I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

sabato 31 dicembre 2011

Shopping saudita di cacciabombardieri e bombe a grappolo

Fine anno con i botti per il complesso militare industriale USA. La Casa Bianca ha annunciato la vendita all’Arabia Saudita di 84 cacciabombardieri  F-15 “Strike Eagles” di nuova costruzione e l’aggiornamento di 70 velivoli dello stesso modello già in possesso dell’aeronautica militare saudita. Il valore del contratto è valutato in 29,4 miliardi di dollari e secondo il Dipartimento di Stato comporterà “50mila nuovi posti di lavoro distribuiti su 600 aziende subfornitrici in 44 Stati dell’Unione”. Prime contractor il colosso Boeing che in passato ha fornito alla petromonarchia saudita elicotteri “Apache”, velivoli radar “AWACS” e altri mezzi di guerra. La revisione dei vecchi cacciabombardieri avverrà entro la metà del 2014 mentre la consegna dei nuovi “Strike Eagles” partirà nel 2015. L’accordo prevede pure l’addestramento di 500 piloti sauditi nei prossimi sette anni.
L’amministratore delegato di Boeing, Jim McNerney, nell’esprimere soddisfazione la commessa ha personalmente ringraziato Barack Obama e re Abdullah bin Abdul Aziz al Saud per il determinante contributo che hanno dato per il buon fine delle trattative. Per il Dipartimento di Stato “l’accordo rinvigorisce il già solido e duraturo rapporto tra Stati Uniti e Arabia Saudita e dimostra l’impegno americano a mantenere alta la capacità difensiva saudita, ritenuta elemento-chiave della sicurezza nella regione”.
Con implicito riferimento alla crisi iraniana, Washington spiega di voler mandare “un forte messaggio ai Paesi della regione che gli Stati Uniti sono determinati a mantenere la stabilità del Golfo e dell’intero Medio oriente”.  La vendita dei cacciabombardieri F-15 contribuirà “ad accrescere le capacità delle forze aeree tattiche saudite nella difesa dalle minacce regionali dei potenziali aggressori”. Grazie al contingente statunitense di stanza nella penisola Arabica “si assicurerà l’interoperabilità tra la US Air Force e l’aeronautica militare saudita, favorendo le relazioni a lungo termine tra le forze armate degli Stati Uniti d’America e l’Arabia Saudita”. Infine è stato annunciato che agli 84 F-15 “Strike Eagles” seguirà presto la vendita di 70 elicotteri d’attacco AH-64 “Apache”, 36 elicotteri AH-6i, quantità imprecisate di missili, bombe, sistemi di puntamento, radar e visori notturni per un valore superiore ai 30 miliardi di dollari.
Le relazioni politiche e militari Washington-Riyad si erano incrinate a seguito degli attentati dell’11 settembre 2001 che videro coinvolti alcuni ex agenti delle forze di sicurezza saudite. Gli Stati Uniti avevano pure mostrato di non gradire il sostegno finanziario della famiglia reale alle organizzazioni islamiche radicali in Medio oriente e Africa, alcune delle quali sospettate di contiguità con al-Qaeda. Dopo l’ondata di attentati terroristici che ha colpito l’Arabia Saudita, le autorità hanno deciso d’intensificare gli sforzi per reprimere le fazioni fondamentaliste più estreme, assicurando contestualmente il pieno supporto logistico alle operazioni militari USA in Iraq, Afghanistan e Pakistan. Gli annunciati programmi di sviluppo nucleare dell’Iran, storico nemico saudita, hanno contribuito a riportare l’alleanza USA-Arabia Saudita ai solidi livelli del passato e ciò ha consentito un’escalation nell’esportazione di tecnologie militari statunitensi.
Secondo fonti ufficiali USA, dal 2007 al 2010 i trasferimenti di sistemi d’arma all’Arabia Saudita, nell’ambito di accordi tra governo a governo, hanno raggiunto il valore complessivo di 13,8 miliardi di dollari. Lo scorso mese di luglio, il Dipartimento di Stato ha fatto sapere di avere accolto la richiesta saudita per la fornitura di 404 CBU-105D/B WCCMD Sensor Fuzed Weapons a guida GPS, prodotte dalla Textron Systems Corporation di Wilmington (Massachusetts). La commessa ha un valore di 355 milioni di dollari e comprende i costi d’addestramento all’uso delle bombe da parte di militari e contractor USA per un biennio.
Le munizioni sono uno dei modelli più recenti delle famigerate cluster bombs, le bombe a grappolo proibite dalla Convenzione delle Nazioni Unite entrata in vigore l’1 agosto 2010, mai ratificata da Washington. Le CBU-105D/B sono state realizzate modificando la bomba a grappolo del tipo CBU-97, 450 kg di peso e a caduta libera, ognuna delle quali contiene al suo interno dieci sub munizioni BLU-108, a loro volta dotati di quattro proiettili (Skeets) che, grazie ad uno speciale sensore laser, individuano e colpiscono carri armati, blindati, camion da trasporto e altri velivoli militari di supporto. Questi micidiali strumenti di morte sono stati utilizzati per la prima volta durante l’invasione dell’Iraq nel 2003.  
Nel settembre 2011, un altro colosso del complesso militare industriale statunitense, la Lockheed Martin Corporation, ha ricevuto un ordine di 15,3 milioni di dollari per fornire nuovi sistemi di sorveglianza e puntamento alla flotta di elicotteri AH-64D “Apache” in dotazione alle forze armate saudite. Nello stesso mese, la US Defense Security Cooperation Agency ha annunciato che l’Arabia Saudita ha richiesto apparecchiature e sistemi avanzati per i cannoni da 155mm “M777A2” e 105mm “M119A2” dei reparti di artiglieria leggera (valore 886 milioni di dollari). Alla vigilia della firma dell’accordo sui cacciabombardieri F-15, il comando di US Army ha autorizzato una modifica al contratto di vendita dei velivoli leggeri armati 8x8 (LAV – Light Armored Vehicles) che accresce a 155 il numero di unità da trasferire al paese arabo (costo complessivo, 264 milioni di dollari).
In vista dell’accerchiamento dell’Iran e del potenziamento del sistema di “difesa” anti missili balistici in Medio oriente, il Pentagono sta infine contribuendo al programma di sviluppo del sistema missilistico “Patriot” delle forze armate saudite (valore 1,7 miliardi di dollari). Contestualmente ha autorizzato la vendita di 209 missili “Patriot” al Kuwait (900 milioni di dollari) e, il 29 dicembre 2011, di due sistemi “THAAD” (High Altitude Area Defense) agli Emirati Arabi Uniti. Quest’ultima commessa, per il valore di 1,96 miliardi di dollari, comprende 96 missili terra-aria, apparecchiature radar e relativi centri di comando, controllo e lancio, prodotti tutti dall’immancabile Lockheed Martin. Gli intercettori “THAAD” destinati agli emirati saranno collegati in rete con il nuovo sistema “Aegis Ballistic Missile Defense” della marina militare USA, in via di dislocazione nelle acque del Golfo Persico e del Mediterraneo.
Agli Emirati Arabi, le industrie militari statunitensi potrebbero fornire dal prossimo anno 4.900 di bombe a guida di precisione, laser o Gps, del tipo “Rnep” (le cosiddette bunker-busters o penetra-bunker) e “Jdam” da attacco diretto. Washington ha già autorizzato a settembre la vendita di 500 missili aria-terra “Hellfire” che, similmente alle “Rnep” e alle “Jdams”, possono perforare strutture superprotette in cemento armato. Pure gli emiri non disdegnerebbero un blitz contro i presunti siti nucleari iraniani. Con le autorità di Teheran è in corso da anni una disputa sulla sovranità dell’isola di Abu Musa, strategicamente localizzata all’ingresso dello Stretto di Hormuz.

giovedì 29 dicembre 2011

Asse militare tra Roma e Berlino con missili e droni

Sistemi missilistici e satellitari, apparati per le guerre elettroniche, bombe e munizioni “intelligenti”, aerei e velivoli terrestri senza pilota. Dal prossimo anno, piccole, medie e grandi industrie d’Italia e Germania avvieranno progetti congiunti di sviluppo dei più avanzati strumenti di guerra. Il 16 dicembre, è stato firmato a Berlino un accordo di collaborazione strategica tra la Federazione delle industrie italiane per la difesa e la sicurezza (AIAD) e la BDSV, l’omologa associazione tedesca del comparto militare. L’accordo che punta a promuovere la ricerca, la progettazione e la produzione di tecnologie belliche aerospaziali, navali e terrestri, è stato messo a punto dopo mesi di negoziati fra i rappresentanti dei ministeri della Difesa dei due paesi, con il supporto dei manager delle maggiori holding industriali. E segue di pochi giorni la lettera d’intenti firmata dai ministri della difesa, Giampaolo Di Paola e Thomas de Maizière, che prefigura, insieme ai nuovi progetti dei mercanti d’armi, una più stretta cooperazione operativa tra le forze armate italiane e tedesche.
Le aziende dei due paesi hanno collaborato in passato ad alcune importanti produzioni, per esempio i veicoli di terra senza pilota (UGV - Unmanned Ground Vehicles) commissionati dall’Agenzia europea della difesa a Fiat Iveco e Rheintmetall. Il 14 dicembre 2011, proprio alla vigilia del memorandum AIAD-BDSV, Alenia Aeronautica (gruppo Finmeccanica) e Cassidian (una controllata della franco-tedesca-spagnola EADS – European Aeronautic Defense and Company) hanno firmato un accordo preliminare di collaborazione nel campo dei velivoli senza pilota UAS MALE (Medium-Altitude-Long-Endurance) e UCAV (Unnammed Combat Air Vehicle). “Alenia e Cassidian intendono rafforzare il proprio know-how al fine di creare una partnership strategica e garantirsi un ruolo di primaria importanza nel mercato degli UAS”, hanno spiegato i manager della società di Finmeccanica. Per Bernhard Gerwert, amministratore delegato di Cassidian, “saranno esplorati possibili ulteriori collaborazioni nell’area degli UAS MALE di prossima generazione, come ad esempio il Talarion, un sistema di cruciale importanza per l’industria dell’aviazione militare europea, in quanto svolgerà missioni di sicurezza governativa e civili non accessibili alle soluzioni attualmente disponibili”.
Talarion era stato pensato inizialmente per lo sviluppo di velivoli senza pilota destinati a missioni di sorveglianza e riconoscimento, in grado di soddisfare i requisiti stabiliti da Francia, Germania e Spagna. Gli enormi costi preventivati per la produzione del sistema hanno però costretto Cassidian a rivolgersi alle industrie di altri paesi Nato, ma ad oggi solo Polonia e Turchia hanno mostrato interesse a cooperare al programma. Adesso entrano in gioco Alenia Aeronautica e il mercato italiano: l’azienda è già attiva nel business degli aerei senza pilota grazie ai dimostratori MALE Sky-Y e UCAV Sky-X, e partecipa pure allo sviluppo di un aereo UAV da combattimento, il Neuron, prime contractor la francese Dassault, il cui test di volo è previsto entro il 2012. Poco comprensibili i disegni industriali di Finmeccanica ed EADS: l’asse delle armi Roma-Berlino è stata voluta come risposta agli accordi del novembre 2010 tra i governi di Francia e Gran Bretagna che puntano a conquistare il mercato europeo dei sistemi di morte, e proprio la partnership tra Alenia e Cassidian intende contrastare il progetto UAS Telemos della britannica BAE Systems e della francese Dassault, socia di Alenia Aeronautica in Neuron.
Certa schizofrenia sembra regnare pure nel settore missilistico. Il recente accordo industriale italo-tedesco potrebbe infatti riportare in vita il cosiddetto programma “MEADS” (Medium Extended Air Defense) per la realizzazione di un sistema anti-aereo, anti-missili balistici e da crociera e anti-UAV di ultima generazione. I governi di Stati Uniti, Italia e Germania ne hanno affidato la progettazione ad un consorzio guidato dalla statunitense Lockheed Martin Corp. (la produttrice dei supercostosi cacciabombardieri F-35 e del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari della US Navy in via di realizzazione a Niscemi), e di cui sono partner l’italiana MBDA, EADS e la tedesca MBDA-LFK. I tre alleati internazionali si sono suddivisi gli investimenti: il 58% agli USA, il 25% alla Germania e il restante 17% all’Italia. La rapida impennata dei costi del “MEADS” (nel giugno 2005 la spesa prevista era di 3,4 miliardi di dollari, oggi è di 4,2 miliardi) e i forti ritardi accumulati (il piano originario fissava come data entro cui completare la produzione il 2007, oggi si è posticipato al 2018), hanno convinto però il Congresso degli Stati Uniti a bloccare i finanziamenti (febbraio 2011). Se da qui a poco non verranno individuati nuovi partner internazionali, il “MEADS” rischia di divenire un missile fantasma e il consorzio subirà il collasso finanziario (dal 2004 ad oggi, solo l’Italia ha già speso più di 600 milioni di euro).
Secondo Defense News, un mese fa le autorità militari del Qatar avrebbero avviato una trattativa con Lockeed Martin e le imprese italo-tedesche per fare ingresso nella produzione “MEADS”. Il piccolo emirato sarebbe interessato a dotarsi del nuovo sistema missilistico in vista dei campionati del mondo di calcio del 2022 e per la “crescente percezione della minaccia proveniente dall’Iran”. I mercanti d’armi italo-tedeschi sapranno sicuramente come districarsi nei drammatici scenari di guerra che incombono in Medio oriente e nel continente africano.

martedì 27 dicembre 2011

Spuntano come funghi i radar anti-migranti

Le fiamme gialle prima azzerano, poi raddoppiano e adesso triplicano i radar di produzione israeliana da installare in Italia per impedire gli sbarchi dei migranti. Preoccupate di vedere ancora una volta non riconosciute le proprie ragioni dal Tar Sardegna, hanno dato mandato all’Avvocatura dello stato di depositare un atto alla cancelleria del Tribunale di Cagliari con cui si ufficializza la rinuncia alla realizzazione dei radar a Tresnuraghes e a Capo Sperone (Sant’Antioco) e, di conseguenza, il ritiro dal procedimento scaturito dal ricorso degli ambientalisti e dell’amministrazione locale. Nell’ottobre scorso, i giudici avevano ordinato la sospensione dei lavori di realizzazione degli impianti di sorveglianza previsti dalla Gdf nella costa occidentale dell’isola, a salvaguardia dei diritti fondamentali alla salute e alla salubrità dell’ambiente.
“Per motivi sopravvenuti, anche connessi alle manifestazioni di protesta delle popolazioni e all’intervenuta perdita nelle more del giudizio dei previsti finanziamenti, le amministrazioni sono addivenute alla decisione, pur nella motivata fiducia che i ricorsi avrebbero dovuto essere dichiarati irricevibili, di non coltivare ulteriormente il disegno di installare l’apparato nel sito per cui è causa”, si legge nella memoria depositata dall’Avvocatura. Scontato il ritiro delle fiamme gialle anche dal contenzioso relativo al radar anti-migranti di Capo Pecora (Fluminimaggiore), su cui il TAR si dovrebbe pronunciare in udienza pubblica il prossimo 25 gennaio. I No Radar sardi ritengono che nei prossimi giorni sarà pure formalizzato dai militari il dietro front dal quarto sito prescelto, l’Argentiera, nel comune di Sassari.
La Guardia di finanza ha fatto tuttavia sapere di non aver cancellato la rete di sorveglianza radar ma di avere solo dirottato i quattro impianti della Sardegna nei siti militari di Capo Sant’Elia a Cagliari, Capo Sandalo a Carloforte, Capo San Marco a Oristano e Capo Caccia ad Alghero. Ciò le consentirebbe di glissare i pronunciamenti del TAR e prevenire nuove azioni di blocco dei cantieri da parte delle popolazioni e delle amministrazioni locali. Se poi gli impianti radar venissero classificati come opere militari e/o d’interesse strategico, si potrebbe sperare di velocizzare gli iter realizzativi e di ridurre all’osso i pareri e le autorizzazioni ambientali. Modalità operative che non trovano il consenso delle associazioni ambientaliste e dei comitati che si oppongono alle pericolose emissioni elettromagnetiche dei radar e alle politiche di contrasto militare dei flussi migratori nel Mediterraneo.
La rinuncia della Guardia di finanza ad installare i radar nei promontori di Capo Sperone, Capo Pecora, Ischia Ruja e Argentiera rappresenta un importante risultato per i Comitati della Sardegna”, afferma Italia Nostra che con i suoi ricorsi aveva ottenuto la sospensione dei lavori. “Di fronte ad una eventuale ulteriore sentenza sfavorevole, la GdF sceglie di ritirarsi di buon grado e di individuare altri siti, vecchi fari della Marina militare per i quali le Amministrazioni locali hanno progettato il recupero finalizzato ad un riutilizzo pubblico del bene. Questi fari, ubicati lungo la costa occidentale della Sardegna, sovrastano promontori che possiedono le stesse caratteristiche ambientali e paesaggistiche di quelli individuati in precedenza”.
“Considerati i costi di installazione dei radar GdF e di acquisto di quelli della Guardia Costiera, si risparmierebbero oltre 400 milioni di euro se si decidesse di rinunciare ad essi”, prosegue Italia Nostra. “È bene ricordare che abbiamo presentato qualche mese fa una denuncia alle Procure della Repubblica competenti con la quale si evidenziavano le numerose “anomalie” riscontrate nell’iter procedurale di rilascio delle autorizzazioni e i veri e propri abusi causati dall’apertura dei cantieri. Continueremo l’impegno ambientale assieme ai cittadini e agli amministratori delle altre località interessate dai nuovi insediamenti. Tre di questi siti dovranno addirittura ospitare i radar VTS della Guardia costiera con le conseguenze negative dovute alla somma delle emissioni elettromagnetiche degli apparati”.
La rabbia dei NoRadar è cresciuta dopo la pubblicazione di una missiva del comandante generale della Guardia di finanza, Michele Adinolfi, inviata l’1 luglio scorso allo Stato maggiore della Marina militare, al Comando delle Capitanerie di porto e al Ministero dell’interno. Nel richiedere la “concessione di ospitalità presso siti in uso alla Marina militare ed alle Capitanerie di porto”, il comando delle fiamme gialle rivela infatti che sono ben diciassette i radar di profondità israeliani (modello EL/M-2226 ACSR) destinati ad essere piazzati in buona parte d’Italia.
“Il progetto della rete radar costiera muove da concrete esigenze operative inserite in un più ampio disegno, condiviso dal Ministero dell’Interno, volto ad incrementare ed affinare gli strumenti di prevenzione e contrasto ai fenomeni illeciti perpetrati via mare e all’immigrazione clandestina”, scrive il generale Adinolfi. “Il programma prevede la dislocazione di 17 postazioni, grazie a risorse resesi disponibili dalle fonti del Programma Operativo Nazionale Sicurezza per lo Sviluppo Obiettivo Convergenza 2007-2013 e del Fondo per le Frontiere Esterne del Programma Quadro sulla Solidarietà e Gestione dei Flussi Migratori. Sette sono state già collocate a Lampedusa (Ag), Bovo Marina (Ag), Portulisse (Rg), Punta Stilo (Rc), Isola Capo Rizzuto (Kr), Arma di Taggia (Im) e Brancaleone (Rc – in corso di ultimazione). Quattro devono essere installati in siti da individuare nelle regioni Veneto, Marche, Abruzzo e nord della Puglia (vengono proposti in calce Chioggia (Ro), Monte Pedaso (An), Ancona zona portuale, Punta Penna (Pe), Vieste (Fg) - N.d.A.). Sei dovranno essere installate in Sardegna, Sicilia, sud della Puglia in siti diversi da quelli precedentemente individuati per problematiche insorte in sede locale”.
Il Capo di Stato maggiore della GdF lamenta poi come le “criticità emerse in fase d’installazione” dei radar siano riconducibili “a manifestazioni di protesta delle popolazioni locali le cui preoccupazioni, essenzialmente, connesse ai possibili effetti nocivi prodotti dalle onde elettromagnetiche, all’impatto ambientale e paesaggistico dei tralicci che, pur essendo infondate, hanno di fatto reso difficoltoso se non impedito in alcuni casi, la realizzazione delle opere”.
“Dette criticità sono acuite dalle conseguenze sul piano finanziario, in quanto le installazioni sono soggette ad una specifica tempistica di attuazione che se non rispettata può comportare, in tutto o in parte, il definanziamento. Tale rischio è stato evitato per i quattro radar destinati alla sorveglianza della Sardegna occidentale con i fondi che si renderanno disponibili nelle annualità future, mentre è avvertito per i due siti di Gagliano del Capo (Le) e Capo Murro di Porco (Sr), per i quali è stato richiesto al Ministero dell’Interno di ridefinire il termine ultimo per il collaudo e la certificazione della spesa, previsto inizialmente per il mese di marzo u.s. – al mese di dicembre 2011”.
Anche nel caso di questi due ultimi impianti, le fiamme gialle hanno preferito individuare sedi diverse all’interno di aree militari, dopo il pressing di ministri e viceministri preoccupati di risparmiare il proprio bacino elettorale dai bombardamenti elettromagnetici.
Per Capo Murro di Porco, la nota della GdF accenna ad “un’apposita riunione con le Autorità locali”, indetta dall’(ex) Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo (siracusana), nel corso della quale s’individuavano in prima battuta due possibili alternative, il vicino faro di Capo Murro di Porco in uso alla Capitaneria e il faro di Santa Panagia, sempre a Siracusa. La scelta definitiva, qualche mese dopo, è invece ricaduta sulla ex base di telecomunicazioni della Marina militare di Palombara, nei pressi dell’abitato di Melilli, una delle aree a più alto rischio ambientale del Mediterraneo.
“A seguito di una riunione presso al Prefettura di Lecce, alla presenza del Sottosegretario al Ministero dell’Interno, Alfredo Mantovano” (nativo di Lecce), veniva invece valutato di trasferire il radar di Gagliano del Capo a Santa Maria di Leuca (Le) presso la locale stazione della Marina militare. Il 10 giugno 2011, in particolare, “aveva luogo un sopralluogo al sito per verificare la compatibilità elettromagnetica dei sistemi forniti alla Guardia di finanza dalla Almaviva Italia Spa e di quelli ivi già in uso, installati dalla Selex Sistemi Integrati”.
Sempre secondo la nota del generale Adinolfi, i radar “sono di produzione dell’azienda israeliana Elta Systems LTD” e “sono commercializzati da AlmavivA Spa di Roma”, la società che ha ottenuto dalla GdF l’appalto milionario per la loro installazione, senza l’indizione e la pubblicazione del bando di gara con la motivazione che “i lavori e i servizi possono essere forniti unicamente da una determinata fornitrice, la AlmavivA SpA, che possiede le prescrizioni di natura tecnica e i diritti esclusivi dei materiali”. AlmavivA è una società controllata da un’originale mixer di azionisti: la famiglia Tripi, il Gruppo General Electric, la Rai - Radio Televisione Italiana, la Confederazione Generale dell’Agricoltura Italiana, la C.I.A. Confederazione Italiana Agricoltori e le Assicurazioni Generali. A differenza delle fiamme gialle, AlmavivA sembra ancora volersi costituire in giudizio davanti al TAR di Cagliari e ha presentato una relazione tecnica del professore Gaspare Galati (ordinario di Teoria e tecnica radar dell’Università di Tor Vergata, Roma), secondo cui le emissioni elettromagnetiche dei radar di Elta Systems sono quasi pari allo zero. Per la cronaca, il professore Gaspari Galati ha lavorato dal 1970 al 1986 presso la Direzione ricerche e il Servizio analisi di base e calcolo scientifico della società Selenia SpA (ora Alenia-Finmeccanica), “nella prima come analista-sistemista radar e poi come responsabile del reparto di Analisi dei Sistemi”. Negli stessi anni, Galati veniva pure designato “rappresentante italiano presso il gruppo di lavoro della NATO (NIAG)”.
“Le considerazioni depositate dalla società romana sono assolutamente contrastanti con i dati rilevati dall’ARPA Sardegna, l’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, e dalle stesse precedenti relazioni prodotte da AlmavivA”, ricorda Graziano Bullegas di Italia Nostra. Intanto in Sardegna, Puglia e Sicilia ci si prepara per il secondo round della campagna NoRadar.

venerdì 23 dicembre 2011

Costi e bluff dell’aereo italiano che addestra alla guerra

Non ha certo gli stratosferici costi dei cacciabombardieri F-35 “Joint Strike Fighter”, ma il nuovo aereo d’addestramento avanzato M-346 “Master” dell’Aeronautica militare italiana sta causando l’ennesima emorragia di risorse finanziarie statali a favore del complesso militare industriale di Finmeccanica & soci. Progettato appositamente per la formazione dei piloti dei velivoli da guerra come i “Tornado”, gli “Eurofighter Typhoon” e i famigerati F-35, l’M-346 “Master” è realizzato da un consorzio di costruttori internazionali guidato da Alenia-Aermacchi.
Fu il governo di centrosinistra guidato da Romano Prodi ad annunciare nel giugno 2007 l’intenzione di acquisire 14 esemplari dell’addestratore di quarta generazione, completi del relativo supporto logistico. Fu preventivato un costo complessivo di 400 milioni di euro e, l’anno successivo, il Ministero dello Sviluppo economico (esecutivo Berlusconi) inserì il programma dell’M-346 nel bilancio dello Stato. Nel giugno 2009, in occasione del salone internazionale dei mercanti d’armi di Le Bourget (Parigi), fu annunciato ufficialmente l’acquisto da parte dell’Aeronautica di sei aerei con un’opzione per ulteriori nove. Valore della commessa, 280 milioni di euro. Ai costi unitari odierni, per i rimanenti velivoli i contribuenti italiani potrebbero essere salassati per altri 420 milioni. Non poco per un programma la cui spesa è quasi raddoppiata in meno di cinque anni.
L’M-346 nasce dal prototipo dello YAK-AEM130, un addestratore progettato a metà anni ’90 da Aermacchi in collaborazione con l’azienda russa Yakovlev Design Bureau. Nel dicembre 1999 i due gruppi industriali decidevano tuttavia di procedere alla produzione in modo autonomo. Aermacchi si rivolgeva ai partner nazionali e statunitensi per sviluppare componenti e sistemi di bordo: la progettazione del Flight Control System veniva assegnata ad Alenia SIA e Selex Communications (Finmeccanica), l’assemblaggio delle turboventole e dei comandi allo stabilimento Avio di Brindisi, mentre la costruzione dei motori, con un contratto di 41,5 milioni di euro, alla transnazionale statunitense Honeywell.
Lungo 11,5 metri e dotato di una larghezza alare di 9,72, l’Alenia-Aermacchi M-346 può raggiungere la velocità massima di 1.083 Km/h; l’autonomia di volo è di 1.889 km, 2.537 Km con due serbatoi esterni. Il raggio d’operazione è di 185 Km per 20 minuti di addestramento di combattimento aereo con pod e due missili AIM-9L “Sidewinder”. il velivolo può essere armato pure con un cannone da 30 mm ed è configurabile per attacchi al suolo con bombe e missili aria-terra o antinave. Un addestratore, dunque, con licenza di uccidere.
Il primo M-346 è stato consegnato un paio di settimane fa alla Direzione Generale degli Armamenti Aeronautici e presto sarà inviato al Reparto Sperimentale Volo dell’Aeronautica militare di Pratica di Mare (Roma) per le prove operative. La consegna degli altri cinque velivoli è prevista nel corso del 2012. Ammesso che non si ripeta quanto avvenuto lo scorso 19 dicembre negli Emirati Arabi Uniti - cinque giorni dopo l’annuncio ufficiale del trasferimento all’AMI del primo addestratore - quando l’M-346 con matricola militare X615, inviato alla fiera dei mercanti di morte di Dubai precipitava in mare durante il rientro verso l’Italia. L’incidente ha causato solo una frattura ad una gamba di un pilota e altre ferite più leggere al co-pilota, ma il velivolo è andato completamente distrutto. Trentacinque milioni di euro andati in fumo.
Non è solo l’incidente di Dubai a turbare i sogni di manager e azionisti dell’azienda aerea del gruppo Finmeccanica. Secondo la stima più recente, alla fine del prossimo anno i costi di progettazione e sviluppo dell’addestratore per le guerre aeree raggiungeranno i 915 milioni di euro. I piani industriali prevedevano di far fruttare gli investimenti con la realizzazione e vendita di almeno 600 esemplari entro il 2020, ma sino ad oggi gli unici due contratti sottoscritti da Alenia-Aermacchi sono quelli con l’Aeronautica militare italiana e con le forze armate di Singapore. Al piccolo stato asiatico è prevista la fornitura di dodici M-346, la cui produzione è in fase avanzata nello stabilimento di Venegono Superiore (Varese). In realtà si tratta di una commessa di cui meno della metà del valore andrà all’azienda italiana. Per gli M-346 di Singapore è stato costituito un consorzio formato da ST Aerospace Singapore Technologies Aerospace (società aerospaziale controllata della transnazionale ST Engineering), dalla statunitense Boeing e da Alenia-Aermacchi. L’ammontare del contratto indicato da ST Aerospace è di 543 milioni di dollari e comprende anche la consegna di parti di ricambio e del sistema addestrativo a terra.
In previsione della consegna a Singapore dei caccia-addestratori, il 18 e 19 ottobre 2011 si è svolto a Roma l’Expert Meeting tra l’Aeronautica militare e la Republic Singapore Air Force (RSAF). “I colloqui hanno consentito di creare i presupposti per una rafforzata cooperazione tra le rispettive Forze Aeree nel campo del programma M-346A e dell’addestramento al volo”, recita il comunicato dello Stato maggiore dell’AMI. “L’aeronautica ha accolto la richiesta singaporiana di partecipare con proprio personale, in qualità di osservatore, alle attività Initial Operational Test and Evaluation sul velivolo M-346A, che saranno svolte nei prossimi mesi a Pratica di Mare presso il Centro Sperimentale di Volo. Nell’ambito delle attività d’addestramento, sono state avviate e concordate le azioni per l’invio presso il 61° Stormo di Lecce di allievi piloti singaporiani per la relativa frequenza ai corsi da svolgersi entro la fine del prossimo anno”. Una conferma ufficiale dei piani di trasformazione dell’aeroporto pugliese in centro di formazione d’eccellenza per la guerra aerea dei piloti NATO ed extra-NATO.
Appare invece su un binario morto il ventilato trasferimento di 48 M-346 “Master” al governo degli Emirati Arabi Uniti. I negoziati, annunciati in pompa magna dall’ex dominus di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini, durante la fiera internazionale delle armi di Dubai nel 2009, sono stati congelati dagli emiri amareggiati dal veto statunitense e israeliano ad un accordo per la produzione in joint venture Italia-EAU di velivoli senza pilota UAV armati. Non maggiore fortuna in Grecia e in Cile, dove tra il 2005 e il 2008 sono stati firmati da Alenia-Aermacchi due memorandum d’intesa con le industrie nazionali per la co-produzione degli addestratori avanzati. La grave crisi economica e finanziaria ha infatti convinto l’Hellenic Aerospace Industry e la cilena ENAER a soprassedere sui programmi per l’M-346.
Qualche lieve speranza giunge dal bellicoso governo d’Israele, intenzionato a congelare un contratto da un miliardo di dollari per l’acquisto di aerei d’addestramento coreani per firmare invece un accordo preliminare con Alenia-Aermacchi per una ventina di M-346. Negli Stati Uniti, un prototipo derivato dal velivolo “italiano” è uno dei candidati al programma di costruzione di un nuovo addestratore per i piloti dei cacciabombardieri dell’US Air Force. Anche in questo caso, però, all’azienda e ai lavoratori di Finmeccanica andrebbero solo le briciole del multimilionario affaire.

martedì 20 dicembre 2011

Alleanza militare aerea tra Italia e Israele

Giochi di guerra nel deserto del Negev per i cacciabombardieri dell’aeronautica militare italiana. Lo scorso 16 dicembre si è conclusa l’esercitazione “Desert Dusk 2011” a cui hanno partecipato venticinque velivoli da guerra delle forze aeree italiane ed israeliane. Due settimane di duelli, inseguimenti e lanci di missili e bombe, protagonisti gli “Eurofighter” e i “Tornado” dell’Ami e gli F-15 ed F-16 israeliani schierati per l’occasione nello scalo meridionale di Uvda, utilizzato dai charter che trasportano i turisti diretti a Eilat (mar Rosso). L’esercitazione rientra nel programma di collaborazione e coordinamento tra le due aeronautiche finalizzato ad affinare le procedure e le tecniche di azione in missioni di controllo delle crisi (Crisis Response Operations). In Israele sono stati impegnati 150 militari italiani, mentre i cacciabombardieri dell’Ami hanno svolto più di un centinaio di missioni di volo. Alle operazioni hanno pure partecipato alcuni velivoli KC-767A del 14° Stormo di Pratica di Mare (Roma) e C130J della 46ª Brigata Aerea di Pisa.
A fine ottobre erano stati i cacciabombardieri israeliani a sorvolare i grandi poligoni della Sardegna nell’ambito dell’esercitazione “Vega 2011”, a cui hanno partecipato pure le aeronautiche militari di Italia, Germania e Olanda. Per l’occasione, due squadroni con F-15 ed F-16 ed un velivolo radar di nuova produzione “Eitam” erano stati trasferiti dalle basi aeree di Nevatim e Tel Nof allo scalo di Decimomannu (Cagliari), centro di comando e coordinamento dell’intero ciclo addestrativo. “Gli obiettivi delle attività di Vega 2011 sono stati il rafforzamento dell’interoperabilità dei reparti impegnati, il miglioramento della capacità di cooperazione e lo svolgimento di attività tattiche grazie ad operazioni in aree di media scala in un ambiente ad alta minaccia”, hanno riferito le autorità italiane. L’esercitazione in Sardegna è stata seguita con particolare interesse dalla stampa di Tel Aviv: le spericolate missioni di volo sarebbero state finalizzate infatti a simulare un attacco agli impianti nucleari iraniani. Secondo quanto pubblicato dal sito JewPI.com, “Vega 2011” avrebbe comportato una condanna a sette giorni di carcere e un anno di sospensione dal volo per un pilota del 106° squadrone della IAF (Israeli Air Force) reo di aver compiuto senza autorizzazione un’evoluzione pericolosissima a bassa quota (una rotazione del velivolo di 360°).
Oltre alle recentissime esercitazioni, nel corso di quest’anno si sono registrati importanti incontri tra i massimi responsabili delle forze aeree d’Italia ed Israele. Il 7 e l’8 febbraio, il sottocapo di Stato maggiore della IAF, generale Nimrod Sheffer, ha incontrato a Roma l’omologo italiano, generale Maurizio Lodovisi, per “approfondire i processi di trasformazione in atto nelle due aeronautiche, le esperienze maturate nei rispettivi teatri di operazione e le future attività addestrative”. Il successivo 14 giugno, è stato il comandante delle forze israeliane, generale Ido Nehushtan, a giungere in Italia in missione ufficiale. Dopo aver incontrato il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, generale Giuseppe Bernardis, Nehushtan ha raggiunto gli aeroporti di Pratica di Mare, Lecce e Grosseto per una “visita” ai reparti militari ospitati.
Secondo quanto riportato dal sito specializzato Dedalo News, i colloqui al vertice “hanno riguardato i principali programmi di cooperazione tra i due paesi, con particolare riferimento all’uso degli UAV (velivoli a pilotaggio remoto), alla gestione logistica integrata del velivolo Joint Strike Fighter (JSF), di futura introduzione, e al velivolo d’addestramento M-346, nei confronti del quale l’aeronautica israeliana ha manifestato un certo interesse in previsione della sostituzione degli A-4 Skyhawk attualmente in linea”. L’interesse all’acquisto dei nuovi mezzi prodotti da Alenia Aermacchi è stato confermato dai principali quotidiani di Tel Aviv. Haaretz, in particolare, ha riferito che l’impresa del gruppo Finmeccanica avrebbe già firmato un accordo preliminare, a cui dovrebbe seguire presto la fornitura all’Italia di velivoli senza pilota e aerei radar di produzione israeliana.

giovedì 15 dicembre 2011

Il CARA di Mineo vergogna italiana

Il villaggio degli aranci di Mineo (Ct), il mega-centro di semidetenzione per richiedenti asilo e migranti, a quasi un anno dalla sua istituzione, testimonia il completo fallimento del modello di “solidarietà” securitaria del governo Berlusconi-Maroni. È il “non luogo” dove si consuma la spersonalizzazione, dove l’ospite-recluso si “sente atopos, fuori posto, né cittadino né straniero, collocato in un luogo bastardo al confine tra l’essere e il non-essere sociale”. Il CARA di Mineo, isolato ed isolante, è “l’antitesi dell’integrazione e mina la sicurezza del territorio animando scontri e tensioni fra comunità”. A sancire l’ennesima bocciatura del centro di “accoglienza” in cui sono stati deportati manu militari quasi duemila cittadini stranieri presenti in Italia da tempi remotissimi, è il rapporto del Comitato territoriale dell’ARCI di Catania consegnato ad una delegazione di europarlamentari in visita ai lager per migranti della Sicilia.

“Gli ospiti presenti all’interno del centro di Mineo non hanno alcun rapporto con il territorio sia per la conformazione del luogo, ma soprattutto perché non sono stati predisposti gli strumenti necessari a favorire l’integrazione”, denuncia l’avvocato Francesco Auricchiella, responsabile immigrazione dell’ARCI di Catania. “Essi continuano a vivere ai margini, in uno stato di assoluto isolamento culturale e sociale in aperto dispregio di quanto previsto dall’art. 3 della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo”.

Dalla sua costituzione, il 18 marzo 2011, il CARA ha offerto condizioni di vita “prive di contesto e coesione sociale, scollate dalla propria cultura, disorientate nella selva di leggi e di prassi amministrative del tutto ignote agli ospiti per l’assoluta mancanza di qualsiasi forma di mediazione sociale, culturale e di assistenza legale”, scrive l’ARCI. E quasi nulla è cambiato con l’insediamento dell’ente attuatore, la Provincia di Catania (nominata con ordinanza del Presidente del consiglio il 28 giugno scorso), retta da quel Giuseppe Castiglione che è contestualmente coordinatore regionale del Polo delle libertà e uomo di fiducia dell’ex guardasigilli Angelino Alfano.

A Mineo sono state innumerevoli le violazioni dei diritti dei soggetti più vulnerabili, come i minori non accompagnati, le donne vittime di violenza e i nuclei familiari di eritrei, etiopi e somali provenienti dalla Libia, dove sono stati sottoposti a pene inumane e degradanti in diversi centri di detenzione. “Tra queste famiglie c’erano minori nati o vissuti per mesi nelle prigioni libiche”, aggiunge Auricchiella. “Giunti in Italia ed inviati a Mineo, questi soggetti portatori di esigenze particolari, tra cui donne abusate e persone vittime di tortura, non hanno avuto accesso ai servizi di riabilitazione necessari per la rimozione e la rielaborazione dei traumi e delle violenze subiti, quando, invece le direttive dell’Unione europea dispongono che ogni Stato membro deve adoperarsi per attivarli”.

Il rapporto ricostruisce alcuni gravi episodi verificatisi nel centro. Come ad esempio il “trasferimento arbitrario”, nei primi quattro giorni di vita della struttura, di circa 500 richiedenti asilo già ospitati in altri CARA del territorio nazionale. “Persone dalle provenienze più diverse, come nigeriani, pakistani, afghani, che avevano già da mesi fatto istanza per la protezione internazionale e che attendevano l’audizione e la decisione sulla loro richiesta, si sono ritrovati, improvvisamente deportati a migliaia di chilometri di distanza, senza la notifica del provvedimento dalle Questure, con la conseguente impossibilità di ricorrere avverso il trasferimento”. Di contro, al CARA di Mineo non sono state inviate le pratiche dei richiedenti asilo affetti da patologie anche gravi o da disturbi psichici, e ciò ha determinato l’interruzione del ciclo di cure avviato nei centri d’origine.

In piena violazione del diritto di difesa, i cittadini stranieri sono stati trasferiti in Sicilia senza che venissero previamente informati i loro legali. Alcuni di essi, come ad esempio quelli provenienti dal CARA di Bari-Palese, attendevano il pronunciamento del TAR sui ricorsi avversi la decisione di trasferimento dell’Unità Dublino; altri avevano già presentato opposizione ai dinieghi dello status di rifugiato; altri ancora dovevano essere sentiti in commissione nei giorni in cui subivano il trasferimento coatto. “In molti casi – spiega l’avvocato Auricchiella - i richiedenti sono stati dichiarati assenti ed è stato emesso nei loro confronti il provvedimento di diniego”.

È accaduto pure che i documenti relativi alle procedure di riconoscimento della protezione internazionale, avviate in altri CARA italiani, non siano mai arrivati alla nuova Commissione Territoriale competente, con la conseguenza che molti richiedenti che attendevano il colloquio o la decisione finale sin dall’ottobre 2010, si sono visti precedere da chi era giunto in Italia successivamente. A Mineo la Commissione si è insediata solo due mesi dopo l’apertura del centro, e ancora oggi prosegue i propri lavori con eccessiva lentezza. E gli ospiti continuano a lamentare il non rispetto, a parità di status e condizioni di fatto, di alcun criterio logico e cronologico nella disamina delle istanze e nella convocazione per l’audizione. “Essa non si è avvalsa di interpreti competenti, né è stata garantita trasparenza alle procedure per la loro selezione e nomina”, afferma l’ARCI. “Alcuni provvedimenti di rigetto della domanda di asilo (peraltro, resi in italiano e non tradotti) non hanno specificato il foro competente, ma hanno erroneamente indicato, quale Tribunale ove ricorrere, quello del luogo di provenienza, quando, invece, nel caso di Mineo, è competente Catania”.

“Fino all’insediamento dell’ente gestore non risulta che sia stata garantita assistenza legale ai richiedenti asilo e, attualmente, l’assistenza offerta non risulta essere adeguata allo standard richiesto dalla Direttiva 2003/9/CE”, aggiunge il rapporto. Le uniche consulenze in campo legale sono state così quelle fornite da tre operatori dall’UNHCR (l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) e da alcune associazioni non governative (ARCI, ASGI e Rete antirazzista catanese) grazie l’allestimento di banchetti informativi all’esterno del campo. “L’ingresso nel centro da parte dei legali è stato molto difficoltoso e alcuni professionisti si sono visti costretti a prestare la propria assistenza fuori su un prato”, scrive l’avvocato Auricchiella. “Non è stata dedicata un’ala ai minori non accompagnati, in attesa dello svolgimento delle procedure di legge, e la nomina dei rappresentanti legali si è protratta per troppo lungo tempo e ha fatto sì che molti minori giunti a Mineo divenissero maggiorenni senza che, nelle more, beneficiassero del percorso di integrazione e formazione che la stessa legge nazionale prevede”.

L’ARCI lamenta la non elaborazione a Mineo di un piano integrato per la programmazione e realizzazione dei servizi connessi con il territorio; né si è previsto di potenziare l’accesso al sistema scolastico o di assicurare risorse aggiuntive all’ASL per rendere efficiente la tutela sanitaria. I richiedenti asilo hanno fruito delle prestazioni sanitarie esattamente come i cittadini stranieri irregolarmente presenti in Italia e privi di tessera sanitaria, mentre al contrario spettava loro il diritto-dovere di accesso in condizioni di parità con i cittadini italiani, come sancito dal testo unico sull’immigrazione.

“La presenza stabile di quasi duemila persone di origine straniera avrebbe dovuto comportare la previsione ed organizzazione di servizi di mediazione linguistico-culturale per l’intera rete dei servizi locali”, conclude il rapporto. “Di questo a Mineo non v’è traccia. Ciò ha creato fra gli ospiti un forte disagio che in alcuni casi è sfociato in rivolte o in veri e propri scontri etnici, con grave rischio per le donne, i minori e gli operatori presenti all’interno del centro”. Quando poi la gestione dei servizi del CARA è stata affidata ad un associazione temporanea di cooperative e imprese e sono giunti i primi “interpreti” e “mediatori culturali”, è accaduto che uno di essi, un cittadino di origini bengalesi, assunto da una coop romana, venisse arrestato dalla squadra mobile di Catania con l’accusa di estorsione per essersi fatto consegnare 400 euro da un connazionale, per fargli ottenere dalla Commissione Territoriale il riconoscimento dello status di rifugiato.

“Le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere i richiedenti asilo impongono l’immediata chiusura del CARA di Mineo”, afferma la Rete antirazzista catanese che ha convocato una grande manifestazione regionale, domenica 18 dicembre, davanti all’ingresso del centro. L’iniziativa, promossa congiuntamente con la Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella, LILA, Cobas, Collettivo Red Militant, Cobas antirazzista, Forum Antirazzista e GAPA, vedrà la partecipazione delle realtà di base che lottano contro il razzismo, le guerre e la militarizzazione in Sicilia.Vogliamo che i richiedenti asilo del CARA più grande d’Europa, siano riconosciuti come soggetti umani in cerca di un futuro migliore, non trattati come oggetti parcheggiati a tempo indefinito per favorire il business della pseudo accoglienza”, spiegano gli organizzatori. “Chiediamo che sia garantita la libera circolazione e la regolarizzazione di tutti i migranti, sostenendo la campagna contro la sanatoria truffa del settembre 2009. La Sicilia non deve essere un lager per gli immigrati, né una polveriera di ordigni di morte e di micidiali basi militari USA-NATO”.

martedì 13 dicembre 2011

Il Ponte di Messina catastrofe idrogeologica

Cantieri, linee ferroviarie e arterie stradali, enormi discariche a cielo aperto dove stipare milioni di metri cubi di scavi: tutti da realizzare in aree ad altissimo rischio idrogeologico dove l’erosione dei terreni sembra procedere inarrestabile. Le ultime fiumare da cementificare e trasformare in grandi vie di comunicazione o parcheggi, destinate a straripare in caso di piogge intense ed ingoiare case ed esseri viventi. La lettura delle carte progettuali del Ponte di Messina rivela le mille insensatezze di chi si ostina a tenere in vita il mito-mostro del collegamento stabile sullo Stretto, in un territorio stuprato e annientato da costruzioni selvagge, anonime, prive di spazi verdi o servizi pubblici, squallidi centri-dormitori disumanizzati e disumanizzanti. Un’opera che elude i fragili equilibri idrogeologici di una città non luogo, vulnerabilissima alle frane e alle alluvioni e che, solo due anni fa, ha pagato un terribile tributo per le scellerate scelte di una classe politica inetta e di una borghesia parassitaria, affarista, mafiosa.
Mentre il neopresidente del consiglio Monti, ministri e viceministri-banchieri preferiscono glissare lo spinoso affaire ereditato da Berluconi & C., da Messina arriva un altro autorevole parere sull’insostenibilità ambientale ed idrogeologica del Ponte tra Scilla e Cariddi. Con una nota inviata lo scorso 28 ottobre all’Assessorato alle Infrastrutture e la Mobilità della Regione Siciliana, l’ingegnere Gaetano Sciacca, capo del Genio civile, evidenzia alcune delle criticità irrisolte del progetto e dei relativi collegamenti stradali e ferroviari. “Non si tiene conto, nelle opere di attraversamento delle numerose fiumare, della particolare fragilità idrogeologica del Messinese che è stato, di recente (2007, 2008, 2009, 2010, 2011) più volte, coinvolto da eventi alluvionali di eccezionale intensità e drammaticità con perdite di vite umane”, rileva l’ingegnere Sciacca. “Tali interventi di attraversamento risultano disgiunti da una complessiva, necessaria ed indispensabile messa in sicurezza del sotteso bacino idrografico. Nelle fiumare, tutte caratterizzate da elevata pendenza dell’alveo, si sono registrati, in concomitanza dei citati eventi pluviometrici intensi e duraturi, notevoli quantitativi della portata solida, alimentata dalle centinaia di colate di fango e detriti, che si sono mobilizzate dai versanti, e sono successivamente confluite nelle principali aste torrentizie”.
Secondo il responsabile del Genio civile di Messina vanno dunque previste “adeguate opere di presidio e messa in sicurezza per ciascun bacino idrografico sotteso dalle fiumare attraversate, con interventi mirati alla mitigazione del rischio nelle aree, peraltro, classificate a pericolosità e a rischio idraulico”. Proprio a causa della fragilità idrogeologica del territorio e alla ricorrenza di violenti eventi alluvionali in tempi ravvicinati, l’ingegnere Sciacca spiega di non condividere la scelta di allocare i cosiddetti siti di “recupero ambientale” - come il fantasioso giro di parole dei progettisti denomina le discariche dei materiali - “nell’ambito di strette ed incassate vallecole solcate dai tratti distali delle fiumare, e costituite da terreni granulari, non coesivi e quindi facilmente erodibili”.
“I suddetti siti ricadono o su aree in cui a valle sono preesistenti arterie stradali (la “Panoramica dello Stretto”) o su aree in cui è presente un più o meno fitto grado di urbanizzazione con edifici e case”, lamenta il capo del Genio civile. “Non vengono poi indicate le piste di servizio che consentono, in sicurezza, il raggiungimento dei siti di recupero che sono posti in zone acclivi e di difficile raggiungimento. Il recapito finale delle acque di raccolta nei suddetti siti avviene lungo gli alvei-strada che sono una delle principali cause di danni a persone e cose. Conseguentemente, si è dell’avviso che debba essere rivista l’ubicazione delle aree in cui essi sono stati ubicati”.
L’ingegnere Sciacca si recava il successivo 4 novembre a Palermo per partecipare alla conferenza dei servizi organizzata dall’Assessorato Regionale Territorio e Ambiente. Di fronte ai rappresentanti del consorzio d’imprese aggiudicatario dei lavori del Ponte (Eurolink) e della Società Stretto di Messina, il funzionario sollevava nuovamente il tema della fragilità idrogeologica del territorio interessato dai lavori del Ponte, rilevando ulteriori problematiche riassunte in una nota che lo stesso Sciacca avrebbe poi inviato l’8 novembre al ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli. “Lungo gli assi viari “Annunziata”, “Papardo” ed “Europa” verranno indirizzati gran parte dei mezzi gommati pesanti di cantiere”, scrive Sciacca. “Trattandosi di alvei tombinati, presentano due ordini di problemi: di carattere prettamente strutturale e idraulico, quanto alla capacità di contenere gli eventi di piena in caso di precipitazioni a carattere eccezionale tipo “bombe d’acqua”. I citati assi viari, nient’altro che torrenti da tempo coperti, sono costituiti da impalcati che vanno preventivamente verificati ai fini statici, costituendo altresì infrastrutture strategiche ai fini di Protezione Civile. Sono da ritenersi carenti dal punto manutentivo e conseguentemente, un loro ulteriore utilizzo, dovuto ad un incremento dei carichi mobili dei mezzi pesanti, ne potrebbe compromettere la stabilità”.
Il Genio civile definisce “inopportuna e peraltro in evidente contrasto con la sensibilità ambientale”, l’esigenza degli amministratori comunali di “cementificare ulteriormente il territorio, e nel caso specifico di coprire i torrenti “Papardo” e “Annunziata”, ritenendo di risolvere i problemi viari che affliggono la città, nonostante i tragici eventi che hanno interessato il territorio” (il nubifragio che ha spazzato via Giampilieri e Scaletta o la recente alluvione di Genova). “Se opere infrastrutturali devono realizzarsi a Messina”, conclude Sciacca, “le stesse devono innanzitutto mitigare, attenuare, incrementare il grado di sicurezza del territorio e giammai aumentarne le criticità”.
Ulteriori “interferenze” delle opere stradali e ferroviarie con le aree a pericolosità geomorfologica della sponda siciliana sono state rilevate dagli esperti delle associazioni ambientaliste (FAI, Legambiente, Italia Nostra, MAN e WWF) che hanno analizzato il progetto “definitivo” del Ponte. Dal confronto per sovrapposizione della cartografia del Piano Stralcio di Bacino per l’Assetto Idrogeologico con la tavola progettuale SB0003_FO-dwf, emerge ad esempio che alcune opere di collegamento interferiscono con due aree a pericolosità moderata e una a rischio medio. Si tratta in particolare, nei primi due casi, della strada compresa tra le località Lido Mortelle e Semaforo Forte Spuria, caratterizzate da dissesto attivo ed erosione accelerata, e dell’opera ferroviaria in località Ficarazzi, soggetta a franosità diffusa. Di pericolosità media è invece la strada in località Piano dei Greci, zona “Annunziata”, soggetta a dissesto attivo e deformazione superficiale lenta.
Tra gli elaborati del progetto compare proprio una relazione geomorfologica che descrive accuratamente il dissesto attivo di cui è vittima l’area dell’“Annunziata” di Messina, evidentemente tenuta in scarsa considerazione dai Signori del Ponte. Lo studio geologico, esteso ad un tratto di versante significativo, mette in evidenza una situazione piuttosto preoccupante circa la pericolosità del dissesto attivo. Si afferma in particolare che uno dei corpi di frana, il più antico, pur essendo inattivo rispetto ad agenti naturali, può comunque essere riattivato antropicamente qualora interventi di scavo e/o modifica della morfologia di versante possano ripristinarne la libertà cinematica. I restanti due corpi di frana, essendo già attivi, “possono invece essere portati in condizioni di maggiore disequilibrio da eventuali interventi che ne potrebbero causare la riattivazione e/o l’accelerazione del movimento”.
Ciononostante, proprio sopra il torrente “Annunziata” dovrebbe sorgere il “sito di recupero” numero 3, in cui si prevede di depositare oltre 720 mila metri cubi di materiali di scavo. Neanche tanto in fondo: in località “Bianchi”, presso cui si trova il torrente Guardianella, si è pensato di ricavare una discarica di detriti ed inerti per 2.122.694 metri cubi (o 2.363.000 come si legge in altro elaborato progettuale!). La follia dei pontisti non conosce limiti…

domenica 11 dicembre 2011

Business Mineo. Gli affari del lager

Chiuso, isolato e gigantesco: così a prima vista si presenta a Mineo il campo di concentrazione, vanto di Berlusconi e Maroni. Ma è anche un coacervo di affari, cooperative e consorzi su cui si giocano milioni e milioni di euri e migliaia e migliaia di voti...

“Il centro di Mineo, in provincia di Catania, si configura come una sorta di non-luogo dove le persone conducono la loro quotidianità in una condizione di apatia e rassegnazione. L’idea stessa di poter gestire delle macro-strutture ove segregare migliaia di persone è un progetto irrazionale che produce disagio, alimenta circuiti di violenza ed è fonte di spreco di denaro pubblico”. Ne è certo il giurista Fulvio Vassallo dell’Università di Palermo, uno dei massimi esperti di politiche migratorie in Italia. Quello che nei disegni del duo Berlusconi-Maroni doveva essere il centro d’eccellenza per ospitare i richiedenti asilo scampati alle guerre in Africa e Medio oriente è l’esempio più emblematico della cultura xenofoba e apertamente discriminatoria delle classi dirigenti nazionali. L’ex residence dei militari USA della base di Sigonella, riconvertito a lager di “lusso” per migranti, ha reso invisibili le vite di migliaia di persone, annullando percorsi di sofferenza e di speranza. Mineo è innanzitutto un laboratorio sperimentale per nuove pratiche di deportazione e carcerazione degli “altri” e dei “diversi”. Ma è anche lo strumento per affermare il modello dell’Emergenza migranti S.p.A., business multimilionario per i maggiori consorzi di cooperative “sociali”, rosse e bianche del meridione d’Italia.
“Per ragioni legate alla sua ubicazione e per il fatto di inserirsi quale corpo estraneo nel già fragile tessuto socio-economico, Mineo rappresenta una struttura ad alto rischio di involuzione verso una realtà-ghetto completamente isolata dall’esterno, dove possono facilmente prodursi gravi fenomeni di marginalità e degrado sociale”, denuncia una recente inchiesta sul sistema nazionale d’asilo condotta dall’ASGI (Associazione Studi Giuridici Immigrazione), in collaborazione con CeSPI, Caritas e Consorzio Communitas. La gestione del centro, affidata sino alla scorsa estate (con trattativa privata) alla Croce Rossa italiana, è stata improntata “solo ed esclusivamente sull’emergenza”, senza l’attivazione strutturata e sistematica dei servizi e degli standard di accoglienza previsti dalla legge. “Per le sue caratteristiche di particolare isolamento e gigantismo, Mineo appare costituirsi ancor più di altri luoghi come un centro sospeso ed indefinito, sempre potenzialmente esplosivo”, commenta l’avvocata Paola Ottaviano dell’AGSI. Drammatico l’SOS degli “ospiti” della struttura. “Nel campo non è possibile vivere dignitosamente”, afferma John W., nigeriano. “Il cibo è di pessima qualità, ci sono difficoltà di comunicazione con i legali, carenza di mediatori culturali e impossibilità a raggiungere il centro abitato ad una decina di chilometri di distanza. Molti di noi sono stati vittime di maltrattamenti e insulti razzisti da parte delle forze dell’ordine e di alcuni operatori. E ci chiamano spesso scimmie nere”. Disperazione e rabbia sono i sentimenti più diffusi. A fine giugno, un team di Medici Senza Frontiere ha denunciato che c’erano già stati a Mineo sette tentativi di suicidio. “Tra i richiedenti asilo emergono con sempre più evidenza depressione, isolamento, solitudine e confusione”, dicono i medici. “La sensazione di abbandono cresce anche perché si dilatano a dismisura i tempi delle procedure burocratiche per la protezione internazionale. C’è chi attende da tempi remoti di essere sentito dalle sottocommissioni territoriali che devono valutare le richieste d’asilo”. Scoppiano spontanee le proteste e in più occasioni sono stati inscenati blocchi stradali.
Le autorità sono state costrette ad accelerare le audizioni (sino a 10 al giorno), ma per la Rete antirazzista catanese che sta fornendo sostegno legale e politico ai migranti, la situazione “è ancora confusa, gli interpreti non sono sufficientemente preparati e consapevoli della gravità dei problemi trattati e le commissioni procedono inesorabili, con alte percentuali di dinieghi”. Asfissiante è il livello di militarizzazione a cui è sottoposto il centro. Polizia, carabinieri e militari dell’Esercito lo presidiano 24 ore al giorno, mentre hanno illimitata libertà di azione gli agenti di Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere, che nell’ambito dell’operazione Hermes 2011, raccolgono informazioni riservate tra i migranti facendosi passare come giornalisti. Agli operatori dell’informazione veri, invece, una circolare dell’ex ministro Maroni impedisce l’ingresso in tutti i centri d’accoglienza d’Italia.
Dal 18 ottobre, la gestione del CARA è passata ad un’associazione temporanea guidata dal Consorzio di cooperative Sisifo di Palermo, aderente a Legacoop. Per 24,96 euro pro capite al giorno, deve fornire ai duemila ospiti pasti, vestiario e kit per l’igiene personale e assicurare i servizi di mediazione linguistica, sostegno socio–psicologico, attività ricreative, sportive e culturali, insegnamento della lingua italiana. Un business enorme, 1.497.600 euro al mese, grazie ad una gara d’appalto assai poco trasparente, svoltasi in meno di quindici giorni ad agosto. Invece del bando ad evidenza pubblica, il soggetto attuatore (la Provincia di Catania, caso unico in Italia dove l’affidamento dei CARA è attribuito alle Prefetture o alla Protezione civile), ha invitato solo alcune coop a presentare le offerte, avvalendosi del decreto legge “emergenziale” del 13 maggio 2011 che consente la procedura anche per bandi superiori al milione di euro. Invitando “Sisifo” non si è andati certo per il sottile. Nelle maglie della recente inchiesta giudiziaria sulla mala gestione dei servizi sociali in Sicilia, sono infatti finiti il rappresentante della cooperativa Città del Sole di Catania, Antonino Novello, membro del Cda del Consorzio e dirigente regionale LegaCoop e Nunzio Parrinello, consigliere provinciale a Catania con l’MPA e presidente della “Luigi Sturzo onlus” di Catania, socia Sisifo. Al momento del bando per Mineo, sul vicepresidente generale del consorzio, Cono Galipò (amministratore delegato della società che ha gestito per anni i due centri detentivi per migranti di Lampedusa) pendeva invece una richiesta di rinvio a giudizio per “truffa aggravata e continuata” per la gestione del centro per richiedenti asilo di Sant’Angelo di Brolo (Me), attivo dal settembre 2008 al maggio 2010. Secondo gli inquirenti, Galipò avrebbe trattenuto gli “ospiti” nonostante fossero stati rilasciati da tempo i relativi permessi di soggiorno, procurando a Sisifo un “illecito profitto” stimato in 468.280 euro + IVA..
Poco sembra essere mutato con il passaggio delle consegne CRI-Sisifo. “Il vitto continua ad essere poco gradito ai migranti”, dichiara Alfonso Di Stefano della Rete antirazzista. “Attorno al CARA aumentano i posti di blocco dell’esercito per sequestrare gli alimenti acquistati all’esterno. I trasporti continuano a non funzionare ed il denaro dato, appena cinque euro ogni due giorni, può essere speso solo dentro la rivendita del centro. Riceviamo segnalazioni sulle cattive condizioni di salute di molti ospiti, mentre resta scarsa l’assistenza sanitaria, specie alle donne incinte. I legali sono costretti a lunghe attese ai cancelli prima di potere entrare e assistere gli ospiti per le loro richieste d’asilo”.
Dell’associazione temporanea CaraMineo, fanno pure parte il Consorzio Sol.Co Calatino di Caltagirone e le coop romane La Cascina (Legacoop) e Domus Caritatis. Nonostante fossero state invitate a presentare un’offerta, nessuna si era fatta viva alla gara. Sisifo, generosamente, ha pensato però di condividere con loro l’affaire “accoglienza”. L’affidamento alle coop locali e in particolare a Sol.Co. (partecipazioni societarie di Sol.Co. Catania e del Banco di Credito Cooperativo “Luigi Sturzo” di Caltagirone) era stato perorato dal presidente dell’Associazione Generale Cooperative Italiane (AGCI), Rosario Altieri. “Nel rinnovarLe il nostro sostegno riguardo alle iniziative intraprese a Mineo, ove Ella riterrà opportuno, Le assicuriamo il supporto delle numerose cooperative sociali, aderenti alla nostra associazione, attive nel territorio della provincia di Catania…”, recita una sua missiva al ministro dell’interno Maroni, il 14 marzo 2011. Ancora più decisivo il pressing pro-associate Sol.Co. del presidente della provincia di Catania, Giuseppe Castiglione, coordinatore regionale del Pdl. Grande amico di Angelino Alfano, il politico ha subito l’onta dell’arresto nel 1998 per turbativa d’asta nell’ambito dell’inchiesta per le tangenti all’Ospedale Garibaldi di Catania. Condannato in primo grado a dieci mesi di carcere insieme al suocero Giuseppe Firrarello (senatore di Forza Italia), nel novembre 2004, Castiglione è stato assolto in appello “perché il fatto non sussiste”. Da allora, il suo ruolo-guida della politica etnea è stato secondo solo all’antagonista Raffaele Lombardo. Uno dei terreni di scontro è stato proprio quello relativo all’accaparramento dei favori delle coop locali. C’è da scommettere che con il business Mineo, il presidente della provincia ha sicuramente tolto un bel pacchetto di voti al governatore della Sicilia.

Articolo pubblicato in I Siciliani giovani, numero 0, dicembre 2011

sabato 10 dicembre 2011

Incubo MUOS per l’aeroporto di Comiso

Le microonde del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari dei militari USA in via d’installazione a Niscemi, interdiranno l’uso dell’aeroporto di Comiso e di buona parte dello spazio aereo siciliano. Alla vigilia del tavolo di lavoro inter-istituzionale che dovrà fissare l’ennesima data di apertura dello scalo ragusano, lo studio dei rischi associati alla realizzazione del MUOS a firma dei professori Massimo Zucchetti e Massimo Coraddu del Politecnico di Torino, prefigura interferenze elettromagnetiche incompatibili con il regolare traffico aereo in buona parte della Sicilia orientale. Le mega-antenne per le future guerre degli Stati Uniti d’America rischiano così di contribuire a creare l’ennesima cattedrale nel deserto. Un’opera che è già costata più di 50 milioni di euro e che adesso potrà fare in Sicilia da monumento della cieca e folle obbedienza agli interessi di supremazia planetaria dei padri-padroni d’oltre oceano.
“Le considerazioni sulla compatibilità elettromagnetica (CEM), contenute anche negli studi di impatto prodotti dall’US Navy, indicano come livello di riferimento per il rischio di interferenza elettromagnetica a RF quello di un campo con una componente elettrica di ~ 1V/m”, spiegano gli studiosi del Politecnico di Torino. Alcuni apparecchi commerciali accusano interferenze e malfunzionamenti in presenza di emissioni elettromagnetiche di alta frequenza già per livelli di campo di 1 V/m. Risultano poi particolarmente vulnerabili a questo tipo di disturbi alcune categorie di dispositivi elettronici, come gli apparecchi elettromedicali (pacemaker, defibrillatori, apparecchi acustici) e la strumentazione avionica, tanto da richiedere particolari cautele nel loro utilizzo”.
Nonostante i dati sulle caratteristiche tecniche dei trasmettitori MUOS siano del tutto carenti e i militari USA si sono guardati bene dal fornire le dovute informazione sul tipo dei segnali inviati, i professori Zucchetti e Coraddu hanno potuto accertare che, in condizioni normali di funzionamento, il fascio di microonde delle parabole viene emesso “con un angolo di elevazione minima, rispetto all’orizzonte, pari a soli 17°” e quindi, a 30 Km di distanza, esso “verrebbe a trovarsi a soli 10.000 metri dal suolo, con un’intensità pari a circa 2 W/m2 (~27 V/m)”. Una densità di potenza enorme che, secondo i due esperti, “è senz’altro in grado di provocare gravi interferenze nella strumentazione di bordo di un aeromobile che dovesse essere investito accidentalmente dal fascio, con conseguenti malfunzionamenti e rischi di incidente”.
Per Zucchetti e Coraddu, gli incidenti provocati dall’irraggiamento accidentale di aeromobili “distanti anche decine di Km.” sono eventualità tutt’altro che “remote e trascurabili” ed è incomprensibile come non siano state prese in considerazione dagli studi progettuali della Marina militare USA. “I rischi d’interferenza investono potenzialmente tutto il traffico aereo della zona circostante il sito d’installazione del MUOS. Nel raggio di 70 Km si trovano ben tre scali aerei: Comiso (di prossima apertura) a poco più di 19 Km dalla stazione di Niscemi, e gli aeroporti militare di Sigonella e civile di Fontanarossa (Catania), che si trovano rispettivamente a 52 Km e a 67 Km”. Sigonella e Fontanarossa, tra l’altro, sono oggetto delle spericolate operazioni di atterraggio e decollo dei velivoli da guerra senza pilota UAV “Global Hawk”, “Predator” e “Reaper”.   
Per gli studiosi del Politecnico, l’“irraggiamento accidentale, a distanza ravvicinata, di un aereo militare” potrebbe avere conseguenze inimmaginabili. “Le interferenze generate dalle antenne del MUOS possono arrivare infatti a innescare accidentalmente gli ordigni trasportati”, affermano. “È quanto accaduto il 29 luglio 1967 nel Golfo del Tonchino a bordo della portaerei US Forrestal, quando le radiazioni emesse dal radar di bordo detonarono un missile in dotazione ad un caccia F-14, causando una violenta esplosione e la morte di 134 militari. Tali considerazioni dovrebbero portare a interdire cautelativamente vaste aree dello spazio aereo sovrastanti l’installazione del MUOS, aree che andrebbero individuate e segnalate preventivamente”.
I rilievi sull’insostenibile pericolo per il traffico aereo del nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari sono noti ai tecnici della Marina USA perlomeno da sei anni, al punto di convincerli a dirottare a Niscemi il terminale terrestre che in un primo momento doveva essere installato nella stazione aeronavale di Sigonella. A imporre la differente destinazione finale del MUOS sono state le risultanze di uno studio sull’impatto delle onde elettromagnetiche generate dalle grandi antenne (Sicily RADHAZ Radio and Radar Radiation Hazards Model), eseguito da due aziende contractor USA, AGI - Analytical Graphics Inc. (con sede a Exton, Pennsylvania) e Maxim Systems (San Diego, California). Nello specifico, è stato elaborato un modello di verifica dei rischi di irradiazione sui sistemi d’armi, munizioni, propellenti ed esplosivi (il cosiddetto HERO - Hazards of Electromagnetic to Ordnance), ospitati nella grande base aeronavale siciliana. Secondo quanto si può leggere nei manuali di prevenzione incidenti adottati dalla Marina USA, “un alto livello di energia elettromagnetica prodotta dalla RFR (Radio Frequency Radiation) può provocare anche correnti o voltaggi elettrici che possono causare l’attivazione di derivazioni elettro-esplosive ed archi elettrici che detonano materiali infiammabili”. Appurato che le fortissime emissioni elettromagnetiche del MUOS possono avviare la detonazione degli ordigni di Sigonella, AGI e Maxim Systems raccomandarono i militari statunitensi di “non installare i trasmettitori in prossimità di velivoli dotati di armamento”. Da qui la scelta di Niscemi.
L’incompatibilità del terminale MUOS con il traffico aereo nello scalo di Comiso era stata denunciata in passato dalla Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella, dal Comitato No MUOS e da alcuni amministratori locali. Il 14 dicembre 2009, a conclusione di una riunione dei sindaci dei Comuni di Butera, Caltagirone, Niscemi, San Michele di Ganzaria e Vittoria, fu emesso un comunicato che segnalava come “l’aeroporto civile di Comiso potrebbe essere costretto alla chiusura per le interferenze elettromagnetiche dell’impianto radar che gli americani intendono realizzare in contrada Ulmo, all’interno della riserva naturale “Sughereta”, sito d’importanza comunitaria SIC”. Denuncie che furono costantemente ignorate dalle autorità regionali, dagli enti preposti alla sicurezza del traffico aereo e dalla SO.A.CO., la società di gestione dell’aeroporto comisana, controllata al 65% da Intersac Holding Spa (azionisti SAC - Aeroporto di Catania, Interbanca e l’imprenditore-editore Mario Ciancio) e per il restante 35% dal Comune di Comiso (l’unico a non esprimersi sino ad oggi contro l’installazione del sistema satellitare).
Sino alla fine e degli anni ’80, Comiso ha ospitato una delle più importanti basi missilistiche nucleari in Europa: quella del 478th Tactical Missile Wing dell’US Air Force, dotato di 112 missili Cruise a medio raggio e di altrettante testate atomiche del tipo W.84 a basso potenziale selezionabile. A seguito del trattato sulle forze nucleari a medio raggio (INF), firmato l’8 dicembre del 1987 dai presidenti di USA e URSS, i Cruise furono progressivamente smantellati e i militari statunitensi abbandonarono la base nel 1991 dopo la fine della prima Guerra del Golfo. Nonostante l’esistenza di un gran numero di edifici ed abitazioni realizzati con fondi NATO (si parlò al tempo di una spesa non inferiore ai 350 miliardi di lire), l’infrastruttura fu del tutto abbandonata per diversi anni, tranne il breve utilizzo nel 1999 per accogliere 5.000 profughi del Kosovo, vicenda che ebbe un epilogo nelle aule giudiziarie per i presunti illeciti nella gestione dell’emergenza “Arcobaleno”. Furono presentati alcuni interessanti progetti di riconversione da parte di istituzioni universitarie, associazioni e soggetti sociali, in buona parte dai costi prossimi allo zero, ma alla fine si decise di puntare alla realizzazione di uno scalo civile passeggeri e merci, senza però valutare la reale domanda di traffico, i futuri costi di gestione e i possibili impatto socio-ambientali. Dopo il pressing a tutto campo della deputazione locale, con delibera del CIPE del 3 maggio 2002 fu approvata la spesa di 47.407.976 euro per realizzare una pista di atterraggio, la torre di controllo e le relative attrezzature di volo, le aree passeggeri e i parcheggi. I lavori iniziarono nell’ottobre 2004 e, seguendo il copione delle grandi opere nazionali, si prolungarono all’infinito. L’inaugurazione del nuovo aeroporto di Comiso è stata promessa ad ogni campagna elettorale: è stata fissata una prima volta per l’autunno del 2006, poi per il 2007, il 2008, il 2009, il 2010, fino all’impegno dell’ex ministro Matteoli di rendere operativo lo scalo entro l’estate 2011. La struttura è stata però consegnata al sindaco di Comiso solo lo scorso 7 novembre 2011, mentre si attende ancora dall’Aeronautica militare l’assegnazione degli spazi aerei e l’approntamento del piano di avvicinamento allo scalo degli aeromobili tramite il centro di controllo esistente nella base militare di Sigonella (lo stesso che dirige il traffico a Catania-Fontanarossa).
Il soggetto gestore è ancora in attesa della certificazione da parte dell’Enac, indispensabile per l’avvio delle attività aeroportuali, mentre prosegue senza soste il flusso di denaro per lo start-up dell’aeroporto fantasma. Nel dicembre 2010, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha firmato un decreto con il quale lo Stato si assume le spese del servizio di assistenza al volo e dei Vigili del Fuoco per i primi tre anni di operatività (circa quattro milioni e mezzo l’anno). Inoltre sarebbero stati messi a disposizione i fondi previsti dalla legge n.102/2009, poco più di tre milioni di euro, per l’adeguamento delle infrastrutture della torre di controllo agli standard Enav. Sempre a “supporto della attività” dell’aeroporto di Comiso, la Regione Siciliana ha destinato con due recenti decreti (27 settembre e 12 ottobre 2011) la somma complessiva di 4,5 milioni di euro. Adesso, con l’entrata in funzione delle antenne del MUOStro di Niscemi, potrebbero tramontare le ultime speranze di vedere decollare un aereo dal multimilionario scalo ragusano.