarono di aver preso le dovute precauzioni schermando gli impianti. Questi fatti avvennero intorno al 1996, ma ad oggi non sappiamo ancora se sono stati eseguiti controlli sull’elettromagnetismo”.
Negli stessi anni, a Potenza Picena (Macerata), dove era in funzione un analogo sistema radar “Argos 10” dell’AMI, amministratori e gruppi ambientalisti denunciarono l’alta incidenza di gravissime patologie e di decessi per particolari neoplasie “con una percentuale anche di 9-10 punti alla media nazionale”. Un’interrogazione parlamentare presentata nel novembre 1998 segnalò che nella cittadina si registravano “fenomeni inspiegabili, dall’accensione e dallo spegnimento improvvisi di TV e radio alla perdita del controllo delle auto da parte degli automobilisti”. Inoltre si erano moltiplicati “i casi di tumori, le leucemie, gli aborti spontanei, i problemi al cristallino dell’occhio, i casi di vertigini, le convulsioni, le insonnie, l’ipertensione”.
Il 30 aprile 1999, fu l’allora sottosegretario di Stato alla sanità, Antonino Mangiacavallo, a negare in parlamento qualsivoglia responsabilità delle onde elettromagnetiche dell’impianto militare. In esito alle proprie indagini – riferì - sia l’Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza sul lavoro ISPESL sia l’Istituto superiore di sanità concordarono che i campi elettromagnetici irradiati a Potenza Picena non comportavano rischi per la popolazione, in quanto la loro intensità risultava, in qualunque condizione, inferiore ai limiti raccomandati dalle più autorevoli organizzazioni protezionistiche internazionali”.
Due mesi prima, il diligente sottosegretario aveva preso carta e penna per rispondere al parlamentare Nicola Bono (An), che aveva ipotizzato possibili legami tra la stazione militare di Noto – Mezzogregorio e “l’aumento di neoplasie solide e liquide” in alcuni comuni della provincia di Siracusa. “I dati e le notizie raccolti dalle autorità sanitarie della regione Sicilia e, in particolare, dai competenti servizi dell’azienda USL n. 8 di Siracusa, non indicano alcun significativo aumento di patologie neoplastiche nei comuni circostanti l’area in cui è installato il radar”, scrisse Mangiacavallo. “L’USL aveva disposto un’indagine epidemiologica al fine di accertare l’eventuale relazione fra mortalità e morbosità per neoplasie ed inquinamento elettromagnetico nel territorio limitrofo al 34o Gruppo Radar dell’Aeronautica militare. Tale indagine ha contemplato un arco temporale di incidenza delle patologie di dieci anni, così da poter verificare in maniera attendibile la linea di tendenza, in incremento o decremento, dei fenomeni indagati. Nel complesso, sono state individuate undici persone ammalate o diversi tipi di cancro. Tuttavia, veniva riscontrato, fra essi, un solo caso di leucemia infantile (in una bambina di 5 anni), mentre era considerato come “sospetto” caso di leucemia lo stato patologico osservato in una paziente adulta”.
Nonostante l’ammissione che “taluni studi epidemiologici e sperimentali” avevano provato l’associazione tra l’esposizione ai campi elettromagnetici a bassa frequenza e l’insorgenza di patologie tumorali e leucemia infantile, il sottosegretario alla sanità giungeva ad affermare che “il nesso di causalità non viene tuttavia dimostrato, sia per la mancanza di un chiaro meccanismo d’azione dell’eventuale cancerogenicità dei campi magnetici di frequenza industriale, sia per le stesse carenze talvolta riscontrate negli studi in questione”. Infine, il membro dell’allora governo di centrosinistra sposava le conclusioni di un rapporto appena pubblicato dallo statunitense National Research Council: “Dopo aver esaminato oltre 500 studi in tre anni, il prestigioso organismo afferma che le ricerche effettuate non hanno mostrato in alcun modo esauriente che i campi elettrici e magnetici comunemente riscontrabili negli ambienti residenziali possano causare problemi di salute”.
Tutto era sotto controllo dunque, e diveniva inutile qualsivoglia studio o valutazione della portata delle emissioni del Grande occhio Nato del Mediterraneo. Adesso il 34° GRAM si fa ancora più importante e più potente. Con buona pace degli ignari abitanti di Testa dell’Acqua e Mezzogregorio.

martedì 14 febbraio 2012

Barack Obama al supermarket delle armi 2013

Sacrifici e tagli per tutti ma non per i mercanti di morte. L’amministrazione Obama ha presentato al Congresso la proposta di bilancio 2013 per il comparto “difesa”: 613 miliardi di dollari, 525 per pagare stipendi e acquistare cacciabombardieri, missili, carri armati e bombe nucleari e 88 per le missioni di guerra d’oltremare. Meno di quanto chiedevano generali e ammiragli ma alla fine tutti sono rimasti contenti: la Marina confermerà i suoi undici gruppi navali guidati da portaerei a propulsione atomica, l’Aeronautica e i Marines avranno i nuovi caccia ed elicotteri multi-missione, l’Esercito si diletterà con superblindati, tank, radar e intercettori terra-aria. Grazie agli ordini Pentagono potranno brindare le borse e le aziende leader del complesso militare industriale Usa, le inossidabili Boeing, General Dynamics, Lockheed Martin, Northrop Grumman, Raytheon, ecc..
Quasi un terzo delle spese andranno per l’acquisto e la modernizzazione dei sistemi di guerra più sofisticati, aerei con e senza pilota, navi e sottomarini d’attacco, missili a medio e lungo raggio, satelliti. Esattamente 179 milioni di dollari, il 7% in meno del bilancio di previsione 2012, ma con quasi 70 milioni da destinare alla ricerca e allo sviluppo di nuovi strumenti di morte. A fare la parte del leone saranno i famigerati cacciabombardieri F-35 “Joint Strike Fighters” di Lockheed Martin che piacciono tanto pure ai ministri-ammiragli di casa nostra. Il prossimo anno, il Dipartimento della difesa vorrebbe acquistarne 29, 19 da destinare a US Air Force e 10 a US Navy, per un valore complessivo di 9,2 miliardi di dollari. Il programma degli F-35 sarà comunque ridimensionato per poter risparmiare nei prossimi cinque anni almeno 15 miliardi.   
US Air Force e il Corpo dei marines potranno contare pure su 835 milioni di dollari per acquistare, sempre da Lockheed Martin, 7 grandi aerei tanker e da trasporto pesante HC/MC-130J “Hercules” per le operazioni speciali. In budget anche 21 bimotori a decollo verticale V-22 “Osprey”, il falco pescatore progettato dal consorzio Bell-Boeing per il supporto alle missioni di guerra. Importanti finanziamenti giungeranno poi all’Aeronautica per proseguire nei programmi di modernizzazione della flotta dei grandi velivoli da trasporto C-17 e C-16 e per il rifornimento in volo KC-10 e KC-135 e di acquisizione di nuovi radar per i caccia F-15C/D ed F-16.
Il Pentagono ha poi richiesto 1,3 miliardi di dollari per potenziare la flotta dei cargo C-5 “Galaxy”, i fondi per migliorare i sistemi di comunicazione dei bombardieri strategici stealth (invisibili) B-2, potenziare le armi di precisione dei vecchi B-52 e modernizzare il sistema missilistico intercontinentale “Minuteman III” ICBM. In budget anche 1,8 miliardi di dollari per finanziare la ricerca e lo sviluppo del KC-46, futuro velivolo tanker di US Air Force, 808 milioni per migliorare le componenti del supercaccia F-22A “Raptor” e 292 milioni per la progettazione di un nuovo cacciabombardiere strategico stealth.
Tranche miliardaria pure per i grandi e piccoli velivoli senza pilota UAV per lo spionaggio e il lancio di bombe e missili, già ampiamente impiegati in Afghanistan, Iraq, Libia, Pakistan, Somalia e Yemen. Il budget 2013 prevede una spesa di 1,2 miliardi di dollari per 6 nuovi RQ-4 “Global Hawk”, i falchi globali di Northrop Grumman, 3 da assegnare alla Marina nell’ambito del programma Broad Area Maritime Surveillance e 3 alla Nato per l’AGS (Alliance Ground Surveillance), il nuovo programma di sorveglianza terrestre dell’alleanza atlantica, il cui centro di comando e controllo verrà installato nella base siciliana di Sigonella.
Il Dipartimento della difesa ha chiesto inoltre al Congresso l’autorizzazione ad acquistare 43 droni hunter-killer con missili “Hellfire” prodotti da General Atomics, costo complessivo 1,9 miliardi. Ventiquattro saranno del tipo MQ-9 “Reaper” (sino a 28 ore di autonomia e la possibilità di trasportare bombe GBU-Paverway), i restanti 19 nella versione più avanzata MQ-1C “Grey Eagle” (36 ore di autonomia). US Army riceverà invece 234 mini-aerei senza pilota RQ-11 “Raven” prodotti da AeroVironment (valore 184 milioni).
L’esercito avrà la possibilità di potenziare il proprio parco elicotteri grazie al finanziamento di tre programmi distinti per un costo complessivo di 3,6 miliardi. Il primo riguarderà l’acquisizione di 10 nuovi velivoli d’attacco Boeing AH-64 “Apache” e l’ammodernamento di altri 40 già in dotazione dello stesso modello (prime contractor Northrop Grumman e Lockheed Martin). Il secondo vedrà l’acquisto di 25 nuovi mezzi da trasporto Boeing CH-47 “Chinooks” e l’ammodernamento di altri 19. Il terzo l’acquisto di 59 elicotteri multiruolo UH-60 “Black Hawks” (produttore Sikorsky). Altri 272 milioni verranno utilizzati per acquisire 34 elicotteri leggeri UH-72 prodotti da EADS North America. “Specie in Afghanistan, per le sue particolari condizioni ambientali, c’è una tremenda domanda di elicotteri da parte delle forze di terra”, ha spiegato il generale Peter Chiarelli di US Army. In programma pure la fornitura di 28 elicotteri d’attacco Bell H-1 al Corpo dei marines (852 milioni).
Quasi undici miliardi di dollari sono stati richiesti dal Pentagono per finanziare l’acquisizione o la ricerca e sviluppo di nuovi sistemi di guerra terrestri. Si tratta nello specifico del “Joint Light Tactical Vehicle”, velivolo leggero per il pattugliamento e la scorta convogli per scenari come quelli dell’Afghanistan e che sarà prodotto a partire dalla fine di quest’anno da General Dynamics (116.8 milioni); del camion da trasporto mezzi tattici “MTV” della Oshkosh Corporation (1.471 unità per un costo complessivo di 377,4 milioni); del mezzo pesante M1135 Stryker Nuclear, Biological and Chemical Reconnaissance Vehicle (NBCRV) di General Dynamics per la sorveglianza e il rilevamento rischi NBC (58 unità per una spesa di 332 milioni). A General Dynamics potrebbero andare pure 74 milioni per ammodernare i tank M1 “Abrams”.
La percentuale maggiore delle spese di guerra per il 2013 è tuttavia destinata alla Marina militare (156 miliardi di dollari). Tra i programmi più importanti, l’acquisto di 5 bimotori Northrop Grumman E-2D “Hawkeyes” per la sorveglianza marittima e la difesa delle unità di superficie (1,2 miliardi); di 26 caccia imbarcati Boeing F/A-18E/F “Super Hornets” (2,2 miliardi); di 12 velivoli per la guerra elettronica Boeing EA-18 “Growler” con decollo dalle portaerei. US Navy acquisirà anche 33 nuovi caccia-addestratori (si tratta dei cosiddetti “T-6” a cui concorre pure l’italiana Alenia Aermacchi, importo 286 milioni) e 37 elicotteri multi-missione Sikorsky MH-60 “Seahawk” (1,33 miliardi). Tre miliardi e 200 milioni di dollari andranno invece per i primi 13 pattugliatori marittimi di ultima generazione P-8 “Poseidon” destinati a sostituire progressivamente i vecchi P-3C “Orion”. Anche i “Poseidon”, come i “Global Hawk” e i “Reaper” troveranno ospitalità nella base di Sigonella.
Oltre 22 miliardi e mezzo di dollari saranno spesi per il varo di nuove unità navali e sottomarini. In particolare, US Navy acquisterà 2 cacciatorpediniere della classe “Arleigh Burke” (3,5 miliardi) e 4 navi da combattimento di superficie “LCS” (Littoral Combat Ship). Alla realizzazione di queste ultime, concorrono due consorzi “internazionali” guidati rispettivamente da Lockheed Martin (con possibili sub commesse per l’italiana Fincantieri) e General Dynamics-Northrop Grumman. In programma pure il completamento di un’unità navale veloce per il trasporto truppe e mezziJoint High Speed Vessel” (191 milioni) e della portaerei CVN 21 della nuova classe “Gerald R. Ford” (966 milioni), gigante di 320 metri e 104.000 tonnellate azionato da due reattori nucleari A1B 320, che potrà imbarcare sino a 75 caccia. US Navy ha poi chiesto 4,3 miliardi per acquistare 2 modernissimi sottomarini nucleari hunter-killer della classe “Virginia” (contractor General Dynamics e Northrop Grumman) e 1,6 miliardi per riparare la portaerei USS “Abraham Lincoln”.
Otto i miliardi previsti per i programmi di ipermilitarizzazione dello spazio, quasi tutti a firma Lockheed Martin, i più rilevanti dei quali riguardano lo sviluppo del sistema a raggi infrarossi “Space Based Infrared System” (950 milioni) e di quello satellitare “Advanced Extremely High Frequency” (786 milioni, compresa l’installazione della stazione MUOS a Niscemi); o l’acquisto di 4 sistemi di lancio “United Launch Alliance Evolved Expendable Vehicles” (1,7 miliardi) e di 2 satelliti GPS III (1,3 miliardi).
Grazie al bilancio 2013, il Dipartimento della difesa potrà dare un forte impulso allo sviluppo dei cosiddetti piani nazionali di “difesa dai missili balistici”. La spesa prevista è di 9,7 miliardi di dollari, di cui 1,3 per completare la produzione di 29 intercettori SM-3 Block 1B “Standard-Missile” di Raytheon; 777,7 milioni per lo sviluppo del programma “THAAD” (Terminal High Altitude Area Defens) per l’intercettazione nello spazio di “possibili minacce missilistiche contro le truppe Usa, le forze alleate, la popolazione civile e le infrastrutture critiche”; 763 milioni per acquisire da Raytheon 84 intercettori terra-aria “Patriot” PAC-3; 401 milioni per avviare la sostituzione del sistema anti-missile “Patriot” con il nuovo sistema di difesa aerea a medio raggio “Medium Extended Air Defense System” (MEADS) da realizzare in ambito Nato (ad oggi solo Italia e Germania si sono dichiarate disponibili alla partnership con gli Stati Uniti). Dulcis in fundo, il Pentagono ha richiesto 903 milioni di dollari per sviluppare il sistema di difesa con base terrestre “Ground-Based Midcourse Defense” della Boeing, che verrà amministrato dall’agenzia militare missilistica nazionale.
Per il munizionamento e i missili a corto e medio raggio, il Pentagono prevede di spendere sino a 10,2 miliardi. Le principali commesse riguarderanno le nuove bombe di piccolo diametro (216 milioni); 180 missili aria-aria a guida radar AI-120 AMRAAM di Raytheon (423 milioni); 314 missili all’infrarosso AIM-9X ancora di Raytheon (200 milioni); 157 missili aria-superficie “Joint Standoff” della Lockheed (248 milioni); 4.678 munizioni Raytheon per l’attacco diretto (133 milioni).
Con l’approvazione del bilancio, US Army potrà acquistare invece 400 missili terra-aria a corto raggio “Javelin” di produzione britannica (86 milioni) e 1.794 sistemi lanciarazzi “Guided Multiple Launch Rocket Systems” di Lockheed Martin (382 milioni), mentre la Marina potrà dotarsi di 192 nuovi missili da crociera “Tomahawh” di Raytheon (valore 320 milioni di dollari) e del sistema di missili balistici “Trident II” di Lockheed Martin (1,5 miliardi).
Per tagliare davvero le spese militari, secondo l’amministrazione Obama, bisognerà attendere i prossimi cinque anni, anche se è presumibile che ci si limiterà ancora ad aggiustamenti e spostamenti tra le singole voci di bilancio, evitando il più possibile d’intaccare le risorse per i sistemi d’armi. Le nuove linee guida del Pentagono, presentate all’inizio di gennaio, delineano queste prospettive di revisione dei budget, privilegiando in particolare gli interventi strategici di Marina e Aeronautica in Medio oriente ed oceano Pacifico.
“Le forze militari saranno meno numerose ma più agili, flessibili, pronte e tecnicamente avanzate”, ha spiegato il segretario della difesa, Leon Panetta, in occasione della presentazione del bilancio di previsione 2013. Sempre per Panetta, “entro il 2017, US Army vedrà una riduzione da 547.000 a 490.000 uomini, mentre il Corpo dei marines subirà un taglio di 182.000 unità”. Alla fine saranno eliminate otto brigate di pronto intervento, due delle quali oggi ospitate in Germania, mentre di contro raddoppierà il numero dei militari dell’esercito di stanza a Vicenza. Ma aldilà dei “buoni” propositi dell’amministrazione Usa, il prossimo anno il personale a disposizione delle quattro forze armate subirà una riduzione di appena l’1,5%. Resteranno comunque operativi 1,4 milioni di militari, sempre di più di quanti erano nel 2001 prima degli attentati dell’11 settembre e della dichiarazione di guerra globale al “terrorismo” internazionale.

sabato 11 febbraio 2012

Marines USA in Afghanistan con le bandiere delle SS

Dieci marines in posa, sorridenti, in tenuta d’assalto con tanto di fucile-mitragliatore al braccio. Tutti tiratori scelti, cecchini di un reparto speciale inviato nell’inferno afgano. Al centro, in alto, la bandiera a stelle e strisce degli Stati Uniti d’America. Sotto, più grande, una bandiera blu con in mezzo le SS stilizzate della famigerata Schutzstaffel, la polizia segreta militare nazista. La foto è apparsa nei giorni scorsi sul sito internet della Knight’s Armament, azienda produttrice di armi di Titusville, Florida. Per mostrare i sistemi bellici e i servizi offerti, spiegano i general manager.
La foto con i nazi-marines è stata scattata nel settembre 2010 nel distretto di Sangin, provincia di Helmand, una delle aree più pericolose dell’Afghanistan. Gli uomini sono in forza alla compagnia “Charlie” del 1st Reconnaissance Battalion di Camp Pendleton, San Diego (California). Scout snipers li chiamano. Scrutano, spiano, intercettano, sparano, uccidono. Un solo colpo. Preventivo. Contro il nemico onnipresente, invisibile. Lo spirito di corpo è sempre quello di Full metal jacket. Ma con in più le icone della Germania hitleriana.
“Alcuni scout snipers hanno utilizzato sfortunatamente il vecchio simbolo delle SS per la loro organizzazione d’élite, ma non avevano intenti di connotazioni o discriminazioni razziste”, ha ammesso candidamente il colonnello John Guthrie del Corpo dei marines Usa. “L’ufficio del nostro ispettorato generale è venuto a conoscenza della foto lo scorso mese di novembre e abbiamo avuto conferma da un comando in Afghanistan che il personale ritratto faceva parte della compagnia “Charlie”. Usare il simbolo nazista è inaccettabile ma possiamo assicurare che si è trattato solo di un’ingenuità”.
Problema di assai poca rilevanza pure secondo il portavoce del battaglione di stanza a Camp Pendleton, maggiore Gabrielle Chapin. “La bandiera con le SS non ha niente a che fare con noi marines e con la nostra storia”, ha dichiarato. “Io non credo tuttavia che gli uomini coinvolti nella vicenda abbiano mai voluto utilizzare alcun tipo di simbolo legato all’organizzazione militare criminale della Germania nazista che ha commesso tante atrocità durante la Seconda Guerra mondiale. Non sappiamo da dove sia spuntata la bandiera anche se pensiamo che era di proprietà di uno dei marines della foto. Nessuno sarà comunque punito perché quello dei ragazzi è stato un gesto di ignoranza e di stupidità, piuttosto che una proclamazione volontaria e cosciente”. Per il maggiore è inutile eseguire ulteriori indagini per individuare e punire i responsabili anche perché “nessuno è più in servizio con l’unità”. “Non è escluso che qualcuno possa essere comunque rimasto nel Corpo dei marines”, ha tuttavia ammesso Chapin.
L’atteggiamento ambiguo ed omissivo dei vertici del battaglione d’élite è stato duramente stigmatizzato dalle organizzazioni antirazziste e dai rappresentanti delle più note associazioni ebraiche statunitensi. Per il rabbino Marvin Hier, fondatore del Centro “Simon Wiesenthal” di Los Angeles, non è assolutamente credibile che “il mettersi in posa con la bandiera nazista sia stato un semplice disguido”.
“Si tratta di un crimine atroce”, ha commentato Michael Weinstein della Military Religious Freedom Foundation di Albuquerque, New Mexico. “In questi anni abbiamo visto di tutto ma questa cosa ci ha letteralmente lasciato attoniti. Questa fotografia è realmente orribile. Se l’uso dei simboli nazisti viene in ogni caso condonato o tollerato dal Corpo dei Marines, ci sono implicazioni disgustose per tutti coloro che stanno combattendo per il nostro paese o credono nei principi costituzionali”.
La fondazione ha inviato una lettera aperta al Segretario della difesa Leon Panetta e al comandante in capo dei marines, generale James Amos, chiedendo d’intervenire e punire i militari ritratti sotto la bandiera delle SS. “Non si tratta di un fatto isolato, anzi temiamo che l’utilizzo di simboli nazisti sia stato praticato per anni all’interno del Corpo”, ha dichiarato Michael Weinstein all’agenzia Associated Press. La Military Religious Freedom Foundation ha prodotto una seconda foto, scattata nel 2004 all’interno del Marine Corps Air Ground Combat Center di Twentynine Palms, California, che ritrae due marines armati di fucili di precisione 7.62mm M40 con alle spalle ancora una bandiera con le svastiche. “Pure quei due uomini erano in forza al plotone di scout snipers del 1st Battalion del 7° Marines”.
Il segretario Leon Panetta ha fatto sapere di avere già incontrato il comandante dei marines, generale Amos, per chiedere la riapertura delle indagini su quanto accaduto in Afghanistan e l’assunzione di “un’azione appropriata contro i responsabili”. Un alto ufficiale Usa ha dichiarato ad Associated Press che Panetta “avrebbe espresso apprezzamento per le azioni intraprese dal generale Amos” e che quest’ultimo “avrebbe ordinato ai suoi comandanti di fare accertamenti su tutti i simboli utilizzati dai tiratori scelti del Corpo dei marines, assicurandosi che essi siano istruiti su quelli che sono inappropriati”. Inappropriati, appunto, non immorali, illegittimi o illegali.
Con le foto dei cecchini con tanto di bandiere delle SS, il Corpo dei Marines si trova per la seconda volta in meno di un mese al centro delle polemiche dei media. In un video postato su youtube, erano stati immortalati alcuni uomini in forza ad un reparto di base a Camp Lejeune (North Caroline) che urinavano sui cadaveri di alcuni combattenti afgani dopo un conflitto a fuoco. Corpi oltraggiati, straziati, dilaniati, stuprati. Immagini emblematiche di ciò che è la guerra in Afghanistan. E dei “valori militari” che alimentano i protagonisti-killer.

mercoledì 8 febbraio 2012

Eldorado Afghanistan per Finmeccanica

Il Ministero della difesa ha scelto alcune società del gruppo Finmeccanica per potenziare il livello di protezione delle basi operative e di supporto dei militari italiani in Afghanistan. Il contratto, per un valore poco inferiore ai cento milioni di euro, prevede la fornitura di apparecchiature di sorveglianza che includono i radar uomo-trasportabile “Lyra 10” prodotti da Selex Sistemi Integrati (già acquistati dalla Guardia costiera italiana per la vigilanza a corto raggio dei mari anche in funzione anti-migranti) e diversi sensori elettro-ottici ed acustici di Selex Galileo per la localizzazione delle sorgenti di fuoco.
Le aziende di Finmeccanica garantiranno pure l’installazione di telecamere, posti comando e di guardia per la gestione dei sistemi di sorveglianza di aeroporti e basi e “sistemi robotizzati in versione da combattimento” di Oto Melara. Responsabile del trasporto, installazione, integrazione e gestione di tutti i sistemi sarà Selex Sistemi Integrati. All’azienda di elettronica militare sarà anche affidato il potenziamento del sistema di comando e controllo SIACCON2 dell’Esercito italiano e “dell’infrastruttura connettiva attualmente utilizzata in Afghanistan per ottenere una maggiore efficacia ed interoperabilità”.
A riprova che il sanguinoso conflitto afgano è sempre più un buon affare per il complesso militare industriale italiano, a fine gennaio è giunta la notizia che US Air Force ha aggiudicato un contratto di 12 milioni di dollari a DRS Defense Solutions (gruppo DRS Technologies Inc.), società Finmeccanica con sede in Maryland, per l’installazione del sistema Improved Altitude Hold and Hover Stabilization a bordo degli elicotteri Sikorsky HH-60G “Pave Hawk” utilizzati particolarmente in Afghanistan e Iraq. Drs Defense Solutions fornirà anche l’integrazione delle piattaforme, i programmi di sviluppo dei dati tecnici, i pezzi di ricambio e l’assistenza per la flotta di elicotteri. “Gran parte delle perdite dei Sikorsky HH-60G in Iraq ed in Afghanistan possono essere attribuite a problemi legati alle condizioni atmosferiche come le tempeste di sabbia e ai rischi di quando si vola su terreni sconosciuti”, ha commentato il presidente di DRS, Logen Thiran. “La nostra tecnologia di stabilizzazione IAHHS avrà un ruolo fondamentale nel garantire la sicurezza delle persone dentro ed intorno all’aeromobile quando operano in queste condizioni sfavorevoli. Apporteremo miglioramenti che consentiranno agli elicotteri una maggiore capacità di librarsi in volo e di navigazione e migliori sistemi di discesa ed atterraggio automatico”.
Lo scorso anno, DRS Defense Solutions si era aggiudicata un contratto del valore di 23 milioni e mezzo di dollari per la fornitura dei servizi di supporto informatico della base aerea di Bagram, una delle principali infrastrutture delle forze armate Usa in Afghanistan. Nello specifico, la società italo-statunitense deve assicurare la “piena interoperabilità dei sistemi C4I (Command, Control, Communications and Computer Information) impiegati per la pianificazione, la gestione e l’integrazione delle operazioni nel campo di battaglia congiuntamente ai militari della coalizione alleata”. La base di Bagram è nota come la Guantanamo afgana: ospita infatti il maggiore centro di detenzione di cittadini afgani sospettati di “terrorismo”, vittime di gravi maltrattamenti, torture e violazioni dei diritti umani.
A fine 2008, Alenia North America, altra società controllata da Finmeccanica con sede negli Stati uniti d’America, aveva sottoscritto con US Air Force un contratto di vendita di 18 aerei da trasporto tattico C-27A, nient’altro che i vecchi G.222 in uso all’aeronautica militare italiana, successivamente dismessi e riammodernati negli stabilimenti Alenia di Napoli Capodichino. La transazione ha sollevato più di un dubbio dal punto di vista della legittimità e della trasparenza: i velivoli, infatti, sono stati ordinati dal Combined Security Transition Command, il comando per le operazioni Usa in Afghanistan, per essere poi rivenduti all’Afganistan National Army Air Force (ANAAF), la ricostituita aeronautica militare afgana. L’ammontare della commessa, comprensiva della fornitura dei velivoli, delle parti di ricambio e del supporto logistico in Italia e in Afghanistan, è stato di 287 milioni di dollari. Due anni più tardi il Pentagono ha ordinato a Finmeccanica altri due G.222 da consegnare - via Washington - alle forze afgane. Con un contratto aggiuntivo di 30 milioni di dollari, Alenia North America dovrà modificare i velivoli addizionali in funzione “trasporto VIP”, dotandoli di un nuovo sistema autopilota e delle protezioni balistiche. La società ha pure ricevuto da US Air Force altri 20 milioni di dollari per ulteriori lavori di riparazione e manutenzione degli aerei a Madison (Stati Uniti) e in Italia. A fine 2011 erano già stati consegnati all’aeronautica afgana quattordici C-27A.
“Grazie ai G-222, Alenia North America supporterà ancora una volta le forze armate Usa nella lotta globale al terrorismo”, ha commentato Giuseppe Giordo, presidente ed amministratore delegato della società del gruppo Finmeccanica. “I velivoli sono ideali per consentire al governo di Kabul di fornire assistenza umanitaria, evacuazione feriti e supporto logistico in tutto il paese, in special modo nelle aree più remote non facilmente accessibili o isolate a causa delle condizioni del terreno”. I tecnici di Alenia North America curano pure la formazione dei piloti afgani e statunitensi e del personale addetto alla manutenzione dei velivoli. I corsi vengono tenuti presso lo stabilimento Alenia di Capodichino e nella base aerea di San Antonio (Texas). Le operazioni di supporto logistico nello scalo aereo di Kabul sono state affidate invece alla società “L-3 Vertex Aerospace”, uno dei maggiori contractor Usa nel settore aerospaziale.
I manager di Finmeccanica nutrono ancora qualche speranza di assicurarsi un’altra grossa triangolazione con destinazione finale l’Afghanistan. Due anni fa hanno proposto ad US Air Force l’acquisto di una ventina di cacciabombardieri AMX in via di dismissione dall’Aeronautica militare italiana, da trasferire in seguito alle forze aeree afgane. “I velivoli, ottimali per gli attacchi contro obiettivi terrestri, potrebbero essere migliorati nella versione ATOL, acronimo che sta per potenziamento delle capacità operative e logistiche”, hanno spiegato ad Alenia. Inizialmente, il Dipartimento della difesa si era dichiarato interessato alla commessa, ma dopo i tagli al budget della difesa e i diktat di Obama a comprare americano è facile supporre che alla fine i “nuovi” caccia per gli afgani saranno ordinati alle holding belliche a denominazione d’origine controllata U.S.A..