I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

sabato 29 ottobre 2011

I costi del crimine della guerra, oggi

“Giornata delle Forze Armate e dell’Unità Nazionale”. Continua ad essere chiamato così il 4 novembre, cent’anni dopo la fine del primo terribile conflitto mondiale del secolo breve. Celebrata dai cappellani militari nelle piazze di tutta Italia, caserme e unità navali aperte alla visita di civili, giovani e studenti, donne e uomini armati nel nome della difesa del suolo patrio, dell’onore, di libertà sempre più effimere e intangibili. Eppure mai come quest’anno ci sarebbe tanto bisogno di riflettere sui soffocanti e deleteri processi di militarizzazione della società, dell’economia, della vita di milioni di italiani. Siamo in guerra, una guerra fatta di morti invisibili, in Afghanistan, Iraq, Pakistan, Libia, Somalia, Africa centrale, Filippine, Kurdistan, Yemen e chissà ancora in quanti posti ancora. Una guerra che nelle periferie delle megalopoli è fatta di disperazione, abbandono, emarginazione, morte per fame e malattie. Una guerra alle risorse del pianeta, ai beni comuni, alle migrazioni, all’ambiente. Guerre che vedono l’Italia protagonista, complice, responsabile, vittima.     
I numeri sono entità fredde, astratte, spersonalizzanti. Il loro uso può assuefare, normalizzare, virtualizzare. Ma ci sono numeri che il 4 novembre ministri, generali e cappellani si guarderanno bene a menzionare. Come ad esempio quelli forniti dal Comando Nato di Bruxelles per quantificare le operazioni di morte realizzate in Libia. Dall’inizio di Unified Protector (31 marzo 2011) sino allo scorso 21 ottobre, ad esempio, sono state condotte 26.223 “sortite” di cui 9.634 Strike (quelle in cui c’è il cosiddetto ingaggio di obiettivi). Ovviamente ci si guarda bene a descrivere la tipologia degli obiettivi di cui si sta parlando. In linea con le guerre globali e permanenti del XXI secolo dove sono satelliti e computer a dirigere blitz e bombardamenti e dove vige il diktat di occultare qualsiasi scenario di distruzione in campo “avversario”, falchi e strateghi di Bruxelles si guardano bene a fornire i dati sui morti e i feriti. Non esistono. Non devono esistere. Ma quanti bambini, donne e uomini sono caduti sotto le bombe dei 9.634 Strike degli aerei Nato? Il 4 novembre faremmo bene a fermarci un attimo e pensarci.
Anche perché, sempre secondo la Nato, l’80% delle missioni aeree della coalizione anti-Gheddafi sono state lanciate da basi italiane (Decimomannu, Trapani-Birgi, Sigonella, Gioia del Colle, Aviano, Amendola e Pantelleria, con l’apporto di altre infrastrutture Usa, Nato e italiane come Camp Darby, Pisa, Napoli-Capodichino, Poggio Renatico, Augusta, ecc.).
Il 4 novembre dovrebbero riscendere in piazza gli indignati che si oppongono al modello globale neoliberista e al conseguente smantellamento dello stato sociale. Sì, perché la guerra, anzi le guerre del complesso militare-industriale nazionale, stanno dilapidando enormi risorse finanziarie, dissanguando i bilanci dello Stato e annientando le politiche di redistribuzione sociale. Per la Libia assistiamo a un tragico balletto delle cifre di spesa. Solo nei primi mesi di combattimento, l’intervento italiano è costato 500 milioni di euro, ma alcuni analisti affermano che si sia già abbondantemente superato i 700 milioni. Del resto i costi operativi dei singoli mezzi impiegati raggiungono valori allucinanti: tra i 30 e i 65.000 euro per ogni ora di volo dei cacciabombardieri; 11.500 euro per un’ora di volo dei cargo C-130; 100.000 euro di carburante per ogni ora di navigazione della portaerei “Garibaldi” e del cacciatorpediniere “Andrea Doria”. Senza dimenticare che ogni missile o bomba lanciata costa decine e decine di migliaia di euro: dieci strike, centinaia di miglia di euro; cento strike, milioni. Operazioni doppiamente immorali, per il sacrificio delle vittime in Libia, per i milioni di disoccupati o per le famiglie precipitate al disotto della soglia di povertà nel nostro Paese.
Senza contare la guerra a Gheddafi, le missioni militari all’estero costeranno a fine 2011 un miliardo e mezzo di euro. Un insostenibile spreco di denaro imposto dai fabbricanti d’armi del complesso Finmeccanica e dal colosso degli idrocarburi ENI, le due holding che con il loro potere finanziario condizionano pesantemente le scelte di politica industriale, estera e della difesa. Come insostenibile è il livello raggiunto dalle spese militari: sempre nel 2011, il solo bilancio del Ministero della difesa ammonta a 20.556.850.000 (venti miliardi e mezzo) di euro, 192 milioni in più del bilancio 2010. E questo mentre istruzione, università, sanità, ambiente, pensioni e assistenza sociale hanno subito tagli draconiani. Vanno poi aggiunti i circa 3 miliardi di euro provenienti dai bilanci di altri ministeri che però hanno aperte finalità militari. Dai fondi del ministero per lo Sviluppo economico si attinge per la ricerca e produzione dei nuovi cacciabombardieri “Eurofighter”, delle unità navali classe “Fremm o per contribuire a favore delle industrie militari e spaziali nazionali; 753 milioni di euro sono stati sottratti dai fondi del ministero dell’Economia per prorogare gli interventi bellici in Afghanistan, Libano e nei Balcani; una percentuale ormai altissima del budget del MIUR, il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca viene destinata alla folle corsa spaziale e satellitare delle forze armate.
Nei deliri collettivi dei Signori delle guerre, l’Italia si trasforma giorno dopo giorno in un’immensa portaerei di morte, dove si moltiplicano basi, porti e infrastrutture militari, e dove sempre maggiori porzioni di territorio vengono armate e militarizzate. Festeggeremo il 4 novembre a Vicenza, splendida città del Palladio convertita in alloggio-caserma per i parà Usa pronti all’uso in Africa e Medio oriente; o in Sicilia, dove sta sorgendo uno dei quattro terminali terrestri del nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari della Marina militare statunitense, il MUOStro di Niscemi, bomba ecologica che disperderà microonde cancerogene per un raggio di oltre 140 km.
Lo festeggeremo a Sigonella, dove in 15 anni è stato speso un miliardo di dollari per trasformare lo scalo in un Hub, movimentare uomini, armi e munizioni in mezzo mondo e ospitare i famigerati Global Hawk, gli aerei senza pilota che disumanizzeranno ulteriormente le future guerre planetarie. Festeggeremo il 4 novembre nelle tante città di mare dove periodicamente approdano sottomarini e unità navali a capacità nucleare, decine di reattori desueti con il loro immane carico radioattivo. Lo festeggeremo infine con i corpi armati a cui è stata affidata l’ultima delle guerre all’umanità, quella contro le migrazioni e i migranti: la Guardia costiera, le Capitanerie di porto e la Guardia di finanza, che accanto alla Marina militare, all’Aeronautica, all’Esercito, all’Arma dei Carabinieri e alla Polizia, presidiano i mari per impedire con ogni mezzo gli sbarchi di chi sogna ancora di poter sfuggire ai conflitti, ai disastri sempre meno naturali, alla fame e al sottosviluppo. Corpi militari  che con i fondi “civili” europei acquistano sofisticati sistemi d’intercettazione radar e da installare all’interno dei parchi e delle riserve naturali del sud Italia e della Sardegna. Crimini che si sommano ad altri crimini, ingiustizie ad ingiustizie, logiche di morte alla morte. No, noi non festeggeremo il 4 novembre. Lo vivremo come un giorno di dolore e di lutto. E mostreremo indignati tutta la nostra rabbia, contro le guerre, le armi, i militarismi e le militarizzazioni.

Pubblicato in Telegrammi della nonviolenza in cammino, n. 721 del 27 ottobre 2011.

giovedì 27 ottobre 2011

Marsala in lotta contro il nuovo radar Finmeccanica

Il centro radar della 135^ Squadriglia dell’Aeronautica militare di contrada Perino a Marsala, è noto per uno dei depistaggi più gravi dell’infinita vicenda della strage di Ustica, quando in una vera e propria battaglia aerea sui cieli del Tirreno fu abbattuto un Dc-9 Itavia con i suoi 81 passeggeri. La notte tra il 27 e il 28 giugno 1980, la pagina del “registro operazioni” della stazione di telerilevamento con i dati di volo del Dc-9 e dei caccia militari killer, fu tagliata, distrutta e poi riscritta per far sparire ogni traccia che potesse ricostruire nei particolari l’inconfessabile scenario della strage. Oggi il centro radar di Marsala è al centro di una campagna di mobilitazione. Con cortei, incontri e petizioni popolari, centinaia di cittadini hanno denunciato l’alto indice di mortalità per tumori nella zona (nei pressi della base vivono oltre 10.000 abitanti); il Consiglio provinciale di Trapani, all’unanimità, ha invece chiesto alle autorità sanitarie di analizzare l’incidenza delle pericolosissime onde elettromagnetiche emesse dalla stazione militare.

A scatenare la protesta l’annuncio del ministero della Difesa che il vecchio radar a lunga portata AN/FPS-117, prodotto dalla Lockheed-Martin (il colosso del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari Usa con terminal terrestre a Niscemi, Caltanissetta) sarà presto sostituito da un radar ancora più potente dell’italiana Selex Sistemi Integrati (gruppo Finmeccanica).

“A Marsala è sorto un comitato spontaneo di cittadini per dire No al radar e sensibilizzare tutti al rischio cui si andrebbe incontro”, dichiara il consigliere provinciale di SEL, Ignazio Passalacqua. “Si tratta di un’iniziativa di grande senso civico. I militari ci hanno spiegato che il nuovo radar avrà un impatto meno invasivo dei precedenti grazie alle nuove tecnologie. Ci chiediamo allora a cosa sono stati esposti i civili abitanti in quelle contrade nei decenni scorsi. È l’ora pertanto che si predisponga un rilevamento dei valori di queste onde attraverso uno studio che non abbia natura militare ma civile per fare chiarezza una volta per tutte sui casi, molto frequenti e preoccupanti, di tumori e leucemie che da anni colpiscono le famiglie di quelle zone ”.  

In previsione del nuovo sistema radar, il 21 dicembre 2010 il Comando della 3^ Regione Aerea di Bari ha rinnovato per altri cinque anni le servitù militari in un’ampia fascia di territorio prossima al Centro dell’AMI, onde “evitare che la realizzazione di talune opere possa compromettere la funzionalità e la sicurezza dell’installazione militare ubicata in località Timpone Guddino”. Il decreto del Comando di Bari prevede una spesa annua di 65.153 euro per il pagamento degli indennizzi ai proprietari e di 32.576,5 euro al Comune di Marsala. Pochi spiccioli per monetizzare l’alto rischio elettromagnetico sulla salute della popolazione ma che pesa sul bilancio statale complessivamente per 488.647,5 euro. E in tempi di tagli draconiani al welfare non è poco.

La mappa catastale allegata al decreto di proroga evidenzia l’enorme estensione della servitù. Una zona rossa, della larghezza di 600 metri di raggio dal centro della base, impone il divieto alla realizzazione di “ostacoli d’alcun genere, compresi manufatti, vegetazione arbustiva, antenne e strutture metalliche, condotte sopraelevate elettriche e telegrafoniche, depositi di carburante, esplosivo o altre materie infiammabili e strade ferrate…”. Inoltre non sono ammessi “macchinari o impianti che possano irradiare nello spazio disturbi elettromagnetici, né trasmettitori radio di qualsiasi tipo o potenza”. Ancora più vasta la cosiddetta zona verde, all’esterno del perimetro “rosso”, distante in alcuni punti sino a 1.800-2.000 dal Centro radar, dove è proibita la localizzazione di “ostacoli di qualsiasi genere con altezza superiore ai 153 metri s.l.m., condotte elettriche sopraelevate o trasmettitori con potenza superiore ai 200 watt”.      

Il sistema che verrà installato a Marsala è il Fixed Air Defence Radar (FADR) RAT31-DL, acquistato dalla Difesa per potenziare la rete operativa dell’Aeronautica militare italiana ed integrarla ancora di più nella catena di comando, controllo, comunicazione ed intelligence della Nato. Il contratto sottoscritto con Selex Sistemi Integrati prevede la fornitura entro il 2014 di dodici impianti radar per altrettanti siti AMI, pèiù due sistemi configurati nella versione mobile (DADR - Deployable Air Defence Radar). Importo del contratto 260 milioni di euro. Una manna per l’azienda elettronica di Finmeccanica che ha già venduto i FADR a nove paesi nel mondo, sette dei quali sono membri Nato (Austria, Danimarca, Germania, Grecia, Malesia, Repubblica ceca, Turchia e Ungheria).

“Il RAT31-DL è stato sviluppato per rispondere ai futuri bisogni della difesa, dove la superiorità delle informazioni e dei comandi giocherà un ruolo sempre maggiore”, affermano i manager di Selex-Finmeccanica. “Il sistema ha eccellenti capacità di scoprire e tracciare i segnali radio a bassa frequenza di aerei e missili, può supportare diverse funzioni come la difesa da missili anti-radiazione e da contromisure elettroniche. In Italia, il FADR consentirà di controllare anche la presenza di missili balistici, comunicherà con gli altri punti di controllo nazionali e della Nato, riducendo la necessità di personale e quindi dei costi di gestione”.

Secondo il generale Mario Renzo Ottone, a capo del Comando Operazioni Aeree nazionali e Nato di Poggio Renatico (Ferrara), il nuovo sistema radar costituisce la “struttura portante del programma con cui l’Aeronautica ha avviato la sostituzione dei propri sistemi di sorveglianza aerea per rendere disponibili le frequenze necessarie all’introduzione della nuova tecnologia Wi-Max (Worldwide Interoperability for Microwave Access) di accesso internet ad alta velocità in modalità wireless”.

Produttori e militari sono invece particolarmente restii a fornire informazioni sulle caratteristiche tecniche e di funzionamento del radar, rendendo difficilissima una valutazione oggettiva dell’impatto ambientale delle future emissioni. La brochure dell’azienda produttrice rivela solo che il Fixed Air Defence Radar opererà in banda D e avrà una portata sino a 470 km di distanza e 30 km in altezza, una potenza media irradiante di 2,5 kW  e una potenza dell’impulso irradiato di 84 kW. L’antenna opererà in una frequenza compresa tra 1,2 e 1,4 GHz (L-band), all’interno dello spettro delle cosiddette “microonde”. Qualche altro dato è fornito per l’antenna da un sito web specializzato della Repubblica ceca: 77 metri quadri d’area, 11x7 metri di dimensione e una velocità di 6-10 rpm. Quando ci sono in  mezzo gli affari e tanti soldi, la salute vale zero e la trasparenza è un inutile optional.

martedì 25 ottobre 2011

Marina militare ed ENI a difesa del petrolio libico

In guerra per gas e petrolio. Adesso che le forze aeree e navali della “coalizione dei volenterosi” allentano la morsa e le transnazionali dell’energia lanciano la loro campagna d’autunno per dividersi le immense risorse della Libia, i vincitori rivendicano pubblicamente le reali ragioni che hanno spinto  al conflitto contro Gheddafi. A Roma, il ministero della Difesa si sbarazza dell’ipocrita scudo “umanitario” glorificando il ruolo delle forze armate a protezione degli interessi dell’onnipotente ente nazionale per il controllo degli idrocarburi. In un comunicato, il ministero ha rivelato che dal 23 settembre scorso, la nave da sbarco “San Marco” e i corpi d’élite della Marina militare (il Comando incursori e subacquei e il Reggimento San Marco) “sono stati impegnati nella riattivazione dei siti petroliferi e gassiferi, in supporto all’ENI, nelle piattaforme Sabratha e Bouri al largo delle coste libiche”. Le installazioni alimentano il gasdotto Greenstream che, a una profondità di oltre 1.000 metri e con 520 Km di condutture sottomarine, permette di trasportare il gas sino alle coste di Gela, in Sicilia.
“L'operazione ha visto l’impiego degli elicotteri della Marina AB212 ed EH101, che hanno svolto operazioni di ricognizione e di supporto, con i tiratori scelti del GOI (Gruppo Operativo Incursori) e degli uomini dei teams EOD (Explosive Ordinance Disposal - Artificieri) del GOS (Gruppo Operativo Subacquei), impegnati nella ricerca e nell’eventuale disinnesco di ordigni convenzionali o improvvisati”, spiega il portavoce della Difesa. “Al termine dell’operazione, le strutture sono state riconsegnate all’ENI e nave “San Marco” è rimasta in zona per fornire supporto aereo per il trasporto dei tecnici incaricati al riavvio delle piattaforme che permetteranno, nel rispetto degli accordi stipulati con la Libia, l’approvvigionamento di gas per la nostra nazione”. Grazie all’intervento dei militari, da metà ottobre il gas è tornato a scorrere nei tubi del gasdotto, iniettando sino a 2-3 milioni di metri cubi al giorno. Gestito da Greenstream BV Libyan Branch, la joint venture per il trasporto di gas di ENI e NOC National Oil Corporation Libya (la compagnia nazionale petrolifera di Tripoli), Greenstream collega l’impianto di trattamento di Mellitah, nella parte ovest della costa, alla Sicilia. Prima del conflitto assicurava la copertura del 12% del fabbisogno italiano, per un valore, secondo l’ENI, tra i 2 e i 3 miliardi di dollari l’anno. Maggiori clienti del gas libico importato, le società Edison, Sorgenia e Gaz de France.
Grazie al regime di Gheddafi, l’ENI ha rafforzato il proprio ruolo di produttore di idrocarburi, affermandosi come il primo acquirente di petrolio (il 33,7%), seguito dalla francese Total (16,7%). Una leadership che i futuri assetti politico-militari libici potrebbero rimettere pericolosamente in discussione: ecco allora che Roma ha giocato d’anticipo affidando alle truppe d’élite della Marina la difesa militare degli impianti off-shore dell’ENI. L’eldorado libico fa gola a mezzo mondo: le riserve petrolifere sono stimate in 60 miliardi di barili, le maggiori dell’Africa e con i costi d’estrazione più bassi al mondo. Per non parlare delle riserve di gas naturale, stimate in circa 1.500 miliardi di metri cubi.
Meritano essere raccontati i giri di valzer in terra nordafricana dei general manager dell’ente petrolifero italiano. Nonostante un feeling lungo quarant’anni con il “dittatore” Gheddafi, in casa ENI si è compreso subito il prevedibile esito del conflitto. Così, dopo la “liberazione” di Bengasi, scortato dai reparti speciali delle forze armate e dagli 007 dell’Aise (l’ex Sismi), il 3 aprile scorso l’amministratore delegato Paolo Scaroni si è recato in Libia per incontrare i leader del Consiglio nazionale di transizione (Cnt). “Il viaggio di Scaroni è servito a riavviare la cooperazione con l’Italia nel settore energetico”, annunciava il ministro degli Esteri, Franco Frattini. Da allora, gli appuntamenti tra i manager ENI e gli uomini del Cnt si sono svolti con frequenza settimanale. “In silenzio stiamo rafforzando la nostra posizione di partner privilegiato della Libia”, spiegava lo stesso Frattini in un’intervista al settimanale Panorama. “L’ENI punta a conservare il primo posto fra i produttori di idrocarburi. Scaroni ha potuto firmare accordi importanti con il Cnt grazie al coinvolgimento del sistema paese, il ministero della Difesa, le strutture dell’intelligence”.
Il 29 agosto, Scaroni raggiungeva ancora una volta Bengasi per sottoscrivere un memorandum con il neopresidente della National Oil Corporation, Nuri Ben Ruwin. L’accordo prevedeva la riapertura entro ottobre del gasdotto Libia-Sicilia, dei giacimenti di Waifa e dell’impianto di pompaggio gas di Metillah. Come riportato da un comunicato della società, “l’ENI si impegna a eseguire una prima fornitura di prodotti petroliferi raffinati, per contribuire ai bisogni essenziali e più urgenti della popolazione libica. ENI, che già fornisce a Cnt aiuti umanitari con l’invio di materiale medico, assicurerà inoltre l’assistenza tecnica necessaria per valutare lo stato di impianti e infrastrutture energetiche presenti nel Paese, nonché per definire il tipo e l’entità delle operazioni necessarie al riavvio in sicurezza delle attività”.
Due giorni più tardi era il ministro Frattini a recarsi in Libia per legittimare ufficialmente il Cnt quale “titolare dell’autorità di governo nel territorio da esso effettivamente controllato”. Nell’occasione Frattini autorizzava l’ENI a fornire carburante raffinato per 150 milioni di euro ai nuovi padroni di Bengasi, da pagare a fine conflitto con una fornitura di greggio di analogo valore. Il 12 settembre Scaroni volava a Tripoli per incontrare personalmente il consigliere per la sicurezza nazionale del governo provvisorio, Abdel Karim Bazama, e pianificare tempi e modalità di riavvio della produzione di petrolio e gas. “Si tratta della prima missione nella capitale libica di una società occidentale dall’inizio dell’insurrezione”, annunciava trionfalmente l’ufficio stampa ENI. Obiettivo principale è la ripresa delle esportazioni attraverso il gasdotto Greenstream. L’operazione è stata dichiarata di interesse nazionale dal governo italiano perché strumentale alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici nazionali. A sua volta il CNT ne ha sottolineato l’importanza strategica per il nuovo governo e il popolo libico in quanto importante testimonianza del graduale ritorno alla normalità”.
Ad accompagnare Scaroni, alcuni ingegneri e tecnici dell’ente petrolifero successivamente trasferitisi sulla piattaforma offshore di Sabrata e al giacimento petrolifero di Abu Attifeel, 300 Km a sud di Bengasi, gestito dalla Società Mellitah Oil & Gas, altra joint venture ENI-Noc. Dopo la riattivazione dei primi pozzi, l’ENI spera di tornare a produrre gas a pieno regime prima che inizi l’inverno (19-20 milioni di metri cubi al giorno). Il petrolio richiederà tempi più lunghi, forse anche un anno. Se il nuovo governo libico rispetterà davvero gli impegni pre-conflitto, l’ENI possiederà fino al 2042 per il petrolio e al 2047 per il gas, tredici titoli minerari in sei aree contrattuali onshore e offshore, per una superficie complessiva di 36.375 Km quadrati. Ciò consentirà l’estrazione sino a 280.000 barili di greggio al giorno (il 13,4% della produzione mondiale ENI) e 24 milioni di metri cubi di gas.
“Gheddafi? Di certo nessuno lo rimpiangerà”, ha dichiarato Paolo Scaroni al quotidiano la Repubblica, a conclusione di una delle sue recentissime missioni in Libia. “Dal 2 settembre 1969, ossia dal giorno del colpo di Stato, il raìs s’è sempre comportato come un criminale. Basti citare l’esempio di quando con le ruspe fece distruggere il cimitero italiano di Tripoli, o la quantità di dittatori africani che ha sostenuto e addirittura sovvenzionato, da Jean-Bédel Bokassa in Centrafrica a Charles Taylor in Liberia”. L’intervista si chiudeva con una robusta dose di cinismo. “Affari con Gheddafi? Non potevamo fare altrimenti, la Libia era ed è un paese importante per non trattare con chi lo dirigeva…”. Trattative e contratti multimiliardari quelli dell’ENI con l’ex dittatore di Tripoli. È con Scaroni (già vicepresidente Techint e amministratore delegato Enel, una condanna patteggiata a un anno e quattro mesi per il pagamento di tangenti al Psi di Bettino Craxi), infatti, che l’ENI si aggiudica quattro permessi esplorativi su una superficie di 17.876 Kmq nei bacini meridionali del Murzuk e di Kufra (aprile 2005) o sottoscrive un accordo da 28 miliardi di euro per lo sfruttamento per venticinque anni dei giacimenti di greggio e l’aumento della produzione di gas (giugno 2008).
Il 19 dicembre 2010, due mesi prima dell’inizio dei bombardamenti contro la Libia, l’amministratore delegato ENI aveva pure firmato con il primo ministro libico, al-Baghdadi Ali al-Mahmudi, un Memorandum of Understanding per la realizzazione di “1.000 unità abitative con relative infrastrutture di servizio, un porto navale, opere industriali e un impianto di desalinizzazione dell’acqua” nell’area di El Agheila, 280 Km ad ovest di Bengasi. Sempre sotto il regno di Scaroni, nel 2006 l’ENI ha sottoscritto un programma da 150 milioni di dollari con la Gheddafi Development Foundation e la compagnia petrolifera libica per la realizzazione di “progetti sociali” miranti alla “formazione professionale di giovani laureati, alla realizzazione di strutture ospedaliere, alla conservazione e ripristino del sito archeologico di Sabratha, all’intervento in campo di edilizia scolastica, ambientale ed industriale”. Scaroni non avrebbe sicuramente potuto fare altrimenti e di meglio con un “criminale” opportunamente “giustiziato” dai nuovi partner e soci del sistema Italia.

domenica 23 ottobre 2011

Come sparisce il Ponte sullo Stretto

A chi è stato promesso, perché non lo faranno mai, come finirà la storia del Ponte. Risponde Antonio Mazzeo, autore de “I padrini del Ponte. Affari di mafia sullo Stretto di Messina” (Alegre Edizioni, Roma).

Il Ponte sullo Stretto non si farà. Questa, l'implicita ammissione contenuta in una lettera indirizzata, il 24 Settembre scorso, dal premier Berlusconi al Presidente della Commissione europea Barroso. Nel documento, Berlusconi manifesta a Barroso la preoccupazione del Governo circa la possibilità che il Mezzogiorno e la Sicilia in particolare possano essere escluse dalle nuove linee guida per le reti transeuropee di trasporto, ribadendo la centralità del corridoio 1 Berlino- Palermo quale asse di collegamento strategico tra il Continente e il bacino del Mediterraneo. Nessun cenno, o indicazione invece per il Ponte. Un nuovo corso quello seguito da Berlusconi, evidentemente consapevole dell'insostenibilità economica dell'opera, oltre che della condizione disastrata delle finanze statali.


Perché si era scelto di fare il Ponte? A chi era stato promesso?

"La questione del Ponte è una storia antica. E' stato sempre presentato come l'unica alternativa, l'unico modello di sviluppo per un'area svantaggiata. Su questo si sono costruite le fortune politiche e finanziarie di una classe dirigente che è stata del tutto inefficiente e incapace di trovare concrete alternative di crescita.
Sicuramente, la manna del Ponte sullo Stretto fa gola anche alle organizzazioni criminali, nazionali e locali, a cui per anni è stato promesso un enorme flusso di denaro. Per le sue caratteristiche, l'impiego di cemento e calcestruzzo e la conseguente movimentazione di milioni e milioni di metri cubi di 'materiali di risulta', l'opera diventerà il grande affare, il banchetto a cui le imprese si sono già preparate da tempo."


Perché non si sarebbe potuto realizzare e non si realizzerà mai?

"Il Ponte non si può fare perché è un'idea astratta: va contro le leggi della fisica, dell'ingegneria, e persino contro le leggi dell'economia. Quindi è chiaro che non ci sono assolutamente le condizioni minime per realizzarlo. Ripeto, è un grande mito su cui si sono costruite delle fortune politiche, e in ragione del quale si sono bloccate le possibilità di uno sviluppo alternativo concreto per una realtà che avrebbe avuto bisogno di altre risposte."


Chi ha siglato un accordo da cui non si può tornare indietro? Qual è la vera partita che si sta giocando?

"La grande partita è quella del "Ponte senza Ponte", cercare di raschiare le ultime risorse finanziarie pubbliche per darle in mano ai privati. Non è vero che non possiamo tornare indietro. Di certo, quel contratto prevede una norma "anomala", in base alla quale se il governo dovesse recidere il contratto anche prima del completamento dei lavori, si pagherebbe una penale astronomica, dell'ordine di 400 o 500 milioni di euro. Questa clausola, però, avrà valore solo nel momento in cui i lavori prenderanno il via, cioè dopo che verrà approvato il progetto definitivo dal Comitato Interministeriale per la programmazione economica. Sino a quel momento qualsiasi governo può revocare il contratto senza pagare la penale. Pertanto, è questo il senso delle battaglie che non devono essere solo locali ma nazionali, per impedire che un'enorme quantità di denaro pubblico vada al General Contractor senza che questo metta neanche una pietra. E' possibile farlo in qualsiasi momento, finché non esisterà il progetto definitivo e questo non sarà andato al vaglio del Comitato Interministeriale per la programmazione economica."


Visto che i soldi non ci sono come lo faranno? Che senso ha avere un'opera come il Ponte e trovarsi l'Italia in crisi, teatro di scontri come la Grecia?

"Soprattutto qual è il senso di non avere il Ponte! Abbiamo già dilapidato qualcosa come 400-500 milioni di euro nella produzione di carte e cartacce e per tenere in vita la società Stretto di Messina. Abbiamo vincolato 1.300 milioni di euro di Fondi FAS che andavano spesi per la messa in sicurezza dei territori, per dare risposte infrastrutturali a realtà del Sud Italia dove veramente ancora si viaggia a 10 km orari. Ebbene, è impensabile che si sprechino ulteriori risorse attraverso la penale, o che soprattutto si inizi la realizzazione del Ponte sapendo benissimo che non esiste un progetto definitivo reale, che il Ponte non può essere costruito ma che soprattutto il Ponte richiede quella enorme quantità di risorse finanziarie, stiamo parlando di qualcosa come 10 miliardi di euro, che è impossibile trovare sui mercati finanziari, perché non c'è gruppo bancario o finanziario disposto a rischiare un euro per un progetto economicamente insostenibile. Non è un caso che l'Unione Europea abbia detto per l'ennesima volta 'No' all'opera."

Cosa succede ora che la promessa a quei gruppi di potere, non è stata rispettata?

"Attorno al Ponte si sono ristrutturati gruppi di potere, gruppi economici, non criminali e criminali a cui per anni si è detto: "guardate che i soldi ci sono, guardate che il Ponte si fa". Oggi dover fare marcia indietro è difficile, forse per questo il governo continua a bluffare dicendo: "anche senza l'Unione Europea noi il Ponte lo facciamo" perché c'è il problema di doversi confrontare con queste classi inette e parassitarie a cui per anni sono state promesse risorse finanziarie, e a cui oggi bisognerà dire che si è bluffato, che il Ponte non esiste e non esisterà mai. Quello che deve preoccupare i cittadini italiani, è che non possiamo continuare a sperperare risorse finanziarie in questa fase economica devastante solo per "un mito" che non potrà mai essere realizzato e che invece sarà la manna per queste classi dirigenti e soprattutto per le organizzazioni criminali mafiose."

Intervista ad Antonio Mazzeo, pubblicata da Cado in piedi, 22 ottobre 2011, http://www.cadoinpiedi.it/2011/10/22/sparisce_il_ponte_sullo_stretto.html#anchor

Strait of Messina Bridge and the Role of Organized Crime

The Master of every infrastructure, a monument to the waste of resources and land consumption, dream of omnipotence of an inept and parasitical political class. This is the bridge over the Strait of Messina, the “ecological monsters” whose construction should start by the end of next year, and has already broken all the records: It is in fact the most expensive project in the history of public infrastructures, the slowest ever to be conceived, the one requiring the biggest quantity of cement and concrete; finally, it will have the longest single span in the world: 3,360 meters, that is, 1,400 more than the technological Japanese “jewel” Akashi Kaikyo.

In the enchanting scenery of Scylla and Charybdis, the mythological monsters praised by Homer, two towers made of concrete and steel, 382.60 meters high, each formed by two piers over 50 feet in diameter, supported by four steel rods for a total weight of 166,600 tons, should be built. The volume of the foundations will be, in Sicily, of 86,000 cubic meters, while in Calabria of 72,000. In addition to the bridge itself, 40 km of road links and railways (a 2 km viaduct and a 20.6 km tunnel), mega-landfills, quarries, and connecting structures will be built. The project will involve vast territorial areas in the provinces of Messina and Reggio Calabria: The extension of the areas touched by the project amounts to 514,000 square meters, to which should be added the landfill sites, placed up to 50 km from the infrastructure, for a total of 764,500 square meters.

The construction of the bridge and the associated works will involve an overall requirement of materials amounting to 3,540,000 cubic meters and a production of resulting materials from excavations amounting to 6,800,000 cubic meters. Other unsustainable pours of concrete, for a total of 117,000 cubic meters, are scheduled to complete certain infrastructural "services" related to the Bridge (a business center, a shopping center with hotels, restaurants, an amphitheater, a museum in Calabria, a service station in Sicily). The costs estimated by Straits of Messina SpA”, the public holding in charge of the constructions, amount to 8.5 billion euros (at least 10, according to the “No Bridge Network”, a civic association opposing the project ) – a huge project that for over thirty years appealed to the most heinous national and international gangs.


That 40% fee


Parliamentary committees of inquiry, magistrates, police, intelligence agencies, scholars and experts have repeatedly remarked the interests of organized crime in the bridge construction. The first alarm of the investigating bodies dates back to 1998, when the Anti-Mafia Investigation Department (DIA) denounced the "attention" shown by 'Ndrangheta and Cosa Nostra (respectively, the main Calabrian and Sicilian criminal organizations) over the infrastructure construction project. Since then, the theme of criminal infiltration in the project appears constantly in the monthly reports submitted by the Antimafia Investigation Department. The Mafia-Bridge link is also scrutinized by various intelligence agencies. According to the Report on security policies, presented to Parliament by the Secretary of the Presidency of the Council of Ministers at the end of 2002, “Thanks to the strategic capabilities of charismatic leaders, the high skills of camouflage and ability in the management of funds of illicit origin, and the infiltration of companies engaged in the construction of big infrastructures, the 'Ndrangheta has shown growing dynamism in its attempts to contaminate the processes of economic development of the so-called big works. Among other things, it has been detected a convergent interest by the Sicilian mafia families in view of the possible interception of cash flows for the realization of the Messina Strait Bridge".

In July of that year, the magistrate Alberto Cisterna, a prosecutor of the National Anti-Mafia Directorate, dwelt on the risks stemming from the criminal interests for the Bridge. "There are evidences, in terms of investigation, to assert that the 'Ndrangheta is getting ready to take advantage of the deal", declared Cisterna.

"Many Calabrian clans are creating joint ventures, which are likely to play an important role when the general contractor will award the subcontracts. Among these clans, many are those that deal with activities related to the construction industry: Alvaro, Iamonte, Latella, Libri, Molé, Araniti,  Garonfolo, Raso-Gullace-Albanese, Bellocco, Serraino, Rosmini, and, finally, the very powerful Piromalli’s clan. These groups might buy, or enter into a partnership, with established, clean construction companies situated in the center-north, and in the great industrial districts of northern Italy. A behavior fullfilling the needs of a big infrastructure, which will force the gangs to find an agreement in order to profit".

Upon the so-called "criminal impact of the Bridge," exists a study, produced in 2000, kept secret until now, by the Gruppo Abele’s Nomos Center, on behalf of the Ministry of Public Works to evaluate the feasibility of the project. The outcomes of the research were revealed by the sociologist Rocco Sciarrone on the journal “Meridiana”.

Based on the analysis of some large public works carried out in Calabria (the motorway Salerno-Reggio, the port of Gioia Tauro and the center, etc..), the Nomos report highlighted  the remarkable ability of criminal groups to be part of the subcontracts system. Sciarrone claims that, due to the existing relations and to the almost total control of the territory by the 'Ndrangheta, “is fully established the crime risk for the location of the infrastructure in the area, while it is possible to foreshadow a cooperative behavior of the gangs in order to obtain the contracts”. “To that end - adds the scholar - the 'Ndrangheta has adopted, on the model of the organizational structure of the Sicilian Mafia, a unitary and centralized coordinating body apt to settle internal disputes.”

The Nomos report also focuses on the strategies deployed by mafia groups in order to seize the enormous cash flow expected. The first strategy deals directly with the control of territory, and consists of the mechanisms of extortion-protection. The second one, relates to the business activities belonging to the mobsters and their associates, and results in the insertion in the works to be performed”. It was made a rough estimate of the interventions that, due to their own nature, are subjected to a "greater degree of permeability to the action of criminal groups”. According to Nomos, about 40% of the work phases might be subjected to criminal control: "earthworks, transport, supply of aggregates and concrete, where it is easier to gloss anti-mafia legislation and certifications". The more predictable activities "appear, therefore, the payment of the “fee” on the works entrusted by contract or grant, the protection of trade agreements established by third parties, the control and mediation functions with respect to local labor market, and the connection and  mediation with the political and administrative channels".

However, in the construction of railways, roads and access ramps to the bridge, according to prefecture, the risk represented by organized crime is stronger and apparent. These works include significant volumes of excavation and landfill, in addition to the requirements of aggregates for concrete stone. Another sector that is particularly "sensitive" is the one related to the construction of infrastructural services. Mafia could also exert its power by providing services and means needed for the functioning of the construction sites. In addition to the traditional function of guardian of the sites, "the mafia is very likely to enter during installation and organization of construction sites, and, subsequently, also in the management of their supply chains. It is conceivable, therefore, the attempt to control the water and the fuel supply, the maintenance of plant and machineries, and their spare parts supply, the transport of goods and people”. Finally, organized crime may try to play a role - in terms both of trading and speculation - on the land to be expropriated for the construction of the bridge and the connection service. Nevertheless, the Nomos report state that "the advanced degree of technology required for the construction of the bridge can represent a barrier to entry for the mafia-related firms".


The status symbol of the financial mafia

As remarked by Umberto Santino (President of the Documentation Center "Giuseppe Impastato" of Palermo) Nomos’ analysis is, however, "inadequate"  in that "it is inadequate the idea of mafia as something stocked in the role of parasite-predator ". For this scholar, the criminal penetration in the economy is a much more complex and articulated phenomenon; rather than discussing of "entrepreneurial mafia", we should speak of a "financial mafia" that, due to the development of illegal accumulation, is able to “play a leading role between the large business groups”. “Big projects are one of the main grounds in which social blocks develop and the mafia bourgeoisie consolidates itself,” as Umberto Santino put it.[1] “All this happens in a context, as the present one, in which illegality is a resource, its legalization is a program, impunity is a flag and a status symbol. Consent, then, is not something one misses”.

The evolution of the Mafia enterprise and its financial strength date back to the late 1970s when the assault was given to the holdings of large industrial groups (see the Cosa Nostra’s control on the financial holding company "Ferruzzi" or, remaining within the geographic area of the Strait of Messina, the failed attempt by the clan of Africo Nuovo to invest five thousand billions lire to buy the giant "Italstrade Spa" (IRI Group).[2]

 What had happened during the bridge project construction, is even more shocking. A recent judicial inquiry has revealed that criminal organizations were organized to participate not only to the direct realization of the infrastructure and the complementary works, but were also a key element of their co-financing.

The investigation, whose conventional name is “Brooklyn”, based on a number of interceptions, had unveiled the operation conceived by the Rizzuto, a Mafia family of Montreal (Canada), in order to recycle five billion dollars from drug trafficking in the work of the Bridge. According to prosecutors, the boss Vito Rizzuto would have employed a famous Italian-Canadian professional, the engineer Giuseppe Zappia (later convicted) to form a company screen and participate in the spring of 2004, to the preliminary competitive tender for general contractor.[3] Although the company was then excluded because it did not meet the requirements, Mr. Zappia was able to be entrusted by representatives of the national government, the Stretto di Messina Company, and some of the largest construction companies participating in the call, as the operator apt to anticipate the amount of funds that the general contractor must find on the market. However, up to the present moment, no bank and/or financial support is available to provide such funds, due to the unsustainability of the work.

The operation that the Rizzuto clan sought to achieve, however, is not intended as a mere recycling operation. It is indeed strategic for the organized crime to play a role in the project due to huge symbolic value of the bridge; and, therefore, to exploit the useful effects stemming by the political legitimacy in order to “re-build” its image in front of the institutions and the public opinion. The Mafia, in fact, intercepts calls and messages cross from public administration, business groups and government sectors, according to which if the Mafia is able to build the bridge, it should do it (as the Chief Executive Officer of the Stretto di Messina Spa has declared during a television interview in the program Sciuscià). "When I will build the bridge - said during a phone call the businessman Zappia - with the political power that I am going to have in my hand, I’ll let return my friend… (the boss Rizzuto ed)". Fifteen years after the brutal massacres of Capaci and via d'Amelio and State-Anti-State negotiations that paved the way for the so-called Second Republic, characterized by neoliberal and authoritarian features, the big Mafia comes out and claims full sovereignty over the territories. The Bridge represents the very symbol of the contradictions of  glocal” -- the global and local system. Albeit it might appear as a peripheral reality, the area of the strait is indeed a high density criminal area, and, for decades, it has been a laboratory within which a mafia bourgeoisie, vast international drug and weapons traffics developed together with hidden and non-hidden powers. In Messina and Reggio Calabria, in fact, more than anywhere else,  over the years dark plots linking neofascist terrorism, organized crime, deviant Masonic Lodges, institutions (state agencies, law enforcement, judiciary, intelligence agencies and the private military organization Gladio) have developed.

The area of the Strait is a real "free zone" where one can witness the expansion the Godfathers of the bridge, namely an army of "speculators and swindlers, small, medium and large traffickers, Freemasons and secret societies of every sort, conservatives, liberals and even former communists turned into neoliberals, bankers, engineers, publishers, and manufacturers of abominations ".[4]


The criminogenic identity of neoliberism

The years of Berlusconism have been marked by the revival of the big projects, devastating for the territories and the public budget, and by the implementation of a new legislation on public contracts that has heavily affected the tools needed to combat the mafia infiltration. First of all, one should consider the so-called Legge Obbiettivo (“Objective Law”). As noted in a 2006 minority report by the Anti-Mafia Commission, "the fact that a work is recognized as a strategic objective for the Government justifies the failure to apply any other rules that, over the years, has been enacted in order to create a regulatory system that would also function as a tool to prevent the risks of infiltration of organized crime in public procurement”. The general contractor, for example, can choose the sub-contractors, "without any legal constraint of the kinds which have been traditionally  established for guaranteeing the impartial and fair selection of contractors by the Public Administration ...”.[5]

These were highly criminogenic regulations, not repealed by the ephemeral center-left government. The general tendency is therefore to reduce preventive controls, creating a ever more unlimited freedom of action for large and medium-sized businesses.

In recent months, in the name of "economic recovery", the government has drawn up some proposals for the revision and streamlining of procedures for public procurement that will be able only to strengthen the rule of illegality and financial mafia. "We are working on a systematic reduction of the terms of development of some important procedural phases in the big projects, from the approval of projects to the environmental assessments," said the Minister for Infrastructure, Altero Matteoli.[6]

Last but not least, last September came the shocking announcement by Minister Brunetta concerning its intention to repeal the mandatory submission of the anti-mafia certificates by firms competing for public works. The anti-mafia certifications issued by the Prefectures allow to ascertain the presence or absence of grounds for revocation, suspension or prohibition of contracts and licenses for those subjects who wish to establish relations with the government. After the ad personam laws, those for the unjust trial and the gagging of free information, the repeal of the anti-mafia certificate would be the seal of the “white coup” of last twenty years. The Godfathers of the Bridge are certainly grateful.



Paper for the International workshop Formal, Informal and Criminal Economy. A Comparative Outlook on Northern and Southern Europe, organized by Faculty of Political Sciences, Department of Economics, Statistics, Mathematics and Sociology “W. Pareto”, University of Messina (Messina, October 21, 2011). 


Antonio Mazzeo, peace-researcher and journalist, has conducted several studies on the relations between the Messina Bridge and Cosa Nostra, and analyzed the conflicts of interests that have characterized the entire projecting process. He is the author of I padrini del Ponte. Affari di mafia sullo Stretto di Messina (Alegre Edizioni, Roma, 2010) and, with Antonello Mangano, Il mostro sullo Stretto. Sette ottimi motivi per non costruire il Ponte (Edizioni Punto L, Ragusa, 2006). In 2010 he obtained the first Prize “Giorgio Bassani” of Italia Nostra for journalism.




[1] U. Santino, “Il Ponte e le mafie: uno spaccato di capitalismo reale”, in A. Mazzeo, I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina, Alegre Edizioni, Roma, 2010, pp. 8-10.
[2] E. Ciconte, Estorsioni ed usura a Milano e in Lombardia, Strumenti. Economia Legalità e Criminalità. Studi e Ricerca, n. 2, Edizioni Commercio, Roma, 2000, pp. 150-158.
[3] M. De Bonis, “Un ponte per due mafie”, Limes, 2/2005, Gruppo Editoriale L’Espresso, Roma, pp. 115-120.
[4] Cfr. A. Mazzeo, I Padrini del Ponte, cit.
[5] Commissione Parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare, Relazione finale di minoranza, Relatore on. Giuseppe Lumia, Roma, gennaio 2006.
[6] Il Foglio quotidiano, 3 maggio 2011.