I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

martedì 24 gennaio 2012

Israele si addestrerà alla guerra con i caccia italiani

Saranno molto probabilmente gli M-346 “Master” di Alenia Aermacchi i nuovi aerei d’addestramento dei piloti israeliani. Mentre è in atto una pericolosissima escalation militare nelle acque del Golfo Persico e Washington e Tel Aviv preparano congiuntamente la prossima guerra (Iran o Siria?), il quotidiano “Haaretz” rivela che le forze armate israeliane starebbero per assegnare all’industria bellica italiana la commessa di oltre un miliardo di dollari per la fornitura di 25-30 caccia-addestratori “avanzati”. Gli M-346 sostituiranno i vecchi A-4 “Skyhawk” della statunitense McDonnell Douglas, utilizzati dalle “Tigri volanti” del 102° squadrone dell’aeronautica israeliana come velivolo per formare i nuovi piloti dei cacciabombardieri e come mezzo di supporto alla guerra elettronica.
La comunicazione ufficiale del ministero della Difesa è attesa per i prossimi giorni, ma il direttore generale, Udi Shadi, avrebbe già firmato un accordo preliminare con i manager di Alenia Aermacchi durante una sua recente visita in Italia. Dopo l’acquisizione, le attività di addestramento e la manutenzione dei velivoli saranno affidate ad una società privata (“Tor”), di proprietà dei due colossi Elbit Systems Ltd. e Israel Aerospace Industries Ltd.. I velivoli dovrebbero essere schierati nelle basi aeree di Hatzerim e Ovda.
L’M-346 “Master” è un addestratore al combattimento aereo con licenza d’uccidere: può essere armato infatti con due missili AIM-9L “Sidewinder” e con un cannone da 30 mm ed è configurabile per attacchi al suolo con bombe e missili aria-terra o antinave. Per le sue caratteristiche tecnico-belliche, il velivolo sarebbe stato preferito ai caccia T-50 “Golden Eagle” prodotti dall’industria sudcoreana. In un primo momento, le autorità di Tel Aviv si erano indirizzate verso il paese asiatico e avevano firmato un accordo di cooperazione per la ricerca e lo sviluppo di nuove tecnologie militari del valore di 280 milioni di dollari. L’annuncio del possibile contratto con Alenia Aermacchi ha ovviamente irritato Seul che adesso minaccia di rivedere la propria politica commerciale con Israele.
Alcuni analisti internazionali sostengono tuttavia che la Corea del Sud avrebbe ancora qualche possibilità di soffiare l’importante commessa all’industria italiana. A ritenere che la competizione tra il “Master” e il “Golden Eagle” sia ancora aperta è in particolare il quotidiano on line statunitense Defense Industry Daily News. Militarmente parlando – scrive - per performance e capacità di trasporto delle munizioni, l’M-346 ha caratteristiche più vicine allo “Skyhawk”. Per vincere la commessa, Finmeccanica dovrà però fornire garanzie sulla stabilità politica a lungo termine dell’Italia come fornitore, e la sua stabilità economica a lungo temine come acquirente. Il velivolo supersonico T-50 della Corea del Sud offre più alte performance aerodinamiche, e l’esistente integrazione dei sistemi d’armi consentono di operare come un cacciabombardiere del tipo F-16 oltre che da addestratore”. Tel Aviv, in realtà, punta ad avere un velivolo che, in caso di necessità belliche, possa ripetere le prestazioni del vecchio aereo di produzione USA (gli A-4 sono stati utilizzati massicciamente durante la guerra del Kippur nel 1973 e per l’invasione del Libano nel 1982).
Per la scelta del nuovo “addestratore”, Tel Aviv si baserà però principalmente su valutazioni geo-strategiche ed economiche. “Le imprese israeliane hanno fatto ingresso nel mercato coreano con i loro velivoli senza pilota UAV e con gli aerei radar e un ordine dei T-50 potrebbe rappresentare il prossimo passo per rafforzare l’interscambio tra i due paesi”, scrive il quotidiano USA. L’Italia però, potrebbe essere il trampolino per un maggiore posizionamento israeliano sui mercati europei. “Sotto il Primo ministro Berlusconi, le relazioni sono state amichevoli, e l’Italia è stato un alleato di supporto. Israele ha bisogno di lei in Europa, che non è un grande mercato per il settore della difesa, ma è il suo principale mercato per le esportazioni in genere. L’Europa diventa ancora più importante a seguito della scoperta di enormi riserve di gas a largo delle coste israeliane nel Mediterraneo. Quel gas dovrà essere esportato e l’Europa dovrebbe essere la sua area di destinazione”.
Per Defense Industry Daily News, Israele starebbe seguendo con particolare attenzione l’evolversi della situazione politica in Italia dopo la caduta del governo Berlusconi. “Anche se spodestato, l’ex premier manterrà un’influenza significativa attraverso i media italiani. Israele desidererà che le relazioni a lungo termine con Berlusconi, e l’Italia, rimangano buone. Ciò potrebbe essere difficoltoso, date le crescenti ostilità delle sinistre europee contro Israele e gli Ebrei. Ma non impossibile”.
La stipula del contratto con Alenia Aermacchi potrebbe consentire lo sviluppo di “più stretti legami in ambito economico e della difesa” e d’Israele diventerebbe sia “un cliente d’alto profilo per le esportazioni italiane”, che un “fornitore di importanti componenti militari strategiche”. All’orizzonte, infatti, ci sarebbero multimilionarie commesse per il complesso militare industriale israeliano, a partire dalla fornitura di sistemi per le telecomunicazioni satellitari e di aerei senza pilota. Secondo la stampa israeliana, in cambio degli M-346 “Master”, l’Italia si sarebbe impegnata ad acquistare in particolare due aerei AWACS del tipo “Gulfstream 550” CAEW (Conformal Aerial Early Warning) con relativi centri di comando e controllo. Prodotti da Elta e Israel Aerospace Industries, i velivoli sono già operativi con le forze armate d’Israele e Singapore; una variante dell’aereo radar è stato pure fornito a Cile ed India.
In vista dell’affaire, Alenia avrebbe siglato con Israele un accordo preliminare per lo sviluppo di velivoli a pilotaggio remoto e dell’aereo “multi-sensore e multi-missione JAMMS (Joint airborne multisensor multimission system), approvato già due anni fa. Il “JAMMS” è un altro dei costosissimi programmi militari approvati dal Parlamento italiano, con voto bipartisan di centrodestra e centrosinistra. Il 10 marzo 2009, il Ministero della difesa italiano ha spiegato ai parlamentari che il “programma pluriannuale” di acquisizione di due velivoli “JAMMS” “risponde alla necessità operativa di sostituire il velivolo SIGINT G-222VS (G222 Versione Speciale), ancora in servizio ma destinato ad essere prossimamente dismesso, nonché all’esigenza di supportare le operazioni delle forze nazionali e alleate impegnate in operazioni militari in Patria e fuori dai confini nazionali nel controllo e nella sorveglianza dello spazio multidimensionale del conflitto”. I velivoli, caratterizzati “da avanzate capacità di ricognizione”, incrementeranno “i database delle forze nazionali con i relativi ordini di battaglia elettronici dei paesi di interesse” e supporteranno “la predisposizione delle librerie degli apparati di guerra elettronica”.
 Lo “JAMMS” è composto dalla piattaforma aerea, dal sistema di comunicazione e raccolta informazioni SIGINT-ESM (Signal Intelligence – Electronic Support Measures), dai radar di osservazione ad alta quota per l’individuazione di oggetti in movimento e dal segmento di terra per il processamento e l’analisi dei dati. L’integrazione delle differenti componenti consente di “operare nei tre domini del campo di battaglia: aereo, navale e terrestre”.
Nel valutare le possibili soluzioni esistenti sul mercato internazionale, più di tre anni fa gli esperti del Ministero della difesa indicavano il “Gulfstream G550” come il “velivolo più idoneo al soddisfacimento del requisito operativo”. “Il coinvolgimento di industrie nazionali, allo stato non ancora definito, è previsto per i diversi sottosistemi di bordo”, aggiungeva il report della Difesa. “Il costo stimato del programma ammonta a 280 milioni di euro a valere sul bilancio ordinario della difesa e avrà durata di sette anni, con avvio pianificato a partire dal 2009”. La nota aggiuntiva allo stato di previsione del bilancio della Difesa per l’anno 2009 non indicò però lo stanziamento finalizzato all’acquisizione del sistema “JAMMS”, limitandosi a specificare che esso “sarà oggetto di successiva valutazione di compatibilità/percorribilità”. Che nelle intenzioni dello Stato maggiore e del governo ci fosse già l’intenzione di subordinare l’acquisto degli aerei radar alla vendita dei caccia–addestratori di Alenia Aermacchi ad Israele?
Intanto le aeronautiche militari dei due paesi sembrano aver stretto la più solida delle alleanze. Lo scorso mese di ottobre, gli israeliani hanno inviato i propri caccia F-15 ed F-16 a cannoneggiare e bombardare i grandi poligoni terrestri della Sardegna, nel quadro dell’esercitazione multinazionale “Vega 2011”. Due mesi più tardi è stata la volta dei caccia “Tornado” ed “Amx” dell’Aereonautica italiana a sorvolare il deserto del Negev per partecipare ai war games con la forza aerea partner (“Desert Dusk 2011”). Entro la fine del 2013, inoltre, i grandi aerei da trasporto della nostra aeronautica C27J e C130 e gli elicotteri Eh101 cominceranno ad essere equipaggiati con il sistema di contromisure a raggi infrarossi “Dircm” (Directional infrared countermeasures) co-prodotto dalla italiana “Elettronica” e dalla israeliana “Elbit”. Il contratto avrà durata triennale e comporterà una spesa di 25,4 milioni di euro. L’Aeronautica italiana sarà così la prima forza armata europea a dotarsi di un sistema con tecnologia non americana per la difesa dai Manpads (Man-portable air-defense systems), i missili che possono essere lanciati con sistemi a spalla. A danno dei contribuenti e a beneficio dei piazzisti di morte.

sabato 21 gennaio 2012

Contrats OTAN pour la firme italienne Selex Elbag et corruption politique

Avec un contrat qui se monterait à plusieurs dizaines de millions d'Euro, selon le site spécialisé italien Dedalonews, la société Selex Elsag est chargée de gérer la modernisatppion des centres de télécommunication satellitaires de l'OTAN et des infrastructures qui  leur sont liées. Le contrat prévoit une série d'activités qui vont de la construction d'une nouvelle installation pour les communications via satellites : la modernisation  des stations terrestres  à antennes multiples situées à Kester (Belgique ) et à  Lunghezzano (Vérone, Italie)  et les sites à antenne unique  d'Oglaganasi (Turquie) et Atalanti (Grèce).

Les techniciens de la firme italienne ont en outre la charge de  de la formation  et de l'entraînement du personnel militaire de l'Alliance Atlantique à l'école  de communication et systèmes d'information de l'OTAN (NATO Communications & Information Systems School ) située à Borgho Piave (Italie)

Cette société a son siège central à Gènes et s'est affirmée au niveau international  dans le développpement et les fournitures  de réseaux de communication militaires et policières, dans des applications terrestres, navales et satellitaires. Seleg Elsag est née d'une fusion récente (juin 2011) entre Seleg Communications et Elsag Datamat dans le cadre de la réorganisation  par le groupe  FINMECCANICA du secteur de l'électronique de défense, autour de trois grands pôles stratégiques : télécommunication satellitaires (Selex-Elsag-) grands systèmes de défense et radars de surface (Selex-Sistemi Integrati) et le pole de l'avionique et des composantes electro-optiques (Selex-Galileo). Préside ce groupe génois le général (R)  Nazzarenoi Cardinale , inspecteur en chef du Génie aéronautique.

Peu avant la fusion , la filiale Selex communications avait signé un autre contrat important avec l'Agence de l'OTAN "NACMA NATO Air Command and Control System Management"  d'un  montant d'environs 30 millions d'euros pour la fourniture et l'installationn de systèmes de communication sur divers sites terrestres, dans le cadre du projet Rete Link 16, qui rendra possible l'échange de données entre le sol et  des vecteurs aériens  situés jusqu'à 29.000 pieds d'altitude dans l'espace aérien européen, système qui comporte des terminaux à terre (MIDS LVT : Multifunctional Information Distribution System - Low Volume Terminal) qui seront confiés à partir de 2012 à 14 pays de l'OTAN : Danemark, France Allemagne, Grande Bretagne, Grèce, Italie, Norvège,  Hollande, Pologne , Portugal, Tchéquie, Espagne, Turquie, Hongrie) et contribueront a améliorer le système de défense anti-missile de l'OTAN. 

C'est ce conglomerat qui est touché soudain par une affaire de corruption qui conduit à plusieurs mise en examens de certains de ses responsables.


Pubblicato in: Le débat stratégique, n° 114 - automne  2011, Blog trimestriel du Collectif Interdisciplinaire de Recherches sur la Paix et d'Etudes Stratégiques
        

venerdì 20 gennaio 2012

Sciogliere il Comune di Barcellona PG, imprescindibile per la democrazia

COMUNICATO IN OCCASIONE DELLA CONFERENZA STAMPA CONTRO IL MEGAPARCO COMMERCIALE DELLA FAMIGLIA DEL PREGIUDICATO ROSARIO PIO CATTAFI, BARCELLONA POZZO DI GOTTO (Me)

Carissimi, purtroppo non posso essere con voi a condividere ancora una volta la lotta per la legalità in una provincia dove colui che viene indicato da anni - da organi inquirenti e collaboratori di giustizia - come uno dei “capi” della criminalità organizzata, può intestarsi impunemente un dissennato progetto pseudo “economico” che ha ottenuto prima il voto unanime (e un’astensione) del Consiglio comunale di Barcellona Pozzo di Gotto, poi la difesa d’ufficio di amministratori e forze politiche e finanche la discesa in campo del locale senatore della repubblica. A ciò, avrei oggi voluto segnalare di persona, si aggiunge il silenzio complice delle forze politiche, sociali e sindacali che per patrimonio storico e dichiarazioni di principi, dovrebbero fare della lotta alla mafia, al malaffare, al dissesto dei territori e dell’ambiente, la loro costante pratica di azione.
La vicenda del Parco commerciale di Contrada Siena è sicuramente una delle pagine più nere della recente storia politica del messinese e della Sicilia. Tuttavia, l’inchiesta avviata lo scorso anno dalla Procura della repubblica di Barcellona e l’indagine conoscitiva recentemente decretata dal Ministero dell’interno per valutare le possibili infiltrazioni criminali nella vita amministrativa del Comune, vengono viste con fastidio o volutamente ignorate dalle stesse forze d’opposizione. La stessa ipotesi di scioglimento del Consiglio Comunale e il conseguente commissariamento, invece di essere ritenuti necessari e imprescindibili per azzerare una classe politica inetta, incapace e pericolosamente contigua ai poteri forti, viene vissuta con malcelato fastidio. A Barcellona Pozzo di Gotto, la democrazia formale e sostanziale è valore del tutto inesistente e solo un terremoto politico e giudiziario potrà dare fievoli speranze di cambiamento a tutti coloro che per decenni sono stati de-privati dei diritti di cittadinanza e partecipazione.
Per questo, nell’esprimere piena solidarietà alle associazioni antimafia di Barcellona e Milazzo che continuano coraggiosamente e in solitudine a rivendicare verità e giustizia, non posso che augurarmi che le forze e i soggetti sani della città non perdano quest’ultima opportunità per impedire, innanzitutto, lo scempio che ne deriverà per l’intero territorio provinciale dal Piano di lottizzazione del parco di Cosa Nostra. Auspico altresì un fronte comune per chiedere con forza che la Commissione prefettizia concluda serenamente e prima possibile il proprio lavoro e che il Governo Monti non ripeta quanto accaduto con l’ultimo governo di centro-sinistra, quando vennero ignorati i contenuti di una relazione che stigmatizzava i comportamenti e i legami di quei soggetti politico-sociali ed economici ancora al governo della città e della provincia.  E se alla fine, per meri problemi tecnico-temporali, non si riuscisse a giungere allo scioglimento per mafia del Comune, credo che sarà doveroso che la sinistra realmente etica e radicale e la società civile aprano un confronto comune sull’ipotesi di un aperto boicottaggio della tornata elettorale: essa rischierebbe, infatti, di legittimare l’arroganza dei potenti e dei vecchi e nuovi boss di mafia. Sarebbe un modo autorevole e nonviolento di porre regionalmente e nazionalmente la centralità criminale della città-Corleone del XXI secolo.           

Buon lavoro, con la stima di sempre
Antonio Mazzeo                                                              Messina, 20 gennaio 2012

La sospensione dell’esistenza nel Campo di Mineo

Inferno a cinque stelle. Prigione dorata. Lager di lusso. Un non luogo per annullare identità, annientare speranze, perpetuare dipendenze e sofferenze. Lo hanno descritto così gli attivisti dei diritti umani e alcuni giornalisti. Il prossimo mese di marzo, il Centro di accoglienza per richiedenti asilo (CARA) di Mineo, elaborazione neorazzista e segregazionista del governo Berlusconi-Maroni, supererà il primo anno di vita. Oltre cinquemila persone, cinquemila volti, cinquemila corpi, cinquemila vissuti di donne, uomini, bambine e bambini, hanno già attraversato i suoi cancelli. Diritti negati. Diritti violati. Per tutti loro, il CARA è solo il campo, il loro campo. Un’immagine riproduttrice di precarietà e sospensione delle esistenze. La peggiore esperienza di “accoglienza” della storia d’Italia.
Scelgono di parlare di “vite-da-campo” o “prison yard”, le ricercatrici Glenda Garelli e Martina Tazzioli, autrici del rapporto Esistenze sospese e resistenze al CARA di Mineo, appena pubblicato da “Storie Migranti”, il sito-archivio sulla migrazione coordinato da Federica Sossi, docente di Estetica all’Università degli studi di Bergamo. Quello che Mineo ha prodotto è un regime al tempo stesso di sospensione e fissazione allo spazio”, scrivono Garelli e Tazzioli. “Un lavoro istituzionale e gestionale che blocca la vita delle persone nell’attesa e nell’isolamento: i tempi eterni di lavoro delle commissioni territoriali per valutare la domanda di protezione internazionale, l’isolamento geografico del mega-CARA, la scarsità di collegamenti con le cittadine limitrofe, l’assenza di programmi di seconda accoglienza e inserimento sociale, sono alcuni degli elementi che hanno organizzato la sospensione delle vite delle persone che vi sono passate o che tuttora vi abitano”.
Per le due ricercatrici di “Storie Migranti”, vanno però riconosciute e legittimate le “strategie di resistenza” al regime di sospensione dell’esistenza, messe in atto all’interno del campo siciliano. “Gli abitanti del CARA – scrivono - hanno improvvisato reti di sostegno e commerci informali, talvolta contestando frontalmente la gestione delle loro vite: blocchi stradali contro l’inerzia di questura e commissioni territoriali, internet caffè improvvisati per comunicare con l’esterno, reti di rivendita e smercio dei prodotti passati dalla gestione del CARA, controllo dei circuiti di distribuzione dei vestiti, ecc.”.
Quelle degli abitanti del campo di Mineo sono giornate scandite da pratiche di identificazione e registrazione. “Sono minimo sette le volte al giorno, in cui i migranti devono mostrare la carta di identificazione (per i tre pasti, in uscita e in entrata, per ricevere credito, per acquistare prodotti al bazar e, una volta al mese, per ricevere vestiti e il kit di prodotti per l’igiene personale e la casa), in un mix in cui le funzioni di accoglienza, monetarizzazione, e di controllo sfumano l’una nell’altra rafforzandosi a vicenda”.
“Storie Migranti” ricorda come dall’istituzione del CARA sino all’ottobre 2011, ai richiedenti asilo sia stato negato il “contributo per piccole spese personali” che la Protezione Civile istituisce come obbligatorio nel Piano nazionale per la gestione della cosiddetta “emergenza umanitaria Nord Africa”. Si è dovuto attendere l’arrivo del nuovo ente gestore (un’associazione temporanea di  consorzi di cooperative più una srl, capofila la siciliana “Sisifo” di LegaCoop) perché venisse introdotto un pocket money giornaliero del valore di 3,5 euro. Ma, sottolineano Glenda Garelli e Martina Tazzioli, “la somma non viene corrisposta in contante ma attraverso un credito caricato sulla carta di identificazione”. Il denaro virtuale può essere speso solo all’interno del bazar del CARA, collocato vicino alla mensa collettiva e all’ufficio dell’ente gestore. Uno spaccio aperto appena tre ore al giorno: per le donne dalle 10 alle 11,30 del mattino; per gli uomini dalle 3 alle 5,30. Possono sfruttare entrambe le fasce orarie solo le persone in possesso della “carta famiglia”.
In verità al bazar c’è veramente poco da acquistare. Sigarette “Marlboro” a 4,9 euro a pacchetto, carte telefoniche “Telecom Welcome” per chiamate all’estero del valore di 5 euro, marche da bollo per documenti. “Il sistema del credito caricato sul tesserino di identificazione produce una vero e proprio circuito di economia informale”, spiegano le ricercatrici. “Sigarette e schede telefoniche vengono rivendute all’interno o all’esterno del CARA per produrre contante, con una conseguente diminuzione del valore reale del pocket money giornaliero. Le “Marlboro” vengono rivendute per un valore di 2,5-3 euro, con una perdita di 2,4-1,9 euro a pacchetto; le schede non producono mai più di 2 euro. Proprio queste ultime rappresentano motivo di frustrazione: la maggior parte dei richiedenti asilo a Mineo possiede un telefono cellulare con contratto “Wind”, mentre le carte “Welcome” funzionano da cellulare “Tim”, da telefono fisso, o da cabina telefonica (solo quattro telefoni pubblici nel CARA per più di 1.600 persone)”.
A concorrere al drammatico logoramento psicologico dei richiedenti asilo, la segregazione e l’isolamento del centro rispetto alla realtà urbana di Catania (distante oltre 40 Km) e al piccolo comune collinare di Mineo (a 11 km). Il bus che collegava gratuitamente il campo al paese, solo una volta al giorno, è stato sospeso per le vacanze natalizie e non è stato ancora ripreso. Agli “ospiti” non resta che un “paesaggio che immobilizza e svuota le esistenze”, “una prigione di arance che circonda il campo e in un certo modo rimarca la sua distanza da ogni altro luogo”, scrivono Garelli e Tazzioli. “Arance, arance e ancora arance, ti senti dentro una prigione di arance”, il lamento e l’angoscia di alcune donne intervistate.
Secondo i richiedenti asilo, gli alimenti distribuiti continuano ad essere di pessima qualità. “Molti raccontano di avvelenamenti da cibo (con ricoveri ospedalieri a Caltagirone) o di problemi all’apparato digestivo dovuti alla tipologia di dieta somministrata, agli ingredienti o alle precarie tecniche di conservazione del cibo. Si mangia tre volte al giorno, colazione dalle ore 7 alle 9, pranzo 12-14, cena 18-20. Sotto la gestione della Croce Rossa, i richiedenti asilo mangiavano sempre pasta e solo una volta la settimana un piatto a base di pollo. Ora il pollo viene servito il mercoledì e la domenica; oltre la pasta viene offerto anche il riso; continuano però a scarseggiare frutta e verdura fresche”. Per sopravvivere alle file estenuanti in mensa e alla routine alimentare, molte persone si sono organizzate con fornelli elettrici in casa e cucinano autonomamente. “Per quanto vietato dalle regole formali del centro di Mineo, non è difficile far entrare generi alimentari deperibili e anche vino”, scrivono le ricercatrici. “I richiedenti asilo denunciano altresì la scarsità dei prodotti per l’igiene personale. Le donne lamentano la parca fornitura di assorbenti igienici (una confezione da 12 assorbenti al mese), un problema che diventa critico anche perché molte intervistate raccontano di cicli prolungati, di 6-8 giorni. Gli uomini, d’altra parte, sottolineano che una sola lametta Bic usa e getta al mese non è sufficiente e alcuni chiedono anche creme idratanti”. Inutilmente.
Il report di “Storie Migranti” conferma poi quanto già denunciato dagli avvocati e dai giuristi delle associazioni di volontariato e antirazziste: l’estrema lentezza del lavoro delle Commissioni territoriali chiamate a valutare le richieste d’asilo. Ritardi che, l’estate e l’autunno scorso, hanno costretto i rifugiati a inscenare manifestazioni di protesta e bloccare le grandi arterie stradali che scorrono accanto al CARA. “La maggior parte delle persone con cui abbiamo parlato aveva sostenuto l’audizione per la richiesta di protezione internazionale, incontrando commissioni composte da un solo commissario e da un traduttore e trovandosi di fronte a continue interruzioni per pause sigaretta, telefonata o per andare in bagno che il commissario e il traduttore imponevano alle storie che i richiedenti tentavano di articolare”, scrivono le ricercatrici. “La scarsa attenzione riservata alla singolarità delle storie, funziona come chiave di volta del regime di scarto messo in atto dalle commissioni, che incuranti delle storie e dei vissuti di guerra, fanno in ultima analisi del Paese di nascita la discriminante principale della concessione di protezione internazionale”.
I richiedenti asilo lamentano la “scarsa professionalità della commissione” e il “non essere in linea con gli standard” di competenza richiesti dal loro ruolo. “Vengono fatte le domande sbagliate”, ripetono. I commissari insisterebbero solo sui motivi per cui le persone hanno abbandonato i paesi di origine, non solo ignorando il fenomeno delle migrazioni intra-africane ma anche rifiutando esplicitamente di sentire le ragioni per cui coloro che si trovava per lavoro in Libia hanno dovuto lasciare il paese”.
“L’attenzione della commissione tende a concentrarsi sulle date e a tralasciare il contenuto delle storie”, aggiungono Glenda Garelli e Tiziana Tazzioli. “Vengono commessi errori di trascrizione (in particolare rispetto ai nomi delle persone) che risultano incontestabili: quando i richiedenti asilo suggeriscono la giusta trascrizione del loro nome non vengono ascoltati. Una persona ha raccontato addirittura di dinieghi avvenuti perché il nome dato dalle persone sarebbe diverso da quello registrato a terminale”.
Richiedenti asilo e difensori dei diritti umani mettono profondamente in discussione anche la professionalità di certi traduttori. L’impressione generale è che “venga tradotta in italiano solo una minima parte di quello che i richiedenti raccontano, che alcuni traduttori siano razzisti e re-interpretino le storie delle persone, e che ci siano problemi di comprensione anche in inglese e francese (mancano mediatori per le lingue native). La sensazione degli intervistati è che il grande numero di dinieghi sia dovuto al fatto che le loro storie non sono state tradotte adeguatamente e/o ascoltate con attenzione”. E così migliaia di donne e uomini continuano ad essere detenuti nella prigione di arance, arance e solo arance.

giovedì 19 gennaio 2012

A Messina è di scuola l’impunità

Condannata per truffa aggravata ai danni dello Stato, la dirigente scolastica resta inchiodata al posto di lavoro. Intoccabile. Gli insegnanti che hanno collaborato alle indagini e testimoniato al processo, devono chiedere invece il trasferimento ad altra sede. Tre mesi fa, il Tribunale di Messina ha condannato a dieci mesi e 400 euro di multa Anna Maria Gammeri, preside del Liceo “Felice Bisazza” (reato condonato per l’applicazione dell’indulto). Secondo l’accusa, “con più azioni esecutive di medesimo disegno criminoso” e “con artifizi e raggiri” avrebbe consentito che il collaboratore scolastico Nicola Gennaro (condannato contestualmente a sette mesi e 300 euro di multa) “fuoriuscisse dal luogo di lavoro, senza avere chiesto ed ottenuto alcun atto autorizzativo e senza essere in congedo”.
A seguito di un esposto anonimo, nel 2005 i militari della Guardia di finanza avevano pedinato il Gennaro durante le sue uscite da scuola: l’uomo, con la propria auto, faceva da autista alla dirigente, accompagnandola da casa a scuola e da scuola a casa. In un’occasione, i militari accertarono perfino la consegna di buste della spesa, mentre una docente riferì di aver notato una mattina la Gammeri “accompagnata dal Gennaro in una profumeria del centro di Messina”.
Secondo il giudice monocratico del Tribunale di Messina, Bruno Sagone, “è emersa una situazione di sostanziale sviamento dei poteri e delle funzioni da parte del Gennaro, a ciò determinato dalla Gammeri; ed in particolare come quel vincolo fiduciario, dalla stessa addotto a fondamento dell’individuazione del Gennaro quale ausiliario deputato ai servizi esterni, trasmodasse di fatto in un sostanziale asservimento del primo alle esigenze personali della seconda”. In altri termini, “molteplici risconti dimostrano che la permanenza di Gennaro all’esterno dell’istituto, lungi dal trovare giustificazione nell’espletamento dei servizi affidati, si dovesse piuttosto all’esigenza di curare prevalentemente (se non esclusivamente) gli interessi personali propri della dirigente scolastica, secondo una prassi non circoscritta ai tre episodi acclarati dai servizi di appostamento della polizia giudiziaria, se non addirittura pressoché costante nel tempo”. Il Tribunale di Messina ha infine stigmatizzato la “fidelizzazione del dipendente mediante la conferma annuale negli incarichi con retribuzione aggiuntiva”. Il collaboratore scolastico avrebbe così conseguito un “ingiusto profitto” a danno della pubblica amministrazione.
L’iter processuale è stato di lunghezza estenuante. I due dipendenti sono stati rinviati a giudizio il 31 ottobre 2006, ma per la prima udienza dibattimentale, dopo ben sette rinvii, si è dovuto attendere il 19 novembre 2010. Nonostante le gravi accuse (oltre alla truffa, gli imputati dovevano rispondere di falso ma per questo reato sono stati poi assolti “perché il fatto non sussiste”), il Ministero della Pubblica istruzione non riteneva doveroso costituirsi parte civile. Il 24 ottobre 2011 la sentenza, depositata in cancelleria il successivo 1 dicembre. La cosiddetta “legge Brunetta” prevede che in caso di condanna penale di un lavoratore del settore pubblico, il dispositivo venga trasmesso all’amministrazione d’appartenenza con “modalità telematiche”, entro trenta giorni dalla data del deposito. Dal nuovo anno, ministero e organi periferici dell’Istruzione dovrebbero essere al corrente della condanna della dottoressa Gammeri e del collaboratore Gennaro. Ad oggi, però, non è stato preso alcun provvedimento nei loro confronti. Il sindacato della Gilda-insegnanti aveva inutilmente richiesto nel febbraio 2007 la “sospensione cautelare” dei due dipendenti rinviati a giudizio. In una nota, l’allora ministro Fioroni aveva fatto sapere che “il direttore regionale ha disposto accertamenti in relazione alla natura dei fatti contestati alla dirigente”. Fatti ora provati processualmente, ma nessuno ordina perlomeno il loro trasferimento d’ufficio ad altra sede. Hanno invece dovuto chiedere il trasferimento in altre scuole i sei insegnanti e il collaboratore scolastico che hanno deposto come testi al processo. Una di loro, rappresentante sindacale della Gilda, dopo aver ricevuto dalla dirigente cinque contestazioni di addebito con relative sanzioni disciplinari (attualmente in discussione davanti al Giudice del lavoro), si è dovuta rivolgere all’Ufficio Scolastico Regionale per essere utilizzata “eccezionalmente” negli ultimi due anni in un altro istituto di Messina “per l’impossibilità a svolgere serenamente e proficuamente la propria attività di docente”.
Secondo i delegati sindacali FLC Cgil e Gilda del “Felice Bisazza”, il clima all’interno dell’istituto era divenuto “intollerabile” ed “invivibile”. “Mentre buona parte dei docenti esprimeva per iscritto “solidarietà e rinnovata stima e fiducia” alla dirigente rinviata a giudizio, noi eravamo vittime di numerose e gravi azioni vessatorie”, raccontano. “Nel gennaio 2007 ci siamo rivolti direttamente al Ministro dell’Istruzione raccontando come uno di noi fosse stato oggetto di lettere riservate per motivi evidentemente pretestuosi (mancata sorveglianza durante una ipotetica manomissione della macchinetta distributrice di bibite, mancato controllo degli odori de bagno, ecc.). O che un docente del liceo fosse stato intimidito dal collaboratore scolastico in questione, tanto da spingerlo a cautelarsi con apposito esposto all’autorità giudiziaria”.
Il conflitto tra la dirigenza e l’RSU era scoppiato dopo l’installazione di un sistema di videosorveglianza all’interno dell’istituto “composto da 26 telecamere posizionate lungo il perimetro esterno dell’edificio, negli ingressi, nei corridoi interni ed anche in un’aula di informatica e nel laboratorio linguistico”. L’acquisto, per un importo di 18.960 euro, era stato deliberato il 6 settembre 2004 dal Consiglio d’Istituto per garantire la sicurezza del plesso. “Non si erano però mai manifestati atti di teppismo, spaccio di stupefacenti o ripetuti vandalismi in genere”, affermano i delegati RSU. “Non essendoci stato un accordo preventivo con le rappresentanze sindacali e ritenuto che l’impianto potesse consentire il controllo a distanza dei lavoratori impegnati in attività, ci siamo rivolti all’Ispettorato del lavoro della Regione Siciliana. Con nota del 16 maggio 2005, l’Ispettorato ha imposto alla dirigenza la rimozione delle telecamere posizionate all’interno dei laboratori e la disattivazione di quelle posizionate nei corridoi durante il normale orario di servizio”.
Dirigente scolastica dalle poliedriche attività, la professoressa Anna Maria Gammeri. Socia dell’Accademia Peloritana dei Pericolanti (classe Lettere, Filosofia e Belle Arti), dal 2006 ricopre l’incarico di docente del master di 1° livello (on line) in “Metodi formativi e strumenti informatici per la didattica” dell’Università degli Studi di Teramo. Per l’Università di Messina, la dirigente è stata invece “incaricata per la progettazione e pianificazione dell’attività Diffusione e potenziamento della cultura scientifica nelle scuole superiori Icaro 2” (anno accademico 2006-07) e docente SSIS in “Profilo giuridico dell’insegnante specializzato per le attività di sostegno” (2007-08).
Anna Maria Gammeri vanta inoltre la pubblicazione di diversi articoli scientifici, alcuni dei quali pubblicati in Acadèmia, “quadrimestrale di cultura” del Supremo Consiglio d’Italia e San Marino del 33° ed Ultimo Grado del Rito Scozzese Antico ed Accettato. Con sede a Bologna, il Supremo Consiglio dei Trentatré d’Italia e San Marino dichiara di far parte della “grande famiglia della Massoneria Universale, codificata nelle Costituzioni di Losanna del 1762 e nelle Grandi Costituzioni di Federico II di Prussia del 1786”. “La Massoneria di Rito Scozzese Antico ed Accettato segue e percorre l’ininterrotto, universale flusso di quel Pensiero che riporta al Rosacrucianesimo, alla Qabbalah, al Neoplatonismo, al Templarismo, alla Alchimia araba, all’Ermetismo, al Pitagorismo, ai Culti misterici egizi e sumerici”. Sovrano Gran Commendatore dell’Académia, il commercialista Renzo Canova, iniziato in massoneria nel 1966 nella loggia “Hiram” di Bologna e Gran maestro della Gran Loggia d’Italia (Obbedienza di Piazza del Gesù - Palazzo Vitelleschi) dal 1987 al 1995.
“Contenuti esoterici nel Rito dell’Iniziazione”, il titolo di un singolare saggio pubblicato nel febbraio 2009 su Académia dalla dirigente del liceo messinese. Allo stesso anno risale pure “Il demoniaco femminile”, da lei scritto per Sanctorum Quatuor Coronatorum (Acadèmia editrice d’Italia e San Marino, Bologna), volume di “studi e ricerche” uscito per la “ricorrenza dei Santi Quattro Coronati, patroni delle corporazioni dei lapicidi, scalpellini e marmorarii e a cui la Loggia è consacrata”.
Anna Maria Gammeri è stata inoltre relatrice in importanti convegni nazionali della famiglia massonica del Supremo Consiglio d’Italia e San Marino: a Riccione (il 20 e 21 maggio 2006); a Lecce (l’1 e il 2 maggio 2009); a Cosenza (il 31 ottobre 2009), dove i lavori, organizzati dalla locale loggia “Sfinge”, si sono aperti con la deposizione di una corona sulla tomba del “Massone ignoto”. Il 17 aprile 2010, in qualità di Commendatore del Sovrano Ordine Imperiale Bizantino di San Costantino il Grande, la dirigente scolastica ha presieduto il convegno su “La storia degli ordini cavallereschi”, relatore il professore Giuliano Di Bernardo, Supremo Gran Priore dell’Ordine ed ex Gran maestro del Grande Oriente d’Italia e della Gran Loggia Regolare d’Italia. Internazionalmente, il Sovrano Ordine Imperiale Bizantino di San Costantino il Grande è rappresentato dal principe spagnolo Sergio Jesus I° de San Marcelo Vassallo y Paleologo de Plast y Montefalco, “discendente dell’imperatore bizantino”. “Si tratta di un’organizzazione cristiana, indipendente, neutrale, apolitica il cui intento è l’aiuto umanitario, la protezione e l’assistenza alle vittime di guerra e della violenza in genere”, spiegano gli adepti.
Otto mesi più tardi, il professore Giuliano Di Bernardo, in qualità di Presidente dell’Accademia Internazionale degli Illuminati (da lui fondata nel 2002), ha voluto accanto a sé la professoressa Gammeri per presentare a Messina il suo volume su “La conoscenza umana”. A portare i saluti del Presidente della provincia, l’assessore all’attuazione del programma, Michele Bisignano, ex militante di estrema destra, poi dirigente provinciale del Pri e poi ancora di Forza Italia, affiliato nei primi anni ’80 alla loggia “Sicilia Normanna” del Centro Attività Massoniche Esoteriche Accettate CAMEA.
“Da segnalare infine il proclamato impegno della prof.ssa Anna Maria Gammeri, dirigente scolastico dell’istituto superiore “Bisazza”, a coordinare, insieme a Il Circolo di Messina e alle istituzioni, progetti scolastici di recupero memoriale e riqualificazione del territorio”, scrive il 7 febbraio 2011 l’ufficio stampa dell’associazione culturale fondata e diretta dal senatore Marcello dell’Utri, una condanna in appello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa e un patteggiamento a due anni e tre mesi per false fatture e frode fiscale nell’ambito della gestione di Publitalia. Dell’Utri è oggi indagato per la superloggia P3, organizzazione massonica occulta che avrebbe svolto “in maniera sistematica e pianificata un’intensa, riservata ed indebita attività di interferenza sull’esercizio delle funzioni di organi costituzionali, di amministrazioni pubbliche, allo scopo di ottenere vantaggi economici o di altro tipo”.
Il 15 gennaio 2012, Il Circolo di Messina ha voluto la Gammeri come co-relatrice al dibattito su “Periferie, tradizioni e vita quotidiana”. Il presidente, per le cronache, è Angelo Caristi, responsabile provinciale di Forza Italia a fine anni ’90 e prima ancora socio dell’In.Im. di Milano, insieme al finanziere Filippo Alberto Rapisarda e all’ex consigliere comunale Dc di Palermo, Paolo Alamia. Dell’In.Im. di Caristi & C, dal 1976 al 1979, fu dipendente il signor  Marcello dell’Utri…

lunedì 16 gennaio 2012

Le mafie nel mondo. Lo stretto di Hormuz, quello di Messina e la Libia

Fusiorari intervista Antonio Mazzeo, giornalista impegnato negli ambiti dell’antimilitarismo e dell’ecopacifismo ed esperto di temi come il commercio internazionale d’armi. Ai nostri microfoni Mazzeo ha parlato delle spese militari dell’Italia, del silenzio dei media, delle ingerenze dei colossi industriali e finanziari nelle scelte di politica estera e del controverso intervento in Libia.
 In questi giorni il nostro Paese è alle prese con una crisi economico-finanziaria che ha richiesto dei sacrifici ai cittadini italiani. Eppure le spese relative agli armamenti continuano a essere cospicue. Proprio lei nel suo blog informava che nel mese di novembre l’Italia ha siglato con il Dipartimento della Difesa Usa un contratto da 15 milioni di dollari per l’acquisto di due Predator, ossia due velivoli senza pilota (transazione poi negata dal Congresso per timore della diffusione di informazioni sulla tecnologia utilizzata, nda). Inoltre le missioni italiane all’estero sono costate nel 2011 un miliardo e mezzo di euro. Perché non sono stati effettuati dei tagli anche su questo fronte?
L’elemento più preoccupante di questo governo è la continuità con il precedente di centro-destra, che nel corso di quattro anni ha aumentato in termini reali la spesa militare e la percentuale di uscite destinate alle operazioni militari all’estero e all’acquisto di armi. Per’altro non si tratta soltanto dei Predator, ma soprattutto degli F35, i cacciabombardieri prodotti dalla statunitense Lockheed Martin, il cui acquisto potrebbe richiedere una spesa che si aggira intorno ai 15, 16 miliardi di euro. Inoltre la nomina a Ministro della Difesa dell’ammiraglio Giampaolo Di Paola, già capo di Stato maggiore della difesa, che ha seguito direttamente e indirettamente la vicenda degli F35 e di altre armi che dovevano essere acquistate, è la prova che non ci si può aspettare nessun cambiamento di rotta dal nuovo governo. Nonostante gli enormi tagli alle spese sociali nulla si dice e nulla si è fatto a proposito delle spese militari. Continuare a pensare di potersi ritagliare un ruolo da potenza mondiale, anche se la nostra economia viene scavalcata giorno dopo giorno da Paesi del sud del mondo come Brasile e Argentina, comporta il continuare a considerare un tabù l’abbassamento delle spese militari.
Perché i mezzi di informazione nazionale si interessano così poco al tema del commercio internazionale d’armi e soprattutto a quello delle spese che lo Stato destina ogni anno all’acquisto di mezzi bellici e al sostegno delle missioni all’estero?
L’inchiesta della Procura di Roma su alcune società del gruppo Finmeccanica ha dimostrato che i fondi neri da esse creati, oltre a nutrire un sistema di corruzione politica, hanno finanziato anche fondazioni e un’enorme quantità di testate giornalistiche e scientifiche: Finmeccanica si è dunque assicurata un controllo diretto sui mezzi di informazione. Controllo diretto che viene esercitato anche da parte delle banche, che sono le principali fonti di finanziamento dei più importanti quotidiani italiani. Fin tanto che i mezzi di informazione saranno controllati da colossi industriali e banche e fin tanto che il governo italiano sarà il governo dei banchieri, purtroppo dobbiamo aspettarci pochi cambiamenti. Un esempio concreto? Io sono rimasto sconvolto nell’occuparmi delle vicende relative all’installazione dei cosiddetti radar anti-migranti. Prodotti in Israele, hanno come rappresentante italiana l’AlmavivA Spa di Roma che vede tra i propri azionisti la Rai. Ebbene, nessuno ha saputo nulla di queste vicende. Se la Rai, che dovrebbe fare informazione, di fatto è un’impresa che controlla società che hanno interessi enormi nei complessi industriali militari, mi pare evidente che ci sia poco da aspettarsi dal punto di vista dell’informazione su questi temi.
L’Eni coinvolto negli affari libici, la Finmeccanica che sigla contratti con Paesi come Qatar, Bahrein, Kuwait, Algeria, Kenya, Pakistan: quanto le scelte della politica estera italiana sono influenzate da questi grandi colossi industriali?
Credo sia possibile affermare che nonostante l’Italia sia un Paese democratico, dotato di una Costituzione che prevede ruoli specifici per le grandi scelte della politica nazionale ed estera, sono sempre state le grandi industrie, le grandi holding ad avere deciso. Storicamente l’Eni, negli ultimi anni anche Finmeccanica. La vicenda libica ne è una grande conferma: l’Italia aveva firmato un trattato internazionale con la Libia e aveva in ballo grandi interessi con lo stesso Gheddafi. Ma l’amministratore delegato Eni (Paolo Scaroni, nda), che ha intelligentemente individuato in anticipo i vincitori di questa guerra, ha fatto sì che l’Italia si schierasse contro il regime, demonizzando l’ex alleato Gheddafi per dittatura. Tutto a vantaggio dell’Eni e a svantaggio dell’Italia, che ha perso l’occasione di giocare un naturale e importante ruolo di mediazione, prima per evitare il conflitto, poi per risolverlo nel modo più indolore per le popolazioni civili Oggi abbiamo riconosciuto il nuovo governo, nuovo partner dell’Eni, nonostante non abbia ancora una Costituzione e non abbia ancora firmato nessun trattato internazionale in difesa dei diritti umani.
Perché la comunità internazionale è intervenuta tempestivamente in Libia e non ancora in Siria? E soprattutto, perché i massacri dei civili, che per settimane hanno giustamente occupato le copertine dei giornali e dei tg ai tempi della Libia, ricevono sensibilmente meno attenzione oggi nel caso della Siria?
Interessi. Questo vale per tutti i Paesi africani, perché la guerra non è solo a Damasco, ma in tutto il Medio Oriente, nel Corno d’Africa, in Somalia, con la presenza di Paesi stranieri come gli Stati Uniti, in Kenya; è in corso una guerra nell’area dei Grandi Laghi, una guerra si sta scatenando in alcuni Stati della Nigeria. Di ciò non si parla. Anche perché lì sono enormi gli interessi di gruppi petroliferi come l’Eni. Penso però che intorno alla Siria orbitino anche altre questioni. Innanzitutto la Siria è un protettorato dell’Iran, un Paese con il quale l’Italia continua ad avere grossi interessi economici, principalmente l’Eni, ma anche il complesso militare-industriale: ricordo per esempio che alcuni anni fa delle testate sarde denunciarono l’addestramento di caccia militari iraniani nei poligoni sardi. Insomma, l’Iran è un Paese nei confronti del quale non conviene innalzare il rischio di scontro e questa problematica si riflette sull’atteggiamento dell’Italia e di tutta la comunità internazionale nei confronti della Siria.
In effetti proprio in questi giorni il premier italiano Mario Monti nella conferenza stampa di fine anno apriva all’intenzione dell’Unione Europea di praticare l’embargo nei confronti del petrolio iraniano a eccezione delle forniture di greggio che l’Eni importa a titolo di pagamento di crediti della National Iranian Oil Company, che pare ammontino a due miliardi di dollari. Forse è anche alla luce di questi interessi che si può spiegare il non intervento italiano in Siria…
Certamente, ma l’esperienza libica indica quanto i grandi gruppi economici italiani abbiano la capacità di mutare alleanze quando fiutano che stanno cambiando i rapporti di forza. Questo dimostra ancora una volta come non sia il Parlamento, o non solo il Parlamento, e in esso le forze politiche, a confrontarsi sulle scelte e sul ruolo internazionale che dovrebbe assumere l’Italia. Sono invece i grandi manager con i loro interessi a poter imporre che quello che oggi è un nostro alleato principale, l’Iran, diventi domani un nemico. Questo potrebbe portare l’Italia a una scelta scellerata perché aprire oggi un contenzioso con l’Iran significherebbe rischiare la terza guerra mondiale L’Iran non è né l’Iraq, né l’Afghanistan: l’Iran è una potenza con capacità nucleari, è una potenza che gode del riconoscimento religioso datogli dai gruppi sciiti. Oggi uno scontro con l’Iran potrebbe avere un effetto domino devastante su tutto il Medio Oriente, dal Nord Africa, sino al Sud-Est Asiatico.
Proprio l’attualità, e in particolare il braccio di ferro fra Iran e Stati Uniti intorno allo stretto di Hornuz, ha reso in questi giorni più che mai possibile lo scoppio di un nuovo conflitto. La situazione si fa ancora più pericolosa se collegata alla notizia, pubblicata da The Guardian e mai smentita, secondo la quale fonti ufficiali britanniche avrebbero dichiarato che nel caso di attacco statunitense all’Iran la Gran Bretagna fornirebbe il suo pieno sostegno. Attacco all’Iran che, pare, coinvolgerebbe come partner anche Israele e Turchia…

Aggiungerei anche l’Arabia Saudita, che ha firmato qualche giorno fa un ricco contratto con gli Stati Uniti d’America  per la fornitura d’armi. Gli Americani ritengono che nell’ambito del processo di accerchiamento dell’Iran si possa chiudere un occhio con un Paese come l’Arabia Saudita, che senza dubbio ha avuto delle responsabilità colossali nell’11 settembre e nella protezione di gruppi politico-militari afferenti alla cosiddetta costellazione di Al Qaeda.

Quanto è alto il rischio dello scoppio di una guerra oggi?

Purtroppo la mia generazione si sta abituando a pensare che la follia umana non conosca limiti. La razionalità spingerebbe a pensare che si voglia fare soltanto un gioco di muscoli per innalzare il livello di tensione e che nessuno abbia intenzione di andare oltre. Io credo che le esperienze delle guerre in Iraq e Afghanistan, insieme alla follia di quella in Libia, possano dimostrare da un lato la totale inopportunità di un nuovo conflitto, ma dall’altro che, di fronte a quello che è accaduto in questi anni, purtroppo dobbiamo abituarci ad aspettarci il peggio.

Qual è il possibile ruolo dell’Italia in questo scenario?

Se l’Italia fosse un Paese governato da intelligenza e razionalità, potrebbe giocare un grande ruolo di mediazione internazionale, per gli interessi economici che la legano all’Iran, per il riconoscimento di cui gode da Paesi nemici dell’Iran, come l’Arabia Saudita, Israele e Stati Uniti. Dal momento che invece è stata governata per anni dal folle superomismo di Berlusconi e oggi dalle banche con l’enorme pressione di Eni e Finmeccanica, dubito che avrà realmente la capacità di giocare questo ruolo. E stesso discorso vale per Germania, Francia e in primis Gran Bretagna, che appunto ha già dichiarato la disponibilità a scendere in campo a fianco degli Stati Uniti nel caso di un attacco all’Iran. E sarà l’ennesima occasione sprecata per l’Europa.

Tra i principali acquirenti delle armi made in Italy figurava la Libia. Ciò è avvenuto anche durante i primi giorni del conflitto, prima della risoluzione 1970 dell’Onu che ha introdotto l’embargo, in violazione della legge 185 del 1990 che vieta la vendita di armi a Paesi belligeranti. Inoltre all’inizio delle ostilità le truppe ghedaffiane imbracciavano armi italiane…

Pecunia non olet. La Libia è l’unico Paese al quale non dovevamo vendere armi e con il quale non dovevamo firmare un contratto bilaterale di quel tipo (il trattato di Bengasi, nda), a cui si lasciava il lavoro sporco che la Marina Militare non voleva fare, ossia quello di tenere distanti dalle nostre coste i migranti africani. A costo che essi venissero rinchiusi, affamati e assetati, come effettivamente è successo nei lager aperti nel deserto meridionale della Libia. L’Italia continua a esportare armi in buona parte dei Paesi americani e si avvale di triangolazioni a mio parere illegali per far giungere aerei, per esempio in Afghanistan. A Vicenza, nell’Istituto CoESPU, addestriamo le forze armate di Paesi africani o del Medio Oriente che sono all’indice per la violazione dei diritti umani presso Amnesty International e Human Rights Watch. A questo proposito reputo che la vera vergogna sia costituita dalla totale assenza di attenzione e interesse da parte dei media: sono solo i blog, le testate di movimento, i piccoli ricercatori a occuparsi e denunciare costantemente queste situazioni. Inoltre trovo veramente grave che simili temi non vengano discussi nel luogo che la Costituzione prevede come sede sovrana, ossia il Parlamento.

Recentemente Fusiorari ha intervistato il professor Carlo Tombola, coordinatore scientifico di OPAL (Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere). Il professore ha esposto una tesi molto interessante secondo la quale la maggior parte dei conflitti in corso, concentrati nel Sud del mondo, sarebbero fomentati e scatenati dai governi dei Paesi più sviluppati come una sorta di misura di protezione dalla pressione demografica che dal Mediterraneo meridionale e dall’America Latina preme oggi sull’Occidente. Lei cosa ne pensa?

Io credo ancora che le guerre vengano fatte scatenare per interessi economici rispetto allo sfruttamento delle risorse, il controllo delle fonti idriche, l’export delle armi ecc. Sicuramente ci sono tra i gruppi di estrema destra americani o internazionali coloro che ritengono necessario colpire il Sud del mondo per il pericolo di grandi invasioni: credo però che non siano queste le ragioni che portano i grandi Paesi a spingere sui confini. Sicuramente le guerre, insieme allo sfruttamento dissennato dei territori, hanno l’effetto di provocare il flusso di milioni di persone, che dal sud sono costrette, per problemi climatici, per fame, per sfuggire alla distruzione, a spostarsi vero il nord. Pertanto, se davvero ci fossero queste logiche, sarebbero perdenti, perché provocherebbero proprio l’effetto di investire il nord del mondo di grandi quantità di rifugiati. E a queste masse, che noi stessi abbiamo messo in movimento con dissennate scelte politiche, economiche e ambientali, non siamo in grado di rispondere altrimenti se non attraverso la militarizzazione delle coste e i respingimenti…

Restiamo in Italia, ma cambiamo argomento. Ad aprile del 2010 ha pubblicato “I padrini del ponte”, in cui parlava del coinvolgimento delle cosche mafiose nel progetto di costruzione del ponte sullo Stretto di Messina e in particolare di quello dei Rizzuto, una delle più potenti famiglie mafiose del Nord America. A più di un anno di distanza dalla pubblicazione del suo lavoro (per cui ha già rilasciato un’intervista a Fusiorari) a che punto è il progetto?

Innanzitutto ritengo opportuno parlare, per il ponte di Messina, di non-progetto. Esiste un progetto definitivo, una montagna di cartacce, che dovrebbe andare in discussione al CIPE, il quale appunto dovrebbe prendere la decisione definitiva. Questo non-progetto il mese scorso è stato distrutto a 360 gradi dalle organizzazioni ambientaliste che hanno presentato migliaia di motivazioni circa l’insostenibilità del ponte dal punto di vista tecnico-ingegneristico, ambientale, economico, sociale. Il governo dovrebbe mettere una pietra tombale su questo progetto, che già è costato tra i 400 e i 500 milioni di euro solo per tenere in vita la società Stretto di Messina. Non nutro però grandi speranze nel governo: il Ministro Passera e Monti continuano a rinviare di giorno in giorno la decisione definitiva. Quello che mi preoccupa è la nomina a viceministro allo Sviluppo Economico con delega alle Infrastrutture  di Mario Ciaccia, già amministratore delegato di Banca Infrastrutture Innovazione e Sviluppo del gruppo San Paolo, che ha fornito le fidejussioni al general contractor del ponte sullo stretto di Messina. Senza dimenticare che i grandi gruppi bancari sono quelli che hanno garantito la copertura dei buchi finanziari di grandi società di costruzioni, Impregilo in testa. Se perdesse il grande affare del ponte sullo stretto, credo che Impregilo resterebbe con uno scoperto di 500 milioni di euro, che significherebbe il tracollo. Credo dunque che i grandi gruppi bancari, ben rappresentati al governo, non abbiano intenzione di lasciar fallire le imprese di costruzioni per paura di perdere gli enormi crediti concessi.

Si intravede l’infiltrazione di altre organizzazioni criminali, soprattutto internazionali?

La manifesta insostenibilità del ponte e le inchieste giudiziarie che hanno praticamente decapitato e decimato la famiglia dei Rizzuto sembrano aver allontanato l’interesse delle organizzazioni criminali, anche se le cosche mafiose siciliane e calabresi continuano a scommettere sulla grande opera. Nel caso in cui essa venisse realizzata, il suo alto valore simbolico attrarrebbe indubbiamente i capitali finanziati delle mafie internazionali

Intervista a cura di Federica Casarsa pubblicata in FusiOrari.org International Weekly Magazine

Parte 1, Martedì 10 Gennaio 2012,
Parte 2, Lunedì 16 Gennaio 2012,
http://www.fusiorari.org/interviews/interviste/744-le-mafie-nel-mondo-parla-antonio-mazzeo-pt-2.html

venerdì 13 gennaio 2012

Come e perché l’Italia addestra gli afgani alla guerra

Mai così tanti i militari italiani in missione di guerra in Afghanistan. Quattromiladuecentodieci e solo a metà anno i primi uomini faranno rientro a casa. Per completare il ritiro del contingente nazionale, secondo il ministro della Difesa Di Paola, bisognerà attendere invece la fine del 2014. Un conflitto in nome degli interessi geostrategici delle transnazionali dell’energia, per cui è stato versato un alto tributo in vite umane: per il sito della Camera dei Deputati sono già 42 i militari caduti in territorio afgano “di cui 28 in seguito ad attentati o conflitti armati”. Top secret il numero di feriti e traumatizzati, ma sarebbero centinaia. Dal primo gennaio 2002 al dicembre del 2011, dispiegamenti di reparti, caccia, elicotteri e tank, blitz e bombardamenti aerei, esercitazioni a fuoco hanno comportato una spesa per i contribuenti italiani di circa 3 miliardi e 800 milioni di euro. E le operazioni tricolori in Afghanistan assorbiranno più della metà delle spese previste per pagare le missioni all’estero nel 2012 (complessivamente 1,4 miliardi di euro).
“A Kabul il nostro contingente opera nell’ambito del Quartier Generale di ISAF, della NATO Training Mission - Afghanistan e di Italfor Kabul con circa 210 uomini mentre ad Herat siamo presenti con circa 4.000 uomini, principalmente appartenenti alla Brigata paracadutisti Folgore”, spiegano i portavoce dello Stato maggiore della difesa. “Per le esigenze connesse con le missioni in Afghanistan  ed in Iraq, inoltre, ci sono 125 persone tra Al Bateen, Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti), dove sono dislocati alcuni velivoli che assicurano il sostegno logistico, a Tampa (Stati Uniti d’America) presso il Comando USA dell’intera operazione e in Bahrein quale personale di collegamento con le forze USA”. Nel teatro di guerra afgano, il contingente dispone dei più moderni sistemi d’attacco, batterie missilistiche, bombardieri, elicotteri, aerei da trasporto, velivoli per missioni di sorveglianza e ricognizione. La componente aerea è stata rafforzata a partire del 2007 con l’arrivo dei caccia AMX, dei velivoli senza pilota “Predator” e degli elicotteri d’attacco A129 “Mangusta”. Oltre una trentina sono i velivoli schierati ad Herat, il terzo contribuito aeronautico alleato in Afghanistan dopo USA e Gran Bretagna.
“ISAF – spiega il Ministero della difesa - ha il compito di condurre operazioni militari secondo il mandato ricevuto, in cooperazione e coordinazione con le forze di sicurezza afgane ed in coordinamento con le forze della Coalizione, al fine di assistere il Governo afgano nel mantenimento della sicurezza, favorire lo sviluppo delle strutture, estendere il controllo su tutto il Paese ed assistere gli sforzi umanitari e di ricostruzione”. In vista del progressivo sganciamento dall’Afghanistan, gli alleati stanno operando per “incrementare le capacità, l’autonomia e le competenze” delle ricostituite forze armate locali. L’Italia ha assunto un ruolo centrale nelle attività di formazione e addestramento dell’esercito (ANA) e della polizia (ANP) afgani, un impegno oneroso dal punto di vista organizzativo e finanziario e che presuppone pure il loro accompagnamento materiale in vere e proprie azioni di combattimento. L’esercito italiano impiega sul campo i cosiddetti OMLT (Operational Mentoring Liason Teams), team composti da 20-30 consiglieri ed addestratori “a livello di Corpo d’Armata, di Brigata e di Kandak (battaglione)”. I cicli addestrativi hanno una durata di almeno sei mesi e spaziano dalle procedure tecnico-tattiche di fanteria, all’uso di armi leggere e pesanti, ecc. Nel 2008, si è pure tenuto un lungo addestramento sulle tecniche di “ambientamento e movimento in montagna”, destinato all’Afghan National Army, articolatosi in lezioni teoriche a Camp Invicta, sede del contingente italiano a Kabul e in attività pratiche in Italia, presso il 6° reggimento Alpini di Brunico (Bolzano).
La formazione di piloti e tecnici dell’Afghan Air Force viene effettuata invece nella base aerea di Shindand da personale dell’Aeronautica militare. Per i training, avviati il 2 novembre 2010, sono a disposizione due gruppi di consiglieri-addestratori accanto ai militari afgani destinati alla guida degli elicotteri Mi.17 di fabbricazione russa. Gli italiani hanno pure istituito corsi di specializzazione nel campo delle comunicazioni radio e radar, della gestione delle reti e depositi POL (petrolio, olio e lubrificanti), della manutenzione e del rifornimento dei velivoli, del supporto medico, ecc.. I voli addestrativi vengono svolti in cooperazione con l’Aeronautica militare ungherese che utilizza da diversi anni la stessa tipologia di elicotteri e con l’838th Air Expeditionary Advisory Group (AEAG) delle forze aeree degli Stati Uniti.
Ad Alenia North America, società controllata da Alenia Aeronautica (gruppo Finmeccanica), è stata affidata la formazione dei piloti e del personale addetto alla manutenzione dei velivoli da trasporto tattico C-27/G.222, la cui consegna all’aeronautica afgana è in fase di completamento da parte di US Air Force. Il contratto, del valore di oltre 4 milioni di dollari, prevede un anno di lezioni teoriche, la formazione pratica e l’addestramento in volo nello stabilimento Alenia di Napoli-Capodichino dei piloti afgani e degli advisor statunitensi che sono poi inviati a Kabul per operare con il personale dell’Afganistan National Army Air Corps (ANAAC). Nell’ottobre 2008, Alenia North America era stata protagonista di una strana triangolazione Italia - Stati Uniti – Afghanistan: la società aveva venduto ad US Air Force diciotto aerei da trasporto G.222 (già in uso all’aeronautica militare italiana), che dopo essere stati riammodernati erano stati trasferiti alle forze aeree  afgane.
Imponente anche l’impegno addestrativo degli italiani a favore delle forze di polizia. Ad Adraskan ed Herat due team di carabinieri provenienti dall’organizzazione Territoriale dell’Arma e dai paracadutisti del 1° Reggimento “Tuscania” contribuiscono alla formazione di alcune unità del Comando Regionale dell’Afghan Uniform Police e dell’Afghan National Civil Order Police.
Militari dell’Arma e della Guardia di finanza partecipano anche alla missione di polizia “Eupol Afghanistan” dell’Unione Europea, nell’ambito dell’iniziativa di Politica Europea di Sicurezza e Difesa (PESD). La missione, iniziata il 15 giugno 2007, ha lo scopo di “sviluppare le attività di training, advising e mentoring del personale afgano destinato alla Polizia nazionale e alla Polizia di frontiera”. Grazie a un accordo bilaterale Italia-Afghanistan, carabinieri e fiamme gialle sono pure impegnati ad Herat nell’addestramento della polizia di frontiera e doganale, collaborando con il personale USA del Combined Security Transition Command Afghanistan (CSTC-A). Sempre ad Herat, Il Ministero della difesa italiano ha recentemente contribuito con 100.000 euro alla realizzazione di una nuova stazione della polizia afgana.
Un colonnello del 3° Reggimento Bersaglieri è alla guida del PRT- Provincial Reconstruction Team che ha il “compito di supporto alla governance e di sostenere il processo di ricostruzione e sviluppo”, congiuntamente ad una componente civile rappresentata da un Consigliere del Ministero Affari esteri. La struttura controlla e gestisce buona parte degli interventi in Afghanistan finanziati con denaro della Cooperazione allo sviluppo. Negli ultimi cinque anni, PRT dichiara di aver costruito nel distretto di Herat “scuole, ospedali, carceri, strade e ponti” per il valore complessivo di 30 milioni di euro, 5,6 dei quali nel solo 2011. Entro la fine di gennaio sarà completata la prima tranche dei lavori di ampliamento del terminal del locale aeroporto (250.000 euro). Per lo scalo di Herat, i progettisti del Provincial Recontruction Team hanno predisposto un masterplan del valore di oltre 137 milioni di euro per realizzare un nuovo terminal, piste aeree e opere viarie di collegamento. Lo scorso 17 dicembre, il programma è stato presentato alle autorità nazionali afgane dall’ex ministro allo Sviluppo economico, Paolo Romani, neo-rappresentante dell’esecutivo Monti per lo “sviluppo economico dell’Afghanistan e del’Iraq”.
Dal 2001 al 31 dicembre 2010, la Cooperazione italiana ha erogato 516 milioni di euro per finanziare “iniziative bilaterali e multilaterali” nel “settore infrastrutturale e degli aiuti umanitari” (103 milioni solo per il collegamento stradale Bamyan-Maidan Shar). Ventinove i milioni stanziati lo scorso anno per “progetti nel settore della governance, dello sviluppo rurale e agricolo e delle infrastrutture stradali”. L’Afghanistan è proprio la gallina d’oro di mercanti d’ami e grandi società di costruzioni. Nel 2012 potrebbero partire i lavori di ristrutturazione della strada Herat–Chishet Sharif. Prima beneficiaria, spiega Il Sole24Ore, la grande cava di proprietà del magnate statunitense Adam Doost (alla guida dell’American Chamber in Afghanistan), “che di recente ha chiuso un accordo di partnership con la Margraf di Vicenza per commercializzare in Italia e in Europa blocchi di marmo inizialmente per 5 milioni di dollari”. La guerra in Afghanistan si combatte per il gas e il petrolio ma anche in nome e per conto dei pescecani dei mercati finanziari planetari.